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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016)

09 giovedì Feb 2017

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flussimigratori, immigrazione, Italia, Lacrimedisale, Lampedusa, LidiaTilotta, migranti, Mondadori, PietroBartolo, recensione, romanzo

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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff (Bompiani, 2016)

01 mercoledì Feb 2017

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Bompiani, FatesandFuries, FatoeFuria, LaurenGroff, recensione, romanzo

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

Lauren Groff ha costruito la vicenda portante di Fato e Furia, tradotto in italiano per la cura di Tommaso Pincio e pubblicato dalla Bompiani, attorno a una serie di interrogativi fondanti. Cosa si nasconde nei meandri più bui della nostra mente? Si possono cancellare le azioni commesse o subite con la sola forza del pensiero? Si può rinnegare una figlia perché ha commesso un errore?

LEGGI ANCHE – Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Stando a quanto riportato dal quotidiano britannico «The Guardian» il 25 dicembre del 2015 il presidente americano Obama e Amazon hanno incoronato Fates and Furies libro dell’anno. Sembrerebbe che i lettori vengano catturati dal lato oscuro del moderno matrimonio raccontato dalla Groff. È la stessa autrice nei ringraziamenti a legare il libro a un doppio matrimonio: da una parte quello dei protagonisti, Lotto e Mathilde, e dall’altra al proprio, «incredibilmente fortunato», con Clay. Ma non dice che Fato e Furia è un libro che parla di matrimonio, né antico né moderno, e infatti non lo è. Ciò che invece afferma con estrema chiarezza è la sua opinione «ambivalente riguardo al matrimonio». E questo si ritrova più volte nel testo.

Dalla Florida al Maine passando per Parigi e la campagna francese, la Groff sfrutta tutti gli scenari possibili per ambientare le “scene” del suo romanzo che a tratti ricorda le saghe famigliari tanto care al pubblico americano. Case coloniche, grandi proprietà, immense ricchezze e fortune, i sogni e le chimere del successo… tutti tasselli del puzzle noto come “sogno americano” che in Fato e Furia si scontrano, come uno schiaffo sulla guancia, con la miseria, la delusione, la depressione, l’alcolismo, la perversione e i demoni di personalità borderline lasciate da sole ad affrontare paure e dolori. E sarà questo a unire le vite e i corpi di Lotto e Mathilde, i segreti non detti, le passioni represse, i desideri inespressi… non la loro unione, né classica né moderna, che per convenzione viene chiamata “matrimonio”.

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

La struttura del libro di Lauren Groff sembra costruita su un doppio binario, da una parte il bianco e dall’altra il nero. Prima l’io narrante è Lotto, poi Mathilde. Nella prima parte il protagonista è lui, nella seconda lei. Risulta quasi incredibile scoprire come le due metà combacino alla perfezione, siano convergenti e allo stesso tempo complementari; sarà solo dopo averle lette entrambe che il lettore avrà una visione d’insieme e una maggiore coscienza della portata dell’opera e del lavoro dell’autrice. Nel libro gli eventi sembrano governati dal fato ma in realtà è la furia a dominare su tutto e tutti, sia quando essa decide di agire sia quando sceglie invece di rimanere sopita. La furia nelle sue tre personificazioni (vendetta, ira e rimorso) regola la vita di Lotto e di sua madre Antoinette, del suo migliore amico Chollie e di Mathilde, la cui vera natura verrà svelata solo nelle ultime pagine allorquando compirà l’azione, l’unica possibile e necessaria per cancellare il buio del diniego dal suo essere più profondo. Solo allora Mathilde capirà di non essere una persona completamente sbagliata e che forse a una bambina di quattro anni il beneficio del dubbio va dato lo stesso, anche se ha commesso un gravissimo errore.

Dopo la repentina morte di Lotto, Mathilde si ritrova nuovamente sola ad affrontare la vita e i suoi demoni. Mentalmente ripercorre ogni singolo fotogramma, ogni istante durante il quale il suo respiro ha incontrato quello degli altri dando origine a un’alchimia rivelatasi nella gran parte dei casi esplosiva. Rivive gli anni del matrimonio con Lotto, le feste con gli amici di sempre, il suo lavoro in galleria e il rapporto controverso con il titolare Ariel, gli anni del college, quelli trascorsi in casa di suo zio e gli altri da sua nonna… fino a ritrovarsi di nuovo bambina nella grande casa di famiglia con i nonni paterni, i genitori e il fratellino.

