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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“I piani inferiori della luna” di Michele Manna (Ensemble, 2017)

05 domenica Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ensemble, Ipianiinferioridellaluna, MicheleManna, racconti, recensione, romanzo

 

Esce in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble la raccolta di racconti brevi di Michele Manna. I piani inferiori della luna racchiude in sé una scrittura che è vera poesia, armoniosa e avvolgente. Prosa in versi al punto che l’autore più volte ricorre all’uso delle figure retoriche maggiormente impiegate nella narrazione poetica. Come, ad esempio, il ricorso ricorrente alla sinestesia (paura solida, domato presente, …).

I personaggi di Manna, i protagonisti come le comparse dei suoi racconti, non hanno un nome, vengono indicati semplicemente con i pronomi personali che aiutano chi legge a meglio definirli nel loro genere, maschile o femminile. Eppure sono talmente ben caratterizzati da apparire, fin dalle prime battute, concreti e reali. La “evanescenza” generata dalla mancanza di nomi propri viene in effetti subito compensata dal poterli, in questo modo, individuare o reincontrare in chiunque e in ognuno.

I temi trattati ne I piani inferiori della luna sono molti e spaziano dall’amore, in tutte le sue forme, ai vari sentimenti ed emozioni scaturiti dalle esperienze e dalle prove che la vita ci pone davanti. Una visione molto radicata della vita, quella mostrata da Manna nel testo. Una vita che scorre inesorabile verso il suo tramonto, verso quel tempo che è di bilanci e fors’anche di rimpianti. Uno sguardo sovente rivolto al passato, anche per la presenza ripetuta di miti e personaggi della mitologia classica. In linea comunque con la filosofia che sembra essere alla base delle composizioni e che si può sintetizzare nelle parole del protagonista del racconto Qualcosa d’altro: «siamo fatti anche di tutto ciò che abbiamo perduto».

Sembra quasi incredibile che I piani inferiori della luna sia l’opera di esordio di Michele Manna. Uno stile talmente particolare e deciso, dal taglio decisamente originale, che lascia comunque intendere un lungo e articolato percorso creativo dietro l’opera così presentata ai lettori. Un libro che si apprezza sia per l’originalità della forma che per i contenuti.

Michele Manna: Nasce a Roma, dove vive e lavora. I piani inferiori della luna è il suo esordio letterario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Le “myricae” della vita in “Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (presentARTSÌ, 2016)

03 venerdì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Duevolteasettimana, ErnestoValerio, presentARTSÌ, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo

Come si fa a «sopravvivere, nonostante tutto»? I dolori, le delusioni, le malattie, le perdite… tutte quelle ombre che vanno a “scurire” e, al contempo, a caratterizzare la vita di ognuno e che la possono condizionare al punto che si può, di punto in bianco, scegliere di resettare l’essere che si è stati fino a quel momento e “crearne” un altro, plasmandolo intorno all’umano che si vuol essere. Così è stato per Elio, il protagonista di Due volte a settimana di Ernesto Valerio, pubblicato dall’associazione presentARTSÌ – bottega di prodotti culturali, in prima edizione a maggio 2016.

Abbandonare carriera e amore per riscoprire la vita, propria e degli altri, attraverso piccoli e grandi oggetti recuperati, riadattati, comprati e rivenduti. Storie ed epoche che si incontrano e si intrecciano lungo il cammino delle esistenze umane. E così questi oggetti diventano per Elio le myricae care al Pascoli, le “piccole” cose che consentono al poeta di riscoprire sensazioni, presenze, fenomeni agli altri impercettibili e che permettono di capire e carpire il cosmo e la vita. A Elio serviranno per riscoprire se stesso e suo padre, con cui inizierà a sentirsi telefonicamente due volte a settimana.

Il libro di Ernesto Valerio si compone pezzo dopo pezzo, capitolo dopo capitolo e solo alla fine il lettore ne riesce a ben comprendere il senso e il grande potenziale. Ci sono delle ripetizioni cicliche che durante la lettura infastidiscono ma poi si realizza che sono servite all’autore per meglio definire il personaggio e la sua storia. Quella di Valerio in Due volte a settimana è una scrittura che sembra ruotare intorno alle piccole cose della vita ma che egualmente gli consente delle puntate verso i grandi sbagli del vivere contemporaneo, la frenesia che a volte assume proprio i contorni della follia. Per la carriera. Per il denaro. Quasi azzerando l’essenza vera e profonda dell’esistenza.

La storia raccontata da Ernesto Valerio in Due volte a settimana riflette alla perfezione la citazione di Michele Mari che accoglie il lettore: «e adesso che te ne sei accorta non so se la mia vita sarà rubricata come cosa patetica o come cosa eroica». La differenza la farà la sensibilità di chi legge e l’ordine costituito della sua personale scala dei valori. Chi scrive ritiene il testo di Valerio un ottimo modo per raccontare di come le persone, quelle reali che affrontano ogni giorno la vita a testa alta, riescono a «sopravvivere, nonostante tutto». 

Ernesto Valerio: Nasce a Lanciano. Si laurea in Comunicazione a L’Aquila e in Sociologia Economica a Trento. Risiede e lavora a Mantova. Due volte a settimana è il suo primo romanzo.

