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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiorgioGlaviano, recensione, Rizzoli, romanzo, Sbirritudine, thriller

7Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

“Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia.»

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra.»

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/07/08/sbirritudine-un-poliziotto-dentro-la-mafia-piu-feroce-una-storia-vera-giorgio-glaviano-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Bebicke (Delos Digital, 2015)

23 martedì Giu 2015

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DelosDigital, Luomodagliocchiglauchi, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

La Delos, nella collana Odissea curata da Franco Forte, pubblica quest’anno la versione digitale de “L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke, già vincitore del secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari.

“L’uomo dagli occhi glauchi” è un romanzo storico la cui trama si sviluppa tra l’Inghilterra, Venezia e Roma e vede come protagonisti gli uomini e le donne del XVI secolo con le loro personali vicende, emozioni, vicissitudini pubbliche ma soprattutto private.

La Debicke conduce il lettore nell’Inghilterra di Enrico VIII,nella Venezia di metà Cinquecento, nella Roma dei Farnese e in un tempo tutto dominato dalle ombre e dalle speranze che gravitano intorno al Concilio di Trento. Lo porta a conoscere la campagna inglese di allora con le sue fattorie, i cottage, il gelo, il forte vento e la fitta vegetazione. Luoghi apparentemente senza tempo che sembrano rimasti immutati da allora.

Quasi con prepotenza dopo il prologo la scena si sposta tra le calli della Serenissima, tra i ponti e i palazzi che ospiteranno i protagonisti nel periodo più singolare dell’anno: il Carnevale.

I cardinali Alessandro Farnese e Reginald Pole, Lord Templeton e la cortigiana Angela Gradi, pur di appartenenze lontane si ritroveranno uniti dal fitto intreccio e dall’intricato rebus la cui soluzione l’autrice è stata ben attenta a celare, lasciando scivolare tra le righe del libro solo piccoli indizi e labili tracce che aiuteranno il lettore a scoprire le carte del misterioso ‘uomo dagli occhi glauchi’ solo fin quasi alla conclusione.

In questo come del resto in altri suoi scritti, l’autrice racconta di personalità realmente esistite e di personaggi di fantasia, di luoghi e ambientazioni reali  e situazioni che vorremmo non esistessero più.

Toccanti le pagine in cui fa riferimento ai ‘bambini del Chiurlo’, orfani comprati a pochi denari e costretti e delinquere per sostentare il protettore. Come Puccio che ne ha viste e vissute troppe per la sua giovane età e stenta finanche a crederlo quello che poi sarà.

«-Li hanno buttati via- dicevano gli altri ragazzi più grandi e induriti. Lui finora era stato fortunato, ma qualche volta la sera, quando era così stanco da non sentire le gambe e non riusciva ad addormentarsi dalla fame, sognava la zia Ebe. La invocava col pensiero e sperava di morire anche lui, come era morta lei.»

La società contemporanea è caratterizzata da una copiosa produzione e circolazione di immagini, oltre che di notizie e informazioni. Basti pensare alla moda largamente diffusa di postare i selfie sui social o agli archivi anche digitali stracolmi di foto che ritraggono volti e paesaggi. In qualunque momento possiamo guardarle e riguardarle e renderci conto dei cambiamenti. Non è sempre stato così. Prima le foto erano cosa rara e legata ad avvenimenti e ricorrenze e prima ancora, nel periodo di cui ci narra la Debicke, il ‘ritratto’ bisognava commissionarlo ai ‘mastri’ del pennello.

Ne “L’uomo dagli occhi glauchi” sarà il grande Tiziano Vecellio a ritrarre la ‘Danae’ di Alessandro Farnese e il misterioso lord inglese dagli ‘occhi glauchi’ che si rivedrà dopo trent’anni e rammenterà ogni istante di quei giorni con un velo di orgoglio misto a nostalgia.

«-Come avrei potuto dimenticarlo.- Studiò ancora il ritratto a carboncino e dichiarò: – Quanto tempo… Come eravate giovane, Milord.»

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

 

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La buona legge di Mariasole” di Luigi Romolo Carrino (Edizioni e/o, 2015)

01 lunedì Giu 2015

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EdizioniEO, LabuonaleggediMariasole, LuigiRomoloCarrino, recensione, romanzo, thriller

La buona legge di Mariasole - Luigi Romolo Carrino

Personaggio spin-off del romanzo Acqua Storta, Mariasole Simonetti domina indiscussa la scena per tutte le oltre duecento pagine del libro dedicato alla sua “buona legge” da Luigi Romolo Carrino, edito da E/O nel marzo di quest’anno.

