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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

23 martedì Mag 2017

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DanieleGermani, DavidMatthaus, Manualedifisicaebuonemaniere, recensione, romanzo

Daniele Germani da Roma si trasferisce a Barcellona e da lì inizia il suo giro per l’Europa che lo porterà a vivere a Londra, in Irlanda e poi ancora in Spagna, a Madrid. Si immagina che questo suo “peregrinare” gli abbia consentito di vedere posti e gente nuova, assistere o vivere esperienze che altrimenti non avrebbe visto o fatto, ascoltato parole e suoni che altrimenti gli sarebbero risultati estranei… e dalla fusione di tutto ciò che sembra nascere l’idea e la realizzazione di Manuale di fisica e buone maniere edito lo scorso anno da David and Matthaus. Un libro che è al contempo un compendio e un tripudio di idee nozioni e riflessioni. Il racconto, appunto, delle occasioni di vita perdute.

I protagonisti sono Lui e Lei, la loro travagliata vita, le esperienze, l’incontro e l’abbandono, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo… ma la trama del libro di Germani è tutt’altra cosa rispetto a un romanzo d’amore. È un manuale che fonde scienza e letteratura, fisica e sentimenti. È il racconto del vivere con disagio l’esistenza sul nostro pianeta. Lui, con la sua personalità borderline, i suoi tormenti, le crisi e i “colpi di testa”, il fallimento dei sentimenti e l’incapacità di reagire con forza alle avversità della vita. Lei, con il tormento di un triste segreto nel suo passato che combatte cercando di cancellare o quantomeno nascondere le cicatrici evidenti e quelle invisibili e riesce a raggiungere i suoi obiettivi e a superarli. Due persone e due personalità “differenti”, “diverse”, che hanno dovuto imparare da sole a stare al mondo perché entrambe, anche se per ragioni dissimili, sono state sempre incomprese, derise, denigrate, rifiutate.

Leggi anche – Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” (Marcos y Marcos, 2016). Intervista a Giuliano Pesce

Un libro delicato Manuale di fisica e buone maniere di Daniele Germani che conquista il lettore in punta di piedi per la sua storia, i protagonisti ma anche per le riflessioni indotte sul mondo, sui suoi abitanti e soprattutto sulle loro menti. Una scrittura dolce che a tratti si fa ancora più morbida, fluida. Le lettere si arrotondano e si modellano sui sentimenti dei protagonisti e ne viene fuori una lieve “poesia in prosa”.

«Più camminava, più ogni passo e ogni metro, ogni pensiero e ogni piccola scoperta sulla sua natura lo rendevano una maschera tragica di se stesso.»

Le nozioni di chimica, fisica e quantistica inserite nel testo e le riflessioni di Lui in proposito aprono la mente di chi legge verso la consapevolezza, spesso dimenticata, del proprio essere “fisico”, di quanto i nostri pensieri azioni sentimenti accadimenti… incidano direttamente sul nostro corpo che non è cosa diversa e distinta dalla nostra anima nella quale, anche per un retaggio ideologico religioso, si pensa alberghino sentimenti ed emozioni. Ci rammenta l’autore, per tramite del protagonista, la loro stretta relazione e correlazione con la chimica del nostro corpo, del nostro essere… fisico.

«Quella formula, così strana, era una dichiarazione d’amore complicata e romantica, che qualcuno aveva adattato al mercato dei sentimenti.»

Manuale di fisica e buone maniere è un libro non particolarmente lungo, di poco oltre centosettanta pagine, ma incredibilmente intenso, maturato nelle esperienze di vita vissuta, le stesse che originano quella strana alchimia per cui ci si scopre, quasi senza saperlo o volerlo, felici o scontenti di stare al mondo, di vivere un’esistenza in cerca di riscatto oppure sopravvivere in un’altra sentendosi una particella apolide alla ricerca continua della sua metà, illudendosi di riuscire a trovare il ricongiungimento inteso come unica via al rasserenamento. Senza dubbio alcuno Daniele Germani ha scritto un romanzo che non è semplicemente il racconto di una storia. È un libro con un senso e uno scopo. Valido e riuscito.

Source: Si ringrazia Andrea Carnevale dell’Agenzia Letteraria Edelweiss per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore quarta di copertina

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L’uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta (Salani, 2017)

18 giovedì Mag 2017

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EstEuropa, Luroborodicorallo, recensione, romanzo, RosalbaPerrotta, Salani, Sicilia

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Nessuno, per quanto lo speri, si aspetta che davvero da un momento all’altro la propria vita venga stravolta da un’inattesa eredità. Eppure è quanto accade alla protagonista de L’uroboro di corallo di Rosalba Perrotta, edito da Salani. Un libro senza dubbio alcuno al femminile e una scrittura “rotonda”, calda e avvolgente. Tutti i personaggi principali del romanzo sono donne ma è l’universo femminile nella sua complessa immensità a essere narrato dall’autrice. Dall’annientamento in cui volutamente si celano alcune donne all’esuberante intraprendenza di altre, dal rigore imposto da alcune culture all’ansia di emancipazione e libertà di altre ancora. Nonché della lotta interiore prima che esteriore di chi si ritrova in bilico tra i due mondi e, pur essendo attratta dall’essere “continentale”, con estrema difficoltà riesce a liberarsi dalle briglie della chiusura “isolana”.

L’eredità di cui si racconta ne L’uroboro di corallo non è di quelle che fanno schizzare alle stelle il conto in banca; è piuttosto paragonabile a un’antica cassapanca, carica di errori e memorie, che prima o poi, volenti o nolenti, bisogna spalancare. Per poter fare i conti con se stessi prima ancora che con il proprio destino. Se poi a questo carico già pesante aggiungiamo un palazzetto da sistemare e ridestinare e un gioiello dal potenziale potere magico, allora la vicenda si complica e si infittisce. È esattamente quel che ha fatto l’autrice, scegliendo di aggiungere carne sul fuoco a ogni passaggio al punto che, in alcuni momenti, il lettore teme si possa bruciare tutto da un momento all’altro.

