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Irma Loredana Galgano

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La Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla. “Manuale distruzione” di Roberto Corradi

01 giovedì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Manualedistruzione, recensione, RobertoCorradi, romanzo, SperlingKupfer

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Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso (Sperling&Kupfer, 2016) di Roberto Corradi è “l’unico vero libro di Storia” in circolazione. Il solo manuale che racconta la Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla.
Chi ha detto che la Storia è noiosa? Dipende dai fatti che scegli di raccontare e da quanto decidi di essere sincero nel commentarli. Se a questo aggiungi uno spiccato senso dell’umorismo, dell’ironia e dell’auto-ironia allora ottieni un “manuale d’istruzione” che insegna molte più cose di quanto non si è indotti a credere.
Manuale distruzione è un testo simpatico e originale, unico nel suo genere, carico della simpatia e dell’energia che ha e trasmette il suo autore e dell’umorismo mai volgare a cui Corradi ha abituato i suoi fan. È un libro che va letto con calma, ingerendone piccole dosi alla volta altrimenti si rischia seriamente di sentirsi male… dal ridere.

“Chi dice che Mary Quant abbia inventato la minigonna non tiene conto di almeno settecento anni di storia romana.”

Manuale distruzione è dedicato a Pipino il Breve “di cui ancora si sghignazza” e ha la prefazione firmata da Marco Presta il quale sintetizza alla perfezione il senso recondito del libro: “dare una risposta soddisfacente alla domanda «Come abbiamo fatto a ridurci in questo modo?».”
Corradi racconta quanto accaduto negli ultimi 200mila anni agli esseri “umani” che “dall’esigenza di indossare delle mutande che li coprissero così come erano coperti gli animali da pelliccia” sono arrivati al “compromesso di indossare proprio gli animali da pelliccia”.
Al pari di ogni grande autore o comico che si rispetti, Corradi trasmette al lettore molto più di ciò che traspare dalla semplice battuta. Uno sguardo lucido, a volte tagliente, alla Storia, quella vera, spesso faziosamente raccontata, addolcita, edulcorata. Un’opinione critica e realistica sui fatti recenti e passati che hanno cambiato il corso della Storia e il destino dei popoli. Una dimostrazione palese di quanto, a volte, sono i manuali veri a raccontare delle storie.

“E questi dei, sostanzialmente, copulavano. Copulavano, si risentivano, si facevano corrompere, dibattevano dei fatti loro: stava nascendo il concetto di Parlamento, che solo molti secoli dopo avrebbe avuto il suo massimo sviluppo in Italia.”

Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso di Roberto Corradi è un libro molto spassoso, da leggere per ridere e sorridere ma anche per riflettere. Per imparare a guardare con occhio diverso, magari più critico, i libri che raccontano la Storia e i giornali che parlano dell’oggi. Un modo “leggero” per tentare di cambiare il domani perché gli “idioti” ci sono in ogni epoca e quasi sempre sono “quelli che devono firmare per cose che ci servono come l’aria”.

Roberto Corradi: classe 1976, romano, autore e attore scrive per la televisione, la radio e il teatro. Ha lavorato con Alberto Sordi, Enrico Montesano, Enrico Vaime, Lillo&Greg, Maurizio Battista, Marco Travaglio, Maurizio Costanzo, Marco Presta e Antonello Dose. Deve i suoi inizi a Corrado Mantoni. È noto per la trasmissione di Radio2 Il Ruggito del Coniglio e afferma di saper fare il pandoro. (fonte http://www.sperling.it)

Source: libro inviato al recensore da Fiammetta, che ringraziamo, per conto della Sperling & Kupfer.

L’articolo originale qui

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo Appalermo” di Carlo Loforti

24 mercoledì Ago 2016

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AppalermoAppalermo, BaldiniCastoldi, CarloLoforti, recensione, romanzo, Sicilia

 

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Finalista alla XXVIII edizione del Premio Italo Calvino col titolo di Il calcio è un bastardo, il romanzo d’esordio di Carlo Loforti è stato pubblicato da Baldini&Castoldi come Appalermo, Appalermo.

La giuria del premio lo ha definito un «romanzo spiritoso, leggero e senza pudore. In cui tutto viene raccontato con un umorismo che regala momenti di autentico spasso».

È vero, a volerlo leggere per la sola storia che racconta è un libro “spassoso”. Se invece lo si vuol guardare come uno spaccato della città di Palermo, della Sicilia e dell’Italia intera allora sono numerose le considerazioni che induce nel lettore.

Carlo Loforti è un palermitano che conosce a fondo la sua città e i suoi abitanti e, intorno a ciò, costruisce il suo romanzo che è la storia di Domenico Calò, detto Mimmo, ma potrebbe, indistintamente, essere quella di centinaia di altri giovani come lui. Ragazzi cresciuti nei cortili, per le vie strette di una città che può diventare stretta come un imbuto.

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Incomprensioni con i genitori e gli adulti in generale, un pallone e i primi approcci col sesso. Questo il background socio-culturale che si devono far bastare per diventare a loro volta degli adulti. E Mimmuzzo, non essendo particolarmente dotato per la pratica, si allena incessantemente sulla teoria, diventando un esperto cronista sportivo.

Dopo venti anni Mimmo Calò perde il suo lavoro di giornalista e deve cercare di reinventarsi dibattendo tra una moglie sempre pronta a prenderlo in castagna, supportata dall’invadente suocera, dei genitori che dalla pensione invece del sollievo trovano la separazione, i soldi che non bastano mai e la criminalità che invece ti trova sempre. Tutta una serie di rocambolesche avventure e, soprattutto, disavventure, lo portano sull’orlo del precipizio. Situazioni che lui affronterà sempre stoicamente convinto di essere talmente “sfigato” da valere quasi il contrario e uscirne sempre in piedi.

Carlo Loforti in Appalermo, Appalermo descrive dettagliatamente un adolescente alle prese con i cambiamenti del suo corpo, un ragazzo che si sente uomo dopo aver perso la verginità, un adulto che tenta di sopravvivere nella giungla degli affetti e del lavoro ma, soprattutto, regala al lettore una fotografia della situazione in cui si trovano centinaia di giovani delle periferie che si divincolano tra la poca voglia di studiare, l’attrazione-repulsione verso la criminalità, il desiderio di divertirsi e il “sogno di farcela”, di lasciare la mediocrità e avere successo. Il fatto è che spesso, quasi sempre, ciò è legato al gioco del calcio e alla speranza di essere “scoperti” come talenti o fenomeni e ascendere all’Olimpo dei vip. L’impatto con la realtà, in questi casi, è ancora peggiore del solito perché ci si ritrova adulti, senza “talento” e senza un’adeguata formazione-istruzione e non si ha altra possibilità che accontentarsi fingendo disinteresse.

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Mimmo Calò è uno, che alla fine, sceglie di accontentarsi con l’unico rammarico di averci messo troppo a capire che era l’univa via per regalargli un po’ di tranquillità.

