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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Guerre dichiarate e guerre segrete: Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei e le operazioni ibride di e contro l’Occidente

01 venerdì Mag 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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JessikkaAro, LaguerrasegretadiPutin, NeriPozza, recensione, saggio

I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica1 e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento.

Un ulteriore aspetto che va considerato è la complessa relazione fra comunicazione/propaganda e manipolazione. Anche quest’ultima non di certo nuova e non di certo “inventata” dai social media2.

La manipolazione può essere in relazione all’emittente, ai contenuti, al pubblico e al contesto3.

I processi manipolatori negli ecosistemi comunicativi si realizzano per lo più attraverso la creazione di influenza sul contesto sociale di riferimento e/o sull’agenda. In questa prospettiva, i meccanismi più frequenti sono quelli della polarizzazione e della saturazione comunicativa4.

Quello che viene detto, quando viene detto, da chi viene detto e perché, quante volte e da quanti emittenti, a chi viene detto e perché… determina la “verità” di quell’accadimento.

Un Tupolew Tu-154 con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynsky e altre 95 persone è precipitato il 10 aprile 2010 mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nessuno dei passeggeri, tra cui numerosi alti dirigenti polacchi, è sopravvissuto all’incidente. Il presidente polacco si stava recando con la moglie a Smolensk, da dove avrebbe dovuto proseguire in macchina verso Katyn per commemorare l’eccidio di oltre 22mila ufficiali e soldati polacchi, massacrati durante la Seconda guerra mondiale5.

Le autorità russe avevano avvertito della pericolosità dell’atterraggio in condizioni ambientali sfavorevoli a causa di una fitta cortina di nebbia, suggerendo in alternativa l’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. A quel tempo la tensione tra Varsavia e Minsk era montata sulla questione delle discriminazioni subite dall’Unione dei polacchi in Bielorussia. Forse anche per orgoglio nazionale il diniego di atterrare a Minsk, nonostante la scarsa visibilità a Smolensk. 

Il presidente Lech Kaczynsky non aveva gradito che il suo primo ministro Donald Tusk fosse stato invitato dal capo del governo Vladimir Putin alla prima cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di Katyn che si era svolta il 7 aprile, da qui l’idea di una seconda commemorazione il 10 aprile a cui avrebbe partecipato insieme a veterani e a esponenti dell’opposizione.

Il 13 aprile 1943 la radio tedesca dava notizia che nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory, non lontano dal villaggio di Katyn, erano state trovate sette fosse comuni contenenti i corpi di militari polacchi, ancora identificabili dalle uniformi, il cui numero veniva valutato sui 10mila. La radio tedesca accusava di questo misfatto le autorità sovietiche. Radio Mosca addossava la responsabilità dell’eccidio ai tedeschi, nuovi occupanti della zona. 

La questione di Katyn si trascinò a lungo e, nonostante tentativi di mediazione da parte inglese e americana, contribuì a rendere definitiva la rottura fra il governo polacco di Londra e il governo sovietico. Essa ebbe uno strascico anche al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra tedeschi nell’estate-autunno del 1946, e il tribunale militare internazionale (contro l’opinione in dissenso del giudice sovietico) non si soffermò sull’accusa formulata contro i criminali di guerra nazisti per la strage di Katyn6.

Valentina Sergeevna Parsadanova è stata una importante studiosa e ricercatrice russa, che si è occupata delle relazioni tra la Russa e la Polonia e, ovviamente, del massacro di Katyn. 

Siccome al tempo le fonti a disposizione degli studiosi erano decisamente scarse, il valore assoluto del contenuto dell’intervento di Parsadanova risulta essere minimo. Il valore relativo invece è grande. Il fatto stesso che una storica sovietica abbia tentato di ricostruire il massacro degli ufficiali polacchi avvenuto a Katyn dimostra che il livello d’indipendenza dei ricercatori nell’Urss di Gorbachev era completamente diverso rispetto al periodo precedente la perestroyka. Fra tutti i documenti presenti, Parsadanova si concentrò, in particolare, su una monografia7, definendola la prima ricerca scientifica pubblicata in Polonia, e in seguito affermando esplicitamente che la precedente pubblicistica polacca spesso non mirava tanto a fare chiarezza sul problema, quanto a sfruttarlo nella lotta politica8. Da parte dei pubblicisti polacchi della fine degli anni Ottanta, tuttavia, un certo livello di propensione alla polemica era del tutto comprensibile, considerando fra l’altro che, appena prima della comparsa dell’articolo di Parsadanova, c’erano ancora, anche fuori dall’Urss, convinti sostenitori della tesi della responsabilità tedesca per il crimine commesso a Katyn9.

L’incidente del Tupolev Tu-154 dell’Aeronautica Militare Polacca è avvenuto a pochissimi chilometri di distanza dal massacro di Katyn.

Jessikka Aro racconta di essere stata a lungo convinta che la causa dell’incidente di Smolensk fosse stato l’errore umano del pilota. Una versione che coincide con quella ancora largamente sostenuta. A farle cambiare idea è stato il racconto del giornalista Michail Rachoń10.

«Mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. […] La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare»11.

Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il possibile ruolo della Russia nella tragedia veniva trattato solo da qualche canale d’informazione polacco. La Aro si dichiara attonita: tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte, come se qualcuno avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica. Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente. 

Le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico del 2003-05 rappresentano un tornante fondamentale nelle relazioni tra la Russia e le potenze occidentali, in quanto momento e fattore di una robusta intensificazione della dinamica geopolitica di inasprimento dei rapporti russo-occidentali che, anni dopo, sfocerà nella drammatica contrapposizione della guerra in Ucraina. La “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina sono state interpretate da Mosca come l’esito di un’ingerenza delle potenze occidentali nell’estero vicino della Russia. Gli eventi nelle vicine repubbliche post-sovietiche si sviluppano in un quadro già deteriorato di diffidenza e persino animosità da parte di Mosca nei confronti delle potenze occidentali, dovuto a scelte geopolitiche di grande momento compiute dall’Occidente e che hanno frustrato e allarmato la Russia: l’intervento militare del 1999 in Kosovo, l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM12. Un disagio che predispone i dirigenti russi ad attribuire intenzioni malevole all’America e ai suoi alleati. 

La fine della Guerra fredda maturò come conseguenza dell’ambizioso rilancio del political warface occidentale da parte dell’amministrazione Reagan, di cui fu parte cospicua il robusto sostegno prestato dagli americani a Solidarnošc in Polonia all’indomani della proclamazione dello stato d’assedio (dicembre 1981). Dopo la proclamazione della legge marziale in Polonia, Reagan approvò una serie di importanti direttive in materia di sicurezza nazionale (National Security Decision Directives) che «autorizzavano gli Stati Uniti a minare il controllo sovietico in Europa orientale»13. In questa cornice, una delle decisioni più rilevanti fu la firma (novembre 1982) di un presidential finding che «approvava un programma di azione coperta della CIA per l’invio di denaro e assistenza non letale a Solidarnošc»14.

La Casa Bianca adottò in Polonia «un approccio a doppio binario, uno pubblico l’altro coperto, per mandare soldi e materiale»15, e, se le operazioni coperte furono di competenza della CIA, il grande protagonista dell’altro lato del political warface reaganiano fu il NED (National Endowment for Democracy): un “centauro” (o un ibrido) organizzativo sospeso tra governo americano e società civile16. Il compito principale di cui fu investito il NED fu la promozione delle istituzioni democratiche nel mondo, in risposta al proselitismo ideologico delle speculari organizzazioni finanziate dai sovietici17.

Il NED ha svolto un ruolo anche in Serbia nel 2000 nel quadro degli eventi che portano all’uscita di scena del presidente Slobodan Miloševic. Senz’altro un obiettivo politico dell’amministrazione Clinton , perseguito all’indomani della campagna aerea del 1999 che mette fine alla repressione serba ai danni degli albanesi del Kosovo senza però riuscire a cambiare la leadership politica serba. 

In Serbia nel 2000 si delinea uno schema in cui un ventaglio di enti non governativi ma finanziati prevalentemente dal Governo americano sostiene le attività (non violente) delle organizzazioni dell’opposizione, come radio B92 (che riceve donazioni anche direttamente dalla governativa US Agency for International Development), o come Cittadini per le elezioni libere e la Democrazia – CeSID, un’associazione attiva nel controllo delle regolarità del processo elettorale, oppure ancora come Otpor (Resistenza), un’associazione studentesca che sarà protagonista delle manifestazioni di piazza contro Miloševic all’indomani delle elezioni presidenziali18.

