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Irma Loredana Galgano

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“I Buoni” di Luca Rastello (Chiarelettere, 2014)

23 mercoledì Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Chiarelettere, Ibuoni, LucaRastello, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, recensione, romanzo

Luca Rastello, I buoni

A marzo di quest’anno Chiarelettere ha pubblicato la prima edizione de I buoni di Luca Rastello. Un romanzo che si impone nella mente del lettore fin dalle primissime battute: penetranti, intense, a volte ambigue e apparentemente incomprensibili. Va letto tutto, fino in fondo, va assimilato per poter essere davvero capito. Il registro utilizzato dall’autore è quello del linguaggio parlato e trattandosi di un misto di lingue, almeno all’inizio, c’è il rischio di perdersi nei meandri del percorso costruito ad arte da Rastello; percorso che condurrà il lettore fino alla riga più nascosta, lasciandolo poi libero di comprenderne il significato reso ormai evidente.

Nella prima parte l’autore ci porta a conoscere i posti più ignoti di una città che a noi sembra tanto lontana come le persone che la abitano. Un luogo accessibile solo agli autoctoni e agli operatori umanitari i quali, sotto l’egida del Cristianesimo, si spingono sempre più oltre nel loro cammino che dovrebbe condurli alla salvezza, non solo propria ma di tutte le anime incontrate, aiutate, soccorse, salvate. Già. Dovrebbe. Invece quello stesso mondo sotterraneo di malattie, di violenza, di soprusi, di aggressioni verbali e fisiche, di imbrogli, di ricatti… lo ritroviamo pari pari all’interno del palazzo di cristallo, la sede della ong internazionale di cui fanno parte i protagonisti, un colosso del volontariato umanitario, l’ennesimo fallimento della società occidentale moderna.

«Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia». Si sa, lo sanno tutti ormai, che non è possibile credere veramente di salvare il mondo e i suoi abitanti con le donazioni, eppure è l’unica cosa che riscuote ancora successo. Ci sono quelli che pensano di lavarsi la coscienza donando uno, due, cinque, otto, dieci euro o anche di più, magari riuscendo a detrarre dalle tasse qualcosa, e quelli che spalancano le braccia a questi donatori famelici di riscatto, che si proclamano i salvatori delle anime perse. I moderni pastori che accolgono nel loro gregge i più bisognosi, a patto che i donatori non cessino mai di donare altrimenti non se ne fa più nulla.

«Lascialo stare, don Silvano. Lui si nutre del disperato bisogno di conciliazione che nasce dalle nostre vite in cattività. Lui è la forma del mondo com’è». Ed ecco che questo esercito di anime da salvare, da redimere, diventa una grossa opportunità di business, una macchina che macina soldi e potere. Andrea Vitaliano, operatore umanitario, e Mauro Bulgarelli, fotografo, iniziano la loro avventura incontrandosi nel Centro che accoglie i bambini di Singurei, vittime di un’epidemia assurda di AIDS che li ha colpiti tutti, proprio loro, figli di genitori sani. Il perché lo si comprende in seguito. Incontrano Aza nella città degli invisibili, piena di mondi sotterranei, dove lei è cresciuta e da dove ne è uscita, nonostante vi resti legata, come un bimbo alla madre attraverso il cordone ombelicale. Aza, Adrian, sua moglie e tutti gli altri… vite spezzate, stordite, bisognose di aiuto. Eppure, quando la ragazza arriva in Italia, sembra essere la più equilibrata all’interno del gruppo degli operatori della sede centrale dell’organizzazione di don Silvano.

Luca Rastello

Azalea, Aza oppure ancora Lea, a seconda di chi la chiama, in un batter d’occhio da profuga diventa un’opportunità per chi, anche inconsciamente, continua a pensare di essere parte del mondo dei giusti, dei forti, dei popoli evoluti… dei buoni. Nel libro di Rastello l’onere del riscatto se lo accolla per intero Adrian, ma nella vita reale sembra ancora che queste persone siano degli ingrati, dei ladri, degli assassini, dei drogati… i cattivi.

