I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica1 e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento.
Un ulteriore aspetto che va considerato è la complessa relazione fra comunicazione/propaganda e manipolazione. Anche quest’ultima non di certo nuova e non di certo “inventata” dai social media2.
La manipolazione può essere in relazione all’emittente, ai contenuti, al pubblico e al contesto3.
I processi manipolatori negli ecosistemi comunicativi si realizzano per lo più attraverso la creazione di influenza sul contesto sociale di riferimento e/o sull’agenda. In questa prospettiva, i meccanismi più frequenti sono quelli della polarizzazione e della saturazione comunicativa4.
Quello che viene detto, quando viene detto, da chi viene detto e perché, quante volte e da quanti emittenti, a chi viene detto e perché… determina la “verità” di quell’accadimento.
Un Tupolew Tu-154 con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynsky e altre 95 persone è precipitato il 10 aprile 2010 mentre era in fase di atterraggio all’aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nessuno dei passeggeri, tra cui numerosi alti dirigenti polacchi, è sopravvissuto all’incidente. Il presidente polacco si stava recando con la moglie a Smolensk, da dove avrebbe dovuto proseguire in macchina verso Katyn per commemorare l’eccidio di oltre 22mila ufficiali e soldati polacchi, massacrati durante la Seconda guerra mondiale5.
Le autorità russe avevano avvertito della pericolosità dell’atterraggio in condizioni ambientali sfavorevoli a causa di una fitta cortina di nebbia, suggerendo in alternativa l’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. A quel tempo la tensione tra Varsavia e Minsk era montata sulla questione delle discriminazioni subite dall’Unione dei polacchi in Bielorussia. Forse anche per orgoglio nazionale il diniego di atterrare a Minsk, nonostante la scarsa visibilità a Smolensk.
Il presidente Lech Kaczynsky non aveva gradito che il suo primo ministro Donald Tusk fosse stato invitato dal capo del governo Vladimir Putin alla prima cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di Katyn che si era svolta il 7 aprile, da qui l’idea di una seconda commemorazione il 10 aprile a cui avrebbe partecipato insieme a veterani e a esponenti dell’opposizione.
Il 13 aprile 1943 la radio tedesca dava notizia che nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory, non lontano dal villaggio di Katyn, erano state trovate sette fosse comuni contenenti i corpi di militari polacchi, ancora identificabili dalle uniformi, il cui numero veniva valutato sui 10mila. La radio tedesca accusava di questo misfatto le autorità sovietiche. Radio Mosca addossava la responsabilità dell’eccidio ai tedeschi, nuovi occupanti della zona.
La questione di Katyn si trascinò a lungo e, nonostante tentativi di mediazione da parte inglese e americana, contribuì a rendere definitiva la rottura fra il governo polacco di Londra e il governo sovietico. Essa ebbe uno strascico anche al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra tedeschi nell’estate-autunno del 1946, e il tribunale militare internazionale (contro l’opinione in dissenso del giudice sovietico) non si soffermò sull’accusa formulata contro i criminali di guerra nazisti per la strage di Katyn6.
Valentina Sergeevna Parsadanova è stata una importante studiosa e ricercatrice russa, che si è occupata delle relazioni tra la Russa e la Polonia e, ovviamente, del massacro di Katyn.
Siccome al tempo le fonti a disposizione degli studiosi erano decisamente scarse, il valore assoluto del contenuto dell’intervento di Parsadanova risulta essere minimo. Il valore relativo invece è grande. Il fatto stesso che una storica sovietica abbia tentato di ricostruire il massacro degli ufficiali polacchi avvenuto a Katyn dimostra che il livello d’indipendenza dei ricercatori nell’Urss di Gorbachev era completamente diverso rispetto al periodo precedente la perestroyka. Fra tutti i documenti presenti, Parsadanova si concentrò, in particolare, su una monografia7, definendola la prima ricerca scientifica pubblicata in Polonia, e in seguito affermando esplicitamente che la precedente pubblicistica polacca spesso non mirava tanto a fare chiarezza sul problema, quanto a sfruttarlo nella lotta politica8. Da parte dei pubblicisti polacchi della fine degli anni Ottanta, tuttavia, un certo livello di propensione alla polemica era del tutto comprensibile, considerando fra l’altro che, appena prima della comparsa dell’articolo di Parsadanova, c’erano ancora, anche fuori dall’Urss, convinti sostenitori della tesi della responsabilità tedesca per il crimine commesso a Katyn9.