Lo stile della scrittura di Loforti è gradevole. Frasi brevi, riflessioni intervallate da dialoghi ricchi di battute e allusioni. Pesante a volte, soprattutto in periodi protratti, l’uso di espressioni o termini tipicamente dialettali che costringono chi legge, e non è siciliano, a consultare il glossario a fine libro. La narrazione segue il ritmo delle vicende creando i giusti pathos e curiosità nel lettore che è sempre invogliato a leggere il capitolo successivo.

Appalermo, Appalermo di Carlo Loforti si rivela fuor di dubbio una lettura interessante, piacevole che può regalare a lettore alcune ore di svago oppure invogliarlo in riflessioni sulla società e l’attualità. Sarà chi legge a scegliere e decidere cosa vuol trovare o cercare, in ogni caso ne vale sempre la pena.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-la-fantasia-racconta-la-realta-appalermo-appalermo-di-carlo-loforti

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per ‘L’emozione in ogni passo’

27 mercoledì Lug 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FiolyBocca, Giunti, intervista, Lemozioneinognipasso, romanzo

soloCopL’emozione in ogni passo (Giunti, 2016) è il secondo romanzo di Fioly Bocca, una scrittrice, una donna, una madre che, attraverso le parole, racconta la vita, le emozioni, i sentimenti, i dolori, le paure e soprattutto la speranza. “Una necessità che, io credo, ci accomuna tutti.”

Il libro racconta la storia di Alma e Frida, i loro tormenti, il loro essersi smarrite, il lungo Cammino che le porterà prima a incontrarsi poi a ritrovarsi. Un cammino spirituale, metaforico e reale, che diventerà anche un percorso fisico e psichico. Una autoanalisi e un’auto-rivelazione fondamentali per ognuno. Le medesime che l’autrice scopre “percorrendo” la sua scrittura.

Ne abbiamo parlato con Fioly Bocca in un’intervista.

Schermata 2016-07-27 a 09.37.00fonte: www.giunti.it

L’emozione in ogni passo è il racconto del cammino, metaforico e reale, condotto da Alma e Frida verso Santiago de Compostela e alla ricerca di se stesse. Il Cammino è un percorso da seguire o da costruire?

Il Cammino si costruisce, in un’interazione continua con esso. Ci prefiggiamo una partenza, alcune tappe, tempi di percorrenza, una meta. Ma, al momento del via, dobbiamo essere pronti a lasciarci sorprendere, e qualche volta accompagnare per mano. Vedremo così panorami che non avevamo previsto, scorci inattesi; magari cercando rifugio a un temporale.
Il Cammino si fa, con la complicità del Cammino.

Alma e Frida sono due donne apparentemente diverse tra loro che si incontrano in un momento delle loro vite nel quale entrambe si sono smarrite. Quanto incide e quanto determina il loro “essersi incontrate” sullo sviluppo della storia?

L’incontro delle due donne era necessario per la loro evoluzione, in un momento di grande fragilità per entrambe. Seppure così diverse da essere quasi complementari, Alma e Frida riconosco una nell’altra lo stesso profondo bisogno: quello di riconciliarsi con se stesse e la propria vita, dopo un avvenimento che le ha fatte deragliare dalle proprie esistenze. Nel caso di Alma è una ricerca di risposte, di una misura precisa ai propri sentimenti. Nel caso di Frida invece è la necessità di fare i conti con una perdita che renderà la sua vita per sempre “altro” da ciò che è stato fino a quel momento.
Incontrarsi sarà identificare nell’altra il proprio disagio e percorrere insieme un pezzo di strada verso la precisa volontà di superarlo.

Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai (Giunti, 2015), è stato un grande successo di pubblico che si è appassionato alla sua scrittura che potremmo definire “dei sentimenti”. Secondo lei, cosa hanno trovato i lettori nel suo libro da spingerli al virale passaparola che ne è derivato?

È difficile per me rispondere a questa domanda. Non dirò quello che credo abbiamo trovato, ma quello che spero, abbiano incontrato nella mia scrittura: il bisogno di leggere, anche tra le righe di un dolore, lo spiraglio di una speranza. È una necessità che, io credo, accomuna tutti; la vita mette spesso a dura prova, ma se si riesce comunque a concederle ancora fiducia, può ricompensarci, almeno in parte, offrendoci nuovi punti di osservazione e la possibilità di evolvere, di avvicinarci a noi stessi nella nostra dimensione più autentica.
Raccontare una storia attraverso i sentimenti di chi la vive, offre certamente una prospettiva soggettiva; ma per me è anche quella più reale, più vicina al vero.

Anche lei, con la sua scrittura, sta portando avanti un suo percorso personale?

È quello che mi auguro. La scrittura è alle volte auto-rivelazione, il più potente strumento di autoanalisi che io abbia sperimentato. Le storie che si raccontano sono sempre anche un fare luce sulle nostre zone oscure. Già solo per questo, è una strada che merita di essere percorsa.

Se poi si riesce a offrire qualche cosa agli altri, allora è quasi un miracolo: la possibilità di condividere un processo creativo è un enorme sprone per chi si incammina in questa ricerca, che è bellezza, ma anche disciplina e fatica.

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Fioly Bocca: Vive nel Monferrato. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università degli Studi di Torino. Il suo romanzo d’esordio, Ovunque tu sarai, è stato un grande successo del passaparola. I diritti di traduzione sono stati venduti in Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Turchia. L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

155ef7_27bdf5024e224437ae14a0bc00aa3945Si ringrazia per la segnalazione e la mediazione Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Bestia di Sannazzaro” di Alessandro Reali

19 giovedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlessandroReali, FratelliFrilli, LaBestiadiSannazzaro, recensione, romanzo, thriller