È utile sottolineare come in particolare Otpor diventerà presto un punto di riferimento per i movimenti di altri paesi dell’Europa orientale nonché, in misura non trascurabile, parte attiva nelle “rivoluzioni colorate”. Due leader di Otpor – Srdja Popovic e Slobodan Djinovic – fonderanno a Belgrado nel 2005 il CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy – che dal «dal quartier generale di Belgrado, in Serbia, gestisce una rete di istruttori e consiglieri con esperienza nella costruzione e nella guida di efficaci movimenti non violenti»19.

I veterani di Otpor (e del CeSID) si recano ripetutamente a Minsk nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2001, per stabilire contatti con gli attivisti locali che si oppongono al presidente Lukaschenko, a spese di ONG come Freedom House20. Anche qui, come accaduto in Serbia, l’ambasciata americana lavora per aggregare le opposizioni attorno a un unico candidato (il sindacalista Vladimir Goncharik)21, ma la base di consenso su cui poggia il potere di Lukaschenkoè solida, e la tempestiva azione degli apparati di sicurezza (che ostacolano le iniziative degli attivisti democratici) stroncano ogni eventuale velleità di innescare una “valanga” democratica come quella che ha travolto Miloševic22.

Fin dalla seconda fase dell’era Eltsin, con Evgenij Primakov ministro degli esteri e poi primo ministro, Mosca rivendica sostanzialmente lo spazio post-sovietico, il suo “estero vicino”23, come propria sfera di influenza. È la dottrina Primakov24. Con Putin, poi, la politica estera russa nell’”estero vicino” diviene più assertiva.

Riguadagnata una certa stabilità interna, Mosca si può dedicare alla politica estera azionando spesso e volentieri la leva del ricatto energetico per mettere in riga ora la Bielorussia dell’imprevedibile Lukaschenko ora la Georgia di Shevardnadze (spintasi un po’ troppo in là nel suo movimento verso il polo euro-atlantico). Dal canto suo, e specularmente, l’America si dà da fare per dare una prospettiva di piena indipendenza economica e politica da Mosca alle repubbliche post-sovietiche – si pensi alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che consente di far affluire il petrolio del Caspio nel mercato globale aggirando il territorio russo. L’11 settembre 2001 favorisce una distensione russo-americana, che si rivela però effimera, non portando a un reale superamento delle principali ragioni di attrito, mentre proprio nel mezzo della lotta globale al terrorismo islamico la Georgia apre le porte a una piccola ma significativa presenza militare americana sul proprio territorio che acuisce le apprensioni russe. È in questa cornice di larvata competizione geopolitica che vanno dunque inserite le “rivoluzioni arancioni”25.

Il denaro che arriva in Georgia per i programmi di assistenza democratica serve a finanziare, tra l’altro, i viaggi dei leader dell’opposizione georgiana Zurab Zhvania e Mikheil Saakashvili in Serbia e in Polonia, dove essi possono ricevere consigli dai veterani dei movimenti democratici locali26. Il proposito dei militanti georgiani è molto chiaro: far leva sulle elezioni parlamentari della fine del 2003 – quando mancano ancora due anni alla scadenza del mandato presidenziale di Shevardnadnze27 – per ottenere la «prematura rimozione di un presidente legalmente eletto»28.

È però in Ucraina, nel 2004, in occasione delle elezioni presidenziali che vedono in lizza Victor Yanukovich e Viktor Yuschenko che le «U.S. – supported activities» si fanno più intense29. Ritroviamo, in questo contesto, i veterani di Otpor – accompagnati peraltro dai militanti georgiani di Kmara reduci dalla “Rivoluzione delle Rose” – nel ruolo di “precettori” degli attivisti ucraini che si oppongono al presidente Leonid Kuchma e al suo erede designato Yanukovich, con il contributo delle solite ONG occidentali30.

La guerra variamente definita dai russi come “non-convenzionale”, “sovversiva”, “di coscienza” o “ibrida” è, invariabilmente, dalla prospettiva di Mosca, una strategia non militare ma per nulla pacifica di regime-change a cui ricorrono le potenze occidentali per imporre i loro obiettivi geopolitici. Gli analisti russi ragionano, implicitamente o esplicitamente, a partire dalla constatazione almeno di un’importante continuità, tra Guerra fredda e dopo-Guerra fredda: la persistenza del fattore nucleare che protegge, oggi come nella stagione del bipolarismo, il territorio russo da aggressioni di tipo militare e convenzionale31.

Strategia che non ha protetto Teheran soprattutto perché l’Iran non possiede armi nucleari operative, ma solo una capacità definita “di soglia” o “near-threshold”, che gli consentirebbe di sviluppare una capacità nucleare in tempi relativamente brevi. Tuttavia la fase in cui si trovava ancora a febbraio di quest’anno consente un suo significativo degrado, seppur a un costo estremamente elevato32.

L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio 2026 – Ruggito del Leone – è, per dimensioni e intensità, molto superiore a quella condotta a giugno 2025 dall’amministrazione Trump contro siti nucleari. Gli obiettivi questa volta sono Teheran e altre città ed aree del paese e la guida suprema Ali Khamenei.

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma33.

Una spirale di tensione che va ricondotta ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del Partito di Dio libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico34.

Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz35.

L’operazione Epic Fury, lanciata da Trump il 28 febbraio 2026, rappresenta il secondo round di attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Tale operazione ha determinato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Il blocco ha interrotto anche il transito delle metaniere che esportavano gas dal Qatar e dagli Emirati. I paesi che beneficeranno di una crisi prolungata sono quelli la cui esportazione non transita da Hormuz: Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada36.

La drammatica evoluzione degli eventi del 3 gennaio 2026 su Caracas è il culmine di una campagna di pressione durata mesi e iniziata a metà settembre con attacchi militari contro imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Inoltre, il massiccio dispiegamento di navi da guerra americane, al largo delle coste venezuelane, aveva già indicato un cambio di passo da parte degli USA. L’operazione è stata ufficialmente catalogata come operazione di contrasto al narcotraffico. Con l’arresto di Maduro però lo scenario cambia: le accuse di narcoterrorismo (il narcotraffico è stato ribattezzato dall’amministrazione Trump “minaccia terroristica”) sembrano aver fornito la cornice formale dell’operazione, ma l’arresto e il trasferimento negli Stati Uniti indicano che l’obiettivo principale era politico, ovvero forzare un cambio di regime a Caracas. 

Sul piano politico, il governo di Caracas rappresentava da tempo un obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump.

Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. I

l presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana37.

Ruptly, RT (Russia Today) e Sputnik sono un ecosistema mediatico finanziato dalla Russia e additati in Europa e Stati Uniti per attività di disinformazione e soft power. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione di Sputnik e di diverse entità di RT (RT English, RT UK, RT Germany, RT France e RT Spanish) nell’UE o rivolte all’UE a causa della propaganda legata alla guerra in Ucraina. Ruptly tecnicamente è un’agenzia di video-notizie con sede a Berlino, per cui è europea, e ha continuato a produrre contenuti anche dopo le sanzioni. 

Da tempo la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi, dell’UE e dei suoi Stati membri38.

«La Ruptly di Berlino truffa la gente tanto quanto la fabbrica di troll di San Pietroburgo. Si spaccia per un’azienda privata col fine di nascondere i propri legami col Cremlino. Si presenta come una startup tedesca nonostante sia parte integrante di RT e della rete mediatica di stato»39.

La “guerra ombra” della Russia, intensificatasi a seguito dell’inasprirsi del conflitto in Ucraina, ha trasformato il Baltico in un teatro strategico di crescente tensione tra Mosca e l’Occidente.

Le tensioni nel Mar baltico hanno radici molto profonde e ancora oggi l’area costituisce un importante nodo geopolitico. Da un lato, le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e i Paesi che affacciano da Nord (Svezia e Finlandia) e dall’altro la Russia. 

Prima dell’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass i rapporti erano tesi ma relativamente stabili. Ma, a partire dal 2014, si registrano cyber-attacchi, campagne di disinformazione e attività di spionaggio. Un’ulteriore aggravante è stato l’inasprimento della guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte dall’Unione Europea40. Il numero di attacchi russi in Europa si sono triplicati tra il 2023 e il 2024, concentrati soprattutto sul fianco orientale della NATO, in Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia, così come nel mar Baltico, ma anche verso coloro che fornivano armi o altri materiali all’Ucraina, o che davano rifugio a disertori russi (Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito). Non sono stati registrati attacchi contro Paesi con relazioni più strette con la Russia, come Ungheria o Serbia41.

