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Irma Loredana Galgano

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Il re-incanto del mondo: il pluralismo politico e culturale

01 domenica Mar 2026

Posted by Irma Loredana Galgano in Pubblicazioni Scientifiche

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Lincantodelmondo, MauroBarberis, Meltemi, recensione, saggio

È ampiamente condivisibile la tesi secondo la quale, quando si parla di pluralismo culturale, si fa riferimento al rapporto tra diverse culture in una prospettiva universalistica, che vede le proprie origini negli anni Sessanta del secolo scorso. I primi passi del pluralismo culturale si possono ricavare nei lavori di di Franz Boas in antropologia, Margaret Mead e Edmund Husserl in filosofia. Questi studiosi costruiscono i loro giudizi sulla critica del pensiero positivista, del dualismo cartesiano e del paradigma razionalista a esso conseguente. Eppure, le origini del paradigma pluralista possono essere collocate in un’epoca notevolmente precedente1.

Per comprendere l’approccio pluralista si può fare riferimento agli scritti di Giambattista Vico2 e Johann Gottfried Herder3,e successivamente agli scritti di Isaiah Berlin4. In essi si possono ravvisare i primi approcci di una prospettiva epistemica in grado di porre al centro del proprio procedere l’importanza delle culture e delle loro diversità, per tentare di offrire una visione pienamente autentica5.

In termini berliniani, il pluralismo culturale è la via del superamento, nella coesistenza più che nella conciliazione, di contrastanti valori, che seppure incompatibili non risultano tuttavia incomprensibili6. Infatti Berlin analizza il soggetto individuale e il soggetto immerso nella società, spingendosi fino a una concezione di universalità dei diritti, sostenuta da Bobbio come fondamentale tutela dell’individuo dalle pretese universalistiche della collettività7.

La realtà attuale viene descritta, non solo nelle analisi sociologiche ma anche in quelle economiche, politologiche e nelle varie scienze fisiche e naturali, come caratterizzata da una strutturale incertezza. In modo sommario i riferimenti a sostegno di questa rappresentazione sono riferibili alla crescente complessità e frammentarietà della realtà sociale, alla crescente egemonia della tecnica nella vita umana e sociale, alla pluralità delle presenze. 

Il pluralismo culturale e di conseguenza il dilatarsi della dimensione multiculturale della società occidentale pone problemi di non facile soluzione per un obiettivo di compresenza non conflittuale e non gerarchizzata di culture, tradizioni, costumi, religioni diverse in una realtà europea, e in particolare italiana, che non è mai stata, né ha avuto le condizioni per proporsi di essere, un melting pot ma è fatta di identità locali tradizionalmente e gelosamente conservate e non di fusioni. 

La lontananza culturale non si associa più con la lontananza spaziale e l’incontro/scontro, l’inclusione/esclusione, nella cui dialettica si gioca oggi il vero conflitto sociale e anche elementi nuovi delle forme democratiche, si disputa all’interno delle singole società, compresa quella del nostro paese8.

Barberis propone una chiave interpretativa del pluralismo presente che parte dal passato, dal politeismo antico, scoprendolo più vivo che mai.

Il politeismo dei valori (Polytheismus des Werte) di Weber9 ha ispirato a Isaiah Berlin il pluralismo dei valori e ha indotto Barberis a riproporre una teoria aggiornata del pluralismo: la consapevolezza che, in un mondo sempre più complesso, anche i valori possono essere plurimi, confliggenti, e richiedere continui compromessi.

Da una parte si richiede, per una convivenza ordinata e pacifica, un universalismo che non sia egemonico, dall’altra il rispetto delle diversità che ripropone, sulla critica dell’illuminismo universalista, un relativismo culturale e razziale della incommensurabilità fra cultura e forme di vita, dove le culture tendono a diventare sempre più autoreferenziali. Il pluralismo è una dimensione di esteriorizzazioni ma è anche di interiorizzazioni che implica la dimensione soggettiva, di un soggetto che viene a trovarsi a far parte di contesti diversi, che possono essere sinergici o conflittuali, ma in ogni caso in assenza di un centro di ricomposizione dei vari frammenti del mosaico delle esperienze, delle appartenenze e delle opportunità, in una realtà che sollecita a vivere tutte le esperienze possibili e a poter disporre di un ampio ventaglio di situazioni differenziate in cui muoversi10.

La prima e più comune famiglia di significati di pluralismo è rappresentata dal pluralismo politico (in senso ampio). Il termine qui indica istituzioni e concezioni socio-politiche tipiche della democrazia liberale: espressione di cui «pluralismo politico» finisce per essere sinonimo, includendo ogni società aperta a tutte le possibili differenze11. Uno Stato pluralista, in questa prima e generica accezione, è una democrazia nella quale differenze e divisioni tipiche delle società occidentali odierne non sono più considerate un rischio per l’unità del corpo politico, come nell’antichità, bensì risorse e ricchezze12.

Parlando di pluralismo poi Rawls constata che l’Occidente sviluppato, ormai aperto alle altre culture, è solcato da profonde differenze13. Affiora qui il problema delle relazioni fra pluralismo politico e culturale e sulla loro compatibilità. Ed ecco che Barberis pone una domanda che è soprattutto una provocazione: noi pluralisti occidentali-e-moderni, laici per definizione, dobbiamo tollerare ogni differenza culturale, compreso il fondamentalismo islamico?

La nostra società conosce, a differenza della prima società industriale, una maggiore omogeneità di condizioni di vita ma anche una più grande diversità di culture, di pratiche, di linguaggi14, per cui, nella vita quotidiana, l’individuo si trova continuamente di fronte all’esigenza di scegliere tra identità diverse e non è da meravigliarsi se alla fine egli tende a aderire a quelle forme di identificazione che sono direttamente collegate alle sue radici originarie, accentuando così le forme di particolarismo15. Berger afferma che il pluralismo indebolisce tutte le certezze e induce processi di pluralismo sociale, etico, e di relativismo16. Già Luckmann aveva rilevato come lo stesso concetto e dimensione del sacro offra una pluralità tale di risposte che non consente più una religione istituzionale, oggettiva, “universale”, ma solo scelte fragili e private di significati “ultimi”, da cui sorge anche un pessimismo relativamente alla possibilità di costruire una società ancorata a valori collettivamente condivisi e cogenti17.

La difesa dell’ortodossia, fino al limite del fondamentalismo, favorisce una forte identificazione e un senso di appartenenza tra soggetto e sistema con forme di agire funzionali al sistema, una forte identità di gruppo e una contrapposizione con coloro che sono fuori dal sistema di appartenenza. Un processo che potrebbe essere definito di autopoiesi. Tendenze verso l’universalismo e la globalizzazione e processi di tipo particolaristico sono fenomeni contestuali nella ricerca di identità e per superare il senso di indeterminatezza indotto dal pluralismo. Nella realtà attuale, probabilmente, si ha una fase dove è massima la tensione tra universalismo e particolarismo18.

Per Barberis, il pluralismo è un valore esattamente come lo sono giustizia, diritti, democrazia e libertà. Un concetto e un valore, quindi, sempre più connesso con l’idea e la pratica della democrazia.

Nel pensiero politico contemporaneo si possono individuare due tesi, due prospettive teoriche complementari su questo concetto: la prima è che il pluralismo sia un punto di vista sulle attuali società pluralistiche per le quali si introduce nella teoria della democrazia un principio differenziatore da quello individualistico, nel cui orizzonte, per esempio, non rientra la presenza dei gruppi; la seconda tesi è quella secondo cui il pluralismo non sia, solo o principalmente, un dato di fatto generato dai processi di differenziazione e democratizzazione, ma, anche e soprattutto, un’azione intenzionale, un’attività sperimentale, una prassi politica unitaria ed essenziale per la democrazia come prova19.

Comunque lo si affronti, il pluralismo non può che essere concettualizzato in opposizione al monismo, all’unità che disconosce la differenziazione o ne teorizza il superamento. La contesa tra monismo e pluralismo ha radici antiche e formulazioni sempre nuove. Le domande di fondo, però, rimangono sempre le stesse: la differenziazione e la proliferazione delle diversità è un bene o un male? Va promossa o limitata? E quanta diversità può accettare al suo interno una società?

È importante sottolineare che in questa concezione del pluralismo ha la meglio un concetto di gruppo in cui prevale la dimensione dell’interesse su quella culturale. La questione delle identità collettive intese in senso culturale apre a questioni problematiche di altra natura per la teoria pluralista. L’unico pluralismo possibile sarebbe quello riscontrabile esclusivamente all’interno di una cultura condivisa, con valori comuni, a partire da quello della tolleranza20.

È possibile quindi il pluralismo nel panorama delle attuali società cosiddette multiculturali o multietniche, dove i gruppi sono sempre meno solo associazioni di interessi e sempre più comunità culturali? È possibile in un mondo in cui la costruzione dei soggetti collettivi segue un percorso diverso da quello che abbiamo conosciuto nel corso della modernità e della tarda modernità, non fondandosi più sulle società civili che sono in piena disintegrazione, bensì caratterizzandosi come prolungamento della resistenza comunitaria?21

Può aiutare l’approccio con cui Berlin affronta il conflitto umano fra i valori, che anche quando si presenta come irriducibile per il loro carattere incommensurabile, può trovare una sua gestione politica attraverso il criterio regolativo del compromesso, criterio capace di disciplinare gli attriti costitutivi di un sistema democratico22.

Si prospetta allora l’opportunità (se non proprio la necessità) di ripensare lo Stato oltre la sua dimensione moderna di Stato-Nazione: da un lato, recependo e analizzando le istanze e i processi orientati a rendere sempre più plurali le sfere del diritto, dei diritti e dello Stato, a partire da quei contesti in cui le differenze etnico-culturali rendono necessaria una politica del dialogo interculturale che si ponga l’obiettivo di un compromesso virtuoso tra valori diversi, orientato a trasformazioni istituzionali in senso pluralista e inclusivo; d’altro lato, sperimentando percorsi di ricerca teorica ed empirica in grado di fornire esemplificazioni e punti di ancoraggio alla realtà politico-giuridica utili per la costruzione di una teoria critica del diritto, dei diritti e dello Stato23.

Barberis sottolinea come la democrazia liberale occidentale, lungi dall’estendersi a tutto il mondo, governa oggi non più del dieci per cento degli abitanti del pianeta; le sue istituzioni contro-maggioritarie – agenzie e magistrature indipendenti, libera informazione – sono attaccate anche in Occidente stesso da movimenti populisti. 

Spesso si sente ripetere che la democrazia è in crisi. Ma cos’è davvero la democrazia ed essa è davvero in crisi? Non sarà per caso in crisi per definizione, ove a “democrazia” si attribuisca il significato etimologico di governo del popolo, corrispondente a un ideale irrealizzabile?24 Nel testo Barberis suggerisce di provare a considerare la democrazia una formula di giustizia: un criterio per distribuire un bene, il potere politico, secondo il voto degli elettori. 

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, l’ingresso nella Unione Europea di vari satelliti dell’ex URSS, la democrazia parve aver vinto definitivamente: tanto che si parlò addirittura della fine della storia25. Cominciò allora il trentennio della globalizzazione. Anche la sinistra sembrò convertirsi al capitalismo, e i suoi leader nei maggiori paesi dell’Occidente parlarono di Terza via fra socialismo e liberalismo. Occasione ghiotte che, per l’autore, li ha visti abbandonare la difesa delle classi subalterne per cominciare a votare per i populisti. 

Il processo di democratizzazione iniziato con la caduta del Muto si è rovesciato nel suo contrario poco dopo il Duemila, quando è cominciata la recessione democratica (democratic backsliding)26.

La riduzione della democrazia a pura tecnica di governo ha prodotto disinteresse per i valori che le sono propri: uguaglianza, intangibilità dei diritti fondamentali, merito, responsabilità per l’esercizio del potere politico. Per converso ha acquisito interesse tutto ciò che è competizione e conflitto: elezioni, primarie, referendum, polemiche. La perdita di vista della centralità dei valori nella vita democratica sta facendo emergere con pericolosa insistenza la costruzione del capro-espiatorio, responsabile principale di tutti i dissesti sociali ed economici, terreno di divisioni e ricomposizioni, soggetto capace di valori estranei percepiti come pericolo: l’altro, il diverso, l’immigrato27.

Larry Diamond ha imputato l’arresto dell’avanzata della democratizzazione alla struttura interna degli “Stati predatori”, nei quali il processo di democratizzazione non si è accompagnato al consolidamento della società civile e del pluralismo sociale: dal momento che non si è sostanzialmente interrotta la tradizione di monopolio del potere da parte di élite oligarchiche, queste ultime hanno rapidamente ripreso a utilizzare le istituzioni come strumento per limitare la competizione economica e per garantire profitti da redistribuire con criteri clientelari28.

Sotto questo profilo, il caso emblematico è rappresentato dalla Russia di Vladimir Putin, ma su un sentiero simile si sono indirizzate anche alcune delle repubbliche ex sovietiche (Azerbaijan, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), le quali, pur avendo imboccato negli anni Novanta la strada della democratizzazione, a partire dal 2005 (soprattutto dopo le “rivoluzioni colorate”) hanno adottato misure volte a restringere ulteriormente gli spazi per le opposizioni interne e i margini della libertà di informazione. Questa tendenza non è stata naturalmente compensata dalle “primavere arabe”, che in effetti, con la parziale eccezione del caso tunisino, non hanno contribuito in modo sostanziale a rinvigorire l’espansione globale della democrazia liberale. Al contrario si sono registrati rilevanti segnali di regressione in Venezuela e in altri paesi strategicamente importanti come Turchia, Bangladesh, Kenya e Nigeria29.

Oltre che nell’arresto dell’espansione globale della democrazia, ulteriori segnali di una rignificativa “recessione democratica” giungono anche dalle dinamiche interne dei sistemi politici occidentali, e più precisamente nel logoramento di alcune delle garanzie che consentono la competitività tra partiti e il pluralismo informativo. Ungheria e Polonia, in virtù di misure ritenute lesive della libertà di espressione e dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, sono considerati da molti osservatori come casi di “democrazia illiberale”. Più in generale, i segnali di una contro-rivoluzione anti-liberale possono essere riconosciuti in tutti quei sistemi politici – per esempio in Austria, in Francia, in Germania, in Italia, nei Paesi bassi e negli Stati uniti – che, nel corso degli ultimi anni, sono stati teatro dell’ascesa di formazioni “neo-populiste” portatrici di posizioni anti-immigrazione, anti-globalizzazione e anti-establishment, più o meno connotate in senso nazionalista e nativista30.

Nell’analisi di Mauro Barberis, l’ingrediente davvero rivoluzionario delle democrazie occidentali, il fattore che da sempre provoca divisioni e conflitti con le altre culture, non è la democrazia: è il carattere liberale e pluralista di questa. 

In Occidente, diversamente che altrove, la democrazia non serve ad attribuire un potere illimitato alla maggioranza o a un capo, ma a garantire quei particolari valori che sono i diritti. 

Certo, per giustificare la colonizzazione occidentale del mondo, i diritti sono stati concepiti anche come naturali, umani, universali… Eppure restano l’elemento distintivo della cultura occidentale31.

Per ragioni nobili o ignobili, in effetti, fingiamo spesso di ignorare che il nostro concetto di diritti non è universale-ed-eterno, bensì occidentale-e-moderno. 

Occidentale: il concetto di diritti soggettivi può ricondursi alle tre radici dell’Occidente (diritto romano, filosofia greca, religione cristiana)32.

Moderno: neppure in Occidente la sua affermazione è stata pacifica. Per entrare nel senso comune occidentale, infatti, i diritti hanno dovuto diventare il grido di battaglia delle tre grandi rivoluzioni occidentali.

Fra tutti i nostri diritti, la libertà gioca un ruolo – certo non più fondamentale degli altri, ma – unico: è il valore più tipico, distintivo e divisivo della nostra cultura, occidentale e moderna33. Lo è già come concetto: è impossibile tradurre la parola “libertà” in una qualunque lingua antica del vicino Oriente, compreso l’ebraico, così come è impossibile tradurla in qualsiasi lingua dell’estremo Oriente34.

Secondo le tesi di Bobbio e Matteucci il principio pluralista è ascrivibile a una corrente del pensiero cattolico che inizialmente lo intese come forma di libertà religiosa35. Infatti, si affermò mediante la rivendicazione di sfere di autonomia e di libertà a favore degli individui, al fine di garantire la loro dimensione nella comunità religiosa, e contro il dispotismo dello Stato. 

Questo tratto caratterizzante del pluralismo ha conservato le sue caratteristiche anche nelle diverse ricostruzioni che sono state proposte in epoca più recente, anche se il pensiero politico contemporaneo ha sviluppato significati differenti del pluralismo che non consentono di stabilire una nozione unitaria. 

Il modello pluralista continentale europeo affermatosi soprattutto nelle Costituzioni del secondo dopoguerra ha una natura prescrittiva. Esso, infatti, ha l’ambizione di plasmare la società attraverso il dover essere giuridico, mediante la qualificazione di una pluralismo articolato e differenziato a seconda delle diverse esperienze costituzionali considerate. Peraltro, pur nella loro varietà, le tesi prevalenti sono accomunate dall’idea di fondo che configura il pluralismo costituzionale come un modello di democrazia teso a contrastare e respingere ogni forma di totalitarismo. Inoltre, l’ideale pluralista, in molte sue ricostruzioni, si direbbe quello di disinnescare e di normalizzare il conflitto sociale permanente tipico, non solo della società ottocentesca divisa in classi, ma anche di quella contemporanea attraversata da eterogenee e articolate istanze sociali difficilmente componibili: come le contrastanti e irrisolte questioni poste dalla società multi etnica, multi religiosa, multi culturale, in cui gli interessi conflittuali in campo non sempre ricevono adeguate risposte da parte dei sistemi democratici contemporanei36.

La questione è che il pluralismo ritiene necessario un minimo di omogeneità, mentre l’anti-pluralismo ritiene un minimo di eterogeneità inevitabile: tuttavia, entrambi gli indirizzi trascurano in linea di principio il problema di dove si debba ricercare l’optimum di una omogeneità desiderabile e con quali metodi essa sia realizzabile37.

In Europa il tema della gestione del pluralismo culturale – già sorto nella seconda metà dello scorso secolo, a seguito dei flussi migratori determinati, per lo più, da bisogno di manodopera lavorativa da una parte, e di reddito dall’altra – solo negli ultimi decenni (caratterizzati da una migrazione più massiccia con prospettive stanziali e quindi dal radicamento di famiglie e comunità di origine straniera), è stato reso oggetto, anche a livello teorico, da una tematizzazione specifica. 