L’autore si sofferma anche nel racconto di tragici fatti di cronaca italiana che aiutano il lettore a mettere nella giusta prospettiva il mondo occidentale e i suoi abitanti. Anche Torino mostra i suoi cunicoli sotterranei, nascosti, con i suoi abitanti che brulicano e vivono all’ombra di un mondo che non sa fare di meglio che dimenticare, o fingere di ricordarli. «Le lacrime della città operaia per i suoi figli. Figli invisibili ormai. Forzati, oggi come trenta, quarant’anni fa a cercare, per quanto è possibile, spazi di umanità dentro i ritmi spietati della fabbrica».

I buoni di Luca Rastello è un profondo viaggio nei luoghi dell’Italia e della Romania di cui non si parla mai. È il cammino attraverso il sentiero dell’ipocrisia del mondo. È il racconto di vite spezzate in nome di un Dio che nulla ha a che vedere con la religione e la spiritualità ma che si chiama potere.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-buoni-di-luca-rastello

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Sangue Blu” di Pieter Aspe (Fazi, 2014)

23 mercoledì Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Fazi, PieterAspe, recensione, romanzo, SangueBlu, thriller

SANGUE BLU – PIETER ASPE

Sangue bluContinuano le indagini del commissario Van In e continua la serie a lui dedicata da Pieter Aspe.
In Sangue Blu (Fazi, Giugno 2014), si ritrovano tutti immischiati nei torbidi intrighi di una famiglia un po’ sui generis. Una madre molto felina anche nel nome, Leona, quattro figli, con evidenti segni di disturbo fisico e mentale, e tre uomini che si contendono e si passano l’un l’altro il ruolo di padre. Il fatto che uno dei tre sia l’attuale sire non può che complicare il tutto.
Pieter Van In non si fa intimorire dalle macchinazioni o dai misteri: è il suo lavoro trovare il bandolo anche quando la matassa sembra ingarbugliata all’inverosimile… sarà sua moglie Hannelore a fargli quasi perdere il senno questa volta, costringendolo a collaborare prima e indagare poi col suo primo grande amore, l’uomo a cui ha donato la propria verginità, colui che renderà il commissario talmente geloso da rischiare di fargli perdere la partita.
Il libro è uscito in Italia nella versione tradotta da Alessandra Liberati e racconta di una Bruges silente e rumorosa al contempo, che vive come sospesa tra passato, presente e futuro. Solidamente ancorata alle tradizioni e ai segreti di un tempo andato non può non fare i conti con il correre delle lancette e i cambiamenti irreversibili che si ripercuotono nella mente e nella vita di chi, chiuso tra le mura di antiche certezze, pensa che tutto debba restare immutato e celato.
Un religioso penitente che si auto infligge delle torture per scontare i mali del mondo, si scoprirà poi che non ha mai fatto i conti con i propri. Un re e una nazione intera disposti a tutto pur di proteggere la sua incolumità e i suoi… segreti. Un ragazzo, Valentijn, che non conosce il significato della parola amore.

I libri di Pieter Aspe non deludono mai e Sangue Blu non fa eccezione. In essi trovi il mistero, la suspense, i delitti e le indagini che si cercano nei gialli ma c’è anche dell’altro, come il racconto dettagliato di una società sbagliata, la descrizione minuziosa di ciò che dietro di essa si nasconde e che in segreto la governa. In sostanza trovi ciò che un critico lettore cerca in un libro e ciò che un bravo scrittore sa di doverci mettere.

http://www.thrillercafe.it/sangue-blu-pieter-aspe/

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Intervista a Giuseppe Catozzella per “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014)

30 lunedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Feltrinelli, flussimigratori, GiuseppeCatozzella, immigrazione, migranti, Nondirmichehaipaura, romanzo

