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Irma Loredana Galgano

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“Rapita” di Luca Moricca (Valletta Edizioni, 2016)

18 martedì Lug 2017

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LucaMoricca, Rapita, recensione, romanzo, VallettaEdizioni

Edito da Valletta Edizioni Rapita è il secondo libro dedicato da Luca Moricca alle avventure investigative del commissario Giovanni Maglione e della criminologa Mascia Campisi, che lavorano fianco a fianco nei casi più ostici o per risolvere il mistero di delitti particolarmente efferati.

Moricca ha studiato una trama interessante, che funziona. Ciò che lasciano adito a qualche perplessità invece sono la struttura del testo e il linguaggio.

La storia inventata dall’autore ha un suo perché e risulta fin da subito credibile, lo stesso vale per i personaggi e il “ruolo” loro assegnato da Moricca.

Il linguaggio invece risulta a volte un po’ forzato, soprattutto nei dialoghi dove perde di spontaneità e alcuni passaggi risultano troppo da “messainscena”.

Egual discorso va fatto per la struttura la quale, pur essendo di buon livello, a volte risulta eccessivamente schematizzata. Sembra quasi che l’autore, per timore di tralasciare o confondere qualche dettaglio, abbia insistito troppo nella meticolosità e in ciò la narrazione ha perso di fluidità. Potrebbe rientrare in questa presunta paura dell’autore la presenza di numerose ripetizioni, la tendenza a rimarcare troppe volte lo stesso concetto. Per esempio l’incapacità informatica del commissario, la bravura dell’esperto informatico, le doti eccezionali della criminologa… Non serve ripeterlo più di una volta, il lettore altrimenti si indispone. È un concetto che ha già assimilato. Una nozione già appresa. Soprattutto in un giallo o in un thriller che sia il lettore è avido di nuovi indizi e nuove informazioni e a ogni nuovo passaggio ne desidera ancora. La narrazione ripetitiva raramente viene ben accolta.

Bisogna inoltre sottolineare qualche piccola svista nella punteggiatura e alcune ripetizioni di vocaboli ma, nel complesso, la lettura risulta abbastanza scorrevole e gradevole.

Il libro di Moricca si apre al lettore con un antefatto nel quale l’autore “presenta” ai suoi lettori il personaggio misterioso del libro, la presenza che determinerà l’evolversi e l’esito dell’intera vicenda. Un soggetto ambiguo che riuscirà a insinuarsi nelle vite dei protagonisti al punto da riuscire a far scattare la trappola ordita e portare quasi a compimento la sua vendetta. Il fiuto investigativo del commissario Maglione bloccherà tempestivamente il suo agire.

La storia raccontata in Rapita, come preannuncia lo stesso titolo, riguarda un rapimento e una precedente rapina i cui responsabili sono stati solo in parte accusati e condannati. E saranno proprio i fatti passati, cui la presenza misteriosa è legata a doppio filo, che determineranno gli eventi presenti in un crescendo su suspense e azione che sempre piace agli appassionati del genere.

Nel testo non se ne parla direttamente eppure l’autore riesce lo stesso a centrare parte della narrazione sulle figure più temute eppur più ricercate tra i cultori del thriller e del poliziesco: i killer seriali i quali, in realtà, entrano poco nella narrativa di genere italiana restando ancora prerogativa quasi esclusiva degli scrittori americani e scandinavi. Autori a cui Moricca sembra rifarsi molto al pari delle più famose serie televisive, direttamente citate dai protagonisti all’interno del testo. Le descrizioni di Nesbo, Connelly, Aspe così come le scene di CSI e Criminal Minds sembrano essere state determinanti per la formazione dell’autore il quale, comunque, riesce a creare e mantenere una certa originalità nelle ambientazioni e nei personaggi.

LEGGI ANCHE

Jo Nesbo “Polizia” (Einaudi, 2014)

“La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

“Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

Un libro, Rapita di Luca Moricca, che di sicuro non riesce a influenzare e “rapire” il lettore al pari dei thriller di Nesbo, Connelly e Aspe ma che tutto sommato si rivela comunque una gradevole lettura, con margini di miglioramento.

Source: Si rongrazia l’autore Luca Moricca per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte Trama e Biografia autore www.vallettaedizioni.it

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Le sfide all’ordine mondiale: “Il ritorno delle tribù” di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017)

16 domenica Lug 2017

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Califfo, flussimigratori, Ilritornodelletribu, immigrazione, jihad, MaurizioMolinari, migranti, monocolooccidentale, NWO, ordinemondiale, recensione, Rizzoli, romanzo, saggio, Terrorismo

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.

Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.

Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.

Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.

LEGGI ANCHE – La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?

LEGGI ANCHE – Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

LEGGI ANCHE – “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».

Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo.

I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo per “A Disabilandia si tromba” (Sperling&Kupfer, 2017)

14 venerdì Lug 2017

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aDisabilandiasitromba, intervista, MaraMaionchi, MarinaCuollo, romanzo, SperlingKupfer

Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo

La paura verso ciò che non conosciamo condiziona le scelte e le azioni di ognuno al punto che si tende sempre a catalogare, ovvero “etichettare”, tutto e tutti ciò che ci circondano. Ma come si fa a sconfiggere la paura e il pregiudizio? Marina Cuollo lo ha fatto scrivendo un libro, A Disabilandia si tromba, edito quest’anno da Sperling&Kupfer. Un testo divertente che proprio grazie alla tagliente arma dell’ironia aiuta ad abbattere qualche pregiudizio e a conoscere, per non averne più timore, molti tabù.

Tabù, pregiudizi, preconcetti, ipocrisie e paure possono diventare molto “appiccicosi” ma la Cuollo sembra aver trovato la ricetta per “scollare il collante”. Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Poche cose sono così dure da scalfire quanto tabù e pregiudizi. Lei ha deciso di scrivere un libro proprio per abbatterne qualcuno. Perché lo ha fatto?

Posso girare la sua domanda senza nemmeno passare dal Via (quello del Monopoli. Ha presente?): perché non l’ho fatto prima, visto che ci pensavo da tutta la vita? Eh. Perché? Perché l’idea c’è sempre stata, o quasi, ma mancava il momento, il tempo e magari pure il metodo. Disabilandia è nato da un barattolo, uno di quelli da cucina, per intenderci, cioè da un pensiero facile-facile: quando non conosciamo il contenuto di un “boccaccio” (termine partenopeo che sta per contenitore di vetro con tappo) ci mettiamo un’etichetta. Su questo ci scrivo “sale”, su quest’altro “zucchero”. Et voilà.