La scrittura, l’incisività, la forza e la determinazione permangono le caratteristiche di questa affidabile penna campana talmente abile nel descrivere i fatti del suo territorio da porre il lettore quasi in un atteggiamento di sfida. Si cerca, fin dalle prime pagine, il passaggio, la frase, l’aneddoto o il riferimento che renda La buona legge di Mariasole l’ennesimo piatto racconto della criminalità organizzata e dei ‘camorristi’ dell’hinterland partenopeo. Non trovarli sarà l’unica delusione per chi si ritroverà a leggere con morboso pathos i pensieri e le parole della protagonista, a seguire le sue vicende e scoprire la sua legge.

«Mi facevi schifo. Eri tutto quello che non volevo da un marito. Il giorno che ti sposai odiavo tutti. Non potevo fare altro che sposarti e odiarti, perché queste sono le nostre leggi, le abbiamo giurate, tu per la tua famiglia e io per la mia, e valgono sempre e comunque, anche sottoterra. È per questo che Ferdinando ha messo la videocassetta del tuo battesimo di camorrista sotto la tua testa sparata.»

Destini che si incrociano, vite predestinate che sembrano vissute come in un sogno, o meglio un incubo dal quale non esiste risveglio se non la morte. Crescere nella consapevolezza di non poter avere un’alternativa, di non poter desiderare nulla di diverso da quello che è stato già deciso, apprendere tutti i riti e i miti in maniera tale da essere preparati a ogni evenienza, soprattutto gli imprevisti. E Mariasole si ritroverà a doverne gestire tanti, di imprevisti, lei che si era illusa di poter vivere una vita diversa, lontano, una vita fatta di amore, di quotidianità e invece scivola sempre più dentro ciò che voleva rinnegare e per assurdo lo fa per amore.

«Noi siamo un continuo presente, noi stiamo ma non procediamo e non trascorriamo. Chi si è mangiato la vita nostra? La vita si mangia la vita da dentro in questa città, siamo una contraddizione temporale. Una sospensione, una fotografia immobile.»

L’autore esordisce con la dedica a suo fratello Giuseppe e chiude con quella alla sua città, Napoli. Sentimenti e affetti diversi certo ma generati entrambi da un amore viscerale, profondo. Legami indissolubili, esattamente come quelli raccontati nel libro racchiuso tra le due dediche. La buona legge di Mariasole di Luigi Romolo Carrino il romanzo che racconta della forza più potente che c’è a questo mondo: l’amore di una madre per i propri figli.

http://www.thrillercafe.it/la-buona-legge-di-mariasole-luigi-romolo-carrino/

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“Professione Lolita” di Daniele Autieri (Chiarelettere, 2015)

05 martedì Mag 2015

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Chiarelettere, DanieleAutieri, Italia, italiani, mafia, ProfessioneLolita, recensione, romanzo

Daniele Autieri, Professione Lolita

Lo scorso gennaio è uscito per Chiarelettere Professione Lolita, del giornalista di «Repubblica» Daniele Autieri, le cui inchieste hanno condotto all’arresto di Furio Fusco, il cosiddetto “fotografo delle minorenni”, e permesso ai carabinieri di sventare un giro internazionale di produzione di materiale pedopornografico.

Professione Lolita non è il “racconto giornalistico” dello scandalo delle baby squillo dei Parioli che ha interessato la capitale e sconvolto la nazione, bensì un romanzo di fantasia nel quale i riferimenti a luoghi e persone sono casuali e complementari alla narrazione. Quello che sembra un desiderio di occultarsi del giornalista, a favore dell’autore, si rivela un espediente vincente perché riesce a penetrare nel lettore con maggiore irruenza che non la semplice lettura di un reportage giornalistico. Perché Lalla, Jenny, Chicca, Fairy, Trilly, Malphas e Je Na potrebbero essere chiunque. I figli di qualcun altro ma anche i nostri figli.

«Perché un sito di professioniste dovrebbe scegliere proprio noi?!»

«Perché siamo carne fresca»

In questo modo si chiude il proscenio curato dal vignettista Vincenzo Bizzarri e si apre il libro di Autieri. Carne fresca, adolescenti che pensano di aver capito come funziona il mondo ma soprattutto che vogliono conquistarlo questo mondo fatto di successo, di potere e di denaro che li circonda e li schiaccia da quando erano in fasce. Un universo nel quale sono cresciuti o dentro il quale vogliono entrare a ogni costo. Vengono da famiglie disagiate, hanno genitori separati, problemi di inserimento, oppure sono viziati fino all’inverosimile e comunque insoddisfatti e alla continua ricerca di uno sballo che faccia dimenticare le paure, le incertezze, le delusioni che vengono annegate in modo sistematico nell’alcol, fumo, droghe di vario genere e piccoli approcci alla delinquenza di strada.