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In La Bestia di Sannazzaro. Lomellina, inverno di guerra 1917 (Fratelli Frilli Editori, 2016) Alessandro Reali conduce il lettore in un durissimo periodo della storia italiana. Racconta uno spaccato di vita reale, concreta, con le sofferenze, le privazioni, il dolore e la morte che ogni guerra comporta, per chi va al fronte e per chi resta ad aspettarlo, spesso invano.
Tra le vicende ispirate alla realtà, l’autore inserisce il delitto intorno a cui ruota l’intero noir. Un omicidio dettato più dalla follia che dalla passione, deleteria conseguenza di un accumulo di frustrazioni che inutilmente l’omicida ha cercato di annegare nell’alcol.
Non mancano nel testo di Reali i riferimenti al dualismo, per certi versi ancora attuale, tra gli intellettuali di sinistra e i borghesi/capitalisti di destra, la stratificazione sociale e le sue conseguenze, rintracciabili con facilità anche nella odierna società.
Nicola Necchi è un ragazzo di soli 15 anni con in corpo «la voglia di andare, fare, scoprire e capire, perché era quasi un uomo e suo padre se l’era portato via la maledetta guerra, nel maggio di quello stesso 1917, sul fronte del Carso, nella decima battaglia dell’Isonzo». Un giovane uomo che cerca di trovare la propria strada divincolandosi tra i discorsi altisonanti dell’avvocato Persico, la depressione di sua madre e la finta debolezza di sua nonna, la quale in realtà accudisce e mantiene tutti in casa e cerca di frenare la volontà ribelle di Nicola raccontandogli storie spaventose sulla pericolosa Bestia che aggredisce gli avventori notturni del paese.
Il segreto sull’identità del vero assassino non è l’unico mistero a essere svelato nel testo di Reali, il quale basandosi sui racconti di sua nonna, suo nonno e suo padre rivela tanti particolari sulla vita del piccolo borgo di Sannazzaro de’ Burgondi e dei suoi abitanti. Tradizioni, usi, costumi, superstizioni, leggende, intrecci amorosi e d’affari che riguardano il paesino lungo le rive del Po ma potrebbero essere riferiti a qualsiasi altro sito d’Italia.
Lo stile di Reali è molto intenso, il ritmo incalzante della narrazione mantiene alto l’interesse di chi legge e viene costantemente invogliato a continuare a farlo dalle numerose “rivelazioni” attese. Solo nei passaggi in cui l’autore, citando oggetti, riporta il nome in dialetto e il significato tra parentesi indispongono un po’ il lettore, il quale in un libro di narrativa non cerca spiegazioni ma altro. Sarebbe stato preferibile, forse, inserire la spiegazione sul significato nel contesto della narrazione e non estrapolarla da questa isolandola.
L’ambientazione è piena di atmosfere suggestive, di paesaggi, case e casolari avvolti dalla nebbia e dal mistero della Bestia che incombe minacciosa sull’incolumità degli abitanti del borgo. Descrizioni che rimandano la mente del lettore alle lande narrate dal grande maestro sir Arthur Conan Doyle quando portava Holmes a correre lungo le strade e le campagne avvolte dalla foschia, dal mistero e dalla paura causata dal mastino dei Baskerville, nel libro omonimo. Anche in quel caso si è scoperto che è di altra razza la “bestia” feroce di cui aver paura: umana.

L’articolo originale qui

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Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

06 venerdì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GiulianoPesce, intervista, IoeHenry, MarcosyMarcos, romanzo

 

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

Da pochi giorni in libreria, Io e Henry (Marcos y Marcos, 2016) di Giuliano Pesce è un libro strutturato su diversi livelli. Sarà il lettore stesso a scegliere se vuol vederci un racconto umoristico, una spy-story o un romanzo che inglobi tutto questo e molto altro ancora. Riflessioni sulla contemporaneità si alternano a soliloqui con la propria mente e alterchi con personaggi reali o immaginari.

Un libro, quello di Pesce, costruito intorno alla constatazione che «se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Tagliaferro, il protagonista, un sogno lo ha ma non è quello che sembra. L’originalità di questo libro sta anche in questo.

Ne abbiamo parlato con Giuliano Pesce in un’intervista.

Io e Henry è un libro con una struttura e una storia originali, a cavallo tra un “finto” romanzo e una semiseria spy-story. Perché questa scelta narrativa?

Potrà sembrare strano, ma il romanzo nasce dalla prima frase. Un giorno ho preso un foglio e ho scritto un aforisma che mi ronzava in testa: «Se hai un sogno vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Poi, ho aggiunto: «Il vecchio Henry lo diceva sempre». A quel punto mi sono trovato davanti a diverse domande: chi è questo Henry? Perché è “vecchio”? E perché pronuncia una frase simile?

La storia è stata la mia risposta a queste domande, subordinata al bisogno che sentivo di scrivere qualcosa che, oltre che catturare l’attenzione del lettore, fosse anche divertente, da leggere, ma soprattutto da scrivere.

Nel testo sono innumerevoli le citazioni, i paragoni e le similitudini con personaggi o aneddoti tratti da cinema, musica e letteratura contemporanei. Quali sono i motivi alla base di questo stile di scrittura?

Come dicevo, volevo scrivere qualcosa che fosse divertente. Lo stile del romanzo nasce in parte da questo bisogno. E in parte dal fatto che volevo un protagonista che fosse sì un uomo comune, ma che avesse anche un modo tutto suo di vedere il mondo. Così ho riversato in Tagliaferro qualcosa che mi capita di provare spesso. Cioè la sensazione che il mondo di oggi sia una gigantesca bolla di rumore informativo, ripiena di tante, tantissime parole, immagini e suoni, dietro cui è difficile scovare dei veri significati.

Tagliaferro, all’inizio della storia, ha appena perso i pochi appigli che aveva (l’amore, il lavoro, la casa) e cerca disperatamente di trovare nuovi punti di riferimento. Tuttavia, quasi tutto gli sembra già visto, sentito, rimasticato, sputato fuori dalla sua mente ormai sovraccaricata da input esterni, che hanno in un certo qual modo sommerso il suo vero Io. Lo stile che ho adottato serve principalmente a rendere a livello espressivo queste sensazioni che attanagliano il protagonista.

LEGGI ANCHE – La letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

La vicenda narrata in Io e Henry ruota intorno alla figura del protagonista ma ha come ambiente di riferimento il Centro di salute mentale Villachiara. Pirandello affermava che esistono solo due modi per liberarsi del peso della vita: la morte o la pazzia. Il protagonista vive la sua “alienazione” come una fuga dalla realtà?

La singolarità del mio protagonista, Tagliaferro, è rintracciabile proprio qui. La sua è certamente una fuga da una realtà che non gli piace più. Ma non solo. È anche il tentativo, forse vano, di costruire una realtà nuova, che non sia solo l’incomprensibile somma delle diverse volontà degli individui, gettate alla rinfusa sul piatto della vita. Tagliaferro vuole una realtà che dipenda soltanto da lui. Per questo si mette alla caccia del Registro-01, l’unico strumento in grado di concedergli il potere di cui ha bisogno.

La realtà può spaventare, o fare male. Ma Tagliaferro, grazie a Henry, scopre che a volte la miglior difesa è l’attacco.

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

«La sofferenza interiore, la terrificante depressione che ti attanaglia, inevitabilmente, quando ti rendi conto della differenza che esiste (ed esisterà sempre) tra il mondo come lo vorresti e il mondo com’è». Tagliaferro cerca di vincere il suo male di vivere con l’umorismo e la follia?

L’umorismo è sicuramente una componente importante del romanzo. Ma Tagliaferro, pur essendo il narratore, ne è quasi una vittima involontaria. Le situazioni in cui si viene a trovare ondeggiano tra il drammatico e l’assurdo; e l’unico modo che ha per affrontarle è quello di lasciarsi trascinare da questo flusso.

Per quel che riguarda la follia, io non credo che Tagliaferro sia pazzo. A volte penso che i pazzi non esistano neppure. Se consideriamo la vita e i suoi canoni come il risultato della mediazione tra le diverse volontà di tutti gli individui, i folli sono semplicemente coloro che rifiutano di sedersi al tavolo delle trattative. Coloro che, per così dire, preferiscono tentare di far saltare il banco. E Tagliaferro rientra senza dubbio in questa categoria.

Parlando di umorismo la mente rimanda nuovamente a Pirandello. Anche Tagliaferro, come i personaggi del grande drammaturgo, ha una patina di tristezza che trasmette al lettore. Come Pirandello anche lei scrive le sue storie per sfidare il pubblico, per stimolarlo?