Source: Si ringrazia Raffaella Tenaglia della Pixie Promotion per la disponibilità e il materiale

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Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L’età ingrata” di Francesca Segal (Bollati Boringheri, 2017)

02 giovedì Nov 2017

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BollatiBoringheri, femminismo, FrancescaSegal, Letaingrata, recensione, romanzo

Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Esce in prima edizione ad agosto 2017 per Bollati Boringheri L’età ingrata di Francesca Segal, nella versione tradotta dall’inglese da Manuela Faimali. Titolo originale The Awkward Age. E sembra proprio ruotare intorno al concetto di età il libro della Segal. L’età biologica e quella che si vorrebbe avere. Il sentirsi troppo “vecchi” o troppo “immaturi”. Il non essere mai troppo “grandi” per ricominciare e il non sentirsi più “piccoli” anche quando lo si è ancora.

Una famiglia allargata quella che cercano di costruire Julia e James, molto allargata, forse troppo. Con rispettivi figli e compagni, suoceri e consuoceri, ex-mogli, amici, conviventi… che generano un tale caos nella statica vita della donna al punto da farle perdere di vista i suoi reali bisogni. Con un deciso colpo di spugna sembrerà decisa a resettare il tutto e ristabilire la pace con sua figlia Gwen. Ma davvero si può cancellare quello che è stato, ciò che si è vissuto in prima persona e fingere che non sia mai accaduto? Ovvio che la risposta è no ma Julia ha imparato dai propri errori e capito che necessitava prestare «più attenzione. La prossima volta sarebbe stata pronta ad afferrare Gwen prima che cadesse». Perché per lei l’errore più grande commesso, durante la relazione con James, era l’aver anteposto il suo essere persona all’essere genitore, una madre per la cui figlia era il «centro del suo mondo». Se Gwen «prima dava l’impressione di essere forte era perché c’era Julia a sorreggerla».

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Un libro, L’età ingrata, che costringe il lettore a un’attenta riflessione sui sentimenti, sui cambiamenti, sull’essere genitore come sull’essere figli. Interessante inoltre il modo in cui l’autrice usa le parole, il registro narrativo e le ambientazioni per riprodurre discorsi, dialoghi e pensieri carpiti nelle loro diverse angolazioni, ovvero dai vari punti di vista, sottolineandone le differenti interpretazioni, conseguenza anche della volontà, manifesta o recondita, di chi ascolta e di chi parla o pensa.

Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Julia sceglie la strada del nuovo amore di James per “ritornare” alla vita. Come può quindi criticare sua figlia Gwen per aver scelto la stessa strada per ribellarsi alla non-vita? Si sa che gli adolescenti non riescono a controllare gli istinti e quindi ora tutti gli adulti si sentono in obbligo di salvare Gwen e Nathan da se stessi fingendo di non capire che in realtà a dover essere “salvati” sono proprio loro che hanno permesso alla burrascosa storia d’amore tra due teenager di «trascinare a bordo l’intera famiglia».

Una famiglia non è un qualcosa che si può definire a tavolino. Non nasce spontaneamente per volontà di due persone che all’improvviso si scoprono innamorate. Gli “avanzi” delle famiglie “rotte” in precedenza non si incastrano con altrettanta facilità come il loro desiderio di stare insieme, sotto lo stesso tetto. Perché i figli degli altri non diventano i propri da un giorno all’altro e così Julia e James si convincono «che il figlio dell’altro avesse danneggiato il proprio» e si schierano «automaticamente con la squadra avversaria», finendo per odiarsi pur amandosi ancora.

Opporsi con fermezza alla biologia come destino. “L'età ingrata” di Francesca Segal

Julia deve guidare la giovane Gwen lungo i sentieri intricati dell’adolescenza e verso l’età adulta, matura, lei che viene da tutti considerata fragile e indifesa, incapace di mostrare «alcuna ambizione per il futuro» di sua figlia «oltre a una non meglio specificata “felicità”». E proprio mentre Julia gongola al pensiero di essere riuscita a non insegnare a Gwen che «il valore di una persona si misura dai voti scolastici», come invece aveva fatto James con suo figlio, la nonna di sua figlia sperava invece che si decidesse una volta per tutte a educarla a opporsi alla cultura della «biologia come destino». Adesso le donne possono scegliere il proprio futuro. Adesso le donne, di ogni età, devono scegliere il proprio destino.

LEGGI ANCHE – Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

L’età ingrata di Francesca Segal si dimostra una lettura senz’altro interessante con la scrittura a prisma, con tanti angoli e altrettante sfaccettature che corrispondono ai punti di vista dei protagonisti e coinvolgono il lettore in riflessioni e lo spingono a interrogarsi sui temi dell’amore, della felicità, dell’educazione e del rispetto reciproco, delle relazioni e delle convivenze, delle storie finite e di quelle appena cominciate, della vita e delle scelte compiute… a qualunque età.


Per la prima foto, copyright: Priscilla Du Preez.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Amare vuol dire prendersi tutto il male dell’altro? “Dammi tutto il tuo male” di Matteo Ferrario (HarperCollins Italia, 2017)

16 lunedì Ott 2017

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Dammituttoiltuomale, HarperCollins, HarperCollinsItalia, MatteoFerrario, recensione, romanzo

“Mind Maps 1” di Luca Bosani

Dall’istante stesso in cui si incrocia lo sguardo del proprio figlio o della propria figlia il primo pensiero di ogni genitore, o quasi, è il forte desiderio di proteggerlo o proteggerla, a ogni costo, dal male. Ma cosa accade quando sono gli stessi genitori ad arrecare il male ai propri figli, a portarlo nelle loro piccole vite?

Il male è entrato nella vita, dentro Barbara bambina senza che lei avesse fatto nulla per attirarlo e chiede ad Andrea come può fare, ora, per liberarsene. Lui si offre di prenderlo per sé. Dammi tutto il tuo male, le dice. Poco tempo dopo Barbara si offrirà di fare lo stesso con lui. E così ha veramente inizio la loro vita, insieme.

