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Irma Loredana Galgano

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Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

23 mercoledì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AlessandroSanna, Gallucci, GiovanniPrevidi, intervista, Lettori, romanzo

 

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Un piccolo libro molto affettuoso. Così lo hanno pensato gli autori, dedicandolo ai lettori, di qualsiasi tipo.

Lettori. Variazioni sul tipo (Gallucci, 2015) nasce fondamentalmente da un’amicizia tra un libraio-lettore e un illustratore appassionato di librerie. Un testo che nasce dalla fusione di due distinti punti di vista: dietro il bancone per Giovanni Previdi e tra gli scaffali per Alessandro Sanna. Nel primo caso raccontando a parole, nel secondo usando delle immagini che se anche possono apparire delle vignette non lo sono.

Si sono divertiti in questo gioco ma intanto hanno manifestato la loro ironica e a volte malinconica opinione sul rapporto tra gli esseri umani e un oggetto che loro stessi hanno creato. Ne abbiamo parlato in una doppia intervista.

Giovanni Previdi: scrittore e poeta, lavora in una libreria di Bologna.

Nel testo sono descritte numerose tipologie di lettore. Qual è la più bizzarra?

Quello a cui sono più affezionato, che è anche il più bizzarro, estremizzando, è il lettore che legge tutta la vita e crede, a un certo punto, di aver letto tutto. Pensa non ci sia altro da leggere quindi, molto tragicamente, impila dei libri in salotto, infila la testa nel cappio e si suicida senza lasciare nemmeno un biglietto perché ritiene che tutto sia già stato scritto e letto.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Appare evidente che, per la catalogazione dei lettori, un ruolo determinante lo ha svolto il suo lavoro. Qual è la situazione più singolare a cui ha assistito?

Corrisponde alla “sovrana lettrice”. Molto esigente, che vuole far sapere a tutti cosa legge, dice il titolo a voce alta, spera di trovare il libraio impreparato, è convinta di essere l’unica a sapere quali libri bisogna leggere. Una lettrice che se la tira molto insomma. Rappresenta la tipologia difronte alla quale sono rimasto più basito.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Fra le categorie esposte in Lettori salta all’occhio quella degli scrittori che scrivono non per essere letti ma comprati. Come si fa a riconoscere lo scrittore da “lettore immaginario”?

Riconoscerlo è abbastanza semplice. Entra in libreria ma non cerca libri da leggere, cerca il proprio, lo chiede al libraio e, se non è nella posizione che lui ritiene consona, si arrabbia, vuole che sia spostato. Lo scrittore-lettore che non ha voglia di leggerlo, il suo libro, vuole siano altri a farlo.

Il “lettore spaesato” che gira per gli scaffali della libreria e ha difficoltà nel riconoscerla come luogo dove si vendono solo libri è l’ennesima vittima del capitalismo sfrenato?

Non credo. È uno che ha per la testa altre cose rispetto alla lettura. Eppure sente, dentro di sé, il bisogno di entrare egualmente in una libreria. Gli è stato insegnato, fin da piccolo, l’importanza di leggere e lui entra in libreria alla ricerca più che altro di una copertina che lo attiri.

Alessandro Sanna: noto disegnatore, lavora anche come illustratore.

 

I lettori, nei suoi ritratti, hanno tutti una forma stilizzata e parti fisiche (capelli, abiti…) che rimandano alle righe formate dalle pagine che compongono un libro. A cosa è dovuta questa scelta stilistica?

Sono ormai anni che coltivo questo modo di disegnare. Deriva da un esercizio costante di disegno fatto con dei pennelli. Nel 2005 ho sviluppato una versione del Don Chisciotte con figure formate interamente con libri. Dopo quest’esperienza ho continuato il percorso che ha come tema il libro. In questo progetto con Giovanni (Previdi, ndr) ho scelto di costruire dei personaggi pettinati o vestiti allo stesso modo di come sono costruiti i libri.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

In ogni ritratto, accanto al lettore, è presente un animale domestico o no di piccola taglia. C’è una ragione precisa?

Sì. Sono le mie comparse. Quando disegno mi sento una sorta di regista e quindi metto i miei personaggi, li muovo, faccio far loro delle cose a seconda dell’idea, del contenuto o anche del momento, delle improvvisazioni. Quegli animaletti, che sono quasi il mio segno di riconoscimento, danno all’immagine la possibilità di essere imprevedibile, l’opportunità di muoversi, di fare qualcosa di inaspettato. Ritengo che una buona immagine deve sempre avere una buona dose di sorpresa, che magari non è presente sul foglio ma può esserlo nella mente di chi osserva. Guardando gli animali ci si aspetta che qualcuno faccia un salto, che un altro dia un morso a una gamba o a un braccio, oppure possa semplicemente scappare.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

Le sue illustrazioni a Lettori hanno una vena ironica che sembra voler attaccare più la società nel suo complesso che non il lettore stesso. Fino a che punto è giusta questa osservazione? E quali ragioni l’hanno spinta verso questa direzione?

