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Irma Loredana Galgano

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“Rosso Parigi” di Maureen Gibbon

30 lunedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EdouardManet, Einaudi, Europa, Francia, MaureenGibbon, Parigi, recensione, romanzo, romanzostorico, RossoParigi, VictorineMeurent

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Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo” di Franco Forte

23 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Cesarelimmortale, FrancoForte, Mondadori, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo (Mondadori, 2016) di Franco Forte è un romanzo storico che si apre al lettore con una bellissima dedica che l’autore indirizza ai suoi figli e che ogni genitore dovrebbe desiderare far propria.

«…nella speranza che prima o poi capiscano quanto sia meraviglioso immergersi nella lettura di un romanzo. Non solo nei loro smartphone e tablet…»

L’antefatto racconta di uno degli accadimenti più celebri della storia romana: le Idi di marzo, divenute nel tempo l’emblema delle congiure e delle cospirazioni di stampo politico e motivate da brama di potere e interessi che prima erano solo economici ora anche finanziari. In Cesare l’immortale però la vera ‘congiura’ l’ha portata avanti lui, il dittatore Gaio Giulio, accecato dal desiderio di travalicare i confini del mondo e diventare veramente invincibile.

Leggere una dopo l’altra le pagine che compongono il libro di Forte è, per il lettore, una immersione lenta e programmata nell’antico impero dei Romani. Rivedere, come in un docu-film trimidensionale, le loro vesti, le abitazioni, le fortificazioni militari, le imbarcazioni… un universo sapientemente riportato alla mente di chi legge con l’uso di termini tipici della tradizione romana inseriti ad uopo nel contesto di un linguaggio, quello in gran parte utilizzato, che invece è molto più contemporaneo.

La scena si sposta presto dai luoghi e dai fasti della Roma imperiale, ritenuti sicuri perché conosciuti, verso mete indicate come piene di insidie ma affascinanti forse proprio perché ancora inesplorate. E sarà proprio tra le immense distese ghiacciate del Nord che i Romani di Franco Forte si scontreranno con l’evanescenza delle certezze non provate ma solo acquisite.

«i Celti che si scaraventavano a petto nudo contro le frecce infuocate dei romani e sotto lo sguardo attento e vigile del loro druido»

La forza della persuasione, una delle armi più potenti, che incita anche ad andare incontro a morte certa, da sempre utilizzata per muovere le masse e piegarle al proprio volere. A volte è un desiderio di rivalsa, altre la promessa di ergersi verso superiori livelli di vita trascendentale, più comunemente l’avidità di ingenti ricompense… ma gli esiti di queste “missioni” sono alla fin fine sempre disastrosi, soprattutto in termini di vite sacrificate. Allora come oggi.

«Mentre il rumore della battaglia, fatto delle grida degli uomini e del clangore delle armi, cresceva sempre più Gaio si riempì i polmoni dell’aria gelida e nera che lo avvolgeva e contemplò soddisfatto il modo in cui i suoi soldati facevano strage di quegli sciocchi selvaggi che si tuffavano a petto nudo contro una fortificazione romana, un baluardo che probabilmente non avevano mai visto in vita loro. Un errore che sarebbe costato la vita alla maggior parte di quei guerrieri, tanto coraggiosi e possenti quanto poco consapevoli di ciò che avevano di fronte.»

Cesare l’immortale invita il lettore a riflettere sull’eterno scontro tra uomini che si ritengono civilizzati e per questo superiori e altri che invece sono considerati selvaggi, primitivi, non all’altezza dei primi. Uno scontro che è sempre stato impari dal punto di vista della forza fisica e soprattutto di quella delle armi ma che in fondo dovrebbe aver insegnato da tempo ormai, ai civilizzati, che forse non è solo questo che conta e che i confini del mondo che allora conoscevano come quello degli attuali stati è una nozione posticcia per un pianeta che è tondo nella forma e inscindibile nel contenuto.