Certamente. Io e Henry è un libro che può essere letto su tanti livelli. Può essere gustato come un semplice romanzo umoristico e – mi auguro – avvincente. Ma spero anche che alcune situazioni e certe riflessioni dei personaggi, seppur deformate dalla lente dell’umorismo, possano spingere i lettori a ripensare al mondo di oggi e, soprattutto, al nostro modo un po’ troppo dogmatico di interpretarlo.

«Come ciascuno di noi, anche il protagonista del romanzo è – almeno in parte – il prodotto del costante bombardamento di immagini, suoni, parole a cui ci sottopone il mondo di oggi e che, inevitabilmente, finisce per condizionare il nostro modo di essere, pensare e agire». Siamo dei burattini? E nelle mani di chi?

Uno dei temi principali del libro è proprio questo. E ho cercato di affrontarlo da vari punti di vista, che vanno dal complottismo più esacerbato (ci sono oscuri signori che ci dominano!) all’influenza che il mondo esercita sul nostro Io, passando per alcuni concetti come la Fortuna, il Destino e la Possibilità.

Quanto di nostro riusciamo davvero a provare? E quanto siamo vittime di quello che ci investe dall’esterno?

Sono domande che mi pongo spesso e a cui, purtroppo, non sono in grado di dare una risposta soddisfacente. Spero, però, che il libro possa spingere i lettori a riflettere su tutto questo e, magari, a cominciare a cercare le proprie risposte.

http://www.sulromanzo.it/blog/esiste-una-realta-che-dipende-solo-da-noi-io-e-henry-di-giuliano-pesce

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La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

16 sabato Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FuggitadallIsis, paura, recensione, romanzo, SophieKasiki, terrore, Terrorismo, tre60

 

La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

Dans la nuit de Daech, uscito in Italia per Tre60 col titolo Fuggita dall’Isis nella versione tradotta da Elena Sacchini, è il libro confessione della seguace pentita Sophie Kasiki (per ovvie ragioni il nome è di fantasia), scritto a quattro mani con la scrittrice francese Pauline Guéna. Sophie nasce nel 1981 a Kinshasa, in Congo, dove trascorre quella che lei stessa definisce «un’infanzia perfetta» che ruota intorno al fulcro della sua vita, sua madre, la cui morte prematura crea nella ragazza uno scompenso emotivo da cui non si riprenderà se non dopo otto anni. Almeno questo è quello che crede.

È una bambina quando la madre muore, così Sophie è costretta a lasciare la sua casa, il suo mondo, per trasferirsi a Parigi con la sorella maggiore e il cognato. Per quasi dieci anni sopravvive chiusa in sé stessa finché l’arrivo delle nipotine, le gemelle figlie di sua sorella Alice, non la fanno sentire di nuovo “utile e amata” e lei crede di aver definitivamente chiuso «quella lunga parentesi di lutto». Si diploma, si innamora, si sposa, inizia a lavorare. Sophie s’illude, aiutando gli altri come faceva sua madre, che era un’infermiera, di poter ritrovare sé stessa, la propria genitrice e soprattutto la felicità.

Ma quel senso di frustrazione e insoddisfazione non sembra proprio volerla lasciare, neanche dopo la nascita di Hugo, suo figlio, e la conversione all’Islam, religione che ritiene più vicina al suo pragmatismo. Dopo un viaggio all’isola di Gorée, in Senegal, durante il quale visita la casa degli schiavi con «l’apertura sul muro affacciata sul mare da cui venivano deportati gli schiavi in catene», la sua situazione psichica precipita di nuovo, alimentata dalla rabbia e dalla volontà di smascherare le ingiustizie profonde. Sophie pensa che la vita che sta conducendo stia diventando troppo “borghese”, che il suo scopo sulla Terra debba essere molto più grande e determinante di quello che riesce a intravedere dal suo appartamento nella periferia parigina e non si accorge che a fomentare i suoi pensieri non è un desiderio di agire bensì di morire.

Il male di vivere che l’aveva pervasa per otto lunghi anni dopo la morte della madre si riaffaccia in forma meno acuta ma più incisiva. Per non soccombere alla depressione Sophie decide che deve cambiare la sua vita e per farlo ha bisogno di una motivazione forte, una causa che travalichi i confini piccolo-borghesi della società occidentale nella quale si ritrova a vivere. È pronta a sacrificare tutto, anche il suo matrimonio, ma non la maternità, e così decide di partire per la Siria e di portare con sé suo figlio di soli 4 anni. Sophie intraprende quello che ritiene sarà il suo cammino verso la salvezza e non si rende conto, o preferisce ignorarlo, di essere già diventata una vittima, l’ennesima pedina di un gioco, o meglio di un giogo molto più grande di lei e del suo malessere.

«Quello che scopro mi sconvolge e mi fa star male. Non sono venuta qui per giocare ancora una volta alla colonizzazione, men che meno nei panni del colono».

Le basterà girare per le strade di una Raqqa blindata per rendersi conto di essere rimasta vittima di un inganno. Sbaglierà ancora nel ritenerne artefici Idriss, Mohammed e Souleymane, i ragazzi conosciuti al centro ricreativo dove lavorava come educatrice. Anche loro sono vittime del medesimo “efficientissimo sistema di propaganda” che ha risucchiato lei.

«Ogni giorno che passa cresce in me l’odio per questi stranieri che si credono tanto superiori. È l’esercito del Terzo Reich a Parigi, sono i coloni in Congo, i bianchi nelle terre degli indiani d’America».

Gli stranieri di cui parla sono i nuovi arrivati in Siria, come lei. Sono Idriss, Mohammed e Souleymane. Sono i combattenti, i mujaheddin, giunti da ogni parte del mondo per arruolarsi tra le fila dell’esercito dello Stato Islamico, piantonare la città di Raqqa, far rispettare la legge islamica, portare a compimento lo jihad.

La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

Leggendo Fuggita dall’Isis si prova un certo sgomento, una sorta di ostinata incredulità che rende difficoltoso credere che tutto ciò che viene narrato sia vero. Che sia realmente accaduto. Non perché si mettono in dubbio le parole della Kasiki bensì perché farlo equivale ad ammettere che tutto quello che ascoltiamo in televisione, leggiamo sui giornali, commentiamo sui social network potrebbe irrompere nelle nostre vite in qualsiasi momento e stravolgerle. Sarebbe troppo semplicistico liquidare la storia di Sophie Kasiki come un qualcosa che non ci appartiene, perché frutto di scelte che noi non faremo mai. Con molta probabilità anche lei lo pensa. Altrettanto riduttivo sarebbe attribuire il tutto al fatto che lei si sia convertita all’Islamismo. Lei stessa ammette che la religione, in tutta la vicenda che l’ha vista protagonista e vittima, riveste un ruolo marginale. Nel caso di Sophie una componente determinante è stata la malattia, la depressione, ma non è sempre così. Viene naturale chiedersi qual è la molla che fa scattare gli altri numerosi giovani che dai centri e dalle periferie, dai paesi e dalle città di mezzo mondo decidono di partire per raggiungere lo Stato Islamico.