Quando non è una questione di soldi ma di rivalsa, il solo scopo è quello di ferire i propri genitori assenti, silenziosi, distratti, per attirare la loro attenzione. Quando invece alla base di tutto c’è il denaro, quello che non si ha e che si vorrebbe possedere, allora si ricorre ai metodi più antichi ma anche più brutali: delinquenza e prostituzione. Ragazzini che si ritrovano al baretto o all’incrocio, in piccoli o grandi gruppi, sotto gli occhi di tutti, passanti e turisti, adulti e anziani che vedono solo la loro adolescenza, non i loro demoni, ben nascosti dietro la pelle liscia, i capelli lunghi, la visiera di un casco o le lenti scure di un occhiale alla moda. Eppure scalpitano, questi demoni, insistenti più che mai, rendendo i ragazzi e le ragazze sempre più vulnerabili, disponibili a farsi sopraffare o a infliggere violenza e auto-infliggersela, a diventare, alla fin fine, i peggiori nemici di se stessi.

Foto di Gustavo Gomes

Fairy ha trascorso gran parte degli ultimi mesi in bagno a vomitare anche l’anima, fino a quando non si è sentita finalmente pronta a guardare e apprezzare la sua immagine riflessa in quello specchio che comunque non riesce a frenare l’inquietudine dei suoi pensieri, il vortice dei suoi tormenti e finisce nelle mani di un fotografo di mezza età che, promettendo successo, regala vergogna.Jenny e Lalla vogliono a tutti i costi riuscire a comprarsi le borse migliori, le scarpe più belle, la bamba più forte, l’accesso ai locali più in. Un posto d’onore in quel mondo dorato di chi ce l’ha fatta ed è “arrivato”. Per farlo pensano di sfruttare il proprio giovane e bel corpo e solo quando è ormai troppo tardi realizzano di essere solamente state fottute.

«E se bastasse urlare? Se la sua gola fosse in grado di emettere un solo grido capace di risvegliare tutte le coscienze addormentate, forse non servirebbe altro. Neanche vendere se stessa».

Foto di Gustavo Gomes

Dietro ogni ragazzo o ragazza inquieta c’è una famiglia problematica o assente che con le urla o i silenzi spinge a imboccare un tunnel buio ma pieno di abbagli, dove pronti ad accoglierli ci sono altri adulti, urlanti o silenti ma molto più pericolosi. E allora ci si domanda: “In quale futuro possono mai credere questi ragazzi che hanno imparato a proprie spese che dei grandi non ci si deve fidare?”

Daniele Autieri

Ragazzi e adulti della capitale che, con in tasca qualche piotta o in banca molto di più, si sentono pronti ad affrontare e vincere contro il mondo intero. Politici, giudici, professionisti, borghesi che pensano di essere imbattibili e furbi. Tutti crollano miseramente di fronte alla paura, quella vera, che viene dal sentirsi una pistola alla tempia o la vita che sfugge. Il terrore generato da chi non si lascia impressionare dai vestiti di sartoria, dalle scarpe lucenti o promesse da marinaio. Davanti ai criminali seri crollano tutti, grandi e piccini, e lo fanno perché si rendono conto che il tempo degli inganni è finito, che non possono cavarsela con scuse a buon mercato come quelle accampate, per esempio, dai politici in campagna elettorale per giustificare il non fatto o il malfatto. Quando ti trovi dinanzi a un boss o un affiliato capisci che il “codice d’onore” vale più di ogni altra cosa e che la parola data, se non mantenuta, non fornisce vie d’uscita.

Per salvare la vita al figlio, il padre di Malphas è costretto a scavare nel suo passato da militante di estrema destra, per ritrovare compagni di fila che possano aiutarlo nell’intento. All’incontro porta anche il ragazzo, il quale ha smesso ormai gli abiti da “duro” per assumere un atteggiamento più remissivo. Entrambi, padre e figlio, si ritrovano a sedere, da principianti, a un tavolo da poker per professionisti, con il terrore di non uscirne vivi, col ricordo ancora caldo di Je Na steso sull’asfalto, con un proiettile nel petto. Così Malphas vende il segreto di Jenny e Lalla al Camaleonte, che gradisce molto l’informazione perché siamo nella Capitale e se un mafioso scopre un giro di prostituzione minorile, in uno dei quartieri più esclusivi di Roma, non pensa a ricavarci denaro bensì grossi favori, la possibilità di tenere in pugno, ricattandola, la gente che conta. Politici, giudici e professionisti diventano suoi burattini all’interno delle Istituzioni. «La conosci la teoria del mondo di mezzo, compa’? Ci stanno, come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. […] E allora vuol dire che ci sta un mondo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano. Tu mi dici cazzo come è possibile che quello… com’è possibile, che ne so, che un domani io posso stare a cena con Berlusconi? […] È impossibile tu mi dici… capito? E invece no, perché secondo la teoria del mondo di mezzo c’è un mondo invece dove tutto si incontra».