Il Cesare raccontato nei libri di storia come quello narrato da Forte è un guerriero e per questo irrequieto lontano dai campi di battaglia. «Dilatò le narici e immaginò di sentire l’odore del sangue. Un odore afrodisiaco, a cui nessun vero soldato avrebbe mai potuto rinunciare.» L’adrenalina che entra in circolo un attimo prima dello scontro e rinvigorisce lo spirito di chi altrimenti si sentirebbe già vinto. Il coraggio che in fondo distingue gli impavidi dai pavidi. Una sensazione, associata all’impeto giovanile, che si ritrova a vivere anche il filosofo Cicerone, coinvolto dallo stesso Gaio nell’epica avventura della Legio Caesaris, partita dal Mare Nostrum, approdata nel mar del Nord dell’Oceanus Magnus e volta alla nuova traversata del Mediterraneo perché diretta verso il nuovo luogo che sarebbe diventato lo scenario della loro forsennata ricerca.

«Non sapeva che cosa avrebbero trovato, dall’altra parte, ma era chiaro che non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, anche se si fosse trattato, semplicemente, di andare incontro alla morte.»

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo di Franco Forte è un romanzo storico e come tale fonde storia e fantasia. A luoghi e personaggi realmente esistiti l’autore dona tratti e comportamenti modellati dalle sue ricerche come dalla sua immaginazione. Il risultato è ottimo. Il libro merita di essere letto.

(fonte biografia: autori.librimondadori.it)

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke

02 venerdì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LacongiuradisanDomenico, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller, Todaro

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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.

Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.

Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi.»

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.

Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.

La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

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Intervista a Marco Buticchi per “Il segno dell’aquila” (Longanesi, 2015)

28 venerdì Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Ilsegnodellaquila, intervista, Longanesi, MarcoButicchi, romanzo, romanzostorico

“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

È uscito ieri Il segno dell’aquila (Longanesi) di Marco Buticchi. Il testo si schiude con una citazione di Salvador Allende «Noi vivremo in eterno in quella parte di noi che abbiamo donato agli altri», scelta presumibilmente dallo stesso Buticchi per “aprire” il lettore alla sua storia, all’avventura e alla suspense. La narrazione si articola su due livelli temporali: la contemporaneità e il 500 a.C. con i protagonisti che sembrano rincorrersi attraverso il tempo e lo spazio e ricongiungersi proprio attraverso i ‘doni’ lasciati o ricevuti.

Vel, Ramtha, Ati Nacma e i loro “compagni di avventura”, etruschi vissuti nel 520 a.C. che sembrano rivivere non solo nel racconto delle loro vicende ma anche attraverso le ricerche dei restauratori di opere d’arte antica Toni e Sara, che indagano sul loro operato. E la realtà si tinge ogni volta di giallo per i ricordi, che ancora celano il mistero di Laura e della sua “sparizione”, o per i presagi, fasti o nefasti, tanto cari alle culture precristiane, come gli etruschi e i romani.

Su tutti domina incontrastata la forza e la bellezza dell’aquila, simbolo della legione romana che diventa nel libro di Buticchi la sua maggiore antagonista.

«In certe anime c’è un’aquila […] che può egualmente precipitarsi nei burroni più oscuri e tornare a librarsi in alto e scomparire negli spazi solari. E anche ove essa voli per sempre nel burrone, questo burrone è tra i monti, e così, nella sua più bassa discesa, l’aquila montana è sempre più in alto degli uccelli della pianura, anche quando questi salgono» (Herman Melville).

E mentre i lettori attendono di leggere le avventure di Vel e della sua aquila noi abbiamo incontrato Marco Buticchi, il quale ha acconsentito a rispondere a qualche domanda sul suo nuovo romanzo d’avventura (che sarà presentato domani alle ore 18.00 a La Spezia, presso la Festa della Marineria della Spezia – Molo Italia, Nave Scirocco) ma anche su alcuni temi di attualità in esso trattati.

Il segno dell’aquila: un’avventura lunga quasi tremila anni. Un libro nel quale racconta e al contempo indaga gli uomini e le donne della Terra. Dietro un pirata si nasconde un animo buono e nobile, dietro il Moderatore di una Fondazione religiosa un criminale. È lo specchio delle ipocrisie e delle immagini stereotipate della società?