Non ho fatto molti pensieri in merito. In tutti i miei libri c’è, dove più dove meno, una presa di posizione ironica. C’è sempre, in ogni mia immagine, una richiesta di intervento da parte del lettore, in questo libro più che mai. Un coinvolgimento. A volte l’ironia può velarsi di malinconia, in maniera leggera. Ma non c’è mai la pretesa di un attacco alla società. C’è solo una visione dal di dentro, anche noi siamo lettori.

Un libro che racconta i lettori come non li avete mai visti

I suoi ritratti sono minimalisti. Nel testo si afferma che i libri fanno il lettore. Possiamo avanzare il postulato che il ritratto fa l’illustratore. Lei è un minimalista?

Mi sono reso conto che per dire le cose in profondità non c’è bisogno di aggiungere tanti particolari. Per usare un paradosso: necessita il minimo sulla superficie per avere il massimo della profondità.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-libro-che-racconta-i-lettori-come-non-li-avete-mai-visti

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Amore obliquo” di Maria Teresa Casella (Streetlib, 2015)

15 domenica Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Amoreobliquo, EmmaBooks, MariaTeresaCasella, recensione, romanzo, Streetlib, thriller

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Maria Teresa Casella ripropone in versione digitale Amore obliquo (Streetlib, 2015), già edito nel 2011 con EmmaBooks.
Amore obliquo della Casella è un libro che va letto domandandosi «che cos’è in fondo la pazzia?».
Pazzo è colui che non riesce a mantenere comportamenti “normali” o chi invece riesce a celare alla perfezione la sua follia dietro la maschera della normalità?

«Se provò un’emozione, le rimase intrappolata nella mente. Scambiai la sua passività per inesperienza. L’indifferenza per timore. La freddezza per infelicità.»

Pirandello, il quale ha cercato di indagare a lungo i comportamenti degli uomini e la mente umana, era giunto alla conclusione che per liberarsi dei “mali del mondo” l’uomo non avesse che due possibilità: il suicidio o la follia. Per Linda, protagonista del libro di Maria Teresa Casella, le due alternative si mescolano e si fondono fino a quando non si realizza che è necessaria una distinzione ulteriore tra suicidio fisico, che verrà poi, e suicidio mentale, alienazione volontaria che potrà anche sembrare simile o uguale alla follia ma non lo è. La vera follia è di coloro che hanno coscienza di ciò che accade e fingono di non vederlo, per ipocrisia, per comodità. Linda ha “scelto” la sua schizofrenia. Il suo essere borderline equivale a un suicidio mentale che in un primo momento le appare la soluzione ideale. Linda è crudele, è malata, deviata ma è al contempo una vittima, di se stessa e degli altri.

«Qui, rinchiuso, le emozioni sono stilettate. Ognuna è un dolore che ti fa sentire vivo, ma questa non è vita. La mia vita era con Linda. Lei diventò parte di me dal primo istante in cui la vidi. Adesso, prigioniero, capisco meglio la sua prigionia. Queste catene che stringono e costringono, reali o immaginarie restano catene.»

Umberto Capasso, giornalista per metà scrittore, come lui stesso si definisce, diventa vittima di un’ossessione che tarda a intendere non essere la sua. Crede di aiutare chi in realtà lo sta usando e cerca di salvare chi tenta di incastrarlo. Vive il suo amore obliquo con «la ragazza storta» con la medesima predestinata inconsapevolezza con cui assiste e indaga i crimini efferati in cui resta, suo malgrado, coinvolto.

«No, non posso consegnare ad altri il suo mistero. Non la do a nessuno questa agenda. Solo io posso capire, intuire, risolvere. Anche queste pagine bianche, ad esempio, raccontano qualcosa di lei: c’è la sua vita pure qui, in questi bordi bruciacchiati, in questi fori lasciati dalla punta della penna. Queste pagine non sono vuote: queste pagine sono il vuoto.»

Umberto, pur muovendosi nel caos mentale più totale, ha sempre avvertito la profonda sensazione di dover salvare Linda, l’errore è consistito nell’aver creduto che se fosse riuscito a salvarla da se stessa avrebbe risolto ogni problema. E così, ancora una volta Linda, nel totale isolamento mentale nel quale sopravvive, sceglie di agire da sola, decide per tutti perché convinta che altro non le resta da fare.