In Professione Lolita di Daniele Autieri tutto si consuma tra le vie e i palazzi di una «città che si concede a tutti, ma non ama davvero nessuno», una capitale dove convive di tutto: spettacolo, potere, politica, affare e malaffare. Ogni categoria, ogni persona, anche i ragazzini e le ragazzine sono convinti di poter fregare gli altri e conquistarsi il tanto agognato posto nel “mondo che conta”, sono tutti illusi di aver le giuste carte in mano che gli consentiranno di chiudere la partita, e tutti sono destinati a schiantarsi o contro il muro della paura o contro quello della giustizia. Sia nel primo che nel secondo caso capiranno che hanno nuotato in un mare dove a vincere è la regola che il pesce più grande mangia quello più piccolo. Stop. La giustizia segue regole diverse, il denaro e il potere ritornano a contare di nuovo. Jenny e Lalla finiscono con gli assistenti sociali, il fotografo in prigione, insieme con i mafiosi, mentre i giudici, i politici, i professionisti immischiati a vario titolo nella vicenda si ritrovano liberi di vivere le proprie vite, illudendosi di poter ripulire la propria anima comprando, per esempio, vestiti e auto nuove.

Foto di Gustavo Gomes

«Abbiamo venduto l’anima al diavolo e quello non ce la restituirà».

Per tutte le trecento pagine, per ogni singola pagina, il testo porta il lettore a conoscere un mondo ai più sconosciuto, oppure ignorato, e lo fa con un linguaggio colloquiale, ricco di citazioni dialettali che comunque non disturbano la lettura essendo termini di un romanesco noto praticamente a tutti. Un libro che lascia un grande amaro in bocca ma che aiuta a guardare il mondo con occhi nuovi, sicuramente diversi, Professione Lolita di Daniele Autieri.

http://www.sulromanzo.it/blog/professione-lolita-di-daniele-autieri-cosa-accade-ai-nostri-adolescenti

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La banda degli amanti” di Massimo Carlotto (Edizioni E/O, 2015)

27 lunedì Apr 2015

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EdizioniEO, Labandadegliamanti, MassimoCarlotto, recensione, romanzo, thriller

La banda degli amanti, Massimo Carlotto, recensione

Con La banda degli amanti (Edizioni E/O, 2015) Massimo Carlotto scrive un altro capitolo della serie dedicata all’investigatore ‘senza licenza’ Marco Buratti, detto l’Alligatore. Un nomignolo che sembra dirla lunga sull’uomo che lo ‘indossa’ come una seconda pelle ma che in realtà sorprende il lettore esattamente come accade ogni volta che si scorrono le pagine scritte dalla penna di un grande maestro.

Ancora una volta Carlotto ci porta a elaborare considerazioni amare sulla società odierna, sui suoi mali, le degenerazioni, le perversioni che sembrano non voler risparmiare alcuno. Ci porta a conoscere ‘il nuovo crimine’ che ben si adatta ai tempi e si scontra con quello ‘classico’ zeppo di regole e codici d’onore, sconosciuti alle bande criminali improvvisate e spietate che agiscono seguendo la sola legge del profitto. Uno sfruttamento infinito che non risparmia niente e nessuno, neanche donne e bambini.

«Eravamo consapevoli che la nostra fosse una delle ultime. Faceva parte di un mondo criminale che andava scomparendo, di cui eravamo stati protagonisti a vario titolo per un ventennio. Ora stava andando in pezzi, sostituito da organizzazioni e personaggi che ci facevano ribrezzo e con cui non volevamo avere nulla a che fare. La modernità, in quel settore, era ormai mafiosa, multinazionale, trasversale a ogni forma di corruzione del potere e delle istituzioni. E nociva. Quando arricchirsi illegalmente significa avvelenare la gente e i territori, concepire la schiavitù, mescolarsi con politici, imprenditori e boss della finanza, gli uomini liberi e con una coscienza abbandonano la festa.»

L’Alligatore si è rifugiato in Sardegna, per cercare di affogare dolore e disperazione e scomparire lentamente ma nella maniera più dolorosa possibile, quando viene raggiunto e avvicinato da una donna ricca e straniera che vuole il suo aiuto per ricostruire i tasselli della sua esistenza ‘perfetta’, minata da una ‘ombra’ che lei non vede l’ora di chiarire e far scomparire. Per risolvere il caso Buratti sarà costretto a collaborare con l’ispettore Giulio Campagna, il quale crederà per tutto il tempo di avere ogni diritto di maltrattarlo perché privo di regolare licenza ed ex galeotto.

Anche se non vuole ammetterlo neanche a se stesso, Campagna sa benissimo che non sono quelli come l’Alligatore il vero problema della società e così, fingendo reticenza, lo aiuta volentieri.

«Finse di guardare una vetrina dell’ennesimo negozio di calzature cercando di calmarsi. La commessa annoiata sfogliava una rivista. Attività come quelle crescevano a dismisura in quel periodo. Erano perennemente vuote e battevano decine di scontrini. Il miracolo dei periodi di crisi. Ma il riciclaggio sosteneva l’economia e ormai tutti chiudevano gli occhi. Anche lui.»

