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Irma Loredana Galgano

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Tangenti, frodi e riciclaggio: corruzione e inchieste che fanno tremare il mondo del calcio. “Cartellino rosso” di Ken Bensinger (Newton Compton, 2018)

01 lunedì Apr 2019

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Cartellinorosso, KenBensinger, NewtonCompton, recensione, saggio

Il 16 agosto 2011 l’agenzia di stampa Reuters lancia un articolo significativamente intitolato: L’FBI esamina gli archivi finanziari di un boss del calcio americano. La scelta della terminologia è, con ogni probabilità, poco casuale perché il metodo operativo scoperto durante le indagini dagli agenti federali sembra essere molto simile a quello utilizzato dalla criminalità organizzata.
500mila dollari in pagamenti sospetti ricevuti durante un periodo di quindici anni da «un funzionario del calcio americano chiamato Chuck Blazer», dirigente di alto livello della FIFA, la Fédération Internationale de Football Association, «l’organo che governa il calcio mondiale».
L’agente speciale Steve Berryman dell’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate degli Stati Uniti, ebbe fin da subito l’impressione che «indagare sulle grane fiscali di Chuck Blazer era come fermare qualcuno per un fanalino di coda malfunzionante e scoprire che aveva il bagagliaio pieno di cadaveri».

Decine di persone provenienti da più di quindici Paesi furono «accusate di aver violato le rigide leggi degli Stati Uniti in materia di crimine organizzato, riciclaggio, frode ed evasione fiscale». Dopo decenni di impunità assoluta, a dispetto degli scandali, «il cartello globale del calcio» fu messo in ginocchio proprio da uno dei pochi Paesi al mondo a cui questo sport non sembrava interessare poi tanto. Un’indagine che è stata il risultato «dell’attento e paziente lavoro di investigatori scrupolosi», un’operazione cominciata in piccolo e divenuta immensamente vasta, «e che è ancora in corso».

Il giornalista d’inchiesta Ken Bensinger scrive Red card, uscito in Italia per Newton Compton Editori con il titolo Cartellino rosso, come tentativo di schematizzare un singolo caso criminale della «saga della corruzione all’interno della FIFA e del calcio mondiale». Una rete talmente «complicata e decisamente troppo estesa» per trovare spazio in un libro unico.
Un libro che aiuta molto nella comprensione di un fenomeno, vasto e grave, di cui, nonostante i ripetuti scandali e inchieste giudiziarie, si conosce ben poco e si ammette ancor meno.
Il lavoro di indagine svolto da Bensinger in Cartellino rosso è molto approfondito e dettagliato. Il libro è un resoconto che cerca di andare dritto al nocciolo del problema ed è stato scritto con uno stile apparentemente semplice, in realtà molto chiaro. Il registro narrativo utilizzato è quello di un romanzo ma la struttura è per certo quella di un reportage di inchiesta.

Per tutta la durata del processo e nelle sue argomentazioni finali, «la difesa non aveva mai sostenuto che il calcio non fosse corrotto». Tuttavia, per quanto gli altri funzionari avessero preso delle tangenti, «i loro clienti non lo avevano fatto». Semplicemente, a loro dire, l’indagine era andata troppo oltre e «aveva accusato degli uomini innocenti». Un’indagine e un processo che hanno trasversalmente toccato persone afferenti alla FIFA, alla CONCACAF, CONMEBOL, AFC*, numerose Federazioni calcistiche nazionali, al Grupo Traffic Sao Pãulo e Miami, del Torneos Competencias e Full Play Group di Buenos Aires, International Soccer Marketing a Jersey City. Quelli che Bensinger elenca all’inizio del testo indicandoli come i “personaggi principali”.

Il più grande scandalo della storia del calcio che «la FIFA ha sepolto» e di cui, proprio per questo, è necessario continuare a indagare, scrivere, parlare, raccontare, capire. E Cartellino rosso di Ken Bensinger si rivela un ottimo strumento per farlo.