Uscito in prima edizione ad agosto 2017 con HarperCollins Italia, Dammi tutto il tuo male di Matteo Ferrario è davvero potente profondo e intenso. Un libro studiato e scritto come fosse un puzzle, ma all’incontrario. Si presenta apparentemente completo fin dall’inizio ma poi perde, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello e i buchi neri che avrebbero dovuto crearsi si illuminano invece di profondità e luce intensa cosicché un nuovo sorprendente scenario viene a formarsi dinanzi agli occhi increduli del lettore. Uno stile e una scrittura che rimandano al gioco degli specchi, nel quale un’ombra o un rimando può schiarire la reale immagine riflessa o occultarla meglio, esattamente come accade per ciò che l’autore dice o tace.

A ogni nuovo capitolo non solo la storia acquista maggiore profondità e spessore ma anche lo stesso protagonista, Andrea. Raccontando della sua vita l’autore descrive anche uno spaccato delle periferie milanesi, dei paesi che vanno a comporre l’hinterland metropolitano e al contempo sembrano costituirne anche l’anima vera, seppur non quella ‘centrale’.

Essere una persona buona, fare una buona impressione, saper stare al proprio posto, evitare le brutte figure… sono tutte cose che non hanno «nulla a che vedere con il bene». Essere una persona buona può equivalere a essere una persona educata o gentile ma «non si può tenere lontano il male, restando sempre gentili». Non basta a tenerlo lontano, fuori dalla propria vita e da quella delle persone che si amano. E allora come liberarsene? Con altro male?

Con Dammi tutto il tuo male Matteo Ferrario è riuscito a scrivere un ottimo libro che indaga il male e la mente dei malvagi come anche di coloro che tali non sono, non si ritengono o che riescono a celare a tutti il loro vero volto. Che racconta della violenza silenziosa, nascosta, impunita in grado di colpire e segnare la mente prima del corpo. Di quella subita come di quella inflitta. Delle azioni malvagie e delle reazioni ‘cattive’ che scatenano le prime. Un libro che conferma il potenziale di Ferrario e che rappresenta anche un grande esordio tutto italiano per la casa editrice.

Matteo Ferrario – foto di Ginevra Massari

Matteo Ferrario: Architetto, giornalista e traduttore. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie e antologie. È autore di due romanzi.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017)

14 sabato Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ChiaraBarzini, intervista, Mondadori, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo, Terremoto

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si somigliano in realtà America e Italia? E quanto invece sono dissimili? Coraggio e un pizzico di incoscienza sono la giusta prospettiva per evolvere nella vita e nella crescita personale? Chiara Barzini al suo esordio letterario ha cercato di condensare in Terremoto questo e molto altro ancora.

Ne abbiamo parlato in un’intervista a ridosso dell’uscita in Italia per Mondadori della versione italiana di Things That Happened Before The Earthquake.

Things That Happened Before The Earthquake, che in Italia è diventato semplicemente Terremoto, sembra voler mettere in relazione non solo due realtà, quella italiana e quella americana, ma anche i diversi modi di viverle. Cosa si era prefissa di “raccontare” in questo suo esordio letterario?

Da sempre osservo queste due culture così diverse tra di loro e le metto a contrasto, ma l’idea principale era quella di raccontare la storia di un gruppo di outsider che provano a fare il loro meglio per essere accettati (o rifiutati). Volevo raccontare le vulnerabilità e le paure di chi vive al di fuori dalla “azione principale”.

Il registro narrativo, al pari dello stesso narrato, è forte, deciso, a tratti provocatorio. È stata una scelta voluta oppure conseguenza della trama e del suo sviluppo?

Penso che la voce di Eugenia che racconta la sua storia debba essere decisa perché in qualche modo glielo richiede l’ambiente che la circonda. È un ambiente “forte” al quale per sopravvivere bisogna rispondere in maniera forte.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si sente o si è sentita simile e vicina a Eugenia, la protagonista di Terremoto? E in cosa invece non potreste essere più dissimili?

Siamo simili in certe cose “scellerate”, ma Eugenia è una versione molto più sicura di sé rispetto a come ero io. È un concentrato bionico. Volevo che fosse un’antieroina e volevo accompagnarla anche attraverso le scelte più sbagliate. Perchè da adolescenti si compiono gli errori migliori ed è giusto che sia così.

Periferie difficili da abitare, rave, festini, multietnicità sociale sembrano i temi centrali del libro. In base alla sua esperienza, quanto l’Italia di oggi ha finito per somigliare all’America degli anni Novanta?

Non vedo molta somiglianza tra l’Italia di oggi e l’America degli anni Novanta. In America, in quegli anni soprattutto––purtroppo dall’11 settembre molto meno e con Trump ancora peggio–– le minoranze etniche possono evolversi sia socialmente che economicamente. Qui si tende a isolare le minoranze e a rilegarle sempre negli stessi ruoli. La legge sulla cittadinanza statunitense prevede lo ius soli, qui è assurdo che ne stiamo ancora a parlare.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Da giovanissima ha lasciato l’Italia per gli States con la sua famiglia. Cosa ha comportato questo cambiamento e lo rifarebbe senza rimpianti?

Sicuramente è stato un trauma in quel momento, ma non ho alcun rimpianto. Rispetto i miei genitori per essere stati così coraggiosi. Ora che sono una madre, mi accorgo di quanto sia difficile prendere rischi, soprattutto per la nostra generazione che è cresciuta con genitori più o meno sessantottini e a volte un po’ incoscienti… Ma lo spirito di avventura che hanno avuto loro in quel momento è stato prezioso per la mia crescita.

