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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiorgioGlaviano, recensione, Rizzoli, romanzo, Sbirritudine, thriller

7Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

“Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia.»

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra.»

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/07/08/sbirritudine-un-poliziotto-dentro-la-mafia-piu-feroce-una-storia-vera-giorgio-glaviano-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi” di Marco Damilano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Apr 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Italia, italiani, LaRepubblicadelselfie, MarcoDamilano, recensione, Rizzoli, saggio

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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Sembra essere la domanda che si è posto Marco Damilano quando ha iniziato ad analizzare la situazione politica e sociale dell’Italia contemporanea, che è l’argomento principale de La Repubblica del selfie (Rizzoli, 2015). E per trovare le risposte è partito dalle origini, da quando la nostra Italia repubblicana è nata, apparentemente risorta dalle ceneri devastanti di una guerra e di una monarchia che si è cercato di scacciare e tenere lontane il più possibile dal ‘Nuovo Stato’.

«Il mio ideale politico è l’ideale democratico. Ciascuno deve essere rispettato nella sua personalità e nessuno deve essere idolatrato. Per me l’elemento prezioso dell’ingranaggio dell’umanità non è lo Stato ma è l’individuo creatore e sensibile, è insomma la personalità. È questa che crea il nobile e sublime, mentre la massa è stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti». Così Albert Einstein definisce il suo ideale politico e il come i politici sfruttino la massa stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti per affermare la propria personalità ben lo descrive Damilano ne La Repubblica del selfie. Per il fisico tedesco nessuno deve essere idolatrato invece la storia politica della Repubblica italiana è piena zeppa di ‘idoli’ i quali indistintamente hanno cercato di captare i bisogni e i malesseri della massa per propagandarli come obiettivi e finalità. Destra, sinistra, centro-destra e centro-sinistra senza distinzione alcuna e se c’è un punto in cui tutte le forze politiche si sono sempre incontrate è proprio nell’aver ‘sfruttato’ il popolo per le personali scalate ai vertici del potere.

Damilano in più punti e per più personaggi evidenzia le analogie come le differenze dei vari leader ma ciò che tristemente emerge dal suo resoconto è la reazione pressoché invariata della gente che immancabilmente ha finito con il credere alle parole del Ciceronedi turno, piena di speranze e aspettative, immancabilmente deluse. E succede anche questa volta con un vero e proprio assalto alla diligenza nel tentativo di salire quanto prima sul carro del vincitore e ciò accade non solo tra gli elettori.

«Dall’uno contro tutti, come appariva Renzi nel 2012, al tutti per uno attuale, quando nella Roma dei palazzi è diventato impossibile trovare un emergente, o un consumato gattopardo, che non si dichiari preventivamente renziano.»

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? «La Prima Repubblica era la Repubblica dei partiti. Con l’ossessione della rappresentanza. Nessuno doveva sentirsi escluso dal gioco: nessuna ideologia, nessuna categoria. Tutti dovevano sentirsi coinvolti nella partita. […] La Seconda Repubblica è stata la Repubblica della rappresentazione. Il suo simbolo è stata la tv commerciale che già negli anni Ottanta, prima che il berlusconismo prendesse forma politica, proponeva modelli di vita, rappresentazioni cui uniformarsi. […] La Terza Repubblica, la Repubblica di Renzi, sarà la stagione dell’auto-rappresentazione. Saltare i canali di comunicazione del passato. La Prima Repubblica aveva la Rai, la Seconda la tv commerciale, la Terza Twitter.»

Damilano riprende e ripercorre la storia delle ‘origini politiche’ di Matteo Renzi, dei suoi amici, collaboratori, dei presunti finanziatori e presumibili recruiter. Passaggi importanti, determinanti per analizzare ciò che è stato e soprattutto ciò che sarà, tappe fondamentali della sua ascesa politica che sembrano non interessare alcuno dei suoi fan o followerimmancabilmente pronti a ritwittare ogni cinguettio del selfie-made-man nazionale, come lo ha definito il giornalista Marco Travaglio scrivendo la prefazione a L’Intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014).