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

Ripensando al giorno in cui la sua vita è cambiata, nell’esatto momento in cui quella di suo fratello si spegneva a causa dei traumi riportati in seguito alla caduta dalle scale di cui viene incolpata lei, matura l’idea della cancellazione come vendetta e impiega i soldi guadagnati lavorando costantemente al fianco di suo marito per distruggere proprietà, ricordi, senso di colpa, passato e futuro. Non le rimane che il presente, gli anni del suo “matrimonio” con Lotto, quelli in cui ha deciso di vestire i panni della persona che avrebbe sempre voluto essere.

LEGGI ANCHE – Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

Non so se Fates and Furies sia o meno il miglior libro del 2015; quel che è certo è che leggendo Fato e Furia di Lauren Groff si rimane affascinati dalla prosa scorrevole, dalla trama intrigante, dai contenuti mai scontati, dal retrogusto amaro che lascia nel lettore l’intera vicenda.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-quotidianita-sconfigge-i-demoni-in-fato-e-furia-di-lauren-groff

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“Rosso Parigi” di Maureen Gibbon

30 lunedì Gen 2017

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EdouardManet, Einaudi, Europa, Francia, MaureenGibbon, Parigi, recensione, romanzo, romanzostorico, RossoParigi, VictorineMeurent

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Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

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I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

30 lunedì Gen 2017

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distopico, fantascientifico, fantasy, GianniTetti, GrandeNudo, NeoEdizioni, recensione, romanzo, TrilogiadelVento

 

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

Cosa accadrebbe al nostro pianeta se terremoti, incendi, attentati e sortilegi lo devastassero al punto da ridurlo tutto in macerie? Gianni Tetti lo ha immaginato e in Grande Nudo (Neo Edizioni, 2016) racconta la sua versione dell’Apocalisse. Anche se, a onor del vero, va detto che il suo “mondo” è un’isola e i sopravvissuti i suoi abitanti.

Grande Nudo rappresenta il capitolo conclusivo della Trilogia del Vento, incentrato sul racconto di un’umanità allo sbaraglio che vive seguendo i suoi più bassi istinti spaziando dalla libido al desiderio di autoconservazione. La parte iniziale del libro si distanzia molto dalle altre due. Il pericolo che incombe sugli ignari abitanti dell’isola sembra remoto e protagonisti e lettori ne hanno solo un vago sentore. Non per questo il racconto si rivela meno inquietante. Prologo ed epilogo sembrano narrazioni indipendenti: non aiutano il lettore a entrare nel vivo della storia né tantomeno gli mostrano in maniera chiara la conclusione della vicenda.

Tetti mette a nudo la parte peggiore che può celarsi in ogni individuo. I pensieri e le emozioni più recondite, quelle che si fatica ad ammettere anche con se stessi. Devianze, perversioni, istinti razzisti e atteggiamenti omofobi vengono narrati dall’autore attraverso il racconto della mente dei protagonisti i quali, messi alle strette dalla propria coscienza, non possono non riflettersi nello specchio dell’anima, troppo spesso nera, argutamente mistificata nel relazionarsi con gli altri.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

In diversi punti sembra che l’idea dell’autore richiami in parte quella narrata da Pirandello nelle sue novelle, quando i protagonisti smettono le maschere indossate per apparire con gli altri e, restando soli con se stessi, mettono in scena il proprio io. Un qualcosa di simile si ritrova nelle pagine di Grande Nudo, anche se il tutto è narrato con uno stile più confusionario di quello del grande drammaturgo.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Lucio Dalla, con il passaggio di un suo brano musicale nel quale afferma o metaforicamente si interroga su «come è profondo il mare». Parafrasando la citazione si potrebbe affermare o interrogarsi metaforicamente su «come è profondo il male». Grande Nudo sembra essere stato scritto per questo.

Le oltre seicento pagine che compongono il testo sono racconti di storie in bilico tra realismo e fantasia, tra realtà e credenze popolari, superstizioni e paranoie varie. Un simbolico cammino, quasi un avanzare come una marcia degli umili, degli inetti, dei poveri, dei derelitti… i dimenticati e i rinnegati che guadagnano il loro riscatto grazie anche alla Natura che li aiuta per il tramite di uno stregone (majarzu) e dei cani, da sempre fedeli amici dell’uomo, che svolgono un ruolo determinante per il loro riscatto.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