Biografia dell’autore

Ken Bensinger, giornalista statunitense. Ha lavorato per «Wall Street Journal», «Los Angeles Times» e «BuzzFeed». Vincitore dei premi ASME National Magazine e Gerald Loeb Award, è stato anche finalista al Premio Pulitzer.

Bibliografia di riferimento

Ken Bensinger, Cartellino Rosso. Come la FIFA ha sepolto il più grande scandalo della storia del calcio,Newton Compton Editori 2018. Traduzione di Cristina Popple del testo originale in inglese Red Card.

* FIFA (Fédération Internationale de Football Association), Zurigo.
CONCACAF (Confederation of North, Central America and Carribean Association    Football), New York e Miami.
CONMEBOL (Confederatión Sudamericana de Futbol), Assunción, Paraguay.
AFC (Asian Football Confederation), Kuala Lumpur.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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Stragismo e depistaggi della mafia nera nei primi settantadue anni della Repubblica italiana. “La mafia nera” di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2018)

09 venerdì Nov 2018

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Lamafianera, mafia, NewtonCompton, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio, terrore, VincenzoCeruso

Con la sconfitta del nazifascismo iniziava per l’Europa il più lungo periodo di pace mai conosciuto. Ma non è stato così per tutti gli europei. Per tanti a cominciare è stato solamente un conflitto differente, combattuto in modo diverso e che ha richiesto l’impiego di una nuova tipologia di soldati.
Sentimenti ostili nei confronti della neonata Repubblica e paura riguardo la possibile o probabile avanzata di ideologie diverse, opposte, che avanzavano da quello che ancora veniva indicato tra i principali nemici da combattere, il blocco dell’Est sovietico.
Il generale Arpino, capo di Stato maggiore dell’esercito, ha dichiarato dinanzi a una commissione parlamentare: «per noi, ancora negli anni Ottanta, un terzo del parlamento era il nemico».

Il conflitto che lacerava la società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale appare «feroce, come può esserlo solamente una guerra ideologica». Se il comunismo era impegnato a forgiare «un nuovo tipo di uomo, una macchina senz’anima», un docile strumento al servizio della guerra totale, anche i difensori del mondo libero dovevano affrancarsi da ogni preconcetto morale, per rispondere adeguatamente alle sfide che li attendevano. A partire dalla creazione del «soldato rivoluzionario», educato al nuovo tipo di guerra che il comunismo aveva imposto, addestrato tecnicamente e dotato di un’adeguata «educazione morale». Un «soldato d’élite», ideologicamente preparato al suo compito.

Questo e tanto altro si legge nella relazione di Edgardo Beltrametti, giornalista e collaboratore del corpo di Stato maggiore della Difesa, scritta in occasione del convegno che si tenne a Roma nel maggio 1965 dal titolo La guerra rivoluzionaria. Incontri, eventi, accadimenti che, unitamente alla narrazione storica più nota e alla documentazione di inchieste, indagini e processi, si trovano ampiamente analizzati ne La mafia nera di Vincenzo Ceruso, edito da Newton Compton a ottobre 2018. Un libro che racconta la storia di un’Italia oscura, le stragi, i depistaggi e le relazioni occulte tra lo Stato e il non-Stato. Eversione neofascista, brigatismo rosso, apparati dello Stato, società segrete e organizzazioni mafiose che si muovono e si sono sempre mossi all’interno del medesimo scacchiere per spartirsi o contendersi il medesimo bottino. A rischio sempre più elevato la democrazia e il bene comune.

L’Italia ha avuto ed ha numerose agenzie di depistaggio. I principali protagonisti di queste azioni sono ben identificabili dentro i nostri apparati di sicurezza, «abituati a muoversi al confine tra il legale e l’illegale». Alcune delle principali associazioni di natura criminale e sovversiva che il nostro Paese ha avuto ed ha, «hanno svolto anche le funzioni di agenzie di depistaggio». Viene da sé che a suscitare maggiore scandalo sono i «reati commessi da uomini nel cuore delle istituzioni».