L’Alligatore, Max la Memoria e Rossini, tormentati dai fantasmi della spiaggia di Beirut, si tuffano a capo fitto nel caso della ‘banda degli amanti’ non solo e non tanto per aiutare ‘la svizzera’ ma soprattutto per vedere se possono ancora farcela a ricostruire delle vite, le proprie. La storia e l’epilogo ricompensano abbondantemente il lettore che cerca nell’intreccio la suspense di un noir premiandolo anche con gli indizi che lasciano facilmente sperare nel prosieguo delle ‘avventure letterarie’ dell’investigatore ‘senza licenza’ Marco Buratti.

http://www.thrillercafe.it/la-banda-degli-amanti-massimo-carlotto/

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“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” di Tonino Zangardi (Imprimatur, 2015)

15 mercoledì Apr 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Imprimatur, Lesigenzadiunirmiognivoltaconte, recensione, romanzo, thriller, ToninoZangardi

“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” di Tonino Zangardi: un libro che si legge in poche ore

L’esigenza di unirmi ogni volta con te di Tonino Zangardi (Imprimatur, 2015) è il romanzo da cui è stato tratto il film, in lavorazione, interpretato da Claudia Gerini e Marco Bocci.

Secondo quanto sosteneva Luigi Pirandello «l’uomo non ha personalità unica, ma varia, complessa e in ininterrotta metamorfosi; è costretto perciò dalle convenzioni e norme sociali e dai suoi interessi ad assumere per gli altri un ‘forma’ fissa, determinata, rigida, legata a un aspetto e a una circostanza particolare della sua vita».

Questa ‘forma’ che l’uomo assume spesso diventa una vera e propria gabbia e così, alla stregua di un qualsiasi essere che si sente braccato,  finisce col desiderare solamente la libertà. Quando si è giovani, adolescenti, il tentativo di uscire dalla ‘gabbia’ viene etichettato come ‘ribellione’, ma quando si è adulti facilmente si tira in ballo la follia.

È esattamente da questo punto che parte il romanzo di Zangardi, dal desiderio ‘folle’ di Giuliana di liberarsi dalla ‘gabbia’ nella quale improvvisamente si sente prigioniera, dopo aver volontariamente ma inconsciamente per anni gettato ogni chiave offertale dalla vita per aprire i lucchetti del suo destino. Un gesto ‘folle’ che ne attira altri sempre più estremi in un crescendo di tensione e passione che tengono incollato il lettore alle pagine del libro.

La scelta di raccontare la vicenda da due diversi punti di vista che poi equivalgono ai due protagonisti, Giuliana e Leonardo, si rivela efficace in quanto aiuta a entrare con più incisività negli accadimenti, a condividere i sentimenti, le emozioni e, leggendo, ci si sente talmente partecipi da arrivare a criticare alcune delle scelte fatte dai personaggi immaginando così un ipotetico quanto diverso epilogo.

L’esigenza di unirmi ogni volta con te di Tonino Zangardi sembra essere stato scritto in vista della sua trasposizione cinematografica e se in generale ciò rappresenta un limite criticabile della letteratura e della narrazione nel caso specifico non lo è. La grande capacità descrittiva dell’autore, il quale riesce con brevi passaggi a ben rappresentare ‘la scena’ del narrato, aiuta chi legge a figurarsi personaggi e luoghi con una tale intensità da apparirgli in alcuni tratti reali.

È un libro che si legge in poche ore e non solo per la sua breve lunghezza che va poco oltre le 150 pagine ma per il forte coinvolgimento nella vicenda che porta il lettore a dure riflessioni su temi caldi della società attuale, da un originalissimo punto di vista.

«Mi ricordo che anni fa, quando mi mettevano di servizio allo stadio, passavo tutto il tempo della partita non a vedere quei poveri stronzi dare calci alla palla ma a osservare le facce contorte e urlanti dei tifosi: alcuni erano vere bestie che avevano riposto ogni briciola di umanità. Come se, uscendo coi loro bandieroni, avessero lasciato a casa cervello e razionalità. Ci urlavano “servi dello Stato”, senza sapere che lo Stato erano loro.»

http://oubliettemagazine.com/2015/04/15/lesigenza-di-unirmi-ogni-volta-con-te-di-tonino-zangardi-un-libro-che-si-legge-in-poche-ore/ 

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Nel mare del tempo” di Elisabetta Cametti (Giunti, 2014)

22 sabato Nov 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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ElisabettaCametti, Giunti, Nelmaredeltempo, recensione, romanzo, stroncatura, thriller

Elisabetta Cametti, Nel mare del tempo

Dopo I guardiani della storia  Elisabetta Cametti ritorna in libreria con K –Nel mare del tempo, sempre con la casa editrice Giunti; ancora una volta un thriller contemporaneo che parla di etruschi. Nuove avventure per Katherine Sinclaire, il suo fidanzato Jethro e la cagnetta Tremilla. La storia riprende il filo del primo romanzo; mentre la protagonista cerca di riprendersi dalle vicissitudini precedenti, si ritrova a dover affrontare nuovi ostacoli e intrighi che causeranno la morte o il ferimento di praticamente tutti coloro che le stanno intorno.