 LEGGI ANCHE – “Shift” di Hugh Howey

Grande Nudo di Gianni Tetti sembra un distopico alla rovescia, nel quale disperazione perversione criminalità e cattiveria non si scatenano come conseguenza di un evento catastrofico ma ne sono solo il preludio. Nella narrazione si mescolano immagini e personaggi del presente e del passato e scene apocalittiche di un presente senza tempo, o meglio fuori da un limite spazio-temporale ben definito, eppure in ogni dove e in ogni quando riconoscibili. Un libro, quello di Tetti, fuori dall’ordinario soprattutto per lo stile della narrazione, confusionario e caotico ma in grado lo stesso di svelare il grande nudo dei pensieri e dei sentimenti degli umani.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-cani-salvano-il-mondo-in-grande-nudo-di-gianni-tetti

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Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

17 martedì Gen 2017

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FrancescoBennardis, IlBuio, recensione, romanzo, Sensibiliallefoglie

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

Romanzo d’esordio di Francesco Bennardis, Il Buio (Sensibili alle Foglie, 2016) accompagna il lettore in un viaggio indietro nel tempo, nell’Italia del 1980 moralmente devastata dalle stragi di Ustica e alla stazione di Bologna, avvenute a poche settimane l’una dall’altra, e dal terremoto in Irpinia nel novembre dello stesso anno. E lo fa partendo da un dramma famigliare intimo personale che colpisce una giovane mamma e un giovane papà proprio nell’isola che da quell’anno in poi sarà ricordata per l’inabissamento del DC9, come macabro teatro della strage.

Irene e Antonio perdono tragicamente il loro unico figlio, Flavio, e sprofondano in un buio talmente fitto da impedire loro finanche di vedersi, di toccarsi…  e convinti che il loro amore sia finito si lasciano. Proprio nel momento in cui Irene pensa di non riuscire a trovare la forza per andare avanti trova la sua luce in quelle stragi, in quei morti senza una ragione. Le ricerche e i tentativi di documentarsi su quanto accaduto a Ustica e a Bologna la impegnano al punto che, quasi senza rendersene conto, si riavvicina ad Antonio e alla vita. Non perché abbia superato il dolore o la perdita bensì perché vuole dare al dolore e alla perdita un senso.

La sera del 23 novembre la terra trema e la scossa si sente anche a Ustica. Ma l’epicentro è lontano. Piccoli paesi arroccati sull’Appennino meridionale interamente rasi al suolo. Migliaia i morti. I feriti. I dispersi. I sepolti ancora vivi. Ed è proprio per loro che Irene ritrova in se stessa una forza e una determinazione che credeva aver perduto per sempre. Perché se per le vittime di Ustica e Bologna non c’era nulla che potesse fare, per i terremotati d’Irpinia determinante poteva essere il suo aiuto, unito a quello dei tanti volontari che hanno fatto scoprire allo Stato Italia il valore di sentirsi una Nazione. Uno schiaffo ben assestato alle istituzioni che si sono mostrate assenti, distanti inefficienti… «Fate Presto!» è stato l’urlo amplificato dai titoli a caratteri cubitali di giornali e telegiornali ma i soli a essere stati celeri e recatisi in tempi brevi sul posto sembrano essere stati solo loro, giornalisti di tv e quotidiani. «Dove sono le ruspe, i mezzi di soccorso, le unità mediche?».

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

Già, “dove sono?”. In tanti se lo sono domandato. Il fotogramma simbolo della tragedia avrebbe dovuto essere non il dipinto di Warhol ma le parole di un sopravvissuto che tenta di estrarre un ferito dalle macerie con mezzi di fortuna e redarguisce il cine-operatore che gli chiede se può rivolgergli qualche domanda. «Perché non lascia la telecamera e viene ad aiutarmi?», la sua risposta. Il cronista non lo fa e restano solo i perché.

«In quell’urlo sento la voce di tutti quei bambini, quella di Flavio, delle piccole vittime dell’aereo che è precipitato, dei bambini uccisi dalla bomba a Bologna. Tutti quei bambini che sono lì; tra loro potrebbe essercene qualcuno come Flavio che aspetta solo d’essere salvato».