Ceruso indica in quanto accaduto dopo la strage di via d’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, il tentativo di costruire un «depistaggio perfetto». Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Calogero Pulci andarono a comporre «una ricostruzione dell’attentato in via d’Amelio che avrebbe retto ai tre gradi di giudizio». Scarantino però era «del tutto non credibile, sia nei panni dello stragista che del mafioso». Il 21 luglio 1995 ritrattò le sue dichiarazioni e accusò il capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e i suoi uomini di «torture nei suoi confronti». La Barbera sarebbe stato «un agente sotto copertura, con il nome in codice di Rutilius, e avrebbe percepito dal Sisde un assegno di un milione di lire nel 1986 e 1987». Perché Scarantino ha accusato degli innocenti, seppur sempre di affiliati si parla?

Il giorno 5 novembre 2018 si è aperto il dibattimento che vede i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di calunnia aggravata dalla Procura di Caltanissetta. Avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, per costruire una versione non veritiera di quanto accaduto.

Tra il 1992 e il 1993 furono poste in essere sette stragi sul territorio della Repubblica italiana. Come ai tempi di piazza Fontana, ma ben venticinque anni dopo, «venne indagato l’ordinovista Franco Freda», per il quale venne ipotizzato il reato di strage. L’indagine portò ad alcuna accusa a carico di Freda. In una delle riunioni avvenute alla vigilia degli attentati, «di cui hanno parlato Sinacori e altri collaboratori di giustizia», i boss avrebbero decretato che gli atti terroristici sarebbero stati «rivendicati usando il nome della Falange Armata».
L’ammiraglio Francesco Paolo Fulci, durante una dichiarazione rilasciata per il processo sulla trattativa Stato-mafia, avrebbe rivelato che questa denominazione «serviva a identificare una struttura clandestina dei servizi segreti, che si muoveva secondo le tipiche di guerra psicologica utilizzate nell’ambito di Gladio». Gli esiti di un’indagine da lui stesso ordinata furono due mappe che indicavano, nei luoghi da dove partivano le telefonate a nome della Falange, «sedi periferiche del Sisde». Secondo quanto si legge nella Sentenza nei confronti di Bagarella Leoluca e altri del 20 aprile 2018 della Corte d’assise di Palermo.

I magistrati di Palermo, indagando su quegli anni, hanno utilizzato l’espressione «sistema criminale» per indicare «l’alleanza eterogenea di soggetti che agivano per portare a termine un comune progetto eversivo». Gli investigatori hanno accertato che, alla vigilia delle stragi, c’era in Sicilia «un gran viavai di personaggi legati alle trame eversive degli anni Settanta».
L’obiettivo finale del ‘sistema criminale’ era attuare una «forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale». Secondo quando si legge nella richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio e altri del 21 marzo 2001 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.
Una mutazione del quadro politico da portare avanti «attraverso le stragi e a cui avrebbe aderito anche lo stesso Riina».
Secondo i collaboratori di giustizia calabresi, il vasto piano politico-criminale prevedeva la «piena collaborazione della ‘ndrangheta attraverso la figura dell’avvocato Paolo Romeo», esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta. Un altro personaggio centrale nel raccordo con il mondo politico era «Vito Ciancimino», il quale, in un interrogatorio del 1998 proponeva, come movente della strage di Capaci, «il sabotaggio della candidatura di Giulio Andreotti quale presidente della Repubblica». Il ruolo di mediatore di Ciancimino sarebbe stato assunto, in un secondo momento della trattativa, «da Marcello dell’Utri».

Durante la stagione delle stragi mafiose, tra il 1992 e il 1994, «i vertici del Ros, insieme agli uomini di Cosa nostra», avrebbero «minacciato e tentato di condizionare il governo della Repubblica». Il livello politico, cui avrebbero fatto riferimento gli ufficiali dei carabinieri, «non è stato però individuato». A meno che non si voglia pensare a «esecutori – quindi ad apparati di sicurezza – che non rispondevano a nessuno», oppure a «referenti estranei al governo della Repubblica» e distanti dagli interessi nazionali.

