Nel descrivere le persone autistiche spesso si usa l’espressione “isolato dal resto del mondo”, quasi come se costoro vivessero in un proprio. Non è così. Vivono nello stesso mondo di tutti. Vedono, sentono, ascoltano, assimilano, registrano suoni, rumori, voci, eventi. Il loro non è un altro mondo, bensì un altro modo di vivere questo mondo.
Yolaine Destremau ha immaginato di essere nella testa di un ragazzo autistico, Pablo, protagonista del suo racconto lungo e di raccontare una storia attraverso lui. Pablo non parla, non ha mai parlato. Ma registra tutto ciò che accade nella sua mente. Lo elabora. E lo racconta. A modo suo.
Una voce narrante che non parla potrebbe sembrare un ossimoro eppure l’autrice ha mostrato al lettore un altro modo di vedere il mondo e di raccontarlo. La mente di Pablo appare al lettore come una immensa scatola che egli ha riempito di suoni, odori, sapori, ricordi, gesti, voci, che ruotano vorticosamente all’interno di essa quasi a formare un intreccio indistricabile. Un vortice che cerca la sua via di fuga e, non trovandola attraverso il suono delle parole, si ingegna come può aggrappandosi strenuamente all’ordine creato che mai va cambiato.
La routine, le abitudini sono, per la mente di Pablo, una certezza. Gli appigli sicuri cui aggrapparsi per scalare la montagna della vita. L’altro granitico pilastro dell’esistenza di Pablo è sua madre alla quale però nasconde quello che gli è successo, quello che ha visto, quello che ha preso. Un segreto e la vita di Pablo cambia totalmente direzione.
La storia raccontata da Destremau va avanti e diventa sempre più complessa ma il punto di vista non cambia, il lettore continuerà a vedere attraverso Pablo per tutto il tempo. Sarà sempre egli la voce narrante e il tutto verrà raccontato sempre attraverso il filtro della sua mente.
Il libro di Yolaine Destremau racconta una storia certo. Una storia che parla anche di un omicidio e della relativa indagine. Ma è un libro che vuole narrare soprattutto dell’esistenza dell’autismo. Un modo davvero particolare per ricordare al lettore che lo spettro autistico non cancella la persona in cui si annida. E lo fa con una delicatezza estrema. Riesce l’autrice a raccontare una storia complessa in maniera non solo e non tanto semplice, quanto delicata appunto. Con rispetto.
Il rumore bianco è un piccolo libro articolato in brevi capitoli che corrispondono ai pensieri di Pablo relativi a quanto sta accadendo o alle riflessioni su quanto accaduto. Vista anche l’impostazione stessa del libro, lo stile di scrittura scelto è molto semplice, lineare, scorrevole e quasi parlato. In realtà pensato. Perché rispecchia perfettamente la trascrizione di pensieri e riflessioni.
Un piccolo libro ma veramente intenso.
Il libro
Yolaine Destremau, il Rumore bianco, Barta Edizioni, San Giuliano Terme (Pisa), 2023.
Traduzione di Marta Giusti. Titolo originale White noise.
Oggi la ricerca sulla genetica ha fatto enormi passi avanti eppure è lecito presumere che ci sia ancora molta strada da percorrere. L’egg freezing è una tecnica di fecondazione assistita, mediante la quale si procede con la crioconservazione in laboratorio, tramite congelamento, degli ovociti, al fine di preservare la fertilità della donna e consentirle di posticipare la gravidanza per ragioni mediche o personali. Nel momento in cui la paziente desideri una gravidanza, può utilizzare i propri ovociti crioconservati, i quali vengono sottoposti a scongelamento prima e fecondazione in vitro poi, con il seme del partner tramite una tecnica di Procreazione Medico Assistita (PMA), ovvero la microiniezione dello spermatozoo (ICSI).1 Esiste un acceso e intenso dibattito relativo alla fecondazione assistita che focalizza sulla questione etica o medica di tali scelte. Valenti va oltre questa discussione e immagina una situazione che solo in apparenza può sembrare fantascientifica.
Rachele e Gabriele si sentono ormai pronti a diventare genitori per cui decidono che è il momento di riprendere gli ovociti crioconservati dalla donna anni prima. Decisione legittima se non fosse che un’amara scoperta li attende: qualcuno ha sottratto gli ovociti. Parte un’indagine molto complessa e dai risvolti inaspettati i cui sviluppi aiutano a mantenere alta l’attenzione del lettore. Un intreccio articolato e una fitta trama rendono il libro molto interessante, soprattutto nella sua parte gialla, di suspense, mistero, sospetti e intrighi.