Ma l’Italia è così, un Paese strano che «scorda in fretta e sembra più attratto da storie di morti recenti, senza essersi preoccupato d’aver dato prima giustizia e riposo a quelle precedenti». Un Paese che sembra rispecchiare alla perfezione il Mondo. Perché non fanno più “abbastanza notizia” i bambini di Aleppo, quelli della Striscia di Gaza, dello Yemen, di Accumoli, Amatrice, Castel Sant’Angelo… dell’incidente ferroviario in Puglia, quelli africani che ormai hanno smesso di essere “notizia” o “servizio” da telegiornale per diventare solo i protagonisti di spot pubblicitari raccimola-soldi. Quegli stessi bambini che in tanti si sono vantati, per anni, di aver “adottato a distanza” sono i fratelli, le sorelle, i cugini, le cugine o sono proprio gli stessi che tentano disperati i viaggi della speranza a bordo di mezzi di fortuna e, se sopravvivono, diventano improvvisamente ingombranti, fastidiosi e, di recente, anche pericolosi. La pena e la pietà valgono solo a debita distanza?

Francesco Bennardis ha scritto un libro commovente nel tentativo di dimostrare che non è questo il modo corretto di vivere in questo mondo e che solo la solidarietà umana può vincere il dolore, anche quello più profondo. Si piange leggendo Il Buio, si piangono quelle lacrime silenziose che sgorgano come sangue dalle ferite, lacerano il desiderio di ricacciarle indietro e si fanno strada tra la rabbia e il dolore che si provano pensando alle calamità, alle tragedie, agli incidenti, agli attentati ma soprattutto alle ingiustizie. Prime tra le azioni crudeli e criminali a restare impunite o peggio a diventare delle pene scontate tramite risarcimenti monetari e finanziamenti a fondo perduto.

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero A buon diritto Il Buio di Francesco Bennardis può essere considerato un grande esordio letterario perché egli non ha semplicemente raccontato una storia ma un Paese. Ha inventato una trama per legarla all’ordito della Storia italiana del 1980, alle stragi di Ustica e Bologna, al terremoto in Irpinia. Ha narrato di un dolore per dare la voce a tanti altri rimasti inascoltati o muti. Ha raccontato la morte e l’ingiustizia per lanciare un messaggio di speranza per la vita. Ha ridato al romanzo la funzione educativa auspicata dal Manzoni. E lo ha fatto con una grande umiltà di scrittura e di linguaggio.

http://www.sulromanzo.it/blog/stragi-di-ustica-bologna-e-irpinia-un-viaggio-nel-dolore-vero

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Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo? “Non tutto si dimentica” di Wendy Walker (Nord, 2016)

16 lunedì Gen 2017

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EditriceNord, Nontuttosidimentica, recensione, romanzo, WendyWalker

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Non tutto si dimentica dell’avvocato e scrittrice americana Wendy Walker ruota interamente attorno alla domanda: “Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo?” Il perché lo si scopre nello struggente finale che induce nel lettore ulteriori interrogativi sugli effetti, a livello psichico, del male, inferto e subito.

Il romanzo, uscito negli Stati Uniti col titolo All is not forgotten e tradotto o in corso di traduzione in oltre venti Paesi, arriva in Italia edito dalla Editrice Nord nella versione tradotta da Barbara Ronca, in prima versione digitale a ottobre 2016.

Il libro ha una trama che non può non far presa sul lettore. Adolescenza violata, disperazione dei genitori, segreti, relazioni extraconiugali, personalità borderline, vecchi misteri e crimini irrisolti che si intrecciano con i nuovi… c’è tutto quello che un lettore può chiedere a un thriller psicologico. Lo stile di scrittura è schietto ma la narrazione subisce dei cali di scorrevolezza dovuti alla volontà ripetuta di creare suspense utilizzando dei “diversivi”. Più volte il racconto di quanto accaduto e dei possibili indizi per arrivare alla risoluzione del mistero viene bruscamente interrotto per essere ripreso solo in seguito, spesso in un differente capitolo del libro, oppure “deviato” dalle informazioni circa le abitudini della cittadina e dei cittadini di Fairview, una piccola comunità che nasconde innumerevoli segreti ma che molti di essi non hanno nulla a che vedere con il delitto oggetto delle indagini.