Premio Strega 2014 – Intervista a Giuseppe Catozzella

Premio Strega 2014

Leggendo Non dirmi che hai paura (edito da Feltrinelli) erano tante le domande che mi balenavano in mente, ma appena ho terminato il libro, ho deciso che la prima cosa che le avrei chiesto era di parlarmi dei sentimenti e delle emozioni provate nel periodo di ricerca sul campo, di indagine e soprattutto di ascolto che sono state presumibilmente le fasi preliminari, propedeutiche e fondamentali della stesura del testo. Con le lacrime agli occhi e un nodo in gola le chiedo quindi di raccontarmi le sensazioni, le emozioni di quei giorni…

È stato un percorso molto profondo, molto coinvolgente che mi ha cambiato intimamente. Sia come autore sia proprio come essere umano, come uomo. È stato un processo lungo in quanto era necessario entrare in contatto con i familiari di Samia, con qualcuno che mi potesse affidare la storia, potente e al contempo delicata, di questa ragazza. Ci sono voluti tanti mesi, circa sette, per entrare in contatto con quella che poi è diventata la fonte principale, sua sorella Hodan, e l’aiuto di una mediatrice culturale, bravissima, che si chiama Zahra Omar, senza la quale non avrei potuto fare niente perché non parlo il somalo. L’incontro principale è stato proprio quello con Hodan ed è stato davvero molto intenso. All’inizio lei non aveva accettato di incontrarmi anche se io volevo raggiungerla a Helsinki, dove lei vive. Poi mi ha concesso una settimana di tempo, ma una volta arrivati ho capito che in realtà non aveva ancora deciso di affidarmi la storia perché quando abbiamo cominciato a parlare lei non riusciva a farlo… piangeva e la voce era continuamente rotta dai singhiozzi. In quel momento ho pensato di aver sbagliato tutto e che non fosse possibile raccontare la storia di Samia. Ho temuto che nessuno sarebbe mai riuscito a farlo. Perché loro, la famiglia, pur volendo gridarla al mondo non avevano i mezzi per poterlo fare e affidarla a qualcuno sembrava impossibile perché generava troppo dolore in chi le era stato vicino. Ho detto a Hodan che ce ne saremmo andati ma prima di farlo ho deciso di confidarle quale era il motivo per cui volevo raccontare la storia di sua sorella. Le ho detto di averlo deciso nel momento stesso in cui ne sono venuto a conoscenza, mentre mi trovavo in Africa, lungo il confine somalo, e subito mi sono sentito responsabile, da italiano, per la morte di questa giovane ragazza. Questa cosa ha fatto cambiare del tutto prospettiva a Hodan. Da quel momento in poi è cominciato tutto il percorso di affidamento di questa storia.

Samia Yusuf Omar. Se fosse stata di nazionalità italiana probabilmente qualcuno già si sarebbe adoperato per far intestare a suo nome una via, una piazza, una rotonda… cosicché il suo ricordo sarebbe rimasto per sempre anche se poi tutto ciò che ne sarebbe rimasto, abbiamo avuto modo di constatarlo innumerevoli volte, è un’iniziale puntata seguita da un cognome. Samia invece meritava e merita ben altro e come lei tutti i bambini a cui vengono strappati i sogni in nome di leggi, regole e regolamenti che nulla hanno a che vedere con il bene dei popoli. «L’importanza della libertà è il potere dei sogni». Tanto più vero e bello quando questi sogni non includono il successo o il denaro. Che idea si è fatto dei danni prodotti dalle guerre ai sogni?