I magistrati hanno tratteggiato più volte nelle indagini sulle stragi la tecnica «piduista e mistificatoria» di fornire una massa di informazioni difficilmente verificabili e orchestrare campagne di stampa, confondendo fatti veri e falsi.
Alcune figure apicali dei nostri servizi segreti, prima ai vertici del Sid e poi a quelli che saranno il Sismi e il Sisde, «hanno ritenuto che spettasse svolgere ai servizi stessi un ruolo di agenzia di depistaggio» rispetto ad alcuni dei fatti più sanguinosi della cronaca eversiva. Per quanto riguarda le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna, «le responsabilità parziali degli agenti sono state definitivamente individuate». Rimane tuttavia da chiarire il motivo per cui lo hanno fatto.
Non è più un mistero neanche la oramai «prassi consolidata dell’utilizzo delle forze sovversive e criminali da parte degli uomini che sarebbero preposti alla loro repressione».
La mafia, «sfruttando quelle capacità di adattamento alle diverse epoche che le sono proprie», ha adottato, in periodi cruciali della storia italiana, «l’habitus proprio dell’organizzazione terrorista». A questa mutazione in senso terroristico hanno contribuito anche «le sollecitazioni provenienti da determinati organismi statali», allorquando hanno visto nella mafia siciliana un potenziale e potente alleato per realizzare quello che ritenevano «sarebbe stato l’ordine giusto per il nostro Paese». Basti pensare a quanto accaduto «nel secondo dopoguerra e tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso».
Parimenti, anche «eversione nera e le mafie hanno stabilito», in particolari momenti della loro storia, «relazioni significative».

Esiste una «ideologia stragista» il cui nucleo essenziale consiste nel considerare la morte di innocenti come un obiettivo strategico da perseguire, «una condizione necessaria per incidere sull’esistente e modificare le strutture statali». Risultati da raggiungere con omicidi mirati o con massacri indiscriminati ma, in ogni caso, con «uno sforzo costante per occultare la verità».
Cosa nostra e Ordine Nuovo, a partire da un certo momento e per un lungo tratto della loro storia, «sono stati i due principali gruppi terroristici, con finalità stragiste» presenti in Italia.
Se guardiamo alle due organizzazioni senza preconcetti, sarà più facile «accertare una serie rilevante di punti in comune»:

•collusione con la politica e con gli apparati di sicurezza deviati;
•dichiarata visione fortemente ostile allo Stato e alle sue leggi;
•ideologia organica cui i loro membri sono tenuti ad aderire;
•straordinaria capacità militare;
•vocazione stragista;
•natura di associazione sovversiva;
•impiego del terrorismo politico.

Come per le Brigate Rosse, la principale banda armata comunista, anche le organizzazioni eversive di destra non hanno disdegnato di cercare «accordi con esponenti delle diverse associazioni mafiose», in nome della comune lotta allo Stato.
La mafia siciliana dal canto suo ha utilizzato lo stragismo per fini politici fin dall’immediato dopoguerra, con il massacro di Portella della Ginestra, e «ha affinato questa sua propensione negli anni Novanta del Novecento».

Si può compiere una strage per depistare. Ed è esattamente quanto sarebbe accaduto durante il periodo definito della «strategia della tensione», allorquando l’obiettivo era la creazione di un clima politico favorevole alle forze conservatrici mediante «l’attacco di obiettivi civili e il perseguimento di un disegno terroristico». Piazza Fontana fu un attacco terroristico, «ma servì anche ad altro».
L’eccidio mostrò ai burattinai delle stragi che era possibile colpire indiscriminatamente una folla di cittadini indifesi, nel cuore della capitale economica del Paese, e riuscire a indirizzare le indagini verso «colpevoli del tutto improbabili».

I soggetti collettivi che pensarono, promossero e ordinarono la strage di piazza Fontana, «erano gli stessi che avrebbero pensato, promosso e ordinato le stragi che insanguinarono il nostro Paese fino al principio degli anni Ottanta». Con piazza Fontana era iniziata una stagione di stragi che avrebbe reso l’Italia «un Paese a sovranità limitata», condizionata da «forze oscure» che ne avrebbero fatto il teatro di «una guerra non convenzionale», rivolta principalmente verso la popolazione civile. Molto simile a quanto poi si verificherà agli inizi degli anni Novanta, quando il filo conduttore sembra essere legato alle parole di Riina: “Si fa la guerra per poi fare la pace”. Creare instabilità per offrirsi come garante della agognata stabilità in fondo è sempre stato un must delle organizzazioni malavitose.