L’idea multiculturale di giustizia rivendica la necessità di una politica di convivenza tra culture diverse che esprima il valore dell’uguaglianza considerando non direttamente i singoli, bensì i gruppi – quali intermediari ineliminabili tra il singolo e lo Stato – come le unità di riferimento tra le quali garantire l’applicazione di misure volte a produrre ugual rispetto e considerazione. Questo tipo di politica, affidando al gruppo culturale stesso la gestione e la rappresentanza dei suoi membri, ha naturalmente richiesto la definizione di un’organizzazione interna e, quindi, di ruoli di potere identificati all’interno delle comunità. Tuttavia, tali ruoli di rappresentanza – e quindi di potere – sono stati preferibilmente attribuiti a quei soggetti che, all’interno dei gruppi, si sono posti come i più “rappresentativi” della loro identità, e quindi, quasi inevitabilmente, a quelli più “tradizionalisti”. Ciò non solo ha contribuito a enfatizzare e acuire le divisioni tra le diverse entità culturali socialmente organizzate all’interno della società, ma ha anche finito per definire queste ultime per lo più con riferimento a tesi “conservative”, quasi a presupporre che per ogni cultura si possa identificare una sola forma pura e immutabile, e che solo questa – e non le sue (impure) evoluzioni – possa essere la sola meritevole di essere considerata rappresentativa del gruppo38. In altre parole, attraverso tali politiche di riconoscimento, il progetto multiculturale avrebbe finito per istituzionalizzare e gestire la diversità inserendo a forza le persone in “contenitori etnici e culturali”39, e definendo i bisogni delle persone in relazione ai gruppi nei quali esse sono appunto ricomprese, allo scopo di modellare le politiche pubbliche sulla base di questi contenitori. In tal modo, le politiche multiculturali avrebbero contribuito esse stesse a imporre identità necessariamente “differenti” alle persone ascritte a tali gruppi, e a fissarne lo status, sancendo peraltro, come immutabili e come essenziali per la definizione della cultura stessa, gli assetti di potere istituzionalmente identificati e ufficializzati (sottratti così alla loro naturale ridiscussione), e ignorando i conflitti interni e le correlate spinte trasformative (legate alla potenziale ridefinibilità delle gerarchie interne di genere, di classe o politico-religiose)40. Il multiculturalismo ha imposto, insomma, una sorta di camicia di forza identitaria e monolitica alle culture, finendo così per imporre una falsa stabilità a esperienze di per sé naturalmente fluide, e per bloccare la strada allo sviluppo potenziale dato dalle minoranze desiderose di cambiare la loro cultura “da dentro”41.

Il linguaggio astratto e apparentemente universalista che sottende la presentazione dei valori di libertà, uguaglianza e pluralismo del liberalismo politico, nella pratica è stato in contraddizione con l’esclusione di molte “voci” per quanto riguarda la regolazione istituzionale delle libertà, delle uguaglianze e dei pluralismi specifici degli stati contemporanei. Negli ultimi anni si è lentamente sviluppata l’idea che, se aspiriamo a procedere verso democrazie liberali di maggior qualità morale e istituzionale, i valori di libertà, uguaglianza e pluralismo politico devono essere tenuti in considerazione anche dal punto di visa delle differenze nazionali e culturali. Oggi sappiamo che i diritti delle prime tre ondate – quella liberale, quella democratica e quella sociale – non garantiscono di per sé l’attuazione di quei valori nella sfera culturale e nazionale. In altre parole, si è gradualmente fatta spazio l’idea che l’uniformità dello stato – implicita nelle tradizionali concezioni liberaldemocratiche (e sociali) di uguaglianza dei cittadini o di sovranità popolare – è nemica della libertà, dell’uguaglianza e del pluralismo nella sfera culturale e nazionale. Inoltre, riceve sempre maggior sostegno l’idea che sia consigliabile promuovere versioni più moralmente raffinate e istituzionalmente complesse delle democrazie liberali per conciliare le loro varie tipologie di pluralismo interno. Pertanto, un valore come l’uguaglianza, in termini concettuali, non viene più messo a contrasto esclusivamente con la diseguaglianza politica e sociale, ma anche con la differenza nazionale e culturale. 

Si sta facendo strada l’idea che l’uniformità e il limitato individualismo della tradizione liberale siano nemici delle dimensioni chiave di uguaglianza, libertà e pluralismo. Pertanto, la ricerca di forme adeguate di cosmopolitismo e universalismo comporta lo stabilire un ampio riconoscimento e una sistemazione politica, in condizioni di equità, delle voci culturali e nazionali che sono escluse, marginalizzate o sminuite nelle democrazie liberali42.

Il “pluralismo contemporaneo” è, quindi, ben diverso da quello del passato, in cui la pluralità era espressione dell’articolazione di una base di valori pur sempre comune. Ora si tratta della diversità profonda di orizzonti di senso e di concezioni globali della vita umana. La comunanza non può essere data per presupposta e semmai deve essere cercata senza la certezza che possa essere trovata. Pertanto, mentre nel passato i dettami dell’autorità o il voto a maggioranza erano limitati e controllati da una preesistente base comune di valori, ora, se si vuole evitare di ricorrere alla coercizione, bisogna fare sempre più affidamento sulla ragionevolezza e sull’argomentazione per giustificare quelle restrizioni che rendono possibile la convivenza43.

Pur vivendo nelle società più ricche, sicure e libere di tutti i tempi, noi occidentali-e-contemporanei siamo quotidianamente visitati dagli incubi: riscaldamento globale, digitalizzazione, migrazioni, la stessa triade populismo-nativismo-fondamentalismo, la guerra… Il rimedio che propone Mauro Barberis è il re-incanto del mondo: facciamocela piacere questa complessità, la varietà è il vero riscatto dal dolore che essa stessa produce.

Bibliografia di riferimento

Mauro Barberis, L’incanto del mondo. Un’introduzione al pluralismo, Meltemi, Sesto San Giovanni (Milano), 2024.


NOTE

1S. Hasanaj, Appunti sulla filosofia della storia del pluralismo culturale, in Dialoghi Mediterranei, n. 31, Istituto Euroarabo Mazara del Vallo,maggio 2018.

2G. Vico, Principi di scienza nuova (1725).

3D. Linker, The Reluctant Pluralism of J.G. Herder, in The Review of Politics, Cambridge University Press, 5 agosto 2009.

4I. Berlin, Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee, Adelphi, Milano, 1994.

5F. Rigotti, Pluralismo culturale, etnocentrismo e relativismo, in C. Galli (a cura di), Multiculturalismo, Ideologie e sfide, Il Mulino, Bologna, 2006.

6A. Verri, Isaiah Berlin e il pluralismo dei valori, in Pasquale Venditti (a cura di), Filosofia e storia: studi in onore di Pasquale Salvucci, Quattroventi, Urbino, 1996.

7N. Bobbio, Il liberalismo di Isaiah Berlin, su Rivista di storia italiana, n. 92, 1980.

8R. De Vita, Pluralismo ed Etica, Franco Angeli, Milano-Roma, 1996.

9M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1948.

10R. De Vita, op. cit.

11K. Popper, Miseria dello storicismo (1944-1945), Feltrinelli, Milano, 1975.

12G. Sartori, Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei. Saggio sulla società multietnica, Rizzoli, Milano, 2000.

13J. Rawls, Liberalismo politico (1993), Comunità, Milano, 1994.

14R. De Vita, op.cit.

15F. Crespi, Dove vanno le società complesse, in Micromega, n. 3, 1990.

16P.L. Berger, Una gloria remota, Il Mulino, Bologna, 1994.

17T. Luckmann, La religione invisibile, Il Mulino, Bologna, 1969.

18R. De Vita, op.cit.

19F. Barbano, Pluralismo. Un lessico per la democrazia, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

20R. Cammarata, Dal pluralismo politico allo Stato plurale (ovvero della democrazia al tempo dei populismi e degli etno-nazionalismi), in NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, n. 2 / 2019.

21M. Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano, 2008.

22I. Berlin, Sulla ricerca dell’ideale, Morcelliana, Brescia, 2007.

23R. Cammarata, La sfida del pluralismo al diritto, ai diritti e allo Stato. Teoria e casi di diritto plurale, Liberedizioni, Brescia, 2015.

24G. Giacomin, La crisi cronica della democrazia. La razionalità limitata come condizione pre-politica del disagio democratico, in Notizie di Politeia, 2018.

25F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), Utet, Segrate (Milano), 2023.

26Si vedano: L. Diamond, Facing-up to the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015; S. Levitsky, L. Way, The myth of the democratic recession, in Journal of Democracy, 26/1 2015.

27L. Violante, La recessione democratica, in Rosa Elena Manzetti (a cura di),  Desideri decisi di democrazia in Europa, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018.

28L. Diamond, The Democratic Rollback. The Resurgene of the Predatory State, in Foreign Affairs, vol. 87, n. 2, marzo/aprile 2008.

29L. Diamond, Facing Up to the Democratic recession, op.cit.

30D. Palano, La “recessione democratica” e la crisi del liberalismo, in Governare la paura. Journal of interdisciplinary studies, Unibo – Università di Bologna, 2019.

31M. Cranston, Are there any Human Roghts?, in Daedalus, 132/1, 1983.

32P. Costa, I diritti di tutti e i diritti di alcuni. Ambivalenze del costituzionalismo, Mucchi, Modena, 2018.

33L’intraducibilità di cui si parla è, ovviamente, relativa: è sempre possibile tradurre un concetto in qualsiasi lingua, anche ricorrendo a perifrasi. 

34Si vedano: M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari, 1973; M.I. Finley, L’economia degli antichi e dei moderni (1981)”, Laterza, Roma-Bari, 1984.

35Si vedano: N. Bobbio, Pluralismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il Dizionario della Politica, Utet, Segrate (Milano), 2013; N. Matteucci, Pluralismo, in G. Bedeschi, M. Cappelletti, N. Matteucci, M. Salvadori, P. Sylos Labini, Enciclopedia delle scienze sociali, Ist. Della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991-1998.

36F.R. De Martino, L’attualità del principio pluralista come problema, in Rivista AIC – Associazione Italiana dei Costituzionalisti, 2/2019.

37. Fraenkel, Il pluralismo come elemento strutturale dello stato di diritto liberal-democratico, in V. Atripaldi (a cura di), Il pluralismo come innovazione. Società, Stato e Costituzione in Ernst Fraenkel, Giappichelli, Torino, 1996.

38A. Verza, La parabola del multiculturalismo, tra teoria, pratica, e criticità, in Democrazia e diritto, n. 3 2019.

39K. Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici. Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, Nessun Dogma, Roma, 2016.

40A. Verza, op.cit.

41S. Benhabib, The Claims of Culture: Equality and Diversity in the Global Era, Princeton University Press, Princeton, 2002.

42F. Requejo, I fronti deboli del pluralismo politico. Le minoranze nazionali e culturali in Europa, in Nazioni e Regioni. Studi e ricerche sulla comunità immaginata, 1/2013.

43F. Viola, Autorità ed eguaglianza nella democrazia deliberativa, in Roberto Luppi (a cura di), Autorità e democrazia. Educare al pluralismo nel XXI secolo, Armando Editore, Roma, 2022.


Articolo pubblicato sul numero 78 di Dialoghi Mediterranei, rivista scientifica per le aree disciplinari 10 e 11 (delibera Anvur n. 110 del 11-05-2023, con decorrenza dal 2018), link all’articolo.


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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La guerra di Siria. Otto anni di studi e reportage sul campo: il libro-inchiesta di Giorgio Bianchi

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GiorgioBianchi, LaguerrainSiria, Meltemi, recensione, saggio

Scrivere di Siria significa confrontarsi con una delle vicende più complesse e cruente del nostro tempo. Giorgio Bianchi ripercorre gli eventi dalle proteste del 2011 ai più recenti sviluppi geopolitici, mostrando come la guerra di Siria sia stata, sin dall’inizio, alimentata da attori esterni, che hanno trasformato una crisi interna in un sanguinoso conflitto per procura. 

Otto anni di lavoro sul campo per restituire una visione documentata di un quadro che obbliga a ripensare non solo la Siria, ma anche il modo in cui l’informazione internazionale ha costruito – e continua a costruire e manipolare – il racconto delle guerre contemporanee.

Governo di transizione e ricostruzione economico-istituzionale del Paese

Il 29 gennaio 2025 Ahmed Hussein al-Shara’, già leader de facto della Siria post Assad, è stato ufficialmente nominato presidente del governo di transizione siriano. Dopo tredici anni di guerra civile, che ha causato più di mezzo milione di morti, dodici milioni di rifugiati, e ingenti danni economici, il conflitto è stato dichiarato concluso a seguito dell’operazione militare Deterrenza contro l’aggressione. Il conflitto in Siria ha visto la partecipazione di diversi gruppi armati substatali, spesso in competizione tra loro: Hay’at Tahir al-Sham (HTS), nato come gruppo off-shoot di al-Qaeda in Siria; le milizie curde; l’Esercito siriano libero; l’Esercito nazionale siriano. 

La Siria affronta quindi un delicato periodo di transizione politica e militare. Necessita una ricostruzione economica e istituzionale del paese, la quale deve integrare le diverse forze politico-militari che hanno preso parte alla guerra. Il governo di transizione guidato da Al-Shara’ dovrà essere capace di riuscire a soddisfare, per esempio, le richieste delle forze curde legate al Partito dell’unione democratica (PYD) e delle sue milizie, le Unità di protezione del popolo (YPG) e le Unità di protezione delle donne (YPJ), uno dei principali gruppi dell’alleanza ribelle delle Forze democratiche siriane (QSD)1.

Il ruolo dell’asse atlantico-israeliano nelle guerre mediorientali

L’asse atlantico-israeliano ha dettato l’agenda delle guerre mediorientali. A partire dal secondo capitolo del conflitto siriano, iniziato nel 2018, la supervisione è affidata a Israele che, con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e il riconoscimento della città come capitale dello Stato ebraico contro ogni risoluzione dell’Onu, è diventato ufficialmente il poliziotto americano della regione. Si tratta di un regolamento di conti che dura da oltre quarant’anni, dall’anno della rivoluzione del 1979 e dalla presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa di Teheran il 4 novembre dello stesso anno: l’era della destabilizzazione cominciò allora, seguita dalla guerra in Afghanistan contro l’Urss. In Occidente spesso le ragioni di questo conflitto sono state indicate come uno scontro tra sciiti e sunniti, come l’esito di una rivoluzione fallita, come un conflitto per le pipeline del gas o come una guerra per procura delle Grandi Potenze. In realtà, ci sono dentro tutti questi elementi: in questa guerra non c’è un solo imputato e una sola colpa, ma ci sono concorsi di colpa e molti imputati. Èovviamente cominciato tutto con la rivolta contro il regime di Assad nel 2011 e questo conflitto è stato per alcuni periodi di tempo un conflitto interno. È diventato un conflitto internazionale nel momento stesso in cui, il 6 luglio del 2011, l’Ambasciatore americano Ford è andato a passeggiare in mezzo ai ribelli di Hama per dare il segnale che il regime di Assad si poteva colpire. Poi c’è stato il coinvolgimento della Turchia, che ha aperto la strada del jihad facendo affluire migliaia di combattenti islamici da tutto il mondo musulmano. E questa è stata la parte del conflitto che ha trascinato dentro come finanziatori della guerriglia anche le monarchie del Golfo. 

Guerra in Siria: rivolta, guerra civile o proxy war?

La guerra siriana è cominciata come una rivolta, è proseguita come una guerra civile, ma è subito diventata una sorta di guerra per procura con la partecipazione di tutte le potenze con l’obiettivo di abbattere il principale alleato dell’Iran. La Siria è stata, infatti, l’unico Paese arabo a schierarsi con Teheran, quando ci fu l’attacco di Saddam Hussein nel 19802.

Il 20 dicembre 2025 gli Usa hanno lanciato una serie di raid aerei contro lo Stato islamico in Siria in risposta all’attacco a Palmira del 13 dicembre che ha causato la morte di tre americani. Di vendetta ha parlato sui social il capo del Pentagono Pete Hegseth e di pieno sostegno del governo siriano il presidente Donald Trump il quale ha descritto Ahmad al-Shara un uomo che sta lavorando duramente per riportare la grandezza in Siria3.

Giorgio Bianchi, prima delle testimonianze fotografiche dei suoi reportage in Siria, scrive un articolato resoconto della situazione nel paese e, soprattutto, del nuovo governo di transizione guidato appunto da Ahmad al-Shara, leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), nome di battaglia: Abu Muhammad al-Jolani. Ex numero due di Al-Qaida, con una taglia da 10 milioni di dollari sulla testa.

Guerra in Siria: vittime, sfollati, rifugiati e migranti interni

Dal 2011, il conflitto in Siria ha causato la morte di quasi 620 mila persone4, di cui 234 mila civili5. 13.4 milioni di siriani sono fuggiti dalle loro abitazioni. Si contano circa 7 milioni di sfollati in Siria la maggior parte dei quali (3.4 milioni) si trova nella regione nord-occidentale del Paese, ad Aleppo e Idleb6. Quasi 5 milioni di persone sono rifugiate nei paesi limitrofi, principalmente Turchia, Libano, Giordania, Iraq, Egitto7.

Durante il suo primo viaggio in Siria, Bianchi si reca nelle campagne circostanti la città di Tartous. Sui muri di ogni villaggio visitato campeggiavano i volti dei soldati del Syrian Arab Army (SAA) morti in guerra. Per le strade si vedevano prevalentemente donne, vecchi e bambini. Mancavano quasi nella loro totalità intere generazioni di uomini. E gli sfollati interni al Paese erano tantissimi ma a nessuno, in Occidente, sembrava importare di loro. Media e governi occidentali erano interessati solamente a coloro che sceglievano quella che era stata battezzata come la “rotta balcanica” dei rifugiati. 

La “foto non scattata” di Bianchi che rivela la vera essenza della guerra

Durante una cena con i restauratori del museo di Damasco, Bianchi si vede negare un’intervista da parte di uno di loro. Dapprima ne rimane deluso considerando l’accaduto come l’ennesima “foto non scattata” che grava nell’anima come una sconfitta professionale. Ha poi realizzato che l’immagine più rappresentativa del conflitto siriano è proprio quella “foto mancata”. Il restauratore non aveva voluto fare l’intervista perché non voleva parlare di quanto accaduto durante i sette anni in cui era stato arruolato. Quanto visto e vissuto, se ricordato, non gli permetteva di mantenere l’equilibrio psicofisico necessario per stare ancora a questo mondo. 

Non esistono parole adatte per raccontare la guerra in Siria. Come non esistono parole adatte a raccontare qualsiasi guerra. Solo chi ha vissuto una guerra la può davvero comprendere fino in fondo. E così l’autore realizza che è proprio nel silenzio del restauratore che si annida tutto l’orrore della guerra, che non è fatta per essere raccontata.

I reportage fotografici della guerra per raccontare la resilienza di un popolo

I reportage fotografici di Giorgio Bianchi, raccolti nel libro insieme ai suoi resoconti di quanto accaduto nelle varie parti del Paese, non sono il racconto della guerra in Siria ma l’immagine iconografica della realtà di un popolo e di una nazione che ha vissuto e subito l’orrore della vita che porta la morte.

A lungo, l’intera opera dei Carracci è stata caratterizzata come “eclettica” e a essi è stata attribuita una teorizzazione in tal senso, poi ampiamente smentita nel tempo. Essi impostano la loro azione culturale su un rapporto dialettico tra la riconquista del “vero naturale” e la rimeditazione della grande tradizione del Rinascimento. Estremamente indicativa del loro metodo di lavoro è l’importanza data al disegno, non in senso accademico ma come esercizio, indagine sperimentale della realtà. Il più giovane dei Carracci ha rivelato fin dai suoi esordi un temperamento passionale e inquieto e la capacità di affrontare com impeto esperienze diverse con un’evidente insofferenza nei confronti di teorizzazioni o programmi costituiti a priori. Qualunque tematica affronti, Annibale tende a un “fare grande”, a una pittura eloquente, saldamente costruita e sostenuta da una vitalità calorosa. La qualità del suo “naturalismo” può essere valutata in opere come l’Autoritratto, Il mangiafagioli o La bottega del macellaio. In questo dipinto il rigore compositivo e la forza delle figure danno alla realtà della scena di vita quotidiana un valore “monumentale”8.