Terremoto, già uscito nella versione americana, sta riscuotendo svariati consensi. Cosa si aspetta dal mercato e, soprattutto, dal pubblico italiano?

Spero che il pubblico italiano lo legga senza pregiudizi e a cuore aperto. È stato scritto con una grande dose di onestà emotiva ed è il mio primo romanzo quindi mi sento particolarmente vulnerabile.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Insieme a Francesco Pacifico, ha curato anche la traduzione in italiano del libro. Com’è stato tradurre se stessa? Ha mai avuto la tentazione di riscrivere alcune parti?

La traduzione mi ha sopresa perchè ero sicura che il libro avrebbe cambiato forma in italiano invece sono felice perchè penso che ci sia tutto lo spirito della versione originale. Questo è stato molto liberatorio. Qualche parte è stata riscritta in effetti. Ho pensato fosse importante scegliere di cambiare alcuni toni ed evidenziare alcune sfumature culturali americane per il pubblico italiano in modo da spiegare anche delle cose di quel paese. Per quello americano sono andata più a fondo sui dettagli culturali italiani in modo che anche loro potessero capire.


Per la prima foto, copyright: Frank Köhntopp.

Per le foto di Chiara Barzini, copyright: Jeannette Montgomery Burron.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il mondo in un condominio: “Questo nostro mondominio” di Vanessa Chizzini

25 lunedì Set 2017

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intervista, Lavertiginedelcaso, Leleganzamatta, Questonostromondominio, recensione, romanzo, VanessaChizzini, Vertiginiestravedimenti

Primo atto del secondo movimento del progetto editoriale di Vanessa Chizzini, Questo nostro mondominio si propone al lettore come una piece teatrale messa in scesa nell’angusto ma infinito spazio del cortile interno di uno stabile dall’intonaco scrostato, uno di quelli tanto cari a Mic che li identifica come «la Milano che più mi piace».

Ritornano in Questo nostro mondominio Mic, Sam e la signora Adriana già incontrati in L’eleganza matta e Vertigini e stravedimenti, ovvero nel lato A e nel lato B del primo movimento de La vertigine del caso. È trascorso un anno dal viaggio in treno che li ha portati a Venezia e ora si ritrovano tutti nel cortile del palazzo dall’intonaco scrostato dove abita Ume, amica della signora Adriana e sarta, e dove avranno modo di confrontarsi con una nuova realtà: il mondo dei condomini che animano quel cortile nel silenzio dell’immobilità, apparente, di oggetti e persone.

Tutto si svolge in breve tempo ma dall’ora di arrivo, ovvero nel primo pomeriggio, a quella in cui lasciano lo stabile, nella prima serata, molte cose sembrano cambiare, trasformarsi, e molte riflessioni affollare la mente di Mic, voce narrante dell’intera vicenda.

Quando Mic e la signora Adriana arrivano nel cortile manca Sam ma sembra mancare proprio “la vita” in quel luogo che ha l’aspetto desolato di uno stabile in disuso. All’arrivo di Sam però il cortile si è decisamente animato al punto che Mic fatica a riassumere tutto quanto è accaduto nel breve lasso di tempo intercorso. Vite intere passate, raccontate, abbozzate nei ricordi o nei rimpianti… discorsi che evocano luoghi lontani, tempi andati, amori sfuggiti, affetti perduti. Il tutto condensato in quell’angusto spazio che alla fine del libro ha mostrato la bellezza accennata da Mic all’inizio del testo in un vortice di sensazioni ed emozioni, narrate attraverso le storie dei protagonisti, che permettono anche al lettore di vedere oltre i muri scrostati, le macchie di ruggine o di umidità, le panchine malandate, le bici ammassate, le dimensioni ridotte.

Un luogo che diventa la ruota panoramica di un luna park, da cui si può ammirare il mondo da tante angolazioni, notando ad ogni nuovo giro qualcosa che prima era sfuggito. Perché è proprio vero che «quello che non si vede non è meno importante di quello che è in piena luce». E se da una parte il cortile dello stabile dall’intonaco scrostato diventa una vera e propria finestra su un intero mondo, dall’altra appare il chiaro riflesso del mondo, quello vero.

Con il lato A del secondo movimento de La vertigine del caso la Chizzini sembra aver fatto un notevole passo avanti nel suo progetto editoriale che appare, in questa occasione, molto più lineare ma al tempo stesso molto più interessante per il lettore il quale ne resta affascinato fin dalle prime battute forse proprio per il merito che va riconosciuto all’autrice di esser riuscita a narrare il mondominio nascosto dietro i muri scrostati degli stabili di quella che forse è davvero la Milano migliore, senza dubbio quella più genuina.

L’interesse sempre crescente del lettore di Questo nostro mondominio non può certo imputarsi a una semplice «vertigine del caso», come la definirebbe l’autrice, ovvero una coincidenza, piuttosto al fatto che il progetto acquisisce sempre maggiore forma non solo nella mente di Vanessa Chizzini. E se il cortile pagina dopo pagina diventa qualcosa in più di «una macchia di cemento senza un angolo di verde», La vertigine del caso appare al lettore più di un semplice stravedimento dell’autrice, diventando uno strumento che le persone, non solo i protagonisti, possono usare «per rientrare in contatto con se stessi».

Questo nostro mondominio risulta quindi una lettura gradevole, una piacevole riscoperta dello stile dell’autrice già incontrato ne L’eleganza matta e in Vertigini e stravedimenti ma, soprattutto, diventa una aspettativa maggiore rivolta al progetto editoriale di Vanessa Chizzini nel suo complesso.