I misteri italiani analizzati da Ceruso sono molteplici, non tutti ma tanti, e abbracciano anche il mai attuato golpe Borghese, l’omicidio Pecorelli, piazza della Loggia, l’Italicus, il «suicidio simulato» di Peppino Impastato… e impressiona non poco la veridicità delle parole riportate nella Sentenza contro Moggi Carlo Maria e altri del 22 luglio 2015 della Corte di assise di appello di Milano: «Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa».
Ricorrono le medesime organizzazioni sovversive e malavitose ma lo fanno anche i nomi dei rappresentanti dello Stato in varie istituzioni e servizi. Persone che, magari, non hanno commesso dei reati eppure, forse, con i loro comportamenti non hanno neanche impedito che dette stragi si verificassero. Laddove non dovesse persistere una responsabilità civile o penale permane e persiste per certo quella etica e sociale, per la quale non c’è prescrizione che tenga.

Il lavoro di ricerca e analisi svolto da Vincenzo Ceruso per la composizione de La mafia nera deve aver richiesto notevole pazienza e determinazione, da parte dell’autore. Un’indagine certosina sulle fonti, sui documenti, sugli atti processuali che ha prodotto un lavoro notevole. Un libro che rappresenta una pietra miliare per la conoscenza della storia occulta di quell’Italia oscura che in tanti, in troppi vorrebbero lasciare nell’ombra.


Source: Si ringrazia l’ufficio Stampa della Newton Compton per la disponibilità e il materiale



Articolo originale qui


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“10 cose da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018)

20 mercoledì Giu 2018

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10cosedasaperesuivaccini, GiulioTarro, Italia, NewtonCompton, recensione, saggio

Il decreto vaccini dell’allora Ministro Beatrice Lorenzin è stato convertito in legge il 28 luglio 2017. «Con legge sui vaccini proteggiamo i nostri figli e le prossime generazioni», dice la Ministra che sceglie, per attuare questa forma di protezione, la linea dura: «Le vaccinazioni obbligatorie saranno vincolanti per iscrizione ad asili e servizi per l’infanzia. Dovranno vaccinarsi anche gli studenti fino a 16 anni. Sanzioni per chi non rispetta l’obbligo da 100 a 500 euro».

E, immancabilmente, sono partite “campagne di informazione” condotte «a suon di slogan, frasi da cartellone pubblicitario», con un dibattito sulla salute dei cittadini consumatosi perlopiù in «rissosi talk show ed enigmatiche circolari» emanate «dai più svariati enti, che hanno finito per avvelenare il clima».
Tutto questo si sarebbe potuto evitare «spiegando, tra l’altro, quali studi hanno portato a decidere l’obbligatorietà di ben dieci vaccini» e sul perché l’Italia «stia adottando sulle vaccinazioni una politica ben diversa rispetto a quella degli altri Paesi, anche quelli più avanzati, nonostante manchi l’evidenza di imminenti epidemie».

Per farlo necessitavano persone competenti, serie, pacate, libere da interessi e/o coinvolgimenti vari. Il professor Giulio Tarro decide di scrivere un libro, 10 cose da sapere sui vaccini. Tutta la verità. Un libro indispensabile per genitori consapevoli, e lo pubblica a marzo di quest’anno con Newton Compton Editori mettendoci dentro tutto ciò che è necessario, basilare conoscere per effettuare delle scelte consapevoli. Non coercizioni ma scelte. Non imposizioni passibili di multa ma decisioni maturate nell’ottica del benessere individuale e collettivo.

Un libro, quello del professor Tarro, che si rivela utile, necessario e interessante in ogni sua riga. Con un linguaggio semplice e lineare riesce a spiegare fin nei minimi dettagli tutti gli aspetti inerenti le malattie e i relativi vaccini. Un manuale tecnico che spiega la medicina in maniera chiara e accessibile a tutti.