Le guerre causano infiniti danni, infiniti problemi. Sono le principali responsabili della perdita del sogno. Tutti noi in verità viviamo “una guerra personale” da quando siamo nati. La questione del sogno personale sta propri lì: nel riuscire a vincere o meno la propria guerra personale. Le guerre che vorrebbero che la paura avesse il sopravvento, che ci spingono a seguire delle strade conosciute, che ci vorrebbero costringere a non seguire la nostra via, il nostro sogno, la nostra indole personale. È chiaro che per chi nasce in un Paese in guerra, con la guerra vera, è tutto molto più complicato. Dopo l’uscita e la diffusione del libro stanno succedendo dei piccoli miracoli: il Comune di Milano ha deciso di intitolare una pista di atletica a Samia Yusuf Omar e abbiamo fatto una cerimonia di inaugurazione con 650 ragazzi che gareggiavano in varie discipline in ricordo di Samia. Un comune in Provincia di Messina ha deciso di intitolare un intero centro sportivo a Samia Yusuf Omar… qualcosa si sta muovendo anche a quel livello lì. Ma la cosa più bella di tutte… qualche giorno fa mi ha contattato l’ONU di stanza in Somalia perché hanno letto il libro, conosciuto la storia di Samia, e hanno deciso che tutti gli anni il 19 di agosto, che è una ricorrenza per i rifugiati, a partire da quest’anno, indiranno una gara di 5 km all’interno del recinto dell’aeroporto dell’ONU a Mogadiscio, non possono fuori perché c’è la guerra, perché c’è Al-Shabaab, tutto in onore di Samia Yusuf Omar. In qualche modo il libro è riuscito a riportare Samia da vincitrice a casa sua. Quest’anno ci saremo io, che volerò con l’aereo dell’ONU, che sarò ospite dell’ONU, e Hodan, la sorella di Samia, con i figli. Partiremo insieme e tra l’altro sarà la prima volta che Hodan potrà riabbracciare la madre e ritornare in Somalia dopo il viaggio. È una cosa incredibile… eccezionale.

È presunzione e opinione diffusa nella cultura occidentale la superiorità e la supremazia delle nostre conoscenze. Leggendo il suo libro però si ha ancora una volta conferma del fatto che molti di noi occidentali dovrebbero recarsi in Africa come anche in altri posti dove sono sopravvissuti i popoli autoctoni non per insegnare qualcosa bensì per imparare, per apprendere il potere reale dei doni che la vita ci offre e che non hanno nulla a che vedere con il potere o con il denaro. Samia insieme ai suoi genitori ci regala una grande lezione di vita e di coraggio…

È verissimo. A me piace molto viaggiare e dai viaggi cerco una sola cosa: un arricchimento personale, cercare di scoprire delle cose di me che non conoscevo attraverso la conoscenza di altre popolazioni. E l’Africa non è terra da conquista, non è terra per prenderci il petrolio, per prenderci i diamanti o il coltan, l’Africa per me è essenzialmente una terra in cui imparo chi sono. Sarebbe meraviglioso se questa fosse l’impostazione generale, purtroppo il mondo ha scordato molto tempo fa l’idea assestandosi su standard molto più materialistici che portano l’uomo a compiere azioni malvagissime, con il rischio di una fine tragica dell’umanità.

Giuseppe Catozzella

«La gara era un evento, a me sembrava che fosse un giorno addirittura più importante del primo luglio, la data della liberazione dai coloni italiani, la nostra festa nazionale». Noi italiani siamo sbarcati da conquistatori in Somalia. È storia. E quant’anche lo si voglia circoscrivere come un fatto accaduto in passato è successo, eppure i Somali, tranne forse rare eccezioni, non provano rancore e come i loro fratelli africani vedono il nostro Paese e l’Europa intera con un luogo dove poter coltivare i loro sogni, che nella gran parte dei casi coincidono con il donare ai propri figli un futuro dignitoso, un’istruzione adeguata e la possibilità di vivere senza respirare l’aria delle granate. Se avessero la possibilità di fare tutto ciò nel loro Paese non si sognerebbero minimamente di partire e lasciarlo. Come trova l’atteggiamento dei governi e della popolazione in merito agli sbarchi dei clandestini di cui invece tanto si parla?