La mole del testo, come di quello precedente, è imponente: 576 pagine per un giallo sono davvero tante; a tratti sembra di essere incappati in un mistero senza fine, aggravato da nuovi, tetri sviluppi e omicidi ripetuti. È impensabile una lettura continuativa per un libro di queste dimensioni, così va a finire che l’adrenalina ricercata dagli appassionati del genere scema di pagina in pagina e ci si ritrova sospinti verso la fine, solo per correttezza, dalla volontà di ultimare la lettura. Troppe interruzioni, troppi cambi di registro appesantiscono il testo. Ne sono un esempio lampante le ripetute dissertazioni sul popolo etrusco, sulla magia, sul passato collegato al presente, su delucidazioni tecniche e teoriche che non servono alla lettura né alla risoluzione del mistero.

In Nel mare del tempo i buoni e i cattivi si intuiscono facilmente, come l’epilogo. Troppo romanzato, per un thriller, un lieto fine che finisce per irritare il lettore. Una protagonista trattata alla stregua di una principessa da troppe persone, finanche da coloro che un attimo prima hanno dichiarato di odiarla e di volerla uccidere. Non si può dire che non sia una bella storia quella raccontata da Elisabetta Cametti, che non siano interessanti le narrazioni sugli etruschi; traspare certamente il lavoro di ricerca compiuto dalla stessa autrice, ma quello che non funziona è l’aver assemblato tanto materiale e averlo offerto al lettore per esteso.

Il testo ricorda molto, per struttura, le opere di Dan Brown, ma gli americani in generale hanno una maggiore propensione alla spettacolarizzazione, con la capacità di rendere interessanti anche cose scontate. Gli italiani non sono così e quando cercano di somigliare ai cugini d’oltreoceano, l’esito finale risulta un po’ artefatto. La stessa protagonista è forzatamente una persona normale, banale. Si notano tutti gli sforzi dell’autrice per renderla una persona comune, anche se poi gli atteggiamenti cozzano, a volte, con le parole, l’abbigliamento con il guardaroba, la professione con la quotidianità.

Fin dalle prime pagine si intuisce che Katherine non è solo la prescelta dai “guardiani del tempo” ma anche il birillo che deve assolutamente rimanere in piedi; tutti gli altri personaggi, come l’intera vicenda, sembrano costruiti per raggiungere questo scopo. Gli argomenti affrontati nel libro sono molteplici e spaziano dalla storia all’architettura, dalla religione alla spiritualità, dalla geo-morfologia dei terreni all’astronomia, dal racconto di drammi familiari a quello di gravi patologie psichiche; eppure nel lettore non resta nulla.L’autrice si limita a un’esposizione asettica dei contenuti e situazioni anche gravi scorrono in maniera neutra. A fine lettura restano le medesime sensazioni di quando si legge uno scrittore che potrebbe essere Dan Brown o un autore analogo per stile e tematiche: una grande quantità di immagini, anche cruente, di atmosfere, di luoghi, di persone e poche sensazioni, emozioni, riflessioni.

Abbandonando il tentativo di emulare altri e tralasciando i timori di svelare se stessa, unitamente alla forza delle conoscenze relative all’antico popolo degli etruschi e alla passione per il mistero, Elisabetta Cametti potrebbe orientarsi verso un tipo di scrittura più spontanea di quella impiegata per Nel mare del tempo.

http://www.sulromanzo.it/blog/k-nel-mare-del-tempo-di-elisabetta-cametti

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“Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori, 2014). Intervista a Cilento Antonella

22 mercoledì Ott 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AntonellaCilento, intervista, Lalineascritta, Lisario, Mondadori, romanzo

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Antonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

 

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/10/21/un-intervista-con-antonella-cilento-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti (Imprimatur, 2014)

10 mercoledì Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlParadisodeiFolli, Imprimatur, MatteoIncerti, recensione, romanzo, romanzostorico

“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti: la gioventù senza fine dei partigiani

Matteo Incerti, Il paradiso dei folli

Il Paradiso dei folli. Destini e Passioni, dall’inferno di una guerra a una vita d’Arte di Matteo Incerti, edito da Imprimatur, è un libro intenso che parla della guerra, che narra aneddoti, storie, che descrive luoghi ma soprattutto che racconta l’esistenza di «persone che, finita la seconda guerra mondiale, hanno poi vissuto una loro vita, unica, diversa e complessa come tutte le esistenze di coloro che fin da giovani hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro diverso e di mettersi in cammino per conquistarselo».Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers in questo passaggio della prefazione al libro sembra sintetizzarne perfettamente il contenuto e lo scopo.Il Paradiso dei folli, sequel di Bracciale di sterline, prosegue nell’intento di ricostruire i tasselli di vite spezzate, cambiate, rinnovate e le esperienze di una generazione di ragazzi, poco più che adolescenti, che per coraggio o per incoscienza si sono lanciati animo e cuore in un’esperienza talmente grande che non solo ha cambiato il loro destino ma quello del mondo intero.