Le vaccinazioni, ad oggi, sono ancora «il modo più sicuro ed efficace per ottenere la protezione da alcune gravi malattie», sia individuale che collettiva, ma è fondamentale una netta distinzione, che purtroppo manca, fra interesse pubblico e privato, nella ricerca, nella sperimentazione, nella vendita e somministrazione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per rispondere adeguatamente alle nuove sfide del XXI secolo, «la medicina deve concentrarsi sulla salute della persona piuttosto che solo sulla malattia». Utile potrebbe essere approfondire e proseguire la ricerca sull’immunoprofilassi, per ridurre sempre più i rischi della vaccinazione che pur sempre ci sono. Portare avanti strutturate campagne di informazione che favoriscano l’adesione invece della coercizione. Studiare tempistiche specifiche per le singole malattie e immunizzazioni piuttosto che scegliere sempre e comunque la copertura cosiddetta a gregge e a grappolo, essendo tutte le vaccinazioni concentrate nei primi mesi di vita dei bambini e invariate per genere nonché, a volte, polivalenti, ovvero somministrate in unica dose per diverse tipologie di malattie.

Presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge per modificare alcuni aspetti del decreto Lorenzin in materia di obbligatorietà delle vaccinazioni, come riporta l’agenzia di stampa PublicPolicy.  Innanzitutto si chiede di «eliminare l’obbligo per un soggetto immunizzato di assumere un vaccino per cui ha già l’antigene» e porre fine al «divieto di ingresso negli asili per i bambini che non sono in regola con le vaccinazioni». Viene anche chiesta l’abolizione dell’obbligatorietà della presentazione della documentazione vaccinale quale requisito di accesso negli asili perché questo provvedimento viene considerato «ingiustificato e irrazionale», soprattutto se rapportato all’eventuale inosservanza dei ragazzi più grandi, per i quali è prevista solo una sanzione amministrativa e non l’esclusione dall’accesso nelle aule.
In buona sostanza, il nuovo disegno di legge cerca di eliminare, o quantomeno limitare, l’aspetto coercitivo del decreto Lorenzin. Ci si augura che a questo disegno di legge faranno seguito strutturate campagne informative che contribuiranno per certo, come già accaduto in altri Paesi, a far aumentare per libera scelta il consenso alla vaccinazione.

Giulio Tarro: è nato a Messina nel 1938. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli. Ha dedicato la sua vita alla ricerca sia in Italia che all’estero. Allievo di Sabin e Presidente della Commissione sulle biotecnologie della virosfera UNESCO, è stato candidato al Nobel per la Medicina.


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Misteri segreti storie insolite e tesori di un grande mito partenopeo: “Un giorno a Napoli con san Gennaro” di Maurizio Ponticello (Newton Compton, 2016)

20 lunedì Feb 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MaurizioPonticello, Napoli, NewtonCompton, recensione, romanzo, saggio, UngiornoaNapoliconsanGennaro

 

A novembre 2016 esce con Newton Compton Un giorno a Napoli con San Gennaro di Maurizio Ponticello che ha al suo attivo numerosi libri che parlano della sua città. Anche questa volta, come le altre, l’autore riesce a stupire il lettore presentando un testo che si inquadra con difficoltà in un solo genere. Non è un’agiografia in senso classico, non è un testo storico e neanche una guida ma un ibrido, esattamente come il protagonista.

Il vescovo di Benevento è il “meno santo” pur essendo il più venerato, la sua effige è la meno rappresentata nelle edicole votive pur essendo egli il più “glocal” con milioni di fedeli sparsi per tutti e cinque i continenti.

Nella città della Sirena, che «è mezza in tutte le sue espressioni», sacro e profano non sono divisi ma convivono, «in particolar modo per tutto ciò che concerne san Gennaro». Il culto del santo e la passione per il miracolo della liquefazione del sangue sono talmente legati alla terra che li ha originati che, paradossalmente, «per assistere a una festa d’altri tempi bisogna volare negli Stati Uniti, dove quasi tutto è rimasto congelato agli anni delle prime generazioni». Napoli sta cambiando, o meglio i napoletani lo stanno facendo e Ponticello teme si possa arrivare velocemente al de profundis del «calo affettivo» evidente anche nel brusco ridimensionamento dei nati Gennaro. Scampoli di identità partenopea perduti forse per sempre proprio nell’era in cui il santo ha fatto breccia nel digitale con una app che permette ai fedeli di accendere un virtuale cero votivo a tempo.