Bianchi, sulle orme di Carracci, rende la vita quotidiana un’opera d’arte

Osservando le immagini del reportage Siria, il lento ritorno alla vita (2016 – 2020) si percepisce, da parte di Giorgio Bianchi la stessa volontà e la medesima capacità di Carracci di rappresentare la vita quotidiana come un’opera d’arte. 

Nella foto che ritrae la bottega di macelleria del mercato sulla sponda Est del fiume Eufrate colori e protagonisti sono immortalati nella quotidianità di un gesto a loro consueto in un luogo che sentono familiare. Il rosso del tessuto degli aiutanti di bottega in Carracci, nella fotografia di Bianchi diventa il sangue degli animali macellati, spazzato via dall’aiutante sul fondo centrale della scena. Ma l’immagine non rimanda a una simbologia di morte, piuttosto alla vita che riprende nella sua più “banale” e “ordinaria” quotidianità.

Iconografica anche la fotografia della festa di addio al nubilato celebrata da alcune amiche di varie confessioni religiose in uno dei pochi ristoranti aperti nella città vecchia di Damasco. Bianchi ferma su pellicola un momento di ilarità e spensieratezza che sembra addirittura far dimenticare dove la foto è stata scattata e in che contesto storico. Contesto che invece si fa di nuovo strada nell’immagine che ritrae un frammento di vita quotidiana della famiglia che per prima ha fatto ritorno al villaggio di Murak, dopo la cacciata dell’ISIS. Prima della guerra lavoravano in una delle tante aziende locali produttrici di pistacchi. Oggi quei campi giacciono abbandonati nella campagna circostante eppure, il legame con la terra natia, li ha spinti a ritornare. Una foto che sembra una tela costruita seguendo uno schema circolare, evidente anche nella disposizione dei protagonisti ripresi in un attimo di familiare relax. Bianchi è riuscito a immortalare l’istante in cui tutti i presenti avevano lo sguardo rivolto verso sinistra, come orientati al passato, mentre il bambino, al sicuro tra le braccia le padre, guarda in direzione opposta, verso destra. E sembra avere lo sguardo rivolto al futuro. Una scena che racconta tanto di ciò che la guerra ha rappresentato per questa famiglia ma che focalizza l’attenzione sulla speranza, sulla rinascita, sul futuro. 

La guerra in Siria ha avuto effetti devastanti su economia e cultura

Prima dello scoppio del conflitto, i dati dei report pubblicati dalla Syrian Centre for Policy Research9 e da World Vision10sembrano tracciare uno stato in una condizione economica relativamente positiva: la disoccupazione era stabilmente sotto il 10 per cento, il Pil pro capite in crescita e il debito pubblico più basso che in altre nazioni. Con l’inizio del conflitto, tutti i settori sono stati coinvolti da un ridimensionamento drastico della capacità produttiva. Tutto ciò ha causato una crescita della disoccupazione di circa il 627 per cento nel quinquennio 2010-2015 e una riduzione senza precedenti del Pil, con un calo annuo attestato intorno al 15.7 per cento nel periodo 2011-201411. La scarsità dell’offerta ha poi provocato un aumento dell’inflazione in tutti i settori rilevanti12.

Osservando le devastazioni arrecate dalle “primavere arabe” risulta evidente come le nuove forze in campo sentano la necessità di de-costruire il passato e i suoi simboli di regime per guardare al futuro in maniera differente, verso nuovi orizzonti13. Ciò è dovuto al fatto che i monumenti e le opere d’arte non sono solamente oggetti di semplice valore estetico ma sono pregni di significati politici, è per questo motivo che durante un conflitto armato i beni appartenenti o rappresentanti il nemico possono subire un deliberato danneggiamento o addirittura la completa distruzione. 

La Siria è patria di sei siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO: le antiche città di Aleppo, Damasco e Bosra, il Krak dei cavalieri, la cittadella di Saladino e il sito archeologico di Palmira. Tutti gravemente danneggiati. I monumenti hanno subito danni da parte di tutte le forze in campo14.

Distrutto un patrimonio millenario: la città di Homs come una litografia di Escher

Nel reportage Palmira e il patrimonio dell’umanità violato (2016 – 2019), Bianchi documenta nel dettaglio i danni causati al sito archeologico ma anche agli altri punti di interesse artistico-culturale. Descrive nel dettaglio Homs, la città dell’orologio, la porta di accesso a Palmira, la cui città vecchia, appena liberata, evocava scenari post-apocalittici con edifici che apparivano come quadri di Escher – con profili che non hanno un inizio e una fine e architetture impossibili al punto da rappresentare una vera sfida alla percezione visiva – mentre altri sembravano letteralmente squagliati. 

La poetica di Escher nasce proprio dall’esplorazione della dimensione dell’incertezza e del limite. Egli è ossessionato dal problema del confine tra ordine mentale e disordine reale (i due mondi incommensurabili), o meglio proietta costantemente un’idea di ordine dentro la dimensione caotica e vitale con cui l’uomo-artista si confronta costantemente, e che ritrova sempre nella complessità inesauribile del mondo esterno. 

Galleria di stampe è l’opera più vertiginosa di Escher: in una galleria d’arte un giovane in piedi guarda un quadro che raffigura una nave nel porto di una piccola città di mare. Da una finestra di una casa del quadro una donna si affaccia e guarda giù proprio la galleria dove un giovane sta guardando un quadro che raffigura una nave nel porto di una piccola città di mare… La cittadina è dunque paradossalmente sia l’oggetto rappresentato nel quadro, che lo spazio in cui il quadro si trova e in cui anche l’osservatore si trova risucchiato, essendo osservato a sua volta15.

Nella veduta dall’alto di uno dei quartieri della città siriana di Homs, tra i principali teatri dello scontro tra esercito siriano e jihadisti, si ritrovano molti degli elementi comunicativi dell’opera di Escher. Il cane nero seduto sull’asfalto al centro della strada che guarda l’uomo avanzare verso di lui e rivolto verso l’osservatore ingenera quella vertigine che attrae quest’ultimo nella fotografia. Tutt’intorno il vorticoso turbinio di abitazioni devastate dalla violenza e per questo disallineate. I particolari emergono pian piano, facendosi largo tra le macerie di esistenze distrutte al pari delle abitazioni. E poi, d’un tratto, si staglia sulla scena l’orizzonte, che sembra invitare l’osservatore a guardare oltre, lontano, ma non altrove, esattamente come accade osservando Galleria di stampe laddove lo sguardo si posa sull’uomo, sul tetto dell’abitazione dove si trova la donna affacciata alla finestra, intento a scrutare anch’esso l’orizzonte… di una scena diversa, di un mondo nuovo.

Cultura e identità: la ferocia aggressione dell’ISIS

La cultura riveste una notevole importanza per ogni gruppo umano, etnia e nazione. Lungi dall’essere un mero corredo degli individui, essa costituisce l’essenza stessa di un gruppo umano. L’attacco alla cultura o, meglio, ai beni culturali materiali e immateriali può divenire lo strumento con cui distruggere il medesimo gruppo16. Il patrimonio culturale è la parte visibile della cultura17.

Le culture non sono solo “cose”, appartengono al mondo interiore delle persone. Una cultura è un insieme di modi consueti e condivisi di vedere il mondo, di fare le cose, di risolvere i problemi, di relazionarsi con gli altri, con la natura e con se stessi. È un modo di vedere e conoscere il mondo, se per conoscere non comprendiamo solo la relazione con il mondo attraverso il nostro intelletto, ma anche mediante i nostri affetti, il nostro senso etico ed estetico e, in generale, tutto il nostro corpo18.

Dal punto di vista dei jihadisti, distruggere il patrimonio archeologico della Siria significava soffocare qualsiasi rivendicazione nazionalista, dal momento che i siti archeologici erano considerati potenziali minacce in grado di alimentare il sentimento nazionale siriano, in contrapposizione al panislamismo propagandato dall’ISIS. A salvarsi, in questo delirio distruttivo, sono stati solo i piccoli oggetti facilmente trafugabili e trasportabili, venduti poi al mercato nero e ora, in parte, recuperati. Bianchi interpreta la riapertura del museo di Damasco come il superamento di una lunga fase che ha visto uno dei più importanti patrimoni dell’umanità a rischio di distruzione irreparabile. Il sacrifico dell’archeologo Khaled al-Assad – riuscito a mettere al riparo dalle razzie e dalle devastazioni dei miliziani i tesori contenuti nel museo di Palmira (ora portati al museo di Damasco) – è lì a testimoniare che l’eredità culturale è la pietra angolare sulla quale si regge tutta l’impalcatura delle nostre società, un bene supremo da salvaguardare a ogni costo, come la libertà.


Bibliografia

Giorgio Bianchi, La guerra in Siria. Otto anni di Studi e reportage sul campo, Meltemi, Sesto San Giovanni (MI) – Milano, 2025.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Note

1E. Corradi e G. Cama (a cura di), La guerra civile siriana. Dall’insurrezione alla rivoluzione (2011-2024), Carocci editore, Roma, 2025.

2A. Negri, La seconda fase della guerra in Siria, su Gariwo MAG, 7 maggio 2018.

3Fonte LaPresse: https://www.lapresse.it/video/2025/12/20/siria-attacco-usa-su-obiettivi-isis-colpiti-70-obiettivi-le-immagini-dellesercito/

4Fonte The New York Times: https://www.nytimes.com/2024/12/11/world/middleeast/syria-civil-war-death-toll.html

5Fonte SNHR: (consultato il 20 dicembre 2025) https://snhr.org/blog/2024/08/30/civilian-death-toll/

6Fonte Report reliefweb: https://reliefweb.int/report/syrian-arab-republic/north-west-syria-situation-report-15-mar-2024-enar

7Fonte Operational Data Portal UNHCR: https://data.unhcr.org/en/situations/syria

8E. Bairati, A. Finocchi, Arte in Italia. Lineamenti di storia e materiali di studio, Loescher Editore, Torino, 1984.

9Sitografia: https://scpr-syria.org/publications/research-reports/

10Sitografia: https://www.wvi.org/publications/report/syria-crisis-response/annual-report-fy-24-october-2023-september-2024#

11Fonte World Bank: https://www.worldbank.org/ext/en/country/syria

12G. Guzzi, Le conseguenze economiche della guerra in Siria, su lavoce.info, 14/04/2017.

13P. Brusasco, Tesori rubati. Il saccheggio del patrimonio artistico in Medio oriente, Mondadori Bruno, Milano, 2013.

14E. Stabiner, Primavera siriana. Conflitti armati e beni culturali, Il caso della guerra civile in Siria, paper su academia.edu.

15D. Siess, Filosofia e scienza in Escher, su La ricerca, 7 dicembre 2021.

16L. Perra, Il genocidio culturale, Il Sileno Edizioni, Lago (CS), 2022.

17J. Santacana Mestre, Patrimonio, Educación e Historia: el poder invisible del pasado, in J. Prats, I. Barca, R. López Facal (Eds), Historia e identidades culturales, CIED, Universidade do Minho, Braga, 2014.

18J. Ansión, La interculturalidad como proyecto moderno, in Pàginas, 1994.


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Homi K. Bhabha, I luoghi della cultura

29 mercoledì Gen 2025

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HomiKBhabha, Iluoghidellacultura, Meltemi, recensione, saggio

I testi coloniali e postcoloniali non ci raccontano la storia dello sviluppo ineguale del mondo. Quest’ultima andrebbe riportata alla luce scavando tra le pieghe della storia ufficiale, alla scoperta di quelli che Bhabha definisce i veri luoghi della cultura, nel tentativo di riscrivere la storia della modernità da una prospettiva non eurocentrica. 

La metafora dei nostri tempi è il voler situare il problema della cultura nel regno dell’oltre. La nostra esistenza attuale è contrassegnata da un oscuro istinto di sopravvivenza, dalla sensazione di vivere ai confini del presente: per descrivere questa sensazione niente è più adatto di quei termini mutevoli, attuali ma controversi, che hanno il prefisso “post”: postmodernismo, postcolonialismo, postfemminismo. Questo “oltre” tuttavia non è né un nuovo orizzonte, né un volersi lasciare alle spalle il passato. In esso si avverte un turbamento, un senso di disorientamento nella direzione da prendere, un moto esplorativo inquieto. 

Teoricamente innovativo, e politicamente essenziale, è il bisogno di pensare al di là delle tradizionali narrazioni relative a soggettività originarie e aurorali, focalizzandosi invece su quei momenti o processi che si producono negli interstizi, nell’articolarsi delle differenze culturali. Questi spazi “inter-medi” costituiscono, per Bhabha, il terreno per l’elaborazione di strategie del sé – come singoli o gruppo – che danno il via a nuovi segni di identità e luoghi innovativi in cui sviluppare la collaborazione e la contestazione nell’atto stesso in cui si definisce l’idea di società. È negli interstizi – emersi dal sovrapporsi e dal succedersi delle differenze – che vengono negoziate le esperienze intersoggettive e collettive di appartenenza a una nazione, di interesse della comunità o di valore culturale. La rappresentazione della differenza non deve essere letta come il riflesso di tratti etnici o culturali già dati e fissati nelle tavole della tradizione; al contrario, l’articolazione sociale della differenza, dal punto di vista della minoranza, è una negoziazione complessa e continua che punta a conferire autorità a ibridi culturali nati in momenti di trasformazione storica. 

La demografia del nuovo internazionalismo è la storia della migrazione postcoloniale, della narrazione di una diaspora culturale e politica, degli enormi spostamenti sociali di comunità contadine e aborigene, della poetica dell’esilio, della prosa spietata di rifugiati politici ed economici. È in questo senso che il confine diventa ciò che a partire da cui una cosa inizia la sua essenza, con un moto non dissimile da quello dell’ambivalente, nomade articolazione dell’oltre. La condizione postcoloniale è un salutare monito sui rapporti ancora “neo-coloniali” che si sono riprodotti nel “nuovo” ordine mondiale e con la divisione del lavoro su scala plurinazionale: questa prospettiva consente di rendere più autentiche le storie di sfruttamento e l’evolversi di strategie di resistenza. Al di là di questo, comunque, la critica postcoloniale si fa testimone di quei paesi e comunità – nel Nord e nel Sud, urbani e rurali – che si sono costituiti, per così dire, in condizioni altre dalla modernità. Queste culture, espressione di una contro-modernità postcoloniale possono condizionare la modernità, introducendovi discontinuità o antagonismi e resistendo alle sue tecnologie oppressive e assimilazioniste, ma possono anche sviluppare l’ibridità culturale insita nella loro condizione di frontiera, per tradurre e dunque ri-scrivere l’immaginario sociale sia della metropoli che della modernità. 

Homi K. Bhabha si rivolge all’Occidente, lo analizza, propone modalità nuove di lettura del presente e del passato, ma è un post-colonialista e il suo lavoro è influenzato dal poststrutturalismo di Jacques Derrida, Jacques Lacan e Michel Foucault. Per noi occidentali il Metodo cartesiano rappresenta un approccio mentale scontato nell’argomentazione (dal formulare un concetto, giustificarlo, dimostrarne l’utilità, accettare solo le evidenze, scomporre un problema, ordinare per importanza, enumerare e revisionare), per l’autore invece fondamentale diventa l’interstizio, l’ibridazione e il “terzo spazio”. Egli ritiene che la produzione culturale è maggiore quando è anche più ambivalente. Bhabha ritiene che tutto il senso dell’appartenenza a una nazione sia costruito discorsivamente, cioè narrativizzato. Descrivendo l’incontro tra due culture, spesso violento, fa notare la nascita di strategie narrative in cui l’incontro non “somma”, ma crea scompiglio nella conoscenza. Si crea un “terzo spazio”, un luogo teorico e simbolico dove gli antagonismi tra dominatori e dominati si annullano nel concetto di ibridità culturale, che include le differenze e rappresenta il presupposto per un incontro costruttivo tra culture senza più gerarchie imposte. Luogo in cui il potere coloniale non viene sostituito da una primitiva e autentica cultura del luogo, ma un territorio che rimescola entrambe le visioni unilaterali che si fronteggiano. 

Oriente/Occidente, nativo/emigrante, colonizzato/colonizzatore, bianco/nero scompaiono dall’orizzonte della discussione, la differenza culturale non è immutabile, né si può tornare indietro nel tempo. Popoli coloniali, postcoloniali, migranti, minoranze, genti erranti sono il segno di un confine in continuo movimento che sposta le frontiere della nazione moderna. Cambia anche il rapporto spazio e storia: il primo non è entità inerte che esiste prima e oltre lo storia, è terreno mobile e conflittuale che frammenta e disloca la linearità temporale. Tentare di liberarsi dall’oppressione facendo appello alla propria identità oppositiva non fa che raddoppiarla. Il passato e il luogo delle origini non forniscono più autonomia culturale e il discorso multiculturale può rivelarsi esso stesso una gabbia.1

Homi K. Bhabha riflette sulle diverse posizioni dei soggetti costretti a spostarsi dal loro ambito socioculturale a un altro. Per questi soggetti viene a crearsi una situazione di spazi inter-medi (in-between) ovvero uno spazio personale che si situa tra quello del collettivo di partenza e quello del collettivo di arrivo. Gli spazi inter-medi implicano una negoziazione continua e la creazione di “ibridità culturali”. 

Oltre al posizionamento culturale del soggetto, la negoziazione si realizza attraverso un concreto referente mentale, spazio-temporale, in cui si contestualizza non solo la lingua, ma più in generale la performance culturale. Per produrre significato nella comunicazione tra un soggetto parlante e il suo interlocutore le loro posizioni devono incontrarsi in un luogo enunciativo di mediazione, il “terzo spazio”.2

Il Ventesimo secolo è stato lo scenario di profonde e multiformi trasformazioni nella totalità del globo, di carattere politico culturale economico e sociale, verificatisi con una rapidità senza precedenti nella storia del mondo. In questo contesto è necessario riconoscere l’importanza della decolonizzazione di Africa e Asia come momento rilevante dal punto di vista geopolitico, dal momento che segnala un drastico mutamento nello scenario internazionale: la liberazione di più della metà della popolazione mondiale dal dominio diretto dei paesi europei e la diaspora dei popoli di questi luoghi sviluppatasi lungo flussi migratori che riproducevano le rotte coloniali e le conseguenze ancora sconosciute dei fenomeni che emergevano nel periodo definito “postcoloniale”. Il “post” del postcoloniale non significa, in termini assoluti, una rottura con il periodo precedente, quello coloniale, e neppure un suo superamento, dal momento che la fine del colonialismo in quanto relazione politica non comportò la fine del colonialismo inteso come relazione sociale, mentalità e forma di sociabilità autoritaria e discriminante.3

L’accezione fondativa degli studi postcoloniali presuppone una revisione critica del passato considerato nei termini della modernità occidentale e la sua identificazione con un presente ancora permeato da una serie di narrative pratiche rappresentazioni e relazioni politiche che confluiscono nella perpetuazione della distribuzione asimmetrica del potere e della ricchezza a livello globale.4

La critica postcoloniale testimonia delle diseguali e inaspettate forze di rappresentazione culturale che agiscono nel contesto dell’autorità politica e sociale in seno al moderno ordine mondiale. Le prospettive postcoloniali emergono dalla testimonianza coloniale dei paesi del Terzo Mondo e dal discorso di “minoranze” tutte interne alle divisioni geopolitiche fra Est e Ovest, Nord e Sud del mondo, per poi disturbare quei discorsi ideologici della modernità che tentano di assegnare una normalità “egemonica” allo sviluppo diseguale e alle vicende differenti – ma spesso penalizzanti – di nazioni, razze, comunità, popoli. L’approccio postcoloniale formula le proprie revisioni critiche sui temi della differenza culturale, dell’autorità sociale e della discriminazione politica per mettere in luce i momenti antagonistici e ambivalenti nell’ambito delle “razionalizzazioni” della modernità.