«La frattura che ho dentro è sempre lì, la sento, la vedo. L’ho esplorata a fondo, come non avevo mai fatto, e adesso so che non si rimarginerà. Oggi mi auguro soltanto di conoscerla abbastanza bene da non permettere a una religione, a una ideologia o anche a una persona di insinuarvisi e manipolarmi».

Fuggita dall’Isis è un libro che racconta una storia intensa, che accompagna il lettore in profonde riflessioni sulla vita che conducono gli abitanti del continente africano, di quello europeo e di coloro che vivono sospesi, come in bilico tra i due mondi. Storie, piccoli gesti di grande umanità che si ritrovano in luoghi e volti sconosciuti mentre si perdono in ciò e in coloro che riteniamo “famigliare”. Nel corso della sua incredibile avventura Sophie si ritroverà a incontrare sconosciuti disposti a rischiare la vita pur di aiutare lei e Hugo a ritrovare la libertà e far ritorno da suo marito Julien; lui che, assalito dalla stanchezza di doversi occupare del lavoro e del figlio, ha lasciato che lei gli mentisse, ha lasciato che partisse con Hugo per la Turchia e lo ha fatto senza neanche chiederle dove andasse e perché.

Errori, distrazioni, malesseri di una vita trascorsa a correre per andare al lavoro, lottare per far quadrare i conti, combattere per non sentirsi sopraffatti dalle responsabilità. Una vita dove il “benessere” si rivela sempre più spesso una tortura, una condanna, una corsa in tondo che non porta da nessuna parte… e così mentre Sophie parte in cerca di risposte, Julien resta eppure entrambi commettono lo stesso errore: si lasciano condizionare mentendo a sé stessi. Non si capirà perché il terrorismo islamico avanza, né perché dall’Occidente, che se ne dichiara nemico, partono centinaia di giovani che scelgono il rigore della legge islamica al liberismo tout court della democrazia ma Fuggita dall’Isis di Sophie Kasiki è di sicuro un libro interessante, che invita alla riflessione su tanti aspetti della contemporaneità.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-storia-di-sophie-kasiki-la-donna-fuggita-dall-isis

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La rancura” di Romano Luperini

13 mercoledì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Larancura, Mondadori, recensione, RomanoLuperini, romanzo

ran

La rancura (Mondadori, 2016) di Romano Luperini è un romanzo incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlio, sugli scontri generazionali ma soprattutto sui silenzi, sulle mancate occasioni di incontro, di dialogo. Un libro che focalizza sulle azioni compiute dai padri e motivate dalla volontà di cambiare il mondo per “lasciare” ai propri figli un posto migliore. Solo che per fare questo i padri, paradossalmente, trascurano il rapporto con i figli che vivono queste assenze, queste distanze come un abbandono. E si alimentano le incomprensioni.
Il testo di Luperini è diviso in tre parti. La prima intitolata Memoriale sul padre è una docu-fiction di tipo storico, la seconda (Il figlio) un’autobiografia romanzata mentre l’ultima (Il figlio del figlio) un racconto in terza persona.
Il titolo riprende il termine “rancura” utilizzato da Montale proprio per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre.

«Rimasi interdetto, senza sapere se essere orgoglioso o impaurito del suo elogio; e per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.»

Il Memoriale del padre porta il lettore ai giorni della Seconda guerra mondiale, sul fronte italiano ai confini orientali e poi in terra straniera: Istria, Slovenia, ex-Jugoslavia… Paesi, culture, sentimenti che si mescolano e si confondono come i colori delle casacche indossate dai soldati. Ragazzi giovanissimi che si ritrovano a comandare battaglioni, ufficiali di un esercito che tale non è che combatte per un Paese che ancora non ha trovato la propria identità. Cambiamenti epocali che passano attraverso i corpi e le menti di questi giovani uomini, li formano, li fortificano e li cambiano, inesorabilmente.
Luigi Lupi, dopo il fronte e la guerra, non riesce a ritornare alla borghese quotidianità della vita dalla quale già era fuggito in passato e diventa “strano”. Suo figlio, Valerio, ha paura di lui, lo teme come anche sua madre. E allora decide che lui deve essere diverso da suo padre. Suo figlio, Marcello, penserà le stesse identiche cose. Fasi e cicli che si ripetono ma che sembrano perdere spessore e assottigliarsi di volta in volta. Come se ogni generazione “scelga” di poter fare a meno prima degli ideali, poi delle ideologie e infine della ribellione. Passare dalla lettura di racconti dal fronte nel Memoriale del padre alla descrizione dei ragazzi in fila per il provino a un reality show ne Il figlio del figlio rende drammaticamente l’idea di quanto è andato perduto, sprecato.
È un romanzo lungo, La rancura di Romano Luperini, un racconto dettagliato di innumerevoli sfaccettature di vite, volti, comportamenti, sentimenti… tre generazioni di uomini della stessa famiglia che non riescono a trovare altro punto d’incontro che non sia la terra, la campagna e lo stile di vita che a questa si lega. Tra i crinali e i boschi della campagna toscana scoprono la forza di ritrovare se stessi e affrontare sentimenti ed emozioni inespressi.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2016/04/13/la-rancura-romano-luperini-mondadori-2016-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

«Si asciuga le mani, guarda dalla finestra l’albicocco gocciolante, la strada ancora lucida dalla pioggia, gli olivi ripiegati su se stessi nelle valli, il crinale caliginoso dei colli. Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.»

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l’Italia (Rizzoli, 2016). Intervista a Daniele Autieri

11 lunedì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DanieleAutieri, Igiornidellacagna, Italia, italiani, mafia, Rizzoli, romanzo

 

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

È uscito a febbraio di quest’anno con Rizzoli I giorni della Cagna. La presa di Roma del giornalista investigativo Daniele Autieri.

Un romanzo che racconta del momento in cui piccole e grandi organizzazioni criminali hanno stretto un patto: unirsi e diventare «la Bestia più feroce che l’Italia abbia mai conosciuto». Nasce così la Cagna, «il patto segreto che in questi ultimi dieci anni mafia autoctona, mafia siciliana, camorra e ‘ndrangheta hanno siglato per prendersi Roma. E lo Stato».

Un libro intense, quello di Autieri, che trasforma la cronaca nera in fiction perché convinto sia l’unico modo per non perdere il contatto con la realtà, per mantenere viva la capacità della letteratura di esplorare l’animo umano. Un libro che spiega e aiuta a comprendere meglio i meccanismi che muovono la grande macchina del crimine attraverso le azioni quotidiane degli attori e delle comparse, dei burattini e dei burattinai e dello Stato, nella sua componente buona, che è costretto a diventare invisibile per combattere la malavita, perché i tentacoli neri di quest’ultima arrivano davvero dove sarebbe inimmaginabile anche solo pensarli.

Daniele Autieri è autore anche di Professione Lolita (Chiarelettere, 2015). Sua è l’inchiesta sullo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Attualmente si interessa degli sviluppi di Mafia Capitale.

