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Irma Loredana Galgano

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Alberto e Mariacristina Galgano, Il Sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi

07 martedì Apr 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlbertoGalgano, GuerinieAssociati, gueriniNext, GueriniScientifica, IlSistemaToyotaperlaSanità, MariacristinaGalgano, recensione, saggio

Il Sistema Toyota, o Toyota Production System (TPS) oppure ancora toyotismo, è un sistema organizzativo produttivo post-fordista sviluppato in Giappone tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento soprattutto da Taiichi Ohno. 

Anche nel 2025, per il sesto anno consecutivo, Toyota si è confermata azienda leader mondiale nelle vendite. In anni in cui gli altri costruttori hanno costantemente dovuto fare i conti con gli effetti negativi di regole e mercati. Perché? Si punta il dito sull’ibrido, sul vantaggio temporale e tecnologico che la Toyota continua a mantenere. Ciò è sicuramente vero ma la solidità dell’intera azienda non può dipendere solo quello. 

Bisogna focalizzare l’attenzione proprio sul Metodo Toyota, basato su Miglioramento Continuo (Kaizen) e rispetto delle persone, avente come obiettivo principale la riduzione degli sprechi ottimizzando tempistiche e risorse. 

Ma cosa hanno in comune un’industria automobilistica e un ospedale? Un metodo potenzialmente vincente. 

Alberto e Mariacristina Galgano ne Il sistema Toyota per la Sanità. Più qualità meno sprechi (GueriniNext, 2006 – 2026, pp. 280, €26) si sono posti un unico interrogativo da cui è partita tutta l’indagine che li ha condotti alla scrittura del libro: E se il problema della Sanità non fosse la mancanza di risorse, ma come le usiamo?

Il cambiamento nella Sanità auspicato dagli autori e guidato dal Sistema Toyota non è una rivoluzione globale e immediata, o uno stravolgimento imposto da una legge o una riforma. Si tratta di un processo che parte dal basso, dal singolo ospedale, con la speranza, ovviamente, che si sparga e si diffonda a macchia d’olio fino a diventare strutturale dell’intero Sistema Sanitario. 

Il libro è uscito in prima edizione nel 2006. All’epoca in Italia il poter applicare un approccio manageriale studiato per un’industria automobilistica al settore sanitario era un concetto pressoché sconosciuto. Differente invece era la situazione negli Stati Uniti, dove in diversi ospedali l’applicazione del Metodo Toyota per la Sanità era già una realtà. Vengono riportate nel testo le esperienze relative a: Virginia Mason Medical Center, Park Nicollet, Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), ThedaCare.

Queste strutture sanitarie sono da tutti considerate pionieristiche nell’applicazione del Metodo Toyota alla Sanità. Lo hanno adottato a partire dagli albori del nuovo Millennio. Ma cosa è successo davvero in questi anni? Il Metodo infallibile per la Toyota lo è davvero anche per la Sanità?

Il Virginia Mason Medical Center, a Seattle, ha ottenuto risultati sorprendenti sul valore offerto dalla loro Spine Clinic, rispetto alle medie regionali. I pazienti saltano meno giorni di lavoro (4,3 contro 9 per episodio) e necessitano di meno visite di terapia fisica (4,4 contro 8,8). Inoltre, l’uso delle risonanze magnetiche per valutare la lombalgia è diminuito del 23% dal lancio IPU della clinica. Una migliore assistenza ha effettivamente ridotto i costi e anche aumentato le entrate attraverso una maggiore produttività e una maggiore domanda1.

L’IPU – Integrated Practice Units è uno dei sei componenti della Value Agenda, la strategia fondamentale nel contesto della Value-Based Healthcare (VBHC), sviluppata per ristrutturare i sistemi sanitari mettendo al centro il paziente e il valore generato. 

Implementare le Unità di Assistenza Integrate significa organizzare le pratiche mediche intorno a un team dedicato e multidisciplinare che persegue l’unico scopo di creare valore per il paziente seguendo l’intero ciclo di cure. Invece di fornire assistenza in reparti specializzati, si creeranno linee di cura sia per il trattamento della malattia che le sue complicazioni correlate. 

Nel 2001, Gary Kaplan, amministratore delegato del Virginia Mason Medical Center, volò in Giappone per vedere come la Toyota costruiva le sue automobili. L’azienda è rinomata in tutto il mondo per il sistema di produzione “just in time”, altamente efficiente. Kaplan rimase molto impressionato e affermò: «era ciò che è possibile: creare prodotti senza difetti; avere esattamente ciò di cui si ha bisogno, né più né meno, e che questo accada sempre. Era l’antitesi di ciò che si vede nel settore sanitario».  Dal 2001, il Virginia Mason Medical Center ha inviato sette team (composti da medici, infermieri e altro personale) in Giappone per formarsi secondo il Metodo Toyota. Tornati a Seattle, i team applicano le tecniche apprese, volte soprattutto a eliminare eventuali sprechi o inefficienze, per ottimizzare le operazioni di ospedali e cliniche. Viene attribuito all’impiego del metodo Toyota la riduzione di circa 55 chilometri della distanza percorsa a piedi dal personale ogni giorno, coperta maggiormente per attività burocratiche o spostamenti da un settore all’altro, e lo sgombero di circa 1200 metri quadri di spazio prima utilizzato come magazzino o per altre attività improduttive. La struttura ha calcolato (nel 2006) un risparmio di 11 milioni di dollari in investimenti di capitali programmati, una riduzione evidente dei tassi di infezioni nei pazienti e un notevole aumento del livello di soddisfazione di quest’ultimi. 