Jessikka Aro nel libro La guerra segreta di Putin racconta nel dettaglio delle operazioni ibride della Russia contro l’Occidente rimarcando in più occasioni il suo punto di vista e le esperienze vissute in prima persona ma determinante, per il lettore, è l’enfasi che ella pone sulle risposte, spesso non adeguate, dei paesi che ne sono stati vittime e di come lo stato sotto attacco e la popolazione siano stati o meno protetti.

Tolstoj si domanda cosa muove le nazioni e la sua risposta stravolge il concetto generale di storia e storiografia. Non sono i grandi leader a determinare il corso della storia, ma la somma delle volontà individuali di innumerevoli persone comuni42. Queste innumerevoli persone comuni possono agire sul corso della storia con le rivolte, con le proteste, con il silenzio, dando il potere a qualcuno o togliendolo. 

«Le democrazie sono definite dalla loro cultura della comunicazione. Se una democrazia consiste nel fatto che i cittadini decidono, collettivamente, cosa deve essere fatto, allora il processo con cui lo fanno determina quasi tutto ciò che segue.»43

Esiste una stretta correlazione tra libertà di opinione, nuove tecnologie e formazione del consenso. Ma questa correlazione quanto è davvero incidente nella limitazione del livello di consapevolezza delle proprie scelte?

«Ogni forma di media ha la sua epistemologia, i suoi pregiudizi, e favorisce certe abitudini cognitive rispetto ad altre.»44Si tratta dei SOC (Sistemi Operativi Culturali). Le culture mondiali sono gestite non solo dalla lingua che parlano ma ancor di più dai sistemi di scrittura che la struttura di queste lingue definisce. I sistemi di scrittura come SOC dominanti sono ciò che distingue fondamentalmente l’Oriente e l’Occidente. Il nazionalismo è una delle tante applicazioni dell’alfabetizzazione fonologica. 

Soprattutto prima dell’assalto algoritmico delle fake news e della post-verità, la maggior parte delle persone dava per scontata l’esistenza di una netta distinzione tra conoscenza oggettiva (fatti scientifici, storici, codici legali) e soggettiva (opinioni, sentimenti, desideri). La trasformazione digitale sta mettendo in dubbio qualsiasi informazione. Colpiti da un’amnesia intermittente, gli utenti fanno sempre più affidamento a sistemi più “intelligenti” lasciando che siano questi a “pensare” e “giudicare”45.

Il passaggio dell’informazione dalla mente allo schermo (qualunque esso sia: televisione, computer o smartphone) è emerso da diversi decenni come l’esternalizzazione della maggior parte delle nostre capacità cognitive, a partire dalla perdita della proprietà privata del linguaggio e del nostro pensiero. Non è né più né meno che la progressiva esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive dal nostro inconscio e persino dal nostro corpo fisico.

La facilità con cui attori politici, criminali e terroristi malintenzionati sono in grado di creare filmati illusori e fittizi, tali da ingannare anche i telespettatori più sofisticati, mette in seria difficoltà istituzioni, leader politici e canali di informazione, costretti a lottare per costruire e proteggere la propria affidabilità46.

Dalla prospettiva degli Stati occidentali, particolare preoccupazione ha generato l’impegno in questo campo da parte di attori russi. L’attenzione per le dimensioni difensiva e offensiva della manipolazione delle informazioni è ben presente anche nella dottrina della Federazione Russa47. Per la leadership di Mosca e attori a essa legati48, la disinformazione costituisce una strategia che, a fronte di investimenti e rischi non ingenti, consente di raggiungere rilevanti obiettivi politici49.

Tali obiettivi possono variare a seconda degli avversari. Per esempio, prima dell’invasione dell’Ucraina, l’influenza della Russia attraverso la disinformazione avrebbe assunto la forma di cerchi concentrici: Mosca punterebbe a generare caos in Ucraina, destabilizzare gli Stati Baltici, influenzare politicamente l’Europa orientale, ingenerare confusione in Occidente e distrarre gli Stati Uniti50. Ovviamente attori riconducibili alla Federazione Russa non sono gli unici a essere impegnati in estese attività di disinformazione51.

Mentre la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata in una fase di conflitto aperto con azioni sia militari che cyber, l’intelligence iraniana non ha assunto il semplice ruolo dello spettatore: è uno degli attori centrali di una guerra ibrida che si gioca su campi tradizionali e digitali, narrazioni sociali e reti di influenza, così come su battaglie di informazioni e sistemi di controllo interno. Quello che sta avvenendo non è un’escalation casuale, ma il risultato di decenni di competizione tra potenze regionali e globali, dove gli strumenti dell’intelligence sono stati ampiamente integrati in operazioni militari, diplomatiche e tecnologiche. Da parte di tutti gli attori. La morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione aerea congiunta israeliano-statunitense, non è stata un colpo di scena improvvisato, ma il culmine di mesi di raccolta di informazioni e di sorveglianza da parte dei servizi di intelligence americani e israeliani. L’operazione è stata resa possibile dalla combinazione di spie umane, tecnologie di sorveglianza satellitare e raccolta dati di segnali e immagini, che ha permesso di localizzare e colpire i principali decisori iraniani con precisione millimetrica. Questo mercato di informazioni ha aperto una fase nuova per l’intelligence, ovvero non più confinata all’analisi e alla previsione, ma parte integrante dell’azione militare e del decision-making strategico. Il conflitto attuale sta mostrando quanto sia centrale la dimensione cognitiva: non conta solo chi controlla i campi militari o i server, ma chi controlla la narrativa. Le operazioni di tipo hack-and-leak, la diffusione di messaggi mirati su reti social e app, e la manipolazione dell’informazione sono tutte strategie che mirano a modellare la percezione pubblica – sia in Iran che all’estero – come parte integrante della competizione strategica. Questo tipo di operazioni va oltre la mera raccolta di informazioni: è progettato per generare effetti su opinione, morale e coesione sociale52.

La disinformazione e la misinformazione rappresentano un rischio grave a livello globale. In tutto il mondo, esistono profonde divisioni tra coloro che cercano di preservare un determinato sistema di valori e le istituzioni che lo governano, e coloro che nutrono opinioni opposte. I gruppi che non hanno beneficiato degli ordini politici, sociali ed economici prevalenti stanno ora assumendo un ruolo politico più centrale. Al centro di questa divisione si trova la polarizzazione che, secondo il Global Risks Perception Survey 2025-2026 (GRPS), rappresenta il terzo rischio più grave nei prossimi due anni. Inoltre, la polarizzazione sociale è identificato come un fattore che contribuisce alla disinformazione, alla disuguaglianza e alle tensioni interne agli stati53.

Sun Tzu, nel suo celebre trattato L’arte della guerra54, sosteneva che il modo più efficace per vincere non è affrontare il nemico sul campo, ma logorarne la resistenza dall’interno.

Questo principio è ancora oggi alla base delle operazioni di disinformazione e influenza condotte da attori statali come la Russia e la Cina. A differenza di Russia e Cina, l’Unione Europea non ha investito adeguatamente in questo ambito. Con la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha abbassato la guardia, smantellando gran parte delle proprie contromisure, mentre Mosca e Pechino hanno fatto esattamente l’opposto, rafforzando in modo aggressivo le loro strategie di influenza. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, Bruxelles ha adottato contromisure, avviando una vasta campagna di informazione tramite le moderne piattaforme sociali. I risultati si sono rivelati soddisfacenti55.

I protagonisti delle “nuove guerre” sono gli stati tradizionali, i terroristi, le bande mercenarie, gruppi etnici, comunità politico-religiose trasversali e diffuse. Sono soggetti che si aggregano e disaggregano sulla base degli “eventi” e degli “obiettivi”, in un modo che sembra sfuggire, per ora, alle dicotomie coerenza/incoerenza e unitarietà/frammentazione. Ciò comporta difficoltà nel distinguere “guerra” e “terrorismo”, ma anche sinergia tra obiettivi simbolici e obiettivi strategici. Gli antagonismi geopolitici sono spesso caratterizzati dal gioco di specchi tra rivendicazioni territoriali e strategie identitarie, così come dalla continua interazione tra rivendicazioni pragmatiche e dettagliate e contestazioni dell’ordine globale56.