«Mi fermai a pensare proprio lì, in quella confusione. Spintonato dalla mischia. Frastornato dalla musica, dalle luci di una notte piena di vita. Da gente che voleva divertirsi, e ci riusciva. Io non ero come loro, non più. Non ridevo come loro, con quel gusto.»

Amore obliquo di Maria Teresa Casella è un libro intenso, a modo suo ribelle, come Linda e la sua storia, la «la ragazza storta» e la sua mente, come Umberto e il suo amore distorto, perché è un sentimento, obliquo.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/11/15/amore-obliquo-di-maria-teresa-casella-streetlib-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano2/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Un solo essere” di Marco Montemarano (Neri Pozza, 2015)

24 sabato Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MarcoMontemarano, NeriPozza, recensione, romanzo, thriller, Unsoloessere

“Un solo essere” di Marco Montemarano: l'omicidio di Domenico Lorusso. Una storia vera

Un solo essere di Marco Montemarano, edito da Neri Pozza, inizia con il resoconto di quanto accaduto alle 22:00 del 28 maggio del 2013 lungo un tratto di pista ciclabile a Monaco di Baviera.

Domenico e la fidanzata Marianna (ma non è questo il suo vero nome) rientravano a casa in bicicletta dopo aver cenato nel loro ristorante preferito…

«Ci ha messo un po’ a sentirsi una guancia bagnata, a capire che quell’uomo, uno sconosciuto, le aveva sputato in faccia. Lo sconosciuto ha aspettato che Domenico si avvicinasse e poi lo ha ucciso con cinque coltellate».

Il delitto è avvenuto a 300 metri da casa dell’autore che a quell’ora si trovava sull’altra riva del fiume e chiacchierava con suo amico. Montemarano ha sentito la sirena dell’ambulanza, ha notato la concitazione ma solo in seguito ha scoperto quanto accaduto. Lui Marianna la conosceva, era stata una sua studentessa, e conosceva anche il fidanzato, italiano originario di Potenza, di trentuno anni, morto dissanguato sull’asfalto per nessun motivo.

Il libro di Montemarano, Un solo essere, è dedicato dall’autore a Domenico e Marianna.

Quanto accaduto ha inspiegabilmente interrotto la vita di Domenico, ha cambiato quella della fidanzata Marianna e dei fratelli che ancora cercano una spiegazione e un colpevole, ma ha segnato anche l’esistenza dell’autore che inizia a formulare domande e avanzare ipotesi, riportate in corsivo nel libro, a riflettere su tanti aspetti e comportamenti, a osservare le persone, la città e il mondo che lo circonda in maniera diversa. Così nasce Un solo essere che è il racconto della storia d’amore tra Natalia e Martin e dell’omicidio di Martin avvenuto per mano di uno sconosciuto. È evidente che l’autore riscrive il cruento fatto di cronaca ma il libro è anche l’occasione per Montemarano di riflettere sui comportamenti delle persone, sui trascorsi che possono tornare da un momento all’altro, sui sentimenti che possono generare il bene o il male.

«Però non capivo. Che avevamo fatto di male? Non ci stavamo spompinando nel parco e non c’erano le SS sguinzagliate in giro a rastrellare gli italiani. E invece, a quanto pareva, Alexander preferiva essere sospettato di un qualsiasi traffico illecito, di una qualunque immoralità notturna, piuttosto che essere beccato a parlare italiano».

I tedeschi che considerazione hanno degli stranieri in generale e degli italiani in particolare emigrati nel loro Paese? Gli stranieri provenienti dai Paesi dell’Estemigrati o clandestini in Germania come si rapportano ai tedeschi e alle altre etnie presenti sul territorio? Coloro che passano giornate intere a cercare di affogare o nascondere le proprie frustrazioni nell’alcol che tipo di reazione possono avere di fronte alla felicità altrui? Una persona che si invaghisce di un’altra al punto da farla diventare la propria ossessione quali reazioni può avere nel realizzare di essere completamente ignorato dallo “oggetto dei propri desideri”?

Domande queste che Montemarano deve essersi posto più volte prima di arrivare a elaborare delle possibili o probabili situazioni che abbiano preceduto e condotto all’omicidio di Martin in Un solo essere e di Domenico sulla ciclabile di Monaco.

«Martin adesso le sorrideva. Ma non da dentro la vita. Da fuori… Come se Martin fosse semplicemente ammalato, e lei dovesse accudirlo in una stanza appartata, e la sua malattia si chiamasse assenza».