Nel Sistema Toyota, qualsiasi passaggio che non aggiunga valore al prodotto viene considerato uno spreco, ovvero un “muda”. 

Al momento della introduzione del Sistema Toyota in ospedali e cliniche statunitensi, invece il “muda” sembrava essere ovunque. 

Mike Kaupa, vicepresidente senior di Park Nicollet, non appena ha iniziato ad applicare l’approccio Toyota ha eliminato le numerose sale d’attesa, gli enormi magazzini di stoccaggio e i relativi costi. La nuova clinica ambulatoriale del centro non aveva alcuna sala d’attesa e ciò è stato possibile grazie all’adozione del one piece flow production system usato dalla Toyota2.

Shadyside – University of Pittsburgh Medical Center (UPMC) ha iniziato ad applicare i principi del Sistema di produzione Toyota ad alcuni posti letto chirurgici per pazienti ricoverati. Il personale in prima linea di diverse discipline ha collaborato con un team centrale per riprogettare i processi di cura utilizzando il ciclo PDCA (pianifica, esegui, verifica, agisci) di Toyota. Dal 2001 al 2003, UPMC ha migliorato la somministrazione endovenosa di antidolorifici, ridotto le infezioni dovute a cateteri endovenosi e migliorato i tempi di risposta per i servizi, dalle analisi di laboratorio alla consegna dei pasti. 

Questi successi hanno spianato la strada all’UPMC per diventare uno dei 13 ospedali partecipanti al Transforming Care at the Bedside, un progetto sponsorizzato dalla Robert Wood Johnson Foundation e dall’Institute for Healthcare Improvement. Durante i 12 mesi del progetto la struttura ha registrato un aumento delle chiamate della squadra di pronto intervento al letto del paziente, il 30% in meno di pazienti andati in arresto cardiaco e una mortalità inattesa diminuita del 27%3.

Le strategie adottate da ThedaCare sono molto vicine alle scelte del Virginia Mason Medical Center: visita al letto del paziente da parte dell’équipe clinica al momento del ricovero, elaborazione di un piano di assistenza unificato con il contributo del paziente, riunioni quotidiane al letto del paziente, revisioni periodiche per monitorare i progressi del paziente, miglioramenti alla progettazione degli spazi e all’organizzazione del personale. Tra il 2006 e il 2010, ThedaCare ha registrato una riduzione del 15-20% dei costi per paziente e una riduzione del 10-15% della durata media della degenza, un aumento dell’11% della produttività infermieristica e una maggiore soddisfazione di medici, personale e pazienti4.

Spesso, sottolineano gli autori, uno degli errori più frequenti in cui si incorre quando si parla dell’approccio Lean in Sanità, cioè del Lean Healthcare, è non ricordare che il primo obiettivo è quello di ridurre gli errori, non la qualità. Dunque si tratta non solo di uno strumento per eliminare gli sprechi ma, prima di tutto, un approccio finalizzato a fornire il massimo valore al paziente. Generare il massimo valore non solo per il paziente ma anche per tutti gli altri stakeholder, come il personale stesso, i fornitori, il territorio in generale. 

La Toyota è una delle poche aziende che ha praticamente raggiunto, nell’analisi degli autori, l’obiettivo dello Zero Difetti. Nelle Strutture Sanitarie in Italia tale obiettivo è ancora molto lontano.

In Sanità, il Lean è visto come uno strumento in grado di migliorare tanto i processi clinici che i processi di supporto tecnico-amministrativi, con l’obiettivo di massimizzare il valore del paziente5.

Molti studi concordano nell’attribuire all’implementazione di progetti Lean in Sanità importanti risultati, alcuni direttamente quantificabili (come la riduzione del tempo impiegato nell’esecuzione di determinati processi a parità di volumi di attività, riduzione dei costi, incremento della produttività, riduzione del tasso di mortalità) altri di natura più qualitativa (riduzione della probabilità di commettere errori, miglioramento del clima organizzativo, incremento della soddisfazione del paziente)6. Anche se la letteratura scientifica concorda che è importante adottare un approccio «sistemico» per l’attuazione di progetti Lean, la maggior parte degli studi e delle esperienze si concentrano su singoli processi (come accettazione e pronto soccorso) e/o singola unità operativa (reparto)7.

Negli ultimi anni, l’assistenza sanitaria è stata chiamata a rispondere alle crescenti pressioni derivanti dai cambiamenti della domanda, dovuti ai cambiamenti epidemiologici e alla richiesta di qualità e sicurezza, nonché all’aumento dei costi dovuto all’introduzione di nuove tecnologie. Queste grandi sfide sono esacerbate dalla contrazione delle risorse disponibili nei sistemi sanitari e, per la maggior parte dei paesi, dal principio dell’accesso universale alle cure dei pazienti. Per soddisfare le esigenze di quest’ultimi, un ospedale deve utilizzare un certo numero di risorse scarse al momento giusto: letti, attrezzature tecnologiche, personale con adeguate competenze cliniche, dispositivi medici, rapporti diagnostici e via discorrendo. Una delle questioni più rilevanti è la gestione dei flussi di pazienti al fine di acquistare, mettere a disposizione e utilizzare queste scarse risorse al momento giusto e nel modo giusto, e di garantire la migliore assistenza possibile. Sebbene siano molti gli esempi di successo del Lean nelle strutture sanitarie, molte sono le resistenze nell’applicazione di tale metodo8.