Abbiamo parlato con Autieri de I giorni della Cagna, della criminalità organizzata che opera a Roma e anche degli effetti di Mafia Capitale nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Come in Professione Lolita anche ne I giorni della cagna lei trasforma tristi vicende di cronaca in storie romanzate. Quali sono i motivi della scelta di questo registro narrativo? Perché preferisce la fiction al reportage?

Rimanere aggrappati alla vita. Questo per me è il romanzo, la narrativa. La possibilità di raccontare la realtà in modo differente. Se perdiamo il contatto con la realtà, rendiamo orfana la letteratura della sua incredibile capacità di affondare nell’animo umano. La realtà ci aiuta a capire, la letteratura a sognare. Insieme ci permettono di vivere.

LEGGI ANCHE – “Professione Lolita” di Daniele Autieri: cosa accade ai nostri adolescenti?

La “Cagna” ha unito tutti i malavitosi nella brama di raggiungere il comune obiettivo: trasformare l’Italia in uno Stato criminale. La Storia della criminalità organizzata quanto è intrecciata a quella della capitale e dell’Italia intera?

La Roma di oggi è un esperimento criminale, il luogo dove camorra, ‘ndrangheta, mafia e mafie autoctone hanno stretto un patto di conquista. Per prendersi la città. E da lì prendersi lo Stato. Negli ultimi anni gli uomini delle mafie hanno messo le mani nelle aziende pubbliche, tantissime inchieste giudiziarie lo dimostrano. Ma soprattutto c’è un filo rosso che unisce alcuni degli scandali industriali degli ultimi anni, facendo pensare che dietro molti fatti accaduti ci sia un’unica organizzazione.

“La Cagna”, che si ispira alla Lupa di Dante, è il simbolo di tutto questo e nasce proprio dal patto siglato tra le organizzazioni criminali.

A Roma tutto è stato fatto in “silenzio”. Perché qui i criminali tendono a diventare invisibili più che altrove?

Perché si confondono con la gente per bene. È questo l’inganno eterno di questa città. Il ferro, il piombo entrano in gioco solo quando tutte le altre mediazioni falliscono. E così i criminali si vestono da persone comuni, si confondono, frequentano i migliori ristoranti e condividono amicizie influenti.

Gli ideali e le ideologie non sembrano sopravvivere a lungo, avidità di soldi e potere sì. I criminali si stanno trasformando in uomini di affari e viceversa?

Alle spalle di tutto c’è il denaro, l’avidità. Ed ecco che si ritorna a Dante. I criminali moderni, quelli più pericolosi, hanno capito che il denaro non si fa solo trafficando cocaina, ma anche controllando lo Stato, le sue aziende, i suoi appalti, le sue poltrone. Meglio quindi indossare un abito scuro, vestirsi da uomini d’affari e ottenere uno strapuntino dal quale è più facile mettere le mani sulla cassaforte.

Per sfamare la Cagna vengono preferite teste di legno, facili da comandare e indirizzare. Vale lo stesso per la politica?

Negli ultimi anni a Roma, ma in tutto il resto dell’Italia, sono state costituite migliaia di società di comodo necessarie solo per ottenere commesse dalle aziende pubbliche e per stornare una buona percentuale di tangenti a chi quelle commesse le aveva assegnate. La testa di legno classica si è evoluta e anche alcune istituzioni “malate” hanno cominciato a beneficiarne.

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

A Roma non si spara perché ci sono i figli di tutti. In base a quali accordi riescono a convivere nello stesso territorio camorra, ’ndrangheta, mafia siciliana, criminalità albanese, rom, russa e delinquenti di varie nazionalità?

Gli accordi sono di due tipi. A livello più basso, quello legato al traffico di droga e all’usura, la divisione è territoriale. Gli albanesi controllano alcune zone di Ponte Milvio in accordo con gli uomini di Mafia Capitale; la camorra ha messo le mani su Tor Bella Monaca e altre periferie, e di tanto in tanto si serve di alcune famiglie rom per fare il lavoro sporco; la ‘ndrangheta si occupa prevalentemente del narcotraffico e gestisce i locali del centro.

A livello più alto, il patto viene siglato tra le famiglie mafiose più importanti, quelle che possono mettere sul tavolo i loro legami con politici e manager. Nulla di teorico, anzi. Di tanto in tanto questi uomini si incontrano in uno studio prestigioso di qualche noto avvocato o commercialista romano. Sono riunioni riservatissime e servono per stabilire la linea di comportamento per il futuro. E soprattutto per spartirsi gli affari che contano.

LEGGI ANCHE – “Grande Raccordo Criminale” intervista a Floriana Buflon e Pietro Orsatti

Quanti “fighetti” come Max Sanna e Claudio Accardi, in bilico tra il bianco e il nero, ci sono in giro per Roma?

Il grigio è il colore dominante. Claudio Accardi, uno dei protagonisti del libro, lo indossa alla perfezione. È un uomo qualunque, che senza aver mai preso una pistola in mano è stato capace di entrare nelle confidenze dei principali boss della Capitale. Lo ha fatto perché aveva un talento: andare per mare e trasportare centinaia di chili di polvere bianca.

Come lui, in tanti camminano in bilico lungo questa zona grigia: notai, avvocati, commercialisti, prestati agli interessi e agli affari del crimine. Questi uomini oggi rappresentano l’anello tra il mondo criminale e le persone comuni.

Il personaggio di Vento invece, spietato, che fa combattimenti clandestini e anche il sicario per guadagnare denaro ma è al contempo un padre attento e premuroso, che sogna per la figlia una vita diversa, migliore della sua vuole indicare che la strada della delinquenza non è per tutti una scelta?

Vento è uno dei miei personaggi preferiti perché è in grado di ribaltare il paradigma, il luogo comune. Dov’è il bene e dov’è il male? A quale tipo di persone ci sentiamo più vicini e quali invece ci sembrano lontanissime dai nostri valori? Forse è la vita che ci rende uomini o belve. Vento è una di quelle persone che non si aspetta risposte e non si aspetta favori. Semplicemente vive. Solo per sé e per sua figlia. E questo lo rende diverso da tanti altri.

Quartieri a cui si accede da un’unica via. Vedette che controllano il traffico e batterie di criminali e spacciatori a spartirsi il territorio. La mente rimanda subito alla Napoli raccontata in Gomorra di Roberto Saviano o alla Sicilia di Sbirritudine di Giorgio Glaviano. Cosa accomuna e cosa divide Roma dalle altre “capitali” della malavita?

Nei metodi di gestione dello spaccio e di controllo del territorio, ormai certe zone di Roma sono del tutto simili a quelle raccontate da Saviano. Di notte, le piazze di spaccio di Tor Bella Monaca o San Basilio non hanno nulla da invidiare al Parco Verde di Caivano. Roma in più ha la caratteristica di ospitare una “criminalità multietnica”, dove il camorrista convive con l’ex-Nar, con l’uomo delle cosche calabresi o con il killer della mafia albanese. Tutto si mischia e si confonde. E quando gli equilibri sballano, allora torna a parlare il piombo.

Cos’è cambiato a Roma dallo scandalo cui è seguita l’inchiesta denominata Mafia Capitale?