Un lettore che vuole appassionarsi al libro avendolo scelto perché è un thriller e non “solo” un romanzo a tratti si infastidisce per queste dispersioni narrative volendo egli, come consuetudine per gli amanti del genere, riuscire a entrare fin da subito nel crimine e nelle indagini e realizzando solo all’incirca a metà libro che la sfida per lui può essere ancora più interessante del solito, in quanto deve giocarsela con un “professionista” delle turbe mentali.
L’io narrante è lo psichiatra Alan Forrester che segue “la vittima” Jenny Kramer, i suoi genitori, il suo migliore amico e il suo aggressore.
Lo sviluppo della trama e la sua risoluzione invitano chi legge a riflettere sulla reale necessità della “condivisione” di un crimine o di una violenza, inflitti o subiti.
Studi psicologici ipotizzano un “ambivalente piacere” procurato dalla sofferenza altrui. E se ciò vale per le persone “normali” non si può non chiedersi cosa provoca la “spettacolarizzazione pubblica” di crimini e violenze sempre più diffusa, in nome dell’imperativo che vuole il silenzio un’arma ancor più affilata in mano agli aggressori, in personalità al limite, in bilico o già criminali.
Non tutto si dimentica di Wendy Walker ci dimostra che l’eccessivo bisogno di “condividere” può causare e causa addirittura emulazione, che gli effetti di un grosso trauma non si riescono a cancellare nemmeno con una terapia farmacologica studiata ad uopo, che neanche il tempo ci riesce del tutto, che un buon libro, anche se è un thriller, non deve limitarsi a rispondere a degli interrogativi bensì generarne degli altri.

Wendy Walker: È un avvocato specializzato in diritto famigliare dello Stato del Connecticut. Non tutto si dimentica è il suo romanzo d’esordio.

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Cosa accade quando i diversi siamo noi? Intervista a Riccardo de Torrebruna per “Mardjan” (Edizioni Ensemble, 2016)

20 martedì Dic 2016

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Africa, Ensemble, Europa, intervista, Mardjan, RiccardodeTorrebruna, romanzo

riccardo-de-torrebrunaCosa accade se si immagina, anche solo per un istante, di vivere in un mondo dove le parti sono invertite? Dove i diversi siamo noi occidentali che ancora ci sentiamo padroni dell’universo?
Riccardo de Torrebruna lo ha fatto in Mardjan, un libro intenso profondo che raccontando una storia ne scopre un’altra al lettore. Una “Storia” che deve essere scritta e narrata per non essere dimenticata.
Ne abbiamo parlato durante l’intervista che gentilmente ha accettato di fare.

Mardjan accompagna il lettore in un intenso viaggio alla scoperta dell’Africa vera nascosta ignorata… Perché ha scelto di portare la scena nel Continente Nero?

Credo che l’Africa sia un luogo dello spirito, oltre che un continente e m’interessava raccontare una qualità specifica di quello spirito, qualcosa che in Europa è andato perduto. Inoltre, volevo raccontare dei personaggi africani che hanno tutta l’intenzione di restare nel loro paese e magari migliorarlo.
Sembra che oggi parlare di Africa significhi necessariamente fare un riferimento al tema dell’immigrazione. Siamo sovrastati mediaticamente da questa immagine, un’Africa che vuole invaderci. Nei miei sopralluoghi a Zanzibar e in Tanzania ho incontrato molte persone e la maggior parte di loro voleva restare, malgrado le condizioni siano difficili per tante ragioni.
L’Europa ha prima colonizzato e poi sfruttato in maniera subdola le risorse minerali ed energetiche dell’Africa. Ma questi atti hanno un prezzo, determinano delle conseguenze. In Mardjan, i personaggi di una troupe cinematografica entrano in rapporto con il magma di contraddizioni che la colonizzazione (anche quella musulmana e indù, oltre a quella europea) ha lasciato. Lo fanno in maniera inconsapevole, con la rapacità tipica dei predatori. Da quel momento in poi, il film che sono venuti a girare li condanna a un cambiamento ineluttabile. Le loro vite non riusciranno più a liberarsi da questa esperienza, dalle ramificazioni del corallo (mardjan significa, appunto, “corallo” in arabo), e saranno costretti a fare i conti con l’incertezza della loro identità.
È la sensazione tipica che si prova, come bianchi, a camminare in un bazar africano, dove i diversi siamo noi. Veniamo scossi dalla relatività del colore della pelle, dall’inappropriata accuratezza di ciò che indossiamo, tutto sembra stridere con la realtà che ci troviamo di fronte. Siamo sconcertati dalla potenza della natura, degli odori, dalla vitalità e dalla pazienza degli africani che sciamano lungo le strade. Ecco, m’interessava raccontare cosa succede dopo, al rientro nella comodità e nel confortante progresso di cui ci sentiamo protagonisti. La storia tormentata di questo film, Mardjan, è un pretesto per raccontare anche questo.

Un legame sottile ma resistente e persistente unisce i fatti dell’11 settembre alle vicende del libro. Gli attacchi terroristici del nuovo millennio hanno cambiato la Storia oppure hanno contribuito a svelarne aspetti reconditi?