A formare il modello giapponese concorrono sia elementi hard di natura strutturale (meno scorte, automazione frugale, prossimità fisica dei fornitori, …) sia elementi soft di natura culturale e sociale (alta qualificazione e coinvolgimento, impiego a vita, sistema retributivo, rituali di appartenenza, …). I vari elementi sono tra loro concatenati e innestano un circolo virtuoso di rafforzamento. Un circolo virtuoso non certo esente da critiche. La principale questione riguarda la vivacissima controversia sulle conseguenze che il Toyotismo provoca sul lavoro umano. Il sistema produttivo Just In Timeinfatti è efficientissimo se tutto gira al meglio ma è estremamente fragile se sorge un qualsiasi intoppo. Di conseguenza, per poter funzionare il JIT richiede un ambiente sociale assolutamente collaborativo ed estrema dedizione al lavoro. Il lavoro umano diventa più responsabile ma più impegnativo; più flessibile ma più diligente; più di gruppo ma più controllabile; meno burocratico ma non meno vincolante sul piano dei rapporti interni alla comunità di lavoro9. Di fronte a questa ambiguità, spesso basta la scelta di un aggettivo, l’uso di una tonalità piuttosto di un’altra, l’inversione retorica degli argomenti perché lo scenario di stimolante competizione suggerito dai fautori del modello si trasformi, per mano dei critici, in un incubo oppressivo10.

Lo squilibrio strutturale tra lavoratori e destinatari del welfare previdenziale, sanitario e sociale è crescente, ed è comune a tutti i Paesi sviluppati, ma con un’intensità particolare in Italia. OCSE stima che in Italia la forza lavoro potenziale si ridurrà del 30% entro il 2050, dato superiore a qualsiasi altro grande paese europeo, determinando, a parità di altre condizioni, una diminuzione del PIL pro-capite del 17% con le inevitabili ricadute sul livello di benessere collettivo e gettito fiscale. Le conseguenze della crisi demografica, che diviene economica e sociale, impattano direttamente e indirettamente sul SSN. Quest’ultimo è stato disegnato come modello Beveridge, ritenendo che la scelta collettiva fosse la più efficace nell’allocare risorse (scarse) a fronte di bisogni (infiniti). Le liste d’attesa sono da sempre considerate uno strumento fisiologico, e in un certo senso virtuoso, dei sistemi Beveridge, proprio perché esprimono nitidamente l’elenco delle priorità. Sulla carta e nei principi nobili del nostro legislatore, il SSN è concepito come un assetto istituzionale particolarmente adatto a governare situazioni di scarsità, proprio perché capace di concettualizzare, esplicitare e agire le priorità collettive utili a massimizzare il beneficio sociale complessivo. Il quadro demografico dei paesi occidentali e le sue conseguenze sul welfare generano degli scenari strutturali da “coperta corta”, in cui le architetture Beveridge potrebbero dare il meglio di sé, perché più attrezzate dal punto di vista istituzionale per definire le priorità allocative coerenti con l’interesse collettivo. Si pensi alla disponibilità di dati, alla forza di analisi e programmazione unitaria, al capitale istituzionale disponibile per concretizzare scelte di priorità in cui i cittadini possano riconoscersi, proprio in risposta ai gap crescenti tra bisogni e risorse. Purtroppo, le dinamiche cognitive, politico-culturali e istituzionali in corso rendono difficile esplicitare trade off strutturali sempre più stringenti, rendendo difficile o impossibile definire priorità di policy, che spesso sono anche priorità allocative. L’assenza di consapevolezza, dibattito e decisionalità, rende le priorità dei sistemi inconsapevoli, emergenti di volta in volta e quindi spesso casuali e sbagliate, ovvero inefficaci per massimizzare il benessere generale11.

Negli ultimi cinque anni (2021 – 2025) i vincitori del Lean Healthcare Award sono stati, nell’ordine: APSS Trento, Humanitas Research Hospital, AUSL Romagna, AOU Alessandria, ASL Salerno12.

Il Progetto piattaforma digitale Covid-19 @Home ha fatto vincere all’APSS Trento il premio Lean Healthcare Award nel 2021. @Home ha ottimizzato la gestione di oltre 40 mila pazienti, estendendosi rapidamente per il contact tracing durante il Covid-19. Ma l’approccio Lean ha riguardato anche SempliceMente, il progetto pilota dell’azienda per mappare e migliorare i processi, eliminando inefficienze e valorizzando il personale. Il tutto centrato sulla qualità (migliorare la qualità dell’assistenza, compresa quella infermieristica), focalizzandosi sul valore per il paziente e la continuità assistenziale. 

Nel 2022 il Lean Healthcare Award è stato assegnato all’ Humanitas Research Hospital di Rozzano per il progetto “Lean-paziente in prericovero”, che ha l’obiettivo di ridurre le attese durante il pre ricovero in ospedale, migliorando sempre di più la soddisfazione del paziente. Un progetto studiato intorno al paziente, con percorsi personalizzati in funzione della patologia e dello stato di salute di ognuno. Un pre-ricovero sempre più ritagliato sulle esigenze cliniche del paziente. L’Humanitas ha applicato le metodologie Lean anche per migliorare la qualità e l’efficienza nel reparto di radioterapia. In sostituzione della lastra al torace, seguendo le linee guida, è stato condotto uno studio su 1200 pazienti sui quali l’inserimento della punta del catetere venoso centrale ad accesso periferico è stato eseguito con l’ausilio dell’elettrocardiogramma intracavitario, con un abbattimento dei tempi di attesa per il paziente quantificato nel 73%. Dopo l’esito dello studio, il nuovo metodo è stato applicato a tutti i pazienti che necessitavano l’inserimento di un PICC.