Ho iniziato a scrivere a settembre. Sei mesi più tardi ho consegnato l’ultimo capitolo. Altri due e avevo il contratto di Sperling. Dall’idea del “boccaccio” alla firma con la casa editrice è passato relativamente poco ma mi sono serviti tre decenni per metterla a fuoco. L’ho scritto adesso (cioè l’anno scorso a dire il vero), perché non potevo non farlo. Avevo non solo voglia, ma bisogno di scriverlo.

Per raggiungere i suoi lettori ha scelto una delle lame più taglienti: l’ironia. Ridendo e sorridendo i suoi pensieri, affidati alle parole del libro, lambiscono e feriscono più di una spada. Viene da chiedersi come è possibile che nel Terzo Millennio siamo ancora così “diversamente civilizzati”. Le giro la domanda.

Se capita è possibile, direbbe il generale La Palice. L’uomo mica cambia: da duecentomila anni a oggi, sono diversi gli strumenti, le cosiddette facilities, ma le paure no. Quando vediamo qualcosa a noi sconosciuto, che non ci assomiglia, che non è come noi, per la paura che possa essere un T-rex ce la battiamo di corsa.

Per citare Disabilandia: «È la paura che ci muove. La paura di non sapere cosa ci sia dentro, o dietro, o vicino a quello che non conosciamo.»

Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo

Paura e pregiudizio vanno spesso a braccetto. A Disabilandia si tromba lo ha scritto per abbattere qualche pregiudizio, ma come ha sconfitto le sue paure?

E chi ha mai detto di averle sconfitte? Diciamo che ci sto lavorando. Il fatto è che le paure sono parte di noi, un meccanismo naturale che ci serve per sopravvivere. Funziona per associazione di idee: ancora una volta, ci fa stare lontani da quello che non conosciamo/riconosciamo e con questo sistema il nostro cervello separa. Bene, male; buono, cattivo; erbivoro o Tyrannosaurus rex; conosciuto quindi sicuro, ignoto dunque potenzialmente rischioso; pizza (uau!) e broccoli (via di corsa!).

Distinguere serve al nostro istinto per riconoscere i pericoli. Il meccanismo mentale è lo stesso per tutti gli esseri viventi.

Il coraggio invece si acquisisce dopo, con l’esperienza. Ecco a cosa serve davvero Disabilandia: a fare esperienza.

I luoghi comuni sono come delle etichette che si mettono per riuscire a catalogare tutto ciò che ci circonda per meglio controllarlo. Lei scrive di essere stata letteralmente sommersa dalle etichette. Come è riuscita a scrollarsele di dosso?

Vedi risposta precedente: non ho scrollato le etichette, o almeno non tutte. Ho solo smesso di dare loro importanza. Come? Iniziando a riderne.

Per usare una metafora, la risata funge da solvente per la colla delle etichette. Se la colla perde aderenza, l’etichetta scivola giù.

Anche i disabili fanno sesso. Intervista a Marina Cuollo

Dalla sua in realtà non molto elevata “altezza” ha osservato il mondo e i suoi abitanti suddividendoli in varie categorie. Quale la migliore e quale la peggiore?

Nessuna. La mia categorizzazione è un paradosso, un’iperbole, una scelta stilistica. Quello che ho fatto con Disabilandia è stato marcare così tanto le etichette in modo che si rendessero più ridicole di quanto già non siano. Ridicole, sì, ma ripeto: istintive, così come è istintiva la paura verso l’ignoto alla base del bisogno di etichettare/distinguere.

Le mie “sotto-categorie” sono poi un modo per esorcizzare i luoghi comuni, mostrandoli ai lettori: un po’ come se avessi la pretesa di far vivere a chi mi legge esperienze diverse che di suo difficilmente vivrebbe.

La conoscenza è il rimedio segreto verso ogni paura insensata: quando capisci che è un broccolo e non un Tyrannosaurus rex, puoi smettere di tremare.

Mi permetta questa curiosità. Nonostante l’ironia e la simpatia che traspare dalle sue parole il pensiero che quanto da lei affrontato abbia lasciato profondi segni non si riesce proprio a domarlo e viene fuori lo stesso. Il libro è valso anche da valvola di sfogo?

Più che altro come uno show di quelli comici: scriverlo mi ha ammazzato dal ridere.

A tal proposito, proprio qualche settimana fa mi è capitata una di quelle situazioni a cui ho ripensato durante la stesura del libro. Una di quelle da far impallidire una statua di marmo.

La mia reazione istintiva è stata quella di ridere ripensando alle parole di Disabilandia.


Per la prima foto, copyright: Shinsuke Inque.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

09 domenica Lug 2017

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AntonioNicaso, Lingannodellamafia, mafia, NicolaGratteri, RaiEri, recensione, romanzo, saggio

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Se lo chiedono gli stessi autori, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, de L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, edito da RaiEri, «che cosa deve succedere che non sia già successo per voltare pagina e combattere seriamente un’organizzazione criminale che condiziona la crescita e lo sviluppo del nostro Paese». Un’organizzazione criminale la cui storia, fondata su miti e personaggi leggendari, in realtà «è fatta di continue trattative con lo Stato». Quello Stato di cui siamo tutti parte che «quando poteva sferrare il colpo decisivo, si è sempre tirato indietro». Ed è da questo che bisogna partire per creare una coscienza e una cultura che sia veramente in grado di ostacolare e magari anche sconfiggere questa rete criminale fatta di mafiosi certo ma anche di politici corrotti e collusi, di amministratori accondiscendenti, di professionisti che prestano nome e quant’altro possa servire a riempire tasche e portafoglio perché, ed è inutile negarlo, «senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo».

LEGGI ANCHE – La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

Perché è l’idea di un Paese e di un popolo veramente libero dalle catene di corruzione e concussione che non deve mai essere abbandonata, anche ora che più di ogni altro periodo si vuole continuare a far passare l’idea che la mafia sia una rete inestricabile, una piovra inestirpabile, che gli impavidi cavalieri solitari votati a combatterla sono destinati a soccombere… Visioni stereotipate e contraffatte la cui diffusione sui network e sui media nazionali crea più danni che benefici. Libri e produzioni televisive che finiscono col rappresentare i mafiosi come degli eroi, protagonisti di vicende nelle quali sono non solo i protagonisti ma i vincitori finendo col diventare gli idoli dei ragazzi delle periferie come dei figli della nuova borghesia. Insistono molto su questo aspetto, pericolosamente sottovalutato o volutamente diffuso, Gratteri e Nicaso, sottolineando l’importanza culturale delle famiglie, dello Stato e delle scuole per evitare che tanti giovani italiani diventino emuli di Genny Savastano (personaggio della serie televisiva Gomorra) o altri, incapaci fino in fondo di distinguere tra il bene e il male, tra realtà e finzione.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Uno dei videogiochi più diffusi si chiama Mafia III e vince chi riesce, con ogni mezzo e senza scrupoli, la scalata nella “famiglia” mafiosa. Libertà di stampa, libertà d’espressione, libertà di opinione… ci sta tutto ma non si riesce proprio a fare a meno di chiedersi perché sia stata autorizzata la vendita di questa tipologia di prodotto, destinata anche ai minori, in un Paese che in teoria ha, o dovrebbe avere, tra i primi punti in Agenda la lotta alle mafie. La lotta non la scalata.