Per ricostruire il discorso della differenza culturale, allora, non basta solo un mutamento dei contenuti e dei simboli della cultura; è completamente inutile, infatti, situarsi nell’identico lasso di tempo della rappresentazione, ed è invece necessaria, per Bhabha, una revisione radicale della temporalità sociale in cui possono essere scritte le storie che stanno venendo alla luce, accanto a una riformulazione de “segno” in cui possono essere in-scritte le identità culturali.

Il libro

Homi K. Bhabha, I luoghi della cultura. Postcolonialismo e modernità occidentale, Meltemi Editore, Milano, 2024.

Traduzione di Antonio Perri.

Titolo originale: The location of culture (1994).

1BoCulture, Migrazioni, diritti, sopravvivenza: il ruolo delle discipline umanistiche, Convegno-incontro con Homi K. Bhabha, Università di Padova, Padova, 6 giugno 2018.

2H. Nohe, Diventare estranea e marginale. Rappresentazioni e autorappresentazioni del soggetto migrante in Fra-intendimenti (2010) di Kaha Mohamed Aden, apropos – Perspektiven auf die Romania, 5/2020.

3B. Santos, Do Pós-Moderno ao Pós Colonial. E para além de um e outro, Centro de Estudos Socials, Universidade de Coimbra, Coimbra, 2004.

4A. M. Elibio Júnior, C. S. Di Manno De Almeida, Epistemologie del Sud: il postcolonialismo e lo studio delle relazioni internazionali, in Diacronie, n°20, 4/2014.


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa di Meltemi per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, www.pixabay.com


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Norman Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei

15 martedì Ott 2024

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LindustriadellOlocausto, Meltemi, NormanFinkelstein, recensione, saggio

L’industria dell’Olocausto di Finkelstein si incentra sull’analisi di due tesi fondamentali: i tedeschi e soltanto loro devono assumersi la responsabilità di fare i conti con il proprio passato, le élite ebraiche americane sfruttano l’Olocausto nazista per ottenere vantaggi politici e finanziari. 

La pretesa che l’Olocausto faccia parte della memoria americana è un alibi morale. Fa sì che si eviti di assumersi quelle responsabilità che davvero spettano agli americani nel momento in cui affrontano il proprio passato, il proprio presente e il proprio futuro.1 Nell’analisi di Finkelstein l’industria dell’Olocausto è una rappresentazione ideologica dell’Olocausto nazista. Un’arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di vittima, e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti.

Dal punto di vista storico, la Shoah è considerata il più grande spartiacque dell’età contemporanea: una tragedia che ha rimesso in discussione le logiche e il pensiero occidentale, modificando l’approccio sociale, culturale, economico e politico dell’individuo in ogni campo d’indagine della realtà storica. Secondo una prospettiva strettamente narratologica, invece, la somma degli eventi che indichiamo con il termine Shoah presenta una forte potenzialità romanzesca, specialmente grazie alla presenza di un pattern di dinamiche e circostanze che sono state spesso etichettate come eroiche, in relazione ai sopravvissuti.2

Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto nazista non era considerato un evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L’ebraismo americano, in particolare, si diede cura di inserirlo in un contesto di tipo universale. Ma dopo la guerra dei Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. Tutti coloro che hanno scritto e scrivono dell’Olocausto concordano sul fatto che sia unico, ma ben pochi concordano sul perché. Anche se lo fosse, che differenza farebbe? Come potrebbe cambiare la nostra comprensione se non fosse il primo ma il quarto o il quinto di una serie di catastrofi comparabili? 

Il male unico dell’Olocausto non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede loro anche una “rivendicazione nei confronti degli altri”.3

L’Olocausto ha messo in evidenza il tratto distintivo peculiare degli ebrei, ha dato loro il diritto di considerarsi particolarmente minacciati e particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza.4

Fino a tempi abbastanza recenti, l’Olocausto nazista era quasi assente dalla vita americana. Con la guerra arabo-israeliana del 1967 tutto cambiò. La spiegazione più diffusa di questa svolta, ricorda Finkelstein nel libro, fu che il totale isolamento e la vulnerabilità di Israele nel corso della guerra dei Sei Giorni fecero rivivere la memoria dello sterminio nazista. Questa interpretazione, però, distorce tanto la realtà del rapporto di forza nel Medio oriente a quell’epoca quanto l’evoluzione delle relazioni tra le élite ebraiche americane e Israele. Colpiti dall’impressionante spiegamento di forze israeliane, gli Stati uniti si mossero per farne una loro risorsa strategica. Israele si trasformò in un procuratore del potere americano in Medio Oriente. 

Per le élite ebraiche americane la subordinazione israeliana al potere statunitense fu una fortuna inaspettata. Il sionismo era nato dal presupposto che l’assimilazione fosse una chimera e che gli ebrei sarebbero stati percepiti come un corpo estraneo potenzialmente pronto a tradire. Paradossalmente, dopo il giugno 1967, Israele facilitò l’assimilazione negli Stati Uniti: gli ebrei ora erano in prima linea a difendere l’America – o meglio l’Occidente civilizzato – contro la barbarie degli arabi. 

Se prima del 1967 Israele incarnava lo spauracchio della doppia fedeltà, ora era il simbolo della superfedeltà.5

Per proteggere la loro posizione strategica, le élite ebraiche americane ricordarono l’Olocausto.6 L’industria dell’Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la dimostrazione schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo israeliano.7 In fin dei conti, l’Olocausto divenne l’arma perfetta per deviare le critiche nei confronti d’Israele. 

Tra i gruppi che protestano la loro vittimizzazione, ivi compresi neri, latini, nativi americani, donne, gay e lesbiche, solamente gli ebrei, nella società americana, non sono svantaggiati. Il reddito pro-capite degli ebrei è circa il doppio di quello dei non ebrei, sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei, il quaranta per cento dei vincitori americani del premio Nobel in ambito scientifico ed economico è ebreo, così come il venti per cento dei professori nelle università più importanti e il quaranta per cento dei soci dei maggiori studi legali di New York e Washington.8 L’Olocausto costituì l’immagine ribaltata del tanto decantato successo degli ebrei nel mondo: servì a ratificare la loro identità di popolo eletto. 

La netta contrapposizione fra personaggi positivi e negativi, che sta alla base di ogni narrazione mitologica, biblica o favolosa nella tradizione occidentale, si ripresenta con insistenza e chiarezza espressiva nella dicotomica rivalità fra i personaggi protagonisti del filone narrativo dell’Olocausto: i prigionieri dei Lager opposti alle SS naziste, per esempio. In questo senso, molti dei riferimenti alla Shoah nella realtà contemporanea si manifestano per descrivere e rendere esplicite situazioni soprattutto caratterizzate da ingiustizie sociali, repressioni violente da parte di un governo estremista, massacri di popolazioni e mancanza di libertà di espressione.9

Di fatto, Hitler modellò la sua conquista dell’Oriente sulla conquista americana del West.10 Quando promulgarono le leggi sulla sterilizzazione, i nazisti fecero esplicitamente riferimento al precedente americano.11 Più è cresciuto il loro successo sociale, più gli ebrei americani si sono spostati politicamente a destra. Benché sono rimasti progressisti su questioni culturali quali la moralità sessuale e l’aborto, sono diventati sempre più conservatori in materia di politica e di economia.12Attivatesi con piglio aggressivo per difendere i loro interessi di corporazione e di classe, le élite ebraiche tacciarono di antisemitismo tutti coloro che si opposero al loro nuovo corso conservatore. In questa offensiva ideologica, l’Olocausto ebbe un ruolo cruciale. Molto semplicemente, come risulta dall’analisi di Finkelstein, rievocare le persecuzioni del passato serviva a respingere le critiche sul presente. 

È dalla fine degli anni Ottanta che, dopo un lungo silenzio, il ricordo del genocidio ebraico ha incominciato a emergere nel dibattito politico e culturale dell’Europa occidentale. L’Italia è passata nello spazio di qualche decennio da una fase di indifferenza per la memoria della Shoah a una frenesia commemorativa che trova la sua massima espressione ogni anno in coincidenza del Giorno della Memoria. Parallelamente sono stati incentivati viaggi della memoria ad Auschwitz e sono stati inaugurati memoriali e musei importanti. Eppure, a ben guardare, qualcosa non torna nel panorama generale. Forse perché siamo in presenza di una contraddizione sempre più evidente tra l’ossessione commemorativa per ricordare l’orrore del passato e una tenace, quanto mai diffusa, ignoranza di fondo sull’argomento che accomuna giovani e adulti e che non fa dell’Italia un caso isolato.13

Si parla della Shoah quasi senza porre l’accento sul fatto che furono gli ebrei a essere condannati a morte per la colpa di essere ebrei e senza spiegare sufficientemente come fu pensato e perpetrato il genocidio. L’intento è ricordare tutte le vittime dei crimini nazisti oppure alludere a un’umanità sofferente ma indistinta e generica? Parlando di tutti, si riesce a non parlare specificatamente di nessuno, né degli ebrei, né delle altre vittime. La Shoah non è la storia di tutti i crimini nazisti, ma è la storia del genocidio degli ebrei. Una storia che coincide solo in parte con quella, per esempio, dei campi di concentramento e del fenomeno del lavoro forzato.14

In origine, con il termine “sopravvissuto all’Olocausto” si indicava chi aveva patito il terribile trauma dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro schiavistico. I sopravvissuti alla fine della guerra sono generalmente stimati nell’ordine delle centomila persone.15 Di queste, oggi saranno in vita non più del venticinque per cento. In tempi recenti, l’espressione “sopravvissuto all’Olocausto” ha assunto un nuovo, più ampio significato: designa non soltanto chi ha sofferto nei campi ma anche chi è riuscito a sfuggire ai nazisti. Così, nella categoria rientrano, per esempio, gli oltre centomila ebrei polacchi che dopo l’invasione tedesca della Polonia trovarono rifugio in Unione Sovietica. 

Eppure quelli che si erano sistemati in Unione Sovietica non vennero trattati in modo diverso dai cittadini russi, mentre i sopravvissuti ai campi di concentramento sembravano dei morti viventi.16

L’ufficio dell’ex Primo ministro israeliano Netanyahu ha recentemente calcolato il numero di sopravvissuti all’Olocausto tuttora in vita in circa un milione. 

Il governo della Germania postbellica pagava un risarcimento agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e molti ebrei si costruirono un passato in grado di soddisfare tali requisiti.17 La Germania ha pagato finora qualcosa come sessanta miliardi di dollari. Finkelstein sottolinea che, quando l’industria dell’Olocausto gioca con i numeri per aumentare le richieste di risarcimento, gli antisemiti sfottono allegramente gli “ebrei bugiardi” che mercanteggiano perfino sulla propria morte. 

Il termine Shoah è presente in ebraico nel libro di Isaia 47,11: Ti verrà addosso una sciagura che non saprai scongiurare; ti cadrà sopra una calamità che non potrai evitare. Su di te piomberà improvvisa una catastrofe che non prevederai.18Con l’esperienza europea impressa in modo indelebile nella loro psiche, i coloni ebrei del dopoguerra, in Palestina, erano determinati a non essere mai più una minoranza, né lì né altrove. Per diventare una maggioranza, hanno condotto una campagna di pulizia etnica. Conosciuta in arabo come la Naqha (catastrofe), essa consisté nell’esilio di circa la metà della popolazione araba del territorio che sarebbe poi diventato Israele nel 1948. I palestinesi rimasti, o tornati dall’esilio, avrebbero formato una minoranza permanente in Israele.19

Uno dei problemi più complessi con cui sia la storiografia sia la riflessione filosofica sulla Shoah o Olocausto devono continuamente confrontarsi è quello della unicità per un verso, della distruzione degli ebrei d’Europa da parte del nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale, e della sua collocazione, per altro verso, in un quadro storico più ampio. In quello, ad esempio, della industrializzazione dei massacri e della estetica della morte generate dalla Grande guerra, la cui ombra si è estesa per tutto il Novecento.20 Una prospettiva ancora più ampia, e in un certo senso più fosca, mette in discussione la stessa qualificazione del XX secolo come secolo dei genocidi. Da questa prospettiva, la Shoah ha rappresentato uno shock ermeneutico. La stessa attribuzione di unicità all’Olocausto ha, per molti versi, permesso di scoprire che i genocidi sono onnipresenti nella storia, appartenendo tanto alle pratiche violente delle società barbare quanto al culmine del processo di civilizzazione e ai vertici della modernità.21

Riportare l’oggettività del dato storico e affermare la santità del martirio di un popolo, ebraico nel caso dell’Olocausto. Questi i punti centrali cui tende l’analisi di Finkelstein. Al contempo, però, deplorare la mistificazione storica e della memoria operata dall’industria dell’Olocausto al servizio di un vero e proprio racket estorsivo.


Il libro

Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi Editore, Milano, 2024.

Traduzione di Daria Restani.

Titolo originale: The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitations of Jewish Suffering.

Traduzione degli apparati di: Roberta Zuppet, Caterina Balducci, Daria Restani.


1P. Novick, The Holocaust in American Life, Houghton Mifflin Harcout, Boston, 1999.

2A. Cinquegrani, F. Pangallo, F. Rigamonti, Romance e Shoah. Pratiche di narrazione sulla tragedia indicibile, Ca’ Foscari – Digital Publishing, Università Ca’ Foscari, Venezia, 2021.

3J. Neusmer, A “Holocaust” Primer, in Id. (a cura di), In the Aftermath of the Holocaust, Garland, New York, 1993.

4N. Glazer, American Judaism, University of Chicago Press, Chicago, 1957.

5H. Arendt, The Jew as Pariah, Grove Press, New York, 1978.

6E. Wiesel, And the Sea Is Never Full, Knopf, New York, 1999.

7A. Kapeliouk, Israël: la fin des mythes, A. Michel, Parigi, 1975. 

8S.M. Lipset, E. Raab, Jews and the New American Scene, Harvard University Press, Cambridge, 1995. 

9A. Cinquegrani, F. Pangallo, F. Rigamonti, op.cit.

10J. Toland, Adolf Hitler, Garden City, New York, 1976 / N.G. Finkelstein, Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, Verso, Londra – New York, 1995.

11S. Kühl, The Nazi Connection, Oxford University Press, Oxford, 1994.

12M. Friedman, Are American Jews Moving to the Right?, in Commentary, aprile 2000.

13L. Fontana, L’insegnamento della Shoah: le trappole delle buone intenzioni, in La Ricerca, Loescher Editore, Torino, 2019.

14L. Fontana, op.cit.

15H. Friedlander, Darkness and Dawn in 1945: The Nazie, the Allies, and the Survivors, in 1945 – the Year of Liberation, US Holocaust Memorial Museum, Washington, 1995.

16L. Dinnerstein, America and the Survivors of the Holocaust, Columbia University Press, New York, 1982.

17T. Segeu, The Seventh Million, Hill and Wang, New York, 1993.

18Shoah – Approfondimento in Gariwo la foresta dei giusti, it.gariwo.net 

19M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.

20G. Borgognone, Unicità della Shoah? Oltre il “secolo del genocidio”, in Pearson, it.pearson.com 

21P.P. Portinaro, L’imperativo di uccidere, Laterza, Bari, 2017.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Mahmood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti

20 mercoledì Set 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MahmoodMamdani, Meltemi, Nécoloninénativi, recensione, saggio

Lo Stato-nazione e lo Stato coloniale si sono creati vicendevolmente. Il colonialismo e lo Stato moderno hanno la stessa data di nascita dello Stato-nazione, che l’autore individua nel 1492 e non nel 1648 come sovente indicato. Il nazionalismo non ha preceduto il colonialismo. Né il colonialismo fu lo stadio più alto o finale nella formazione di una nazione. Si costituirono reciprocamente.

Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli Stati coloniali e gli Stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. 

Il modello di tutto ciò, una sorta di prototipo, è emerso in Nord America, dove il genocidio e l’internamento nelle riserve hanno creato sia una sottoclasse permanente di nativi sia gli spazi fisici in cui le nuove identità di immigrati si sono cristallizzate come nazioni di coloni. 

In Europa poi, sostiene Mamdani, questo modello sarebbe stato utilizzato dai nazisti per affrontare la questione ebraica e, dopo la caduta del Terzo Reich, dagli Alleati per ridisegnare i confini degli Stati nazionali dell’Europa orientale, ripulendoli dalle loro minoranze. Attraverso la marginalizzazione degli arabi palestinesi, i coloni sionisti hanno seguito l’esempio americano: il risultato è stato un altro ciclo di violenza che ancora non ha fine. 

In Né coloni né nativi Mamdani rigetta il modello affermato a Norimberga, che individua i singoli responsabili senza mettere in questione il nazismo come progetto politico e quindi la violenza stessa dello Stato-nazione. 

Non una giustizia penale per i colpevoli ma un ripensamento della comunità politica per tutti i sopravvissuti: vittime, colpevoli, spettatori, beneficiari. A partire dal progetto incompiuto della lotta anti-apartheid in Sudafrica, l’autore invita a immaginare uno Stato senza nazione. 

Lo Stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli Stati e al loro interno.

In Europa, la tolleranza emerse dopo Vestfalia come la chiave per assicurare la pace civile all’interno dello Stato-nazione. Le minoranze in patria venivano tollerate in cambio della loro lealtà politica, il che in pratica significò che venivano tollerate nella misura in cui erano percepite dalla maggioranza nazionale non come una minaccia. 

Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello Stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. È questa struttura di tolleranza a essere considerata la definizione del carattere liberale della modernità politica in Europa. Nelle colonie d’oltremare e negli insediamenti di coloni, dove non c’era una chiara divisione spaziale tra nazione e non nazione, la modernità politica e il suo liberalismo significarono qualcos’altro. Significarono conquista. Occupazione. 

Abbracciare la modernità significa abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come “civilizzata”, e quindi giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone. 

La violenza della modernità postcoloniale rispecchia la violenza della modernità europea e del dominio diretto coloniale. La sua manifestazione principale è la pulizia etnica. 

Il Sudan è il principale esempio di modernità postcoloniale in cui le strutture razziali e tribali imposte dagli inglesi sono diventate la base per esplosive guerre civili dopo l’indipendenza. 

Come altri progetti nazionalisti, il nazionalismo postcoloniale è stato profondamente violento. In effetti, la violenza del progetto militante nazionalista è spesso percepita come una seconda occupazione coloniale. 

Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omogeneizzata per costruire una nazione. 

Ecco allora che Mamdani si chiede se la violenza impiegata nella costruzione della nazione sia un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure sia un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista. 

Egli considera la violenza estrema come politica e, quindi, ritiene che un approccio «delitto e castigo» abbia maggiori probabilità di aggravare, piuttosto che disinnescare, questa violenza. 

La tendenza a pensare tutta la violenza come criminale, e la conseguente risposta a ogni violenza come tutela della legge, può essere ricondotta all’euforia intorno al presunto trionfo del modello liberaldemocratico alla fine della Guerra fredda.1Poiché si presumeva che questo tipo di sistema politico costituisse la fase finale dello sviluppo politico, tutta la violenza sarebbe apparsa, da quel momento in poi, criminale. 