Sarei presuntuoso se fossi convinto di analizzare i mali delle società (quella corrente e quelle più antiche) in un “semplice romanzo d’avventura”. Ancor più presuntuoso se fossi convinto che i miei scritti possano riuscire a porre un freno ai mali di vivere della nostra società. Riporto però, per dovere di chiarezza, quanto scrivo nella nota d’autore in appendice del romanzo: «… ogni iniziativa tesa a instillare anche un solo dubbio sulla correttezza di ciò che accade attorno a noi è benvenuta. Anche quando la riflessione scaturisce da un semplice romanzo d’avventura».

La sede della Confraternita di Denagua si trova a Roma in via della Conciliazione. La mente rimanda subito allo “scandalo dei frati minori”. La realtà supera sempre la fantasia?

Ma non solo ai ‘frati minori’: via della Conciliazione è lunga poco più di 300 metri e, penso che, analizzando gli scandali scoppiati dietro le sante mura in 2000 anni, potremmo trovare uno scandalo a centimetro per la via monumentale che conduce a Piazza san Pietro. La sede della Confraternita è solo frutto delle necessità di monsignor Denagua, che sono spiegate nel romanzo: essere più vicino alle stanze che contano.

Ne Il segno dell’aquila lei esplora anche un campo “minato” come l’Isis che si nutre dei proventi del commercio del petrolio, del traffico di preziosi, dei sequestri di persona a scopo di estorsione, delle donazioni dei fiancheggiatori… insomma mancano il traffico di armi e droga, il contrabbando di sigarette e sembra la descrizione esatta di ciò che facciamo noi occidentali da secoli, non trova?

Non banalizziamo così un problema grave come il sedicente Califfato Islamico. Sono molti secoli che gli occidentali non mozzano istituzionalmente il capo senza processo a chi crede in un Dio diverso. Se il campo è diventato “minato”, forse perché le connivenze con governi e organizzazioni “parallele” hanno concesso ai genieri di depositare le mine. Adesso, però, che quella zona tanto ricca ma interdetta fa paura, difficile sarà sminarlo in tempi brevi.

Il maggiore Oswald Breil viene rapito da un commando per utilizzarlo come controfferta di scambio per liberare il tesoriere dell’Isis. I media di tutto il mondo riportano la notizia della “rocambolesca fuga del re del narcotraffico” salvo poi ritrarlo come un eroe una volta liberato. Possiamo considerarlo come la rappresentazione di un problema serio come quello della disinformazione o della carenza di una corretta informazione?

Anche qui mi torna difficile fare di ogni erba un fascio: nel romanzo (e di romanzo si tratta) le prove sono schiaccianti e le controprove tardano a venire. Ma non vorrei raccontare troppo…

“Il segno dell’aquila”, intervista a Marco Buticchi

«Senza tema di smentita si poteva affermare che quelle cinque persone reggessero da sole una buona parte dei destini del mondo». Si legge a proposito dei consiglieri della Confraternita della Santa Resurrezione. Persone che non solo si arricchiscono ma si “curano” anche con il traffico illegale di organi. Il segno dell’aquila è frutto della sua fantasia di scrittore ma anche di cittadino che osserva il mondo. E nella realtà purtroppo la situazione non sembra essere molto distante da quella da lei descritta. Perché si è giunti a questo punto?

Non si tratta di fantasie da scrittore, ma di triste realtà denunciata dalla massima autorità mondiale in tema di sanità: l’OMS dichiara che, dei 22.000 trapianti di fegato, 66.000 di rene e 6.000 di cuore eseguiti ogni anno nel mondo, almeno il 5 per cento è effettuato clandestinamente per un controvalore dal miliardo ai due miliardi di dollari. E la mia convinzione è che, ad alimentare questo mercato, non siano i comuni cittadini alle prese con le problematiche quotidiane, ma potenti privi di scrupoli capaci di rifarsi il maquillage espiantando un cuore sano dal petto di un innocente.