«Fu lì che quel ragazzo di ventidue anni di Kansas City conobbe per la prima volta il volto più truce della guerra. Quello dove vedi morire, guardandoli negli occhi, uomini che vestono solo una divisa diversa dalla tua». Matteo Incerti pone in diversi punti l’accento sulle assurde contraddizioni dei conflitti in generale ma di questo in particolare, il secondo che ha coinvolto l’intero pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per Inghilterra e Stati Uniti, e poi Canada, Polonia, Africa, India. Una guerra giocata sullo scacchiere della politica internazionale, fino all’ultimo lembo di terra da “liberare” da nemici che il giorno dopo potevano diventare amici e combattere al tuo fianco, e il giorno dopo ancora cambiare tutto di nuovo. Alla fine si “giocava” un “gioco” di stoffe e colori, chiamate divise, da colpire per riuscire a diventare il più forte e vincere.

Gli alleati hanno avuto la meglio, questa è storia nota; quello che viene rammentato un po’ meno è che i nostri veri eroi, i partigiani, hanno dovuto sbrigarsela da soli sia prima che poi. Dopo la fine della guerra al di là di qualche riconoscimento simbolico, di qualche intestazione, di qualche targa e svariati monumenti commemorativi, dopo aver lottato per salvare la Patria, dopo essersi nascosti per campi, medicato feriti, seppellito compagni, aiutato i bisognosi, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e ricostruire la propria vita, daccapo e senza aiuti o supporti.

Matteo Incerti

I protagonisti de Il Paradiso dei folli a tratti sembrano vivere l’esperienza del ritrovarsi come una grande festa, ma forse è anche il sintomo del disagio latente vissuto per anni, il gioire per il poter finalmente, di nuovo, condividere emozioni e sensazioni con persone che possono comprendere perché hanno vissuto le medesime esperienze. Veterani di ogni nazionalità, Partigiani e Staffette quando si incontrano si dimenticano persino di essere ottuagenari e oltre; sembrano ringiovanire, solo insieme riescono a ritornare a quei giorni, altrimenti la gran parte di loro preferisce seppellire tutti i ricordi e tutti i cimeli in bauli da rintanare in soffitte polverose e buie. Hanno cercato di arginare dolore e paura per far spazio alla nuova vita, quella che hanno voluto costruirsi anche come un riscatto simbolico per ciò che la guerra ha tolto loro.

«Questa sera siete qui: a divertirvi, sorridere, scherzare, bere, mangiare, innamorarvi, ballare. Fatelo, è giusto così. Godetevi la vita. Ma ricordatevi quanto siete fortunati. Quasi settant’anni fa io avevo la vostra età. Insieme a centinaia di migliaia di altri giovani americani, italiani e di tante altre nazionalità sacrificammo la nostra gioventù e in molti la vita per regalarvi quello che oggi molti di voi non apprezzano. È la libertà di poter scegliere».

Leggendo Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti si prende per l’ennesima volta coscienza di quanto sia sbagliato il mondo in cui viviamo. Non solo per le guerre in sé che, non per retorica, andrebbero vietate ma per l’incoscienza di formare giovani in modo sbagliato, guardare al futuro con gli occhi del potere invece che con quelli della vita. Tutti i sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, come agli altri conflitti, in un mondo equo sarebbero dovuti diventare i “maestri della Storia”, quella vera, da insegnare ai nostri figli e invece sono diventati invisibili, chiusi nel proprio dolore, dimenticati per far spazio al progresso, al consumismo e all’abusivismo.