1E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica: media e costruzione del consenso, Carocci, Roma, 2011.

2E. De Blasio, M. Socirce, Il disordine informativo e l’odio in rete. Democrazia a rischio, in H-ermes. Journal of Communication, n. 23, 2023.

3G. Gili, Il problema della manipolazione. Peccato originale dei media?, Franco Angeli, Milano, 2001.

4L. Morlino e M. Sorice (a cura di), L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, Luiss University Press, Roma, 2021.

5Swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/il-presidente-polacco-perde-la-vita-in-un-incidente-aereo/8649100 (consultato il 24 marzo 2026).

6Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/katyn_(Enciclopedia-Italiana)/ (consultato il 24 marzo 2026).

7Cz. Madajczyk, Dramat katynski, Pwn, Varsavia, 1989.

8D. Artico, La strage di Katyn nella storiografia sovietica, in Italia contemporanea, n- 223, giugno 2001.

9R. Horyn-Swiatek, The Katyn Forest, Londra, 1988.

10J. Aro, La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente, Neri Pozza, Vicenza, 2026.

11J. Aro, id. (dalla Introduzione, pp. 7-8).

12Il trattato ABM (Anti Balistic Missile) è considerato la base del processo di disarmo che ha consentito la realizzazione degli accordi Start I e II. Si veda: https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed844/pdfbtind.pdf (Consultato il 4 aprile 2026).

13S. G. Jones, A Covert Action. Reagan, the CIA, and The Cold War Struggle in Poland, W.W. Norton & Company, 2018, pp. 9-10. 

14S.G. Jones, op.cit.

15B.B. Fisher, Solidarity, the CIA, and Western Technology, in International Journal of Intelligence and Counter Intelligence, 25 (3), 2012, pag. 429.

16L. Robinson et.al., Modern Political Warface, RAND, 2018.

17C. Stefanachi, Le “rivoluzioni colorate” nelle percezioni strategiche della Russia di Putin: la “guerra ibrida” dell’occidente, in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 1 / 2024.

18C. Stefanachi, op.cit.

19CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy: https://canvasopedia.org/who-we-are/ (consultato il 26 marzo 2026).

20M. MacKinnon, The New Cold War. Revolutions, Rigged Elections and Pipeline Politics in the Former Soviet Union, Random House Canada, 2007.

21M. MacKinnon, op.cit.

22C. Stefanachi, op.cit.

23G. Toal, Near Abroad. Putin, the West, and the Contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017.

24M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, Milano, 2009.

25C. Stefanachi, op.cit.

26L.A. Mitchell, The Color Revolution, University of Pennsylvania Press, 2012.

27M. MacKinnon, op.cit.

28S.F. Jones, The Rose Revolution: A Revolution without Revolutionaries?, in Cambridge Review of International Affairs, n. 1, 2006, pag. 41.

29M. MacKinnon, The New Cold War, cit., pag. 159.

30C. Stefanachi, op.cit.

31C. Stefanachi, op.cit.

32D. Dolzikova, M. Savill, Why Iran may accelerate its nuclear program, and Israel may be tempted to attack it, in Bulletin of the Atomic Scientists, 26 aprile 2024.

33ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 28 febbraio 2026.

34ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

35ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.

36M. Lombardini, Blocco dello Stretto di Hormuz: Petrolio sopra quota cento, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 20 marzo 2026.

37A. De Luca, Trump-Maduro: atto finale, ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 3 gennaio 2026.

38L’UE impone sanzioni agli organi di informazione pubblici RT/Russia Today e Sputnik che svolgono attività di radiodiffusione nell’UE, Comunicato Stampa, Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea, 2 marzo 2022: https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/#:~:text=In%20virtù%20di%20tali%20misure%2C%20l’UE%20sospenderà,confronti%20dell’UE%20e%20dei%20suoi%20Stati%20membri.

39J. Aro, La guerra segreta di Putin, op.cit., pag. 159.

40S. Bissacco, La strategia ibrida della Russia nel mar Baltico: una nuova Cortina di ferro?, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 20 maggio 2025.

41Rapporto CSIS – Center for Strategic & International Studies, marzo 2025: https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/2025-03/250318_Jones_Russia_Shadow.pdf?VersionId=LHamL2L7HJwLgZ7a_wq6xkTIwMh3TFpk (consultato il 29 marzo 2026). 

42L. Tolstoj, Guerra e Pace, 1867.

43Z. Gershberg, S. Illing, The Paradox of Democracy: Free Speech, Open media, and Perilous Persuasion, University of Chicago Press, 2022, Prefazione.

44Z. Gershberg, S. Illing, op.cit., Introduzione.

45D. De Kerckhove, Parole e algoritmi: schizzo per un’antropologia politica della trasformazione digitale, in M. Calamo Specchia (a cura di), Processi politici e nuove tecnologie, Giappichelli, Torino, 2024.

46D. De Kerckhove, op.cit.

47A. Beccaro, Il concetto di Gray zone: la dottrina GERASIMOV e l’approccio russo alle operazioni ibride. Possibili convergenze con la dottrina Cinese. Obiettivi strategici e metodologia d’impiego nello scenario geopolitico attuale. Prospettive del ruolo del Potere Aereo e Spaziale nei “Gray zone Scenarios”, Ricerca, CeMiSS – Centro Militare di Studi Strategici – CASD – Centro Alti Studi per la Difesa, 2021.

48M. Laruelle, K. Limonier, Beyond “hybrid warfare”: a digital exploration of Russia’s entrepreneus of influence, in Post-Soviet Affairs, n. 37, 2021.

49F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico – Anno XXIV n. VII, 2022.

50P. Pomerantsev, M. Weiss, The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture, and Money, Institute of Modern Russia, 2014.

51Si vedano: J.S. Curtis, Springing the “Tacitus Trap”: countering Chinese state-sponsored disinformation, in Small Wars & Insurgencies, n. 32, 2021; M. Dubowitz, S. Ghasseminejad, Iran’s COVID-19 Disinformation Campaign, in CTC Sentinel, n. 13, 2020; D. Byman, The Social Media War in the Middle East, in The Middle East journal, n. 75, 2021.

52A. Teti, Intelligence e guerra ibrida: perché la crisi in Iran può colpire Europa e Italia, in Agenda Digitale, 3 marzo 2026.

53WEF – World Economic Forum, The Global Risks Report 2026: https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf(Consultato il 3 aprile 2026).

54Sun Tzu (500-320 a.C. ca), L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2018.

55Audizione Senato Antoinette Nikolova:https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/649/Audizione_SenatoAntoinette_Nikolova.pdf

56C. Sbailò, Guerre ibride: quali risposte possibili?, in DPCE online, Sp-1 / 2024.


Articolo pubblicato sul numero 79 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Giovanni Nistri, Ho servito lo Stato. Una vita nell’arma

20 martedì Gen 2026

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GiovanniNistri, HoservitoloStato, NeriPozza, recensione, romanzo

Ho servito lo Stato. Una vita nell’arma di Giovanni Nistri (Neri Pozza, 2025, €20) è il racconto intimo di un comandante generale dei Carabinieri alle prese con la sicurezza dello Stato. Per Nistri, essere al servizio dell’Arma significa essere parte significativa di quella nebulosa valoriale che definiamo Patria. Un termine troppo spesso negletto, a volte addirittura confuso con quello di nazione. 

La patria (dal latino pater – padre) è la terra natale, ovvero il paese, il luogo e la collettività cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura, memorie. La nazione in senso moderno assume una specifica e necessaria accezione politica, entrando direttamente in relazione, sebbene in maniera non univoca, con l’idea di Stato. Da questi termini nascono poi i due concetti più generali di patriottismo (che indica l’amore per la patria, le sue istituzioni e i suoi simboli) e di nazionalismo (inteso come sentimento della superiorità della propria nazione rispetto alle altre)1.

Non ci sono asserzioni di superiorità nel libro di Nistri, né riguardo lo Stato italiano né tantomeno riguardo il suo operato che egli stesso scandaglia nel profondo, soprattutto per le scelte difficili, alla ricerca di una conferma che, ogni volta e comunque, ha operato la scelta migliore per quel preciso momento. 

L’idea del libro nasce dall’esigenza di lasciare scritto nero su bianco il racconto intimo della vita personale e professionale di un nonno, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, affinché la sua nipotina potesse apprendere il suo modo di pensare, quello di agire, di confrontarsi con gli oneri e gli onori di una vita spesa al servizio dello Stato. E che non fosse costretta cercare informazioni su internet, dove si trova tutto ma in una visione distorta, amplificata seppur settaria. 