Molto in termini di consapevolezza, molto poco in termini di gerarchia criminale. Grazie a Mafia Capitale abbiamo tutti capito che esistono alcune organizzazioni in grado di controllare vaste zone della città e di arrivare con i loro tentacoli fino alla politica. Ma sono le stesse organizzazioni che non hanno mai smesso di fare affari e continuano a farli ancora adesso, durante il processo. Il crimine non si ferma con un’inchiesta. Si ferma con una battaglia culturale di consapevolezza e sensibilizzazione.

A questo servono i libri, capaci di tenere il lettore ancorato alla realtà. Per non dimenticare. E per evitare di rimanere inconsapevolmente schiavi.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-giorni-della-cagna-come-le-mafie-si-sono-prese-roma-e-l-italia

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight (Piemme, 2016)

09 sabato Apr 2016

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Lavitaperfetta, Piemme, recensione, ReneeKnight, romanzo, thriller

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Disclaimer, il primo romanzo della documentarista della BBC Renée Knight, è uscito in Italia lo scorso 15 marzo con il titolo La vita perfetta (Piemme, 2016) nella versione tradotta da Velia Februari. Il libro si presenta con una sfida: cosa faresti se scoprissi che questo thriller parla proprio di te? Avrai il coraggio di girare la pagina e cominciare a leggere? Il coraggio non è mancato, la pagina è stata girata e il libro è stato letto. Ovvio che La vita perfetta non parlava della sottoscritta come di nessun altro lettore in particolare, eppure l’autrice indaga così a fondo la mente e i comportamenti umani che, sì è vero, ognuno può riconoscersi in almeno uno degli innumerevoli ritratti di vita narrati.

La parola che resta in mente, dopo aver letto il romanzo della Knight, è proprio “diniego”, disclaimer in inglese. La struttura narrativa scelta dall’autrice richiama, per alcuni versi, quella più volte usata da Jo Nesbø, maestro indiscusso del crime.  A ogni nuovo capitolo inizia una nuova storia, a volte conseguente altre contraddittoria rispetto a quella narrata fino a quel momento. Se nei libri di Nesbø l’impianto narrativo è strutturato in modo da far sembrare il tutto come una continua e affannosa ricerca per svelare il mistero e trovare i responsabili del delitto, una sorta di caccia al criminale nella quale il lettore si vede da subito coinvolto, nel testo della Knight è evidente che la struttura è stata studiata al contrario per nascondere il più possibile il segreto, che viene svelato solo nelle ultime pagine, nonostante non manchino, nel corso della narrazione, momenti in cui il tutto può essere apertamente raccontato.

Fedele alla struttura di un vero romanzo noir, ne La vita perfetta il crimine resta marginale fino alla fine; molto risalto viene dato alla caratterizzazione dell’ambiente e soprattutto alla descrizione psicologica dei personaggi. Manca nel testo la figura di un detective estraneo alla vicenda, ma tutti i protagonisti assumono autonomamente il ruolo di investigatori e al contempo quello di vittime. L’intera vicenda ruota intorno a un libro, scritto per trovare una motivazione a quanto accaduto ma usato per compiere una vendetta. «Senza poterci fare nulla, Catherine aveva incontrato, tra le righe di quel libro, sé stessa».

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Catherine è una documentarista di successo che abita in un grazioso villino insieme a suo marito Robert. L’abitazione è più piccola della casa che avevano in precedenza, abbandonata dopo che la donna ha invitato il figlio ad andare a vivere da solo, per responsabilizzarlo. Il rapporto di Catherine con Nicholas è sempre stato difficile, forse lei non è tagliata per fare la madre. Oppure no.

In un villino più modesto, sito in un quartiere meno esclusivo della città, abita una diversa famiglia, composta sempre da madre, padre e figlio. Nancy, al contrario, sembra aver votato l’intera sua vita ad accudire Jonathan, trascurando anche il rapporto coniugale con Stephen. Almeno questo è ciò che appare. Cosa lega Catherine a Stephen e Nancy? Il libro, o meglio la storia in esso narrata. Un racconto che ognuno avvalora nella propria versione. Sono i ricordi che il tempo ha reso più labili o c’è dell’altro?

C’è molto altro e la Knight lo riporta in La vita perfetta con una dettagliata descrizione della condizione e dei casi umani.

Quanto incidono le vicende personali sulla professionalità? Un insegnante che non riesce ad arginare la propria frustrazione e la riversa sugli ignari studenti è un mostro o anch’egli una vittima degli eventi? A un uomo premuroso e attento può interessare la propria reputazione più della stabilità della partner? Un genitore che rifiuta di ammettere l’indole violenta del proprio figlio è un buon educatore?

Le risposte a tutte queste domande possono sembrare facili e scontate eppure la Knight ci mostra un modo per osservare i comportamenti umani nient’affatto scontato. La verità è che ognuno di noi vede solamente quello che gli conviene. Anche gli uomini che sembrano tra i più progressisti quando si tratta della propria compagna non accetteranno mai volentieri l’idea che questa possa scegliere di emanciparsi al punto da anteporre la propria felicità a quella del partner o del figlio.

«Quel libro l’ha come irretita, attratta con l’inganno finché non si è accorta di essere in trappola».

Un libro intenso, profondo, che scava dentro l’anima dei protagonisti, che merita di essere letto con attenzione per cogliere ogni sfumatura con la giusta intensità. Un ottimo esordio letterarioLa vita perfetta di Renée Knight.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-vita-perfetta-e-un-dedalo-di-segreti-disclaimer-di-renee-knight

© 2016 – 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia infuocata dai rifuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016)

31 giovedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Cosivihoavvelenato, DanieladeCrescenzo, GaetanoVassallo, Italia, italiani, mafia, romanzo, SperlingKupfer

 

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Nel libro di Gaetano Vassallo una mappa dei rifiuti che attraverso l’Italia intera giungono nella Terra dei Fuochi e non solo. Il racconto di una vicenda personale, l’ascesa criminale del quarto figlio di una famiglia povera della provincia di Napoli, ma anche la storia di un Paese nel quale tutti, o quasi, sono bravi a chiudere un occhio e pagare una mazzetta.

Così vi ho avvelenato (Sperling&Kupfer, 2016) si apre con l’introduzione di Daniela de Crescenzo, giornalista de «Il Mattino», la quale scrive nei ringraziamenti un intenso messaggio: «La mia riconoscenza più profonda va però a tutti quelli che, magari anche leggendo le mie pagine, decideranno di fare qualcosa per cambiare. Finalmente».

La via più facile, intrapresa dopo lo scandalo rifiuti nella Terra dei Fuochi, come ricorda anche lo stesso Vassallo nel testo, è stata quella di liquidare il tutto come un fatto legato alla camorra e alla Campania. Comprensibile. Non è facile ammettere che, potenzialmente, l’Italia è un’intera Terra dei Fuochi. Eppure il collaboratore di giustizia ha spiegato nei dettagli il meccanismo che consentiva a tutte le aziende, grandi e piccole, pubbliche e private, di mentire sullo smaltimento dei rifiuti, anche di quelli più tossici e pericolosi. «Ceneri, fanghi e amianto che continuate a cercare in Campania e che invece non hanno mai lasciato le regioni del Nord».