Vanessa Chizzini: Nata a Udine, una laurea al Dams di Bologna, un lavoro in campo editoriale a Milano e una casa editrice specializzata in cinema e teatro. Autrice di testi teatrali, di romanzi e titolare di un brevetto per invenzione industriale ispirato alle cabine spalma-crema del progetto editoriale “La vertigine del caso”.

Source: Si ringrazia Vanessa Chizzini per la disponibilità e il materiale.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi (Tea, 2017)

15 venerdì Set 2017

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Lagunanera, MauriSpagnol, MicheleCatozzi, recensione, romanzo, Tea, thriller, Venezia

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Uscito con Tea, del gruppo editoriale Mauri Spagnol, Laguna nera di Michele Catozzi è un giallo la cui storia, come sospesa nel tempo, ben si sposa con l’ambientazione. Venezia, la città «più bella del mondo», dove il tempo sembra essersi fermato… o almeno questo vorrebbero i nostalgici della bellezza della città lagunare. I tradizionalisti incalliti come il commissario Nicola Aldani, protagonista delle indagini sull’omicidio al centro della vicenda e veneziano doc che sembra smarrire un pezzo di sé ogni qualvolta per le calli apre un nuovo fast food o un qualsiasi altro store che non siano le antiche trattorie a lui tanto care.

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Una struttura particolare quella studiata da Catozzi in Laguna nera che si apre al lettore con un prologo nel quale l’autore rivela a chi legge indizi utili a conoscere e riconoscere l’identità dell’assassino. Così accade che al lettore sembra gli siano state fornite informazioni maggiori di quelle in possesso degli inquirenti. La sfida, che invoglierà comunque al prosieguo della lettura, sarà quindi determinata dall’ansia di conoscere le modalità che porteranno la squadra interforze a conoscere il mistero che si cela dietro l’omicidio dell’assessore Baldan. Un’esecuzione che in realtà è una vendetta, maturata per quasi trent’anni.

Il corpo centrale del testo è caratterizzato dal racconto del lavoro di indagine degli inquirenti, routine arricchita dalle riflessioni che Catozzi attribuisce al suo commissario Aldani sulla società “strozzata” dalla malavita organizzata ma anche dallo strozzinaggio, quello vero che a Venezia è tangibile lungo il molo di attracco dinanzi al Casinò del Lido. Il luogo simbolo delle contraddizioni di un’amministrazione che sostiene le campagne contro il gioco d’azzardo e, al contempo, gestisce la struttura. Specchio di uno Stato intero che sponsorizza le campagne pubblicitarie contro il gioco d’azzardo mentre organizza lotterie, gratta e vinci, totogol e autorizza l’apertura di sempre nuove sale slot.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Apoteosi di una tale zona grigia è l’ingresso a pieno titolo nelle istituzioni di soggetti appartenuti o appartenenti alla criminalità organizzata, oppure alla Mala del Brenta. A dimostrazione della «vulnerabilità di Venezia alle infiltrazioni mafiose» e, aggiungerei, dell’Italia intera. Perché nei territori dove «mafiosi e camorristi» non riescono a «emergere con un’organizzazione propria» preferiscono «cooperare». E i legami tra “affari” e politica, inutile negarlo o fingere di non saperlo, divengono sempre più intensi, radicati e dannosi. La storia scritta da Catozzi, è bene ricordarlo, pur basandosi su accadimenti veri del passato, come le scorrerie dei membri della Mala del Brenta, è frutto solo della sua fantasia. Ma si sa che spesso, purtroppo, la realtà supera di gran lunga la fantasia di uno scrittore.

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Interessanti risultano anche i passaggi nei quali l’autore porta il protagonista a riflettere e chiosare sul precario stato delle forze dell’ordine, sui continui tagli che, inevitabilmente, vanno a ripercuotersi sull’esito stesso delle indagini. Quasi tenero l’epilogo, dove Catozzi porta Aldani a vincere le sue battaglie più dure, quelle condotte contro la spending review del governo che taglia fondi e mezzi e lo fa quasi a dispetto di chi ogni giorno combatte contro il Male e la Mala.

Mala-vita e Mala-società in “Laguna nera” di Michele Catozzi

Un giallo “lungo” Laguna nera di Michele Catozzi, che snocciola indizi e informazioni per oltre trecento pagine, ma che egualmente affascina il lettore per l’impostazione che l’autore ha dato alla storia, per l’attualità delle tematiche trattate e, non da ultimo, per la simpatia che suscitano i protagonisti, a partire dal commissario Aldani alle prese con crimini, delitti e deliri famigliari. Un libro promosso a pieni voti e una lettura di certo consigliata.

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Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi” (DeA Planeta, 2017)

06 mercoledì Set 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DeA, DeAgostini, intervista, LarsMytting, romanzo, Sedicialberi

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Da pochi giorni tornato nelle librerie italiane con Sedici alberi, edito da DeA Planeta nella traduzione di Alessandro Storti, Lars Mytting continua il suo racconto della forza e della potenza degli alberi ma questa volta, a fare da sfondo alle vicende dei protagonisti, ci sono i grandi accadimenti del recente passato europeo, in primis la seconda guerra mondiale e il nazismo. Una scrittura potente quella di Mytting in grado di affascinare i lettori parlando di piante ma raccontando la vita.

Lars Mytting sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova e racconterà Sedici alberi dal suo punto di vista ma intanto lo abbiamo raggiunto per un’intervista sul libro e qualche curiosità sullo stile della scrittura.