L’evoluzione tecnologica ha determinato un mutamento significativo nel rapporto fra fruitore di notizie e ricerca e conseguimento delle stesse. Oggi non è il cittadino a cercare l’informazione ma è la notizia a cercare il cittadino/utente2. Quello che accade è un effetto di inscatolamento del nostro mondo informativo, di costruzione dei mondi di vita a nostra immagine e somiglianza offrendo a ognuno ciò che gli interessa3. La diffusione dei social network ha fatto sì che l’utilizzatore di Internet sia egli stesso produttore di notizie e informazioni e, nel medesimo tempo, diffusore di news e informazioni veicolate da terzi ma tagliate su misura del cibernauta. Così che il web da strumento del pluralismo informativo si è trasformato in un medium che produce effetti distorsivi sulla circolazione delle idee trasformando il dibattito pubblico – che si alimenta e nutre di diversi punti di vista – in asfittico e polarizzato4.

E allora ci si potrebbe chiedere se l’autore, nel tentativo di “salvare” la nipote dalle informazioni deviate del web non ne abbia create di proprie, scrivendo l’immagine di sé voluta dal suo stesso io.

In un’autobiografia il rischio di raccontare una verità edulcorata, o quantomeno plasmata secondo gli obiettivi che lo stesso autore si è prefisso, è un rischio da mettere in conto eppure Nistri sembra essere riuscito nell’impossibile missione di raccontare sé stesso in un’ottica obiettiva e critica. Mettendo a nudo debolezze e sentimenti, tensioni e riflessioni, desideri e ricordi.

La collana in cui è stato inserito il libro è dedicata alle biografie di persone varie, ognuna portatrice, nel proprio ambito, di competenze e conoscenze. Durante gli anni trascorsi nell’Arma, Nistri non ha compiuto azioni eclatanti, né arrestato superlatitanti. Ha volutamente evitato sovraesposizioni mediatiche. Egli stesso si è autodefinito un “grigio burocrate”. Eppure, con la sua autobiografia, è riuscito a raccontare l’uomo e il generale in un modo davvero particolare, singolare, che riesce a dare nozione al lettore di cosa significhi davvero dedicare la vita a servizio dello Stato. 

Narrare di sé significa innanzitutto interrogarsi sullo statuto della propria identità, sulla cifra che ci contraddistingue; significa comunicazione, comunicare a noi stessi e agli altri chi siamo; significa trasformare il monologo interiore in dialogo con l’alterità; significa scandire e dare regolazione alle nostre emozioni mediante la rappresentazione degli eventi della nostra vita5. Tutto questo è il libro Ho servito lo Stato di Giovanni Nistri. 


1Fonte: Treccan100

2F. Abbondante, La tirannia degli algoritmi e la libertà di manifestazione del pensiero. Lo stato dell’arte e le prospettive future, in i-lex. Scienze Giuridiche, Scienze Cognitive e Intelligenza Artificiale, Fascicolo 12, Dicembre 2019.

3M. Calise, F. Musella, Il Principe Digitale, Laterza, 2019.

4C.R. Sunstein, Republic.com 2.0, Princeton, 2007.

5L. Trisciuzzi, B. Sandrucci, T. Zappaterra, Il recupero del sé attraverso l’autobiografia, Firenze University Press, 2005.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Madhumita Murgia, Essere umani. L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite

18 giovedì Dic 2025

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Essereumani, MadhumitaMurgia, NeriPozza, recensione, saggio

Se non ci fa più alcun effetto interagire con un chatbot, dovrebbe invece scuoterci sapere che non c’è più ambito umano che non sia colonizzato da sistemi automatizzati – dall’istruzione al lavoro, dal bene pubblico ai diritti, dall’economia alla salute – e che il libero arbitrio forse non esiste più. È questo il nodo centrale dell’analisi condotta da Madhumita Murgia inEssere umani (Neri Pozza, 2025). Un libro non sull’intelligenza artificiale ma sugli esseri umani, sulla pervasività dell’IA sull’agentività umana, sul nostro essere umani che viene costantemente trasformato in dati vendibili e acquistabili. E così che le nostre vite vengono quotidianamente vendute, svendute e rimodellate.

I data broker sono delle società che raccolgono dati sulla vita online delle persone e li trasformano in profili vendibili. Le aziende di maggior valore oggi, genericamente indicate come Big Tech, hanno guadagnato secondo il medesimo principio: trasformando le nostre vite in nuvole brulicanti di dati in vendita. 

Con l’aiuto di una piccola start up pubblicitaria, l’autrice è riuscita a rintracciare il suo profilo, ovviamente anonimo ma agevolmente riconoscibile. La versione di sé stessa anonimizzata era un dossier di circa dieci pagine compilate da un’agenzia di rating che opera anche come broker di dati.

Google, Meta e Amazon hanno raffinato le strabordanti riserve di dati che si riversano sulle loro piattaforme, generati da miliardi di persone in tutto il mondo, e, per fare soldi, hanno imparato a estrarre i dati e usarli per vendere raccomandazioni, contenuti e prodotti personalizzati e mirati. L’erede del business dei big data è una singola tecnologia: l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni il significato dell’espressione è cambiato, ma essenzialmente l’IA è un software statistico complesso applicato alla ricerca di schemi e relazioni in grandi dataset del mondo reale. 

La questione di come allineare il software di IA ai valori umani è al centro del dibattito attuale – insieme alla questione di quali siano questi valori universali.

L’IA generativa è in grado di produrre testi scorrevoli, immagini e codici indistinguibili dalle creazioni umane, che vengono trasmessi senza filtri in tutto il mondo, influenzando profondamente pensieri e convinzioni. Si usano sistemi di IA per assumere personale, prendere decisioni in materia di investimenti, per consigliare alle persone come calmare l’ansia o diagnosticare disturbi. Ma quale morale è incorporata nel software? È un interrogativo evidenziato dall’autrice e indagato dai leader religiosi. 

Sottolinea Murgia quanto il motto “innovazione responsabile” non sia mai stato il mantra della Silicon Valley dove, piuttosto, vigeva la regola indicata da Mark Zuckerberg “muoviti veloce e spacca tutto”. Il costo elevato di queste forze dirompenti è diventato evidente soltanto negli ultimi anni, basti pensare al ruolo dei social media nella manipolazione elettorale, nelle teorie del complotto e nei disturbi mentali degli adolescenti, all’impatto delle piattaforme di trasporto e consegna tramite app sui diritti dei lavoratori e alla perdita collettiva della privacy online. 

E così l’autrice raccontando di sé stessa, di una poetessa britannica, di un rider di Pittsburg, di un attivista cinese in esilio, di una rifugiata irachena a Sofia e di un frate francescano a Roma, racconta in realtà dell’umanità tutta di questo ombroso Terzo Millennio in cui le luci abbaglianti del progresso a ogni costo rischiano di oscurare proprio ciò di cui avremmo più bisogno: il nostro “essere umani”. 

Il libro

Madhumita Murgia, Essere umani. L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2025.

Traduzione dall’inglese di Simonetta Frediani.

Titolo originale: Code Dependent. Living in the Shadow of AI.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Franz Kafka, Max Brod, Un altro scrivere. Lettere 1904-1924

01 lunedì Lug 2024

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FranzKafka, MaxBrod, NeriPozza, recensione, saggio, Unaltroscrivere

Franz Kafka e Max Brod si conobbero, non ancora ventenni, nel 1902. Da quel primo incontro nacque un’amicizia. Un rapporto asimmetrico: da un lato un intellettuale – Brod – che andava riscuotendo un crescente successo fino ad apparire agli occhi dei suoi contemporanei una figura di prima grandezza nella cultura praghese di lingua tedesca, dall’altro uno scrittore che viveva con un misto di vergogna e orgogliosa consapevolezza il proprio straordinario talento. 

In un fitto intreccio di confidenze, aneddoti, riflessioni, Kafka condivide con Brod ogni aspetto della sua esistenza, dalla composizione dei romanzi fino alle sue tormentate storie d’amore. Nelle reciproche incomprensioni, nelle differenze del modo di guardare alla vita e alla scrittura, la disparità tra i due autori affiora di continuo, tanto che davvero potrebbe sembrare, come osservò Walter Benjamin, che Kafka abbia voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita.