La sesta edizione del Lean Healthcare Award ha visto trionfare l’AUSL Romagna con il progetto Digital (he)ART Network che utilizza la tecnologia digitale per il monitoraggio a distanza dei pazienti con scompenso cardiaco, ottimizzando i percorsi di cura e riducendo gli sprechi, in linea con Filosofia Lean e Metodo Toyota. 

Il Lean Healthcare Award 2024 è stato assegnato all’AOU di Alessandria per il progetto Fixing the hospital to fix crowding in ED: un progetto che ha introdotto nuovi meccanismi organizzativi e tecnologie innovative per migliorare i percorsi di cura, riducendo le inefficienze e i tempi di attesa. Circa il 47% del tempo dei professionisti del Pronto Soccorso è dedicato ai pazienti in attesa di un posto letto. Questo progetto ha inciso in maniera determinante sulle azioni di efficientamento della degenza per garantire risposte più rapide e una presa in carico ottimale. 

Il progetto Telestroke ha portato la ASL Salerno a vincere il Lean Healthcare Award 2025: un sistema che ha ottimizzato la gestione dell’ictus acuto, riducendo i tempi di intervento e migliorando l’assistenza, integrando telemedicina e LeanManagement. L’ASL Salerno ha ottenuto un ulteriore riconoscimento con il premio aggiuntivo Value Based Healthcareper l’applicazione di un modello incentrato sul valore delle cure prodotte. 

Intorno a questi esempi positivi esiste tutto un universo di criticità che la grave crisi di sostenibilità del SSN ha progressivamente generato e che condizionano l’esperienza quotidiana di cittadini e pazienti, con ostacoli crescenti all’accesso, alla qualità e all’equità delle cure. L’ottavo Rapporto GIMBE, presentato a Roma il giorno 8 ottobre 2025, evidenzia tutte le criticità sperimentate da cittadini e pazienti (Box 1.1) e l’utilizzo non consapevole del SSN e spese out-of-pocket non necessarie (Box 1.2).

I Box 1.1 e 1.2 elencano nel dettaglio tutti gli sprechi e le perdite di valore che Metodo Toyota e Filosofia Lean cercano di abbattere.

Un Sistema come quello Toyota necessita da 6 a 10 anni per arrivare alla pienezza del suo funzionamento. Ma gli autori ricordano e sottolineano quanto la «lotta agli sprechi» possa essere considerato il mantra della filosofia Toyota, e quanto lo spreco più grave per qualsiasi organizzazione, ma per la Sanità in particolare, riguarda l’intelligenza del proprio personale. Valorizzare questa risorsa, la sua intelligenza, la sua creatività, la conoscenza profonda dei processi e delle opportunità di miglioramento presenti è certamente la strada più efficace per migliorare. 


1M. Marsilio e A. Rosa, Lean e Value Based Management. Modelli e strumenti per la creazione di valore nelle aziende sanitarie, Franco Angeli, Milano, 2020.

2M. McCarthy, Can car manufacturing techniques reform health care?, in The Lancet, Vol 367, 2006.

3M.J. Ball, Patient Safety: a Tale of Two Institutions, in Journal of Healthcare Information Management, volume 20, numero 4, anno 2006.

4Toyota Principles Help Improve Outcomes, Cost Saving at ThedaCare, Becker’s Hospital Review, 16 ottobre 2012.

5D. Jones e A. Mitchell, Lean thinking for the NHS: A report commissioned by the NHS Confederation, 2006.

6Si vedano: L. Brandao de Souza, Trends and approaches in lean healthcare, in Leadership in Health Services, n. 22, 2009; P. Mazzocato et.al., Lean thinking in healthcare: a realist review of the literature, in Quality and Safety in Health Care, n. 19, 2010; Z.J. Radnor, Implementing Lean in Health Care: Making the link between the approach, readness and sustainability, in International Journal of Industrial Engineering and Management, n. 2, 2011; Z.J. Radnor et.al., Lean in the healthcare: The unfilled promise?, in Social Science & Medicine, n. 74, 2012; S.J. Spear, Fixing health care from the inside, today, in Horward Business Review, n. 83 (9), 2005; J.J. Waring e S. Bishop, Lean healthcare: Rhetoric, ritual and resistance, in Social Science & Medicine, n. 71, 2010.

7Si vedano: L. Brandao de Souza (2009) op.cit.; P. Mazzocato et.al (2010) op.cit.;  Z.J. Radnor (2011) op.cit.

8M. Marsilio e A. Rosa (2020), op.cit.

9Si vedano, tra gli altri: Y. Sugimori et.al., Toyota production system and kanban system, in International Journal of Production Research, vol. 15, n. 6, 1977; Y. Momden, Toyota Production System, Institute of Industrial Engineers, Atlanta, 1983; R. Schonberger (1982), Tecniche Produttive Giapponesi, Franco Angeli, Milano, 1990; K. Koike, Intellectual Skill and the Role of Employees as Constituent Members of Large Firms in Contemporary Japan, in Aoki e Gustaffson (a cura di), The firm as a nexus ah treaties, 1988.

10G. Bonazzi, Modello giapponese, toyotismo, produzione snella: alcune questioni aperte, in Quaderni di Sociologia, 3 | 1992.

11Rapporto OASI 2025 – Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano a cura di CERGAS – Centre for Research on Health and Social Care Management, Bocconi University, Milano.

12www.leanaward.it (Ultima consultazione 19 marzo 2026).