Dopo il successo di Norwegian Wood ritorna nelle librerie italiane con Sedici alberi, un libro che racconta una storia diversa ma nella quale “gli alberi” rivestono egualmente un ruolo fondamentale. Cosa si è prefisso di raccontare in realtà ai suoi lettori con Sedici alberi?

Il desiderio di raccontare una storia buona, e forse bella, è sempre il principale motore per me nella fiction. Non inizio mai un romanzo con la volontà che sia un “progetto” in grado di illuminare o documentare qualcosa di politico o storico. Ma quando scrivo noto solo che questo elemento sarà grande, questo periodo della storia europea è adeguato, questo gusto del paesaggio delle foreste nordiche suona bene. Dopo un paio di anni passati a scrivere comincio a pensare che vada bene, che questa è la storia dove ci rendiamo conto che gli eventi del lontano passato, forse due generazioni fa, possono direttamente impattare su persone che vivono molti decenni dopo. E questo percorso della storia europea, specialmente le due guerre, più altre interessanti ambientazioni come le isole Shetland e campi di battaglia in Francia hanno trovato spazio nella storia. Ma prima e soprattutto mi piace che il romanzo sia uno specchio attraverso il quale il lettore vede parti della sua vita.

La complessità del protagonista, Edvard Hirifjell, ha reso la strada della verità così tortuosa oppure è stata l’intricata vicenda a determinare l’uomo che infine è diventato?

Edvard è affascinante. Si prefigge la ricerca della verità senza sapere se la verità sarà buona per lui o se sarà troppo spiacevole da sopportare. Pone un grande fardello su di sé, dicendo: “Sarò quello su cui i morti possono fare affidamento”. Dall’inizio sa che c’è un mistero di famiglia nascosto nel suo passato, e prova il grande desiderio di scoprire cos’è successo, ma man mano che le cose vanno avanti ha bisogno di sbloccare davvero i segreti spiacevoli per avvicinarsi al suo obiettivo originale. Così penso che siano gli eventi a modellare lui, il periodo descritto nel libro diventa il più importante di tutta la sua vita.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

Sedici alberi sembra un ibrido tra un poliziesco e il racconto di una saga famigliare che coinvolge intere comunità provate dalla seconda guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Suo scopo era raccontare delle devastazioni che i conflitti arrecano anche a distanza di svariati decenni?

In una certa misura, perché sono così tragici che non dovrebbero essere dimenticati. Ma le storie di guerra sono state raccontate molte volte, con riferimento sia a eventi militari sia civili, così per me era più importante usarli come uno sfondo per quello che poteva accadere tra le persone quando c’è una guerra, semplicemente perché sanno che le loro vite sono fragili e si assumono maggiori rischi e le regole originarie non sono più valide. Nessuno dei più importanti eventi del passato descritti nel libro sarebbero potuti accadere in tempo di pace, sebbene non siano necessariamente delle azioni militari.

Nel testo si legge: “l’albero deve incapsulare la ferita per continuare a crescere. I cerchi della crescita deviano tutto intorno alla lesione, generando linee imprevedibili”. È stato così anche con Edvard? È così anche con le persone reali?

Sì, penso che sia uno dei punti più sottili del libro. Gli alberi con le loro vite straordinarie, spesso crescendo in luoghi ostili, hanno al loro interno dei bei modelli. Un pino con una vita facile si rivela molto noioso, duro e a grana dritta, quando viene tagliato per farne legna da ardere o mobili. Lo stesso succede con le persone. Le cicatrici delle battaglie che affrontiamo in vita possono essere belle. So che ci sono delle culture in cui le cicatrici sono autoinflitte perché è prova che possono sopportare il dolore, e il dolore e la bellezza vanno mano nella mano nel libro.

In Sedici alberi si parla molto delle bombe inesplose che hanno reso sterminati campi vere e proprie roulette russe, assurde e pericolose. Anche Edvard sembra, a suo modo, essere una “bomba” pronta a esplodere in qualsiasi momento. Lo salvano più i ricordi o i suoi amati alberi?

Difficile da dire, in realtà, dato che sta combattendo così tanto con le forze che ha dentro, ma penso che voglia andare alla conclusione, o forse dovremmo dire all’inizio, degli eventi che l’hanno modellato. Quando infine diventa quello su cui i morti possono fare affidamento, penso che abbia raggiunto il suo obiettivo, e s ritrova con un semplice desiderio per il resto della vita: voler fare qui sulla terra cose che quelli in paradiso saranno lieti di vedergli fare.

Intervista a Lars Mytting. Il legame tra dolore e bellezza in “Sedici alberi”

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Cercando la verità nel suo passato e in quello dei suoi parenti, Edvard sembra imparare molto dagli errori commessi. Guardando alla storia del secolo scorso e ai conflitti mondiali lei pensa che gli uomini abbiano imparato qualcosa dagli sbagli e dalle atrocità inflitte e subite dalla popolazione mondiale?

Sì, senz’altro abbiamo imparato. La nostra consapevolezza delle conseguenze della guerra e di altre atrocità è giustamente ritenuta molto importante, e noi reagiamo immediatamente quando qualcosa per esempio ci ricorda i movimenti fascisti dell’Europa degli anni Trenta. Il problema è che, quando qualcosa di molto pericoloso inizia a prendere piede, ha una nuova forma e non sempre riusciamo a riconoscerlo. Dato che l’immaginazione umana è senza fine, lo è anche il male purtroppo. Così noi potremo ritrovarci con altri disastri anche in futuro, a meno che non iniziamo a usare la nostra immaginazione meglio della nostra capacità di distruzione.

