• Bio
  • Contatti
  • Curriculum

Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

Archivi tag: Piemme

“L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” di Marisa Salabelle (Piemme, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

≈ Lascia un commento

Tag

intervista, LestatecheammazzaronoEfisiaCaddozzu, MarisaSalabelle, Piemme, romanzo, thriller

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

“Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. “Mischinedda”, pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti, eccetto che alla madre, che si era addormentata.”

Da pochi giorni in tutte le librerie il debutto letterario di Marisa Salabelle L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme, 2015). Un giallo ambientato nella città di Pistoia, una storia contemporanea che racconta della violenza fisica ma anche di quella culturale. Un libro che cattura gli appassionati del genere e che accompagna il lettore in riflessioni approfondite sulla società di oggi e sui suoi innumerevoli mali.

Durante la festa di San Jacopo, patrono della città, due ragazzini in bicicletta trovano, vicino a un fosso, il cadavere di una donna, barbaramente uccisa, priva di documenti, vestita e truccata come una prostituta, probabilmente extracomunitaria. Dopo affannose indagini, portate avanti da carabinieri svogliati e un giovane cronista che sogna lo scoop, si scopre invece che il corpo è quello di Efisia Caddozzu, maestra elementare.

Ma chi era davvero Efisia Caddozzu? Perché una semplice maestra viene abbandonata sul ciglio di una strada con il cranio fracassato? Le indagini portano tutte a un unico indiziato: l’albanese, di cui si è persa ogni traccia. Ma la verità sulla morte di Efisia è un’altra. Per scoprirla sarà necessario scavare nelle ipocrisie più sottili e feroci dell’animo umano.

“Si parlava molto anche di certi fatti, che accadevano regolarmente, e che venivano designati col nome del luogo in cui si erano verificati, senz’altra spiegazione: i fatti di Battipaglia, i fatti di Reggio Calabria: tutti sembravano capire immediatamente in che cosa consistessero i fatti, tranne Efisia, Efisia gli unici che conosceva erano i fatti di Reggio Emilia, grazie a zia Pinella. Così, alle riunioni dove il fumo delle sigarette e l’alito pesante dei compagni, che avevano l’abitudine di mangiare cibi infestati da grandi quantità di aglio e cipolla, erano così densi da potersi toccare con mano, si limitava ad ascoltare in silenzio, trasognata, e menomale che aveva smesso di succhiarsi il dito.”

Marisa Salabelle è nata a Cagliari ma vive e lavora a Pistoia, dove insegna in un Istituto Tecnico. Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo primo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzuchiedendole anche alcune riflessioni e considerazioni sulla società contemporanea.

I.L.G.: Esce in questi giorni per Piemme il suo romanzo d’esordio. Quali sono i suoi sentimenti al riguardo?

Marisa Salabelle: Sono molto emozionata. Mi sono battuta molto per cercare di pubblicare questo romanzo e ora che finalmente vede la luce sono felice come una bambina.

I.L.G.: Il suo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è un giallo ma l’intento sembra non essere fine alla risoluzione del mistero, piuttosto quello di abbattere il muro dell’ipocrisia che regna nella società contemporanea. Perché?

Marisa Salabelle: In effetti  L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu potrebbe essere considerato un giallo anomalo. Direi che, nelle mie intenzioni, il romanzo si sviluppa su tre livelli: il primo è quello strettamente poliziesco. C’è una donna assassinata, ci sono le indagini, c’è uno scioglimento. Il secondo livello è quello relativo al personaggio di Efisia, la cui vita viene seguita, in brani che si alternano a quelli imperniati sulle indagini sulla sua morte, dalla nascita fino al giorno in cui viene uccisa. Il terzo livello è quello che racconta un periodo di storia italiana, visto con gli occhi della protagonista: dagli anni ’60 ai primi anni ’90 del Novecento. È su questo livello che è possibile trovare una lettura critica della società di quegli anni.

I.L.G.: Secondo lei, prima o poi, si riuscirà a trovare un equilibrio nella convivenza tra i popoli o la ‘guerra tra etnie’ non può cessare perché propedeutica alla coltivazione di ben altri interessi, come quelli economici per esempio?

Marisa Salabelle: Io sono assolutamente convinta della necessità di una convivenza il più serena possibile tra persone, gruppi etnici e religiosi, popoli. Il mondo di oggi è un mondo in movimento, fenomeni come le migrazioni di massa sono eventi di tale importanza che certe ricette semplicistiche portate avanti da uomini politici di diverse tendenze mi sembrano assolutamente improprie oltre che impraticabili; è altresì un mondo conflittuale, percorso da guerre, segnato dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia. Gestire tutto ciò non sarà facile, ma è l’unica possibilità che abbiamo.