Anastasia è nata e cresciuta in Sicilia, a Catania. Allevata da una madre fedelissima al rispetto della tradizione e dei ruoli sociali ben distinti di uomo e di donna. Anastasia è nata e cresciuta in Sicilia, a Catania, allevata da una madre fedelissima al rispetto della tradizione e dei ruoli sociali ben distinti di uomo e di donna. Avvezza alla critica spietata di qualsivoglia atteggiamento o dicitura potesse illudere la figlia che fosse possibile vivere, vestire e pensare in maniera diversa da come erano abituate a fare.

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Anastasia scopre tardi e in maniera del tutto casuale che le affermazioni di sua madre erano viziate dalla paura del giudizio e del pregiudizio. Il giro di boa può essere indicato nell’incontro con le cugine al momento della spartizione dell’eredità della compagna del nonno, quando per la prima volta Anastasia vede la spilla di corallo a forma di uroboro, quel gioiello che cambierà e stravolgerà la sua esistenza.

Tra personaggi reali e apparizioni immaginarie, racconti di vita e fantasie oniriche o deliranti la Perrotta racconta la storia di Anastasia e dell’intera famiglia Buonincontro, di Catania e della Sicilia; narra la vicenda di Helena Kazalauskiené, fisioterapista di origini lituane trasferitasi sull’isola per seguire il nonno di Anastasia, comune a tante ragazze immigrate dai paesi dell’Est Europa o da altri continenti, le quali se riescono a evitare schiavismo e prostituzione restano per la gran parte vittime della gabbia del pregiudizio. E lo fa con un registro narrativo lento, a tratti ripetitivo, ma utile per rendere più inciso il narrato, come una pennellata ripetuta più volte per rimarcare un colore ben definito. Nel caso del libro della Perrotta sono i sentimenti a essere maggiormente delineati, le delusioni come le speranze, gli sfarfallii dell’amore come i crampi dell’abbandono, la gioia della condivisione e il rancore dell’invidia. Delle donne soprattutto. Gli uomini restano nell’ombra, quasi una sorta di ologrammi necessari ma non rilevanti. E lo stesso può dirsi di Catania e della Sicilia tutta, un fondale che resta per l’intero romanzo un mero sottofondo.

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Un libro interessante, L’uroboro di corallo di Rosalba Perrotta che è riuscita a conciliare nella scrittura serietà e ilarità, realtà e fantasia, constatazione e provocazione senza eccessi, evitando al contempo di precipitare nella banalità e portando all’attenzione dei suoi lettori un buon romanzo contemporaneo.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-basta-una-spilla-per-travolgere-il-destino-l-uroboro-di-corallo-di-rosalba-perrotta

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Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

11 giovedì Mag 2017

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BaldiniCastoldi, misoginia, RaulMontanari, recensione, romanzo, Semprepiuvicino, stroncatura, violenza

Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

Esce quest’anno con Baldini & Castoldi Sempre più vicino di Raul Montanari, un libro con un ritmo narrativo simile a quello di un romanzo d’appendice su cui pesano come macigni le continue divagazioni e descrizioni che distolgono, o almeno ci provano, l’attenzione del lettore dalla vicenda principale ripresa, in maniera avvincente e incalzante, all’incirca alla pagina duecentocinquanta per essere poi nuovamente marginalizzata già a pagina duecentosessanta. Anche se appare chiaro fin da subito che l’obiettivo dell’autore è quello di creare una struttura labirintica all’interno della quale tessere la trama dell’intricata vicenda, il ripetere enne volte ad esempio che lo zio Willy è stato misteriosamente assassinato e che svolgeva una professione e dei riti occulti in odore di satanismo non aiuta a mantenere alto l’interesse di chi legge, il quale ha già letto di questo e vorrebbe saperne di più. Non si viene purtroppo accontentati, in quanto la risoluzione del mistero sull’uccisione del povero zio Willy è rimandata a data da destinarsi. L’arcano che viene svelato in Sempre più vicino invece riguarda il tesoro da questi lasciato e mai ritrovato, almeno così si pensava. Sarà proprio la brama di impadronirsi dei milioni nascosti da Willy a generare l’intero filone principale della vicenda.

Il protagonista è un giovane ragazzo che vive a Milano e cerca la sua indipendenza da un padre pressante che si è costruito da solo, dopo essersi trasferito dall’Abruzzo insieme al fratello. Valerio ha “ereditato” l’appartamento dello zio Willy e, per arrotondare, lo subaffitta a turisti e viaggiatori, lasciandosi ospitare in quei giorni dall’amico di sempre. Un personaggio, Valerio, che è stato definito “vero e tenerissimo”. Sul fatto che una persona come lui possa essere ritenuta “vera”, nel senso che in giro ci sono o ci possono essere tanti come lui, nulla da obiettare ma sul “tenerissimo” qualche precisazione va fatta. Come si fa a considerare tenero un giovane uomo che si reca di nascosto nell’appartamento dato in affitto a donne e uomini sconosciuti e si masturba sfregandosi con la loro biancheria intima? Come si fa a scrivere in un libro diffuso sull’intero territorio nazionale e su tutti gli store online che “in fondo tutti hanno i propri vizi”, quando sulle pagine del medesimo testo le donne sono state indicate con tutti gli epiteti negativi immaginabili?

Quasi come se si volesse far quadrare un cerchio che perfetto non potrà mai essere, l’autore si sofferma ripetutamente sul racconto delle voluttuose richieste intime dell’amante di Valerio che desidera con fervore essere sottomessa e trattata al pari di una schiava o di una geisha. In tutta questa dilagante misoginia quasi si perde la linea del racconto, il mistero sul tesoro accumulato dallo zio, la trappola in cui cade Valerio, il tradimento da parte di coloro che amava, l’amicizia inattesa con l’investigatore Velardi e il nuovo inizio insieme al padre al quale è servito il buio di una nuova separazione per riuscire a vedere e riconoscere il proprio figlio.

Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

LEGGI ANCHE – Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Una storia, quella da raccontata da Raul Montanari in Sempre più vicino che sembra racchiudere in sé diversi generi letterari. Un testo di narrativa che a lungo si sofferma sulla situazione dei giovani di oggi, sulla loro mancanza di certezze e punti di riferimento. Un romanzo di formazione che cerca di tirare le somme su una generazione maturata negli anni del boom economico del secolo scorso e che si è “fatta” con le proprie mani, riuscendo a guadagnarsi una posizione economica e sociale superiore rispetto ai propri genitori, per la gran parte braccianti e agricoltori. Una generazione che rischia il sorpasso anche sui propri figli. Un giallo che sconfina nell’investigativo su scala internazionale allorquando la scena si sposta, nel resoconto dell’investigatore Velardi, dalle strade di Milano alle favelas e alle foreste brasiliane. Un libro che abbraccia tanto, forse troppo, e che di sicuro senza alcune forzature sessiste avrebbe avuto agli occhi del lettore un aspetto anche migliore.

http://www.sulromanzo.it/blog/mistero-e-misoginia-in-sempre-piu-vicino-di-raul-montanari

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L’importanza di indagare sul senso della vita ne “Il segreto del coltivatore di rose” di Antonino La Piana (Falco Editore, 2016)

26 mercoledì Apr 2017

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Africa, AntoninoLaPiana, FalcoEditore, filosofia, Ilsegretodelcoltivatoredirose, recensione, romanzo

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Esce con Falco Editore a maggio 2016 il romanzo di formazione di Antonino La Piana, Il segreto del coltivatore di rose. Un libro di poco oltre duecento pagine nel quale l’autore mette nero su bianco tutti i pensieri, le riflessioni, le argomentazioni e gli interrogativi che lo hanno accompagnato dalla giovinezza, trascorsa tra le aule della Facoltà di Filosofia all’età adulta, vissuta in vari paesi soprattutto dell’Africa. E ritornando in maniera fors’anche più acuta nel momento del suo rientro in Italia.
Il segreto del coltivatore di rose pur trattando di temi esistenziali, di religione e filosofia sembra ruotare interamente intorno alla figura del protagonista, che altri non è che lo stesso autore, e spesso la narrazione si perde nel dettagliato racconto di episodi ordinari e quotidiani che non riscontrano molto interesse in chi li legge. Come la rocambolesca rincorsa per non perdere la corsa del tram o l’iter della rottura del fidanzamento, o meglio di quando il protagonista è stato lasciato dalla fidanzata. Il lettore non riesce a ben comprendere il fine ultimo di queste prolungate narrazioni che a volte addirittura interrompono il racconto di altre vicende, in considerazione anche del fatto che esulano dal ragionamento che l’autore porta avanti nel suo libro e che trova la sua conclusione nell’ultimo capitolo.

Tutto questo va un po’ a inficiare il tono e il senso del libro, che a tratti risulta confusionario. Scritto come fosse la trascrizione simultanea dei pensieri e delle riflessioni dell’autore che spaziano e saltellano tra i vari argomenti. Maggiore ordine avrebbe potuto coincidere con un più alto gradimento e interesse in chi legge e, al contempo, avrebbe garantito più spazio alle valide conoscenze ed esperienze che La Piana dimostra di avere e aver fatto.
Interessante risulta il racconto dell’incontro-scontro tra le varie culture, lo stridente contrasto tra le futilità del vivere occidentale e il forte legame con la Terra che ancora conservano le etnie “primitive” che l’autore ha avuto modo di conoscere nei lunghi soggiorni nel continente africano. Traspare dagli aneddoti trascritti ne Il segreto del coltivatore di rose quella corrente che trascina tutti, chi più chi meno, nel vortice dei legami morbosi con gli oggetti solo in apparenza utili e necessari, nell’inutilità del pensiero rivolto solo alla materialità del ‘possedere’ senza la benché minima cura del proprio essere e del proprio pensiero. Un vortice che non lascia indenne neanche lo stesso autore. Accusa La Piana tutti coloro che scelgono di vivere «senza comprendere la ragione ultima per la quale si vive», che sono in buona sostanza il suo esatto contrario, tormentato invece dagli interrogativi esistenziali fin da giovanissimo. «Porsi delle domande, porsi le domande giuste e nel modo giusto, per tentare di cominciare a svelare, almeno in parte, il mistero nel quale siamo immersi», sembra essere il suo mantra.
Un libro particolare, Il segreto del coltivatore del rose di Antonino La Piana, che si ‘insinua’ nella mente di chi legge, nonostante i suoi limiti, e lo accompagna in riflessioni sul senso della vita e sulla vita stessa. Un libro con un finale dichiarato sensazionale dallo stesso protagonista. Il lettore potrebbe non concordare con le conclusioni cui giunge l’autore ma ne apprezza di certo l’entusiasmo. Un libro che nonostante tutto ha il suo perché. E questo, in un ragionamento sugli interrogativi esistenziali, potrebbe anche bastare.

Antonino La Piana: nato a Messina, ha vissuto molto all’estero, soprattutto in Africa. Ha sempre continuato a coltivare la sua passione per la Filosofia. La professione di Funzionario Diplomatico gli ha permesso di entrare in contatto con diverse culture, stimolando ulteriormente la curiosità sui grandi perché della vita.

Source: pdf inviato dall’autore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Falco editore”.

Articolo originale qui

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Umanità e Giustizia salveranno i migranti… e anche tutti gli altri. “Padre Mosé” di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi (Giunti, 2017)

03 lunedì Apr 2017

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AbbaMussieZerai, Africa, DonMussieZerai, Europa, Giunti, GiuseppeCarrisi, immigrazione, Italia, migranti, PadreMose, paura, recensione, romanzo

È uscito a gennaio di quest’anno con Giunti il libro-denuncia di Abba Mussie Zerai, scritto con Giuseppe Carrisi, Padre Mosé. Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza. Un pugno nello stomaco e un simbolico schiaffo in faccia a chi ancora vuol fingere di non vedere e non capire che la punizione in alcun modo deve essere progettata e inflitta a coloro che, in balia della disperazione più nera, si lanciano in un viaggio disperato alla ricerca di un luogo dove raccogliere ciò che resta della loro dignità e della loro esistenza e tentare almeno di ricominciare. Uomini e donne, bambini e bambine costretti a lasciare i loro luoghi natii a causa della sofferenza, della povertà, delle carestie, delle guerre, delle dittature, del terrorismo… La soluzione a questa immensa emergenza umanitaria non deve essere studiata contro di loro ma per loro. Se si riuscisse anche a punire i reali colpevoli sarebbe meglio ma intanto bisogna pensare a non aggredire ulteriormente queste persone perché così facendo non solo causiamo loro altro male e sofferenze ma perdiamo anche quel briciolo di umanità che si spera alberghi ancora in tutti e in ogni occidentale, emblema e simbolo condiviso del corretto “viver civile”.