Kafka e Brod concepiscono la vita, la scrittura e il legame fra esse in maniera radicalmente contrapposta. Brod era cresciuto in una famiglia alto-borghese nella quale l’offerta culturale era ricca e variegata. Socievole, spigliato, estroverso e con i tratti particolari e stereotipi del letterato decadente, egli suscita nel ritroso Kafka un sentimento misto di sincero apprezzamento e di avversione, che resterà una costante nel loro ventennale rapporto di amicizia. 

La preghiera che Kafka rivolge a Brod in momenti particolarmente critici della sua malattia, chiedendogli per ben due volte di bruciare ogni suo scritto, la volontà di scomparire totalmente dalla memoria dell’umanità, non è tanto legata al sentimento di vergogna che accompagna la sua intera esistenza, tanto meno è segnata dalla implicita consapevolezza che l’amico farà l’esatto contrario, come alcuni commentatori hanno rilevato (E. Heller, S. Fisher). Si tratta piuttosto di un’esigenza profondamente legata a una concezione della scrittura come discesa negli abissi, come condanna e redenzione, come concezione pervasa da uno spiccato narcisismo spinto fino al limite dell’autocommiserazione. 

Sottolineano Rispoli e Zenobi nella introduzione quanto è a questa vanità, a questa necessità scaturita da una sfrenata ansia di godimento che Kafka non vuole soccombere, perché se in vita ciò significa combattere la paura della morte e cioè, sostanzialmente, rinunciare a vivere nello scrivere, tale funzione resta indissolubilmente legata alla vita terrena dello scrittore e non può che finire con essa. 

Max Brod avrebbe tracciato una netta separazione tra le proprie espressioni pubbliche (opere) e quelle private (il diario e le lettere). Di qui il minor valore letterario delle sue lettere.1 Quelle di Kafka testimoniano invece di continuo il trionfo della letteratura sulla vita, il trionfo dello scrittore sull’uomo. Per questo esse sono a tutti gli effetti parte dell’opera.2

In Kafka questo trionfo si traduce nella tendenza a fare di ogni lettera l’occasione per creare un brano letterario, attraverso un processo in cui ogni cosa, ogni esperienza – e da questo non sono esclusi il proprio corpo e la propria persona – diventa segno e metafora. 

A Praga Kafka vive a diretto contatto con le teorie che andavano rivoluzionando la realtà del mondo scientifico e che, grazie alla fenomenologia e alla psicologia, riflettono sulle percezioni e sulla vita cosciente autoconsapevole. Le indagini che intrecciano fisica e riflessione filosofica pongono dinanzi ai paradossi di una realtà che smentisce i sensi non solo scoprendo nuove leggi fisiche ma pure zone di latenza che fanno segno a un mondo che sfugge alla psicologia descrittiva. Kafka ha sempre mostrato interesse per tutte le manifestazioni di vita interiore e diffidenza per le costruzioni onnivore e macchinose. La sua letteratura, le annotazioni di diario, le missive, i frammenti, gli aforismi non fanno che esplorare il divenire cosciente di fatti ed eventi, distinti dalle percezioni sensoriali come pure dal processo rappresentativo e generati altrove.

La complementarità che nella fisica del Novecento travolge ogni aspettativa legata ai sensi erode il fondamento di ciò che comunemente chiamiamo realtà esterna poiché comporta l’impossibilità di determinare la natura di un fenomeno in maniera univoca. Se saltano causalità, non-contraddizione, località, simultaneità di spazio e tempo, il soggetto che conosce perde le coordinate di riferimento del suo proprio orizzonte fisico e interiore. Greenberg considera la complementarità uno strumento adatto allo studio della letteratura di Kafka. Alla complementarità si potrebbe aggiungere la prospettiva psicoanalitica per cui il soggetto della conoscenza si trova incagliato in una situazione paradossale e indecidibile. Bisogna indagare come questa complementarità, estranea all’Io corporeo, ai sensi, alla nostra immagine allo specchio, costituisca lo sfondo irrappresentabile dei processi creativi.3

Vi è un aspetto che ha particolarmente colpito Rispoli e Zenobi del carteggio tra Kafka e Brod, ovvero l’assenza. L’opera letteraria di Kafka, una pur minima discussione su di essa, risulta del tutto esclusa, salvo brevi accenni, dallo scambio epistolare. In realtà sono poco numerose anche le lettere in cui si affronta il tema della letteratura. È dunque molto probabile che Kafka abbia voluto costruire una sorta di muro. Un simile processo di preservazione agisce non solo riguardo le opere concluse, ma anche in merito al proprio processo di creazione letteraria. Il suo scrivere è un lavoro notturno, una discesa agli inferi che in una condivisione con l’altro non potrebbe trovare che il proprio annientamento. 

«Io non ho un interesse letterario, ma sono fatto di letteratura, non sono e non posso essere altro.» (Franz Kafka)

Per Kafka è lo stile a far parlare il corpo in una sua verità, a conferirgli ritmo e pause. Nel momento della scrittura il cogito deve essere tenuto a bada per non interferire con il godimento. Il ricorso alla punteggiatura come ad altri segni paragrafematici, l’attenzione per gli elementi prosodici, i tratti sovrasegmentali, l’abitudine di illustrare le sue scritture con schizzi a penna ha funzione pittogrammatico-auditiva. Parlare di rappresentazione tenendo conto del soggetto dell’inconscio e delle sue interferenze nella vita vigile comporta pertanto una torsione logica che mette in discussione i concetti. La realtà psichica è attraversata da parte a parte non solo dalla mancanza, dal senso della perdita ma proprio per questo, e soprattutto, dalla tendenza allucinatoria a negare, denegare o forcludere il vuoto costitutivo della soggettività. L’apertura verso l’oggetto di soddisfacimento allucinatorio non può aver luogo se non in condizioni particolari, quali lo stato di sonno o quegli stati semi-oniroidi che strutturano i processi creativi. Ne consegue che l’esame di realtà consiste in un incessante lavoro di filtraggio, atto a raggiungere un grado di omeostasi, una sorta di bilanciamento tollerabile tra stimoli endogeni ed esogeni. Fin dalle prime scritture si misura l’inadeguatezza del limite imposto dal principio di realtà che è sempre frutto di un accomodamento. Si tratta di stare nelle cose prima che l’Io dell’appercezione cominci a raccontarsi. Addirittura stare nelle cose prima di esistere per farle esistere. Dismettere il narcisismo del controllo auto-consapevole per stare presso le cose e guadagnare quella stabilità che rende pervie, elastiche e porose le sinapsi di connessione nel reticolo del paraeccitazione. Si tratta, infine, di stare appena un poco fuori di sé presso di sé per incontrarsi là dove non ci si aspetta ed è questo il lavoro dell’artista, dello psicoanalista e del poeta.4

Mentre per Brod la letteratura e il sionismo sono una cosa sola, per Kafka al contrario la letteratura, la propria solitaria attività di scrittore, è esattamente ciò che lo preserva fin da principio da un’adesione al sionismo, facendosi piuttosto momento di resistenza a ogni propaganda nazionalistica e a ogni strumentalizzazione della parola. 

Fin dal 1911, abbandonate le posizioni del cosiddetto «indifferentismo», Max Brod aveva risposto al richiamo di Martin Buber e del suo sionismo culturale. Ciò significava guardare con riprovazione o quantomeno con sospetto a quegli intellettuali ebraici avviati a un’assimilazione in cui ogni identità e ogni appartenenza a una patria e a un popolo andavano confondendosi in un atteggiamento cosmopolita. Sottolineano Rispoli e Zenobi quanto il difficile tentativo di delineare il profilo degli scrittori ebraici di lingua tedesca, dando vita a uno spazio letterario idealmente separato dalla cultura germanica, fu naturalmente anche un tentativo di risposta al montante antisemitismo. Tuttavia, per molti versi le tesi sostenute dal sionismo culturale finivano per essere tutt’altro che incompatibili con certe forme di nazionalismo germanico radicalmente antisemita: comune a entrambe le tendenze era il rifiuto di un cosmopolitismo in cui venissero meno le tradizionali identità, si trattava cioè della radicale affermazione di uno spirito nazionale che doveva mantenersi distinto da ogni contaminazione. 