L’incidente del Tupolev Tu-154 dell’Aeronautica Militare Polacca è avvenuto a pochissimi chilometri di distanza dal massacro di Katyn.

Jessikka Aro racconta di essere stata a lungo convinta che la causa dell’incidente di Smolensk fosse stato l’errore umano del pilota. Una versione che coincide con quella ancora largamente sostenuta. A farle cambiare idea è stato il racconto del giornalista Michail Rachoń10.
«Mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. […] La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare»11.
Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il possibile ruolo della Russia nella tragedia veniva trattato solo da qualche canale d’informazione polacco. La Aro si dichiara attonita: tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte, come se qualcuno avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica. Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente.
Le “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico del 2003-05 rappresentano un tornante fondamentale nelle relazioni tra la Russia e le potenze occidentali, in quanto momento e fattore di una robusta intensificazione della dinamica geopolitica di inasprimento dei rapporti russo-occidentali che, anni dopo, sfocerà nella drammatica contrapposizione della guerra in Ucraina. La “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina sono state interpretate da Mosca come l’esito di un’ingerenza delle potenze occidentali nell’estero vicino della Russia. Gli eventi nelle vicine repubbliche post-sovietiche si sviluppano in un quadro già deteriorato di diffidenza e persino animosità da parte di Mosca nei confronti delle potenze occidentali, dovuto a scelte geopolitiche di grande momento compiute dall’Occidente e che hanno frustrato e allarmato la Russia: l’intervento militare del 1999 in Kosovo, l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM12. Un disagio che predispone i dirigenti russi ad attribuire intenzioni malevole all’America e ai suoi alleati.
La fine della Guerra fredda maturò come conseguenza dell’ambizioso rilancio del political warface occidentale da parte dell’amministrazione Reagan, di cui fu parte cospicua il robusto sostegno prestato dagli americani a Solidarnošc in Polonia all’indomani della proclamazione dello stato d’assedio (dicembre 1981). Dopo la proclamazione della legge marziale in Polonia, Reagan approvò una serie di importanti direttive in materia di sicurezza nazionale (National Security Decision Directives) che «autorizzavano gli Stati Uniti a minare il controllo sovietico in Europa orientale»13. In questa cornice, una delle decisioni più rilevanti fu la firma (novembre 1982) di un presidential finding che «approvava un programma di azione coperta della CIA per l’invio di denaro e assistenza non letale a Solidarnošc»14.
La Casa Bianca adottò in Polonia «un approccio a doppio binario, uno pubblico l’altro coperto, per mandare soldi e materiale»15, e, se le operazioni coperte furono di competenza della CIA, il grande protagonista dell’altro lato del political warface reaganiano fu il NED (National Endowment for Democracy): un “centauro” (o un ibrido) organizzativo sospeso tra governo americano e società civile16. Il compito principale di cui fu investito il NED fu la promozione delle istituzioni democratiche nel mondo, in risposta al proselitismo ideologico delle speculari organizzazioni finanziate dai sovietici17.
Il NED ha svolto un ruolo anche in Serbia nel 2000 nel quadro degli eventi che portano all’uscita di scena del presidente Slobodan Miloševic. Senz’altro un obiettivo politico dell’amministrazione Clinton , perseguito all’indomani della campagna aerea del 1999 che mette fine alla repressione serba ai danni degli albanesi del Kosovo senza però riuscire a cambiare la leadership politica serba.
In Serbia nel 2000 si delinea uno schema in cui un ventaglio di enti non governativi ma finanziati prevalentemente dal Governo americano sostiene le attività (non violente) delle organizzazioni dell’opposizione, come radio B92 (che riceve donazioni anche direttamente dalla governativa US Agency for International Development), o come Cittadini per le elezioni libere e la Democrazia – CeSID, un’associazione attiva nel controllo delle regolarità del processo elettorale, oppure ancora come Otpor (Resistenza), un’associazione studentesca che sarà protagonista delle manifestazioni di piazza contro Miloševic all’indomani delle elezioni presidenziali18.