Un libro molto intenso, Un solo essere, e una grande abilità narrativa quella dell’autore, Marco Montemarano, che riesce a non far scadere nel drammatico o nel patetico una storia molto toccante come quella di Natalia e Martin nonché una tragedia grave come l’omicidio di Domenico Lorusso.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-solo-essere-di-marco-montemarano-l-omicidio-di-domenico-lorusso-una-storia-vera

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S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

05 lunedì Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Iononticonosco, Piemme, recensione, romanzo, SJWatson, thriller

io non ti conosco

La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/10/05/io-non-ti-conosco-s-j-watson-piemme-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015)

25 venerdì Set 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiulioCavalli, mafia, Miopadreinunascatoladiscarpe, recensione, Rizzoli, romanzo

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Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

“Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi.»

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

“Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/09/25/mio-padre-in-una-scatola-da-scarpe-giulio-cavalli-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

© 2015 – 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

04 venerdì Set 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Corbaccio, LaTrappola, MelanieRaabe, recensione, romanzo, thriller

la-trappola-raabeEsce in questi giorni per Corbaccio La Trappola (titolo originale Die falle) di Melanie Raabe, nella versione tradotta dal tedesco da Leonella Basiglini.
Per la Raabe, giovane giornalista e scrittrice di testi teatrali e racconti, si tratta del romanzo d’esordio ma leggendolo non si direbbe. Una scrittura la sua ben strutturata, ben articolata e curata in ogni dettaglio in maniera tale da riuscire ad affermare e/o negare un qualcosa con l’impiego della medesima frase. Periodi ripetuti più volte, come una sorta di mantra, che inducono il lettore a credere o rinnegare quanto letto, a seconda di dove l’autrice vuol condurlo.
Grande abilità di penna nient’affatto comune che la Basiglini riproduce in maniera egregia e che si ritrova in Jo Nesbo, per esempio.
«Nel mio mondo, sia d’estate sia d’inverno, la temperatura è di 23,2 gradi centigradi. Nel mio mondo è sempre giorno, mai notte. Non c’è pioggia, non c’è neve, non ci sono dita congelate dal freddo. Nel mio mondo c’è un’unica stagione, e non ho ancora deciso come chiamarla.»
La Trappola sembra raccontare la storia della scrittrice di bestseller Linda Conrads, la quale da dodici anni non esce di casa relazionandosi solo con le persone a lei care e tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a salvare sua sorella Anna. In realtà il libro della Raabe narra dell’animo umano, della sua fragile forza, della sua mutevole e apparente normalità… racconta di tutto ciò che accade o potrebbe accadere quando vengono meno le certezze da noi stessi costruite come barricate dietro cui ci nascondiamo continuamente per difenderci, spesso da noi stessi.
Un thriller psicologico di ampio spessore quello scritto da Melanie Raabe che invita il lettore a seguire la trama misteriosa dell’omicidio di cui la protagonista è stata testimone oculare ma al tempo stesso lo conduce per mano nei drammi mentali di una persona borderline, o almeno tale in apparenza.
«La via per uscire dalla paura passa attraverso la paura» ripete continuamente a se stessa Laura che viene spinta a credere di essere completamente pazza in un gioco in cui tutti, vittime e investigatori, vengono indotti a fare la volontà dell’assassino. O almeno questo è ciò che sembra…
La storia e la caratterizzazione dei personaggi reggono bene per tutte le oltre trecento pagine del testo e il lettore potrà ritenersi soddisfatto in quanto tutti i nodi vengono sciolti e tutti i misteri risolti fatta eccezione della serialità o meno dell’omicidio, aspetto accennato più o meno a metà del libro e su cui l’autrice non ritorna, tranne che per l’interrogativo dei fiori, tra l’altro rimasto tale.
Rimane comunque l’unico punto a lasciare il lettore perplesso, per il resto il testo lo tiene incollato dalla prima all’ultima pagina in un crescendo di suspense e terrore che lo avvolgono e lo travolgono al pari degli incalzanti eventi narrati.

http://www.thrillercafe.it/la-trappola-melanie-raabe/

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Intervista a Marco Buticchi per “Il segno dell’aquila” (Longanesi, 2015)

28 venerdì Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Ilsegnodellaquila, intervista, Longanesi, MarcoButicchi, romanzo, romanzostorico

“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

È uscito ieri Il segno dell’aquila (Longanesi) di Marco Buticchi. Il testo si schiude con una citazione di Salvador Allende «Noi vivremo in eterno in quella parte di noi che abbiamo donato agli altri», scelta presumibilmente dallo stesso Buticchi per “aprire” il lettore alla sua storia, all’avventura e alla suspense. La narrazione si articola su due livelli temporali: la contemporaneità e il 500 a.C. con i protagonisti che sembrano rincorrersi attraverso il tempo e lo spazio e ricongiungersi proprio attraverso i ‘doni’ lasciati o ricevuti.