Simili affinità erano tutt’altro che segrete se si pensa che nella stessa «Selbstwehr» (la rivista con cui collaborava Brod) si parlava di un patto di alleanza con gli ambienti culturali più conservatori, il cui fine era appunto quello di stanare gli ebrei ormai impregnati di cultura tedesca, spingendoli a riconoscere le proprie origini.5

Soffermarsi sulla parabola della scrittura kafkiana consente di accorgersi che quanto più si fa enigmatica tanto più diventa la cifra della solitudine dell’ebreo occidentale senza memoria e senza radici, della stanchezza dell’intellettuale nei confronti di un tempo avvertito come rassegnato perché incapace di trovare un riscatto, della inesausta ricerca della verità del proprio tempo che passa attraverso la scrittura. E, in particolare, la lotta contro la modernità dispiegata, contro i suoi apparati burocratici e i meccanismi di controllo e di potere, che avvinghiano l’uomo facendolo sentire «nessuno», come avviene nell’opera il Processo, diventa l’espressione di quella ebraicità ai margini, su cui tanto ha insistito Arendt quando l’ha esemplificata nella figura del paria.

È nel mettere a tema l’esclusione e l’isolamento che Kafka intercetta la via per una nuova consapevolezza dell’ebraicità, dopo le stagioni dell’assimilazione e del ghetto, quella che passa attraverso l’adesione a un difficile sionismo e a una letteratura militante che celebra il valore dell’arte quando resiste alla barbarie del proprio tempo. Del resto, appartenere a quella “età ebraico-occidentale”, la westjüdische Zeit, che comprende i primi decenni del Novecento, significa percepire sulla propria pelle la negatività del proprio tempo e della propria condizione. Con questa espressione lo scrittore descrive la situazione umana e morale degli ebrei di lingua tedesca, ovvero gli ebrei di Praga e di lui stesso, il “più occidentale” dei suoi stessi correligionari e per questo incapace di sentirsi pienamente a casa, sospeso com’era tra l’ebraicità occidentale e la cultura assimilata, fra l’ebraicità orientale e il sionismo.6

Ciò che ha costretto Kafka a tradurre nella scrittura l’atmosfera ambigua della città e ad avvertire il peso di una storicità decaduta o assente è il vivere non tanto dentro un crogiuolo di culture, ma dentro un ebraismo circoscritto e isolato. 

Lontano dalla realtà difficile dell’assimilazione e tuttavia investito dalla urgenza di farsi carico della crisi della identità ebraica, ancor prima dell’esplosione drammatica della follia nazista, lo scrittore traduce questa realtà antinomica dentro una prosa lucida, pulita, razionale che non cede mai all’innamoramento della parola o della prosa epica. La tensione che si instaura tra la pulizia formale del testo e l’ermeticità di una rappresentazione che immobilizza il lettore nella esperienza dell’assurdo e di figure senza tempo rivela la lotta dello scrittore contro il caos e il disordine della storia. Una scrittura che nel prendersi in carico la paura di chi non riesce a comprendere cosa sta accadendo, preferisce differire parlando lo stesso linguaggio razionale ed efficiente che la modernità occidentale aveva inventato insieme al treno, alla macchina e all’aereo. Opere con cui si cerca di dissolvere le inquietudini e le menzogne, mentre la scrittura ingaggia con esse una lotta simile a quella “con gli spettri”, necessitata da un interno bisogno di verità che ricerca parole in grado di accoglierla.7

Uno dei tanti spettri indagati da Kafka è per certo la tubercolosi. Proprio lo sgomento davanti alla mancanza di senso di questo evento scatena la ricerca di una interpretazione, la ricerca dunque di fare della malattia una metafora.8 Kafka fin da principio si adopra a ricercarvi un significato e per questo vuole vedere nella lesione polmonare “soltanto” un Sinnbild, un simbolo, tanto che la malattia viene interpretata in un passo del diario come «la possibilità, se pure questa esiste, di incominciare». La malattia diviene quindi per molti versi espressione somatica dell’incapacità di aderire ai valori della comunità. Essa è simbolo dell’inadeguatezza alla vita borghese nel seno della comunità ed è anche dolorosa e palese confutazione di una propaganda, quella sionista, che – sul modello del culto del corpo e dell’attività fisica portato avanti dalla pedagogia legata alla Jugendbewegung e alle organizzazioni nazionalistiche europee (dalle Turngesellschaftengermaniche ai Sokol cechi) – era tra le altre cose volta a coltivare il vigore fisico del popolo ebraico. 

In questo Rispoli e Zenobi suggeriscono la possibilità di osservare una qualche forma di convergenza tra Kafka e Brod: per entrambi infatti la tubercolosi non è solo affezione che colpisce i polmoni, ma diviene sintomo di qualcosa di diverso. Solo che mentre per Brod essa va superata, per Kafka la malattia è anche ciò che gli consente di affrontare i propri fallimenti e la pressione che ne deriva, l’incapacità di fare parte del popolo e della nazione. 

Ecco allora che la tubercolosi che ha colpito Kafka diventa metafora, manifestazione fisica di un più ampio disagio, dell’inadeguatezza a rientrare in seno a una comunità attraverso il matrimonio e la rinuncia alla propria solitaria esistenza.9

L’impegno di vivere e rappresentare il negativo del proprio tempo emerge in ogni piega dell’opera di Franz Kafka. Del negativo, del nulla, dell’assurdo, del senso e del paradossale assurgere del negativo Kafka fu l’interprete e il poeta.10Mentre per Kafka Max Brod costituisce uno straordinario medium di accesso diretto a tutto ciò che nella realtà egli esperiva come mediato, per Brod l’amico era capace, come un sensibilissimo reagente chimico, di portare alla luce i moventi, anche più reconditi, del suo agire. 

Il libro

Franz Kafka, Max Brod, Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, Neri Pozza Editore, Vicenza, seconda edizione 2024.

Traduzione e Introduzione di Marco Rispoli e Luca Zenobi. 

Titolo originale: Max Brod – Franz Kafka. Eine freundschaft. Briefwechsel. 

1M. Pasley, Nachwort in Max Brod – Franz Kafka, eine freundschaft. Briefwechsel ( a cura di M. Pasley), S. Fisher, Frankfurt, 1989.

2G. Deleuze e F. Guattari, Kafka – Per una letteratura minore, Quodilibet, Macerata, 1996.

3R. Maletta, Franz Kafka: la letteratura tra serie complementare freudiana e meccanica quantistica, IRIS – Institutional Research Information System – AIR – Archivio Istituzionale della Ricerca, Università degli Studi di Milano, Milano, 2018

4R. Maletta, Sopra un frammento del giovane Kafka. Modi della Vorstellung, Materiali di Estetica, N. 4.2, Università degli Studi di Milano, Milano, 2017.

5G. Baioni, Kafka: letteratura ed ebraismo, Einaudi, Torino, 1984.

6G. Costanzo, Franz Kafka: la metafora della “tana” come rifugio e come scavo,  Itinerari – Mimesis Journals, N° LXII, 2024.

7G. Costanzo, op.cit.

8S. Sontag, Malattia come metafora, Einaudi, Torino, 1992.

9F. Kafka, W. Haas (a cura di), Lettere a Milena, Mondadori, Milano, 1988.

10G. Bruno, Scrittura ed ebraismo in Franz Kafka, ESE Publications – UniSalento, Volume )/10, Lecce, 1988.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di neri Pozza Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani

12 venerdì Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste, Recensioni

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MarcoValle, NeriPozza, recensione, saggio, Viaggiatoristraordinari

Gli esploratori sono passati alla storia per la maggiore con l‘immagine stereotipata dell’avventuriero conquistatore e portatore di civiltà e progresso. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante e un fucile. Marco Valle definisce gli esploratori come un’espressione contraddittoria di un’epoca e di una cultura. Raccogliendo le sue considerazioni per l’intervista, ha sottolineato quanto essi, per i critici del colonialismo, «avessero una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, portar loro informazioni su luoghi arcani e inaccessibili, cercare risorse ricchezze mercati, rappresentare e ribadire la primazia dell’Occidente». Ma, come ricorda egli stesso nel libro, dai loro diari traspaiono i caratteri di uomini inquieti, a disagio se non in totale rottura con le società da cui provengono. Nelle terre incognite gli esploratori cercavano non solo fama e ricchezze, anche la possibilità di dare un senso alla propria esistenza. «Appena abbandonato l’ultimo avamposto, il protagonista – ormai fabbro del proprio destino – poteva riscrivere regole ritmi comandamenti, conquistare regni e popoli. Una sensazione di assoluta libertà che valeva ogni rischio: il viaggiatore straordinario poteva ammalarsi o cadere prigioniero, languire e spegnersi in modo atroce in qualche angolo sperduto, ogni spedizione poteva trasformarsi – per una micidiale roulette russa – in un disastro, eppure ogni imprevisto, anche il più tragico, era preferibile alle atmosfere asfittiche e mediocri della madrepatria».