Per la prima foto, copyright: Adarsh Kummur.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

28 venerdì Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Bompiani, EdithPearlman, Honeydew, Intimaapparenza, recensione, romanzo

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

Esce in prima edizione a luglio 2017 con Bompiani Intima apparenza di Edith Pearlman, nella versione tradotta in italiano da Stella Sacchini dall’inglese americano. Il titolo originale del libro, Honeydew, è legato a uno dei racconti, Melata appunto. Questa secrezione zuccherina lasciata dagli insetti sui vegetali e raccolta dalle api le quali, a loro volta, la depositeranno nel loro alveare e diventerà parte del loro miele, “catturato” anche da altri esseri, tra cui gli umani. L’essenza di questa dolcezza che viene presa, trasportata, trasformata, lasciata… zuccheri che nel libro della Pearlman diventano sentimenti, soprattutto amore e dolore.

Un libro struggente, Intima apparenza, che mostra al lettore la disarmante sofferenza quotidiana, che lacera e tormenta nei gesti ordinari e abitudinari della vita, i desideri che rimangono nascosti, gli amori celati, le passioni proibite, i dolori profondi… «chiunque fossero, erano stati spediti all’altro mondo e avevano abbandonato il futuro. Avevano voltato le schiene morte ai sopravvissuti condannati a piangerli fino alla fine dei loro giorni».

Ventidue racconti, alcuni brevi altri di più ampio respiro ma tutti, indistintamente, profondi e intensi. Storie che il lettore legge come rapito dall’abilità narrativa dell’autrice, magistralmente preservata dalla traduttrice, dal registro linguistico che sembra formarsi attorno ai vari personaggi e originarsi direttamente dal loro parlare. Tante storie che raccontano tanti argomenti. Narrazioni del vivere quotidiano ambientate in una camera, una casa, un ospedale, un bosco o una via… fin da subito e ogni volta l’ambientazione sembra essere determinante per il racconto ma poi il lettore scopre che ad esserlo, in realtà, sono le persone e i loro sentimenti indissolubilmente legati a doppio filo non solo con l’ambiente che li circonda ma proprio con la Natura da cui tutto si origina.

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

La natura, il tempo, i sentimenti… componenti essenziali dell’essere e della stessa vita. Esistenze intere votate a risparmiare tutto per poi scoprire che è meglio «spenderlo il tempo piuttosto che risparmiarlo». Abbandonare l’ottica della sola apparenza e concentrarsi verso obiettivi e concetti meno effimeri seppur egualmente evanescenti. «Ciò che contava davvero per Bonnie era come ci si comporta finché la morte ti permette di vivere e come affrontare la morte quando la vita ti lascia».

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La perdita prematura di un congiunto, la malattia, la sofferenza, la devianza, i disturbi mentali e quelli fisici, la paura, l’adulterio, i disordini alimentari, i compromessi… argomenti forti trattati dalla Pearlman con grande profondità e sensibilità, raccontati al lettore attraverso i pensieri, le azioni e le parole dei protagonisti delle intense storie partorite dalla sua fervida immaginazione che molto, moltissimo sembra aver attinto e imparato dalla vita quotidiana, dall’apparente ordinaria vita che uomini e donne, adulti e bambini vivono ogni giorno. La normalità, dietro cui spesso si nascondono un grande mistero, un segreto, un vizio o una virtù. Proprio dall’osservazione dei comportamenti umani sembrano aver avuto origine le storie narrate da Edith Pearlman in Intima apparenza, filtrate dalla sua immaginazione ed elaborate dalla stessa autrice in base a quello che effettivamente si era prefissa raggiungesse e colpisse i suoi lettori.

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

Storie che, come frecce scagliate dall’arco di un abile arciere, raggiungono il centro dei pensieri di chi legge le parole e, al contempo, riflette sul loro significato. Un libro, Intima apparenza di Edith Pearlman, di un realismo talmente vero da apparire crudele.


Per la prima foto, copyright: Toa Heftiba.

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Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

18 martedì Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Incarneecuore, intervista, Lacarne, romanzo, RosaMontero, Salani

Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

Il sesso e le donne, di qualunque età. I pregiudizi duri da scalfire riguardo il comportamento da tenere. Uscire dagli schemi e infrangere le regole di una società, purtroppo, ancora molto maschilista genera il rischio di essere etichettate come “maledette” o “maledettamente perdute”.

Magari oggi si corre meno il rischio di venire rinchiuse in ospedali psichiatrici ma finire nella gogna della cerchia dei conoscenti oppure quella mediatica se si è un nome in vista… beh bisogna ammettere, sempre purtroppo, che può e succede davvero.

Ne abbiamo parlato in un’intervista con Rosa Montero, autrice di In carne e cuore, edito da Salani nella traduzione di Michela Finassi Parolo.

Ne La carne, uscito in Italia come In carne e cuore, si racconta la vita della protagonista ma anche quella degli scrittori, definiti “maledetti”, protagonisti a loro volta della mostra organizzata dalla stessa Soledad. Uscire dagli schemi e osare uno stile di vita diverso comporta il rischio di venire etichettati male in qualunque epoca e società?

Senza dubbio. Male e, soprattutto, si viene presi per pazzi. Nel corso del tempo, molti dissidenti sono stati rinchiusi in ospedali psichiatrici. Questo è successo soprattutto alle donne. Molte donne ribelli sono finite in qualche reparto psichiatrico e questo romanzo ne presenta un esempio con Josefina Aznarez…. Soledad si guarda nelle storie degli scrittori maledetti come chi si guarda allo specchio, perché, per ragioni che non possiamo rivelare e raccontate nel romanzo, nonostante sia una donna affermata sul lavoro, colta e intelligente, si è sempre sentita sul punto di essere emarginata socialmente, sul punto di essere esclusa. Quando, all’inizio del romanzo, Soledad definisce cosa significa per lei essere un personaggio maledetto, apparentemente parla della mostra che sta allestendo, ma in realtà fornisce una definizione di sé.