Nell’immaginario collettivo «Gennaro appartiene alla terra che l’ha adottato» e per l’autore le celebrazioni del santo «sortiscono l’effetto di risvegliare il senso di comunità quale antidoto allo sradicamento imposto dalla società». Il santo si pone così oltre gli schieramenti religiosi e il “vero miracolo” che compie va ricercato «nella funzione che egli assume di gonfalone e collante che mette insieme miseria e nobiltà». Un culto fortemente sentito e seguito quello per il vescovo di Benevento, una fede che travalica il confine religioso e si mescola al quotidiano, sprofonda nelle viscere di una città che è da sempre emblema della passione, della carnalità, del trasporto… e per questo ripetutamente attaccata, facile bersaglio di chi vuol ridurre il tutto a pura “sceneggiata”.

Maurizio Ponticello combatte da anni, con i suoi libri e le sue conoscenze, per sfatare i luoghi comuni, abbattere i muri del pregiudizio, rinnegare le leggende metropolitane e ridare valore alla storia vera, alle narrazioni con fondamento, alle tradizioni che hanno reso unico e immortale il capoluogo partenopeo. Una città che lo stesso Ponticello ha definito “cassa di risonanza”. Quello che vi succede in realtà accade ogni giorno ovunque ma un evento a Napoli viene subito amplificato e così gli stereotipi si saldano e il pregiudizio pure.

Leggi anche – “Il giro di Napoli in 501 luoghi”. Intervista a Maurizio Ponticello

Leggendo Un giorno a Napoli con san Gennaro colpiscono la dicitura iniziale (“Questo libro non è stato sottoposto a censura preventiva”) e i ringraziamenti finali, in particolare quelli che Ponticello riserva a Napoli (“senza questa città il mondo sarebbe molto più povero”). Un museo a cielo aperto che non smette mai di meravigliare. Con i suoi problemi, certo. Con le sue bellezze, fuor di dubbio. Evitando la censura preventiva l’autore ha potuto raccontare ciò che altrove viene taciuto, perché ritenuto scomodo o sconveniente. Il quadro che ne emerge non è solo più realistico e credibile ma anche più interessante. La volutamente incompleta bibliografia di riferimento pubblicata a margine del testo già da sola basterebbe a rendere l’idea del lavoro enorme compiuto da Ponticello per creare la sua opera, ma chi ha il piacere di leggere il testo per intero può comprendere fino in fondo la portata di un simile lavoro. Testi sempre più rari, purtroppo, e anche per questo maggiormente apprezzati da chi riesce a coglierne fino in fondo l’essenza e l’esigenza.

Leggi anche – Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

Quanto è importante conoscere tradizioni e cultura? Quanto è necessario studiare e approfondire per portare la conoscenza verso la verità documentata? Se conosciamo il passato riusciamo a meglio comprendere il presente? Quale sarà il futuro del nostro passato? L’originalità della cultura partenopea è motivo di vanto o di vergogna? Maurizio Ponticello in Un giorno a Napoli con san Gennaro, come in altre sue opere, dimostra di avere ben chiare in mente le risposte a questi interrogativi ma è straordinario quanto riesca a profondere le sue idee e le sue riflessioni senza mai invadere le libertà, soprattutto di pensiero, di chi legge le sue parole. L’autore accompagna chi legge in un cammino di conoscenza e gli lascia al contempo piena libertà, gli mostra il volto reale dei fatti e degli accadimenti ma evita giudizi e pregiudizi, in coerenza perfetta con il suo pensiero.

(Fonte Biografia Autore www.newtoncompton.com)

Source: Si ringrazia Maurizio Ponticello per la disponibilità e il materiale

 

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