I.L.G.: Ritornando al suo libro. La protagonista ha un carattere irrequieto, il ragazzo che ha preso sotto la sua ala protettiva altrettanto… sono questi per lei sintomi di una società tormentata e tormentosa?

Marisa Salabelle: Ho voluto creare il personaggio di Efisia come un personaggio sfaccettato: è una donna determinata, generosa, con un forte senso della giustizia e una grande capacità di dedizione; nello stesso tempo è una donna sgradevole non solo nell’aspetto ma anche nel carattere e capace di imprimere alla sua vita una svolta autodistruttiva. Questo è un dato, per come io l’ho inteso, più personale che sociale. Per quanto riguarda il suo giovane protetto, avevo bisogno di un personaggio come lui, un giovane apparentemente indifeso ma in realtà opportunista, prevaricatore: mi serviva che Efisia si innamorasse di un tipo del genere. Diciamo quindi che questo personaggio è una necessità della trama che avevo in mente. Infine, il fatto che nel romanzo non ci sia un solo “buono”, nessuno sia “un eroe” o “un’eroina”, dipende da come la vedo io sulla complessità della natura umana…

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa (Piemme, 2015)

13 sabato Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Earrivatalabufera, GiuliettoChiesa, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, Piemme, recensione, saggio, terrore, Terrorismo

9788856647785_6c41f41e6844b9758ebf1e6529d4b3c4

Giulietto Chiesa, tra i più noti giornalisti italiani, ripropone con È arrivata la bufera il saggio Invece della catastrofe, pubblicato sempre con Piemme nel 2013, arricchito con I misteri di Parigi, inchiesta sui «buchi neri» nella ricostruzione ufficiale della strage attuata mediante l’assalto alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo e a un supermercato ebraico. Ed è proprio da questi ultimi fatti che si può partire per spiegare la «enorme crociata che sta investendo tutto il mondo».

Una spietata caccia al nemico resa possibile e giustificata dall’elevato livello di isteria che ha raggiunto “l’opinione pubblica” internazionale.

Dall’11 settembre del 2001 dilaga un radicato sentimento anti-islamico, praticamente in tutto il mondo occidentale, e una decisa convergenza di opinione che individua nel “terrorismo islamico” l’origine dei peggiori mali.  A seguito degli eventi di Parigi del 7, 8 e 9 gennaio di quest’anno di nuovo «osserviamo come sia in atto un formidabile tentativo di ripetere la successione di eventi manipolatori che mascherarono l’11 settembre e i suoi veri autori; che permisero di cancellare le tracce; che costrinsero i nostri occhi a guardare altrove, là dove erano accesi i riflettori, non là dove erano state fatte calare le ombre».

Chiesa spiega dettagliatamente il suo punto di vista, frutto di analisi approfondite, ricerche, studi e sopralluoghi, confronti e raffronti e sottolinea anche la facilità e a volte la faciloneria con cui viene attaccato e bollato di essere un ‘visionario’ al pari di tutti quelli che non digeriscono la ‘versione ufficiale’ elargita dai media, come ci si aspetta che debba essere. Interrogarsi sui «buchi neri», cercare di capire e dare un senso a qualcosa che appare o è poco chiaro invece è un qualcosa che dovrebbe essere fatto, in maniera naturale e istintiva, da ognuno soprattutto da noi occidentali che abbiamo fatto dell’informazione un baluardo dei tempi moderni.

Chi ha cercato come Chiesa di produrre una ricostruzione dei fatti dell’11 settembre 2011 che non fosse la «versione semplice, banale, destinata a occultare i fatti reali accaduti, a spostare l’attenzione dai veri attori e protagonisti verso un gruppo di capri espiatori, tutti già morti, o fatti variamente sparire, e quindi non in grado di difendersi» è stato bollato quindi come ‘visionario’ e ‘complottista’ e costretto a osservare genti, popoli, generazioni intere anche di giovanissimi che hanno pienamente ingerito e fatto proprio l’odio verso i terroristi che hanno privato il mondo occidentale delle Twin Towers e ucciso migliaia di americani, indicandoli per certo come degli estremisti islamici. Anche se nella gran parte dei casi la loro ‘conoscenza’ termina qui. Nessuno o quasi di loro si è mai chiesto eventualmente da cosa ha avuto origine questo sentimento di riscatto che smuove centinaia di giovani contro la prima potenza mondiale. Nessuno o quasi sembra interrogarsi su quali siano i motivi di fondo da cui scaturisce la volontà di creare uno Stato islamico. Nessuno o quasi sembra volersi interrogare sul ‘centrismo occidentale’ nel mondo. Nessuno o quasi sembra volersi chiedere fino a che punto le ‘versioni ufficiali’ siano reali.