Vel, Ramtha, Ati Nacma e i loro “compagni di avventura”, etruschi vissuti nel 520 a.C. che sembrano rivivere non solo nel racconto delle loro vicende ma anche attraverso le ricerche dei restauratori di opere d’arte antica Toni e Sara, che indagano sul loro operato. E la realtà si tinge ogni volta di giallo per i ricordi, che ancora celano il mistero di Laura e della sua “sparizione”, o per i presagi, fasti o nefasti, tanto cari alle culture precristiane, come gli etruschi e i romani.

Su tutti domina incontrastata la forza e la bellezza dell’aquila, simbolo della legione romana che diventa nel libro di Buticchi la sua maggiore antagonista.

«In certe anime c’è un’aquila […] che può egualmente precipitarsi nei burroni più oscuri e tornare a librarsi in alto e scomparire negli spazi solari. E anche ove essa voli per sempre nel burrone, questo burrone è tra i monti, e così, nella sua più bassa discesa, l’aquila montana è sempre più in alto degli uccelli della pianura, anche quando questi salgono» (Herman Melville).

E mentre i lettori attendono di leggere le avventure di Vel e della sua aquila noi abbiamo incontrato Marco Buticchi, il quale ha acconsentito a rispondere a qualche domanda sul suo nuovo romanzo d’avventura (che sarà presentato domani alle ore 18.00 a La Spezia, presso la Festa della Marineria della Spezia – Molo Italia, Nave Scirocco) ma anche su alcuni temi di attualità in esso trattati.

Il segno dell’aquila: un’avventura lunga quasi tremila anni. Un libro nel quale racconta e al contempo indaga gli uomini e le donne della Terra. Dietro un pirata si nasconde un animo buono e nobile, dietro il Moderatore di una Fondazione religiosa un criminale. È lo specchio delle ipocrisie e delle immagini stereotipate della società?

Sarei presuntuoso se fossi convinto di analizzare i mali delle società (quella corrente e quelle più antiche) in un “semplice romanzo d’avventura”. Ancor più presuntuoso se fossi convinto che i miei scritti possano riuscire a porre un freno ai mali di vivere della nostra società. Riporto però, per dovere di chiarezza, quanto scrivo nella nota d’autore in appendice del romanzo: «… ogni iniziativa tesa a instillare anche un solo dubbio sulla correttezza di ciò che accade attorno a noi è benvenuta. Anche quando la riflessione scaturisce da un semplice romanzo d’avventura».

La sede della Confraternita di Denagua si trova a Roma in via della Conciliazione. La mente rimanda subito allo “scandalo dei frati minori”. La realtà supera sempre la fantasia?

Ma non solo ai ‘frati minori’: via della Conciliazione è lunga poco più di 300 metri e, penso che, analizzando gli scandali scoppiati dietro le sante mura in 2000 anni, potremmo trovare uno scandalo a centimetro per la via monumentale che conduce a Piazza san Pietro. La sede della Confraternita è solo frutto delle necessità di monsignor Denagua, che sono spiegate nel romanzo: essere più vicino alle stanze che contano.

Ne Il segno dell’aquila lei esplora anche un campo “minato” come l’Isis che si nutre dei proventi del commercio del petrolio, del traffico di preziosi, dei sequestri di persona a scopo di estorsione, delle donazioni dei fiancheggiatori… insomma mancano il traffico di armi e droga, il contrabbando di sigarette e sembra la descrizione esatta di ciò che facciamo noi occidentali da secoli, non trova?

Non banalizziamo così un problema grave come il sedicente Califfato Islamico. Sono molti secoli che gli occidentali non mozzano istituzionalmente il capo senza processo a chi crede in un Dio diverso. Se il campo è diventato “minato”, forse perché le connivenze con governi e organizzazioni “parallele” hanno concesso ai genieri di depositare le mine. Adesso, però, che quella zona tanto ricca ma interdetta fa paura, difficile sarà sminarlo in tempi brevi.

Il maggiore Oswald Breil viene rapito da un commando per utilizzarlo come controfferta di scambio per liberare il tesoriere dell’Isis. I media di tutto il mondo riportano la notizia della “rocambolesca fuga del re del narcotraffico” salvo poi ritrarlo come un eroe una volta liberato. Possiamo considerarlo come la rappresentazione di un problema serio come quello della disinformazione o della carenza di una corretta informazione?