Il movimento anti-apartheid in Sudafrica ha contrastato la tendenza del dopo-Guerra fredda. La grande conquista di questo movimento è consistita nel comprendere la violenza dell’apartheid come politica, cercando una soluzione politica piuttosto che criminale. Questa fu la fine negoziata dell’apartheid, che portò all’emergere della democrazia non razziale. 

Ovviamente l’autore non afferma che le società debbano o possano fare a meno della giustizia penale, ma che la riforma politica deve avere la precedenza, perché la richiesta di giustizia penale entro i parametri dell’ordine politico esistente lascia quest’ultimo intatto. Solo quando il sistema politico sarà decolonizzato, cioè quando le identità saranno svincolate da status permanenti di maggioranza e minoranza, esso sarà in grado di garantire equità. 

Il che non vuole certo dire che le varie identità devono scomparire, tutt’altro. Ovvero che, per il sistema politico, tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti e doveri, indipendentemente dalla loro etnia di appartenenza, dalla loro identità, dalla loro cultura, religione o altro. 

Decolonizzare la politica attraverso il riconoscimento di un’identità condivisa di sopravvissuti non richiede che tutti fingano di essere uguali. Richiede invece che si smetta di accettare che le differenze identitarie debbano definire chi beneficia dello Stato e chi ne resta escluso.

Uno degli obiettivi principali del libro è descrivere nelle sue implicazioni la colonizzazione del politico e come potrebbe essere raggiunta la sua decolonizzazione. 

Il politico, per esempio, è colonizzato nel Nord America.

L’eliminazione fisica degli indiani dell’emisfero occidentale fu il primo genocidio della storia moderna ed è probabilmente il più brutale e il più completo mai compiuto, perché ha causato la morte di circa il 95per cento di una popolazione precolombiana di almeno 75milioni di persone.2

Piuttosto che cittadini uguali negli Stati Uniti, gli indiani d’America sono persone sotto tutela del Congresso. Nelle riserve sono governati da una legge separata, proprio come i popoli ritenuti tribali in Sudafrica erano storicamente governati da una legge distinta da quella che governava la maggioranza nazionale bianca. 

Come i sud sudanesi, gli indiani d’America hanno interiorizzato la tribalizzazione e le strutture legali che ne derivano. 

La colonizzazione poi prosegue in Israele attraverso la caratteristica ideologia coloniale moderna del sionismo. I coloni ebrei, sostenuti dallo Stato, proseguono aggressivamente la conquista nei territori occupati, il cui risvolto è l’espropriazione dei palestinesi. All’interno del territorio di Israele, lo Stato concentra i cittadini non-ebrei in città che sono escluse dallo sviluppo, proprio come gli Stati Uniti concentrano gli indiani nelle riserve e il Sudafrica concentrava i nativi nei Bantustan.

Anche in Israele la missione civilizzatrice è stata cruciale per la formazione e il mantenimento dello Stato-nazione. L’élite europea di Israele, gli ebrei ashkenaziti, ha cercato di civilizzare gli ebrei “orientali”, in particolare i mizrahim, o «ebrei arabi». Sono stati de-arabizzati, spogliati della cultura che condividevano con altri arabi e ora rappresentano alcuni dei più fervidi sionisti in Israele. Dimostrando, ancora una volta, come le vittime della modernità interiorizzino quella medesima mentalità. Israele è uno Stato-nazione la cui maggioranza nazionale, gli ebrei, è stata espulsa dall’Europa, dove erano l’Altro disprezzato, l’etnia di cui si doveva fare pulizia per fare spazio alla nazione.

Non è assolutamente necessario, sottolinea Mamdani, che maggioranze e minoranze siano obbligate a cambiare posto. La trasformazione del nativo in colono, della vittima in carnefice, non è qualcosa da celebrare, come tristemente attesta la storia di Israele. Piuttosto il punto risiede nel fatto che la storia fornisce risorse per rivedere le identità passate di maggioranza e minoranza, colono e nativo, carnefice e vittima. Le persone del presente, attraverso un impegno congiunto con i fatti della modernità politica si possono convincere della necessità di scartare le identità divise che ancora caratterizzano questa modernità. 

Tutte e tutti possono imparare a considerarsi «sopravvissuti» alla modernità politica, in altre parole prodotto di essa, ma non per questo necessariamente condannati a ripeterla e perpetrarla. 

Ma allora come ha fatto a persistere così a lungo la modernità politica e perché è così difficile decolonizzare il politico?

Mamdani ritiene esserci un considerevole numero di forze che preservano la modernità politica rendendola, di fatto, invisibile. Queste forze sono epistemiche, sono idee che scoraggiano il riconoscimento di ciò che dovrebbe essere ovvio. 

Una di queste idee, che emerge dal discorso anticoloniale, è che l’indipendenza dal controllo straniero sarebbe condizione sufficiente per garantire la fine politica della colonizzazione. Un’altra è la confusione tra immigrazione e insediamento coloniale: gli immigrati si uniscono alle comunità politiche esistenti, mentre i coloni ne creano di nuove. 

Si cerca poi di far “scomparire” la storia e di sostituirla con un impulso universale chiamato «diritti umani».

Quando vengono commesse delle atrocità, gli attivisti per i diritti umani cercano i colpevoli, li nominano e li svergognano, magari riescono anche a farli mettere in prigione. Ciò che questi attivisti raramente cercano di fare è capire perché siano avvenute le atrocità o cosa ci dicano della comunità politica entro cui sono state commesse. 

Nella condizione postcoloniale, la violenza estrema è molto spesso una violenza nazionalistica, poiché i gruppi etnici, organizzati come unità tribali separate sotto il colonialismo, si contendono l’accesso privilegiato ai beni pubblici. I diritti umani ignorano questo sfondo storico, depoliticizzando così la violenza e trattandola come mera criminalità. 

Il modello criminale dei diritti umani contemporanei è stato inaugurato dai Tribunali di Norimberga dopo la Seconda guerra mondiale. I Tribunali si basavano sulla convinzione neoliberista avant la lettre secondo cui ogni violenza è un atto di individui. Norimberga ha effettivamente depoliticizzato il nazismo, attribuendo la responsabilità della violenza a persone particolari (perlopiù uomini) e ignorando il fatto che questi fossero impegnati in un progetto della modernità politica per conto di un corpo sociale: la nazione, il Volk. 

Inoltre, sottolinea Mamdani, gli alleati che perseguirono i singoli nazisti a Norimberga si sono impegnati a ignorare le radici politiche del nazismo, perché queste radici sono anche quelle americane. Sia gli Stati Uniti sia il Terzo Reich erano progetti di costruzione della nazione. Gli alleati hanno anche cercato di proteggersi per le azioni che essi stessi hanno compiuto. 

Ricorda l’autore di come, dopo la guerra, gli alleati si siano resi responsabili di molte atrocità simili a quelle che i tedeschi avevano compiuto, tra cui la pulizia etnica di milioni di tedeschi per tutta l’Europa centrale e orientale. La giustizia delle vittime in Europa, inoltre, ha inaugurato la modernità coloniale in Palestina, poiché la colpa dell’Occidente per l’omicidio di massa degli ebrei è diventata una giustificazione della fondazione dello Stato di Israele. 

Se il nazismo fosse stato inteso non come un crimine, ma come un progetto politico dello Stato-nazione, avrebbe potuto esserci ancora un posto per gli ebrei in Europa, in Stati denazionalizzati vincolati all’eguale protezione di ogni cittadino. Invece, per Mamdani, il processo di Norimberga è stato disegnato tanto per proteggere gli alleati quanto per perpetuare un progetto di costruzione della nazione e dei suoi obiettivi di omogeneizzazione. 

I tribunali per i diritti umani, espressione emblematica del trionfalismo del post-Guerra fredda che ha annunciato la Fine della Storia sotto forma di conquista neoliberista, portano avanti questa tradizione nel presente. 

L’obiettivo della denazificazione a guida statunitense era affermare la colpevolezza del popolo tedesco. E questo fu un errore, per due ragioni almeno:

  • La nozione di colpa ha reso la violenza della guerra e dell’Olocausto una questione criminale e, pertanto, un’offesa contro lo Stato. Ciò ha precluso una resa dei conti con le radici politiche del nazismo e ha indebolito la possibilità di riforma, poiché i reati contro lo Stato non richiedono alcuna riforma, ma solo il ripristino della sua autorità attraverso azioni correttive contro i trasgressori. 
  • Mentre molti tedeschi erano in realtà nazisti e molti altri beneficiavano delle politiche naziste, i tedeschi non erano, di fatto, colpevoli collettivamente. 

Dopo la guerra, gli alleati si unirono ai loro ex nemici nel promuovere un nuovo sforzo di omogeneizzazione e di costruzione nazionale che procedeva proprio dal presupposto alla base dell’ideologia nazista. La base del pensiero nazista, non ripudiato da Norimberga, era che gli ebrei costituivano una nazione straniera in Europa. I tedeschi del dopoguerra, non meno degli americani e dei britannici, potevano facilmente abbracciare l’idea che Israele fosse la patria degli ebrei, separata dalla Germania e dall’Europa in generale. L’istituzione dello Stato di Israele fu la soluzione alla questione ebraica in Europa. 

Con l’esperienza europea impressa in modo indelebile nella loro psiche, i coloni ebrei del dopoguerra in Palestina erano determinati a non essere mai più una minoranza, né lì né altrove. Per diventare una maggioranza, hanno condotto una campagna di pulizia etnica. Conosciuta in arabo come la Naqha (catastrofe), essa consisté nell’esilio di circa metà della popolazione araba del territorio che sarebbe poi diventato Israele, nel 1948. I palestinesi rimasti, o tornati dall’esilio, avrebbero formato una minoranza permanente in Israele. 

Nell’analisi di Mamadani, è stata proprio l’esperienza storica dell’America con gli indiani a rendere pensabile il genocidio e la pulizia etnica in Germania e la pulizia etnica in Israele. 

Il tempo trascorso dalla Seconda guerra mondiale ha visto un fiorire di discorsi intellettuali anticoloniali. Eppure, afferma Mamdani, quei ragionamenti non sono stati in grado di dare un senso all’estrema violenza postcoloniale. Gli intellettuali anticoloniali hanno preso spunto dalle riflessioni di Marx sulle rivoluzioni del 1848 in Europa. 

La rivoluzione politica avrebbe dovuto spianare la strada alla rivoluzione sociale.3 La rivoluzione politica (o indipendenza politica) avrebbe conferito uguaglianza politica formale e cittadinanza, ma allo stesso tempo affinato l’esperienza e quindi la coscienza della disuguaglianza sociale, allargando gli orizzonti della lotta dal politico al sociale. Lo stadio finale di questo processo, secondo la teleologia della teoria anticoloniale, avrebbe dovuto essere la rivoluzione epistemologica, attraverso cui trasformare la coscienza stessa dell’essere, il vocabolario con cui comprendiamo il mondo che ci circonda. Eppure, sottolinea più volte Mamdani, in un numero crescente di casi, il raggiungimento della indipendenza politica e della cittadinanza formale non ha portato a mobilitazioni per l’uguaglianza sociale. Piuttosto, guerre civili ricorrenti sono seguite nel corso della costruzione delle nazioni. 

I partecipanti a queste guerre civili non chiedono in primo luogo la redistribuzione e l’uguaglianza sociale, bensì combattono a favore dell’inclusione nella comunità politica o contro di essa. 

Ciò è accaduto e accade perché ancora si segue la teoria di Marx, secondo la quale l’uguaglianza politica e sociale si sarebbe realizzata entro i limiti di una comunità politica preesistente. Mamdani afferma invece che è proprio questa comunità politica a dover essere modificata se si vuole raggiungere l’uguaglianza sociale.

Per ottenere giustizia per le vittime è necessario porre fine alle condizioni che le hanno consegnate a un trattamento ingiusto, e questo, per l’autore, significa finalmente decolonizzare. Ripensare non solo la giustizia ma anche l’ordine politico in cui viene perseguita. Ottenere giustizia non è solo il progetto normativo di immaginare un mondo migliore. Per realizzarlo, questo mondo migliore, è necessario comprendere la costruzione del mondo in cui viviamo, composto da minoranze permanenti, riprodotte attraverso la politicizzazione dell’identità sotto la struttura dello Stato-nazione. 

Il disfacimento della permanenza delle identità politiche inizia con il riconoscimento che esse non sono naturali e non sono per sempre. Se un numero sufficiente di persone riflette a fondo sulle conseguenze violente di queste lotte di potere identitarie, allora avrà l’intuizione di ripensare e rifare il mondo. Mamdani non conosce i termini di questo cambiamento, nessuno può. Egli si sente solo di avanzare delle raccomandazioni:

  • Riformare la base nazionale dello Stato garantendo un solo tipo di cittadinanza e facendolo sulla base della residenza piuttosto che dell’identità.
  • Denazionalizzare gli Stati attraverso l’istituzione di strutture federali in cui l’autonomia locale permette alla diversità di crescere.
  • Allentare la morsa dell’immaginazione nazionalista insegnando la storia dello Stato-nazione, contrapponendo il modello politico a quello criminale e rafforzando la democrazia al posto dei rimedi neoliberali sui diritti umani.

Né la storia né l’identità devono essere permanenti e la decolonizzazione non deve essere un’illusione romantica.


Il libro

Mamhood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.

Traduzione di Claudio Feliziani.

Titolo originale: Neither siettler nor native. The making and unmaking of permanent minorities.

L’autore

Mahmood Mamdani: Herbert Lehman Professor of Governement alla Columbia University. Dedito allo studio comparativo del colonialismo tra scienze politiche e antropologia. 


1F. Fukuyama, The end of History and the Last Man, Free Press, New York, 1992; tr.it. di D. Ceni, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, Torino, 2020.

2D.E. Stannard, American Holocaust: The Conquest of the New World, Oxford University Press, Oxford, 1992; tr.it. di C. Malerba, Olocausto americano: La conquista del nuovo mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2021.

3K. Marx (autore), D. Fusaro (curatore), Sulla questione ebraica – Testo tedesco a fronte, Bompiani, Milano, 2007.



Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Cultura occidentale vs cultura indigena: siamo tutti animali o tutti umani?

10 lunedì Lug 2023

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EduardoViveirosDeCastro, Losguardodelgiaguaro, Meltemi, recensione, saggio

“Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio” di Eduardo Viveiros De Castro

Se ogni cosa, nello stesso momento, può essere e non essere una persona, come poter stabilire i confini dell’antropologia?

Ecco l’importante quesito antropologico che accompagna le pagine del libro di Eduardo Viveiros De Castro, un libro nel quale egli affronta i nodi principali del proprio pensiero e che aiuta il lettore, anche laddove fosse a digiuno di nozioni e conoscenze antropologiche ed etnografiche, a “entrare” nel mondo da sempre etichettato indistintamente come indigeno.

Un universo che, invece, ha al suo interno una infinità di popoli, etnie, culture differenti e uniche. 

Aiuta a conoscere le loro usanze ma, soprattutto la loro spiritualità e, cosa ancor più importante, racconta nel dettaglio le evoluzioni compiute dagli studiosi i quali, partiti carichi di nozioni e aspettative ben precise, hanno poi dovuto fare i conti con la realtà dei vari luoghi e dei differenti popoli incontrati.

Al lettore sembra quasi che essi siano partiti con un film in bianco e nero proiettato dinanzi agli occhi e abbiano poi ben presto realizzato di trovarsi dinanzi a una tale varietà di colori da poterne restare quasi abbagliati. 

Gli europei, soprattutto all’inizio delle loro esplorazioni, si sono “scontrati” con situazioni, eventi, tradizioni, usanze, religioni apparse loro malvagie, incomprensibili, selvagge. 

Ciò che per una cultura è incomprensibile, per un’altra può rappresentare un pilastro fondamentale. Comprendere e rispettare la diversità è l’unica strada percorribile e lo si può fare solo con la conoscenza. 

Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista.

Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Invece della teoria evolutiva (lato sensu), la quale afferma che gli esseri umani sono degli umani che hanno guadagnato qualcosa, per gli amerindi, ad esempio, gli animali sono esseri umani che hanno perso qualcosa. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro copro, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima).

Noi occidentali invece pensiamo di indossare vestiti che nascondano una forma essenzialmente animale. Sappiamo che, quando siamo nudi, siamo tutti animali. Gli istinti, dietro gli strati di questa vernice che chiamiamo cultura, costituiscono il nostro sfondo animale, primate, mammifero.

Nascondere il proprio istinto animale e modificare la diversità. Questi sembrano essere stati obiettivi largamente condivisi da europei e occidentali in generale. Secondo una filosofia, largamente condivisa anche dalla legislazione brasiliana, in base alla quale tutti gli indigeni presenti erano “ancora” tali, nel senso che un giorno avrebbero smesso di esserlo, perché necessario. E bisogna ammettere, purtroppo, che tale modo di vedere è stato e in parte lo è ancora, ampiamente condiviso nelle varie parti del mondo riguardo le tante civiltà precolombiane. 

Attraverso una serie di dialoghi e interviste – che poi sono essenzialmente articoli accademici in un formato dialogico e in un linguaggio leggermente meno formale -, Lo sguardo del giaguaro mostra al lettore come, sostanzialmente, l’antropologia non ha tanto un oggetto di studio quanto un metodo, cioè soggettivare: più si è in grado di attribuire intenzionalità a un oggetto, più lo si conosce. 

Leggendo il libro di Eduardo Viveiros De Castro si è fortemente incoraggiati dalla visione che ne emerge riguardo l’antropologia e il diritto internazionale che possono rappresentare utili strumenti in favore dei popoli indigeni, non solo contro di essi. 

In Brasile, ad esempio, si è passati dalla figura individuale dell’indigeno alla figura collettiva della comunità indigena come soggetto di diritto. Con un peso quindi esponenzialmente accresciuto.

Il percorso certo è ancora lungo prima che si possa parlare se non proprio di parità almeno di equità. E il prospettivismo è anche un dispositivo che permette di mettere etnograficamente in discussione l’opinione comune secondo cui tutti i popoli credono di essere il centro del mondo. 

La nostra cultura pone l’Io come anteriore all’Altro e l’Altro come posizione derivata. Nel mondo indigeno accade molto spesso il contrario. 

Là dove noi vediamo l’umano come una cosa speciale, una sostanza che interviene nell’ordine della creazione, con una posizione privilegiata all’interno dell’universo, gli indigeni vedono l’umano come il punto di partenza. 

Invece del nostro pensiero che pensa quello indigeno si inizia a intravedere il pensiero indigeno che pensa il nostro, in una sorta di antropologia all’incontrario. Roy Wagner è stato il primo a pensarlo e il prospettivismo è un concreto modo per farlo.

Quasi superfluo sembra dire quanto importante sia il lavoro di Viveiros De Castro e dei tanti studiosi contributor diretti e indiretti del libro. Quanto grande sia la “prospettiva” che si apre al lettore grazie alle loro ricerche e riflessioni. Ed ecco che anche al lettore, al pari dei primi studiosi partiti avendo dinanzi agli occhi solo il bianco e il nero, si apre un universo di colori prima inimmaginabile oppure solo sperato. 

Il libro

Eduardo Viveiros De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi Editore, Milano, 2023.

Traduzione di Cecilia Tamplenizza.

Titolo originale: La mirada del jaguar. Introducción al perspectivismo amerindio.