I cristiani imparano fin dalle prime lezioni di catechismo il racconto del liberatore del popolo di Israele, riuscito a salvare la sua gente dall’esercito del faraone e dalle acque del mare. La storia di Padre Zerai invece ancora non è così nota. Ma anche lui, come l’altro Mosé, cerca di salvare la sua gente da un esercito di famelici assalitori e dalle acque di un mare. Un’impresa titanica, considerando i numeri e le distanze, che avrebbe scoraggiato e fatto desistere tanti ma non lui che ha scelto di andare sempre avanti nonostante la mancanza di risorse, le difficoltà oggettive, le intimidazioni, le minacce e le porte in faccia. Abba Zerai è molto cristiano, credente e praticante una spiritualità che nulla sembra avere in comune con i fasti dello Stato Pontificio, con il lusso di chiese palazzi e cattedrali rivestite di oro e preziosi… ma molto assomiglia alla fede predicata e praticata da Gesù Cristo, da san Francesco, dai padri francescani e benedettini… un amore senza tempo e senza limiti verso le creature che popolano la Terra, soprattutto i più bisognosi, i meno “fortunati”, gli ultimi che il Vangelo stesso indica come quelli che “saranno i primi”.

Mussie Zerai dà a questa affermazione un significato tanto probabile quanto preoccupante. Bisogna avere il «coraggio di cambiare nel rispetto reciproco», è necessario «mettere l’uomo al centro di ogni scelta» altrimenti «si rischia di imboccare una strada in rapida discesa, alla fine della quale c’è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell’uomo». Dobbiamo riflettere su quanto afferma Zerai perché «oggi tocca ai profughi e ai migranti. E domani?».

Nonostante le testimonianze orribili riportate nel testo traspare dalle parole di Mussie Zerai una profonda fiducia nel genere umano e non si può fare a meno di chiedersi se ciò derivi dal fatto che egli sia nato e cresciuto in quella parte del pianeta dove vi è più sofferenza proprio perché c’è più umanità. Interi popoli sopraffatti dalla brama di pochi avidi e corrotti, soggiogati da dittature ed estremismi politici e religiosi, che non vogliono e non riescono a piegarsi alla violenza e scelgono di fuggire dai luoghi che hanno dato loro i natali, quegli stessi posti che continuano a essere i supermercati del benessere occidentale. Oggetto di contese che in apparenza hanno motivazioni politiche o religiose ma che in realtà nascondono quasi sempre valenze economiche e finanziarie. Petrolio, gas, diamanti, minerali… giacimenti che fanno gola a tanti, servono a tutti, arricchiscono pochi e condannano alla miseria troppi.

Leggi anche – Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati

Perché l’Italia e l’Europa non riescono a stilare un efficace piano di prevenzione e sostegno dell’emergenza umanitaria in atto? Padre Zerai afferma di aver avuto la risposta a questo interrogativo «nel 2014, quando è scoppiato lo scandalo di Mafia Capitale». Se lui solo con pochi amici fidati è riuscito in questi anni ad aiutare migliaia e migliaia di profughi senza avere a sua disposizione né risorse né mezzi come si può davvero credere che gli stati occidentali con tutte le risorse a loro disposizione non riescano a studiare un concreto piano di prevenzione e intervento? La risposta va cercata lontano da quello che viene da politici e media indicato come il problema, ovvero il fiume di migranti che con ogni mezzo cerca la salvezza lungo le coste italiane e greche. Non sono loro il problema, queste persone rappresentano la conseguenza dei problemi generati anche dagli stessi stati occidentali.

Leggi anche – La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Un libro necessario Padre Zerai di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi, capace di raccontare senza filtri quanto realmente sta accadendo alle persone che abitano la Terra, quello che viene taciuto e perché. «Anche gli ultimi esistono e il loro diritto alla vita non è diverso da quello degli altri», sottolinea Abba Zerai che ha deciso di votare la sua vita al sacerdozio dopo aver scelto di impiegarla per aiutare i più bisognosi. Azioni e concetti che non sono banale retorica ma esempi di vita vera, reale umanità che ancora persiste in persone, come Zerai, cresciute in un clima di violenza e paura che al contatto con il benessere del mondo occidentale non hanno scelto di volere ogni bene per se stessi bensì di adoperarsi affinché ognuno possa avere almeno il minimo per mantenere o riguadagnare la dignità spettante a ogni essere umano. Perché «la Persona non deve essere il custode della legalità, anzi costantemente deve mettere in crisi la legalità confrontandola con la giustizia». E la giustizia non deve essere mero rispetto della legalità bensì pieno rispetto dell’equità.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte Biografia autori www.walkaboutliteraryagency.com

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Migrazioni… di organi

Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo-Tilotta (Mondadori, 2016)

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Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L’avvocato G.” di Federica Sgaggio

25 sabato Mar 2017

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FedericaSgaggio, Intermezzi, LavvocatoG, recensione, romanzo

 

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica SgaggioL’avvocato G. di Federica Sgaggio, edito da Intermezzi, è una storia in bilico tra un racconto lungo e un romanzo breve. L’intera vicenda si consuma in meno di trenta pagine ma lo spessore dei personaggi e l’intensità della narrazione sono tali da “illudere” il lettore che ci sia un prima e un dopo, liberando la fantasia di chi legge nell’immaginare i protagonisti, le loro azioni, i pensieri… Uno stile narrativo singolare quello della Sgaggio, composto da periodi brevi, frasi interrotte da un ripetuto “andare a capo”, punteggiatura copiosa. Elementi tutti che concorrono a generare nel lettore la sensazione che la scrittura non solo riproponga fedelmente i pensieri dell’io narrante, ma ne sia quasi la rappresentazione visiva.