Articolo pubblicato su FIRSTonline


© 2026, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La riforma esterna liberal-capitalista che unisce la vecchia Inghilterra, gli Stati Uniti e la nuova Europa: “Riformare i vinti” di Giampaolo Conte

20 sabato Mag 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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capitalismo, economia, GiampaoloConte, GuerinieAssociati, GueriniScientifica, recensione, Riformareivinti, saggio

Le trasformazioni indotte nei paesi della semi-periferia dai paesi capitalisticamente avanzati, in associazione con le élite locali, hanno plasmato il mondo extraeuropeo nel corso del lungo diciannovesimo secolo e stanno, di fatto, trasformando il mondo europeo in questo nuovo secolo.

Tali riforme dimostrano che il processo di liberalizzazione economica non è frutto di una spontanea evoluzione del mercato, bensì è il risultato di un’azione diretta operata dagli attori economici che più ci guadagnano da tali grandi trasformazioni. 

Il problema non è il liberal-capitalismo in sé, che indubbi meriti in termini di prosperità è riuscito a ottenere in molti paesi, ma il principio secondo cui la sua replica istituzionale possa avere lo stesso successo in termini di benessere materiale in paesi che non hanno il medesimo background sociale, culturale ed economico. 

Eppure lo schema che si è presentato sembra essere sempre lo stesso, egregiamente analizzato da Giampaolo Conte nel libro: prima gli inglesi, poi gli americani e infine gli europei capitanati dalla Germania hanno esportato, o tentato di farlo, attraverso l’azione pacifica di una proposta riformista, un modello, un contratto sociale, spesso sotto la retorica della modernizzazione, funzionale alla riproduzione del proprio sistema economico di ispirazione liberal-capitalista. 

Siffatte riforme, concentrate specialmente nel settore finanziario, rimescolano gli stessi equilibri sociali perfino all’interno dei paesi avanzati, che devono a loro volta subire i costi di esternalizzazione che in passato non hanno mancato di scaricare su paesi della semi-periferia. Non essendo funzionali al processo di accumulazione finanziaria, anche le società nei paesi avanzati diventano vittime della trasformazione del capitalismo sostenuta dall’ideologia neoliberista. 

Molti libri sul capitalismo e sulla sua crisi si sono rivelate essere interessanti letture per comprendere un fenomeno la cui portata va intesa come epocale, laddove incide sulla vita e sull’esistenza di intere popolazioni. Ma Riformare i vinti di Giampaolo Conte è un libro che non ti aspetti, per la profondità dell’analisi e la metodica applicata. Dati alla mano, l’autore compie un’indagine sincronica e diacronica sul capitalismo e le sue riforme, sul liberalismo e sull’ideologia neoliberista che ha ispirato gran parte di dette riforme, definite eterne proprio perché applicate in stati, imperi o entità territoriali non inglesi, non statunitensi o quantomeno non appartenenti al club esclusivo delle grandi potenze capitaliste. 

All’interrogativo sulla necessità di leggere un libro come quello di Conte si deve necessariamente rispondere che il punto di rottura di un sistema economico-finanziario, qual è stato ad esempio la crisi del 2007, non è l’inizio di un nuovo periodo bensì il punto di arrivo di tutto ciò che prima è stato. Per evitare l’insorgere di nuove gravi crisi è quello che bisogna indagare e comprendere, ed è esattamente ciò che l’autore ha fatto. Egregiamente.

Il libro

Giampaolo Conte, Riformare i vinti. Storia e critica delle riforma liberal-capitaliste, Guerini Scientifica, Edizione Angelo Guerini e Associati, Milano, 2022.

L’autore

Giampaolo Conte: docente di Storia economica e Storia del capitalismo presso l’Università Roma Tre. In precedenza ha insegnato il Olanda presso l’International Institute of Social Studies ISS. Inoltre, ha avuto incarichi di ricerca ed è stato fellow all’Università di Cambridge e alla London School of Economics LSE.


Articolo pubblicato su Articolo21.org


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Edizioni Angelo Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“Il capitalismo oggi e a sua incidenza su popoli ed economie”

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“Obeya: conoscenza, innovazione, successo”

10 giovedì Feb 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Agile, DevOps, GuerinieAssociati, gueriniNext, GueriniScientifica, lean, Obeya, recensione, saggio, TimWiegel

Gli eventi traumatici degli ultimi mesi, unitamente ai cambiamenti radicali che questi hanno indotto nella vita delle imprese, nel lavoro delle persone, nel ruolo dei leader, evidenziano l’urgenza di individuare e adottare nuovi approcci per guidare un’azienda, sia essa pubblica o privata, verso obiettivi in costante evoluzione e sempre più sfidanti.

Nella prefazione all’edizione italiana del libro di Tim Wiegel, Mariacristina Galgano sottolinea come il testo offra uno strumento potente ai leader delle aziende italiane. Lo strumento si chiama Obeya, messo a punto dalla Toyota nello sviluppo di un progetto di grande complessità: il lancio della Prius, il primo modello ibrido nel mondo dell’automotive. 

Toyota riuscì a sviluppare questa nuova vettura rendendola disponibile sul mercato in metà del tempo solitamente considerato necessario nel settore automotive per il lancio di un nuovo modello. E ciò è stato possibile grazie a Obeya.

L’Obeya cambiò radicalmente il modo di approcciare un obiettivo sfidante, facendo leva su alcuni semplici principi di Visual Management, alcune pratiche virtuose per gestire le informazioni, condurre le riunioni, esercitare il ruolo di leader.

I principi ispiratori dell’Obeya, che derivano dalla filosofia Lean, si possono ritrovare in numerosi approcci oggi molto popolari, come l’Agile. 