L’autore

Eduardo Viveiros De Castro: antropologo brasiliano e etnologo americanista. Professore al Museu Nacional (l’Università Federale di Rio de Janeiro). È stato direttore di ricerca presso il CNRS in Francia e Simón Bolivar Professor of Latin American Studies presso l’Università di Cambridge. 


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È la decolonizzazione mentale l’arma vincente contro il razzismo. “Insegnare comunità” di Bell Hooks

15 mercoledì Feb 2023

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BellHooks, InsegnareComunità, Meltemi, recensione, saggio

Insegnare, per Bell Hooks, è condividere la crescita intellettuale e spirituale degli studenti. Impegnarsi per porre fine al razzismo nell’istruzione è l’unico cambiamento realizzabile a beneficio degli studenti neri e, in generale, di tutti gli studenti.

Se i neri americani hanno dovuto, e devono ancora, lottare contro la discriminazione e la segregazione, di fatto i neri d’Italia, pur trovandosi in scuole libere, pubbliche e aperte a tutti, spesso sono stigmatizzati come stranieri, anche se nati e cresciuti qui. Altre volte sono etichettati come alunni con «bisogni educativi speciali» solo perché non parlano ancora la lingua italiana o sono traumatizzati per i trascorsi, per la fuga da paesi in guerra o povertà estrema.

A differenza della generazione di Bell Hooks, che ha comunque avuto nelle scuole segregate insegnanti-modello a cui ispirarsi e che spronavano a impegnarsi e a eccellere, nelle scuole italiane non ci sono ancora insegnanti con lo stesso retroterra degli alunni. Ovviamente ciò non vuol dire che si auspica la realizzazione di scuole segregate, tutt’altro. La creazione di una scuola multietnica e multiculturale a ogni livello.

L’educazione funziona e favorisce l’autostima degli studenti bianchi, neri e di colore (intesi come “non bianchi”) solo se chi educa è antirazzista nelle parole e nei fatti.

Una delle situazioni più ricorrenti, sottolineata da Hooks nel testo, riguarda proprio il fatto che la gran parte di coloro che si dichiarano antirazzisti, nel loro quotidiano, non frequentano persone nere o di colore. Non hanno grandi rapporti con loro. La loro cerchia si compone, alla fin fine, di persone bianche. 

L’insegnamento può essere un’attività gioiosa e inclusiva, ma deve essere assolutamente ripensato per affrontare in maniera risolutiva le discussioni su razza, genere, classe e nazionalità. Hooks sostiene che l’insegnamento può avere luogo in diverse e molteplici situazioni quotidiane di apprendimento: nelle case, nelle librerie, negli spazi pubblici e ovunque le persone si riuniscano per condividere idee capaci di influenzare la loro vita.

Per Bell Hooks, gli insegnanti imparano mentre insegnano e gli studenti imparano e condividono la conoscenza e, in tale conoscenza, tutti si riconoscono come membri di una comunità. 

Nella prefazione, Rahma Nur condivide con Hooks la presa di coscienza dell’assenza di altre donne nere negli ambienti di lavoro frequentati e ricorda che, se negli ambienti accademici vissuti dall’autrice si era arrivati a sdoganare i discorsi su razza e razzismo, in Italia si è ancora ben lontani da ciò. Nel senso che sono discorsi ripresi e sviluppati dagli stessi neri, in svariati luoghi, ma l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione fanno ancora molta fatica ad accettare certi argomenti.

Invece bisogna far capire che il «modello suprematista bianco plasma le nostre percezioni quotidiane» in ogni momento, e questo succede negli Stati Uniti come in Italia. Necessita un lavoro di decolonizzazione e auto-decolinazzione mentale. 

L’Italia è stato un paese colonizzatore e certi pensieri e atteggiamenti suprematisti fanno parte di questo retaggio. Se le persone bianche non possono liberarsi dal pensiero e dall’azione suprematista bianca, le persone nere e di colore non saranno mai veramente libere: questo vale anche per noi e per chi ha dimenticato o non conosce le violenze impartite ai popoli del Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia) che l’Italia ha colonizzato. 

La cultura dominante ha paura ad approcciarsi a nuove idee e nuovi modi di vedere il mondo. Eppure è importante sostenere la giustizia sociale trasformando il sistema scolastico ed educativo in modo che la scuola non sia il luogo in cui chi studia subisce un vero e proprio indottrinamento volto a sostenere il patriarcato capitalista imperialista e suprematista bianco o qualsiasi altra ideologia, ma piuttosto dove impara ad aprire la mente, a impegnarsi nello studio rigoroso e a pensare in modo critico. Generando in tal modo una vera e propria «pedagogia della speranza». 

Mentre il mondo accademico diventa sempre più un luogo in cui le aspirazioni umanitarie possono realizzarsi attraverso l’educazione come pratica della libertà e la pedagogia della speranza, il mondo esterno insegna ancora, purtroppo, la necessità di mantenere l’ingiustizia, la paura e la violenza. La critica al concetto di alterità, capeggiata dall’educazione progressista, non è potente quanto l’insistenza dei mass media conservatori sul fatto che tale alterità debba essere riconosciuta, braccata e distrutta. 

L’odio incarna un complesso insieme di paure che riguardano la differenza e l’alterità. Rivela ciò che alcune persone temono in sé stesse, le proprie differenze. Inoltre, sottolinea ancora Hooks, l’odio si forma intorno all’ignoto, alla differenza percepita come alterità. 

I cittadini di tutto il mondo sono attraversati dal cinismo mortale che normalizza la violenza, che fa la guerra e sussurra che la pace non è possibile, che non può esistere pace tra individui diversi, che non si assomigliano né parlano allo stesso modo, che non mangiano lo stesso cibo, non adorano gli stessi dei o non parlano la stessa lingua. 

Bell Hooks sottolinea come spesso chi insegna si dimostra riluttante a riconoscere fino a che punto il pensiero suprematista bianco informa ogni aspetto della nostra cultura, comprese le modalità di apprendimento, il contenuto di ciò che si apprende e il modo in cui viene insegnato. E ciò vale anche per tutti gli altri che insegnanti non sono.

Ricorda l’autrice un test che somministrava durante le sue conferenze: quale identità sceglieresti se potessi reincarnarti? Le opzioni sono: maschio bianco, femmina bianca, maschio nero, femmina nera. 

Ogni volta andava per la maggiore l’opzione “maschio bianco” e per ultima “femmina nera”.

Perché? La gran parte delle risposte dava come motivazione il privilegio basato sulla razza. E sul genere. 

Chiunque compirà questo test con sé stesso dovrà ammettere che è un dato di fatto. 

Nella nostra cultura quasi tutti, indipendentemente dal colore della pelle, associano la supremazia bianca al fanatismo conservatore ed estremo, ai naziskin che predicano tutti i vecchi stereotipi razzisti della purezza. Eppure, sottolinea Hooks, questi gruppi estremisti raramente minacciano il quotidiano. Sono le credenze e i pregiudizi suprematisti della compagine bianca “moderata”, più facili da nascondere e dissimulare, che sostengono e perpetuano il razzismo quotidiano come forma di oppressione di gruppo. 

Diventare razzisti o meno è una scelta che facciamo. Nel corso della nostra vita siamo costantemente chiamati a scegliere da che parte stare rispetto al razzismo. 

La cultura dominante ci vuole spaventati e desiderosi di scegliere la sicurezza al posto del rischio, l’identità invece della diversità. Superare la paura, scoprire cosa ci unisce e saper apprezzare le differenze è il grande messaggio che dona al lettore il libro di Hooks. Un movimento che ci avvicina e ci offre un mondo di valori condivisi, e un senso significativo di comunità.

Un messaggio intenso e potente come il libro che lo racchiude e lo diffonde. 

Il libro

Bell Hooks, Insegnare comunità. Una pedagogia della speranza, Meltemi, Milano, 2022. Prefazione di Rahma Nur. Traduzione di Feminoska. Titolo originale: Teaching community: a Pedagogy of Hope.

L’autrice

Bell Hooks: è stata una studiosa femminista afroamericana. Il suo lavoro esamina l’intersezionalità di razza, capitalismo e genere e il modo in cui questa contribuisce a perpetuare i sistemi di oppressione e il dominio di classe.


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Moda, AI e strategie omnichannel: dalla mass customization al nuovo regime customer-centrico

13 martedì Dic 2022

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DressCoding, Meltemi, NelloBarile, recensione, saggio

Viviamo in un regime customer-centrico, che pone il consumatore al centro del nuovo ecosistema digitale, per due motivi principali: perché esso produce dati che sono sempre più il vero prodotto della nuova economia dell’attenzione; perché grazie a questi dati è possibile conoscere, prevedere e coinvolgere sempre più le scelte del consumatore. 

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella moda espanderà enormemente il processo di centralizzazione e customizzazione dell’offerta, tanto da coinvolgere anche la parte più ideativa e creativa, che storicamente spettava allo stilista. 

Ma tutto questo quali ripercussioni avrà sull’aspetto cognitivo del consumatore?

Agli albori degli anni Settanta, il futurologo Alvin Toffler esordì con il libro Future Shock, nel quale elencava con estrema precisione le principali trasformazioni che la tecnologia avrebbe indotto nella società e nel mercato da lì a pochi anni.

Tra queste aveva già insistito sulla problematica dell’iperscelta per evidenziare come il nuovo capitalismo stesse implementando strategie di offerta altamente complesse e diversificate che sfruttavano l’automazione e rivoluzionavano il rapporto tra aziende e consumatori. Per Barile già allora appariva chiaro il passaggio che dalla microsegmentazione del mercato avrebbe condotto all’integrazione attiva del consumatore nella filiera produttiva, le cui dirette ripercussioni sulla sfera culturale mettevano in discussione le teorizzazioni che invece avevano insistito sulla crescente omogeneizzazione delle pratiche di consumo. 

Anche se alcuni aspetti della «profezia» di Toffler erano troppo suggestionati dalla fantascienza, il suo nocciolo sostanziale si è realizzato tanto che oggi, sottolinea Barile, parliamo di un nuovo regime customer-centrico gestito dalle piattaforme digitali. 

Tale regime è in qualche modo stato preparato dalla mass customization degli anni Novanta, come momento culminante del cosiddetto postfordismo che ha introdotto innovazioni di tipo tecnico e organizzativo al fine di erogare prodotti e servizi a elevato livello di differenziazione. 

Il presupposto decisivo in tale rivoluzione sta nell’esigenza delle aziende di coltivare un concetto olistico di qualità che arriva a coinvolgere la relazione con il consumatore. Questi, infatti, ha dimostrato nel corso degli ultimi decenni una sempre maggiore perizia nelle indicazioni di consumo quando invece tale attività, nel periodo dominante del fordismo-taylorismo, era intesa come passiva e automatica. 

Nella produzione di massa la relazione con il cliente – fondata sul suo anonimato – era sacrificata a vantaggio della reperibilità immediata e diffusa dei beni. Nella mass customization, al contrario, ogni transazione rappresenta un accrescimento di conoscenza da parte dell’azienda delle caratteristiche idiografiche del cliente. Un feedback che può essere mediato dal punto vendita oppure disintermediato tramite la rete. 

Il principio tramite il quale sono nate le prime strategie di questo genere è quello della modularizzazione, che ha consentito alle aziende di produrre merci sempre più personalizzate. Esso si basa sulla fabbricazione tramite economie di scala di componenti basilari che possono essere riassemblate in modalità differenti per offrire prodotti relativamente diversificati. 

Ciò avviene con il supporto decisivo delle tecnologie digitali le quali, precisa l’autore, non sono semplici mass media aggiunti ai media tradizionali quali televisione, radio e cinema. 

Il digitale è più di ogni altra cosa un nuovo ambiente capace di inglobare tutti i media precedenti e di riconfigurare le relazioni sociali ed economiche sia in termini quantitativi che, soprattutto, in termini qualitativi. 

Il digitale pervade completamente e profondamente ogni ambito della cultura, dell’economia e della creatività contemporanea. Per Barile, nel prossimo futuro, l’uso dei chatbot tenderà a sostituire il rapporto tra brand e consumatore con quello tra sistemi di intelligenza artificiale e assistenti digitali. I chatbot consentono di automatizzare il rapporto con un cliente sempre più profilato. In questo modo aiutano a spostare il focus della moda dallo stile del designer alla performatività del consumatore-utente.

Secondo Luce, nella moda l’intelligenza artificiale può rappresentare una tecnologia ›«distruptive», nel senso di dirompente, di sostituzione, non solo rispetto ai processi di comunicazione, ma anche con quelli creativi. Come in alcune applicazioni di IBM/Watson e Google che mirano a sostituire il ruolo del progettista proponendo modelli disegnati sulle caratteristiche dei consumatori trasformati in flussi di dati. 

Si passa dall’epoca del single channel, ovvero del singolo negozio fisico come unico canale di acquisto dei prodotti moda, a quella del multi-channel in cui si aggiungono nuovi canali di vendita, come l’e-commerce, passando per il cross-channel in cui diversi canali si integrano offrendo all’utente un’esperienza unica, per giungere poi all’omnichannel in cui diversi canali integrati si trasformano in un ambiente che circonda l’utente-generatore di dati. 

Il vero problema, sottolinea Barile, che l’omnichannel tenta di risolvere è l’anello mancante tra esperienza online, di cui si sa pressoché tutto, ed esperienza off-line di cui si sa ben poco. 

La possibilità di collegare i due livelli offrirebbe alle aziende uno strumento ancor più potente di conoscenza e previsione delle scelte del cliente. 

Il futuro del retail è un problema che desta grande interesse non solo dal punto di vista dei brand di moda e delle aziende hi-tech, ma anche da parte delle amministrazioni locali, preoccupate dal processo di desertificazione dei luoghi pubblici, come conseguenza della nuova egemonia commerciale delle piattaforme e ancor più recentemente alla crisi pandemica. 

Il case study del concept store di Manhattan, chiamato Story, è particolarmente significativo dell’integrazione tra tecnologie e spazio fisico nel cosiddetto retail esperienziale. 

Lo stesso nome gioca semanticamente con i termini store e storytelling, ovvero un luogo fisico allestito per coinvolgere il visitatore in una narrazione composita. 

Secondo Rachel Shetchman, sua fondatrice, il negozio del futuro dovrebbe avere un taglio curatoriale capace di coinvolgere l’interesse del cliente, inoltre dovrebbe cambiare ogni 4-8 settimane come se fosse una galleria d’arte, offrendo un’esperienza che permane nella memoria. Infine vendere i propri prodotti. In Story i brand raccontano se stessi a partire dalla loro unicità. 

L’utilizzo di tecnologie intelligenti, basate sul machine learning, consente di monitorare il comportamento del consumatore: sistemi di riconoscimento facciale anonimo, emotions tracking, fitting room technologies, mobile identification tracking, RFID, video analytics. 

Si tratta di tecnologie innovative che vengono classificate da McStay come «media empatici», ovvero capaci di riconoscere le emozioni umane e di interagire con esse. 

Così, dal retail esperienziale descritto da Stephens, si passa a quello «aumentato», che utilizza realtà aumentata e media empatici per potenziare l’esperienza del consumatore. 

Il concetto di Metaverso, formulato dalla letteratura Cyberpunk negli anni Novanta, è oggi al centro di un grande interesse da parte di consumatori e aziende per vari motivi:

  • È un’occasione di rilancio di piattaforme in crisi.
  • È il collettore di una serie di servizi innovativi e a pagamento come gli NFT e le nuove strategie di gamification.
  • È il punto di raccordo tra mondo fisico e virtuale che implicherà ulteriori problemi di protezione dei dati personali dei suoi utenti.

Una delle caratteristiche dominanti della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale è l’integrazione dinamica tra la dimensione digitale/virtuale e quella fisica o, per utilizzare le parole di Klaus Schwab, l’interazione tra tre principali megatrend: fisico, digitale, biologico. 

Per Barile, una delle tecnologie caratterizzanti la Quarta Rivoluzione Industriale, è la blockchain, nota perlopiù per essere l’infrastruttura tecnologica che dà vita al mercato delle criptovalute. 

Essa è in grado di certificare proprietà e autenticità del NFT (Non-Fungible Token), in tal modo conferendo a un mero insieme di dati, generalmente riproducibili, una sorta di unicità. Non vi è quindi, di fatto, alcuna differenza tra la copia e l’originale nell’ambito dei prodotti digitali, se non il codice della Blockchain che ne certifica l’unicità. 

Secondo Karinna Grant, cofondatrice di The Dematerialised – piattaforma in cui stanno entrando diversi brand di moda, come Gucci, Prada, Rebecca Minkoff – ci sono sostanzialmente tre modi di utilizzare gli indumenti digitalizzati:

  • Indossarli tramite Realtà Aumentata.
  • Vestire i tuoi avatar.
  • Coniarli come NFT da collezionare e scambiare.

Se la moda attuale insiste principalmente sugli NFT, in futuro la flessibilità del Metaverso mirerà a incorporare e integrare sempre più lo spazio fisico.

Meta in questo caso realizza il sogno iniziale di Zuckerberg, ma lo espande a un livello finora impensato, non solo di sfruttamento della moda virtuale, ma anche di integrazione tra spazio virtuale e fisico, ovvero di ulteriore invasione, sfruttamento e monetizzazione della vita quotidiana dei suoi utenti. 

Il dibattito attuale sul Metaverso è molto combattuto ma l’autore ritiene la moda destinata ad approdare definitivamente ad esso, per la sua innata capacità di simulazione e dissimulazione, anche se le modalità con le quali ciò avverrà sono al momento sperimentali e solo parzialmente ipotizzabili. 

Del resto la moda ha sempre dimostrato la sua capacità di apprendere e di prendere dai vari strati della società nella quale è presente, come ha ampiamente illustrato Barile nel corso del testo, analizzando, per esempio, i casi rappresentativi della relazione costante tra le forme della moda e quelle dello street style. Nonché l’abilità di adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali con estrema facilità e versatilità. Oggi, gran parte della moda e del lusso reinterpretano, citano o semplicemente saccheggiano lo street style. Ma uno street style globalizzato, divenuto ormai logica ed estetica dominante nelle mani dei grandi brand che ha perso molto del suo contenuto originario.

Si chiede Barile quanto etico sia o debba essere l’atteggiamento della moda nei confronti delle cose del mondo e trova per certo solidarietà nel lettore allorquando palesa quanto flebile sia in realtà la volontà di minare la nostra dipendenza cognitiva dall’impero dell’effimero, dalla quintessenza della spettacolarizzazione del corpo nel quotidiano.

Un libro, Dress Coding di Nello Barile, che in realtà ne sembrano dieci, per la vastità degli argomenti trattati e, soprattutto, per la precisione con cui vengono trattati dall’autore, il quale aiuta il lettore nell’esplorazione di un mondo poliedrico che affascina e stordisce, cattura e incanta eppure, al contempo, pone tutti noi difronte alle nostre più grandi debolezze, al nostro “disumanizzarci” scientemente ma con gioia vedendo il nostro avatar tronfio nella sua nuova “skin”.


Il libro

Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso, Meltemi Editore, Milano, 2022.

L’autore

Nello Barile: docente di Sociology of Media e Sociologia della moda all’Università IULM di Milano. Autore di monografie, articoli e contributi nazionali e internazionali sui media digitali, sul consumo e sulla comunicazione politica.


