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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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È la lavorazione a fare il libro, non i singoli ‘ingredienti’: la ‘ricetta’ di Giovanni Ricciardi intervistato per “Gli occhi di Borges”

01 martedì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Fazi, GiovanniRicciardi, GliocchidiBorges, intervista, romanzo, thriller

Da pochi giorni in libreria Gli occhi di Borges (Fazi, 2016), la settima indagine per il commissario Ponzetti. Questa volta in quale meandro dell’animo umano spingerà il lettore l’indagine di Ponzetti?

Nel meandro della cosa più sottile e inconsistente che esista: la poesia. La storia è incentrata sulla vicenda del furto, dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, di una preziosa copia della prima raccolta poetica di Borges. Una vicenda che trae spunto da un fatto vero. Ma s’incentra anche sul tema degli oroscopi, dell’astrologia e di un’altra cosa estremamente sottile, che è la libertà umana e il pericolo del suo continuo condizionamento. Il secondo filone del romanzo parla di questo, attraverso il rapporto difficile e critico tra una madre e una figlia adolescente.

(Fonte trama: www.fazieditore.it)

La scena è ancora una volta Roma, la città eterna dalle infinite sfaccettature. In una città così è più facile trovare linfa per i suoi scritti? E se sì, perché?

Roma è sempre presente nei miei romanzi, con la sua bellezza, le infinite storie di uomini e cose che racchiude. Ma stavolta una parte del romanzo si svolge in Argentina, la terra promessa degli italiani nei primi decenni del Novecento, una patria dell’anima, un sogno incompiuto, come la canta Guccini in una famosa canzone.

Quanto di autobiografico c’è nella storia e nei pensieri espressi nei suoi libri?

Tutto e niente. Nei miei libri c’è la mia infanzia, il mio carattere, l’amore per i classici, il senso della giustizia, la sete di verità, le storie che ho vissuto e quelle che ho ascoltato in tanti anni. Ma la trama di un romanzo usa di queste cose come fa una cuoca con gli ingredienti di un piatto. Il sapore del piatto dipende dalla lavorazione, non solo dagli ingredienti.

Studi psicologici ipotizzano l’ambivalente piacere che procura la sofferenza altrui. Il costante aumento di consenso ottenuto dai libri gialli potrebbe essere legato in qualche misura a questo piacere?

Forse. Credo che ci sia anche il piacere di vedere che qualcuno, almeno nella finzione, riesce a mettere ordine nel disordine, a riportare la giustizia dove attecchisce l’ingiustizia, a far tornare i conti della vita, insomma. Nei miei gialli, che sono più psicologici e di ragionamento che d’azione e di sangue sparso ovunque, credo che questo pericolo non ci sia.

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In effetti i suoi scritti sembrano disdegnare l’eccessivo spargimento di sangue e le immagini cruente, rimandando più alle storie del commissario Maigret narrate dal maestro Simenon. Cosa deve caratterizzare un buon giallo secondo lei?

La riuscita della trama, il non tradire il patto implicito col lettore che deve poter arrivare anch’egli alla conclusione a cui arriva l’investigatore attraverso gl’indizi seminati nella trama. Ma è molto importante anche l’ambientazione, la presenza di un tema forte: amore, morte, desiderio, speranza, illusione e disillusione. E poi l’umanità dei personaggi e la credibilità della storia.

Lei è un insegnante di greco e latino, in quotidiano contatto quindi con i grandi classici della letteratura. In cosa è carente e in cosa sovrabbonda la produzione contemporanea di libri rispetto al passato?

Secondo me è carente di grandi storie, di grandi trame, tende all’intimismo ma senza essere attenta alla lezione della leggerezza insegnata da Calvino. A parte qualche grande scrittore americano e qualche romanzo italiano particolarmente ispirato. Inoltre, mancano dei seri romanzi storici di respiro.

In base alla sua esperienza, lei si sente di confermare o smentire il disinteresse dei giovani verso la cultura in generale?

I giovani oggi hanno meno stimoli a leggere e un’enormità di stimoli legati alla cultura dell’immagine. Credo che il disinteresse verso la cultura non sia una cosa generalizzata. C’è bisogno di bravi maestri, che sappiano mediare cose di valore. Quando i ragazzi trovano delle guide attente, s’appassionano anche ai classici.

Da quale delle sue professioni (insegnante e scrittore) lei ha appreso di più?

Sicuramente da quella d’insegnante. Scrivere è una fortuna, non è propriamente una professione per me. La scuola mi dà ancora tanta vita, un po’ di questa vita si trasferisce anche nei miei libri.

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Giovanni Ricciardi: Professore di greco e latino in un liceo di Roma. Scrittore italiano. Autore della fortunata serie che vede come protagonista il commissario Ottavio Ponzetti.