«Che i servizi segreti israeliani fossero presenti a Parigi il 9 gennaio è un fatto assodato. È stata l’ANSA a mostrarci le immagini del Mossad mentre entrava in azione durante l’accerchiamento e l’assalto al supermercato kosher» e Giulietto Chiesa si chiede se sia normale un intervento diretto dei servizi segreti israeliani in un paese, come la Francia, «dotato di una Legione Straniera, sperimentato da decenni contro il terrorismo, impegnato da anni nella sovversione in tutto il Nord Africa (e non solo)» e se questo intervento fosse davvero necessario. Possibile che la Francia «non dispone di proprie forze per fare fronte a situazioni di emergenza interna? Chiunque capisce che tutto ciò non ha alcun senso». Chiesa avanza delle ipotesi, o meglio riporta le sue impressioni avute al momento: «Quasi che “qualcuno” avesse in mente di “orientare” l’interpretazione dell’attentato in senso antiebraico. Se i terroristi, uno o più, avessero occupato un grande magazzino Auchan, per esempio, la presenza del Moussad non sarebbe stata in alcun modo giustificata e giustificabile».

Lo scopo dello scritto I misteri di Parigi non sembra essere quello di trovare a ogni costo i colpevoli, i mandanti, i correi… bensì quello di analizzare i fatti, i dati e anche le impressioni per cercare di capire i motivi propulsori di certi comportamenti e accadimenti e soprattutto le conseguenze che ne deriveranno. Per Chiesa la prima e diretta ripercussione degli assalti di Parigi del gennaio 2015 sarà «ridurre le nostre libertà in nome della sicurezza», esattamente come è accaduto in seguito agli attentati di New York e Washington del settembre 2001.

Il politologo Aleksei Martynov ha dichiarato: «Ci sono persone che guidano il terrorismo islamico internazionale, e queste persone si trovano negli Stati Uniti d’America». Giulietto Chiesa aggiunge: «Personalmente non credo che siano solo negli Stati Uniti d’America, perché penso che si trovino anche in Israele, in Germania, in Francia, per fare solo alcuni esempi». È una sua opinione certo e lo precisa anche tuttavia, dopo aver letto il saggio, non si può fare a meno di interrogarsi per cercare di capire ed è esattamente questo l’insegnamento o il suggerimento che è nelle intenzioni dell’autore. «Questi eventi non accadono per niente. Avvengono perché si persegue un obiettivo strategico. Più grandi sono, più grande è l’obiettivo strategico. E sicuramente quella di Parigi è un’operazione destinata a segnare a lungo la storia futura dell’Europa e del mondo intero. Questo libro cerca di descrivere qual è l’obiettivo strategico.»

Invece della catastrofe è stato scritto da Chiesa alcuni anni fa ma ciò di cui parla sembra ed è riferibile alla contemporaneità nel modo più assoluto. È vero che l’autore in fase di riedizione ha provveduto a rivedere il saggio ma lo è anche il fatto che gli scenari da lui descritti non fanno altro che concretizzarsi o prospettarsi nell’immediato futuro e nell’accezione più drastica e tragica. Eppure una via per evitare ‘la catastrofe’ ci sarebbe, c’è. Ne parla Chiesa e ne parlano altri, ognuno piegando gli argomenti alle proprie opinioni o riflessioni, ma in ogni caso si tratta comunque di ‘alternative’ volutamente ignorate dai più.

Per comprendere il tutto bisogna partire nuovamente dalla comunicazione, dai sistemi di comunicazione-informazione che giocano un ruolo determinante nella formazione e sull’influenza dell’opinione pubblica. «Se noi non sappiamo è perché non siamo stati informati. Qualcuno che sa, anche se non tutto, anche se non ha capito bene, c’è» ci dice Chiesa, il quale si chiede anche come sia possibile che «pur essendo ormai incommensurabilmente più informati di quanto non lo fossero le generazioni precedenti, non sappiamo le cose più importanti per la nostra stessa esistenza umana, è cioè che ci stiamo suicidando?» La risposta sembra venire da sé: «il sistema dell’informazione-comunicazione che ci circonda, ci pervade, ci accudisce, ci diverte, è quello stesso che ci nasconde le verità fondamentali della realtà in cui viviamo».