«Solo la cultura, le competenze, oltre alla famiglia, possono dare ai giovani la possibilità di non cadere nelle “tentazioni” del malaffare», la capacità di comprendere che «le “scorciatoie”, siano esse economiche o professionali, hanno sempre “un padrone” che prima o poi chiede il conto». Far capire ai giovani, ma anche a tutti gli altri cittadini e cittadine, che «passerelle, eventi spot e manifestazioni ludiche servono solo a far perdere agli studenti un giorno di scuola». Che è doveroso ricordare le vittime ma con azioni diverse non con retorica e luoghi comuni, parole dette su un palco dell’ennesima cerimonia a cui sono invitati a partecipare tutti, anche coloro che si dovrebbero combattere.

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Stato, politici, amministratori, Scuola, dirigenti, docenti, famiglie… tutti sono tenuti a dare il buon esempio perché «i mafiosi hanno più paura dei maestri elementari che delle manette». Partendo dal sistema scolastico, gli autori suggeriscono misure concrete da porre in essere affinché vero cambiamento sia:

  •          Reale meritocrazia.
  •          Eliminazione dei baronati universitari.
  •          Reale sostegno alla ricerca.
  •          Bonifica dell’ambiente accademico e scolastico dalle clientele.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Perché «la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli», a decidere da che parte stare. E la gente consapevole «sa come esercitare il diritto-dovere del voto, sa distinguere chi progetta politiche di cambiamento e chi millanta promesse». Perché è necessario formare dei cittadini in grado di discernere informazione e disinformazione, con una cultura che dia loro la capacità di compiere scelte libere, indipendenti, coraggiose.

Alcuni sostengono che «l’arte e la fiction non debbano avere un ruolo pedagogico». E sia ma non si può certo ignorare il fatto che «la spettacolarizzazione del mondo criminale» in atto rischia di essere davvero molto pericolosa. Principalmente se si considera che le mafie «sono state protette e utilizzate dal potere politico ed economico» e maggiormente fino a quando la politica non deciderà di «affrontare la mafia. Soprattutto al suo interno».

Un libro interessante, L’inganno della mafia di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, ben strutturato e che senza tanti giri di parole mette nero su bianco tanti aspetti volutamente e indebitamente ignorati dalla politica e dai media. Un libro che è l’esempio tangibile dei suggerimenti dati. «Le mafie sono fenomeni complessi e per comprenderli non bisogna limitarsi a guardare qualche film. Nelle scuole bisognerebbe promuovere sistematicamente la lettura critica dei media e non solo in occasione di progetti estemporanei». Perché lo scopo della scuola oggi non può ridursi al mero indottrinamento, deve essere e diventare il luogo in cui si formano i nuovi cittadini, ai quali sono stati forniti tutti gli strumenti necessari allo sviluppo di un indispensabile spirito critico che consenta e garantisca loro la possibilità e la volontà di compiere scelte in piena autonomia, una vasta cultura tale da renderli in grado di comprendere, selezionare e valutare le informazioni e tutti gli input esterni ricevuti, la capacità di discernere le notizie vere dalle false, l’informazione corretta dalla disinformazione strumentale.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

08 sabato Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DeA, DeAgostini, distopico, fantascientifico, fantasy, intervista, LeonardoPatrignani, romanzo, TimeDeal

Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Un racconto “futuristico possibile” che porta il lettore su una città-isola governata dalla tecnologia estrema e dalle sperimentazioni “selvagge” volte a rincorrere il desiderio degli uomini dalla notte dei tempi: l’eterna giovinezza. Ma a quale scopo e a quale prezzo tutto ciò? Interrogativi che si è posto lo stesso autore prima dei suoi lettori e che accompagnano la lettura di Time Deal, il nuovo distopico di Leonardo Patrignani edito da De Agostini.

Curiosità inerenti la storia raccontata e riflessioni sull’attualità scientifica hanno fatto da filo conduttore dell’intervista con l’autore.

Il protagonista di Time Deal fa un patto con se stesso e contro il tempo e giura che sarà per sempre. Nella città di Aurora come nel mondo reale però il tempo è sempre tiranno. Si intravedono delle sfumature particolari che ha voluto dare al concetto di eternità. Esattamente cosa voleva trasmettere ai suoi lettori?

Uno dei miei intenti era quello di rappresentare l’estrema fragilità del concetto di “tempo”. La sua mutevolezza, il suo dipendere costantemente dall’interpretazione soggettiva, emozionale, di ciascuno di noi. Posso promettere ai miei figli di amarli per sempre, ma è un arco di tempo quantificabile? Il mio “sempre” è limitato dalle circostanze materiali legate al corpo, alla sua salute, al suo perdurare nel tempo fino all’inevitabile declino. Tutto questo in Aurora viene messo in discussione, ribaltato, e ci permette dunque di confrontarci con dilemmi di natura etica. Di riflettere sulle scelte che compiamo ogni giorno.

Tecnologia e sperimentazione a ogni costo oppure agire secondo coscienza e morale. Un dualismo che caratterizza i tempi moderni e che sembra il nocciolo della vicenda narrata in Time Deal. Chi paga le conseguenze delle scelte sbagliate nel libro e nella vita reale?

Le paghiamo tutti. Del resto siamo esseri umani, assetati di potere e controllo, incapaci di fare buon uso dei miracoli che la nostra stessa mente compie. Sappiamo giocare a favore e contro di noi, salvarci e condannarci. Credo che sia la nostra natura, la nostra predisposizione. Anche il peggiore degli antagonisti agisce secondo coscienza. La sua coscienza. Tanti anni fa mi colpì molto il personaggio interpretato da Gene Hackman in Extreme Measures, soprattutto per la caratterizzazione psicologica: un perfetto “villain” con le sue salde convinzioni, certo di fare in realtà del bene con la sua pratica medica, anche se questo significa andare oltre ogni confine etico e umano. Lo sguardo dell’attore nel confronto finale con l’eroe della situazione (Hugh Grant) era quello di chi è sicuro di agire secondo una morale inoppugnabile. Credo che la mia dinastia Werner, a capo del colosso TD Pharma, sia molto vicina a questo modello.

Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Il personaggio “ombra” che incombe sui protagonisti del libro è una casa farmaceutica che con le sue sperimentazioni condiziona le scelte e la stessa vita degli abitanti di Aurora. È ancora aperta l’ennesima discussione pubblica sulla necessità o meno dei vaccini e relative sperimentazioni. Perché la scienza fa così paura secondo lei?

Perché tutto ciò che non conosciamo e su cui non abbiamo controllo, semplicemente, spaventa. E ci spinge quindi a dare retta a qualsiasi vento contrario, specialmente se espresso in toni enfatici. La rete è diventata il terreno perfetto per il germogliare di teorie del tutto impresentabili in un consesso scientifico composto da professionisti, perché in rete il pubblico è l’uomo della strada, e l’uomo della strada non è in possesso delle conoscenze e competenze specifiche. Ma ha paura. Lo si spaventa con poco. Io stesso, da genitore, ho dovuto studiare come un dannato per arrivare a prendere una posizione in merito a certe questioni. Ma l’ho fatto con lo stesso approccio con cui mi documento prima della stesura di un romanzo. E dunque leggendo saggi, intervistando professionisti del settore (medico, in questo caso), passando al setaccio statistiche… solo così posso essere certo di aver preso una decisione secondo coscienza, e non perché ho dato credito a una notizia presa da una fonte discutibile. Cosa che però, mi rendo conto, è molto più facile, immediata, e dunque perfetta per arrivare alle masse.

Julian, protagonista del libro, dimostra coraggio e determinazione e a suo modo riesce a compiere la propria missione. Per salvare il mondo, o quantomeno per evitare di distruggerlo, bisogna attendere il coraggio di pochi o tanti cavalieri-Julian oppure è necessario un risveglio generale delle masse dal torpore e dall’apatia?

A volte basta un uomo, e la storia cambia. E per “uomo” intendo un essere umano, naturalmente, a prescindere dal sesso. Basta, quindi, una persona capace di innescare un meccanismo. Chiaro che poi, come in ogni rivoluzione delle menti, questo debba per forza comportare l’adesione di dieci, cento, mille persone convinte allo stesso modo. Il loro sacrificio donerà al genere umano un domani migliore. Ed è per tale motivo che una delle mie citazioni tematiche preferite di questo romanzo è: “gli uomini muoiono, gli ideali sopravvivono”.

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Gli uomini muoiono ma gli ideali sopravvivono. Intervista a Leonardo Patrignani

Lo scorso febbraio i ricercatori dell’Ifom (Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) di Milano pubblicano su «Nature Communications» i risultati della loro ricerca sulle molecole che bloccano l’invecchiamento cellulare. Il farmaco, time deal, utilizzato nel suo libro aveva lo stesso scopo. Ricerca e fantasia sembrano rincorrersi lungo un’autostrada che porterà il mondo verso…?

… verso l’estinzione! Scherzi a parte, tengo sotto controllo tutte queste nuove scoperte e pubblicazioni, e per quanto riguarda il tema della senescenza ho incrociato anche gli studi in questione. Dal mio punto di vista ho preferito “creare” un farmaco non biologico, ma ingegnerizzato. Per questo ho approfondito su alcuni saggi gli studi sulle nanotecnologie, che oltretutto in Aurora sono importanti anche in altri tipi di applicazioni, e sono un po’ il “marchio tecnologico” dell’isola. Tant’è vero che si riveleranno utilissime nel terzo atto del romanzo, andando “contro” alle stesse persone che se n’erano servite per i loro scopi. Ad ogni modo, forse è stato Verne a insegnarmi che una buona storia, anche fantastica, può avere un’attinenza estrema alla realtà. E anticipare il futuro. Per lo stesso motivo io rifuggo dalle etichette, e non riesco a parlare di “fantascienza” vera e propria per il Time Deal, ma di “futuristico possibile”, di “realismo distopico”, e allo stesso tempo mi rendo conto che – nel farlo – mi sto ingarbugliando in un’ennesima targhetta.

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La città-isola Aurora lentamente sembra risorgere illuminata e riscaldata da timidi raggi di sole… i suoi fan possono aspettarsi una seconda puntata di Time Deal?

Il mondo che ho raccontato è un territorio con diversi punti inesplorati, una mitologia in evoluzione, una situazione socio-politica il cui domani è ignoto. E poi abbiamo i nostri ragazzi, le storie, le relazioni e il futuro a cui vanno incontro. So che ai lettori piacerebbe saperne di più, me ne sto rendendo conto grazie alla valanga di opinioni sotto le quali mi trovo ancora sommerso, visto che siamo nel periodo di lancio. Sarà il mercato a decidere se torneremo ad Aurora, prima o poi. La mia penna, nel caso, è pronta.

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La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

19 lunedì Giu 2017

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Consiglipraticiperuccideremiasuocera, GiulioPerrone, recensione, Rizzoli, romanzo

Esce a marzo di quest’anno con Rizzoli il nuovo romanzo di Giulio Perrone, Consigli pratici per uccidere mia suocera. Un libro che racconta di come può essere e diventare “surreale” la realtà.

Lo precisa in apertura lo stesso autore che il romanzo è il prodotto della sua fantasia, «ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale». Ma probabile, possibile e plausibile. La vicenda narrata da Perrone e tutte le piccole e grandi sfaccettature che ne fanno da corollario infatti rispecchiano perfettamente storie lette o ascoltate di vera quotidianità, a cui l’autore può aver direttamente assistito o che gli possono essere state raccontate. Dai tormenti adolescenziali alle turbe in età matura, dagli intrighi amorosi all’incapacità di accettare il tempo che passa, dalla volontà costante di “amare” del protagonista alla difficoltà di maturare… il tutto condito con scene e battute divertenti e irriverenti che “alleggeriscono” la lettura rendendola ancor più piacevole.

Lo stile di scrittura scelto da Perrone sembra tratto dal “narrato quotidiano”, con l’io narrante che racconta la sua vita come se la stesse riassumendo a dei vecchi amici incontrati al pub o al bar. Un registro narrativo che sembra ben rispecchiare la realtà di cui parla, esattamente come i protagonisti del libro incarnano perfettamente i tipi narrativi che l’autore ha voluto descrivere. Il ritratto esatto di quanto realmente accade o potrebbe accadere da quando il lavoro, ad esempio, è diventato sempre più “flessibile”, che poi è solo un modo meno chiaro e palese di dire intangibile, ovvero evanescente.