Li trovo assolutamente inadeguati e poco lungimiranti, poco comprensivi rispetto a quello che accade e che è accaduto in passato nel mondo. Noi esseri umani siamo sempre migrati, ci siamo sempre spostati. È la natura stessa che ci ha sempre spinto verso una condizione migliore, altrimenti non ci saremmo mai evoluti. È un fenomeno quello degli spostamenti che non si può fermare. Alzare barriere, alzare muri non serve a niente. Un uomo troverà sempre il modo per forare un muro o per scavalcarlo. Quello che bisognerebbe fare, a mio avviso, è intraprendere delle serie e responsabili decisioni politiche di “accoglimento” di questi ragazzi e queste ragazze che sono costretti a scappare dai loro Paesi… proprio mentre parliamo, proprio in questo momento, alla stazione Termini, sono passati davanti ai miei occhi due ragazzi presumibilmente del centro-africa. È assurdo tanto più perché questa cosa è unidirezionale. Chi viene dalla parte ricca del mondo ha piena facoltà di spostarsi mentre a chi appartiene alla povera gli viene impedito di farlo. Lo trovo di un’ingiustizia talmente evidente…

«A nessuno al mondo, per la breve durata di una vita, doveva essere consentito passare per quell’inferno». Eppure Samia cede e alla fine lascia che si formi una crepa nella corazza della determinazione che l’aveva portata fino a Pechino. Pensava di riuscire a resistere a tutto ma non è riuscita a superare il tradimento di Alì.

Sì, è stato proprio questo che l’ha fatta vacillare. Un colpo inferto in maniera troppo intima. Un colpo troppo profondo che ha bucato ogni tipo di resistenza, ha aperto una voragine… in quel momento della sua vita Samia ha capito, ha ammesso per la prima volta che il suo Paese le aveva tolto più di quanto le avesse dato. Ha deciso di chiudere i conti col suo Paese.

Il suo libro ha un compito importantissimo che non è solo quello di far conoscere la storia di Samia e della sua famiglia ma anche quello di portare avanti il sogno di suo padre di vederla guidare «la liberazione delle donne somale dalla schiavitù in cui gli uomini le hanno poste».

Samia sarebbe stata completamente differente se suo padre fosse stato diverso. Samia e Hodan devono tantissimo al fatto che Yusuf fosse un “rivoluzionario”, non nel senso che è andato a ingrossare le fila dei miliziani, ma rivoluzionario nel senso che ha deciso di insegnare ai figli l’importanza della libertà intellettuale. È stato fondamentale suo padre nel suo sviluppo. Anche la madre ma lei, come spesso accade nelle culture e nelle tradizioni di stampo più arcaico, ha giocato un ruolo più passivo ma egualmente determinante. Mentre gli uomini prendono le decisioni in maniera attiva, o almeno così pare, poi in realtà alle spalle di tutto ci sono sempre le donne. Anche la madre di Samia ha giocato il suo ruolo determinante con il suo silenzio, con il suo appoggio, e dopo la morte del padre il suo ruolo diviene fondamentale. È la guida della famiglia, il suo punto fermo.

Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega 2014?

Sono tranquillo. Nel senso che sono davvero felicissimo di avere vinto il Premio Strega Giovani, il premio più importante d’Italia ma conferito da una Giuria Popolare e forse dalla più bella delle giurie perché composta dai giovani, 40 scuole in tutta Italia, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Hanno scelto Non dirmi che hai paura a grandissima maggioranza. Sono felicissimo di questo. È chiaro che sarei felice di vincerlo, vorrebbe dire una cosa importante… un libro di letteratura civile che vince il Premio più importante in Italia… vorrebbe dire tanto, sarebbe bellissimo… però, insomma cerco di viverla in maniera tranquilla.

http://www.sulromanzo.it/blog/premio-strega-2014-intervista-a-giuseppe-catozzella

 

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Intervista a Pino Tripodi per “La zecca e la malacarne” (Milieu, 2014)

17 martedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Lazeccaelamalacarne, mafia, Milieu, PinoTripodi, romanzo