Il saggio Invece della catastrofe porta il lettore a cercare la spiegazione degli eventi e delle parole allargando il raggio di riflessione a 360° evitando nettamente di barricarsi dietro posizioni o arroccamenti. Gli eventi come le parole sono legati, consequenziali, non facilmente scindibili e quindi anche gli accadimenti devono essere spiegati tenendo presente questa logica. Abitando un pianeta unico non si può pensare e agire locale, limitatamente ai propri interessi e a al proprio ‘benessere personale’ senza confrontarsi con gli interessi e il benessere degli altri. Il primo mito assolutamente da sfatare è quello del progresso o della crescita infinita, incompatibile con un ‘pianeta finito’.  I procedimenti suggeriti poi da Chiesa sono simili a quelli auspicati dai promotori della Decrescita Felice con la differenza che l’autore rifiuta l’uso dell’aggettivo ‘felice’.  La sua posizione sembra essere dettata dalla perentoria necessità di smettere di fingere di non vedere, cessare i tentativi di abbellimento o di alleggerimento che dovrebbero servire a far ingoiare con più facilità la pillola della certezza che se non si cambia, se non si costringono i governi a prendere seri e risoluti provvedimenti, il nostro pianeta, la nostra casa, collasserà.

«Ora abbiamo bisogno di una “apocalisse”. La parola biblica, come ci viene trasmessa dall’evangelista Giovanni, piegato sul suo scrittoio sull’isola di Patmos, significa “rivelazione”: togliere ciò che impedisce di vedere. Per noi moderni la parola ha assunto il senso di “catastrofe”» e Chiesa sottolinea come la situazione attuale riunisca in sé entrambi i significati: «Se non “vedremo”, andremo alla “catastrofe”. E dovranno essere in molti, e non in pochi, a vedere».

Giulietto Chiesa affronta temi ‘scottanti’ come la moneta, la finanza, le multinazionali e le potenze mondiali, il terrorismo, l’anti-terrorismo, i poteri dei vari stati e degli organismi internazionali, cita i classici, i contemporanei e se stesso ma lo fa con un linguaggio diretto, ai più comprensibile, chiaro, che cerca di essere più efficace possibile per arrivare alla ‘massa’, quella stessa massa tenuta per lo più all’oscuro della ‘conoscenza’ mai come ora che viviamo l’era dello spettacolo e della spettacolarizzazione, l’epoca che ha creato ‘la fabbrica dei sogni’ e di ciò ancora si vanta. È prevedibile e quasi scontato che vada incontro a critiche e accuse. Si può non essere pienamente concordi con il punto di vista dell’autore, si può ritenere alcune cose una forzatura e altre analisi sublimi ma la lettura di È arrivata la bufera è fuori di dubbio auspicabile e dal maggior numero di persone, non foss’altro per stimolare lo spirito critico e razionale troppo spesso pigro e latente nella ‘opinione pubblica’ dell’attuale sistema di comunicazione-informazione e oserei aggiungere anche di quello dell’insegnamento scolastico.

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

21 giovedì Mag 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

≈ Lascia un commento

Tag

intervista, LaGrandeGuerra, LorenzaodelBoca, MaledettaGuerra, Piemme, saggio

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

L’Italia entra nella Prima guerra mondiale il 23 maggio 1915 e prende parte a quella che papa Benedetto XV definirà un’inutile strage.

Abbiamo voluto celebrare questo centenario attraverso uno speciale che inauguriamo oggi con l’intervista a Lorenzo Del Boca, ex presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e attuale vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, autore di Maledetta guerra. Le bugie, i misfatti, gli inganni che mandarono a morire i nostri nonni, edito da Piemme; un libro che, riportando le testimonianze scritte dei giovani soldati, diventa ancora più penetrante, incisivo, importante. Tutti questi ragazzi, poco più che adolescenti, che hanno combattuto la Grande Guerra, la prima mondiale, la più sanguinaria, che ha registrato un numero di vittime impressionante, strappati alle loro vite, ai loro sogni in nome di una politica, di una Storia e di uno Stato che ancora oggi fatica a riconoscere l’enorme debito contratto nei loro confronti.