Consigli pratici per uccidere mia suocera sembra una “commedia dell’incontrario”, con il protagonista Leo che pur trascorrendo le sue giornate nulla-facendo manifesta il suo costante bisogno di evasione dal mondo e dai problemi, rifugge dalla madre che tenta di metterlo in guardia e corre in direzione opposta verso il padre che i problemi invece li attrae come una calamita. Pur rammaricato dal non potersi più «prendere una vacanza dalla vita», Leo sceglie comunque la strada “giusta” senza ripensamenti… forse. Ma è sicuramente giusto ribadire che la storia raccontata da Giulio Perrone è uno specchio vero e veritiero della condizione attuale di tanti giovani e, per dirla tutta, anche tanti non più così giovani e la loro quasi perenne difficoltà a metabolizzare anche gli oneri dell’età adulta, essendo invece per la maggiore interessati solo ai “piaceri” che questa comporta.

Un romanzo gradevole, Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone, che si rivela una lettura piacevole non senza comunque interessanti spunti di riflessione sull’attualità e la modernità. Un libro che pur mancando, per fortuna, di dare concreti consigli per uccidere chicchessia regala al lettore uno spaccato di vita reale e realistica tra le cui righe sorridere e riflettere.

Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.rizzoli.eu

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

12 lunedì Giu 2017

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AlbertoSchiavone, Guanda, Ognispaziofelice, recensione, romanzo

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Esce quest’anno con Ugo Guanda Editore Ogni spazio felice di Alberto Schiavone, un libro costruito intorno al concetto di “angolazione”. Ogni cosa e anche ogni persona può sembrare diversa se osservata da un angolo differente. Il poliedrico punto di vista dell’autore sulla vita, sui sentimenti, sulle relazioni, sui tanti vizi e le poche virtù di tutti e ognuno viene raccontato al lettore per tramite del protagonista, Amedeo, un omino minuto e simpatico che ha dovuto imparare a convivere con il dolore e i sensi di colpa e che sopravvive nella sua vita immaginandone mille altre.

Manca un solo anno affinché per la società Amedeo venga considerato vecchio a tutti gli effetti ma la vita che lui e sua moglie Ada si sono lasciati dietro le spalle è tanta, gravata da dolori e perdite che l’hanno inesorabilmente segnata al punto che sembra non abbiano solo smesso di combattere ma proprio di vivere. Giornate tutte uguali cadenzate da alcol, fumo e invettive varie rappresentano ormai il loro stare in questo mondo, sotto lo sguardo di una gatta che li asseconda e di una figlia che li biasima.

Al lettore viene svelato fin da subito il perché hanno accettato che l’alcol diventasse «il loro stesso fiume» nel quale si «sono immersi e provano a restare a galla tenendosi per mano». Una mano che viene stretta ancor più forte nel momento stesso in cui Amedeo si era illuso di poterla lasciare e la paura di perdere per sempre sua moglie lo riporta alla realtà e all’amore che li ha tenuti uniti, nonostante tutto.

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Ogni spazio felice si concentra su una settimana di vita della coppia Amedeo e Ada, ma Schiavone è riuscito a raccontare la loro intera vita attraverso episodi, ricordi, emozioni… con un registro narrativo semplice ma non scontato, quotidiano ma mai banale, come la stessa esistenza dei protagonisti. Una vicenda, quella narrata dall’autore, in cui sono inseriti pezzi di storia italiana, come l’occupazione delle fabbriche e le lotte operaie degli anni ’80, stralci di perenne attualità, come il razzismo e il terrorismo, e riflessioni sparse su vita e sentimenti. Traspare dal testo la capacità di osservazione dell’autore, il quale ha poi sapientemente inserito nella sua storia inventata situazioni e accadimenti a cui potrebbe aver assistito o che gli potrebbero essere stati raccontati. Fatti realmente accaduti. Storie di uomini e donne che vivono e sopravvivono in una grande città che nella fattispecie è Milano ma potrebbe essere un qualsiasi agglomerato urbano in Italia e nel mondo che tanto è «sempre più uguale».

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Un mondo in continua evoluzione che ormai solo «la parte ricca, colta» cerca di preservare, nel senso di volerlo conservare così com’è, o meglio com’è stato finora non volendosi mischiare «con i barbari o gli esclusi». Trascinandosi in un atteggiamento cieco e bieco che non permette di vedere e comprendere tante cose come, per esempio, «che verrà rasa al suolo».

Tra il racconto delle sue storie inventate e dei suoi viaggi immaginati, Amedeo riflette su quello che osserva passeggiando per le vie cittadine o su quello che vede guardando sua moglie ubriaca regalando al lettore un resoconto dettagliato del mondo che si vuole preservare e di quello che si vorrebbe impedire.

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Evitando sistematicamente di esprimere giudizi Alberto Schiavone è riuscito lo stesso a descrivere bene la società contemporanea, con i suoi tanti vizi, le poche virtù, gli innumerevoli pregiudizi e l’incontenibile ipocrisia alimentata da stereotipi e luoghi comuni duri da scalfire. Un mondo in cui ogni spazio può essere felice oppure no, nel quale «non è poi così difficile divenire complici» anche senza volerlo, in quanto «può bastare essere innamorati».


Disclosure: Per la prima foto, copyright Naomi August

Articolo originale qui:

http://www.sulromanzo.it/blog/la-disperazione-del-viver-quotidiano-in-ogni-spazio-felice-di-alberto-schiavone

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Il “lungo travaglio” dell’adozione nel racconto di un padre. Intervista a Arnaldo Funaro per “Un bimbo mi aspetta” (LOG Edizioni, 2017)

09 venerdì Giu 2017

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adozione, ArnaldoFunaro, intervista, LOGedizioni, romanzo, Unbimbomiaspetta

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

Arnaldo Funaro e sua moglie Tiziana decidono, senza mai pentirsene, di salire «sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali» per lasciarsi alle spalle lo status di coppia e abbracciare quello di famiglia.

Un percorso lungo e difficile che paragonano a un parto, solo che a soffrire fisicamente, oltre che emotivamente, sono entrambi i genitori. E scelgono poi di raccontare ogni passo del cammino intrapreso in un diario pubblicato online sui social network. Da questo racconto nasce in seguito il libro pubblicato da LOG edizioni.