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La fusione tra pensiero immagine e parola in “Sciamenesciá” di Solito Carlos

31 lunedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Elliot, recensione, romanzo, Sciamenescia, SolitoCarlos

Da pochi mesi in libreria Sciamenesciá (Elliot, 2016) di Solito Carlos è un libro che sembra la sintesi delle esperienze maturate nella sua Terra di origine, la Puglia, e in giro per il mondo, la narrazione dei sentimenti e delle emozioni provate a ogni viaggio che si intrecciano con i ricordi e gli affetti del passato, il racconto della bellezza del territorio e dello scempio compiuto dagli uomini, il desiderio di riscatto di un luogo che è stato fulcro della Magna Grecia e diventato simbolo della decadenza.

Sciamenesciá è fuor di dubbio un omaggio: ai luoghi, alle persone, alle storie… ma sembra anche un testo liberatorio, un libro che l’autore voleva scrivere per completare un suo percorso artistico che lo ha condotto in giro per il mondo a conoscere posti nuovi e nuova gente ma gli ha anche insegnato a guardare in maniera differente al territorio che gli ha dato i natali e ai suoi abitanti. Catartico, per certi versi, perché ha permesso a Solito Carlos di mettere nero su bianco certi suoi pensieri su quello che questi posti e la loro gente sono diventati.

«Ci siamo scoperti metallurgici impiegati politici da quattro soldi e proprio come fece Jimi Hendrix con la sua chitarra, in quel 31 marzo del 1967 all’Astoria di Londra, abbiamo dato fuoco alla nostra zappa durante il concerto della nostra storia. Lui, il più grande chitarrista di tutti i tempi, lo fece per protestare contro il capitalismo, noi semplicemente per venerarlo.»

All’estremità verso il mare del Molo Audace di Piazza Unità d’Italia a Trieste si trova una bellissima Rosa dei Venti e tutti almeno una volta, giunti lì dinanzi, non riescono a fare a meno di guardarla e di soffermarsi a pensare ai Venti e alla loro direzione. Il Vento e il Mare sono elementi della natura che affascinano, fanno pensare al viaggio ma anche al ritorno, all’identità come alla mescolanza. Sciamenesciá fa rivivere al lettore le stesse sensazioni. Del resto lo si ripete più volte nel testo che i venti e il mare sono importanti per El Paiso raccontato da Solito, per i suoi abitanti e per lo stesso protagonista venuto al mondo proprio seguendo i ‘battiti della Tramontana’.

Sciamenesciá di Solito Carlos si rivela fin da subito una lettura interessante, scorrevole, a volte divertente altre più intensa. Attraverso la narrazione di aneddoti per la gran parte riferiti al costume popolare, l’autore riesce a regalare al lettore uno spaccato interessante della contemporanea società salentina, degli errori commessi in nome del ‘vil denaro’ che molto hanno in comune con altri luoghi del Sud e dell’Italia intera. Il tutto presentato al lettore con uno stile di scrittura autentico vorticoso e, per usare un aggettivo caro all’autore, davvero ‘tachicardico’.

«Io, Mauro, Totore ci mettevamo uno a fianco all’altro e quello skyline (del Monte Pizzuto, ndr) al profumo di rosmarino e cisto ci faceva salire una voglia di cantare mentre puntavamo l’indice e alzavamo il pollice per sparare contro le canne fumarie del mostro di Taranto. Nella nostra visionaria semplicità quelle ciminiere ci sembravano le linee isteriche di una tachicardia.»

Solito Carlos: è un viaggiatore, fotografo, scrittore, filmaker nato a Grottaglie (Taranto). Collabora con numerose testate nazionali e internazionali. È autore di oltre venti libri fotografici, alcuni dei quali tradotti anche all’estero. Ha scritto due antologie di racconti: Il contrario del Sole (Versante Sud, 2010) diventato uno spettacolo teatrale e Montagne (Elliot, 2012), un’antologia curata da Solito e scritta a più mani con Dacia Maraini, Paolo Rumiz, Maurizio Maggiani, Andrea Bocconi e altri. Sue anche diverse mostre fotografiche itineranti in Italia e all’estero e la regia di alcuni cortometraggi. Interprete delle nuance e dei colori del mondo per una campagna pubblicitaria della maison di moda Missoni.

Leggi anche l’intervista a Carlos Solito

Source: Si ringrazia Anna Voltaggio dell’ufficio stampa della casa editrice Elliot per la disponibilità e l’invio del materiale.

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Confusione” di Elizabeth Jane Howard

27 giovedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Confusione, ElizabethJaneHoward, Fazi, recensione, romanzo, SagadeiCazalet

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Da settembre anche in Italia il terzo volume della Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. Confusione (Fazi, 2016) viene presentato ai lettori italiani nella versione, tradotta dall’originale in inglese, da Manuela Francescon.
Continuano le vicende dei componenti la famiglia Cazalet che affrontano, giorno dopo giorno, la vita con le sue mille sfaccettature. Grandi protagoniste sono delle donne, di questo come dei precedenti episodi. Donne in contrasto con la vecchia morale vittoriana e desiderose di affacciarsi all’era moderna, con i suoi nuovi costumi, la libertà e la voglia di crescere, non solo anagraficamente parlando. Su tutti incombe il pericolo reale e tangibile della guerra e all’unisono sognano la sua fine.