Mardjan è ambientato all’indomani dell’11 settembre in un’isola, Zanzibar, che ha forti radici e una maggioranza di religione musulmana. I francesi della troupe non sono ben visti in un momento del genere, non si va per il sottile, ci sono forti pulsioni antioccidentali. Questo acuisce la tensione e descrive i germi di ciò che 15 anni più tardi è diventato un repertorio di violenza inaudita.
La collisione imminente si percepisce nell’aria, anche se non è ancora strutturata nelle forme che i media ci descrivono oggi. Una cosa è certa, l’indole africana sarebbe estranea al fanatismo terrorista. Solo la deriva dei campi profughi delle guerre interne veicolate dall’Occidente per interessi economici e oggi anche dalla Cina, i giovani ridotti a larve senza futuro, hanno poi dato vita (strano parlare di vita in questo caso) al fenomeno, hanno permesso che attecchisse anche in Africa.
È un ulteriore scempio che si è prodotto. Con questo non voglio dire che l’indole africana sia immune dal seme della violenza, ci sono esempi eclatanti in proposito, ma dal terrorismo e dal fanatismo di matrice islamista, sì, lo sarebbe stata senza l’avvento di certe condizioni.

Dominic e Milton, i protagonisti del libro, si sentono inversamente attratti rispettivamente dall’Africa e dalla Francia. In entrambi i casi il loro si rivelerà un viaggio di ritorno. Cosa voleva comunicare al lettore raccontando così in dettaglio gli stati emozionali dei due?

Dominic è un attore che vive nella precarietà, un idealista a cui è sempre mancata la giusta dose di cinismo per avere il successo a cui segretamente ambisce. Milton è un ispettore di polizia africano, un outsider che non ha amici tra i quadri corrotti del sistema, non è un eroe, ma non ha simpatia per gli africani che s’ingrassano con la corruzione, è uno che cerca di non sporcarsi, di mantenere una sua integrità. La lavorazione del film determina l’incontro delle loro vite. Uno è bianco, uno è nero. Dominic inizia un lavoro che solo Milton proverà a portare a termine, anche se non del tutto. Mi sono chiesto spesso: e se ognuno di noi, da qualche parte nel mondo, avesse un doppio, uno che non gli somiglia affatto, un “altro” che senza neanche saperlo è destinato a raccogliere il testimone di ciò che avremmo voluto realizzare, chi potrebbe essere?

Nella sua carriera ha avuto modo di confrontarsi con diversi mezzi comunicativi ma sembra che preferisca di gran lunga la parola scritta, perché?

Ho finanziato il privilegio di scrivere con vari mestieri. Il lavoro di attore in cinema è stato quello più redditizio; ma non sempre, anzi, quasi mai, si riesce a interpretare i ruoli che si vorrebbero. In teatro è diverso, ma si guadagna molto meno. In ogni caso, l’attore è esposto, non ha protezione, è sempre nudo in scena, se vuole fare sul serio. La scrittura è altrettanto rivelatoria, ma permette di non essere fisicamente davanti al lettore, gli si lascia il libro e ci si mimetizza. Ci si può permettere più tempo per elaborare la materia della scrittura. La vanità dell’attore si spegne appena le luci si spengono, quella dello scrittore dura finché qualcuno ha il tuo libro tra le mani e ci si può illudere che questo duri a lungo. Mettiamola così, anche se si potrebbe ribaltare l’intera faccenda.

Riccardo de Torrebruna: È nato a Roma, dove attualmente vive. Ha lavorato come attore di cinema e teatro in Italia e all’estero per poi dedicarsi alla scrittura (romanziere, drammaturgo, sceneggiatore) e alla regia.
Vincitore dei premi Enrico Maria Salerno e Oltreparola per la drammaturgia.
Esordisce come autore nel 2000 con Tocco Magico Tango (Minimum Fax). Pubblica poi Storie di Ordinario Amore (Fandango, 2003), con Luigi Turinese Hahnermann. Vita del padre dell’omeopatia (E/O, 2007), Blood&Breakfast (Ensemble, 2014), Hahnermann. Diario di un guaritore (Mincione, 2015) da poco tradotto in Messico.