Perché scrivere e rendere pubblico ogni passaggio della vicenda? Perché trasformare il diario social in libro? Tanti gli interrogativi inerenti la vicenda. Alcuni abbiamo cercato di farli sciogliere proprio ad Arnaldo Funaro ponendoglieli direttamente nell’intervista centrata sul libro, Un bimbo mi aspetta, ma anche su vari aspetti dell’adozione nazionale e internazionale di minori.

La perdita di un figlio naturale e l’attesa per l’arrivo di un figlio adottivo. Perché ha scelto di mettere nero su bianco tutte le emozioni e le riflessioni che ruotano intorno a questi importanti accadimenti e perché ha poi deciso di renderli social pubblicandoli online?

Ci sono varie ragioni. La prima, senza dubbio, è la mia passione per la scrittura, che è anche il mio lavoro in comunicazione. Questa passione/lavoro mi ha sempre dimostrato come mettere nero su bianco i propri pensieri serva a rielaborarli, rivelandone così aspetti diversi, che altrimenti resterebbero nascosti.

La seconda ragione, la volontà di creare per mia figlia un diario capace di farle comprendere con forza e dolcezza come siamo diventati una famiglia.

La terza: ogni volta che ho incontrato altre coppie, lungo il nostro percorso, mi sono reso conto di come fossimo tutti prigionieri degli aspetti burocratici, delle lungaggini, della nostra condizione di persone poco comprese (i miei genitori, per esempio, hanno capito cosa abbiamo affrontato solo dopo aver letto il libro) e ho creduto, a ragione finora, che fosse importante avere uno strumento per liberare i nostri sentimenti, ma con un fine positivo. Così è iniziata la pubblicazione sui social, lo strumento più giusto, in quel momento, per arrivare a tutti e permettere la condivisione di queste tappe.

Il libro Un bimbo mi aspetta è una rielaborazione del suo diario pubblicato sui social network ma cosa ha rappresentato, per lei, riordinare il testo e soprattutto quale scopo si è prefisso di raggiungere nel vederlo pubblicato?

I social sono un enorme tritacarne senza memoria. La pagina Un bimbo mi aspetta, per esempio, sta andando avanti, ma ogni volta che aggiungo un post, allontano nel tempo i capitoli della nostra esperienza. Rimettere tutto su carta, invece, permette di fissare in un contenitore unico, materico, l’esperienza vissuta e renderla fruibile in modo diverso, più personale se vogliamo. Trasformare una pagina in un libro mi ha permesso, con LOG, di creare uno strumento anche per chi non sa come star vicino a persone che si amano e che cercano di avere figli. Amici, genitori e parenti potranno leggere con semplicità quanti sentimenti si mettano in moto nel percorso adottivo, e avranno un oggetto col quale comunicare la propria vicinanza a chi ne sta compiendo uno, regalando questo libro.

Nel testo traspaiono le emozioni del relazionarsi con gli altri, soprattutto con coloro che si ritrovano a vivere esperienze simili o comuni e specularmente con chi invece ha vissuto esperienze differenti. Il libro vuol essere un aiuto per coloro che si trovano o si possono trovare nella sua situazione oppure un oblò per chi non avendo fatto certe esperienze si attarda nel comprenderle?

Hai colto perfettamente il punto, ossia la doppia natura di questo volume. Il libro parla a tutti e con obiettivi diversi. Le coppie che stanno cercando la propria strada verso la creazione di una famiglia (non importa se adottando o attraverso la medicina), e le persone che spesso, involontariamente, sottovalutano la sofferenza e la frustrazione di chi vorrebbe avere figli e non riesce. Forse più che un oblò, una porta da socchiudere e poi attraversare.

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

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Perché in Italia è difficile adottare un bambino? E perché vengono tanto caldeggiate le cosiddette “adozioni a distanza”?

Il percorso adottivo è complesso. In Italia diventa anche complicato. Complesso, perché al centro del processo adottivo c’è il minore, non l’aspirante genitore. E questo è corretto, perché si deve essere il più possibile sicuri di non portare il piccolo a soffrire una seconda volta, suo malgrado. Complicato, perché il nostro Paese, come in tanti altri campi, è lento, non informatizzato (immagina cosa significhi trovare le schede giuste in tribunale, anche se negli ultimi anni si sta facendo uno sforzo non indifferente in questo senso), sotto staffato (a Roma l’unificazione di alcuni Municipi ha significato la metà del personale per il doppio delle pratiche): in una parola, addormentato. Ne viene fuori un quadro disarmante dove gli aspiranti genitori spesso preferiscono rivolgersi alla medicina pagando migliaia di euro per un percorso nella fecondazione assistita che spinge all’estero sia per una normativa italiana troppo restrittiva, sia per tanta opacità nella normativa stessa.

L’adozione a distanza è un processo che nasce più da una volontà filantropica che genitoriale. Personalmente, per quasi dieci anni ho sostenuto una bambina in Mozambico per strapparla a un destino di povertà e prostituzione, ma non ha niente a che vedere con la possibilità o la sensazione di essere genitori.

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

Stando ai dati diffusi dal Dipartimento di Giustizia Minorile, nel 2015 sono pervenute poco oltre 9 mila domande di adozione delle quali solo 3668 per minori stranieri. Perché, a parer suo, esiste questa discrasia?

Partiamo dal presupposto che un’adozione nazionale non significa arrivare ad avere un bimbo o una bimba italiani, ma semplicemente entrati nella condizione di adottabilità nel nostro territorio. L’adozione nazionale, oltre quelli emotivi, non ha costi. Quella internazionale, invece, associa a una quasi certezza di arrivare fino in fondo costi molto elevati, dai soldi destinati all’ente che si occupa di fare l’abbinamento, tradurre i documenti, seguire le relazioni con il governo straniero, a quelli che vanno invece al Paese scelto per adottare. Mettici i voli, gli alberghi e via dicendo, non si sta mai sotto i ventimila euro. Non tutti sono in grado di mettere insieme cifre di questo genere. Quella economica è una discriminante enorme. Quando mia moglie ed io abbiamo deciso di adottare in Cina, ho lavorato come freelance tutti i weekend per mettere insieme la somma necessaria. Soldi benedetti, ma sudati aspramente.

Lei ha definito l’adozione «un parto, solo con un travaglio più lungo». E allora io le chiedo: cosa ha imparato ad amare e a odiare di questo “lungo travaglio”?