«Il momento in cui sarebbe iniziata una vita nuova, le famiglie si sarebbero ricongiunte, la democrazia avrebbe prevalso e le ingiustizie sociali sarebbero state sanate in blocco.»

 Il testo racconta di grandi cambiamenti, interiori ed esteriori e, rispetto ai titoli precedenti, si caratterizza e al contempo genera nel lettore una profonda confusione. Appare fin da subito evidente si tratta di un libro di passaggio, quasi un ponte che lega insieme i primi dagli ultimi due titoli della Saga. Il linguaggio è quello tipico della Howard. Una scrittura lenta ma incisiva, chiara ma profonda. Uno stile fluente reso ancor più attraente dal ritmo incalzante. Una lettura che è come un salto all’indietro nel tempo. Ci si ritrova più volte a pensare a quanto, in realtà, lo scritto della Howard somigli ai grandi capolavori di quegli scrittori che hanno fatto la storia della Letteratura. Tolstoj, Dostoevskij, Verga, De Roberto, le sorelle Bronte… per citarne alcuni.
Una scrittura che è anche un’arte nella sua capacità di trasformare, al pari di quanto facevano con colori e pennello Caravaggio e i Carracci, anche il più umile aspetto della vita in un’opera d’arte. Elizabeth Jane Howard è riuscita con la sua scrittura a rendere straordinaria la vita assolutamente ordinaria dei suoi personaggi e le loro altrimenti comunissime storie.

«Poi le venne in mente che forse non voler pensare a una cosa era brutto quanto non volerne parlare, e lei di certo non voleva seguire le orme della sua ipocrita famiglia che, così le pareva, stava facendo di tutto per continuare a vivere come se niente fosse successo.»

Elizabeth Jane Howard: Scrittrice britannica. Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina di balletto russo. Ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie del padre. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente ha ricevuto il plauso della critica. La Saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo.

Articolo originale qui

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“Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo” di Franco Forte

23 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Cesarelimmortale, FrancoForte, Mondadori, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo (Mondadori, 2016) di Franco Forte è un romanzo storico che si apre al lettore con una bellissima dedica che l’autore indirizza ai suoi figli e che ogni genitore dovrebbe desiderare far propria.

«…nella speranza che prima o poi capiscano quanto sia meraviglioso immergersi nella lettura di un romanzo. Non solo nei loro smartphone e tablet…»

L’antefatto racconta di uno degli accadimenti più celebri della storia romana: le Idi di marzo, divenute nel tempo l’emblema delle congiure e delle cospirazioni di stampo politico e motivate da brama di potere e interessi che prima erano solo economici ora anche finanziari. In Cesare l’immortale però la vera ‘congiura’ l’ha portata avanti lui, il dittatore Gaio Giulio, accecato dal desiderio di travalicare i confini del mondo e diventare veramente invincibile.

Leggere una dopo l’altra le pagine che compongono il libro di Forte è, per il lettore, una immersione lenta e programmata nell’antico impero dei Romani. Rivedere, come in un docu-film trimidensionale, le loro vesti, le abitazioni, le fortificazioni militari, le imbarcazioni… un universo sapientemente riportato alla mente di chi legge con l’uso di termini tipici della tradizione romana inseriti ad uopo nel contesto di un linguaggio, quello in gran parte utilizzato, che invece è molto più contemporaneo.

La scena si sposta presto dai luoghi e dai fasti della Roma imperiale, ritenuti sicuri perché conosciuti, verso mete indicate come piene di insidie ma affascinanti forse proprio perché ancora inesplorate. E sarà proprio tra le immense distese ghiacciate del Nord che i Romani di Franco Forte si scontreranno con l’evanescenza delle certezze non provate ma solo acquisite.

«i Celti che si scaraventavano a petto nudo contro le frecce infuocate dei romani e sotto lo sguardo attento e vigile del loro druido»

La forza della persuasione, una delle armi più potenti, che incita anche ad andare incontro a morte certa, da sempre utilizzata per muovere le masse e piegarle al proprio volere. A volte è un desiderio di rivalsa, altre la promessa di ergersi verso superiori livelli di vita trascendentale, più comunemente l’avidità di ingenti ricompense… ma gli esiti di queste “missioni” sono alla fin fine sempre disastrosi, soprattutto in termini di vite sacrificate. Allora come oggi.