Ma, ricorda Mariacristina Galgano, l’aspetto innovativo del libro consiste nel traslocare i potentissimi principi dell’Obeya a uno scopo più largo, rispetto alla loro applicazione originaria, facendoli diventare uno strumento per guidare le persone e per creare nuovi leader. 

Da metodo innovativo per la gestione di progetti complessi a metodo fondamentale per allineare l’azienda intera verso obiettivi sfidanti, per far crescere nuovi leader, generare miglioramento e apprendimento continuo nel processo stesso di realizzazione degli obiettivi. 

Uno strumento per «Servant Leader» che credono nel valore del rispetto per le persone e del lavoro in squadra, ma che hanno anche compreso quanto sia importante applicare con costanza e disciplina alcuni principi semplici, ma indispensabili. 

Tim Wiegel è convinto che si riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati solo con una leadership coinvolta, coerente e strutturata che si impegni a far crescere i membri dei team e trasformare le persone in un esercito di Miglioramento Continuo. 

In giapponese letteralmente Obeya significa «grande stanza». Funge da punto di incontro in cui i leader e la squadra operativa interagiscono, in modo aperto visibile e rispettoso, cosicché la realizzazione della strategia organizzativa entri a far parte dell’attività quotidiana. Se utilizzata correttamente, aiuta a rimuovere gli ostacoli tipici di un approccio manageriale “tradizionale”, quali ad esempio politiche egocentriche, priorità non chiare, pratiche manageriali inadeguate, disallineamento, mancanza di direzione per squadre autonome. 

Toyota mise in pratica il concetto di Visual Management per il progetto Prius concentrandosi su come sfruttare il metodo migliore per sviluppare un prodotto. Lo strumento Obeya poi è diventato parte integrante del sistema Toyota per tutti i progetti di sviluppo di nuovi veicoli. 

Toyota ha avuto molto successo nel creare un modo sistematico di lavorare, coltivando la sua cultura del Miglioramento Continuo e incoraggiando il rispetto per le persone. Con una crescita lenta ma costante, sono riusciti a conquistare l’industria automobilistica dopo la Seconda guerra mondiale, superando importanti attori globali come General Motors e Volkswagen. 

Oggi il concetto di Obeya viene usato da organizzazioni in tutto il mondo, adottato nella sanità, nell’industria, nei servizi bancari e nei servizi pubblici. Un metodo utilizzato sia in grandi multinazionali che in start-up.

La chiave del successo di Obeya consiste in una rappresentazione visibile e tangibile del sistema di leadership, che risulterebbe altrimenti poco chiaro. L’unico modo per far funzionare tutto questo è assicurarsi che ogni aspetto del sistema dell’organizzazione sia rappresentato da persone disposte a osservare, imparare e agire insieme. Per l’autore, il vero valore di Obeya viene creato attraverso il comportamento e il processo decisionale utilizzato dal team.

La rappresentazione visiva di Obeya è semplicemente un supporto per le abilità cognitive. Quello che più conta è come si agisce sulla base di queste informazioni visive. 

Quello che c’è sulle pareti di una Obeya è il risultato di ciò che il team è disposto ed è in grado di mostrare riguardo al proprio lavoro, sia ai membri del team che al resto dell’organizzazione. 

Nell’Obeya, il sistema così com’è compreso dalla leadership è visivamente rappresentato da tutto ciò che è presente sulla parete. 

In un certo senso, le immagini sulla parete sono gli elementi del sistema che il team ha saputo «scoprire». 

Per Wiegel, per poter gestire il sistema della propria organizzazione ogni elemento dovrebbe essere rappresentato da una persona, la quale ricopre una specifica responsabilità. Quindi, allorquando si mettono insieme i pezzi del puzzle come un sistema, ognuno di questi pezzi deve essere rappresentato da una persona nella stanza. Si vede allora chiaramente come le responsabilità e le decisioni di una persona nella stanza influenzino le altre.

L’ambiguità sulla responsabilità delle performance nel sistema viene così cancellata identificando gli elementi del sistema e il leader rappresentativo e responsabile di ciascun elemento. 

I leader devono lavorare continuamente al proprio sviluppo, ma anche supportare e incoraggiare i membri dei loro team a fare lo stesso. 

Fujio Cho (presidente della Toyota) una volta disse: «Prima costruiamo persone, poi costruiamo automobili».

Una “costruzione” che deve essere continua e costante per essere davvero efficace. Collegando mentori e miglioratori a tutti i livelli dell’organizzazione, emerge una struttura coerente di apprendimento bottom-up e una governance strategica top-down, con un ciclo di feedback che non ha precedenti nei metodi tradizionali di management.

Ma imparare spesso non è parte di una cultura che è stata sviluppata e insegnata per raggiungere gli obiettivi. 

Il Management By Objectives (Mbo) suggerisce di raggiungere il target, ma in questo l’apprendimento tende a rallentare, perché l’atto di apprendere non è immediatamente legato a un obiettivo di risultato aziendale misurabile sul breve termine. 

Il Management Per Obiettivi è considerato la causa di molti persistenti problemi nel mondo di oggi. Problemi dovuti non solo all’inseguimento di obiettivi da parte delle persone, ma anche a come questi obiettivi vengono fissati e gestiti. 

L’apprendimento è al contrario il tema centrale dell’Obeya, il che significa che il Management Per Obiettivi viene sostituito da Miglioramento Continuo delle persone e dei processi. La gestione non dovrà più concentrarsi solo sul risultato ma, piuttosto, guardare al processo che crea il risultato.

Tra gli importanti studiosi del XX secolo che hanno influenzato la filosofia del management, Wiegel ricorda in particolare Peter Drucker e W. Edwards Deming.