Ma i tormenti affrontati da Soledad non riguardano soltanto il suo essere in società, quanto piuttosto il suo relazionarsi con il tempo che passa inesorabile e con gli effetti e le conseguenze di ciò. Secondo lei quante cinquantenni vivono in silenzio più o meno le stesse sensazioni della protagonista del libro?

Hahaha, non solo le persone di cinquanta o sessant’anni, no. È proprio questo il supplizio generale, è proprio questa la tragedia dell’essere umano, che viene al mondo pieno di voglia di vivere, con un “IO” immenso che riempie ogni cosa, e che il tempo passi invece così in fretta e ci conduca alla morte. Al nulla, che è impensabile. Si comincia a invecchiare in culla. Questo romanzo tratta del passare del tempo, ciò che ci rende tempo e di come il tempo ci fa e ci disfa, perché vivere è dissolversi poco a poco nel tempo, e questo comincia già nell’infanzia, come ho detto…

Ecco perché ho avuto la soddisfazione di verificare che questo romanzo è letto da uomini e donne di tutte le età, e ci sono ragazzi e ragazze trentenni che si identificano con Soledad.

Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

Il desiderio di avere ancora una vita sessuale attiva a una “certa età” e di mantenere un aspetto gradevole oltre i fatidici “anta” perché, secondo lei, facilmente viene indicato come sconveniente e/o volgare al punto che le donne mature si vedono presto etichettate gergalmente MILF (Mother I’d Like to Fuck)?

Beh, anche se il maschilismo è diminuito molto in Occidente stiamo ancora vivendo in società molto sessiste, senza dubbio. E dalla donna ancora si esige di più (soprattutto in ciò che riguarda il fisico) rispetto agli uomini, sebbene ci sia sempre meno disparità.

Mi sorprende molto il fatto che l’avere una vita sessualmente attiva a una certa età risulti ancora scioccante. Non ho mai voluto scrivere un romanzo sul sesso di una donna di sessant’anni, ma volevo parlare di sesso e basta. Il sesso a sessant’anni mi sembra di una normalità assoluta.

Può, secondo lei, incidere su questo un retaggio culturale di influenza anche religiosa duro da scalfire che vuole la donna, maggiormente se madre, “angelo del focolare”? Lo stesso titolo del suo libro (La carne) che in Italia diventa In carne e cuore sembrerebbe un tentativo di alleggerire l’aspetto carnale appunto della vicenda.

Sì, credo che l’influenza religiosa sia un carico retrogrado nello sviluppo delle donne. Quanto al cambiamento di titolo, il mio editore mi ha detto che c’era già un romanzo dal titolo La carne, ecco perché abbiamo cambiato. Il pensiero della donna destinata a essere “angelo del focolare” mi sembra così datato e obsoleto che mi viene da ridere.

Molto clamore ha fatto la notizia non tanto della sua elezione alla Presidenza di Francia quanto il fatto che Emmanuel Macron avesse al suo fianco una compagna molto più grande, anagraficamente parlando. Si è letto e ascoltato di tutto su questo, compreso che fosse una cosa normalissima. È evidente che così non è altrimenti non ci sarebbe stato tutto l’interesse che invece c’è stato. Perché la coppia Macron-Trogneux è stata una “notizia”?

Anche in questo caso si tratta di una questione di pregiudizio maschilista. Nessuno parla della coppia formata da Trump e sua moglie, anche se la differenza di età è più grande rispetto a quella tra Trogneux e Macron. Insomma, vige il pregiudizio, il pregiudizio rende ciechi, perché in realtà ci sono sempre state le donne con uomini più giovani, sempre, in tutti i secoli. Anche la regina Vittoria d’Inghilterra, che era l’esempio massimo del puritanesimo del XIX secolo, ebbe per molti anni un amante più giovane di lei, Mr.Brown. C’è sempre stato questo tipo di coppie, ma per il pregiudizio sessista imperante sono rimaste in generale segrete, clandestine. Ora cominciano a normalizzarsi e a venire alla luce, come nel caso di Macron.

Sesso e pregiudizi: normalizziamo ciò che è normale. Intervista a Rosa Montero

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Riguardo la protagonista del suo libro invece qual è stata l’osservazione o la critica che più l’ha impressionata?

Hahaha, non leggo mai le recensioni, ma quello che mi più ha colpito è stato il fatto che cinque o sei volte i giornalisti mi hanno detto che era molto coraggioso affrontare il tema tabù dei rapporti sessuali nelle donne di sessant’anni, quando, insisto, l’idea di parlare di questo tema non è mi è mai passata per la testa. Ho voluto parlare di sesso e basta; che poi la protagonista abbia sessant’anni mi sembra una cosa normalissima, sono circondata da uomini e donne che cercano di fare l’amore il più possibile, come tutti. Non è mica come noi donne che ci disattiviamo sessualmente a una determinata età, ai cinquanta o cinquantatré anni! Nessuno dice a Richard Gere: quello che mi piace di te è che hai il coraggio di rompere il tabù del sesso negli uomini di 67 anni con donne di 37 anni più giovani, hahahaha… insomma, è questo il punto. Normalizziamo quello che è normale, per favore.


Per la traduzione dell’intervista dallo spagnolo, si ringrazia Monica R. Bedana.

Per la prima foto, copyright: Nathalia Bariani.

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