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Antropocene: dalla grande divergenza a una grande convergenza

10 sabato Set 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlbertoFeliceDeToni, AngeloVianello, AntropoceneelesfidedelXXIsecolo, cultura, GilbertoMarzano, Meltemi, recensione, saggio

Nel XXI secolo l’umanità si è trovata a dover fronteggiare delle sfide epocali, tra le quali spiccano i gravi danni arrecati alla Natura e quella radicale transizione verso una «mutazione antropologica» chiamata rivoluzione digitale. Tali sfide hanno imposto un drastico cambiamento nel modo di percepire la cultura quale vera fonte di progresso. Questa deve infatti essere intesa come una «cultura della complessità», fondata su una sintesi tra approccio umanistico e approccio scientifico e posta al servizio di un umanesimo planetario che, nell’ottica della solidarietà e della sostenibilità, consenta di capire che «noi» precede «io».

Raramente si trova una sintesi nella quarta di copertina che, in poche righe, riesca a racchiudere perfettamente il contenuto e il senso di un libro intero. Il passo del libro qui analizzato ne è un esempio egregio. 

Vianello analizza, nella parte iniziale, quella che è stata l’evoluzione dell’uomo dal punto di vista sociale, soffermandosi sul come le migrazioni e le mescolanze abbiamo contribuito in maniera incisiva e determinante nella realizzazione di ciò che è stato il “cammino dell’umanità”. 

Le grandi migrazioni e le mescolanze tra popoli divergenti sono state la forza cruciale nella preistoria umana. Perciò le ideologie che cercano di tornare a una mitica purezza sono in aperta contraddizione con la vera scienza.1

Parole che sono anche un invito alla riflessione sulla grande unità della specie umana, pur nella sua diversità genetica e culturale, e a fare piazza pulita dei pregiudizi che ancora albergano in molte menti, perché “le civiltà fioriscono quando si mescolano, deperiscono quando si isolano”.2

L’umanità per sopravvivere ha sempre ricavato dall’ambiente energia e varie materie prime. Ma l’esponenziale incremento nell’uso e nello sfruttamento dei frutti della Natura ha finito con il condizionare l’intero ecosistema. L’Antropocene è una narrazione che descrive l’impatto che le attività umane hanno avuto sul pianeta Terra. 

Ci manca un riferimento realistico, ma tuttavia proiettato nel futuro, un obiettivo che possa guidarci verso una condizione di equilibrio: in assenza di tale obiettivo la nostra azione diventa miope, e inevitabilmente produce quella crescita esponenziale che è destinata a sfociare nella rottura dei limiti naturali e nella catastrofe finale.3

Questa grave emergenza non è solo un evento dei nostri giorni. Scandagliando il «tempo profondo» della storia della Terra, come ha fatto Vianello, si scopre che il riscaldamento climatico si è verificato più volte e che è stato responsabile di immani catastrofi. Più volte della scomparsa di molti degli esseri viventi che abitavano il pianeta.

La domanda allora è questa: come possono l’intelligenza, la conoscenza, la cultura, la scienza – di cui l’uomo tanto si vanta di esserne promotore e unico artefice tra gli esseri viventi –  essere di aiuto per evitare o almeno limitare la prossima catastrofe?

Gli autori si mostrano fiduciosi che sarà proprio il connubio tra cultura umanistica e scienza a trovare le soluzioni ormai divenute improcrastinabili. 

Ma c’è un altro aspetto spesso sottovalutato e che Marzano tratta nella seconda parte del libro: la sfida delle tecnologie digitali.

Recentemente alcuni autori hanno suggerito di sostituire il termine Antropocene con altri che meglio caratterizzerebbero i cambiamenti in corso.4

L’alternativa più condivisa è «Tecnocene»: l’Antropocene sarebbe infatti un sottoinsieme del Tecnocene, dal momento che in futuro gli esseri umani potrebbero estinguersi ma non le macchine da essi create. La tecnologia e il mercato stanno trasformando i nostri corpi e le nostre istituzioni, sottolineando come negli ultimi tre o quattro decenni le «direzioni di vita» (life trajectories) della nostra specie sono stati trasformati da due fattori concorrenti, spesso interdipendenti, la «tecnificazione» (technification) e la «commercializzazione» (marketization) di fasi cruciali della nostra esistenza e di molte dimensioni peculiari dell’uomo.5

Ma davvero la tecnologia è oggi così sconvolgente rispetto al passato? L’uomo si sta davvero avvicinando a un punto di non ritorno in cui gli sarà impossibile controllare lo sviluppo tecnologico?

Buona parte dello sconvolgimento provocato dalla Rivoluzione industriale fu dovuta all’automazione della forza muscolare. La Rivoluzione digitale invece sta automatizzando il lavoro mentale umano. I progressi nell’intelligenza artificiale paiono condurre a una progressiva polverizzazione dell’agentività umana. Sembra proprio che dovremo affrontare un futuro nel quale il controllo sulle società e sulle vite umane sarà sempre più e inesorabilmente ceduto alle tecnologie digitali “con poteri decisionali palesemente superiori”.

Gli uomini, in generale, hanno la tendenza a supporre che le cose continueranno esattamente come adesso. Si tende a sottovalutare la minaccia all’agentività umana –human agency – da parte delle macchine. Questo accade anche perché molte delle odierne intelligenze artificiali non sembrano rappresentare una reale minaccia per il nostro posto di lavoro. Così facendo si ignora però il rapido ritmo di miglioramento che esse hanno in assoluto e in confronto a quello umano.
Gli uomini manifestano quindi un pregiudizio verso le capacità delle macchine future e, parallelamente, una visione alterata delle reali abilità umane. Questo biasa favore degli esseri umani é tanto insostenibile quanto il geocentrismo precopernicano.6

È ormai evidente come l’ultima rivoluzione industriale, ovvero la quarta, iniziata con l’avvento dell’Internet delle coseverso la fine degli anni Ottanta, abbia provocato e stia provocando significative trasformazioni sociali. Si tratta, ricorda Marzano, di cambiamenti così veloci e globali che ne rendono gli effetti imprevedibili. 

Ray Kurzweil indica il 2045 come l’anno in cui si raggiungerà la singolarità e l’Intelligenza Artificiale supererà gli esseri umani, i quali cesseranno di essere le forme più intelligenti sulla Terra. 

Quella attuale è la prima cultura a essere letteralmente «posseduta dalla tecnologia» che ha generato l’idea di vivere un’epoca dove tutto è possibile, e dove ciò che appare impossibile in realtà viene interpretato come non ancora possibile. Tutto ciò che la tecnologia rende possibile si trasforma, nelle nostre società e nelle nostre vite, rapidamente in qualcosa di obbligatorio e non perché ci sia una costrizione fisica ma in quanto questi «possibili» che in linea di principio ci facilitano la vita, scolpiscono il mondo secondo modi e caratteristiche propri. 

Il cervello umano viene di continuo equiparato a una «Macchina di Turing», capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato, ovvero il software. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e se stesso. Una “deterritorializzazione” che si declina in una «alterazione del cervello e del biologico organico in generale.

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione di informazioni ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. In altre parole: l’interscambio con le macchine “macchinizza” l’uomo.7

Viene definito Innovazione Sociale il processo generato dall’applicazione di nuove idee, metodi e processi ai bisogni sociali. Per analogia, l’Innovazione Sociale Digitale (ISD) può essere definita come la capacità di affrontare in modo innovativo le sfide sociali emergenti sfruttando la tecnologia digitale. Negli ultimi anni, l’ISD è cresciuta notevolmente, attirando l’attenzione non solo della società civile, ma anche di politici e organizzazioni pubbliche.8

L’ISD è una delle risposte positive alla quarta rivoluzione industriale. Si pensi ad esempio alla «teleriabilitazione sociale» e al supporto da remoto dei soggetti fragili. Ma bisogna anche analizzare a fondo i modi in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il capitalismo.

L’informatica e la robotica stanno rendendo sempre più ridondanti gli attuali posti di lavoro, senza produrne di nuovi, come era avvenuto invece nelle precedenti ondate di automazione. Per contrastare questa situazione, sarebbe opportuno che le forze politiche, principalmente della sinistra, si confrontino e tentino di articolare un’azione comune su quattro questioni fondamentali:

  • L’automazione completa finalizzata a eliminare ogni forma di lavoro automatizzabile.
  • La riduzione della settimana lavorativa. 
  • La distribuzione del reddito di base.
  • Il venir meno dell’etica del lavoro. 

La battaglia politica per la piena occupazione dovrebbe essere sostituita dalla battaglia per la piena disoccupazione.9

Si tratta per certo di un paradosso e, al contempo, di una provocazione nei confronti di politiche che privilegiano la difesa degli occupati e poco si preoccupano di coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro, in particolare i giovani con bassa qualificazione e le persone che perdono il lavoro ma sono troppo giovani per andare in pensione. 

L’obiettivo, ovviamente, è quello di puntare a una più equa ridistribuzione del reddito e a una nuova concezione del lavoro.

Ciò che manca alla nostra civiltà, a questa megacultura occidentale identificabile come dell’Antropocene, è l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita «il male dell’infinito» è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.10

La tecnologia crea le strutture dell’economia e l’economia media la creazione di nuove tecnologie, e quindi la propria creazione. Ci rammenta De Toni, nel capitolo terzo del libro, che nel breve termine non è visibile questo circolo di tecnologia creato dall’economia che a sua volta crea la tecnologia. L’economia appare fissa quando in realtà non lo è, osservandola in un lasso di tempo sufficientemente lungo. 

Abbiamo profondamente alterato il metabolismo del super-organismo biosfera e la principale manifestazione di questa alterazione è la progressiva perdita di biodiversità che è il migliore indicatore della salute degli ecosistemi.11

La minaccia o addirittura l’estinzione di una specie vegetale o animale viene sempre più guardata come ormai un qualcosa di ineluttabile e, tutto sommato, non poi così grave come viene invece segnalato da anni. Addirittura anche l’estinzione di etnie o tribù di esseri umani è una notizia appresa con un certo distacco o proprio con disinteresse. Con l’idea di fondo, magari, che tutte queste specie a noi così diverse, forse, non avevano poi così tanto senso di esistere, canalizzati come siamo ormai in questo flusso di idee e azioni per cui dobbiamo abitare tutti in luoghi simili, cibarci di alimenti standardizzati, divertirci secondo meccanismi consolidati e via discorrendo. 

Quanto valore viene realmente attribuito alla biodiversità del pianeta? E a quella umana?

Al momento, sottolinea De Toni, la situazione è quella di una proliferazione di sistemi particolari e una formazione incerta e contraddittoria di un megasistema generale da cui tutti i sistemi particolari pensano di poter attingere senza prendersene la responsabilità. 

I vantaggi culturali, sociali, politici, economico-finanziari e soprattutto militari delle società occidentali erano figli del loro privilegio planetario. Oggi questo vantaggio tende ad annullarsi o a relativizzarsi.12

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa «nuova epoca storica».13

Viene da chiedersi perché e, soprattutto, con quali conseguenze?

Se nel XIX secolo si produsse la Grande divergenza tra Occidente e resto del mondo, la fase nella quale siamo per ora agli inizi, dovrebbe essere pensata, per De Toni, in termini di Grande convergenza. 

Sarebbero infatti da imputarsi alla reazione o al mancato adattamento dell’Occidente alle mutate condizioni:

  • L’attuale disordine economico.
  • La sclerosi ideologica che accompagna le politiche monetario-finanziarie.
  • L’indifferenza alla fenomenologia della sempre più vasta crisi ecologica.
  • Il riproporsi di ipotesi di guerre non più locali.
  • Le frizioni geopolitiche di grandi dimensioni.
  • La crisi delle leadership.
  • Una certa deriva tecno-scientista che si illude di domare la complessità (Natura) piuttosto che adattarsi.
  • La polarizzazione sociale, ovvero la comparsa di indici di diseguaglianza di altri tempi.
  • La spinta a semplificare una democrazia ritenuta sempre più un ingombro.

In Europa in particolare poi esiste un dramma di smarrimento specifico poiché sembriamo non sapere più neanche in che forma dovremmo organizzare le nostre società: tornare agli Stati-nazione nati sei secoli fa (Brexit docet) o passare a entità di livello superiore. Fermo restando però, continua De Toni, che non si ha la più pallida idea di come fare per realizzare un’impresa così complessa.

Il vero problema risulta quindi l’essere in uno sfasamento temporale: continuiamo a pensare secondo modi derivati da condizioni precedenti e differenti. Da qui la necessità di far corrispondere un nuovo pensiero complesso alla nuova complessità del mondo. Pensare un nuovo modo di stare al mondo.

Il libro di De Toni, Marzano e Vianello è sicuramente molto interessante, in ogni sua parte. Nel suo saper essere uno sguardo rivolto al passato, per meglio comprendere come si è giunti a questo punto. Come anche il suo saper analizzare e descrivere il presente nell’ottica del futuro, incerto, verso cui ci proiettano indecisione, ritardi, sbagli e manchevolezze di una ipercultura i cui limiti non si possono nascondere oltre. Meglio affrontarli quindi, sfruttando al meglio le conoscenze e il Sapere che proprio essa ha saputo accumulare. Intraprendendo quindi la via che conduce verso un «umanesimo digitale», il cui fondamento risiede nella consapevolezza che tutte le tecnologie, pur nelle entusiastiche prospettive indicate, hanno dei limiti e, soprattutto, non devono essere utilizzate per alimentare la deleteria volontà di potenza.14

Antropocene e le sfide del XXI secolo è un libro che si inserisce a pieno titolo come ottimo tra le pubblicazioni che, coraggiosamente, affrontano l’argomento e le sue numerose problematiche. 


Il libro

Alberto Felice De Toni, Gilberto Marzano, Angelo Vianello, Antropocene e le sfide del XXI secolo. Per una società solidale e sostenibile, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Gli autori

Alberto Felice De Toni: professore di Ingegneria Economico-Gestionale presso l’Università degli Studi di Udine e direttore scientifico di CUOA Business School.

Gilberto Marzano: direttore del Laboratory of Pedagogical Technologies presso la Rezeke Academy of Technologies (Lettonia), professore presso la Janusz Korczak Pedagogical University di Varsavia (Polonia) e presidente dell’Ecoistituto FVG.

Angelo Vianello: professore emerito di Biochimica Vegetale all’Università degli Studi di Udine. 


1D. Reich, Chi siamo e come siamo arrivati qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, tr. it. di G. Carlotti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019.

2C. Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori, Milano, 2011.

3D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens, III, I limiti dello sviluppo, tr. it. Di M. Filippo, Mondadori, Milano, 1972.

4J. Zalasiewict et. al., When did the Anthropocene begin? A mid-twentieth century boundary level is stratigraphically optinal, in «Quaternary International», n° 383, 2015. 

5H. Martens, The Technocene: Reflections on Bodies, Minds and Markets, Anthem Press, London, 2018.

6N. Agar, Non essere una macchina. Come restare umani nell’Era digitale, Luiss University Press, Roma, 2020.

7M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016.

8M. Stokes, P. Boeck, T. Baker, What next for digital social innovation, Nesta, UK, 2017.

9N. Srnicek, A. Williams, The Future isn’t Working, in «Juncture» n° 22 (3), 2015.

10M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, Antropocene, Rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

11F.M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni ambiente, San Giuliano Milanese, 2021.

12P. Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Fazi, Roma, 2017.

13K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

14J.N. Rumelin, N. Weidenfeld, Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale, Franco Angeli, Milano, 2019.



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)

L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale


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È mai davvero esistita la fine del colonialismo?

28 martedì Giu 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GeorgesBalandier, LaSituazioneColoniale, Meltemi, recensione, saggio

Il colonialismo è mai davvero finito, oppure è stato semplicemente adattato ai tempi? Trovare una risposta a questa domanda è molto più complesso di come si potrebbe immaginare, perché quando si parla di colonialismo, pur ignorandolo, ci si riferisce a un qualcosa che va ben oltre la conquista e il possesso di territori e beni. 

Per Georges Balandier, il post-coloniale non consiste nella cancellazione del coloniale, ma solo delle sue forme più apparenti. La società coloniale, fondata sulla dominazione, è inseparabile dalla società colonizzata, oggetto della dominazione. 

Oltre che dalla messa in rapporto delle differenze culturali, la situazione coloniale nasce dagli scarti stabiliti fra i suoi elementi costitutivi e dalla logica inegualitaria che ne organizza le relazioni.

Dal punto di vista formale, queste relazioni si stabiliscono tra una minoranza demografica costituita in maggioranza sociologica dalla dominazione che esercita, cioè la società coloniale, e una maggioranza demografica ridotta allo stato di minoranza sociologica, che è poi la società colonizzata. 

Quando le nazioni europee si sono imposte ai popoli cosiddetti «arretrati», li hanno stupefatti con la loro potenza tecnica e ricchezza; alcuni di questi popoli hanno subito sviluppato una sorta di complesso di inferiorità tecnologico.

Il consolidamento delle economie coloniali ha rovinato le rudimentali industrie locali, anche quelle asiatiche che avevano conosciuto una certa prosperità, lasciando sopravvivere solo un commercio di tratta che sottrae ricchezze naturali in cambio di un flusso di mercanzie. Per ottenere queste ultime, le quali hanno sempre più un ruolo importante per la sua esistenza, il colonizzato si lega progressivamente alla società coloniale, che diventa simbolo della sua dipendenza e indigenza. 

La sempre più urgente necessità di avere un sistema economico reale che garantisca un generale innalzamento del tenore di vita si è andata affermando in presenza di potenze coloniali tutrici rimaste sempre riluttanti. 

Quasi paradossalmente, anche i flussi migratori dalle ex-colonie verso gli ex-paesi colonizzatori sono un altro modo di mantenere le relazioni. 

La colonizzazione infatti ha potuto beneficiare, ricorda Balandier, dell’esistenza del bisogno di dipendenza. 

Nei casi più estremi, quelli dei popoli con meno resistenza socio-culturale, come avvenuto in gran parte dell’Africa nera, gli sconvolgimenti sono stati profondi e l’equilibrio tradizionale è stato radicalmente alterato. 

La conseguenza di queste trasformazioni, e di politiche coloniali che hanno voluto sostituire, limitare o sedurre le autorità tradizionali, ha portato alla rottura dei vecchi rapporti di dipendenza e di sottomissione. L’origine dell’autorità e del potere è stata trasferita, resa estranea. 

La dipendenza del mondo arabo dall’Occidente ha condotto a una decadenza dell’Islam, anche se poi gli elementi più occidentalizzati dei paesi arabi hanno indotto reazioni popolari di purismo musulmano, violento e passionale, spiegando così, almeno in parte, gli antagonismi che dividono le nazioni arabe e le azioni/reazioni verso il mondo occidentale.1

Gli studi cui si fa riferimento sono iniziati nella seconda metà del Novecento, non potevano sapere ma sembra abbiano saputo prevedere gli scontri e le derive che queste insofferenze hanno poi generato sul limitare del nuovo Millennio. Una vera e propria esplosione di rabbia e insofferenza che va dalle innumerevoli guerre civili nel continente africano, alle Primavere arabe e i troppi movimenti estremisti che hanno mescolato e fuso tradizione, religione e jihad.

La natura stessa delle reazioni suscitate dai rapporti o relazioni è legata al processo dominante.

In alcuni contesti, i problemi essenziali sembrerebbero di natura culturale – come per esempio in Africa Equatoriale -, attirando così l’attenzione quasi esclusiva degli antropologi.