In Maledetta guerra, individua i prodromi della Prima guerra mondiale già nella Belle Époque, quasi a sottolineare come, mentre si viveva in un periodo di pace e prosperità, si stesse già delineando lo scenario che poi avrebbe portato alla Prima guerra mondiale, e non solo in termini di spionaggio, diplomazia, alleanze, ma anche di vera e propria propaganda. In quale misura, quest’ultima si rivelò utile per promuovere la guerra presso le popolazioni europee, e si può davvero parlare di un’azione strategicamente orchestrata?

La propaganda ha sempre avuto un’importanza fondamentale e particolarmente l’ha avuta negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento perché si stava sviluppando un’ideologia e quindi la propaganda della Francia per la Francia, dell’Austro-Ungheria per l’Austro-Ungheria, persino dell’Italia per l’Italia aveva una presa straordinaria. E va sottolineato che questa propaganda era in atto da decenni.

A leggere i libri di storia sembra che la Guerra mondiale nel 1914 sia esplosa all’improvviso o quasi, in realtà si covava da trent’anni perché la Francia aveva in mente la rivincita nei confronti della Germania fin dalla mattina dopo della sconfitta di Sedan, che è avvenuta nel 1870. Parliamo di quarantaquattro anni prima dello scoppio della Guerra.

La Francia che era stata bastonata e aveva dovuto subire l’umiliazione di vedere il proprio imperatore Napoleone III catturato fisicamente dai tedeschi, deportato prigioniero in Germania, addirittura aveva dovuto sottoscrivere un Accordo di pace e in una clausola era prevista la sfilata dei vincitori, cioè dei tedeschi, per le vie principali di Parigi. Ora questa macchia i francesi la volevano cancellare e, in pratica, subito dopo la sconfitta hanno cominciato a lavorare la rivincita. Avevano dovuto cedere l’Alsazia e la Lorena e il loro grido di battaglia era “Lorraine française”. Il Presidente della Repubblica francese Poincaré era uno che veniva dalla Lorena ed è stato eletto Presidente della Repubblica con questo grido, che era di fatto un grido di battaglia.

Tutto questo movimento è stato accompagnato da una propaganda ora sottile, ora più velata, ora più esplicita che ha avuto un peso significativo. Quando è stato il momento di sparare, la gente era preparata a farlo.

 E in Italia? Come si costruì il consenso intorno all’ingresso nella Prima guerra mondiale?

L’Italia non costruì il consenso perché la maggior parte dell’Italia era per la pace. In verità lo era la maggior parte della popolazione, che era formata soprattutto da contadini, l’industrializzazione era poca roba, però anche gli operai che lavoravano nelle fabbriche preferivano continuare a lavorare al tornio piuttosto che imbracciare il fucile ed era neutralista la maggior parte del Parlamento. Al punto tale che alcuni commentatori parlano di un vero e proprio golpe, perché la guerra la vollero una dozzina di politici: Salandra, Sonnino, il re Vittorio Emanuele III, una schiera di riformati che facevano riferimento alla corrente letteraria del Futurismoche voleva rompere con le vecchie regole grammaticali, storiche, persino musicali, dicevano che il miglior concerto era il concerto di una città che si risvegliava, cosa che produceva anche qualche malumore… immaginate uno che va a fare un concerto, la gente che è abituata a sentire Verdi e Puccini, e gli fan sentire i rumori di una fabbrica che si mette in movimento e il più delle volte queste manifestazioni finivano a schiaffi. Ma questi futuristi lanciavano delle idee, alcune balzane, altre nient’affatto innocue perché inneggiavano alla guerra come igiene del mondo. Il campione di questi futuristi fu Papini che firmò un editoriale intitolato Amiamo la guerra. Dopo tanti anni di stucchevole silenzio, di tiepidume, di latte materno, finalmente c’è il sangue, assaporiamo la guerra.

A questo gruppo si aggiunsero anche personaggi significativi, Carducci per esempio disse che da troppo tempo si stava in pace e ci voleva la guerra, e D’Annunzio che si sa fu un vero e proprio promoter della guerra. Mussolini, direttore de «L’Avanti» socialista e inizialmente a favore del neutralismo, poi si lascia convincere dai soldi dei francesi e sposa l’interventismo. Però queste minoranze erano e rimasero tali, la maggioranza della popolazione italiana nella Guerra venne trascinata e la fece controvoglia, anche se poi i soldati al fronte finirono con l’ubbidire agli ordini e si comportarono in modo eroico, i soldati. Ma avrebbero continuato volentieri a zappare la loro terra e a far girare il loro tornio.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

 Lei dedica un intero capitolo alla figura di Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano e sostenitore dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza. Perché ritiene la sua morte così emblematica, oltre che utile per comprendere le modalità della scesa in campo dell’Italia?