Pino Tripodi, La zecca e la malacarne

La zecca e la malacarne di Pino Tripodi, edito da Milieu con prefazione di Alessandro dal Lago, è un libro che non pretende di insegnare o spiegare qualcosa ma si limita a mostrare, senza veli, ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Leggendolo si può assaporare il piacere che solo i grandi classici della letteratura possono dare. La mente rimanda alle storie del verismo italiano narrate da Verga, Pirandello, Sciascia… anche i luoghi, simbolicamente, sono quelli. Il Sud, questo Sud che nel testo di Tripodi subisce una volontaria delocalizzazione territoriale per poterlo portare ovunque. Dal Lago ci ricorda che «si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini greci, costretti dall’Europa (burocratica, legalitaria, spietata con i deboli) a pagare debiti che non hanno contratto e a essere governati dai politici che li hanno trascinati nel baratro per interesse e stupidità».

«Ma noi in Italia, si sa, abbiamo il nostro Sud, che non assomiglia a nessun altro, in Europa. […] Il crimine organizzato è un alibi che giustifica e assolve tutte le malattie degenerative degli uomini e della società del Sud». Il nocciolo del problema, che viene sviscerato nel testo di Tripodi fino all’ansa più remota, non è solo la criminalità organizzata, la zecca, ma «le società zeccadipendenti» le quali «degenerano trasformandosi in malacarne».

La zecca e la malacarne è la storia di un sogno che alcuni definirebbero volentieri un’utopia, maturato tra i banchi di scuola da parte di un gruppo di giovani che non vogliono soccombere alla società che è vittima e complice della malavita, che la rappresenta e incarna nel momento stesso in cui smette di combatterla, di arginarla, di ostacolarla… di tentare almeno di farlo. Il loro sogno Ciccio, Nenè, Maria, Lucia… lo chiamano il nuovo sbarco perché vogliono diventare i nuovi Mille e la loro impresa vuole sancire la rinascita del loro Sud.

«Dobbiamo prendere la farina che abbiamo utilizzato per impastare il resto del mondo e portarla al Sud, e là fare il pane che sappiamo fare con tutti quelli che là vorranno impastare con noi. […] Tornare può intendersi riprendere casa a Napoli, Lecce, Reggio Calabria o Agrigento. Ma tornare significa anzitutto ricongiungersi con la Terra, prendere l’ombelico che è stato sbranato dalla Storia e riattaccarlo con cura; così, anche vivendo altrove, ciascuno potrà sentirsi di nuovo figlio, madre, fratello, amica del Sud. Torniamo perché non ce ne siamo mai veramente andati».

Una guerra, quella che vogliono combattere i nuovi Mille, dove saranno banditi fucili e pistole, carri armati e bombe a mano, dove l’unica arma che si potrà utilizzare sarà la penna.

«Se vogliamo cambiare qualcosa del mondo dobbiamo trovare le parole adatte».

E le parole più idonee a comprendere La zecca e la malacarne sono quelle dell’autore trascritte in questa intervista.

«Mentre per gli animali è abbastanza semplice guarire dalle malattie provocate dalla zecca, per le società e gli umani è impossibile». Le ferite restano così come le cicatrici, ma La zecca e la malacarne ci insegna che un cambiamento radicale ed efficace è pur sempre possibile. Se guarire dalle ferite della zecca è impossibile, sanarsi e risollevarsi da quelle della malacarne è veramente utopistico anche solo pensarlo allora?

La malacarne alligna in ogni società ed è presente, compressa o dispiegata, in ogni individuo della specie. Estinguerla è impossibile com’è impossibile cancellare il male. Ciò che si può, ciò che si deve fare, è limitarla, ridurne gli effetti, evitare che rimanga il carattere specifico, distintivo e trionfante delle società della contemporaneità. La corruzione, la furbizia, la stupidaggine – come la zecca – anziché  convivere, come normalmente accade, con l’intelligenza la stanno soppiantando perché le forme d’intelligenza che la storia finora s’è data – la politica, l’impresa, la cultura – non fungono più da vaccino, ma sono divenute le forme d’espressione più diretta della malacarne.