Drucker introdusse l’Mbo nel mondo del management. Questo sistema è molto adottato ed è responsabile del modo in cui svolgiamo la contabilità e il reporting nelle attuali società «occidentalizzate». 

L’idea alla base dell’Mbo è che un manager venga valutato in base al risultato del suo lavoro, misurando il raggiungimento degli obiettivi che sono stati assegnati. 

Deming ha svolto un ruolo importante nella promozione del ciclo di Miglioramento Continuo nelle case automobilistiche giapponesi negli anni Cinquanta.

Secondo Deming, ci si dovrebbe concentrare sul processo che porta al raggiungimento degli obiettivi, e qualsiasi obiettivo dovrebbe essere sempre verificato rispetto al valore per i clienti e gli stakeholder.

Mentre il messaggio di Deming non sembrava avere un impatto significativo nelle pratiche di gestione occidentali, ha avuto grande successo in Giappone. 

Studiando il Toyota Production System – la base del Lean – si troveranno forti riferimenti e prove di applicazione pratica della visione di Deming del Miglioramento Continuo. 

Se, quindi, il management per obiettivi viene indicato come la causa di molti persistenti problemi del mondo di oggi si evince chiaramente la necessità, espressa più volte dall’autore, di guardare al lavoro Agile, Lean, DevOps e al metodo Obeya. 

Più volte Mariacristina Galgano insiste sulla necessità di apprendere le nozioni dell’Obeya e quanto il libro di Tim Wiegel sia utile a detto scopo. In effetti, dando anche solo uno sguardo sommario al panorama informativo divulgativo – presente in molte pubblicazioni e online nel web – si ha l’impressione ci sia un certo fraintendimento. Agile, per esempio, viene ricondotto alla forma del lavoro agile, inteso come modalità mista in presenza e da remoto oppure nelle forme precarie alternative (contratti a termine, temporanei, da esterni e via discorrendo). E Lean e Obeya spesso sono identificati come progetti di innovazione riconducibili all’impiego o all’incremento della digitalizzazione. Altre volte queste metodologie vengono indicate come strumenti utili per migliorare la soddisfazione del cliente. Il che, a ben pensarci, non è neanche del tutto errato ma sicuramente molto riduttivo e non concorde con il progetto di più ampio respiro creato da Takeshi Uchiyamada.

Si ritrova in questo tipo di approccio il problema evidenziato da Wiegel, ovvero la difficoltà di comprendere il sistema che è l’organizzazione aziendale o societaria. Ciò che Taleb ha definito «opacità causale»1

Egli spiega che non possiamo sapere esattamente come funzionino i sistemi complessi e come una cosa si mette in relazione con un’altra. Non possiamo prevedere esattamente cosa accadrà se influenziamo un aspetto specifico. A causa del pregiudizio verso la complessità, tendiamo a evitare di affrontarla direttamente. 

Ogni volta che c’è un problema – che per Taleb in realtà è un sintomo – si scatena una vera e propria caccia all’errore e si cerca di attenuarlo con una «pezza» piuttosto che una soluzione effettiva. 

Non vediamo e comprendiamo quello che realmente accade perché non riusciamo a vedere attraverso la complessità del sistema. 

Seguendo il modo di lavorare Lean, la ricerca della causa principale aiuta a mostrare più parti del sistema e a cercare di comprendere il motivo per cui il sistema produce problemi di qualità. Una vola rimossa questa causa alla radice, la qualità aumenta e si previene uno spreco di materiale (prodotti difettosi) e di tempo prezioso. 

L’obiettivo del Visual management è, essenzialmente, quello di soddisfare le nostre capacità visive e cognitive, aiutandoci a vedere l’intero sistema e come sta performando, cercando di evitare pregiudizi. 

Wiegel crede davvero che dirigere con Obeya massimizzi il potenziale umano al fine di aiutare le organizzazioni nel loro cammino, augurandosi che dette organizzazioni si pongano come scopo quello di rendere il mondo almeno in parte migliore. Un augurio che non si può non condividere appieno. 

Il libro

Tim Wiegel, Obeya. Un nuovo modello di leadership per guidare team e aziende verso il successo, Guerini Next, Milano, 2021.

Edizione italiana a cura di Mariacristina Galgano che ha curato anche la traduzione.

Titolo originale: Leading with Obeya.

L’autore

Tim Wiegel: coach specializzato nel metodo Obeya, si occupa di favorire cambiamenti organizzativi, lavorando sull’allineamento tra team e organizzazioni. 

La curatrice

Mariacristina Galgano: AD Gruppo Galgano, responsabile Area Risorse Umane e Galgano Formazione, direttore responsabile di Galgano Informazione.

1Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di GueriniNext per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Recensione a “Media digitali e Relazioni internazionali” (Guerini Scientifica, 2021)

29 domenica Ago 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlessandraMassa, geopolitica, GiuseppeAnzera, GuerinieAssociati, GueriniScientifica, MediadigitalieRelazioniinternazionali, recensione, saggio

La ricerca negli ultimi anni ha guardato a quanto accade quando i conflitti vanno online, ma non sempre si è stati accorti nel valutare le conseguenze della popolarizzazione dei temi e delle forme degli stessi.

Le piattaforme online sono solo un altro spazio da colonizzare nella lotta per la definizione degli immaginari bellici, o sono un nuovo spazio nel quale gli ecosistemi di mediazione influenzano i conflitti stessi?