La signora M, segretaria in uno studio legale, incontra per lavoro l’avvocato G, socio di uno studio concorrente, e tra i due scatta subito un timido gioco di seduzione che si protrae a lungo a causa della reticente inesperienza di entrambi a coltivare relazioni extraconiugali. La passione divampa e travolge G. così preso da M. da voler addirittura costruire insieme a lei una nuova famiglia. Ma M. non concorda e preferisce restare con la sua originaria famiglia. Con suo marito e con i suoi figli. Questa decisione irremovibile sconvolge G. al punto da fargli compiere un drastico e irreparabile gesto.

A narrare il tutto è la “pseudo-amica” di M, colei a cui la donna ha affidato i propri diari nei quali ha scritto l’intera vicenda. Compresi sentimenti, paure e timori.

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica Sgaggio

Il finale sorprende davvero il lettore. Inaspettato al punto che chi legge ha la tentazione di rileggere le prime pagine sospettando di aver mancato o mal interpretato alcuni passaggi. Ma alla fine tutto viene chiarito. E l’epilogo, pur lasciando un po’ di amaro in bocca, soddisfa in pieno la curiosità del lettore.

 

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Pur essendo la relazione extraconiugale tra G. e M. l’argomento principale del libro, la Sgaggio lo tratta in maniera originale, dando molta enfasi a quegli aspetti che ritiene debbano maggiormente risaltare. I compromessi che vita, lavoro e famiglia richiedono, i sogni e i desideri che troppo spesso si infrangono nello scontro con la dura realtà, il divario che esiste spesso tra vita pubblica e privata delle persone. La fiducia riposta in persone sbagliate. Gli errori a cui non si riesce a rimediare. Gli sbagli che possono anche risultare fatali.

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica Sgaggio

Un libro avvincente L’avvocato G. di Federica Sgaggio, che invoglia il lettore alla riflessione su alcuni aspetti della contemporaneità e non solo. Sulle emozioni, le relazioni, l’amore e l’odio. Sentimenti che se da un lato “possono muovere il mondo”, dall’altro possono renderlo un luogo davvero invivibile.

http://www.sulromanzo.it/blog/cosa-accade-quando-non-si-puo-piu-tornare-indietro-l-avvocato-g-di-federica-sgaggio

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Prigioni mentali e dittature politiche in “193 gabbie” di Rezart Palluqi (Ensemble, 2016)

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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193gabbie, Albania, Ensemble, EstEuropa, Europa, recensione, RezartPalluqi, romanzo

La casa editrice Ensemble pubblica, in prima edizione a dicembre 2016, la versione tradotta in italiano da Iris Hajdari di 193 gabbie (titolo originale 193 kafazet) dello scrittore albanese Rezart Palluqi. Un libro interessante che sembra essere stato scritto per raccontare al mondo intero le emozioni, i sentimenti e i tormenti più intimi e nascosti del protagonista che realmente potrebbe essere chiunque, ovunque.

193 gabbie narra le vicende e le vicissitudini di un ragazzino, Ylli, e della sua famiglia. Presi di mira dal regime dittatoriale di Enver Hoxha assistono impotenti alla cattura del padre e, trattati da pària da vicini e conoscenti, si vedono costretti alla fuga oltre confine. Neanche da adulto e in un paese democratico e libero come l’Olanda Ylli riesce e superare i traumi del passato che ancora lo tormentano da sveglio, come disturbi psichici, e da dormiente, sotto forma di incubi. Depresso e inconsolabile Ylli finisce nel tunnel vorticoso di inganno e mistero ordito da chi promettendogli giustizia tesse la sua vendetta ai danni, ancora una volta, dell’anello più debole. Così Ylli, cercando di ritrovare e onorare i resti del padre, finisce con l’assistere, inerme, alla fine della propria esistenza.

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In realtà leggendo 193 gabbie si comprende fin da subito che non è Ylli il reale protagonista della vicenda bensì la sua mente, che potrebbe appartenere a chiunque. Qualunque persona sia stata costretta a subire le difficoltà e le privazioni che una dittatura, di qualsiasi colore sia la bandiera che l’ha originata, impone a coloro che non intendono piegarsi alle imposizioni di regime. Il lettore infatti inizialmente incontra qualche difficoltà a ben comprendere la struttura del registro narrativo scelto da Palluqi. Alcune elucubrazioni del protagonista appaiono banali e dispersive e chi legge si sente quasi “ingannato” dai ripetuti tentativi di distrarlo dalla vicenda principale del libro. Solo proseguendo con la lettura si riesce a entrare nell’ottica voluta dall’autore e al contempo si capisce che necessita anche allontanarsene perché quanto accaduto a Ylli non è poi così distante o diverso dal dolore di coloro che in tanti ogni giorno sono costretti a lasciare la propria terra per sfuggire alla guerra, alla dittatura, alla miseria…

Nonostante l’impostazione molto “intima” della scrittura Palluqi non dimentica di raccontare quanto accaduto nel suo Paese di origine durante gli anni della dittatura di Enver Hoxha, leader del partito comunista. Liste di proscrizione, arresti, esecuzioni e fosse comuni hanno segnato duramente un popolo e una parte della sua Storia quasi completamente ignorato dal resto del mondo. «I tedeschi hanno dato il grande esempio facendo i conti con i boia della Seconda Guerra Mondiale, mentre noi no» e quando si propaganda la necessità di «aprire i dossier» e fare i conti col passato, «provo un certo disgusto. È come se l’assassino facesse l’autopsia della propria vittima».

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Risultano interessanti le considerazioni sull’attualità e la religione che l’autore affida al protagonista del libro, le quali bene si fondono alle parti di inclinazione più contemplativa e poetica. Un po’ forzati risultano invece a volte i dialoghi, con intercalari poco spontanee e lontane dal linguaggio comune, eccessivamente rimarcate nelle frasi che introducono i vari passaggi. In buona sostanza, pagina dopo pagina, il lettore rimane sempre più affascinato invece dalle parti raccontate in prima persona che rimandano ai pensieri di Ylli.

Nel complesso comunque 193 gabbie di Rezart Palluqi risulta essere un buon libro e una lettura interessante.