In altri, si manifestano tensioni nelle relazioni razziali – come in Sudafrica – o problemi politici, come nei nazionalismi asiatici e africani, e allora l’interesse diventa un po’ più generalizzato. 

Su tutti comunque pesa la «psicologia particolare dei colonizzati» e il loro bisogno di dipendenza, nonché ovviamente l’atteggiamento predatorio dei colonizzatori. 

La società colonizzata può essere considerata come una società alienata, più o meno influenzata nella sua organizzazione socio-culturale a seconda della capacità di resistenza: tanto più è sottomessa alla pressione della società dominante e straniera tanto più è degradata.

Nella gran parte delle regioni sudafricane, l’arrivo degli europei e l’insieme dei cambiamenti che innescò ebbe l’effetto di scatenare una violenta conflittualità interna. Una situazione generata anche dalla perdita dei punti di riferimento originari. La forte emigrazione, per esempio, ebbe come conseguenza diretta un profondo indebolimento del tessuto familiare e sociale che portò a un declino pressoché totale del settore agricolo. 

Spesso gli osservatori europei hanno insistito sulla intrinseca fragilità delle democrazie africane, apparentemente incapaci di raggiungere un adeguato livello di maturazione. Invece questi fenomeni, apparsi in un primo momento nel mondo coloniale e post-coloniale, stanno progressivamente investendo anche le democrazie occidentali. Si diffondono a macchia d’olio nei paesi del Nord sempre più alle prese con una crescente eterogeneità demografica che produce fratture e rivendicazioni, con un’economia delocalizzata dove i centri di produzione e di consumo appaiono dispersi, dove la finanza prevale sulla produzione, la flessibilità sulla stabilità. Dove si registra un continuo e progressivo indebolimento del tessuto sociale ed economico. 

Come hanno ben compreso molti investitori internazionali, non da ultimi i cinesi, l’Africa è entrata in una fase totalmente nuova in cui lo sviluppo dei suoi mercati sta aprendo enormi possibilità economiche. Ma questa trasformazione continua a essere percepita da molti come una mera imitazione dello sviluppo occidentale. Liberandoci di questa prospettiva ottocentesca, si scopre invece che i fenomeni osservabili in Africa sembrerebbero addirittura anticipare e non seguire taluni processi che stanno investendo l’Europa e il Nordamerica. 

Il Nord globale sta assumendo alcuni dei tratti un tempo caratteristici del Terzo Mondo, come la crescente diversità interna, la conflittualità su base etnica e razziale, l’aumento di povertà e disuguaglianza, la crescita degli insediamenti informali e di una gioventù sotto-proletarizzata. L’Africa, a quanto pare, sta diventando una condizione globale.2

L’Europa e l’Occidente tutto volutamente hanno diffuso l’idea di essere emblema di civiltà, progresso, benessere e cultura. I flussi migratori rispecchiano anche la volontà che in tanti manifestano di raggiungere proprio civiltà, progresso, benessere, cultura. Abbiamo già visto come i legami, o meglio le relazioni di dipendenza con gli stati ex-coloniali permangono e persistono anche allorquando si affermi l’avvenuto abbandono del sistema coloniale. 

Tuttavia in tempi recenti si assiste a un qualcosa che definire paradossale è assolutamente riduttivo.

Rwanda e Gran Bretagna hanno siglato un accordo in base al quale, a partire dal 14 giugno 2022, saranno trasferiti nel Paese africano una parte degli immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa che si decida sulle loro richieste di asilo. 

L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha subito espresso la sua forte opposizione al piano britannico perché «le persone in fuga da guerre e perseguitate meritano compassione ed empatia. Non dovrebbero essere scambiate come fossero merci e trasferite all’estero in attesa dell’esito delle loro richieste di asilo politico»3

Per il primo ministro inglese si tratta di una misura per scoraggiare l’immigrazione illegale attraverso il Canale della Manica, percorso quotidianamente da barchini e gommoni. Una misura volta a minare la forza dei trafficanti di esseri umani. 

E pensare che c’è stato un tempo, mai troppo lontano, nel quale non barchini ma navi e bastimenti partivano carichi di esseri umani e procedevano con la rotta inversa, ovvero dall’Africa verso il Nuovo Mondo, che trafficanti olandesi, francesi e inglesi trasportavano in catene. L’isola di Gorée, da cui partivano, è Patrimonio UNESCO dell’Umanità dal 1978.

(Fonte: Mondadori Education)

Una stima approssimativa ma significativa ricordava che i territori coloniali coprivano, all’epoca, un terzo della superficie del globo, e che settecento milioni dei due miliardi di abitanti totali era costituito da popoli assoggettati.4

Ecco perché, per Georges Balandier, qualsiasi studio delle società colonizzate, volto a una conoscenza della realtà contemporanea e non una ricostruzione di carattere storico, e mirato a una comprensione che non sacrifichi la specificità per la comodità di una schematizzazione dogmatica, può essere condotto solo facendo riferimento alla complessità di ciò che viene chiamata situazione coloniale.

Un’epoca caratterizzata dall’urgenza e dalla gravità di due tipologie di problemi che si impongono alle nazioni capitaliste e coloniali: 

  • Quelli legati alle pressioni esercitate dai proletari.
  • Quelli nati dall’ascesa dei popoli colonizzati e dipendenti (rising nations).5

D’altra parte, si potrebbero mettere in connessione i due fenomeni utilizzando l’espressione dello storico Arnold J. Toynbee, di proletari «interni» ed «esterni» i cui problemi conseguono dalla reazione alla dominazione subita e dalla lotta per il riconoscimento.

All’arrivo dei tedeschi, sul limitare del XIX secolo, la società e la monarchia ruandesi erano un sistema feudale in piena evoluzione. I colonizzatori si limitarono inizialmente a congelare la situazione preesistente. Anche il Belgio dapprima attuò una forma di governo indiretto, ma poi manovrò per scaricare il malcontento sul prestigio della monarchia feudale, attuando de facto una separazione tra il re e i capi collina. L’intervento europeo sulla società feudale del Rwanda aveva trasformato i rapporti sociali, indurendoli attraverso gerarchie d’importazione e contribuendo in maniera cospicua alla loro razzializzazione.6

Gli hutu erano circa l’84 per cento della popolazione, i tutsi il 14 e il restante 1 per cento era composto da twa pigmei. 

Una ricerca condotta a Bruxelles tra il 2001 e il 2003 presso le comunità di rifugiati ed esuli ruandesi ha mostrato come la questione identitaria sia stata ulteriormente acutizzata proprio a causa della condizione di popolo in diaspora.7

In Rwanda invece la presidenza Kagame ha sempre dichiarato di voler sopprimere l’appartenenza etnica, in linea con le idee di nazionalismo africano convenzionale, che condivide e condivideva con quello più radicale la volontà di de-razzializzare le istituzioni, lo Stato e il diritto.8

(Memoriale della schiavitù a Rotterdam)

«Detesto il confinamento. La scelta di un mestiere che mi ha portato alla scoperta di culture differenti, alla conoscenza di come gli altri esprimono altrimenti la loro presenza al mondo e l’appartenenza al divenire storico, mi ha permesso di uscire dal recinto della mia cultura.»9

Balandier è stato promotore di un’antropologia sensibile alle dinamiche del cambiamento e di una sociologia attenta alle nazioni ex-colonizzate, come anche osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee. 

Mai come i primi venti anni del nuovo Millennio in Europa la prosperità è stata così alta e diffusa e vi è stata tanta pace. Eppure, mai come in questo periodo, vi è stato un sentimento così diffuso, profondo e cupo di pessimismo per il futuro. 

Perché l’Occidente si sente perduto?

All’inizio del XXI secolo la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. Fino a tempi recenti, gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 ma, negli ultimi due decenni, la situazione si è invertita. Nel 2015 le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31.5 per cento, mentre quelle degli E7 per il 36.3 per cento. Il Resto del mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione. Ora, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto oppure non vi abbia dato importanza? 

Il Resto del Mondo non ha bisogno di essere salvato dall’Occidente, né erudito nelle sue strutture di governo, né tantomeno convinto della sua superiorità morale. Certamente non ha bisogno di essere bombardato.10

Insoddisfatto rispetto all’etnologia classica francese, per la sua inclinazione a studiare le società indigene come astratte rispetto al contesto coloniale in cui sono immerse, Balandier si distanzia anche da quelle tradizioni statunitensi e britanniche del primo dopoguerra, che pure hanno iniziato a mostrare interesse per le problematiche generate dall’incontro e dalla coabitazione di culture diverse. Egli rivendica l’importanza di studiare la dimensione macro delle relazioni inter-societarie, oltre che quella microscopica delle interazioni fra colonizzatori e colonizzati all’interno di circostanze specifiche.

Balandier ha dichiarato il suo stupore allorquando ha visitato in prima persona i possedimenti francesi, prima in Senegal e poi in Guinea, affermando di aver scoperto l’indigenza assoluta, i tropici senza la mascherina dell’esotismo, la colonia senza le decorazioni della potenza.

Ma poi è arrivato il momento anche per la potenza di essere guardata senza più il confronto con il primitivo. 

La situazione coloniale, generata dall’espansione europea su buona parte del globo, ha unito società eterogenee. Il processo spezza dall’interno la società colonizzata, che si riorganizza secondo un principio di prossimità e distanza dei vari gruppi indigeni – per cultura, abitudini e stile di vita – dal modello di umanità superiore che i colonizzatori si arrogano il diritto di impersonare. 

L’incontro tra culture eterogenee non ha modificato e stravolto solo gli Stati colonizzati ma anche quelli colonizzatori, nel breve e lungo periodo. Comprendere quindi le dinamiche di quell’ampio e variegato fenomeno noto come “situazione coloniale” è necessario non solo per conoscere la Storia ma, soprattutto, per comprendere il presente e le sue spesso incomprensibili dinamiche. 

Soprattutto in Africa Equatoriale, Balandier è stato fra i tecnici le cui competenze avrebbero dovuto ispirare la trasformazione guidata delle società indigene, si trova poi, rientrato nel contesto metropolitano, ad ampliare la portata teorica delle intuizioni consegnateli dalle ricerche africane. I suoi interessi scivolano dalla riflessione sul colonialismo a quella sullo sviluppo, un termine centrale sia rispetto al discorso coloniale che a quello anti-coloniale.11

Balandier ha iniziato la riflessione sui rapporti fra società differenti dal punto di vista tecnico, economico e culturale considerando la situazione coloniale perché la dipendenza è una caratteristica della colonizzazione che si può riscontrare anche quando, senza una presa di possesso territoriale, una società interferisce dall’esterno con le dinamiche interne di un’altra. E il quadro delle ingerenze senza un reale possesso territoriale sembra rappresentare tutto il periodo, indicato come post-colonialismo, che giunge fino ad oggi. 

La decolonizzazione, riallineando gli equilibri mondiali, ha generato nuovi condizionamenti in un clima di tensione crescente fra le superpotenze della Guerra Fredda.

I poteri imperiali europei, così come gli Stati Uniti, favoriscono i regimi che si oppongono al comunismo cercando al contempo di preservare le relazioni economiche coloniali. Confondendo il nazionalismo radicale con il comunismo e immaginando coinvolgimenti sovietici ovunque, hanno sponsorizzato attori locali che abbiano accettato la presenza di basi occidentali sul territorio.

Con meno risorse, l’Unione Sovietica ha sostenuto regimi espressisi in favore del socialismo scientifico e di un modello di sviluppo sovietico, così da rispondere al consolidamento della presenza occidentale e al coinvolgimento cinese con l’Africa.12

Nella fine della Guerra Fredda poi l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando. La vittoria non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica, ovvero di uno Stato che, mentre il suo nemico “vincente” gongolava, si è pian piano ripreso fino a tornare a occupare il posto che aveva come potenza a livello mondiale. La fine della Guerra Fredda non è stato altro che la svolta verso una nuova fase storica.13

Sia per gli attori esterni che per quelli interni, la parola chiave è modernizzazione, un processo guidato di trasformazione tecnologico-sociale che avrebbe dovuto portare gli ex-colonizzati ad acquisire gli standard e gli stili di vita degli ex-colonizzatori, migliorando la condizione complessiva dell’umanità. 

Creare una società dell’apprendimento è necessario per promuovere gli standard di vita anche nelle economie che non si trovano all’avanguardia del progresso scientifico e tecnologico. La trasformazione in società dell’apprendimento che si è verificata durante il XIX secolo nelle economie occidentali, e più di recente in quelle asiatiche, sembra aver avuto un impatto maggiore sul benessere degli esseri umani di quello esercitato dai miglioramenti di efficienza allocativa o dall’accumulazione di risorse.14 Lo stesso andrebbe quindi fatto per le economie di Terzo e Quarto mondo.

Ma Balandier considerava i costi umani e le conseguenze socio-politiche delle transizioni modernizzatrici troppo spesso imprevedibili, così come le nuove diseguaglianze che si profilano al superamento delle precedenti. 

Agli inizi del Nuovo Millennio l’approccio teorico di Balandier conosce, in Francia, una nuova fortunata stagione, la quale è coincisa con la risposta violenta del governo alla mobilitazione dei Sans-Papiers, ovvero gli immigrati dalle ex-colonie francesi con titoli di soggiorno ambigui perché il Paese ha progressivamente ristretto le sue politiche di immigrazione e acquisizione della cittadinanza. Una dura repressione che anima un acceso dibattito sul «debito di sangue» che la nazione ha contratto con i Tirailleurs Sénégalais, un corpo di fanteria composto da reclute forzate inizialmente dal Senegal e dal Mali e poi dall’intera Africa sub-sahariana francese,15 utilizzato tanto nelle colonie quanto in Europa durante le due guerre mondiali.

Poi nell’ottobre e novembre del 2005, le rivolte giovanili nelle periferie delle principali città francesi, danno voce a un disagio pluri-decennale mai seriamente affrontato: dietro la pretesa di un’assimilazione a partire dall’erosione di pratiche culturali pre-esistenti, l’integrazione alla francese ha mascherato la riproduzione e il rafforzamento di tratti culturali e razziali percepiti come inaccettabili rispetto all’assetto repubblicano.16

È significativo nelle circostanze che la proclamazione dello stato di emergenza per fermare l’ondata di violenza si appoggi alla legislazione utilizzata dal 1955 per sedare le proteste contro la Guerra d’Algeria (1954-1962). L’allora Ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, etichetta i rivoltosi come racaille, ossia feccia, un’evocazione del vocabolario razzializzante coloniale, mentre larghe sezioni dell’opinione pubblica, convinte che il colonialismo non riguarda la loro Francia, ritengono i partecipanti alle proteste indegni di essere o diventare Francesi.17

La decolonizzazione ha generato una frattura nel senso di sé delle ex-potenze coloniali, trasformandole da leader auto-proclamati della storia globale ad attori come gli altri. Il baricentro della situazione coloniale si è spostato, attraverso l’immigrazione, nelle periferie delle ex-metropoli imperiali, dove il pluralismo culturale e sociale generato interiorizza, a dispetto della possibilità di altri linguaggi e dinamiche culturali, modelli coloniali. 

Per capire e giudicare un’epoca, secondo Balandier, occorre porsi dal punto di vista di coloro che l’hanno vissuta, capire tanto le circostanze quanto le conseguenze delle scelte compiute e delle decisioni prese sul piano personale e professionale. 

Egli ritiene che, oltre a constatare ed esporre criticamente l’eredità coloniale francese, si debba continuare la lotta per «creare l’attuale altrimenti».18

«La ripetizione di formule passate, di saper-fare trascorsi, non è più sufficiente. Per avere accesso a una democrazia condivisa, è soprattutto necessario aprirla alle differenze così da sigillarla rispetto a dinamiche di dominazione oltre che esclusive, funeste».

I saggi di questa raccolta, come l’intera opera di Balandier sono straordinariamente attuali. È interessante e, per certi versi, sorprendente notare quanto la sua ricerca, al pari di quelle di tanti altri studiosi capaci di liberarsi dai preconcetti e dai pregiudizi, sia riuscita a vedere e a prevedere le società, colonizzate e colonizzatrici, e a seguirne le varie evoluzioni. Un lavoro straordinario.


Il libro

Georges Balandier, La situazione coloniale e altri saggi, Meltemi Editore, Milano, 2022.

Traduzione e introduzione di Alice Bellagamba e Rita Finco. 

Titolo originale: La situation coloniale: Approche théorique, Cahiers Internationaux de Sociologie, Paris, 1951.

L’autore

Georges Balandier: È stato uno dei massimi esponenti della ricerca antropologica francese. Intellettuale critico, pioniere della ricerca africanista e ideatore della nozione di «Terzo Mondo», è stato promotore di una prospettiva metodologica sensibile alle dinamiche del cambiamento, nonché osservatore acuto delle trasformazioni che dalla fine del Novecento hanno investito le società europee.


1H.A.R. Gibb, La réaction contre la culture occidentale dans le Proche.Orient, in «Monde d’Orient», Editions Maisonneuve et Co, Paris, 1951; R. Montagne, Naissance du prolétariat marocain, in Cahiers de l’Afrique et en l’Asie, Vol. III, I Trimestre, Paris, 1952.

2Jean Comaroff, John L. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo. Ovvero, come l’Euro-America sta evolvendo verso l’Africa, Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.

3È quanto si legge in un tweet di UNHCR, the UN Refugee Agency del 14 aprile 2022 consultabile al seguente link: https://twitter.com/Refugees/status/1514699018500292617/photo/1

4R. Kennedy, The Colonial Crisis and the Future, in R. Linton, ed., The Science of Man in the World Crisis, Comulbia University Press, New York, 1945.

5J. Obrebski, The Sociology of Rising, in «International Social Science Bulletin», Unesco, Vol. III, n° 2, 1951.

6M. Giro, Guerre Nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2020.

7C. Pratesi Innocenti, Ibuka. Pratiche, politiche e rituali commemorativi della diaspora ruandese, Annuario di Antropologia 5, 2005.

8S. Bellucci, Africa contemporanea. Politica, cultura, istituzioni a sud del Sahara, Carocci Editore, Roma, 2010.

9G. Balandier, Conjugaisons, Fayard, Paris, 1997.

10K. Mahbubani, Occidente e Oriente. Chi perde e chi vince, Bocconi Editore, Milano, 2019.

11J. Copans, Georges Balandier. Un anthropologue en première ligne, Presses Universitaires de France, Paris, 2014.

12A. Bellagamba e R. Finco, La situazione coloniale e altri saggi di Georges Balandier (introduzione al libro), Meltemi Editore, Milano, 2022.

13K- Mahbubani, op. cit.

14J. E. Stiglitz e B. C. Greenwald, Creare una società dell’apprendimento, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018.

15G. Mann, Immigrants and Arguments in France and West Africa, in «Comparative Studies in Society and History», Vol. XLV, n° 2, 2003.

16F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deceptions of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and African Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009.

17A. Stoler, Colonial Aphasia: Race and Disabled Histories in France, in «Public Culture», Vol. XXIII, n° 1, 2011; F. Bernault, Colonial Syndrome: French Modern and the Deception of History, in C. Tshimanga, C.D. Gondola, P.J. Bloom, Frenchness and the Africa Diaspora: Identity and Uprising in Contemporary France, Indiana University Press, Bloomington, 2009; A. Mbembe, Faut-il provincialiser la France?, in «Politique africaine», n° 119, 2010.

18C. Coquery-Vidrovitch, Hommage à Georges Balandier, in «Presence Africane», n° 194, 2016.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro e la mappa coloniale, credits www.pixabay.com


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