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7Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

:: Sbirritudine. Un poliziotto dentro la mafia più feroce. Una storia vera, Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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