Rezart Palluqi: Nato a Elbasan, in Albania, interrompe presto gli studi per migrare in Grecia. Qui inizia a scrivere e pubblicare opere in albanese. Dopo il trasferimento nei Paesi Bassi inizia a scrivere anche in olandese. È autore di tre romanzi, numerosi racconti, saggi e testi poetici pubblicati in diverse lingue.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

21 martedì Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Darknet, FedericaFantozzi, Illogista, internet, intervista, Italia, Marsilio, Occidente, Oriente, paura, Rete, romanzo, terrore, Terrorismo

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

Da poco pubblicato da Marsilio, Il logista di Federica Fantozzi è un romanzo dal ritmo incalzante, dalla narrazione forte che alterna suspence e descrizione, azioni statiche e scene di immediato impatto emotivo e sensoriale… elementi tutti che concorrono a definire l’ottima struttura di un libro che può servire al lettore a dare grandi input di riflessione sulla società, sulla malvagità, sulla criminalità e il terrorismo, sulle relazioni con il mondo esterno e con se stessi.

Ne abbiamo parlato con l’autrice nell’intervista che gentilmente ci ha consesso.

Il logista sembra contrapporre due mondi, quello arabo e quello occidentale, e due realtà, quella del benessere e quella della disperazione. Perché ha deciso di scrivere questo libro?

In realtà la disperazione è ovunque, tra i ricchi come tra i poveri. Il benessere può mascherarla ma non eliminarla. A me non interessava contrapporre il mondo arabo a quello occidentale bensì indagare i motivi che attirano sempre più persone giovani nella rete del terrorismo. E non sono convinta che la ragione principale sia la povertà: è il vuoto dentro. La solitudine, l’assenza di prospettive, lo sfilacciarsi dei legami familiari e sociali. Un cocktail micidiale che rende la vita priva di significato e, dunque, inutile. Infatti il jihadismo, come il terrorismo degli anni ’70, comincia a fare presa anche sui ceti sociali più elevati.

Agli occhi degli Occidentali, dai tempi delle Crociate contro gli infedeli, il mondo arabo e l’Islam vengono caricati continuamente di simboli misteriosi e negativi. Nel testo lei riprende l’immagine dello scorpione e il lettore viaggia attraverso il tempo e i continenti dalla Gran Bretagna all’antico Egitto, passando per l’Italia e il Medio Oriente. Il suo scopo è rimarcare il filo conduttore che lega insieme popoli e culture oppure quello di delineare le peculiarità che hanno contraddistinto i vari popoli e che ancora lo fanno?

Lo spunto è stato quello a cui lei fa riferimento: l’Islam è stato associato allo scorpione, a sua volta simbolo del maligno e dell’oscurità, all’epoca delle Crociate. Quando i cristiani, immersi nella sfolgorante luce di Dio, combattevano gli infedeli musulmani. Come fa notare Adam a un certo punto del romanzo, nella storia le prospettive cambiano e adesso è la Jihad a dare la caccia a chi non conosce né pratica il Corano. Credo che ogni lettore debba trarre le proprie conclusioni, io ho solo voluto raccontare una storia. Ma certo, nel nome delle diverse religioni attraverso i secoli sono state perpetrate molte nefandezze.

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Ne Il logista lei racconta, attraverso gli occhi della protagonista, una Roma decadente. Quali ragioni l’hanno spinta a rappresentare in questo modo la Capitale d’Italia?

La cosa divertente è che non avevo intenzione di rappresentare Roma in quel modo: sporca, insicura, decadente. È semplicemente uscita così, pagina dopo pagina. Me l’ha fatto notare per prima una persona a cui avevo fatto leggere le bozze e ho deciso di renderlo un elemento forte della narrazione. Il punto è che, da romana, evidentemente percepisco così la mia città. È un dato apolitico, non attribuisco la colpa esclusivamente a questo sindaco piuttosto che al precedente, ma resta la spiacevole sensazione che tale degrado si trascinerà a lungo.

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

Il Male nascosto dietro lo scorpione è l’estremismo islamico di matrice jihadista. Ma l’Isis è il Male assoluto oppure viene considerato tale perché irrompe con la forza nel mondo occidentale?

È vero, e profondamente ingiusto, che noi tendiamo a considerare l’Isis come il Male assoluto solo quando tocca le nostre società. Mentre le stragi di donne e bambini in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka o Somalia passano spesso inosservate. È altrettanto vero che il dolore, le emozioni potenti, la solidarietà, difficilmente attraversano il video del piccolo schermo. Personalmente, ho deciso di scrivere il romanzo dopo essere stata inviata dal mio giornale, «l’Unità», a Parigi nei giorni successivi al massacro del Bataclan. Una settimana durissima e commovente. Senza quell’esperienza vissuta dal vivo forse non avrei avuto la spinta necessaria per raccontare Il logista.

C’è stato un tempo e neanche troppo lontano in cui gli jihadisti erano considerati, da americani e occidentali, “i nostri eroi” perché combattevano per sconfiggere “l’Impero del Male” rappresentato dai sovietici che avevano invaso l’Afghanistan. Poi sono diventati i “barbari” che hanno portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente. Quanta responsabilità occidentale c’è, secondo lei, nell’esplosione dello “scorpione jihadista”?

L’Occidente ha responsabilità fortissime, basti pensare anche a Bin Laden e Saddam Hussein. Non c’è dubbio che l’espansionismo politico, lo sfruttamento da parte di pochi delle risorse globali, le crescenti diseguaglianze che la Rete rende immediatamente percepibili siano alla base di moltissimi conflitti del nostro tempo. Si tratta però di temi che servirebbe un’enciclopedia e non un romanzo per sviscerare. E io, invece, ho voluto creare alcuni personaggi lasciando al lettore il compito – e, spero, il piacere – di indagare se hanno o meno un cuore di tenebra.

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

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Ne Il logista la protagonista Amalia Pinter da cacciatrice si scopre preda in un vorticoso andirivieni di azioni e suspense che caratterizzano e definiscono il ritmo incalzante del libro. La sua idea sembra essere stata quella di creare un gioco degli specchi. Si può ipotizzare una situazione simile anche per l’attuale scenario geopolitico euro-occidentale e medio-orientale?