Ma una linea di fuga c’è, sempre, anche nelle più terribili condizioni. Spero che nel libro ciò sia evidente. Per combattere la malacarne si inizia con tre rimedi: cambiare le parole del mondo, mettere la politica a maggese e, nella fase finale, trattare le società delicatamente per almeno dieci anni con aria pura e acqua pulita.

Il Sud raccontato in La zecca e la malacarne è uno qualsiasi che può trovarsi ovunque. Dal Lago esordisce nella prefazione dicendo che «Si può sempre diventare un Sud». Bukowski però diceva «A Sud di nessun Nord». Se è vero che la zecca è «a tutti utile perché tutti i colpevoli e gli ignavi possono nascondere ogni loro ignavia e colpa urlando “è colpa della zecca”» può esserlo che il Sud, ogni Sud, serve al Nord, qualunque Nord, perché così tutti possono urlare “è colpa del Sud”?

Il Sud e il Nord, al di là del loro importantissimo aspetto geografico, sono divenuti delle retoriche buone per qualsiasi incantatore di scimmie presente nel discorso mediatico e nell’agone politico. L’eterna, trita questione meridionale funziona come ogni stigma iniettato nel sangue. Visto da chi si pensa Sud, c’è sempre una colpa del Nord. Viceversa, chi si pensa Nord, si abitua a vedere il Sud come maleficio maledetto. Ma lo stigma, nella realtà retorica è in grado di produrre i suoi effetti solo se i suoi caratteri di inferiorizzazione vengono accolti e controvertiti in aspetti suprematici. Individuare le colpe è cosa facile, utilissima a consolare ritti e derelitti e a nettare le coscienze anche più luride, funzionale alla moltiplicazione d’altre colpe, importantissima per continuare a non capire. Senza assegnare colpe a destra e a manca, gran parte degli individui dell’umana specie perderebbe la bussola che l’orienta istante dopo istante nelle cose del mondo. Senza assegnare colpe, ciascuno, guardandosi allo specchio, osserverebbe qualcuno terribilmente più vicino contro cui scagliare l’indice. Finché tutti urlano è colpa di qualcuno, i colpevoli si grattano la pancia e le colpe generano a grappoli altre colpe peggiori.

Pino Tripodi

La zecca, nelle vesti di Ciccio Esposto, costretta ad agire per liberare il Sud dai “mali” della malacarne. Il quadro che emerge dal racconto del libro è in realtà molto più realistico di quanto non sembri leggendolo. Lo scopo del testo è più educativo o esortativo?

Nel libro ogni personaggio si è dato un carattere assoluto. Appare come il portato preciso, quasi macchinico, di una storia e di una cultura, una vacca chiusa in un recinto, un cane trainato dal carro, eppure parola via parola, quasi impercettibilmente, sempre totalmente immerso nell’oceano del destino, si gioca l’esistenza pur di scappare, pur di approdare a vite più degne di essere vissute. Ciccio Esposto – figlio di capo, capo dei capi, buio che proietta la luce, immagine della parola prima di diventare menzogna – ha reso più evidente questa assolutezza. Non saprei indicare lo scopo del testo, ma la sua domanda me ne fa venire in mente uno. Trovare i Ciccio Esposto, i Nené, le Marie, le Lucie che ci sono nel Sud. Così, il libro troverebbe il carattere realistico dei sui principali personaggi. Non il realismo che descrive la storia così come è o come è stata. (Nessuno ha vissuto davvero la storia raccontata nel libro. Non sono stati utilizzati documenti d’archivio, veline, biografie. Tutto è inventato.) Ma quel realismo che la realtà la può fondare cercando i personaggi per la storia a venire. Se il libro saprà fare questo, avrà trovato il suo scopo, altrimenti rimarrà inutile, teleologicamente vuoto.