Articolo originale qui

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il giorno del giuramento” di Steve Berry

09 venerdì Dic 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EditriceNord, Ilgiornodelgiuramento, recensione, romanzo, SteveBerry

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Steve Berry, come diversi altri autori americani, può vantare il fatto di avere libri pubblicati in tutto il mondo considerati bestseller internazionali. The 14th colony edito in Italia da Nord nella versione tradotta da Alessandro Storti non sarà da meno.
Ne Il giorno del giuramento si trova tutto quello a cui già Ian Fleming ha abituato i lettori, amanti del genere e non, con i libri che narrano le strabilianti avventure e prodezze dell’agente dell’MI6 James Bond.
Spionaggio, avventura, amori, paesaggi e lande sperdute, pericoli intrighi e cospirazioni ordite contro la ‘democrazia occidentale’ svelate e sconfitte sempre sul filo di lana.

La guerra fredda ha caratterizzato tutta la geopolitica della seconda metà del secolo scorso e il braccio di ferro tra gli Stati Uniti d’America e l’allora Unione Sovietica è sempre stato visto e vissuto come l’ago di una immaginaria bilancia che soppesava l’imminente scoppio o meno del terzo conflitto mondiale, di una guerra nucleare, di una temibile e terribile distruzione del ‘mondo occidentale’.

Berry ne Il giorno del giuramento immagina che non sia mai stata del tutto superata e che in un paese sperduto della Siberia il fuoco del conflitto sia perennemente alimentato al pari dell’odio contro il nemico temuto, ovvero gli americani.
Una vicenda che trova le sue origini nell’incontro avvenuto tra l’allora presidente Ronald Reagan e papa Giovanni Paolo II. Un’udienza troppo privata che viola i protocolli di sicurezza ma che garantisce agli astanti la massima riservatezza.Nessuno deve venire a conoscenza del loro segreto… della volontà condivisa di sconfiggere il nemico comune: il comunismo russo. Considerato il male più temibile del 1900 al pari del terrorismo islamico nel nuovo millennio.

Cotton Malone, l’ex agente operativo del dipartimento di Giustizia americano che si è trasferito a Copenaghen per gestire una libreria antiquaria, è richiamato in servizio, spedito nella taiga siberiana e costretto a rischiare di nuovo la vita per salvare il suo paese e fare in modo che tutto fili liscio come l’olio, soprattutto in uno dei giorni considerati tra i più importanti per gli Stati Uniti, il giorno del giuramento appunto.

Agli incombenti eventi di importanza mondiale Steve Berry affianca i più o meno gravi problemi della quotidianità raccontando, tra l’altro, dell’ansia di Stephane Nelle costretta alle dimissioni, in seguito alla decisione di sciogliere la Sezione Magellano, e quindi all’abbandono dell’unico agente ancora attivo, Malone.

Il ritmo del libro di Berry è incalzante, le vicende si rincorrono e si accavallano, il countdown prosegue impietoso ma, ovviamente, alla fine tutto si risolve per il meglio e Cotton Malone riesce a fare in modo che il giorno del giuramento sia memorabile per il presidente e il suo vice, entrambi minacciati di morte, e per tutti gli americani.

Steve Berry: Da oltre venti anni svolge la professione di avvocato nella Camden County. Grande appassionato di Storia e di narrativa a partire dagli anni ’90 ha dedicato sempre più del suo tempo alla scrittura di romanzi e racconti. Dopo che i diritti di Terzo segreto e Profezia del Romanov sono stati venduti in tutto il mondo, Berry si è confermato un autore di bestseller internazionale grazie al successo dei romanzi che vedono come protagonista l’agente Cotton Malone.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Nord.

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“L’imperfetta” di Carmela Scotti

11 venerdì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CarmelaScotti, Garzanti, Limperfetta, recensione, romanzo, Sicilia

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Carmela Scotti perde il padre e, per riuscire a gestire l’immenso dolore, inizia a pensare ai modi per affrontarlo. Nasce così un personaggio, Catena Dolce, e intorno a lei una storia che diventerà L’imperfetta edito da Garzanti e finalista al Premio Calvino.

Il romanzo della Scotti è di forte impatto emotivo. Fin dalle prime battute la sua scrittura letteralmente rapisce chi sta leggendo.

L’imperfetta non è un libro autobiografico e Catena non è Carmela Scotti, ma il racconto del dolore, quello vero che proviene dal profondo delle viscere, beh quello è autentico senza ombra di dubbio. E anche la Sicilia raccontata nel testo poteva essere solo frutto di chi a fondo la conosce e l’ha studiata.