In realtà il libro scritto da Giuseppe Valenti sembra un giallo all’incontrario. Leggendo classici quali Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, S. S. Van Dine, Ellery Queen – solo per citarne alcuni, il lettore trova, a fine libro, le risposte a tutti gli interrogativi che hanno accompagnato la lettura. Ogni tessera del puzzle ha trovato la sua giusta collocazione e il mistero è chiarito in ogni sua parte. Leggendo Un furto incredibile succede praticamente il contrario: durante tutta la lettura il lettore è convinto di avere le risposte necessarie a svelare l’arcano, e in parte è così ma, a fine libro, nuovi interrogativi si materializzano. Quesiti non necessariamente legati al crimine su cui si è indagato nel libro. Piuttosto considerazioni su tematiche secondarie, o meglio indirette, trattate da Valenti: l’integrazione razziale, l’emancipazione femminile, la libertà di scelta sessuale e di procreazione.
Valenti ha ambientato il suo romanzo in un futuro prossimo: il 2033. Una data non molto lontana nel tempo ma molto distante dalla realtà attuale. Sembra quasi che egli abbia voluto condensare nel testo le sue personali speranze, condivise sicuramente da molti, di vedere un domani diverso dall’oggi, migliore. Più inclusivo, partecipativo, nel quale razzismo e sessismo sembrano un lontano ricordo del passato. Eppure, forse inconsciamente, è lo stesso Valenti a ricordare al lettore, attraverso proprio la trama del libro, che l’umanità di umanità ne ha sempre poca, anche in un futuro apparentemente migliore.
Il libro
Giuseppe Valenti, Un furto incredibile. Chi ha rubato i miei ovociti?, Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2023
1E. Papaleo, Crioconservazione degli ovociti: quando si fa e come funziona, HSR – Ospedale San Raffaele, 2023: https://www.hsr.it/news/2023/luglio/crioconservazione-ovociti-come-funziona#:~:text=L’Egg%20Freezing%20è%20una,per%20ragioni%20mediche%20o%20personali.
Gli esploratori sono passati alla storia per la maggiore con l‘immagine stereotipata dell’avventuriero conquistatore e portatore di civiltà e progresso. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante e un fucile. Marco Valle definisce gli esploratori come un’espressione contraddittoria di un’epoca e di una cultura. Raccogliendo le sue considerazioni per l’intervista, ha sottolineato quanto essi, per i critici del colonialismo, «avessero una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, portar loro informazioni su luoghi arcani e inaccessibili, cercare risorse ricchezze mercati, rappresentare e ribadire la primazia dell’Occidente». Ma, come ricorda egli stesso nel libro, dai loro diari traspaiono i caratteri di uomini inquieti, a disagio se non in totale rottura con le società da cui provengono. Nelle terre incognite gli esploratori cercavano non solo fama e ricchezze, anche la possibilità di dare un senso alla propria esistenza. «Appena abbandonato l’ultimo avamposto, il protagonista – ormai fabbro del proprio destino – poteva riscrivere regole ritmi comandamenti, conquistare regni e popoli. Una sensazione di assoluta libertà che valeva ogni rischio: il viaggiatore straordinario poteva ammalarsi o cadere prigioniero, languire e spegnersi in modo atroce in qualche angolo sperduto, ogni spedizione poteva trasformarsi – per una micidiale roulette russa – in un disastro, eppure ogni imprevisto, anche il più tragico, era preferibile alle atmosfere asfittiche e mediocri della madrepatria».
Nell’immaginario europeo, il continente africano in particolare è stato per lungo tempo avvolto da un alone di mistero e di paura in quanto luogo inaccessibile, indicibile, spazio tenebroso e oscuro, abitato da popolazioni selvagge e primitive. Ciò che viene visto e descritto dal viaggiatore-narratore non diventa soltanto fonte di un sapere geografico, ma, attraverso la capacità del linguaggio di fissare nei luoghi e nei paesaggi dei significati “pensati”, si configura come coscienza territoriale che diffonde nell’immaginario collettivo una serie di messaggi. Storici e critici letterari hanno ampiamente dimostrato come l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa abbiano fatto circolare nella cultura europea una serie di immagini e temi che, richiamandosi a una evidente matrice romantica, si manifestano attraverso una serie di moduli narrativi e letterari ormai collaudati, quali l’esaltazione dei paesaggi lontani e pittoreschi, il fascino della caccia, delle donne, il godimento di sensazioni straordinarie provocate dal contatto con una natura selvaggia, brutale. Lo spazio geografico diventa così il luogo nel quale si esprime e si manifesta la capacità dell’europeo di dominare il terreno, sia soggiogando le forze della natura che mettendone in risalto i valori positivi, poiché in questa prospettiva il paesaggio non è più incomprensibile, Altro da sé, ma leggibile in quanto trasformato (E. Ricci, Paesaggi africani: dalla seduzione esotica al discorso colonialista, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2017).