È utile sottolineare come in particolare Otpor diventerà presto un punto di riferimento per i movimenti di altri paesi dell’Europa orientale nonché, in misura non trascurabile, parte attiva nelle “rivoluzioni colorate”. Due leader di Otpor – Srdja Popovic e Slobodan Djinovic – fonderanno a Belgrado nel 2005 il CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy – che dal «dal quartier generale di Belgrado, in Serbia, gestisce una rete di istruttori e consiglieri con esperienza nella costruzione e nella guida di efficaci movimenti non violenti»19.
I veterani di Otpor (e del CeSID) si recano ripetutamente a Minsk nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2001, per stabilire contatti con gli attivisti locali che si oppongono al presidente Lukaschenko, a spese di ONG come Freedom House20. Anche qui, come accaduto in Serbia, l’ambasciata americana lavora per aggregare le opposizioni attorno a un unico candidato (il sindacalista Vladimir Goncharik)21, ma la base di consenso su cui poggia il potere di Lukaschenkoè solida, e la tempestiva azione degli apparati di sicurezza (che ostacolano le iniziative degli attivisti democratici) stroncano ogni eventuale velleità di innescare una “valanga” democratica come quella che ha travolto Miloševic22.
Fin dalla seconda fase dell’era Eltsin, con Evgenij Primakov ministro degli esteri e poi primo ministro, Mosca rivendica sostanzialmente lo spazio post-sovietico, il suo “estero vicino”23, come propria sfera di influenza. È la dottrina Primakov24. Con Putin, poi, la politica estera russa nell’”estero vicino” diviene più assertiva.
Riguadagnata una certa stabilità interna, Mosca si può dedicare alla politica estera azionando spesso e volentieri la leva del ricatto energetico per mettere in riga ora la Bielorussia dell’imprevedibile Lukaschenko ora la Georgia di Shevardnadze (spintasi un po’ troppo in là nel suo movimento verso il polo euro-atlantico). Dal canto suo, e specularmente, l’America si dà da fare per dare una prospettiva di piena indipendenza economica e politica da Mosca alle repubbliche post-sovietiche – si pensi alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che consente di far affluire il petrolio del Caspio nel mercato globale aggirando il territorio russo. L’11 settembre 2001 favorisce una distensione russo-americana, che si rivela però effimera, non portando a un reale superamento delle principali ragioni di attrito, mentre proprio nel mezzo della lotta globale al terrorismo islamico la Georgia apre le porte a una piccola ma significativa presenza militare americana sul proprio territorio che acuisce le apprensioni russe. È in questa cornice di larvata competizione geopolitica che vanno dunque inserite le “rivoluzioni arancioni”25.
Il denaro che arriva in Georgia per i programmi di assistenza democratica serve a finanziare, tra l’altro, i viaggi dei leader dell’opposizione georgiana Zurab Zhvania e Mikheil Saakashvili in Serbia e in Polonia, dove essi possono ricevere consigli dai veterani dei movimenti democratici locali26. Il proposito dei militanti georgiani è molto chiaro: far leva sulle elezioni parlamentari della fine del 2003 – quando mancano ancora due anni alla scadenza del mandato presidenziale di Shevardnadnze27 – per ottenere la «prematura rimozione di un presidente legalmente eletto»28.
È però in Ucraina, nel 2004, in occasione delle elezioni presidenziali che vedono in lizza Victor Yanukovich e Viktor Yuschenko che le «U.S. – supported activities» si fanno più intense29. Ritroviamo, in questo contesto, i veterani di Otpor – accompagnati peraltro dai militanti georgiani di Kmara reduci dalla “Rivoluzione delle Rose” – nel ruolo di “precettori” degli attivisti ucraini che si oppongono al presidente Leonid Kuchma e al suo erede designato Yanukovich, con il contributo delle solite ONG occidentali30.
La guerra variamente definita dai russi come “non-convenzionale”, “sovversiva”, “di coscienza” o “ibrida” è, invariabilmente, dalla prospettiva di Mosca, una strategia non militare ma per nulla pacifica di regime-change a cui ricorrono le potenze occidentali per imporre i loro obiettivi geopolitici. Gli analisti russi ragionano, implicitamente o esplicitamente, a partire dalla constatazione almeno di un’importante continuità, tra Guerra fredda e dopo-Guerra fredda: la persistenza del fattore nucleare che protegge, oggi come nella stagione del bipolarismo, il territorio russo da aggressioni di tipo militare e convenzionale31.