È a partire da quesiti come questo che gli autori, Giuseppe Anzera e Alessandra Massa, hanno condotto la loro ricerca sui media digitali e il loro rapporto o ingerenza nelle relazioni internazionali. Il cambiamento in atto è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati, in breve tempo, sono passati dall’essere soggetti centrali e determinanti nelle questioni belliche e di politica internazionale a poli sparuti in un affollato sistema multicentrico, nel quale convivono e operano vari attori, liberi di operare rispetto alla sovranità nazionale (imprese multinazionali, minoranze etniche, partiti politici transnazionali, organizzazioni non governative internazionali, gruppi terroristici e via discorrendo). E anche laddove gli Stati cercano di intervenire direttamente e ufficialmente, con account e portali istituzionali, in realtà il loro ruolo è sempre mediato dalle regole predefinite e apparentemente universali dei grandi gestori le piattaforme online. 

Queste piattaforme, lontano dall’essere super partes, in realtà esportano modelli economici e politici. Esse non nascono nell’astratto regno di internet, ma risentono del complesso legame con il territorio in cui insistono, «dal quale mutuano non solo l’organizzazione economica, ma anche peculiari valori, come la libertà di espressione, la censura, il peso del potenziale di emancipazione e di autoespressione consentiti ai singoli utenti» (cit. dalla Introduzione al libro). 

Per citare solo uno dei numerosi e interessanti esempi del potere potenziale e reale delle piattaforme online, nel testo si analizza la rappresentazione cartografica del confine tra Russia e Crimea operata dai maggiori gestori di mappe, comeGoogle e Apple. «Questi grandi distributori di servizi online hanno accolto le richieste della Russia in merito all’attribuzione della penisola della Crimea. Così, mentre il mondo politico ancora discute sulla territorialità della Crimea, le piattaforme ragionano con la velocità degli affari, imponendo le loro soluzioni tecnologiche alle diatribe fisiche» (p. 74). Apple Maps mostra le località della Crimea come afferenti la Russia quando si consulta la mappa dal territorio russo mentre se si accede all’applicazione dagli Stati Uniti, gli stessi territori non sono attribuiti ad alcun paese. 

Un problema, quello dei limiti e dei reali confini geopolitici, avanzato e trattato anche da Alfonso Giordano, il quale ha sottolineato come Google alla fine da deciso di mostrare “semplicemente” a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole. Una carta geografica non è una raffigurazione imparziale e scientificamente attendibile di un territorio, piuttosto la rappresentazione di un punto di vista. Per la gran parte è sempre stato così. Oggi, però, con il livello tecnologico raggiunto ci si aspetta una rappresentazione del globo terrestre differente rispetto al passato, allorquando si doveva sottostare all’opinione del cartografo o del suo committente.1

Se la politica internazionale, oggi, si attua anche tramite le piattaforme online, allora queste assumono, in maniera intrinseca, un ruolo politico, poiché è compito loro veicolare e diffondere le informazioni, relative anche a politica internazionale e conflitti. Innegabile che il fine ultimo di queste piattaforme sia il profitto. Ragionevole quindi pensare che la loro gestione non possa corrispondere pedissequamente alla presentabilità pubblica. Ed è in quest’ottica che l’attività di moderazione, operata dalle piattaforme, le individua come strumenti, istituzioni e fenomeni culturali. Il cui potere di influenza si palesa ancor più in caso di malfunzionamento del sistema o diffusione di notizie false, ovvero fake news. 

Gli autori descrivono tutti i potenziali e reali problemi di questo sistema di diffusione delle informazioni, che in parte si affianca mentre in parte va a sostituire il tradizionale metodo di informazione broadcast, ovvero le trasmissioni unidirezionali, senza possibilità di interazione, e lo fanno in maniera molto strutturata, in modo da rimandare al lettore una visione ben ordinata dei vari strati di interesse e azione che vanno a comporre lo scenario entro cui si muove non solo la narrazione comune, ma anche quella politica, internazionale e militare. 

In particolare, la “militarizzazione” degli spazi digitali è per certo un’occasione attraverso la quale eserciti e forze militari possono divulgare le loro narrazioni, coinvolgendo l’opinione pubblica nei racconti sui confronti internazionali, ma gli autori avvertono della necessità di non sottovalutare il potenziale di popolarizzazione e di normalizzazione che potrebbe scaturire dallo stabilire una presenza in spazi di divulgazione e di disintermediazione. Inserire le routine comunicative delle forze armate in contesti diversi potrebbe, infatti, ibridare la loro presenza e sganciarla dagli esclusivi contesti bellici. Le conseguenze di ciò non si conoscono e andrebbero quantomeno monitorate. 

Ecco allora che si presenta uno degli aspetti più cocenti tra quelli trattati nel testo: la responsabilità. A chi spetta la responsabilità di quanto sta accadendo? Alle piattaforme? Agli Stati? Alle reti strutturate di cittadini? Nell’attuale panorama non è ancora ben chiaro anche se è evidente si tratta di una condizione non procrastinabile a lungo. 

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Il Testo

Giuseppe Anzera, Alessandra Massa, Media digitali e Relazioni internazionali. Tecnologie, potere e conflitti nell’era delle piattaforme online, Guerini Scientifica, Milano, 2021. In commercio dal 4 maggio 2021. Libro universitario. Brossura, 172 p., 18,00€.

Gli Autori

Giuseppe Anzera: professore associato di Sociologia dei Fenomeni Politici presso Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia delle Relazioni Internazionali.

Alessandra Massa: dottore di ricerca in Comunicazione, Ricerca, Innovazione presso Sapienza Università di Roma.

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1Alfonso Giordano, Limiti. Frontiere, confini e lotta per il territorio, Luiss University Press, Roma, 2018, 198 p. 

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini Scientifica per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

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