L’adozione è un parto dal travaglio più lungo e, aggiungo, che devi fare in due. Un figlio adottivo lo partorisce anche il papà. Ecco, l’adozione ha il potere di rendere una coppia più forte e consapevole del proprio rapporto. Allo stesso modo, può distruggere un matrimonio, perché serve un’unione di intenti che va oltre la normalità.

Di questo percorso ho odiato l’attesa, la frustrazione di ogni prova superata. Ho capito l’importanza di fare le cose secondo le regole, per evitare di finire in percorsi oscuri, dove non sai se tuo figlio è stato strappato a qualcuno o prodotto per te.

E ho anche amato, certo: ho amato ogni giorno di più mia moglie Tiziana, la vera artefice di questo incredibile viaggio nel tempo e nello spazio che ci ha fatti salire sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali, e ci ha fatto scendere a Pechino, dove siamo arrivati come una coppia per tornare a casa come una famiglia.

Aggiungo se posso una cosa per concludere.

L’adozione non esiste perché qualcuno non è capace di fare un figlio, ma perché qualcuno non è capace di fare il genitore. Al mondo ci sono milioni di bambini che aspettano solo di conoscere le persone che li ameranno in modo esclusivo; che aspettano la propria mamma.

Perché di mamma ce n’è una sola, ma non sempre la conosci il giorno in cui nasci.

Disclosure: Per la prima foto, copyright Danielle MacInnes

Articolo originale qui:

http://www.sulromanzo.it/blog/il-lungo-travaglio-dell-adozione-nel-racconto-di-un-padre-intervista-ad-arnaldo-funaro

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“L’Ammerikano” di Pietro de Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016)

08 giovedì Giu 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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America, Basilicata, Europa, EuropaEdizioni, Italia, italiani, LAmmerikano, oronero, petrolio, PietrodeSarlo, recensione, romanzo

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È lo stesso autore, nella prefazione al libro, a indicarlo come fondato sui contrasti: «tra epoche diverse, diverse aree del mondo e soprattutto tra il solitario e doloroso percorso di vita del protagonista, l’Ammerikano, e la storia del suo antagonista, Vincenzo».

Un libro che in origine ne sembrano due, le cui storie e vite solo in apparenza separate pian piano si tessono e si intrecciano come una trama (accattivante) e un ordito (fitto), il tutto scritto con un registro narrativo interessante. In più occasioni sembra che l’autore si rivolga direttamente al lettore attraendolo nella storia, nelle vicende narrate.

L’Ammerikano di Pietro de Sarlo è un libro a cavallo tra un romanzo-commedia e un giallo che, raccontando una storia immaginaria, descrive innumerevoli sfaccettature di vite reali o possibili. Un libro pensato per i coetanei dell’autore costretti a lasciare la propria terra di origine come i loro padri e nonni, motivati dalla «speranza di una vita migliore per i propri figli». Una narrazione che dà adito a riflessioni amare, ma vere, sulla situazione politica ed economica della Basilicata, che rispecchia e riflette quella del Sud e dell’Italia intera.

La Basilicata da una parte, con il «sogno texano della regione e dei suoi abitanti» ben presto tradottosi «nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero», e l’America dall’altra, con tutta la potenza del suo mainstream che ha contagiato l’intero pianeta e in grado di convincere tutti e ognuno che qualsiasi cosa o persona proviene da lì sia inopinabile e quasi magica. Due universi talmente opposti che, alla fine e paradossalmente, finiscono per somigliarsi. Ben rappresentati e delineati dall’autore a cui va riconosciuto anche il merito di aver creato, con i suoi personaggi, i ‘tipi’ perfetti per l’ambientazione e le scene narrative e di aver raccontato le loro storie con uno stile di scrittura piacevole e scorrevole, infarcito di termini dialettali che se da un lato potrebbero rallentare la lettura e scoraggiare i lettori non meridionali dall’altro la rendono a questi ancor più gradevole.

Un buon libro, L’Ammerikano di Pietro de Sarlo. Un testo che racconta una storia originale e curata nei dettagli. Leggera e a tratti divertente ma che consente lo stesso all’autore di immettervi considerazioni, anche importanti, sullo stato di degrado e abbandono della propria terra natia, sull’emigrazione e l’immigrazione, la politica e la cultura della società non solo lucana e, di rimando, invoglia il lettore a riflettere, regalandogli così non solo una bella storia da leggere e raccontare ma un’eredità di riflessioni da portare avanti.

Pietro De Sarlo, sessantenne lucano, laureato in ingegneria ha sviluppato una importante carriera manageriale nei principali gruppi italiani e esteri operanti in Italia. è autore di numerosi articoli di economia e politica su alcune testate on line come Basilicata24, Economia Italiana, Scenari Economici e Il Giornale Lucano. Già fondatore dell’associazione Pinguini Lucani ha pubblicato, nel 2010, un saggio (Si può Fare!) sull’emergenza economica e ambientale derivante dalle estrazioni petrolifere e sulle possibilità di sviluppo economico e sociale della Lucania.

Articolo originale qui

 

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Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

24 mercoledì Mag 2017

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Fernandel, intervista, MarcoSalvador, Medioevo, omosessualità, ProcessoaRolandina, prostituzione, RolandinaRoncaglia, romanzo, saggio, transgender, Venezia

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

Può una vicenda realmente accaduta nella Venezia del 1300 aiutarci a capire e superare alcuni preconcetti e pregiudizi riguardo omosessualità ed evoluzioni transgender? La storia di Rolandina Roncaglia, raccontata nel libro Processo a Rolandina. La storia vera di una transgender condannata al rogo nella Venezia del XIV secolo (edito da Fernandel), ha aiutato l’autore Marco Salvador a liberarsi di vecchie “incrostrazioni” perché conoscere le storie equivale a meglio comprendere le persone, qualunque sia il loro orientamento sessuale, e imparare a rispettarle come tali, per quello che semplicemente sono. Esseri umani.

Omosessualità, transgender, intersessualità sono termini che ancora oggi mettono paura, spaventano perché costantemente sovraccaricati di valenze negative che alla fine non hanno, al punto che quando vengono usati spesso sembra si stia parlando di “fenomeni” negativi e degenerativi e non semplicemente di persone, di sentimenti, di scelte d’amore e preferenze sessuali.

Ne abbiamo parlato con Marco Salvador nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La vicenda narrata nel libro si basa su un fatto realmente accaduto nella Venezia del secolo decimo quarto. Quanto è stato difficile reperire tutto il materiale necessario? E quanto invece è stato interessante spulciare tra i documenti di un’epoca passata da tempo?