Nella realtà, al pari di quanto descritto ne Il segno dell’aquila, chi finge di combattere il terrorismo è il medesimo che lo arma e che lucra con le missioni umanitarie per “aiutare” profughi e rifugiati. Qual è a parer suo la molla che spinge i burattinai a far muovere il sistema?

Non c’è bisogno di andare troppo lontano. Pensi alla strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia e che ancora è in attesa di conoscere manovali e mandanti di stragi e omicidi. Dietro alla ricerca armata di destabilizzazione, si muovono sempre interessi e ideali. Spesso i primi sono preminenti rispetto ai secondi.

In diversi punti del testo viene citato Hitler, le cui azioni sono assimilate al comportamento dei combattenti dell’Isis. Il protagonista del libro è israeliano ma non sembra sia solo questo il motivo che fa pendere l’ago della bilancia da quella parte. Stando a quanto si legge nel rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sono «credibili le accuse di crimini di guerra commesse sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi» a Gaza. Perché secondo lei anche il mite popolo ebreo che ha subito l’olocausto si è piegato ai crimini di guerra perpetrati contro civili, donne e bambini?

Non sono un giudice e non ho elementi tali da giudicare comportamenti tenuti da ebrei o palestinesi in una zona calda e precaria come il Medio Oriente. Il modo di avanzare, la devozione alla causa, l’impeto, le guerre lampo dei miliziani dell’Isis, mi ricordano le avanzate dei nazisti. Così come l’indifferenza del mondo di fronte alle epurazioni etniche e alla giustizia sommaria, mi fanno tornare alla mente quei momenti oscuri che, oggi, abbiamo il dovere di combattere.

«Provate solo a pensare a chi fa comodo che il cattivo sia oggi l’islamico feroce…». A chi fa comodo?

Provate a pensarci… in gioco ci sono: il petrolio, interessi planetari, equilibri nella regione più a rischio… ci siete arrivati? Purtroppo io non posso andare oltre. Provate a leggere quello che ho scritto…

http://www.sulromanzo.it/blog/il-segno-dell-aquila-intervista-a-marco-buticchi

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“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Bebicke (Delos Digital, 2015)

23 martedì Giu 2015

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DelosDigital, Luomodagliocchiglauchi, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

La Delos, nella collana Odissea curata da Franco Forte, pubblica quest’anno la versione digitale de “L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke, già vincitore del secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari.

“L’uomo dagli occhi glauchi” è un romanzo storico la cui trama si sviluppa tra l’Inghilterra, Venezia e Roma e vede come protagonisti gli uomini e le donne del XVI secolo con le loro personali vicende, emozioni, vicissitudini pubbliche ma soprattutto private.

La Debicke conduce il lettore nell’Inghilterra di Enrico VIII,nella Venezia di metà Cinquecento, nella Roma dei Farnese e in un tempo tutto dominato dalle ombre e dalle speranze che gravitano intorno al Concilio di Trento. Lo porta a conoscere la campagna inglese di allora con le sue fattorie, i cottage, il gelo, il forte vento e la fitta vegetazione. Luoghi apparentemente senza tempo che sembrano rimasti immutati da allora.

Quasi con prepotenza dopo il prologo la scena si sposta tra le calli della Serenissima, tra i ponti e i palazzi che ospiteranno i protagonisti nel periodo più singolare dell’anno: il Carnevale.

I cardinali Alessandro Farnese e Reginald Pole, Lord Templeton e la cortigiana Angela Gradi, pur di appartenenze lontane si ritroveranno uniti dal fitto intreccio e dall’intricato rebus la cui soluzione l’autrice è stata ben attenta a celare, lasciando scivolare tra le righe del libro solo piccoli indizi e labili tracce che aiuteranno il lettore a scoprire le carte del misterioso ‘uomo dagli occhi glauchi’ solo fin quasi alla conclusione.