Anche qui mi torna difficile fare di ogni erba un fascio: nel romanzo (e di romanzo si tratta) le prove sono schiaccianti e le controprove tardano a venire. Ma non vorrei raccontare troppo…

“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

«Senza tema di smentita si poteva affermare che quelle cinque persone reggessero da sole una buona parte dei destini del mondo». Si legge a proposito dei consiglieri della Confraternita della Santa Resurrezione. Persone che non solo si arricchiscono ma si “curano” anche con il traffico illegale di organi. Il segno dell’aquila è frutto della sua fantasia di scrittore ma anche di cittadino che osserva il mondo. E nella realtà purtroppo la situazione non sembra essere molto distante da quella da lei descritta. Perché si è giunti a questo punto?

Non si tratta di fantasie da scrittore, ma di triste realtà denunciata dalla massima autorità mondiale in tema di sanità: l’OMS dichiara che, dei 22.000 trapianti di fegato, 66.000 di rene e 6.000 di cuore eseguiti ogni anno nel mondo, almeno il 5 per cento è effettuato clandestinamente per un controvalore dal miliardo ai due miliardi di dollari. E la mia convinzione è che, ad alimentare questo mercato, non siano i comuni cittadini alle prese con le problematiche quotidiane, ma potenti privi di scrupoli capaci di rifarsi il maquillage espiantando un cuore sano dal petto di un innocente.

Nella realtà, al pari di quanto descritto ne Il segno dell’aquila, chi finge di combattere il terrorismo è il medesimo che lo arma e che lucra con le missioni umanitarie per “aiutare” profughi e rifugiati. Qual è a parer suo la molla che spinge i burattinai a far muovere il sistema?

Non c’è bisogno di andare troppo lontano. Pensi alla strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia e che ancora è in attesa di conoscere manovali e mandanti di stragi e omicidi. Dietro alla ricerca armata di destabilizzazione, si muovono sempre interessi e ideali. Spesso i primi sono preminenti rispetto ai secondi.

In diversi punti del testo viene citato Hitler, le cui azioni sono assimilate al comportamento dei combattenti dell’Isis. Il protagonista del libro è israeliano ma non sembra sia solo questo il motivo che fa pendere l’ago della bilancia da quella parte. Stando a quanto si legge nel rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sono «credibili le accuse di crimini di guerra commesse sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi» a Gaza. Perché secondo lei anche il mite popolo ebreo che ha subito l’olocausto si è piegato ai crimini di guerra perpetrati contro civili, donne e bambini?

Non sono un giudice e non ho elementi tali da giudicare comportamenti tenuti da ebrei o palestinesi in una zona calda e precaria come il Medio Oriente. Il modo di avanzare, la devozione alla causa, l’impeto, le guerre lampo dei miliziani dell’Isis, mi ricordano le avanzate dei nazisti. Così come l’indifferenza del mondo di fronte alle epurazioni etniche e alla giustizia sommaria, mi fanno tornare alla mente quei momenti oscuri che, oggi, abbiamo il dovere di combattere.

«Provate solo a pensare a chi fa comodo che il cattivo sia oggi l’islamico feroce…». A chi fa comodo?

Provate a pensarci… in gioco ci sono: il petrolio, interessi planetari, equilibri nella regione più a rischio… ci siete arrivati? Purtroppo io non posso andare oltre. Provate a leggere quello che ho scritto…

http://www.sulromanzo.it/blog/il-segno-dell-aquila-intervista-a-marco-buticchi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La canzone del sangue” di Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015)

22 sabato Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiovanniRicciardi, Lacanzonedelsangue, recensione, romanzo, Sicilia, thriller

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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozzaanche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/08/22/la-canzone-del-sangue-giovanni-ricciardi-fazi-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” di Marisa Salabelle (Piemme, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, LestatecheammazzaronoEfisiaCaddozzu, MarisaSalabelle, Piemme, romanzo, thriller

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

“Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. “Mischinedda”, pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti, eccetto che alla madre, che si era addormentata.”

Da pochi giorni in tutte le librerie il debutto letterario di Marisa Salabelle L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme, 2015). Un giallo ambientato nella città di Pistoia, una storia contemporanea che racconta della violenza fisica ma anche di quella culturale. Un libro che cattura gli appassionati del genere e che accompagna il lettore in riflessioni approfondite sulla società di oggi e sui suoi innumerevoli mali.

Durante la festa di San Jacopo, patrono della città, due ragazzini in bicicletta trovano, vicino a un fosso, il cadavere di una donna, barbaramente uccisa, priva di documenti, vestita e truccata come una prostituta, probabilmente extracomunitaria. Dopo affannose indagini, portate avanti da carabinieri svogliati e un giovane cronista che sogna lo scoop, si scopre invece che il corpo è quello di Efisia Caddozzu, maestra elementare.