Strategia che non ha protetto Teheran soprattutto perché l’Iran non possiede armi nucleari operative, ma solo una capacità definita “di soglia” o “near-threshold”, che gli consentirebbe di sviluppare una capacità nucleare in tempi relativamente brevi. Tuttavia la fase in cui si trovava ancora a febbraio di quest’anno consente un suo significativo degrado, seppur a un costo estremamente elevato32.
L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio 2026 – Ruggito del Leone – è, per dimensioni e intensità, molto superiore a quella condotta a giugno 2025 dall’amministrazione Trump contro siti nucleari. Gli obiettivi questa volta sono Teheran e altre città ed aree del paese e la guida suprema Ali Khamenei.
L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma33.
Una spirale di tensione che va ricondotta ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del Partito di Dio libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico34.
Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz35.
L’operazione Epic Fury, lanciata da Trump il 28 febbraio 2026, rappresenta il secondo round di attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Tale operazione ha determinato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Il blocco ha interrotto anche il transito delle metaniere che esportavano gas dal Qatar e dagli Emirati. I paesi che beneficeranno di una crisi prolungata sono quelli la cui esportazione non transita da Hormuz: Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada36.
La drammatica evoluzione degli eventi del 3 gennaio 2026 su Caracas è il culmine di una campagna di pressione durata mesi e iniziata a metà settembre con attacchi militari contro imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Inoltre, il massiccio dispiegamento di navi da guerra americane, al largo delle coste venezuelane, aveva già indicato un cambio di passo da parte degli USA. L’operazione è stata ufficialmente catalogata come operazione di contrasto al narcotraffico. Con l’arresto di Maduro però lo scenario cambia: le accuse di narcoterrorismo (il narcotraffico è stato ribattezzato dall’amministrazione Trump “minaccia terroristica”) sembrano aver fornito la cornice formale dell’operazione, ma l’arresto e il trasferimento negli Stati Uniti indicano che l’obiettivo principale era politico, ovvero forzare un cambio di regime a Caracas.
Sul piano politico, il governo di Caracas rappresentava da tempo un obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump.
Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. I
l presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana37.
Ruptly, RT (Russia Today) e Sputnik sono un ecosistema mediatico finanziato dalla Russia e additati in Europa e Stati Uniti per attività di disinformazione e soft power. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione di Sputnik e di diverse entità di RT (RT English, RT UK, RT Germany, RT France e RT Spanish) nell’UE o rivolte all’UE a causa della propaganda legata alla guerra in Ucraina. Ruptly tecnicamente è un’agenzia di video-notizie con sede a Berlino, per cui è europea, e ha continuato a produrre contenuti anche dopo le sanzioni.
Da tempo la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi, dell’UE e dei suoi Stati membri38.
«La Ruptly di Berlino truffa la gente tanto quanto la fabbrica di troll di San Pietroburgo. Si spaccia per un’azienda privata col fine di nascondere i propri legami col Cremlino. Si presenta come una startup tedesca nonostante sia parte integrante di RT e della rete mediatica di stato»39.
La “guerra ombra” della Russia, intensificatasi a seguito dell’inasprirsi del conflitto in Ucraina, ha trasformato il Baltico in un teatro strategico di crescente tensione tra Mosca e l’Occidente.
Le tensioni nel Mar baltico hanno radici molto profonde e ancora oggi l’area costituisce un importante nodo geopolitico. Da un lato, le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e i Paesi che affacciano da Nord (Svezia e Finlandia) e dall’altro la Russia.
Prima dell’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass i rapporti erano tesi ma relativamente stabili. Ma, a partire dal 2014, si registrano cyber-attacchi, campagne di disinformazione e attività di spionaggio. Un’ulteriore aggravante è stato l’inasprimento della guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte dall’Unione Europea40. Il numero di attacchi russi in Europa si sono triplicati tra il 2023 e il 2024, concentrati soprattutto sul fianco orientale della NATO, in Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia, così come nel mar Baltico, ma anche verso coloro che fornivano armi o altri materiali all’Ucraina, o che davano rifugio a disertori russi (Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito). Non sono stati registrati attacchi contro Paesi con relazioni più strette con la Russia, come Ungheria o Serbia41.
Jessikka Aro nel libro La guerra segreta di Putin racconta nel dettaglio delle operazioni ibride della Russia contro l’Occidente rimarcando in più occasioni il suo punto di vista e le esperienze vissute in prima persona ma determinante, per il lettore, è l’enfasi che ella pone sulle risposte, spesso non adeguate, dei paesi che ne sono stati vittime e di come lo stato sotto attacco e la popolazione siano stati o meno protetti.