Roque “Rocky” Riojas, veterano dell’esercito degli Stati Uniti d’America di origine messicana, nota immediatamente lo scempio subito dal nostro Paese nei sessant’anni trascorsi dalla fine del combattimento: «È cambiato tutto. Quante case e quanto cemento! Era tutto un prato quando passammo di qui». Finita la guerra è iniziata la rincorsa al progresso, all’evoluzione anche se poi alla fine si è trattato egualmente di distruzione. «Una lettera dall’Italia. L’ennesima che dice che le cose non sono cambiate fino in fondo, come sognavamo tutti. In questi momenti penso… a tutti quelli che sono morti e sento che il loro sacrificio è stato quasi vano». In un mondo dove regna la giustizia ognuno di loro, tutti coloro che hanno combattuto per un ideale di libertà avrebbero dovuto avere un volto e un nome, e accanto a questi una storia. E tutti i ragazzi di tutte le scuole avrebbero dovuto conoscerla e per strada o in foto riconoscere i valorosi eroi che hanno combattuto, che sono sopravvissuti o che sono morti per donare loro un futuro diverso, un futuro migliore… Solo in questo modo non sarebbe sembrata una goccia d’acqua in un mare di fango Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-paradiso-dei-folli-di-matteo-incerti-la-gioventu-senza-fine-dei-partigiani

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“Phobia” di Wulf Dorn (Corbaccio, 2014)

28 giovedì Ago 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Corbaccio, Phobia, recensione, romanzo, thriller, WulfDorn

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Atteso a settembre in tutte le librerie recensiamo oggi Phobia di Wulf Dorn (qui un’intervista), edito in Italia da Corbaccio nella collana Top Thriller. La traduzione, dall’originale in lingua tedesca, è di Leonella Basiglini.
Wulf Dorn ha conquistato il pubblico internazionale con La psichiatra (cui sono seguiti Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo) e con Phobia dimostra di avere tutte le credenziali per mantenere e aumentare il successo ottenuto. Il libro si presenta come una nuova e ancor più approfondita indagine dei meandri della mente umana.

«L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa.»

Ognuno di noi ha le proprie fobie, più o meno fondate, più o meno credibili, più o meno condivisibili, ma tutti indistintamente riteniamo siano paure normali, che hanno o possono avere la gran parte delle persone. Siamo convinti di non essere dei pazzi o dei folli perché non riusciamo a entrare in un ascensore, affacciarci a un balcone, salire su un aereo, nuotare, toccare, uscire… esattamente dov’è il tracciato invisibile che segna il confine tra la normalità e la follia? Wulf Dorn ci dimostra con Phobia che non solo esso non è scientifico ma è fortemente influenzato dalle convenzioni.
Parlare di fobie è il modo che l’autore ha scelto per parlare della vita, dell’esistenza di ognuno di noi, schiacciata quotidianamente per fare largo agli interessi vari di chi non vuole si lasci molto spazio al libero pensiero e al libero pensare.

«Ogni giorno della nostra vita è un dono, ma solo in pochi ne sono consapevoli. La gente calpesta la felicità, perché non la vede. […] Starlet che si erano fatte ingrandire il seno, divorzi tragici e desiderio di un figlio da parte di personaggi famosi, resoconti drammatici riguardo a modelle anoressiche e, immancabile, lo sport. Sì, è questo che interessa al mondo, pensò. È con questo che la gente riempie il vuoto esistenziale. Con le storie degli altri. Poi capiscono che la vita è trascorsa senza che l’abbiano vissuta.»

La storia si svolge tra Francoforte e Londra, anche se è di quest’ultima che il lettore riesce ad assaporare maggiormente gli odori, i sapori, i suoni… Dorn racconta di una città che è molto lontana dalla capitale londinese dei turisti e dalla city, una metropoli con i suoi immensi sobborghi fatti di quartieri residenziali e popolari, villette unifamiliari con recinti di siepe e palazzine fatiscenti. Ma soprattutto narra di una Londra successiva agli attentati del 2005, riflesso di una intera società, quella occidentale, radicalmente mutata nei suoi comportamenti.

«Molti di noi appartengono ormai a una generazione che conosce la guerra e la devastazione in Europa solo dai racconti dei nonni. E anche se nel mondo si continua a combattere con le armi, da qui le guerre sembrano abbastanza lontane dalla nostra vita quotidiana. Ma quegli attacchi terroristici hanno dimostrato quanto il nostro senso di sicurezza sia illusorio. Adesso sappiamo che in ogni momento qualcosa può penetrare nel nostro apparentemente invulnerabile mondo del benessere, portandoci via proprio quel senso di sicurezza, e questa esperienza ci ha segnati nel profondo. Ormai basta una borsa della spesa dimenticata sull’autobus per gettarci nel panico.»

Sarah, Stephen, Harvey pensano di dover fare i conti con il “mostro” che vuole impossessarsi delle loro vite per distruggerle, Mark pensa di doverli aiutare, l’ispettore Blake pensa nascondano tutti qualcosa… «La paura è un terreno molto fertile per la diffidenza, l’odio e la discriminazione, e dà il potere a tutti coloro che la strumentalizzano per raggiungere i propri scopi.» Esemplare la struttura del testo, al pari della prosa che riesce a tenere incollato il lettore al libro dalla prima all’ultima pagina. Phobia di Wulf Dorn non deluderà gli appassionati di thriller ma anche coloro che sono alla ricerca di un romanzo innovativo e assolutamente mai banale.

http://www.thrillercafe.it/phobia-wulf-dorn/

 

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