«Mentre il rumore della battaglia, fatto delle grida degli uomini e del clangore delle armi, cresceva sempre più Gaio si riempì i polmoni dell’aria gelida e nera che lo avvolgeva e contemplò soddisfatto il modo in cui i suoi soldati facevano strage di quegli sciocchi selvaggi che si tuffavano a petto nudo contro una fortificazione romana, un baluardo che probabilmente non avevano mai visto in vita loro. Un errore che sarebbe costato la vita alla maggior parte di quei guerrieri, tanto coraggiosi e possenti quanto poco consapevoli di ciò che avevano di fronte.»

Cesare l’immortale invita il lettore a riflettere sull’eterno scontro tra uomini che si ritengono civilizzati e per questo superiori e altri che invece sono considerati selvaggi, primitivi, non all’altezza dei primi. Uno scontro che è sempre stato impari dal punto di vista della forza fisica e soprattutto di quella delle armi ma che in fondo dovrebbe aver insegnato da tempo ormai, ai civilizzati, che forse non è solo questo che conta e che i confini del mondo che allora conoscevano come quello degli attuali stati è una nozione posticcia per un pianeta che è tondo nella forma e inscindibile nel contenuto.

Il Cesare raccontato nei libri di storia come quello narrato da Forte è un guerriero e per questo irrequieto lontano dai campi di battaglia. «Dilatò le narici e immaginò di sentire l’odore del sangue. Un odore afrodisiaco, a cui nessun vero soldato avrebbe mai potuto rinunciare.» L’adrenalina che entra in circolo un attimo prima dello scontro e rinvigorisce lo spirito di chi altrimenti si sentirebbe già vinto. Il coraggio che in fondo distingue gli impavidi dai pavidi. Una sensazione, associata all’impeto giovanile, che si ritrova a vivere anche il filosofo Cicerone, coinvolto dallo stesso Gaio nell’epica avventura della Legio Caesaris, partita dal Mare Nostrum, approdata nel mar del Nord dell’Oceanus Magnus e volta alla nuova traversata del Mediterraneo perché diretta verso il nuovo luogo che sarebbe diventato lo scenario della loro forsennata ricerca.

«Non sapeva che cosa avrebbero trovato, dall’altra parte, ma era chiaro che non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, anche se si fosse trattato, semplicemente, di andare incontro alla morte.»

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo di Franco Forte è un romanzo storico e come tale fonde storia e fantasia. A luoghi e personaggi realmente esistiti l’autore dona tratti e comportamenti modellati dalle sue ricerche come dalla sua immaginazione. Il risultato è ottimo. Il libro merita di essere letto.

(fonte biografia: autori.librimondadori.it)

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“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

13 giovedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Fernandel, intervista, LivioRomano, Pertroppaluce, romanzo

 

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Dopo aver tentato, invano, di tenere a freno la lingua, o meglio la penna, ritorna oggi in libreria Livio Romano con una nuova turbinante commedia all’italiana intitolata Per troppa luce (Fernandel) che tenta di illuminare molti lati bui della società contemporanea e, per farlo, rispolvera e tira a lucido il meglio del suo personalissimo stile di scrittura. Periodi lunghi e articolati che sembrano avvilupparsi su sé stessi come i rami di uva spina, dolce amaro e pungente che si stringono in un unico fraseggio.

Un romanzo, Per troppa luce, che induce il lettore a continui saltelli spaziali tra il Nord e il Sud Italia evidenziando una volta gli uni una volta gli altri difetti. Innumerevoli sono i casi umani, le vicende e gli scandali, che possono o potrebbero esistere e svilupparsi nella realtà, descritti con abilità nel libro di Romano, dopo averli passati attraverso la centrifuga del suo turbinoso pensiero.

Lo abbiamo raggiunto per un’intervista proprio sulla linea di partenza di questa sua nuova avventura letteraria.

Esce oggi con Fernandel il suo nuovo romanzo o, come si suol dire, la sua nuova fatica letteraria. Qual è l’aspetto più faticoso della scrittura e dell’uscita di un nuovo libro?

Intorno all’aspetto della composizione del romanzo, che ho impiegato un paio d’anni a finire, fra prima stesura e successive riscritture, la maggior fatica è stata, francamente, quella di provare ad appianare la lingua che avevo scelto di utilizzare, a renderla meno pirotecnica sia sintatticamente che dal punto di vista del lessico. Un altro sforzo che ho fatto è montare, esattamente come si fa con i film, il “girato”. I primi lettori erano davvero disorientati da queste analessi a incastro, che si rimandavano a vicenda.

Quel che è venuto fuori è una commedia grottesca, a volte erotica, a volte di riflessione teologica, e senza contare gli aspetti sentimentali e quelli di denuncia civile. Spesso è anche un gran divertissement di costume, una parata di maschere umane tragiche, comiche, straniate e stranianti.