Perché Alberto Pollio, che era il Capo di Stato Maggiore, era un convinto triplicista, la sua educazione militare era avvenuta nell’Impero Austro-Ungarico, a Vienna, dove aveva conosciuto la moglie. Non avrebbe mai accettato di combattere contro l’Austria o l’Ungheria insieme alla Francia e quindi era uno che andava tolto di mezzo. È morto due giorni dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando quando già cominciavano a sentirsi gli urli di guerra. Per qualche decennio è stato detto che fosse morto di infarto, che una grande giornata di caldo gli aveva fatto cedere il cuore. Poi si è scoperta una relazione di un certo Traniello, che era il colonnello suo accompagnatore, il quale aveva scritto la relazione per spiegare come era morto Pollio, questa relazione è stata nascosta, non accettata dal comando superiore perché insinuava troppi dubbi, presentava troppi interrogativi e così Traniello fu costretto a scriverne un’altra, più edulcorata, più comprensiva, più giustificazionista. La prima relazione fu poi ritrovata dal nipote di Traniello, il quale la rese pubblica, e leggendola in effetti gli interrogativi emergono in tutta la loro evidenza. La dinamica della morte di Alberto Pollio non fu affatto chiara e sostenere che non fu una morte naturale e ipotizzare che fu avvelenato non è affatto una bizzarria. Per scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra contro l’Austria e l’Ungheria bisognava togliere di mezzo Pollio, che non poteva essere licenziato, perché licenziare il Capo di Stato Maggiore avrebbe generato un chiacchiericcio, uno scandalo militare-politico enorme, bisognava fisicamente farlo fuori e lo fecero fuori.

La guerra italiana sul fronte dell’Austria che portò 700mila morti e 1 milione di feriti cominciò con un morto senza sparatoria, senza spargimento di sangue, ma un morto fondamentale per poter entrare in guerra.

“Disinformatia” è la parola d’ordine di quel periodo, o come si direbbe oggi “costruzione del consenso”, attraverso il consolidarsi di legami e interessi economici. Basti ricordare i rapporti tra i rappresentanti della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa, da un lato, e gli organi di stampa, dall’altro. Quale fu, invece, il ruolo della politica italiana, e in che modo questa subì ingerenze esterne, o si lasciò irretire in qualche modo?

La politica italiana per l’intero 1914 venne sottoposta a un bombardamento di disinformatia appunto di opposte tendenze. Tedeschi e austriaci insistevano affinché l’Italia mantenesse fede all’Alleanza che aveva con loro. L’Italia era alleata con la Germania, l’Austria e l’Ungheria. La Francia e l’Inghilterra, percependo i tentennamenti dell’Italia nei confronti dell’Austria-Ungheria, insistevano perché questa Alleanza venisse rotta e l’Italia cambiasse capo. Per fare questo investirono una gran quantità di denaro, comprarono giornali, li finanziarono, sostennero economicamente azioni di spionaggio… fecero qualunque cosa finché i politici si convinsero che l’Italia doveva abbandonare la neutralità e scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra.

Dopodiché la vera disinformatia fu quella dei giornali che raccontavano la guerra sul Carso. Perché non si poteva raccontare alla gente che stava a casa che c’erano degli assalti che costarono i primi 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi e gli ultimi 100mila tra feriti e dispersi e quindi dovettero dire che c’erano degli atti di eroismo, che c’erano delle battaglie vinte, che c’erano delle perdite, dei caduti, ma in modo sempre edulcorato così da non urtare la suscettibilità dell’immaginario collettivo, però che la guerra andava avanti, che la guida era sicura, che i generali sapevano il fatto loro. Al punto tale che alcuni commentatori dicono cheper 50 centesimi, che era il prezzo del giornale di allora, gli italiani venivano inondati di valanghe di bugie. Basti dire che la sconfitta di Caporetto, del 24 Ottobre 1917, venne conosciuta dal pubblico italiano nove giorni dopo.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Gran parte del libro restituisce l’immagine dell’Italia in guerra attraverso le parole di chi era al fronte, parole raccolte in diari e lettere che restituiscono la durezza della guerra, come non mai. Ma davvero, lontano dal fronte, si riuscì a oscurare il lato più nero dell’azione bellica?