In questo come del resto in altri suoi scritti, l’autrice racconta di personalità realmente esistite e di personaggi di fantasia, di luoghi e ambientazioni reali  e situazioni che vorremmo non esistessero più.

Toccanti le pagine in cui fa riferimento ai ‘bambini del Chiurlo’, orfani comprati a pochi denari e costretti e delinquere per sostentare il protettore. Come Puccio che ne ha viste e vissute troppe per la sua giovane età e stenta finanche a crederlo quello che poi sarà.

«-Li hanno buttati via- dicevano gli altri ragazzi più grandi e induriti. Lui finora era stato fortunato, ma qualche volta la sera, quando era così stanco da non sentire le gambe e non riusciva ad addormentarsi dalla fame, sognava la zia Ebe. La invocava col pensiero e sperava di morire anche lui, come era morta lei.»

La società contemporanea è caratterizzata da una copiosa produzione e circolazione di immagini, oltre che di notizie e informazioni. Basti pensare alla moda largamente diffusa di postare i selfie sui social o agli archivi anche digitali stracolmi di foto che ritraggono volti e paesaggi. In qualunque momento possiamo guardarle e riguardarle e renderci conto dei cambiamenti. Non è sempre stato così. Prima le foto erano cosa rara e legata ad avvenimenti e ricorrenze e prima ancora, nel periodo di cui ci narra la Debicke, il ‘ritratto’ bisognava commissionarlo ai ‘mastri’ del pennello.

Ne “L’uomo dagli occhi glauchi” sarà il grande Tiziano Vecellio a ritrarre la ‘Danae’ di Alessandro Farnese e il misterioso lord inglese dagli ‘occhi glauchi’ che si rivedrà dopo trent’anni e rammenterà ogni istante di quei giorni con un velo di orgoglio misto a nostalgia.

«-Come avrei potuto dimenticarlo.- Studiò ancora il ritratto a carboncino e dichiarò: – Quanto tempo… Come eravate giovane, Milord.»

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

 

 

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“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti (Imprimatur, 2014)

10 mercoledì Set 2014

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IlParadisodeiFolli, Imprimatur, MatteoIncerti, recensione, romanzo, romanzostorico

“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti: la gioventù senza fine dei partigiani

Matteo Incerti, Il paradiso dei folli

Il Paradiso dei folli. Destini e Passioni, dall’inferno di una guerra a una vita d’Arte di Matteo Incerti, edito da Imprimatur, è un libro intenso che parla della guerra, che narra aneddoti, storie, che descrive luoghi ma soprattutto che racconta l’esistenza di «persone che, finita la seconda guerra mondiale, hanno poi vissuto una loro vita, unica, diversa e complessa come tutte le esistenze di coloro che fin da giovani hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro diverso e di mettersi in cammino per conquistarselo».Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers in questo passaggio della prefazione al libro sembra sintetizzarne perfettamente il contenuto e lo scopo.Il Paradiso dei folli, sequel di Bracciale di sterline, prosegue nell’intento di ricostruire i tasselli di vite spezzate, cambiate, rinnovate e le esperienze di una generazione di ragazzi, poco più che adolescenti, che per coraggio o per incoscienza si sono lanciati animo e cuore in un’esperienza talmente grande che non solo ha cambiato il loro destino ma quello del mondo intero.

«Fu lì che quel ragazzo di ventidue anni di Kansas City conobbe per la prima volta il volto più truce della guerra. Quello dove vedi morire, guardandoli negli occhi, uomini che vestono solo una divisa diversa dalla tua». Matteo Incerti pone in diversi punti l’accento sulle assurde contraddizioni dei conflitti in generale ma di questo in particolare, il secondo che ha coinvolto l’intero pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per Inghilterra e Stati Uniti, e poi Canada, Polonia, Africa, India. Una guerra giocata sullo scacchiere della politica internazionale, fino all’ultimo lembo di terra da “liberare” da nemici che il giorno dopo potevano diventare amici e combattere al tuo fianco, e il giorno dopo ancora cambiare tutto di nuovo. Alla fine si “giocava” un “gioco” di stoffe e colori, chiamate divise, da colpire per riuscire a diventare il più forte e vincere.