Tolstoj si domanda cosa muove le nazioni e la sua risposta stravolge il concetto generale di storia e storiografia. Non sono i grandi leader a determinare il corso della storia, ma la somma delle volontà individuali di innumerevoli persone comuni42. Queste innumerevoli persone comuni possono agire sul corso della storia con le rivolte, con le proteste, con il silenzio, dando il potere a qualcuno o togliendolo.
«Le democrazie sono definite dalla loro cultura della comunicazione. Se una democrazia consiste nel fatto che i cittadini decidono, collettivamente, cosa deve essere fatto, allora il processo con cui lo fanno determina quasi tutto ciò che segue.»43
Esiste una stretta correlazione tra libertà di opinione, nuove tecnologie e formazione del consenso. Ma questa correlazione quanto è davvero incidente nella limitazione del livello di consapevolezza delle proprie scelte?
«Ogni forma di media ha la sua epistemologia, i suoi pregiudizi, e favorisce certe abitudini cognitive rispetto ad altre.»44Si tratta dei SOC (Sistemi Operativi Culturali). Le culture mondiali sono gestite non solo dalla lingua che parlano ma ancor di più dai sistemi di scrittura che la struttura di queste lingue definisce. I sistemi di scrittura come SOC dominanti sono ciò che distingue fondamentalmente l’Oriente e l’Occidente. Il nazionalismo è una delle tante applicazioni dell’alfabetizzazione fonologica.
Soprattutto prima dell’assalto algoritmico delle fake news e della post-verità, la maggior parte delle persone dava per scontata l’esistenza di una netta distinzione tra conoscenza oggettiva (fatti scientifici, storici, codici legali) e soggettiva (opinioni, sentimenti, desideri). La trasformazione digitale sta mettendo in dubbio qualsiasi informazione. Colpiti da un’amnesia intermittente, gli utenti fanno sempre più affidamento a sistemi più “intelligenti” lasciando che siano questi a “pensare” e “giudicare”45.
Il passaggio dell’informazione dalla mente allo schermo (qualunque esso sia: televisione, computer o smartphone) è emerso da diversi decenni come l’esternalizzazione della maggior parte delle nostre capacità cognitive, a partire dalla perdita della proprietà privata del linguaggio e del nostro pensiero. Non è né più né meno che la progressiva esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive dal nostro inconscio e persino dal nostro corpo fisico.
La facilità con cui attori politici, criminali e terroristi malintenzionati sono in grado di creare filmati illusori e fittizi, tali da ingannare anche i telespettatori più sofisticati, mette in seria difficoltà istituzioni, leader politici e canali di informazione, costretti a lottare per costruire e proteggere la propria affidabilità46.
Dalla prospettiva degli Stati occidentali, particolare preoccupazione ha generato l’impegno in questo campo da parte di attori russi. L’attenzione per le dimensioni difensiva e offensiva della manipolazione delle informazioni è ben presente anche nella dottrina della Federazione Russa47. Per la leadership di Mosca e attori a essa legati48, la disinformazione costituisce una strategia che, a fronte di investimenti e rischi non ingenti, consente di raggiungere rilevanti obiettivi politici49.
Tali obiettivi possono variare a seconda degli avversari. Per esempio, prima dell’invasione dell’Ucraina, l’influenza della Russia attraverso la disinformazione avrebbe assunto la forma di cerchi concentrici: Mosca punterebbe a generare caos in Ucraina, destabilizzare gli Stati Baltici, influenzare politicamente l’Europa orientale, ingenerare confusione in Occidente e distrarre gli Stati Uniti50. Ovviamente attori riconducibili alla Federazione Russa non sono gli unici a essere impegnati in estese attività di disinformazione51.