L’idea era di fotografare il Caos di questo scorcio di secolo osservandolo da una provincia corrotta, e libertina, ed emancipata, ma anche tantissimo vitale. Ora dovrò fare i conti con la fortuna di quest’opera che, in tutta onestà, considero la mia più riuscita, il sunto di vent’anni di esperimenti, sia linguistici che tematici. Si sa: la fortuna di un libro oggigiorno va stimolata, sollecitata. E da quando esordii, diciotto anni fa, le cose son moltissimo cambiate: nessuno più offre gettoni di presenza per le presentazioni, e spesso neppure rimborsi spese.

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Ogni scrittore vorrebbe che i suoi libri camminassero da sé. Sì, conosco qualcuno che gode moltissimo a stare al centro dell’attenzione, a parlare a sale più o meno affollate, ma non è il mio caso. Anche i media son totalmente cambiati. Le testate tradizionali, i grandi giornali sono in crisi profonda e ho l’impressione che funzioni di più la recensione o l’intervista sul web che il pezzo, per dire, su «Repubblica». Quello che tutte le volte mi stupisce è, invece, quanto la critica accademica resti attenta ai fenomeni sotterranei, alla produzione indie, come oggi si dice, quando è di qualità. Mi capita di scrivere un libro, se ne parla quel po’ sui media, qualche apparizione tv. Poi a distanza di anni trovi che tal ricercatore ti cita in un saggio e questo, insieme agli apprezzamenti che ricevo dai lettori, è l’unico motivo per il quale continuo a dedicarmi a quest’attività un po’ folle del raccontare storie.

Il titolo del libro è Per troppa luce ma all’interno sono narrate tante zone d’ombra della società e dei protagonisti. È un dualismo apparentemente contraddittorio e voluto?

È del tutto voluto, ovviamente. Antonio e Simona, i due protagonisti, sono, come si dice, due angeli caduti dal cielo. Ciascuno a modo suo, non partecipano del generale impazzimento cui sono esposti soprattutto gli esponenti della mia generazione. Son loro a possedere una luce interiore. Son loro, alla fine, e in maniera del tutto inconsapevole, senza essere animati da fervori salvifici, che “mettono a posto le cose”, catarticamente. Volevo che la loro purezza, il loro candore, le contraddizioni del loro amore rifulgessero dentro a un turbine di avvenimenti che mette a nudo, derisoriamente, l’humus culturale, sociale, economico e politico dentro al quale viviamo.

Lei è pugliese e anche i protagonisti del romanzo lo sono. Loro tendono sempre a confrontarsi con quelli del Nord. Anche lei lo fa? E se sì perché?

È la mia ossessione narrativa da sempre, fin da quell’esordio einaudiano in cui dei “vitelloni” di provincia vanno e vengono dal Nord. Il Sud esporta da cinquant’anni cervelli e talenti: si sa. Ma ogni meridionale sente prima o poi il suo richiamo della foresta. Ogni tanto mi capita di trovare quarantenni che fino a ieri lavoravano e prosperavano, chessò, a Londra. Li ritrovo che campicchiano male destreggiandosi fra progetti europei, chimere di turismo ecosostenibile, eventi culturali in un’epoca da Bambole, non c’è una lira.

Io personalmente vivo male il mio esser tornato. Ci son dei momenti in cui guido e mi chiedo: “Ma cosa ci sto a fare qua?” e mi viene voglia di tornarmene al Nord, in una (ormai) mitica terra in cui i talenti sono riconosciuti e favoriti. Ma mi rendo conto che attorno a questa contraddizione si sviluppa la mia poetica. Che non potrei scrivere più se non vivessi questo equilibrio precario fra l’esser tornato e la voglia di scappare via.

I suoi personaggi sembrano aver assorbito in pieno le cattive abitudini e le nevrosi dell’era moderna. Con la scrittura vuol regalare al lettore più uno spaccato irriverente o una denuncia sociale?

Salomonicamente, ma neppure tanto, risponderei che voglio fare denuncia sociale accendendo un faro di irriverenza sulle molte brutture della nostra Italia.

Anni fa scrissi un reportage narrativo, una non-fiction novel, come si dice oggi, su una battaglia civile contro la costruzione di un porto turistico in una zona di bellezza incontaminata. Fui assalito da molti dubbi. Sembrai a me stesso moralista, giudicante, un castigamatti dalla spada spuntata. In effetti, a fronte dei fatti gravissimi, e veri, che raccontai, se si trascura il grandissimo favore da parte dei lettori e di molta stampa, da parte dei poteri la reazione fu il muro di gomma. Il non parlarne, il far finta di niente. Un moralista che non moralizza neppure sé stesso. Però, ecco, io non posso non divertirmi quando scrivo.

In Per troppa luce l’ironia scorre spesso lungo uno strato di beffa tragica, ed è il mio modo di lavare onte subìte, il mettere in scena, esasperandoli, personaggetti da quattro soldi detentori di poteri variegati. Sovente ridono anche i lettori e, mi creda, è in assoluto l’osservazione più bella mi possan fare: “Mi son sbellicato fino a cadere a terra”. Era proprio quel che volevo. Il riso e il pianto creano un rapporto molto intimo fra autore e lettore.