Bastava possedere il certificato di smaltimento, che Vassallo vendeva per 10 milioni di lire, e tutti gli obblighi di legge erano adempiuti. Anche se i rifiuti erano altrove, anche se i veleni finivano negli irrigatori o sparsi tra i campi coltivati. La scandalosa situazione della Terra dei Fuochi ha messo nell’ombra anche i disastri ambientali di Liguria e Toscana, per esempio. Senza pensare che è stato proprio per far fronte a queste emergenze che Vassallo e gli altri hanno cominciato a importare l’immondizia di tutti in Campania.

Ci vorranno anni per mappare i siti, ammesso che si riesca a farlo, e tanti ce ne vorranno anche per sapere se i terreni potranno rinascere, ma il motivo per cui tutto ciò è stato fatto è sempre stato chiaro. «Ingordigia di denaro». E aggiungerei, anche, per la sete di potere che vi è strettamente collegata. Vassallo, pur essendo indifendibile, su una cosa ha ragione: «Ho sbagliato, ma non da solo. La nostra terra l’abbiamo guastata in tanti: chi doveva controllare me e quelli come me è stato nostro complice».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Gaetano Vassallo in Così vi ho avvelenato descrive nel dettaglio, con tanto di nomi, la fitta rete di legami, a tutti i livelli, che gli hanno consentito di diventare il “manager dell’immondizia” avvelenando il territorio e chi lo abita e accontentando chi ci ha guadagnato come lui ma forse non pagherà mai per ciò che ha fatto. «Non è un caso se io sono finito in galera e lui in Parlamento», dice Vassallo parlando di uno dei tanti “onorevoli” a cui ha stretto la mano o per il quale ha svolto campagna elettorale. Lui, che prima di passare a Forza Italia è stato tesserato del PSI e ha frequentato la sezione centrale a Roma, in via del Corso, dove ha incontrato «molti esponenti di punta dei socialisti».

«La politica per me è sempre stata questo: una serie di comitati d’affari da finanziare. Allo stesso modo la pensavano tutti i casalesi, che hanno saputo utilizzare la politica, le sue vanità e il suo bisogno di denaro». Vassallo afferma che la camorra crea il politico e poi lo utilizza. Questi forse pensa di poter fare lo stesso, quando in campagna elettorale accetta l’appoggio e il pacchetto di voti gentilmente offerto durante le cene e gli incontri. Ma poi scopre qual è la posizione da seguire e la volontà da assecondare, pena la vita, e si “accontenta” del denaro.

Negli anni in cui Vassallo ha costruito la sua fortuna lavorare con i rifiuti era più conveniente, dal punto di vista legale, che trattare droga o armi. Non erano previste pene se non irrisorie e molti reati non erano proprio contemplati dal codice e anche quando il governo ha provato a fare la voce grossa, sequestrando e commissariando, per il “manager dell’immondizia” e per i suoi soci la pacchia è continuata. Provvedimenti che facevano acqua da tutte le parti, leggi aggirabili con facilità e agevolazioni di cui hanno potuto usufruire gli stessi per cui la macchina del commissariamento si era mossa. «I nostri affari continuavano a lievitare, eppure lo Stato ci aveva dichiarato ufficialmente guerra».

Lo Stato, quello stesso che a ogni occasione elargisce fiumi di fondi pubblici che seguono sempre la stessa direzione e finiscono sempre nelle stesse tasche. Mafiosi, criminali, onorevoli, tecnici e imprenditori pronti a ricevere e amministrare soldi e potere a qualunque costo. «Oggi, quando leggete che un imprenditore ride di una disgrazia, inorridite: pensate che sia un mostro, un’eccezione. Non è così: i guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“I guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare” e il 23 novembre del 1980 la terra tremò, in Irpinia, con migliaia di vittime e di sepolti vivi che per ore, per giorni addirittura, sprigionavano flebili lamenti nella speranza che la terra che li aveva inghiottiti sibilasse la loro voce e indicasse ai soccorritori la via per liberarli. Solo che ad ascoltarli non c’erano i soccorritori ma solo i loro parenti, stremati dalla paura e dal dolore, che hanno scavato a mani nude, spesso invano. E mentre ciò accadeva in Irpinia, da Roma giungevano le scuse per non aver capito la gravità dell’accaduto. «Dalle nostre parti non ci furono vittime: i nostri morti vennero dopo, quando si trattò di dividere quella magnifica torta chiamata “ricostruzione”. 60 miliardi (di lire, ndr) da dividere tra costruttori, politici e clan».

In appendice al testo viene riportata anche la consulenza tecnica del geologo Giovanni Balestri, datata Firenze, 1° giugno 2010, che riporta la classificazione e la datazione degli sversamenti di rifiuti effettuati nelle località Masseria del Pozzo, Schiavi, San Giuseppiello (Giugliano); nei terreni siti lungo la SP Trentola-Ischitella (Trentola) e a Torre di Pacifico (Lusciano); nei siti posti sotto sequestro a Castel Volturno e nei precedenti sequestri effettuati in località Scafarea (Giugliano). Il geologo Balestri ha calcolato che, se non si provvede per tempo a sminare il territorio dai veleni sepolti, entro il 2064 saranno compromesse anche le falde acquifere. «E allora non ci sarà più niente da fare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“E allora non ci sarà più niente da fare”. Una ragione in più per fare tutto il possibile affinché le falde acquifere vengano preservate dalla contaminazione. Questo potrebbe essere il cambiamento di cui parla la De Crescenzo, potrebbe essere il segnale, reale e tangibile, di uno Stato che ha deciso di cambiare, di abbattere l’impunità e la corruzione. Di salvare la nazione partendo dal territorio. Di aiutare la popolazione donandole il giusto ambiente in cui vivere. Utilizzare denaro e potere per qualcosa che sia di pubblica utilità. Perché se i veleni sparsi nei terreni “infuocati” dell’Italia intera bruciano le falde acquifere neanche il potere e il denaro potranno servire e il nostro sarà un Paese vinto dall’immondizia.

LEGGI ANCHE – Oro nero o oro blu?

«Dai rifiuti veniva un miliardo (di lire, ndr) al mese e nessuno voleva rinunciare alle azioni della “Monnezza SpA”». Se non fosse stato costretto, forse neanche Gaetano Vassallo lo avrebbe fatto eppure, da un giorno all’altro, la sua vita è cambiata e da “manager dell’immondizia” si è ritrovato collaboratore di giustizia prima e carcerato poi, messo alle strette dalle accuse che si era fatto da solo. Neanche lui forse aveva mai immaginato di diventare autore di un libro dove racconta tutto ciò che aveva fatto per lasciarsi la povertà alle spalle. Così vi ho avvelenato di Gaetano Vassallo, con Daniela de Crescenzo, è un libro urticante ma è necessario leggerlo. Conoscere per capire. Forse questo è l’unico modo per non sbagliare, ancora.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-infuocata-dai-rifiuti-nel-libro-confessione-di-gaetano-vassallo

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