C’è un passaggio molto triste nel libro. Perché? Lei sente di non aver fatto abbastanza per il suo Sud o simbolicamente ha voluto immedesimarsi nei suoi conterranei pigri, apatici, sonnecchianti, accomodanti e accondiscendenti?

Immagino si riferisca al momento in cui Nenè Palermo annuncia a Ciccio Esposto che Pino Tripodi è morto e alla domanda Come? risponde Indegnamente, come ha vissuto. In quelle parole Nenè concentra, mi pare, tante cose. Intanto che l’autore è morto: nel libro non c’è un autore onnisciente o onnipresente. Ne La zecca e la malacarne ci sono tanti soggetti narranti: ognuno prende la parola quando ne trova l’urgenza, senza chiedere il permesso a nessuno, senza attendere che siano innalzate barricate di virgolette e caporali. L’autore è uno dei tanti soggetti narranti, uno dei personaggi della narrazione, il più insignificante, che si ritira silente e discreto appena un personaggio più importante entra in scena. Per prendere vita, gli altri personaggi hanno bisogno che l’autore muoia. Pino Tripodi, l’autore, è morto annuncia che la vera scrittura inizia quando sfugge alle verità dello scrittore. Vi è poi la morte biografica di Pino Tripodi che non è un dato triste, ma, se si esclude il dato biologico, una constatazione. Nené si riferisce a Pino Tripodi come prototipo di quella generazione che ha immaginato se stessa come pura macchina di trasformazione della società. Per quanto abbia fatto, per quanto abbia pensato e lottato, il risultato è stato molto al di sotto delle proprie attese. Si muore indegnamente perché non si è mai capaci di superare lo scarto tra l’io sé e l’io mondo. La scrittura è l’estremo tentativo di dare, da morto, la parola a ciò che potrebbe vivere. Al di sotto di questo compito siamo solo capaci di sopravvivere come fanno pigri, apatici, accomodanti, accondiscendenti. E scrittori.

Secondo lei sarà mai possibile realizzare in Italia un progetto simile a quello realizzato dai ragazzi della diaspora?

La zecca e la malacarne è il primo atto della diaspora di ritorno. Altri ne seguiranno. Rimanere una noce in un sacco è possibile, ma non augurabile. Né alla noce e nemmeno al sacco.

Il suo stile narrativo ricorda molto i maestri del verismo italiano. Un racconto semplice, eppure immensamente profondo proprio perché vero o verosimile. È una scelta motivata, l’aver preferito questo tipo di registro comunicativo?

Contento davvero che risulti semplice. Generalmente, la scrittura che sorge dal mio stile appare ostica, difficile, non indulgente verso il lettore. Per uno scrittore, la narrazione è come il mangime per un allevatore di maiali. Lo si dà  per portarseli dietro con il proposito di ucciderli. Si uccidono con il racconto, ma si possono salvare con gli infiniti frammenti che possono vivere autonomamente dal racconto. Ogni singolo pensiero, magari invisibile a prima lettura, rimane incastonato nel racconto e lo prescinde. La scelta del registro narrativo deriva dall’esigenza di montare racconto e pensieri in una forma che  si potrebbe definire del presente prossimo. Non esiste nella grammatica della lingua un tempo così chiamato, ma nella letteratura il presente prossimo ha la funzione di evitare le trappole della consolazione, del romanzo storico e della descrizione del tempo – passato e presente – come momento già speso nel rotocalco della cronaca e della memoria. Il presente prossimo non reinventa mitologicamente un passato né cristallizza un presente. Scruta il presente che arriva, gli fornisce una possibilità. Il libro inizia con la fine, il presente, si catapulta nel passato del secondo Novecento, e termina di nuovo in un presente che non è mai la realtà che appare, ma quella realtà che i personaggi sono in procinto di creare.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-pino-tripodi-su-la-zecca-e-la-malacarne

 

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