La storia è ambientata sul finire dell’Ottocento, in un piccolo paese «conficcato come un chiodo arrugginito nel cuore della Sicilia». La Scotti riporta ne L’imperfetta tutto il bagaglio di tradizioni, superstizioni, usanze… che appartengono alla sua Sicilia ma che facilmente possono ritrovarsi in qualsiasi altro sito italiano, lungo la dorsale appenninica e non solo. Risulta molto interessante l’esposizione delle erbe mediche e delle loro proprietà ma ciò che realmente colpisce il lettore e lo trafigge come un colpo ben assestato di roncola è la realizzazione che in fondo il mondo, anche se oggi è molto differente da quello descritto dall’autrice, non cambierà mai veramente.

A risultare imperfetta è la società col suo trito di pregiudizi omologazione cattiveria e violenza. Il mondo appartiene agli uomini e le donne, purtroppo, imparano presto quanto per loro è più difficile vivere e sopravvivere. Allora come oggi.

Catena è una ragazzina «nata da una radice di dolore», a cui non sembra di diventare più grande nonostante il tempo che passa in quanto non è «mai davvero stata bambina». Una giovane donna che non si piega al dolore, alla sofferenza, alla violenza, alla punizione… la sua forza e le sue conoscenze fanno paura e allora non riuscendo ad ammansirla la additano come pazza e diventa una strega, una mavara. Al rogo venivano messe all’epoca quelle come lei, condannate dalla società e dalla Chiesa.
Il prete non si fa scrupoli però a rivolgersi a lei in cerca di un filtro d’amore da somministrare alla bambina che gli è stata data e che non lo vuole. Catena vendica la bambina e per tutti è lei la sola colpevole. Omologazione convenzioni e ipocrisia spesso si rivelano mali più deleteri dei crimini perché alla fine colpiscono sempre gli stessi, gli ultimi e gli indifesi.

L’imperfetta di Carmela Scotti è un libro straordinario che racconta una storia tanto inquietante quanto interessante utilizzando un registro narrativo che sembra provenire dalle viscere di chi scrive e raggiunge senza difficoltà quelle di chi legge.

Carmela Scotti: Scrittrice italiana. Nata in Sicilia. Diplomata in pittura e fotografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha vissuto a Palermo Roma e Milano facendo i mestieri più diversi. Attualmente risiede in Brianza. L’imperfetta è il suo primo romanzo, finalista al Premio Calvino.

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“Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia” di Francesca Riario Sforza

02 mercoledì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EditriceNord, FrancescaRiarioSforza, IoCaterina, recensione, romanzo

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Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia di Francesca Riario Sforza è una sorta di biografia di una delle figure femminili più controverse della storia italiana scritta da una discendente che, tutto sommato, ha il suo stesso sangue che scorre nelle vene. Un omaggio a Caterina Sforza, al suo essere stata una donna incredibilmente forte, coraggiosa, indipendente, straordinariamente in anticipo sui tempi. Una donna colta, molto istruita, che non è riuscita a piegarsi al volere della società e alle convenzioni sociali prendendo le redini del governo di Imola e Forlì, dopo la morte del marito, e guidando addirittura l’esercito in battaglia.
Una vita breve ma intensa la sua che ancora dopo seicento anni affascina la sua discendente, Francesca Riario Sforza, e non solo lei.
Nelle oltre trecento pagine che compongono il testo vengono narrate le vicende più significative, quelle che hanno determinato e condizionato l’esistenza di Caterina Sforza, che l’hanno plasmata senza mai riuscire a domarla. Il suo essere figlia illegittima, l’auto-proporsi come sposa alla tenera età di dieci anni, il matrimonio, i figli, lo studio… il tutto vissuto e assimilato in maniera assolutamente non convenzionale.
La scrittura è lineare e scorrevole, lo stile narrativo asciutto, costruito seguendo i dettami del periodo di riferimento ma non così rigido da rallentare la lettura o sembrare altezzoso. Su tutti i personaggi spicca sempre e comunque lei, la protagonista, con il suo carattere e il carisma che deve averla sempre accompagnata. Una storia per certi versi enigmatica, ricca di ‘misteri’ che incuriosiscono ulteriormente il lettore.
Una lettura che si rivela senza dubbio interessante.

Francesca Riario Sforza: Nata a Firenze, ha proseguito gli studi tra Napoli e Roma, laureandosi in Sociologia delle Comunicazioni di Massa. Dal 1996 al 2001 è stata autrice di programmi televisivi per il gruppo Mediaset e ha collaborato con la RAI. Dal 2000 si occupa di sceneggiature televisive e cinematografiche. Insegna struttura narrativa cinematografica e seriale.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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