In Per troppa luce c’è molto della frattura italiana e dell’annosa questione meridionale. Leggendo il suo libro emerge a gran voce un Sud che cerca un progresso che spesso equivale a corruzione e cementificazione e gli strani che tentano di ostacolare ciò perseguitati e schiacciati dal Sistema. Dove sta andando il nostro Paese secondo lei?

Io mi son laureato con una tesi sull’illuminista Norberto Bobbio, un pessimista che soleva ripetere: «L’ottimismo comporta pur sempre una certa dose d’infatuazione, e l’uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato». Ecco, io credo che questo sia il Paese più bello del mondo, ma mi coglie in un periodo di profondissimo pessimismo sulle nostre sorti.

Due anime italiane si contrappongono e sempre lo faranno, come in una commedia di Virzì. I cialtroni, gli arraffoni e arruffoni, i populisti, gli amanti degli slogan, i salvatori della patria da un lato, e i razionali, i colti, i ponderati dall’altro (quest’ultima categoria è predominante, ma la narrazione mediatica del nostro Paese tende a mostrarci che siamo preda della prima tribù).

“Per troppa luce”, la nuova commedia all’italiana di Livio Romano

Non è più solo una questione meridionale. Giorni fa è calato tal Briatore (mi creda, ho dovuto informarmi su chi fosse costui) e ha proclamato: voi pugliesi siete troppo legati a questa natura, a queste bellezze culturali e architettoniche, non capite che noi ricconi vogliamo alberghi lussuosi a picco sul mare e del resto ci importa zero. Un personaggio che sembra spuntato fuori da Per troppa luce…

Di formazione giuridica, poi, invecchiando sto diventando cinico anche nei confronti di un potere che reputavo piuttosto sano: la magistratura. Ecco, quando ti viene meno pure la fiducia nei confronti dei guardiani della legge il tuo pessimismo costruttivo comincia ad assumere sfumature inquietanti, apocalittiche. Poi, d’altro canto, le mie frequenti incursioni in Svizzera, Olanda, Inghilterra, e gli ospiti che da colà ricevo mi fanno capire che sono impastato di Meridione e Omero, di spropositato senso dell’accoglienza e spirito errabondo, di vento e sole e mare che lassù mi mancherebbero troppo.

Come si evince dal romanzo, lei ha molto da dire al lettore ma nel farlo sceglie la via più difficile, ovvero uno stile di scrittura complesso e articolato. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Sì, lo scrisse qualcuno già al mio secondo libro: questo è un autore che ha moltissime storie da raccontare. Quando credi di aver declinato la commedia umana in tutte le forme possibili, ecco che ti bussa alla porta un personaggio, uno scorcio, un’atmosfera, una sensazione che chiedono di entrare in scena.

Questa faccenda della lingua è la mia croce e la mia delizia. L’ha detto Giulio Mozzi, cui devo quasi tutto: «Livio Romano è un eccellente scrittore. Malmenato dall’editoria, che lo trova troppo difficile, troppo artista, troppo troppo scrittore. I suoi libri meriterebbero pubblicazioni in pompa magna. Ma l’establishment culturale lo respinge».

Dopo quell’esordio in cui sperimentavo un mio pastiche, tutto funambolismi lessicali e sintattici, tutto giocato sull’avanguardismo, presi coscienza che ciò che volevo non era mostrare quanto fossi abile a giocare con gli stili, bensì, semplicemente, raccontare delle storie. Ho imparato a gestire gli intrecci, i dialoghi, a delineare i personaggi. E però, pur avendo fatto uno sforzo titanico per render la mia lingua più piana, che non significa piatta, anche il mio romanzo più popular, che deve tutto alla mia ammirazione per i nuovi narratori inglesi, Niente da ridere, da molti era considerato di difficile lettura (sia detto per inciso: un brano di quel romanzo, tradotto in inglese e declamato allo Smoke Alley Theatre di Dublino, ha suscitato l’ilarità sfrenata e il gradimento delle centinaia di persone accorse: non sarà che noi italiani siam diventati così pigri che pure le cose vagamente più elaborate ci paiono ostiche, anche nella narrativa?, e parlo soprattutto degli editori).