«Il renzismo è figlio del berlusconismo? Per provare a rispondere bisogna recuperare un documento destinato a restare segreto e rivelato dall’Espresso nell’estate 2012. Il progetto denominato “Rosa tricolore” era stato preparato da esponenti del cerchio magico che circonda Berlusconi vicini al toscano Denis Verdini, il potente padrone dell’apparato forzista. Si prevedeva in breve tempo l’azzeramento di tutto il gruppo dirigente del Pdl (Verdini escluso) e l’ingresso sulla scena di un nome nuovo. Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi, si leggeva nel titolo.»

D’altronde che Renzi sia ben visto e ben voluto dalla cerchia filo-berlusconiana ben lo si evince dalle dichiarazioni di Giuliano Ferrara: «E volete che un vecchio berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della Provvidenza?». Un ‘amore’ così forte da sopravvivere anche al ‘tradimento del Patto’ perché, scrive Damilano, «Renzi per Ferrara è qualcosa di più del semplice prediletto del berlusconismo: è il discendente di una cultura che vede l’essenza della politica nella Realpolitik, nell’analisi feroce e spietata dei rapporti di forza, nel cinismo dei patti traditi e dei capovolgimenti di pensiero».

Non dovrebbero stupire e trovare largo consenso a questo punto le accuse di chi punta il dita sul ‘vuoto’ creatosi negli ideali tanto professati dalla Sinistra italiana, la mancanza pressoché assoluta di politiche che rimandano al welfare, al sociale, al collettivo, le accuse di chi vede completamente svuotati di valori e di ideali questi partiti diventati a tutti gli effetti degli uffici di collocamento del business della politica e invece sono veramente pochi gli italiani che ammettono il fallimento e ancor di meno sono gli operatori del settore dell’informazione che scrivono o dicono esattamente come stanno le cose e perché, quelli che il Presidente del Consiglio in carica chiama i “gufi”. Meglio non dire, meglio non riflettere, senza analisi e senza critiche profonde si va avanti a colpi di tweet e selfie che sono o sembrano dei veri e proprio lanci pubblicitari. «Un selfie moltiplicato per milioni di italiani. Auto-scatto, auto-promozione sui social network, auto-identità, auto-referenzialità. Auto-rappresentazione, appunto».

Ne La Repubblica del selfie Marco Damilano scava a fondo nella storia politica contemporanea illuminando quei personaggi o quegli eventi apparentemente distanti, lontani, volutamente o casualmente passati nel dimenticatoio collettivo e li riporta in prima fila, allineando pensieri e riflessioni e regalando al lettore uno spaccato della nostra Repubblica che invita molto alla riflessione e perché no all’autocritica, come italiani ma soprattutto come elettori e, nella «Repubblica di Renzi», anche come follower. L’autore non manca di ricordare che alle scorse elezioni europee il partito democratico ha superato il 40% e ottenuto un consenso che neanche Berlusconi aveva raggiunto, eguagliando la popolarità dei tempi d’oro della Democrazia cristiana.

Per tutte le 270 pagine che compongono il libro Damilano racconta, da giornalista e narratore, una considerevole mole di fatti, accadimenti, riportando dati, informazioni, nomi e luoghi ma lo fa con un linguaggio molto discorsivo, non pesante che, unitamente alla curiosità che nasce nel voler saperne ancora, conduce il lettore voracemente fino alla conclusione che in realtà rappresenta solamente l’inizio di un qualcosa che, nonostante tutto, non si è riusciti a definire fino in fondo.

«“Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retro pensieri: basta una sera alla tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia” scrive mentre sta guardando Piazza Pulita. “Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia e la politica” aggiunge. Cambiare il modo di raccontare l’Italia per cambiare l’Italia. Proposito vagamente inquietante, se a esprimerlo è il presidente del Consiglio.»

Mahatma Gandhi sosteneva che «l’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici».

Marco Damilano, “la repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi”

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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