Cronache di viaggi, reportages, romanzi di ambientazione africana, si svolgono così generalmente secondo modalità che ricorrono esplicitamente ai moduli del pittoresco e dell’esotismo per evocare mondi lontani, ignoti, connotati dai segni di un Altrove mitico (E. Ricci, op.cit.). È chiaro che il discorso si sviluppa secondo una retorica nella quale la realtà deve essere considerata fondamentalmente come diversa ma le problematiche che ne scaturiscono sono sempre in funzione del sapere e delle considerazioni dell’osservatore (B. Mouralis, Les contre-littératures, Presses Universitaires de France, Parigi, 1975). L’avventura si manifesta, per definizione, agli antipodi del quotidiano, del conosciuto, del banale. Valle descrive i viaggiatori italiani come «personaggi estremi, molto inquieti (e talvolta anche un po’ matti) che percorsero dal Settecento in avanti le zone più sconosciute e inesplorate dei cinque continenti per spingersi, in anni meno lontani, fino ai due Poli del globo».
In relazione all’evoluzione del contesto socio-culturale europeo e al diffondersi delle dottrine letterarie coloniali tendenti a valorizzare un nuovo tipo di letteratura avente per oggetto e non solo per sfondo i territori d’oltremare, l’esotismo tende a trasformarsi, assimilando concetti e procedimenti narrativi improntati a una visione nazionalistica, imperialista che legittima il progetto politico, economico e militare degli stati europei (R. Ricci, op. cit.). L’autore ci tiene però a sottolineare che gli italiani hanno sempre mostrato un atteggiamento differente: «troviamo puntuale in ognuno il disgusto profondo verso la piaga dello schiavismo e la diffidenza se non il pieno rifiuto verso ogni forma di colonialismo predatorio».
Gli italiani in effetti si sono avventurati per terre inesplorate senza neanche sapere bene il perché. In Africa, per esempio, bisognava restarci non per diffondere civiltà, dato che gli abissini non erano selvaggi e idolatri ma per far posto alla colonizzazione contadina immigrata – o che sognava di immigrare – dall’Italia, come molti credevano utile e possibile (P. G. Solinas, Coscienza coloniale e affari indigeni. L’Africa italiana da Ferdinando Martini a Giacomo De Martino, La Ricerca Folklorica, n° 18, ottobre 1988). Una visione. Esattamente come la galleria di esistenze tratteggiata da Valle: «una piccola, grande epopea scritta e vissuta da scienziati visionari, da coraggiosi missionari, da pionieri scalcagnati, da soldati allergici alle caserme, da tormentati aristocratici, da squattrinati esuli».
Il libro
Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2024.
Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile della rivista Leggere:Tutti
Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Neri Pozza Editore e l’autore per la disponibilità e il materiale.
Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com
La riforma di Giovanni Gentile è stata, nell’opinione di Giuseppe Valditara, la più importante riforma scolastica del ‘900 italiano. La sua influenza culturale ha lasciato una traccia significativa nella società e nella scuola italiana e, in qualche misura, persiste ancora, in particolare nella concezione piramidale del percorso formativo, che ha posto al vertice il liceo classico, originariamente destinato a formare le élite del Paese, creare un sentimento di favore per la formazione liceale nel suo complesso, e una sottovalutazione dello studio delle materie scientifiche, nonché la svalutazione sociale della formazione tecnico-professionale.
Secondo uno schema neoidealistico, Gentile riteneva che la vera formazione fosse soltanto quella umanistica. Valditara sottolinea come una impostazione siffatta fosse del resto funzionale a una società ancora prevalentemente agricola con un’alta percentuale di braccianti e con un’industria che non richiedeva nelle masse operaie una diffusa specializzazione. Saper leggere e scrivere, per le masse, era allora ritenuto sufficiente. Fondamentale invece era la formazione umanistica per le élite dal momento che forniva visione strategia e un tessuto valoriale coerente e funzionale a una guida sociale alta.È evidente come la promozione della persona umana non fosse l’obiettivo di una scuola che doveva invece essere adeguata alle superiori esigenze dello Stato.