Ma certo. Siamo tutti cacciatori e prede allo stesso tempo. Ci illudiamo di controllare il gioco, ma il rischio di venire usati, incastrati o manipolati è dietro l’angolo. Questo vale in ambito geopolitico (pensiamo ai sospetti che la Russia abbia condizionato le elezioni americane o al potere dell’Fbi rispetto alla Casa bianca), economico (lo scandalo Dieselgate o i Panama Papers) e personale. Quest’ultimo è l’aspetto che mi fa più paura: i falsi profili che creano identità parallele, le foto rubate e divulgate in oscuri gruppi Facebook, l’esistenza stessa di Darknet.


http://www.sulromanzo.it/blog/muoversi-tra-gli-specchi-per-indagare-il-mondo-e-se-stessi-il-logista-di-federica-fantozzi

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Le storie, il tempo e la propria terra nell’intervista a Emilia Bersabea Cirillo per “Non smetto di aver freddo” (L’Iguana Editrice, 2016)

24 venerdì Feb 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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EmiliaBersabeaCirillo, intervista, LiguanaEditrice, Nonsmettodiaverfreddo, romanzo

Emilia Bersabea Cirillo ritorna in libreria con un nuovo avvincente romanzo edito da L’Iguana Editrice. Protagoniste di Non smetto di aver freddo sono due donne, la loro vita, i loro trascorsi e tormenti.

Una storia intensa quella narrata dalla Cirillo, ispirata da un vecchio fatto di cronaca e dalle personali esperienze dell’autrice. Una vicenda che corre lungo i binari del tempo trascorso, che ha segnato le vite di Dorina e Angela al pari degli accadimenti che le hanno viste e volute, in vario modo, vittime e carnefici. A fare da sfondo e da base, come sempre nei racconti della Cirillo, la sua terra, l’Irpinia. Un ripetuto omaggio che vuol rappresentare ogni volta una conferma, d’amore e passione.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente ha concesso.

La sua carriera di scrittrice sembra scorrere su un doppio binario: da un lato i racconti brevi, dall’altro i romanzi. In entrambi i casi lei utilizza una prosa asciutta che sembra limitarsi all’essenziale, eppure nei suoi scritti traspare sempre un grande trasporto emotivo. Come nasce il suo stile di scrittura?

Ho impiegato molti anni a trovare una mia voce, cioè una modalità e un ritmo per raccontare le storie che mi vengono in mente. Devo certamente questo alle letture che ho fatto, ma anche al lungo lavoro di scrittura, che mi vede intervenire sul testo, una volta finito, ripetutamente. Cerco di togliere, anziché aggiungere, di trovare o inventare parole appropriate, che siano efficaci, di scrivere frasi brevi. Sono queste che danno il respiro alla scrittura. Anche se la ricerca di uno stile di scrittura non si conclude mai del tutto.

Questa volta ritorna in libreria con un romanzo. Una storia intensa che vede due donne protagoniste, o meglio il legame tra le loro vite. Come nascono i personaggi di Dorina e Angela?

Da una lettura di un fatto di cronaca, occorso anni fa a Firenze. Una donna aveva ucciso a coltellate la moglie di un uomo a cui lei credeva di appartenere. Una storia di stalking che mi colpì moltissimo. Leggevo dentro dolore e solitudine. E per altre vicende personali, che hanno a che fare con il mio lavoro di architetto. Per un periodo, ho diretto i lavori del carcere di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. Dorina, l’altra protagonista, voleva essere una donna semplice, che vive e lotta per il suo quotidiano, una donna che alle spalle non ha altro che se stessa. E che vuole vivere la sua piccola, difficile vita. Con ostinazione, con speranza.

Ancora una volta la storia da lei narrata ruota intorno al concetto di tempo, in questo caso quello trascorso e che contrappone infanzia e maturità. Cosa vuole trasmettere ai suoi lettori indagando così a fondo il tempo che passa?

Penso che scrivere significhi narrare il tempo. La vita dei protagonisti è tempo trascorso, tempo vissuto, tempo che si attende. Sul tempo Proust ha scritto la sua monumentale Recherche.

Non c’è storia senza tempo.

Leggi anche – Recensione a “Gli incendi del tempo” di Emilia Bersabea Cirillo (et al./Edizioni, 2013)

Un ulteriore tema nel quale la sua penna affonda senza remore è l’indagine dell’animo umano, femminile, mettendone a nudo gli aspetti più bui e ‘pericolosi’. In Non smetto di aver freddo sono gli accadimenti che determinano lo stato d’animo di Angela e Dorina oppure è la loro mente che in un certo qual modo condiziona gli eventi?

È il caso che ci fa nascere in un modo anziché in un altro, in un luogo o in un altro. Sono le circostanze intorno a noi che condizionano la nostra educazione, la nostra visione del mondo. Senz’altro sono gli accadimenti che determinano gli stati d’animo. Certo l’indole è qualcosa di imponderabile, che ha la sua importanza nella costruzione della individualità, sia di una persona che di un personaggio. E questo in una narrazione è da tenere sempre presente.

In più punti del suo romanzo il lettore ha l’impressione che questa profonda ricerca dentro di sé sia l’unica strada percorribile dalle protagoniste per riuscire a capire e affrontare ciò che sta fuori, il mondo e la vita. È questa la via da seguire secondo lei?

Penso che senza conoscere a fondo se stessi, non si riesca a rispondere alla domanda fondamentale della nostra esistenza: Che voglio fare nella vita? Noi lo sappiamo, in fondo in fondo, cosa vogliamo diventare, e dobbiamo deciderlo e imparare a percorrere la strada, per lo più in salita, che ci porta al nostro obiettivo. Strada che spesso è piena di conflitti, difficoltà, aporie. Solo conoscendo bene se stessi, ci si può non scoraggiare e adeguare alle contraddizioni dell’esistenza, in fine scegliere, una strada o un’altra. Che poi, nei libri, è quello che accade ai personaggi, che devono affrontare i loro conflitti. Il come, il modo con cui i personaggi li affrontano che è importante nella dinamica narrativa. E contribuisce a rendere un protagonista indimenticabile.

Leggi anche – La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” (Giunti, 2016)

Le storie sono diverse, gli sviluppi delle vicende anche ma c’è una cosa che sembra non voler mai abbandonare. Permane nei suoi libri la volontà di raccontare, accanto alle storie dei protagonisti, la sua terra. Cosa rappresenta per lei e cosa invece vorrebbe fosse percepito dai lettori?