Mi sono concentrato e ho valorizzato lettere, diari, resoconti e memoriali dei soldati perché mi sembrano il racconto più autentico della Guerra mondiale. I generali hanno scritto migliaia di pagine, Cadorna, Cavaciocchi, Capello… un fiume di parole che però servivano più per giustificare i propri errori che per raccontare davvero quello che era successo. La guerra dei generali era una guerra che avveniva nel migliore dei casi a una dozzina di chilometri di distanza dal fronte, loro la guerra la vedevano dal monte Matajur col binocolo ed era una guerra persino esteticamente appagante. Perché era fatta di una grande macchia di colore grigio-azzurra che era la divisa austro-ungarica che si avvicinava, qualche volta si toccava a una macchia di colore verde, grigio-verde che era invece il colore della divisa italiana, colori che per un po’ si mescolavano, si sovrapponevano, poi ritornavano nel proprio punto di riferimento come respinti da una forza centrifuga ed era senza sangue, perché il sangue a 12 km di distanza non si vede col binocolo, era una guerra senza morti, perché il pudore o forse l’ipocrisia della guerra li faceva chiamare caduti ed erano cifre statistiche del tipo “ci sono 27mila perdite” e finiva così.

I soldati conoscevano e vivevano un’altra guerra, perché non avevano la dimensione d’insieme dei battaglioni e dei corpi d’armata, la loro dimensione erano i 50 metri quadrati di trincea che occupavano dove cercavano di vivere ma più spesso non riuscivano che a morire. E lì c’era la guerra vera, lì non ci sono i nomi dei battaglioni, non ci sono le grandi strategie ma c’è il sangue e la morte. C’è il tenente Quinterno che viene investito da una raffica che gli taglia le gambe, i commilitoni, dicono i soldati, non sapevano come prenderlo e lui pregava che lo si ammazzasse. Era un’altra guerra. Una guerra che indispettiva i soldati, perché coloro che avevano scelto la carriera militare, cioè che avevano scelto di fare i guerrieri, di fatto non combattevano, ordinando agli altri di combattere da dietro le trincee, chi invece sarebbe stato tranquillamente a casa sua  ad accudire i propri animali, a lavorare la terra, a faticare sulla terra perché il lavoro dei contadini allora era un lavoro infame, erano costretti ad andare all’assalto rispondendo a degli ordini che qualche volta erano strampalati e qualche altra fuori dal mondo.

E le lettere di questa gente ci restituiscono un’umanità dolente che in qualche modo va valorizzata. Adesso per esempio mi ritornano alla mente le parole di uno che racconta di aver fatto una marcia di 60 km, «appesantiti dallo zaino che pesava in un modo che adesso non si caricano neanche gli animali e ci siamo ritrovati in sei in una tenda per due, e stavamo tutti groppati l’uno all’altro, la puzza non può essere descritta, uno sputava, l’altro vomitava, io stavo pensando a te ma ho scacciato il pensiero del tuo viso e del tuo volto perché pensarti in questo contesto mi sembrava di farti un’offesa», dice scrivendo alla sua fidanzata.

È un’altra guerra e mi sembra che finora la storiografia ufficiale i diari del fronte li abbia poco valorizzati e poco presi in considerazione.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Anche volendo restare solo sui numeri, la prima guerra mondiale si tradusse in una vera e propria carneficina: 5 milioni e 900 mila arruolati, 777.000 morti nel fronte o in prigionia, senza contare i reduci morti a seguito delle ferite riportate. Quale fu il ruolo, e la responsabilità, di Cadorna dinanzi a quest’eccidio?

Enorme. Aveva un’idea in testa e quell’idea era sbagliata, ma a quell’idea era cocciutamente affezionato. L’idea che aveva in testa era l’attacco frontale. In sostanza si trattava di andare all’assalto con un numero di uomini maggiore delle pallottole e delle mitragliatrici avversarie, perché se c’erano più uomini che pallottole, qualcuno di questi uomini sarebbe arrivato sulla trincea avversaria. Il fatto è che per quattro anni c’erano più pallottole che uomini e quindi ogni assalto, che lo chiamavano la spallata… ogni spallata produceva inizialmente 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi, le ultime spallate, la decima o l’undicesima battaglia dell’Isonzo, arrivarono a 150-180mila fra morti, feriti e dispersi. Un massacro inumano del quale la responsabilità è naturalmente sua.