Per quest’ultimo romanzo, così, mi son detto (ero reduce dalla rilettura del mio amato Gadda, e qua e là dovrebbe notarsi anche qualche riflessione di tipo metaletterario, del tipo “ma guarda un po’ come siamo costretti a parlare”, tipiche dell’Ingegnere): hai fatto quattro libri in cui ti sei sforzato di diventare leggibile ai più, e ti han letto i soliti quattro gatti, dunque perché mai non far tornare, fra i personaggi, anche la tua Voce più autentica, iperletteraria, forse, o solo leggermente più raffinata della media della roba che si legge oggidì, alla fine dei conti. È quel che ho fatto. E ho trovato di nuovo il meraviglioso editore Giorgio Pozzi disponibile ad assecondarmi.

http://www.sulromanzo.it/blog/per-troppa-luce-la-nuova-commedia-all-italiana-di-livio-romano

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“La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016). Intervista a Armando d’Amaro

07 venerdì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ArmandodAmaro, FratelliFrilli, intervista, Lamesata, romanzo, thriller

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Io non sono innocente” di Tonino Zangardi

28 mercoledì Set 2016

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Imprimatur, Iononsonoinnocente, Lesigenzadiunirmiognivoltaconte, recensione, romanzo, ToninoZangardi

«Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.»

Io non sono innocente (Imprimatur, 2016) di Tonino Zangardi si apre con questa citazione di Cioran. E un’idea di ciò che troverà al suo interno il lettore può iniziare a farsela.

Zangardi ha già abituato il suo pubblico a scene forti e immagini a effetto con L’esigenza di unirmi ogni volta con te (Imprimatur, 2015), romanzo che rappresenta il primo capitolo della tormentata storia d’amore tra Leonardo e Giuliana, divenuta anche un film, uscito in Italia a settembre 2015, diretto dallo stesso Zangardi e interpretato da Marco Bocci e Claudia Gerini.

Con Io non sono innocente la scena si sposta al poi, quando Leonardo e Giuliana tentano di rimettere in sesto la propria vita e pensano sia necessario farlo da soli, separati. Rimane anche in questo secondo libro la sensazione, trasmessa al lettore dall’autore, che la coppia e il resto del mondo viaggino su binari e a velocità differenti. Come se ci fosse qualcosa di predestinante nelle loro azioni che li condurrà, sempre e comunque, l’uno nelle braccia dell’altro.

«Sono venuto qui perché non c’era altro posto al mondo, sopravvivo qui per rimettere insieme il puzzle della mia esistenza con la voglia di un inizio che tarda ad arrivare.»

La scrittura di Zangardi è corale e scenografica. Il lettore ha la possibilità di rivedere più volte la scena seguendo le considerazioni dei vari protagonisti. L’autore conosce bene il proprio mestiere e scrive scene che riescono a tenere incollati gli occhi di chi legge sul testo esattamente come accade osservando lo schermo di un cinema o di un televisore.

Giuliana si sente colpevole per l’uccisione del marito, anche se lei stessa ha rischiato di morire, di diventare l’ennesima vittima di violenza domestica. Leonardo si sente responsabile per quanto accaduto e si chiede se avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo e non l’ha fatto. Ma leggendo Io non sono innocente, le storie di Giuliana e Leonardo, di padre Giovanni e del romeno Dacian, di Chiara e di suo padre Marcelo… viene da chiedersi chi, in realtà, sia innocente per davvero e fino in fondo.

«La Chiesa vuole evitare questi scandali. Credo che monsignor Cardarelli mi abbia aiutato per questo e non perché gli importasse di me: per quanto lo riguarda io sono già stato condannato e più lontano vado è meglio per tutti. Andiamo a espiare le nostre colpe lì. Quando capiti in Africa è come se tutto il mondo occidentale che hai lasciato dietro non esistesse più.»

Ma in Io non sono innocente non c’è solo la contrapposizione tra Occidente, Africa e America Latina, tra ricchi e poveri, tra giusto e sbagliato… c’è proprio un conflitto interno e interiore ai protagonisti tra la voglia di vivere e quella di lasciarsi andare. Un pensiero simile a quello espresso da Battisti nella celebre canzone Emozioni: “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. E Giuliana e Leonardo viaggiano a fari spenti e senza controllo sia insieme che da soli attratti ineluttabilmente dall’esigenza di unirsi ogni volta.

Io non sono innocente di Tonino Zangardi è un libro intrigante, che affascina il lettore per le scene e le immagini evocate, per le storie narrate, piene di pathos e realismo, per i retroscena mentali dei protagonisti che a volte traspaiono dai loro comportamenti a volte no. Ciò invita a riflettere sul lato nascosto di ognuno di noi, sulle gioie e sui traumi che condizionano il nostro essere e di cui spesso neanche ci rendiamo conto perché, come scrive lo stesso Zangardi, “la magia della vita supera ogni immaginazione”.

(Fonte: www.imprimatureditore.it)

Si ringrazia per il materiale e la disponibilità Lara Barilli dell’Ufficio Stampa Imprimatur.

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“I mercanti dell’Apocalisse” di L.K. Brass

26 lunedì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Giunti, IldealdellApocalisse, ImercantidellApocalisse, LkBrass, NWO, ordinemondiale, recensione, romanzo, thriller

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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

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“Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli

10 sabato Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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ChiaraGiacobelli, Fanucci, Leggereditore, recensione, romanzo, Undisastrochiamatoamore

Inserito nel progetto editoriale di letteratura femminile (Leggereditore) di Fanucci Editore, Un disastro chiamato amore di Chiara Giacobelli, uscito a luglio 2016, è una divertente commedia con un aspro retrogusto su cui riflettere.