I documenti riguardanti Rolandina Roncaglia sono riemersi casualmente mentre cercavo informazioni per un romanzo che sto scrivendo. Della vicenda di Rolandina mi sono innamorato subito, era una storia che bisognava raccontare a tutti i costi.

Reperire i documenti, soprattutto per il Medioevo e il primo Rinascimento, è comunque una faccenda sempre complicata, che necessita di esperienza e anche di un po’ di fortuna. Inoltre bisogna avere un’ottima conoscenza di un latino che non è quello classico, e della brachigrafia, cioè della scrittura abbreviata. Comunque la ricerca d’archivio è sempre una splendida avventura, nella quale si scopre che il passato, anche lontanissimo, non è altro che il presente in abiti e ambienti diversi. I sentimenti, le angosce, le ambizioni e i sogni sono sempre gli stessi.

Il tema principale di Processo a Rolandina comprende l’amore omosessuale, la prostituzione e l’evoluzione transgender di un giovane. Una vicenda che all’epoca venne affrontata con il carico di pregiudizi e ipocrisie tipiche di una società chiusa e bigotta. Stupisce ritrovare tutto ciò anche nella società odierna e assistere alle vere e proprie “inquisizioni” anche mediatiche cui vengono sottoposte queste persone. Perché secondo lei ci siamo trascinati per secoli tali zavorre fatte di pregiudizi e ipocrisie?

La particolarità del caso di Rolandina Roncaglia, lo si vede bene dal testo della sentenza pubblicato in appendice al libro, mette in crisi dei giudici pur usi alla durezza in ogni senso. In copertina si usa il termine “transgender” per favorire una maggior comprensione da parte del lettore medio, ma in realtà sarebbe più esatto definire Rolandina con il termine “intersessuale”. Gli stessi giudici sono costretti ad ammettere che, non fosse per gli organi genitali maschili, Rolandina sarebbe una donna a tutti gli effetti. Tutto ciò per dire che anche allora, come del resto oggi, la diversità, l’esistente non inquadrabile in uno schema fisso e semplificato, metteva paura.

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

La storia di Rolandina ci mostra come l’odio e il rancore vengano dirottati verso i deboli e gli indifesi, mentre si cerca con ogni mezzo di difendere e preservare i potenti anche se principali rei della situazione. Spiace dover constatare che purtroppo anche questo principio oggi è ancora valido. Studiando il passato ha avuto modo di formulare qualche ipotesi sui comportamenti umani dell’epoca e di confrontarli con quelli di oggi?

Una delle principali pulsioni di ogni essere vivente è la riproduzione. In senso biologico, di conservazione della specie. Nell’essere umano a questa pulsione si sono associate infrastrutture culturali, religiose, sociali ed economiche che a seconda delle epoche l’hanno incrudelita o mitigata. Restando pur sempre, oggi come ieri, una pulsione che prevede la possibilità di una lotta per trasmettere il proprio DNA. Ovviamente le prime vittime di questa lotta per la supremazia sono i più deboli.

Restando ancora sull’attualità, con le linee ancora fresche e da rifinire della legge sui diritti delle coppie di fatto è ritornata in auge l’accusa di omofobia della politica con il lancio, poi subito revocato, del Fertility Day. Campagna che l’associazione LGBT Italia ha definito «leggerezza affatto trascurabile perché promuove e veicola l’omofobia». Perché secondo lei da un lato si accusano società, come quella musulmana, di applicare pene ingiuste verso gli omosessuali e dall’altro si pongono in essere certe politiche?

Gran bella domanda. Complicata e profonda, al punto che non so se riuscirò a dare una risposta abbastanza articolata. Semplifichiamo, e diciamo che un certo mondo musulmano è rimasto al tempo di Rolandina e, cosa peggiore, giustificandosi e nascondendosi dietro un libro sacro. Con poca disponibilità a un’analisi critica dello stesso. Ciò vale anche per alcuni ebrei fondamentalisti o cristiani, che fanno riferimento più all’antico testamento che ai Vangeli. Inevitabilmente si ritorna all’istinto di riproduzione a ogni costo, usando la religione come arma.

Per quanto riguarda la politica italiana con i suoi interminabili dibattiti sulle coppie gay e i family day, stenderei un velo pietoso che mi evita l’insulto. Le coppie di fatto, non importa di che sesso, devono avere tutte gli stessi diritti e doveri; è persino banale asserirlo. Per l’omofobia temo che il problema sia un po’ più complicato, perché il suo superamento sottintende il superamento di un’ignoranza che si nutre di incrostazioni culturali-religiose molto stratificate e resistenti.

Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador

Ritornando invece al romanzo, colpisce e coinvolge molto la storia di Rolandina, ma anche il contesto in cui si svolge. Da un lato una Venezia provata dalla peste, con i suoi abitanti particolarmente incattiviti dalle avversità affrontate, e dall’altra i capricci e lo sfarzo. Che impressioni le ha lasciato lo studio della trecentesca Serenissima?

Per lungo tempo Venezia era stata tollerante con l’omosessualità. O quanto meno aveva girato lo sguardo da un’altra parte. Era lo Stato più laico d’Europa, non per nulla era sempre in conflitto con il papato.  Ma aveva pur sempre al comando un’aristocrazia chiusa e di tipo ereditario. Così torniamo al tema della riproduzione. La peste del 1348, così come quelle successive e ricorrenti, mette in pericolo l’ordine politico, la conservazione di privilegi e poteri nell’ambito delle famiglie che sedevano in Maggior Consiglio. Da qui la reazione violenta contro lo “spreco di sperma”. Che non colpisce la prostituzione femminile solo perché giustificata dalla convinzione che distogliesse i malintenzionati dalle femmine delle stesse famiglie.

Comunque Venezia non era una realtà peggiore di altre, perché il comportamento diviene regola comune. Firenze, per esempio, pur non bruciando gli omosessuali, li priva comunque dei beni e li rinchiude nel carcere dei pazzi.

Cosa l’ha più colpita del Processo a Rolandina e cosa vorrebbe impressionasse maggiormente i suoi lettori?

Anch’io, ahimè, avevo e ho qualche “incrostazione”. Il processo a Rolandina una l’ha sciolta. Rolandina, con il suo comportamento processuale, non si può che amare e ammirare. E come si ama Rolandina inevitabilmente si ama qualsiasi essere abiti un corpo sbagliato, e lo si rispetta e supporta nella sua ricerca di equilibrio. Spero che Rolandina aiuti molti lettori a liberarsi al pari di me almeno di un pregiudizio.

http://www.sulromanzo.it/blog/rolandina-la-transgender-condannata-al-rogo-intervista-a-marco-salvador

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