Nell’immaginario europeo, il continente africano in particolare è stato per lungo tempo avvolto da un alone di mistero e di paura in quanto luogo inaccessibile, indicibile, spazio tenebroso e oscuro, abitato da popolazioni selvagge e primitive. Ciò che viene visto e descritto dal viaggiatore-narratore non diventa soltanto fonte di un sapere geografico, ma, attraverso la capacità del linguaggio di fissare nei luoghi e nei paesaggi dei significati “pensati”, si configura come coscienza territoriale che diffonde nell’immaginario collettivo una serie di messaggi. Storici e critici letterari hanno ampiamente dimostrato come l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa abbiano fatto circolare nella cultura europea una serie di immagini e temi che, richiamandosi a una evidente matrice romantica, si manifestano attraverso una serie di moduli narrativi e letterari ormai collaudati, quali l’esaltazione dei paesaggi lontani e pittoreschi, il fascino della caccia, delle donne, il godimento di sensazioni straordinarie provocate dal contatto con una natura selvaggia, brutale. Lo spazio geografico diventa così il luogo nel quale si esprime e si manifesta la capacità dell’europeo di dominare il terreno, sia soggiogando le forze della natura che mettendone in risalto i valori positivi, poiché in questa prospettiva il paesaggio non è più incomprensibile, Altro da sé, ma leggibile in quanto trasformato (E. Ricci, Paesaggi africani: dalla seduzione esotica al discorso colonialista, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2017). 

Cronache di viaggi, reportages, romanzi di ambientazione africana, si svolgono così generalmente secondo modalità che ricorrono esplicitamente ai moduli del pittoresco e dell’esotismo per evocare mondi lontani, ignoti, connotati dai segni di un Altrove mitico (E. Ricci, op.cit.). È chiaro che il discorso si sviluppa secondo una retorica nella quale la realtà deve essere considerata fondamentalmente come diversa ma le problematiche che ne scaturiscono sono sempre in funzione del sapere e delle considerazioni dell’osservatore (B. Mouralis, Les contre-littératures, Presses Universitaires de France, Parigi, 1975).  L’avventura si manifesta, per definizione, agli antipodi del quotidiano, del conosciuto, del banale. Valle descrive i viaggiatori italiani come «personaggi estremi, molto inquieti (e talvolta anche un po’ matti) che percorsero dal Settecento in avanti le zone più sconosciute e inesplorate dei cinque continenti per spingersi, in anni meno lontani, fino ai due Poli del globo». 

In relazione all’evoluzione del contesto socio-culturale europeo e al diffondersi delle dottrine letterarie coloniali tendenti a valorizzare un nuovo tipo di letteratura avente per oggetto e non solo per sfondo i territori d’oltremare, l’esotismo tende a trasformarsi, assimilando concetti e procedimenti narrativi improntati a una visione nazionalistica, imperialista che legittima il progetto politico, economico e militare degli stati europei (R. Ricci, op. cit.). L’autore ci tiene però a sottolineare che gli italiani hanno sempre mostrato un atteggiamento differente: «troviamo puntuale in ognuno il disgusto profondo verso la piaga dello schiavismo e la diffidenza se non il pieno rifiuto verso ogni forma di colonialismo predatorio». 

Gli italiani in effetti si sono avventurati per terre inesplorate senza neanche sapere bene il perché. In Africa, per esempio, bisognava restarci non per diffondere civiltà, dato che gli abissini non erano selvaggi e idolatri ma per far posto alla colonizzazione contadina immigrata – o che sognava di immigrare – dall’Italia, come molti credevano utile e possibile (P. G. Solinas, Coscienza coloniale e affari indigeni. L’Africa italiana da Ferdinando Martini a Giacomo De Martino, La Ricerca Folklorica, n° 18, ottobre 1988). Una visione. Esattamente come la galleria di esistenze tratteggiata da Valle: «una piccola, grande epopea scritta e vissuta da scienziati visionari, da coraggiosi missionari, da pionieri scalcagnati, da soldati allergici alle caserme, da tormentati aristocratici, da squattrinati esuli». 

Il libro

Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2024.


Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile della rivista Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Neri Pozza Editore e l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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“Un solo essere” di Marco Montemarano (Neri Pozza, 2015)

24 sabato Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MarcoMontemarano, NeriPozza, recensione, romanzo, thriller, Unsoloessere

“Un solo essere” di Marco Montemarano: l'omicidio di Domenico Lorusso. Una storia vera

Un solo essere di Marco Montemarano, edito da Neri Pozza, inizia con il resoconto di quanto accaduto alle 22:00 del 28 maggio del 2013 lungo un tratto di pista ciclabile a Monaco di Baviera.

Domenico e la fidanzata Marianna (ma non è questo il suo vero nome) rientravano a casa in bicicletta dopo aver cenato nel loro ristorante preferito…

«Ci ha messo un po’ a sentirsi una guancia bagnata, a capire che quell’uomo, uno sconosciuto, le aveva sputato in faccia. Lo sconosciuto ha aspettato che Domenico si avvicinasse e poi lo ha ucciso con cinque coltellate».

Il delitto è avvenuto a 300 metri da casa dell’autore che a quell’ora si trovava sull’altra riva del fiume e chiacchierava con suo amico. Montemarano ha sentito la sirena dell’ambulanza, ha notato la concitazione ma solo in seguito ha scoperto quanto accaduto. Lui Marianna la conosceva, era stata una sua studentessa, e conosceva anche il fidanzato, italiano originario di Potenza, di trentuno anni, morto dissanguato sull’asfalto per nessun motivo.

Il libro di Montemarano, Un solo essere, è dedicato dall’autore a Domenico e Marianna.

Quanto accaduto ha inspiegabilmente interrotto la vita di Domenico, ha cambiato quella della fidanzata Marianna e dei fratelli che ancora cercano una spiegazione e un colpevole, ma ha segnato anche l’esistenza dell’autore che inizia a formulare domande e avanzare ipotesi, riportate in corsivo nel libro, a riflettere su tanti aspetti e comportamenti, a osservare le persone, la città e il mondo che lo circonda in maniera diversa. Così nasce Un solo essere che è il racconto della storia d’amore tra Natalia e Martin e dell’omicidio di Martin avvenuto per mano di uno sconosciuto. È evidente che l’autore riscrive il cruento fatto di cronaca ma il libro è anche l’occasione per Montemarano di riflettere sui comportamenti delle persone, sui trascorsi che possono tornare da un momento all’altro, sui sentimenti che possono generare il bene o il male.

«Però non capivo. Che avevamo fatto di male? Non ci stavamo spompinando nel parco e non c’erano le SS sguinzagliate in giro a rastrellare gli italiani. E invece, a quanto pareva, Alexander preferiva essere sospettato di un qualsiasi traffico illecito, di una qualunque immoralità notturna, piuttosto che essere beccato a parlare italiano».

I tedeschi che considerazione hanno degli stranieri in generale e degli italiani in particolare emigrati nel loro Paese? Gli stranieri provenienti dai Paesi dell’Estemigrati o clandestini in Germania come si rapportano ai tedeschi e alle altre etnie presenti sul territorio? Coloro che passano giornate intere a cercare di affogare o nascondere le proprie frustrazioni nell’alcol che tipo di reazione possono avere di fronte alla felicità altrui? Una persona che si invaghisce di un’altra al punto da farla diventare la propria ossessione quali reazioni può avere nel realizzare di essere completamente ignorato dallo “oggetto dei propri desideri”?

Domande queste che Montemarano deve essersi posto più volte prima di arrivare a elaborare delle possibili o probabili situazioni che abbiano preceduto e condotto all’omicidio di Martin in Un solo essere e di Domenico sulla ciclabile di Monaco.

«Martin adesso le sorrideva. Ma non da dentro la vita. Da fuori… Come se Martin fosse semplicemente ammalato, e lei dovesse accudirlo in una stanza appartata, e la sua malattia si chiamasse assenza».

Un libro molto intenso, Un solo essere, e una grande abilità narrativa quella dell’autore, Marco Montemarano, che riesce a non far scadere nel drammatico o nel patetico una storia molto toccante come quella di Natalia e Martin nonché una tragedia grave come l’omicidio di Domenico Lorusso.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-solo-essere-di-marco-montemarano-l-omicidio-di-domenico-lorusso-una-storia-vera

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