Mentre la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata in una fase di conflitto aperto con azioni sia militari che cyber, l’intelligence iraniana non ha assunto il semplice ruolo dello spettatore: è uno degli attori centrali di una guerra ibrida che si gioca su campi tradizionali e digitali, narrazioni sociali e reti di influenza, così come su battaglie di informazioni e sistemi di controllo interno. Quello che sta avvenendo non è un’escalation casuale, ma il risultato di decenni di competizione tra potenze regionali e globali, dove gli strumenti dell’intelligence sono stati ampiamente integrati in operazioni militari, diplomatiche e tecnologiche. Da parte di tutti gli attori. La morte del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione aerea congiunta israeliano-statunitense, non è stata un colpo di scena improvvisato, ma il culmine di mesi di raccolta di informazioni e di sorveglianza da parte dei servizi di intelligence americani e israeliani. L’operazione è stata resa possibile dalla combinazione di spie umane, tecnologie di sorveglianza satellitare e raccolta dati di segnali e immagini, che ha permesso di localizzare e colpire i principali decisori iraniani con precisione millimetrica. Questo mercato di informazioni ha aperto una fase nuova per l’intelligence, ovvero non più confinata all’analisi e alla previsione, ma parte integrante dell’azione militare e del decision-making strategico. Il conflitto attuale sta mostrando quanto sia centrale la dimensione cognitiva: non conta solo chi controlla i campi militari o i server, ma chi controlla la narrativa. Le operazioni di tipo hack-and-leak, la diffusione di messaggi mirati su reti social e app, e la manipolazione dell’informazione sono tutte strategie che mirano a modellare la percezione pubblica – sia in Iran che all’estero – come parte integrante della competizione strategica. Questo tipo di operazioni va oltre la mera raccolta di informazioni: è progettato per generare effetti su opinione, morale e coesione sociale52.
La disinformazione e la misinformazione rappresentano un rischio grave a livello globale. In tutto il mondo, esistono profonde divisioni tra coloro che cercano di preservare un determinato sistema di valori e le istituzioni che lo governano, e coloro che nutrono opinioni opposte. I gruppi che non hanno beneficiato degli ordini politici, sociali ed economici prevalenti stanno ora assumendo un ruolo politico più centrale. Al centro di questa divisione si trova la polarizzazione che, secondo il Global Risks Perception Survey 2025-2026 (GRPS), rappresenta il terzo rischio più grave nei prossimi due anni. Inoltre, la polarizzazione sociale è identificato come un fattore che contribuisce alla disinformazione, alla disuguaglianza e alle tensioni interne agli stati53.
Sun Tzu, nel suo celebre trattato L’arte della guerra54, sosteneva che il modo più efficace per vincere non è affrontare il nemico sul campo, ma logorarne la resistenza dall’interno.
Questo principio è ancora oggi alla base delle operazioni di disinformazione e influenza condotte da attori statali come la Russia e la Cina. A differenza di Russia e Cina, l’Unione Europea non ha investito adeguatamente in questo ambito. Con la fine della Guerra fredda, l’Occidente ha abbassato la guardia, smantellando gran parte delle proprie contromisure, mentre Mosca e Pechino hanno fatto esattamente l’opposto, rafforzando in modo aggressivo le loro strategie di influenza. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, Bruxelles ha adottato contromisure, avviando una vasta campagna di informazione tramite le moderne piattaforme sociali. I risultati si sono rivelati soddisfacenti55.
I protagonisti delle “nuove guerre” sono gli stati tradizionali, i terroristi, le bande mercenarie, gruppi etnici, comunità politico-religiose trasversali e diffuse. Sono soggetti che si aggregano e disaggregano sulla base degli “eventi” e degli “obiettivi”, in un modo che sembra sfuggire, per ora, alle dicotomie coerenza/incoerenza e unitarietà/frammentazione. Ciò comporta difficoltà nel distinguere “guerra” e “terrorismo”, ma anche sinergia tra obiettivi simbolici e obiettivi strategici. Gli antagonismi geopolitici sono spesso caratterizzati dal gioco di specchi tra rivendicazioni territoriali e strategie identitarie, così come dalla continua interazione tra rivendicazioni pragmatiche e dettagliate e contestazioni dell’ordine globale56.
1E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica: media e costruzione del consenso, Carocci, Roma, 2011.
2E. De Blasio, M. Socirce, Il disordine informativo e l’odio in rete. Democrazia a rischio, in H-ermes. Journal of Communication, n. 23, 2023.
3G. Gili, Il problema della manipolazione. Peccato originale dei media?, Franco Angeli, Milano, 2001.
4L. Morlino e M. Sorice (a cura di), L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, Luiss University Press, Roma, 2021.
5Swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/il-presidente-polacco-perde-la-vita-in-un-incidente-aereo/8649100 (consultato il 24 marzo 2026).
6Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/katyn_(Enciclopedia-Italiana)/ (consultato il 24 marzo 2026).
7Cz. Madajczyk, Dramat katynski, Pwn, Varsavia, 1989.
8D. Artico, La strage di Katyn nella storiografia sovietica, in Italia contemporanea, n- 223, giugno 2001.
9R. Horyn-Swiatek, The Katyn Forest, Londra, 1988.
10J. Aro, La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente, Neri Pozza, Vicenza, 2026.
11J. Aro, id. (dalla Introduzione, pp. 7-8).
12Il trattato ABM (Anti Balistic Missile) è considerato la base del processo di disarmo che ha consentito la realizzazione degli accordi Start I e II. Si veda: https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed844/pdfbtind.pdf (Consultato il 4 aprile 2026).
13S. G. Jones, A Covert Action. Reagan, the CIA, and The Cold War Struggle in Poland, W.W. Norton & Company, 2018, pp. 9-10.
14S.G. Jones, op.cit.
15B.B. Fisher, Solidarity, the CIA, and Western Technology, in International Journal of Intelligence and Counter Intelligence, 25 (3), 2012, pag. 429.
16L. Robinson et.al., Modern Political Warface, RAND, 2018.
17C. Stefanachi, Le “rivoluzioni colorate” nelle percezioni strategiche della Russia di Putin: la “guerra ibrida” dell’occidente, in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 1 / 2024.
18C. Stefanachi, op.cit.
19CANVAS – Center for Applied Non-Violent Actions and Strategy: https://canvasopedia.org/who-we-are/ (consultato il 26 marzo 2026).
20M. MacKinnon, The New Cold War. Revolutions, Rigged Elections and Pipeline Politics in the Former Soviet Union, Random House Canada, 2007.
21M. MacKinnon, op.cit.
22C. Stefanachi, op.cit.
23G. Toal, Near Abroad. Putin, the West, and the Contest over Ukraine and the Caucasus, Oxford University Press, 2017.
24M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, Milano, 2009.
25C. Stefanachi, op.cit.
26L.A. Mitchell, The Color Revolution, University of Pennsylvania Press, 2012.
27M. MacKinnon, op.cit.
28S.F. Jones, The Rose Revolution: A Revolution without Revolutionaries?, in Cambridge Review of International Affairs, n. 1, 2006, pag. 41.
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34ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.
35ISPI MENA Centre, F. Petronella, B. Pistola (a cura di), op.cit.
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38L’UE impone sanzioni agli organi di informazione pubblici RT/Russia Today e Sputnik che svolgono attività di radiodiffusione nell’UE, Comunicato Stampa, Consiglio europeo Consiglio dell’Unione europea, 2 marzo 2022: https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/#:~:text=In%20virtù%20di%20tali%20misure%2C%20l’UE%20sospenderà,confronti%20dell’UE%20e%20dei%20suoi%20Stati%20membri.
39J. Aro, La guerra segreta di Putin, op.cit., pag. 159.
40S. Bissacco, La strategia ibrida della Russia nel mar Baltico: una nuova Cortina di ferro?, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 20 maggio 2025.
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49F. Marone, Sfide e minacce non convenzionali, in Osservatorio Strategico – Anno XXIV n. VII, 2022.
50P. Pomerantsev, M. Weiss, The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture, and Money, Institute of Modern Russia, 2014.
51Si vedano: J.S. Curtis, Springing the “Tacitus Trap”: countering Chinese state-sponsored disinformation, in Small Wars & Insurgencies, n. 32, 2021; M. Dubowitz, S. Ghasseminejad, Iran’s COVID-19 Disinformation Campaign, in CTC Sentinel, n. 13, 2020; D. Byman, The Social Media War in the Middle East, in The Middle East journal, n. 75, 2021.
52A. Teti, Intelligence e guerra ibrida: perché la crisi in Iran può colpire Europa e Italia, in Agenda Digitale, 3 marzo 2026.
53WEF – World Economic Forum, The Global Risks Report 2026: https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2026.pdf(Consultato il 3 aprile 2026).
54Sun Tzu (500-320 a.C. ca), L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2018.
55Audizione Senato Antoinette Nikolova:https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/649/Audizione_SenatoAntoinette_Nikolova.pdf
56C. Sbailò, Guerre ibride: quali risposte possibili?, in DPCE online, Sp-1 / 2024.
Articolo pubblicato sul numero 79 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.
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