Gli storici ufficiali l’hanno trattato per 100 anni con i guanti bianchi dicendo e non dicendo, com’è loro costume, ma facendolo figurare come un personaggio tutto d’un pezzo, apprezzato dai comandi, addirittura amato dalla truppa.

Allora il giudizio più autentico ma anche più severo viene da mio nonno, il quale mi raccontò la Guerra mondiale quando ero un ragazzino. Mi portò davanti al Monumento dei Caduti del mio paese di origine e mi disse che lì troviamo scritti 27 nomi di morti che in un comune che aveva 1100 abitanti significa un morto per famiglia. Mi dice che otto sono parenti diretti e nove indiretti. E mi chiede: «Hai capito perché io questo forsennato di Cadorna non lo posso sopportare e perché il sentimento che ho di lui è soltanto quello dell’odio?».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Chi ha tratto giovamento da tutto questo?

Credo nessuno. Perché la guerra che è finita con un grande massacro, con 20milioni di morti, ha messo in crisi tutti quanti i Paesi. La Germania si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Nazismo, l’Italia si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Fascismo, l’Austro-Ungheria è stata dilaniata e sparpagliata, la Francia e l’Inghilterra hanno vissuto momenti di grande difficoltà. Una carneficina che per usare le parole di Papa Benedetto XV è stata «un’inutile strage».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Leggendo il libro di Lorenzo del Boca e ascoltando le sue risposte, sentirlo raccontare le tragedie, le paure, le sofferenze dei soldati arruolati nelle trincee della Grande Guerra, riflettere sulle decisioni, sulle politiche, sulle conseguenze di queste porta istintivamente a chiedere e a chiedersi perché l’hanno voluta, questa come le altre, a ogni costo la Maledetta guerra, e soprattutto perché l’Italia abbia deciso di entrare nella Prima guerra mondiale.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-nella-prima-guerra-mondiale-un-inutile-strage

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La notte di Praga” di Philip Kerr (Piemme, 2013)

23 mercoledì Ott 2013

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

AghataChristie, ElleryQueen, La notte di Praga, Philip Kerr, Piemme, TerzoReich

aPrague Fatale è l’ottavo romanzo scritto da Philip Kerr della serie dedicata al commissario Bernhard Gunther, uscito nel 2011, edito quest’anno in Italia dalla casa editrice Piemme, nella versione tradotta dall’originale in lingua inglese da Elena Orlandi, con il titolo La notte di Praga. Otto thriller storici ambientati nella Germania nazista e un commissario della Polizia Criminale, la Kripo, che lo sfida, questo Reich a cui non riesce proprio a piegarsi.

Forse passione per la storia, forse umana pietà per le vittime dell’eccidio, di sicuro la scelta di Kerr di orientare i suoi scritti verso questa tematica si rivela felice. È di sicuro un argomento che tira, su cui sembra non sia mai stato detto abbastanza: film, documentari, approfondimenti, ricorrenze, musei, libri… una valanga di dati e numeri su cui riflettere, una catastrofe su cui meditare, uno sterminio da non dimenticare. Certo. Ma viene da chiedersi quanto valore abbiano agli occhi dell’autore e degli stessi sopravvissuti le stragi compiute sempre per mano di occidentali ai danni di altre, numerose, infinite, popolazioni autoctone: nativi americani, indigeni, aborigeni, africani, slavi, solo per citarne alcuni della storia recente, palestinesi e siriani per citarne altri della storia presente.
Se Male viene definito il Terzo Reich, per le atrocità inflitte agli Ebrei, tale devono essere considerati tutti i Governi che egual sorte hanno riservato a popoli di diverso nome ma ugual Genere, “Umano”. Continua a leggere →

© 2013 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Articoli più recenti →

Sostieni le Attività di Ricerca e Studio di Irma Loredana Galgano

Translate:

Articoli recenti

  • Antimeridionalismo e razzismo culturale: l’evoluzione del concetto di razza da Lombroso e Niceforo ai nostri giorni nello studio di Vito Teti
  • Francesco Bennardis, Il momento giusto
  • Israele e Palestina: il sonno della ragione
  • Indonesia: il genocidio umano e politico dimenticato di un paese che è diventato un gigante
  • Più in là del silenzio: la comunicazione oltre il linguaggio verbale nell’opera di Guarducci e Milandri

Archivi

Categorie

  • Articoli
  • Interviste
  • Pubblicazioni Scientifiche
  • Recensioni

Meta

  • Accedi
  • Feed dei contenuti
  • Feed dei commenti
  • WordPress.org

Proudly powered by WordPress

Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.