Ma chi era davvero Efisia Caddozzu? Perché una semplice maestra viene abbandonata sul ciglio di una strada con il cranio fracassato? Le indagini portano tutte a un unico indiziato: l’albanese, di cui si è persa ogni traccia. Ma la verità sulla morte di Efisia è un’altra. Per scoprirla sarà necessario scavare nelle ipocrisie più sottili e feroci dell’animo umano.

“Si parlava molto anche di certi fatti, che accadevano regolarmente, e che venivano designati col nome del luogo in cui si erano verificati, senz’altra spiegazione: i fatti di Battipaglia, i fatti di Reggio Calabria: tutti sembravano capire immediatamente in che cosa consistessero i fatti, tranne Efisia, Efisia gli unici che conosceva erano i fatti di Reggio Emilia, grazie a zia Pinella. Così, alle riunioni dove il fumo delle sigarette e l’alito pesante dei compagni, che avevano l’abitudine di mangiare cibi infestati da grandi quantità di aglio e cipolla, erano così densi da potersi toccare con mano, si limitava ad ascoltare in silenzio, trasognata, e menomale che aveva smesso di succhiarsi il dito.”

Marisa Salabelle è nata a Cagliari ma vive e lavora a Pistoia, dove insegna in un Istituto Tecnico. Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo primo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzuchiedendole anche alcune riflessioni e considerazioni sulla società contemporanea.

I.L.G.: Esce in questi giorni per Piemme il suo romanzo d’esordio. Quali sono i suoi sentimenti al riguardo?

Marisa Salabelle: Sono molto emozionata. Mi sono battuta molto per cercare di pubblicare questo romanzo e ora che finalmente vede la luce sono felice come una bambina.

I.L.G.: Il suo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è un giallo ma l’intento sembra non essere fine alla risoluzione del mistero, piuttosto quello di abbattere il muro dell’ipocrisia che regna nella società contemporanea. Perché?

Marisa Salabelle: In effetti  L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu potrebbe essere considerato un giallo anomalo. Direi che, nelle mie intenzioni, il romanzo si sviluppa su tre livelli: il primo è quello strettamente poliziesco. C’è una donna assassinata, ci sono le indagini, c’è uno scioglimento. Il secondo livello è quello relativo al personaggio di Efisia, la cui vita viene seguita, in brani che si alternano a quelli imperniati sulle indagini sulla sua morte, dalla nascita fino al giorno in cui viene uccisa. Il terzo livello è quello che racconta un periodo di storia italiana, visto con gli occhi della protagonista: dagli anni ’60 ai primi anni ’90 del Novecento. È su questo livello che è possibile trovare una lettura critica della società di quegli anni.

I.L.G.: Secondo lei, prima o poi, si riuscirà a trovare un equilibrio nella convivenza tra i popoli o la ‘guerra tra etnie’ non può cessare perché propedeutica alla coltivazione di ben altri interessi, come quelli economici per esempio?

Marisa Salabelle: Io sono assolutamente convinta della necessità di una convivenza il più serena possibile tra persone, gruppi etnici e religiosi, popoli. Il mondo di oggi è un mondo in movimento, fenomeni come le migrazioni di massa sono eventi di tale importanza che certe ricette semplicistiche portate avanti da uomini politici di diverse tendenze mi sembrano assolutamente improprie oltre che impraticabili; è altresì un mondo conflittuale, percorso da guerre, segnato dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia. Gestire tutto ciò non sarà facile, ma è l’unica possibilità che abbiamo.

I.L.G.: Ritornando al suo libro. La protagonista ha un carattere irrequieto, il ragazzo che ha preso sotto la sua ala protettiva altrettanto… sono questi per lei sintomi di una società tormentata e tormentosa?

Marisa Salabelle: Ho voluto creare il personaggio di Efisia come un personaggio sfaccettato: è una donna determinata, generosa, con un forte senso della giustizia e una grande capacità di dedizione; nello stesso tempo è una donna sgradevole non solo nell’aspetto ma anche nel carattere e capace di imprimere alla sua vita una svolta autodistruttiva. Questo è un dato, per come io l’ho inteso, più personale che sociale. Per quanto riguarda il suo giovane protetto, avevo bisogno di un personaggio come lui, un giovane apparentemente indifeso ma in realtà opportunista, prevaricatore: mi serviva che Efisia si innamorasse di un tipo del genere. Diciamo quindi che questo personaggio è una necessità della trama che avevo in mente. Infine, il fatto che nel romanzo non ci sia un solo “buono”, nessuno sia “un eroe” o “un’eroina”, dipende da come la vedo io sulla complessità della natura umana…

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CLTaylor, Ilconfinedelsilenzio, Longanesi, recensione, romanzo, thriller

Il confine del silenzioThe Accident, romanzo d’esordio di C.L. Taylor esce quest’anno in Italia per Longanesi col titolo Il confine del silenzio, nella versione tradotta da Elisa Banfi. Nel Regno Unito il libro ha riscontrato un notevole successo nelle vendite e ora inizia a essere pubblicato in diversi paesi europei.