Vivienne Vuloir è una ragazza parigina, aspirante scrittrice di successo e giornalista di gossip per ripiego, che pensa di aver raggiunto il giusto equilibrio controbilanciando abbondanti dosi di cinismo alle sue aspirazioni nonché ai sentimenti e circondandosi solo di persone fidate. Basterà una telefonata per sgretolare l’intero castello, compresi ponte levatoio e bastioni difensivi.

Alex Lennyster è l’erede, giovane bello e milionario, dell’eroina cinematografica di Vivienne, nonché colui che le darà l’incarico di scrivere la biografia della madre proprio mentre continua a scavare, imperterrito, per minare le fondamenta del castello di certezze della ragazza.

Un disastro chiamato amore è la narrazione di una moderna fiaba, nella quale all’amore e al principe azzurro, che si muove sul suo cavallo che veste la forma di una costosa Aston Martin e sfreccia verso il suo bellissimo castello, si mescolano le fobie e le ossessioni proprie dell’era contemporanea.

(fonte: www.fanucci.it)

Angy, la migliore amica di Vivienne, chiama il suo cinismo “catastrofismo cosmico da quattro soldi” ma in fondo sa anche lei che si tratta di un innato senso di protezione e auto-conservazione che, chi più chi meno, hanno tutti. In Vivienne è accentuato, come in Alex, perché è stata la vita stessa a plasmarlo in questo modo.

In realtà Vivienne, seppur decisamente maldestra e confusionaria, non appare mai in chi legge come una cinica entrata in fissa per qualcosa, bensì come l’eroina moderna di una storia contemporanea di vita e d’amore. È sfatato ormai il mito del bel principe azzurro che si prodiga per mettere in salvo la bella principessa, condurla indenne e inerme all’altare e vivere con lei una vita da felici e contenti. Vivienne è una giovane donna che, seppur abbagliata dai luccichii e dalle sorprese, non smette mai di porre delle domande, a se stessa prima che agli altri e questo, forse, la salverà.

Dalle vie e dai Caffè di Parigi la scena si sposta quasi subito tra le anse rocciose della costa ligure e toscana, nelle calette che regalano splendidi paesaggi e nascondono intensi misteri. Vivienne sembra lasciarsi ammaliare e trascinare dalla bellezza dei luoghi e della situazione ma resiste e reagisce dimostrando ad Alex che non è solo del doman che non v’è certezza come affermava il Magnifico, bensì anche del passato.

«Questa è Hollywood, Vivienne: una fabbrica di sogni. Non importa chi sei veramente e cosa fai nella vita privata, a nessuno interessano i tuoi valori, le tue idee. Conta soltanto ciò che riesci a far credere, la storia confezionata meglio delle altre su cui milioni di persone proietteranno i propri sogni. Come ti ho già detto, è tutto un mirabile bluff.»

“Tutto un mirabile bluff”. Sempre più spesso, purtroppo, non solo nella “fabbrica dei sogni”. In Shift (Fabbri, 2014) Hugh Howey in un dialogo tra un deputato e un senatore degli Stati Uniti d’America condensa il succo del vivere moderno, dell’estetica dell’apparire e della finta esaustiva informazione.

«La verità salterà fuori – salta sempre fuori – ma sarà mescolata a tutte le bugie. Devi negare ogni menzogna e ogni verità con lo stesso vigore. Lascia che siano i siti web e gli spacconi che frignano di continuo sulle malefatte del governo a confondere il pubblico al posto tuo.»

In Un disastro chiamato amore non si parla di politica ma di amore, segreti e misteri, trascorsi famigliari, successo e vita privata eppure più di una volta, leggendo il libro, ci si ritrova a figurarsi la “povera” Vivienne nei panni del “pubblico confuso” dalle contraddittorie informazioni ricevute e cercate. Una struttura narrativa ben congegnata per intrigare il lettore e indurlo ad andare sempre avanti nella lettura, nel tentativo di scoprire la verità, la versione dell’uno o dell’altro, svelare il nuovo arcano, tirare le somme, seguire le scelte e le decisioni della protagonista.

Una storia originale e un modo altrettanto singolare di raccontarla. Un disastro chiamato amore di Chiara Giacobelli è un progetto editoriale sicuramente ben riuscito, utile non solo per il pubblico femminile.

Chiara Giacobelli: Nata ad Ancona, si è laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo. Scrittrice e Giornalista italiana. Tiene un blog culturale sull’Huffington Post e scrive per varie testate nazionali.

Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary agency per la segnalazione.

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“La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke

02 venerdì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LacongiuradisanDomenico, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller, Todaro

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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.

Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.

Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi.»

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.

Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.

La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

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