Non credo che si possa raccontare una storia senza raccontare un luogo. Io vivo qui, in Irpinia, ed è questo il posto che conosco meglio di altri e che mi piace descrivere. Dove potrei ambientare le mie storie se non tra queste montagne, questi paesi, questi panorami? Credo che nominare un luogo, farlo diventare protagonista delle mie storie sia assolutamente automatico. Come un binomio. Non c’è terra migliore di quella che si abita, per scriverne. Il lettore attento lo sa.

Source: Si ringrazia Emilia Bersabea Cirillo per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte della trama e della biografia dell’autrice www.liguana.it

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Misteri segreti storie insolite e tesori di un grande mito partenopeo: “Un giorno a Napoli con san Gennaro” di Maurizio Ponticello (Newton Compton, 2016)

20 lunedì Feb 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MaurizioPonticello, Napoli, NewtonCompton, recensione, romanzo, saggio, UngiornoaNapoliconsanGennaro

 

A novembre 2016 esce con Newton Compton Un giorno a Napoli con San Gennaro di Maurizio Ponticello che ha al suo attivo numerosi libri che parlano della sua città. Anche questa volta, come le altre, l’autore riesce a stupire il lettore presentando un testo che si inquadra con difficoltà in un solo genere. Non è un’agiografia in senso classico, non è un testo storico e neanche una guida ma un ibrido, esattamente come il protagonista.

Il vescovo di Benevento è il “meno santo” pur essendo il più venerato, la sua effige è la meno rappresentata nelle edicole votive pur essendo egli il più “glocal” con milioni di fedeli sparsi per tutti e cinque i continenti.

Nella città della Sirena, che «è mezza in tutte le sue espressioni», sacro e profano non sono divisi ma convivono, «in particolar modo per tutto ciò che concerne san Gennaro». Il culto del santo e la passione per il miracolo della liquefazione del sangue sono talmente legati alla terra che li ha originati che, paradossalmente, «per assistere a una festa d’altri tempi bisogna volare negli Stati Uniti, dove quasi tutto è rimasto congelato agli anni delle prime generazioni». Napoli sta cambiando, o meglio i napoletani lo stanno facendo e Ponticello teme si possa arrivare velocemente al de profundis del «calo affettivo» evidente anche nel brusco ridimensionamento dei nati Gennaro. Scampoli di identità partenopea perduti forse per sempre proprio nell’era in cui il santo ha fatto breccia nel digitale con una app che permette ai fedeli di accendere un virtuale cero votivo a tempo.

Nell’immaginario collettivo «Gennaro appartiene alla terra che l’ha adottato» e per l’autore le celebrazioni del santo «sortiscono l’effetto di risvegliare il senso di comunità quale antidoto allo sradicamento imposto dalla società». Il santo si pone così oltre gli schieramenti religiosi e il “vero miracolo” che compie va ricercato «nella funzione che egli assume di gonfalone e collante che mette insieme miseria e nobiltà». Un culto fortemente sentito e seguito quello per il vescovo di Benevento, una fede che travalica il confine religioso e si mescola al quotidiano, sprofonda nelle viscere di una città che è da sempre emblema della passione, della carnalità, del trasporto… e per questo ripetutamente attaccata, facile bersaglio di chi vuol ridurre il tutto a pura “sceneggiata”.

Maurizio Ponticello combatte da anni, con i suoi libri e le sue conoscenze, per sfatare i luoghi comuni, abbattere i muri del pregiudizio, rinnegare le leggende metropolitane e ridare valore alla storia vera, alle narrazioni con fondamento, alle tradizioni che hanno reso unico e immortale il capoluogo partenopeo. Una città che lo stesso Ponticello ha definito “cassa di risonanza”. Quello che vi succede in realtà accade ogni giorno ovunque ma un evento a Napoli viene subito amplificato e così gli stereotipi si saldano e il pregiudizio pure.

Leggi anche – “Il giro di Napoli in 501 luoghi”. Intervista a Maurizio Ponticello

Leggendo Un giorno a Napoli con san Gennaro colpiscono la dicitura iniziale (“Questo libro non è stato sottoposto a censura preventiva”) e i ringraziamenti finali, in particolare quelli che Ponticello riserva a Napoli (“senza questa città il mondo sarebbe molto più povero”). Un museo a cielo aperto che non smette mai di meravigliare. Con i suoi problemi, certo. Con le sue bellezze, fuor di dubbio. Evitando la censura preventiva l’autore ha potuto raccontare ciò che altrove viene taciuto, perché ritenuto scomodo o sconveniente. Il quadro che ne emerge non è solo più realistico e credibile ma anche più interessante. La volutamente incompleta bibliografia di riferimento pubblicata a margine del testo già da sola basterebbe a rendere l’idea del lavoro enorme compiuto da Ponticello per creare la sua opera, ma chi ha il piacere di leggere il testo per intero può comprendere fino in fondo la portata di un simile lavoro. Testi sempre più rari, purtroppo, e anche per questo maggiormente apprezzati da chi riesce a coglierne fino in fondo l’essenza e l’esigenza.

Leggi anche – Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

Quanto è importante conoscere tradizioni e cultura? Quanto è necessario studiare e approfondire per portare la conoscenza verso la verità documentata? Se conosciamo il passato riusciamo a meglio comprendere il presente? Quale sarà il futuro del nostro passato? L’originalità della cultura partenopea è motivo di vanto o di vergogna? Maurizio Ponticello in Un giorno a Napoli con san Gennaro, come in altre sue opere, dimostra di avere ben chiare in mente le risposte a questi interrogativi ma è straordinario quanto riesca a profondere le sue idee e le sue riflessioni senza mai invadere le libertà, soprattutto di pensiero, di chi legge le sue parole. L’autore accompagna chi legge in un cammino di conoscenza e gli lascia al contempo piena libertà, gli mostra il volto reale dei fatti e degli accadimenti ma evita giudizi e pregiudizi, in coerenza perfetta con il suo pensiero.

(Fonte Biografia Autore www.newtoncompton.com)

Source: Si ringrazia Maurizio Ponticello per la disponibilità e il materiale

 

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