Non stupisce il favore del pubblico e non meraviglierebbe scoprire che sia dovuto in gran parte al passaparola. La scrittura della Taylor, abilmente riprodotta dalla Banfi, cattura il lettore e lo tiene sospeso come in apnea per tutte le oltre duecento pagine che compongono il testo.  Una capacità che è propria del grande Wulf Dorn e che si ritrova in pochi altri autori.

Quella sensazione di essere spiati, controllati, di essere in costante pericolo, al pari dei protagonisti delle vicende che si stanno leggendo. La paura che ti assale ogni volta che apri il libro e ricominci dal punto in cui avevi lasciato, una paura che ti tiene incollato alla sedia e ti fa credere che l’unico modo di sconfiggerla sia andare fino in fondo nella lettura, scoprire il mistero e mettersi in salvo, come i personaggi.

Ma è sul finale che Il confine del silenzio delude un po’: troppo scontato, con una struttura troppo studiata e trasparente, a tratti anche prevedibile.

Il registro narrativo si articola su due livelli temporali: il presente, con la narrazione delle vicende in corso di svolgimento, e il passato, quando Sue ricorda i suoi trascorsi giovanili rivissuti attraverso le pagine di un diario. Donna emotivamente instabile e insicura al capezzale di sua figlia, in coma da settimane, Sue ritrova il coraggio di combattere perdendo la lucidità e, mentre il marito crede stia avendo un’altra delle sue ‘crisi’, riesce a mettere in salvo la vita di Charlotte, di Brian e la propria. A morire sarà il cattivo, per una serie di coincidenze e casi fortuiti mentre fino a quel punto ogni frase e ogni azione erano state ponderate e premeditate fino all’inverosimile. Esattamente come era accaduto venti anni prima, quando in piena confusione mentale Sue era riuscita a salvarsi e, liberandosi di ‘pesi e ricordi’, a ricominciare.

«Forte? Non avrei potuto essere più debole. Avevo passato due anni della mia vita con un mostro, a farmi torturare da un odio mascherato da amore.»

Provata e combattuta riesce comunque a ripartire, lontano, e col tempo imparerà di nuovo ad amare. Si scoprirà poi che vittima della furia assassina indirizzata a lei è stata un’altra donna, una prostituta, e la storia stava per ripetersi anche venti anni dopo, con Keisha.

I temi e gli argomenti trattati dalla Taylor sono numerosi e spaziano dalla violenza di genere alla prostituzione minorile, dalle malattie mentali alla ribellione adolescenziale. Ne emerge il quadro di una società, quella inglese, che incarna alla perfezione i mali della contemporaneità. Ragazzine cresciute a pane e social network che farebbero qualsiasi cosa pur di possedere un guardaroba di ‘tutto rispetto’.  Ragazzi poco più che adolescenti ascesi al limbo dello show business convinti che a loro tutto sia dovuto. E insieme finiscono col vivere vite parallele al limite degli eccessi e dello sballo inconsci del fatto che le prime vittime di tutto ciò sono e rimangono loro stessi. Il motivo propulsore è per la maggior parte di loro il medesimo: tentare di nascondere le fragilità e le insicurezze con trasgressioni e spavalderia.

Il tarlo del dubbio sul presunto ‘incidente’ di Charlotte si insinua fin da subito nella mente di Sue, sua madre, che pensa di conoscere la sua bambina e invece indagando nella sua vita scopre una persona diversa da come la credeva… o forse no. Sue e Brian, genitori costretti a trovare il coraggio e la forza per andare avanti, ogni giorno, incoraggiati dalla speranza di assistere al ‘risveglio’ della propria figlia.

«Nei suoi occhi leggo la compassione, anche se a volte usa un tono brusco. La vedo negli occhi di tutte le infermiere, soprattutto le madri. Ringraziano Dio che non sia capitato a loro.»

E ciò che capita negli anni a Sue metterebbe a dura prova chiunque, difficile biasimarla per le  insicurezze, per il bisogno di coltivare un ‘amore malato’, di trascurare la figlia da cui non si è separata, di abbandonarsi al sospetto… leggere Il confine del silenzio induce alla riflessione su molti aspetti e problemi della società attuale, sui mali che la affliggono e sui malesseri delle persone di ogni fascia di età.

http://www.thrillercafe.it/il-confine-del-silenzio-cl-taylor/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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