Gli alleati hanno avuto la meglio, questa è storia nota; quello che viene rammentato un po’ meno è che i nostri veri eroi, i partigiani, hanno dovuto sbrigarsela da soli sia prima che poi. Dopo la fine della guerra al di là di qualche riconoscimento simbolico, di qualche intestazione, di qualche targa e svariati monumenti commemorativi, dopo aver lottato per salvare la Patria, dopo essersi nascosti per campi, medicato feriti, seppellito compagni, aiutato i bisognosi, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e ricostruire la propria vita, daccapo e senza aiuti o supporti.

Matteo Incerti

I protagonisti de Il Paradiso dei folli a tratti sembrano vivere l’esperienza del ritrovarsi come una grande festa, ma forse è anche il sintomo del disagio latente vissuto per anni, il gioire per il poter finalmente, di nuovo, condividere emozioni e sensazioni con persone che possono comprendere perché hanno vissuto le medesime esperienze. Veterani di ogni nazionalità, Partigiani e Staffette quando si incontrano si dimenticano persino di essere ottuagenari e oltre; sembrano ringiovanire, solo insieme riescono a ritornare a quei giorni, altrimenti la gran parte di loro preferisce seppellire tutti i ricordi e tutti i cimeli in bauli da rintanare in soffitte polverose e buie. Hanno cercato di arginare dolore e paura per far spazio alla nuova vita, quella che hanno voluto costruirsi anche come un riscatto simbolico per ciò che la guerra ha tolto loro.

«Questa sera siete qui: a divertirvi, sorridere, scherzare, bere, mangiare, innamorarvi, ballare. Fatelo, è giusto così. Godetevi la vita. Ma ricordatevi quanto siete fortunati. Quasi settant’anni fa io avevo la vostra età. Insieme a centinaia di migliaia di altri giovani americani, italiani e di tante altre nazionalità sacrificammo la nostra gioventù e in molti la vita per regalarvi quello che oggi molti di voi non apprezzano. È la libertà di poter scegliere».

Leggendo Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti si prende per l’ennesima volta coscienza di quanto sia sbagliato il mondo in cui viviamo. Non solo per le guerre in sé che, non per retorica, andrebbero vietate ma per l’incoscienza di formare giovani in modo sbagliato, guardare al futuro con gli occhi del potere invece che con quelli della vita. Tutti i sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, come agli altri conflitti, in un mondo equo sarebbero dovuti diventare i “maestri della Storia”, quella vera, da insegnare ai nostri figli e invece sono diventati invisibili, chiusi nel proprio dolore, dimenticati per far spazio al progresso, al consumismo e all’abusivismo.

Roque “Rocky” Riojas, veterano dell’esercito degli Stati Uniti d’America di origine messicana, nota immediatamente lo scempio subito dal nostro Paese nei sessant’anni trascorsi dalla fine del combattimento: «È cambiato tutto. Quante case e quanto cemento! Era tutto un prato quando passammo di qui». Finita la guerra è iniziata la rincorsa al progresso, all’evoluzione anche se poi alla fine si è trattato egualmente di distruzione. «Una lettera dall’Italia. L’ennesima che dice che le cose non sono cambiate fino in fondo, come sognavamo tutti. In questi momenti penso… a tutti quelli che sono morti e sento che il loro sacrificio è stato quasi vano». In un mondo dove regna la giustizia ognuno di loro, tutti coloro che hanno combattuto per un ideale di libertà avrebbero dovuto avere un volto e un nome, e accanto a questi una storia. E tutti i ragazzi di tutte le scuole avrebbero dovuto conoscerla e per strada o in foto riconoscere i valorosi eroi che hanno combattuto, che sono sopravvissuti o che sono morti per donare loro un futuro diverso, un futuro migliore… Solo in questo modo non sarebbe sembrata una goccia d’acqua in un mare di fango Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-paradiso-dei-folli-di-matteo-incerti-la-gioventu-senza-fine-dei-partigiani

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