Si trattava, quindi, di attribuire ai diversi gradi e percorsi scolastici e all’università la funzione sociale di “setacciare” progressivamente la massa degli studenti per identificare gli “eletti” della futura classe dirigente del Paese. In questo contesto il merito esprimeva un concetto elitario, riservato a pochi capaci di raggiungere risultati di eccellenza oggettiva.L’autore ritiene che Gentile fosse sinceramente persuaso che, in questo modo, si riuscisse a selezionare i migliori studenti, indipendentemente dalle loro condizioni economiche di partenza ma che, nella realtà, al di là dei singoli casi, la regola generale era che il successo nello scalare le gerarchizzazioni scolastiche e universitarie coincideva con le condizioni socio-economiche di partenza più o meno privilegiate.
Nell’analisi di Valditara, l’idea di scuola gentiliana ebbe un influsso non marginale sulle stesse posizioni comuniste. Proprio Gramsci affermava invero che senza la concezione umanistica e storica in particolare, si rimane specialista e non si diventa dirigente. Ritorna quindi l’idea di un modello aristocratico pur se orientato al riscatto della classe operaia. Sarà il ’68 e introdurre nuove idee di scuola.
Il Maggio francese si apre con il rifiuto della riforma che intendeva collegare l’università con il mondo del lavoro. L’avversione verso il ruolo formativo del lavoro è netta, così come verso un’istruzione che non si fondi sulla unitarietà del sapere. È questo il modello di scuola che spalanca le porte al superamento della scuola meritocratica, dell’impegno e della competizione, in favore del mito del 6 politico e degli esami di gruppo, in cui il valore individuale evapora. Per l’autore, il ’68 ha avuto soprattutto il merito di scardinare il sistema elitario della scuola gentiliana – basti pensare all’accesso a tutte le facoltà universitarie reso possibile con qualsiasi tipo di diploma – ponendo la questione di una scuola di massa.
Il modello di società che avevano in mente i nostri costituenti non era diverso da quello che caratterizzava la scuola gentiliana. Ottant’anni fa l’economia era prevalentemente agricola, la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne o nei piccoli centri. I figli delle famiglie di modeste condizioni economiche a 13 anni già lavoravano nei campi, l’educazione liceale era costosa, i licei pochi e tutti concentrati nelle città, i mezzi di comunicazione non agevolavano la rapidità e la frequenza dei trasferimenti. Oggi la società è radicalmente mutata. La popolazione è prevalentemente inurbata. Il lavoro nei campi si è fortemente meccanizzato, persino automatizzato, e ha visto una manodopera sempre più straniera, le scuole superiori si sono moltiplicate e sono, salvo alcune eccezioni, a non molta distanza da casa, la rete dei mezzi pubblici è cresciuta, anche se con alcuni non marginali disservizi soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno e delle isole.
Su circa 7,2 milioni di studenti iscritti per l’anno scolastico in corso, sono poco oltre 2,6 milioni i ragazzi che frequentano la secondaria di II grado: 51,4% nei licei, 31,7% in istituti tecnici e 16,9% ai professionali (Dati Miur).
Basandosi sui dati di una recente ricerca Invalsi, Valditara afferma che oggi il percorso scolastico dei meritevoli non è più condizionato in modo significativo dalle condizioni economiche e sociali. Per quanto ciò può essere veritiero permane, comunque, nel nostro Paese il problema diffuso della «povertà educativa», ovvero la privazione dell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni.
È di tutta evidenza che se intendessimo per merito, come era nella concezione gentiliana, il raggiungimento di traguardi di eccellenza oggettivi, di fatto raggiungibili da pochi eletti, compiremmo, secondo l’autore, una operazione aristocratica, elitaria, che non serve ai problemi della scuola italiana. Merito va invece inteso partendo dal presupposto costituzionale di una scuola aperta a tutti, che sappia valorizzare qualunque persona e rimuovere gli ostacoli che ne consentano una piena valorizzazione. Merito è dunque il raggiungimento del meglio che ciascuno, con impegno e responsabilità, può dare.
La scuola del merito deve saper svolgere un’azione maieutica, che sappia tirar fuori il meglio che ogni giovane possiede dentro di sé, lo sappia valorizzare e lo sappia orientare verso le scelte formative future il più possibile coerenti con le sue potenzialità, per la piena realizzazione della persona anche nella prospettiva di un soddisfacente inserimento nel mondo del lavoro.
La scuola costituzionale è, dunque, quella che costruisce una formazione personalizzata, come un abito sartoriale fatto su misura, una scuola in cui il progetto e il percorso formativo tengano conto delle inclinazioni, delle potenzialità e delle problematicità di ogni studente, con lo scopo di valorizzare il meglio che ciascuno ha in sé.
Il governo sta studiando un piano di riduzione a 4 anni dell’istruzione secondaria. Non un mero accorciamento del percorso con gli stessi programmi quinquennali compressi in un quadriennio, ma di programmi nuovi, diversi, concepiti appositamente. Un ripensamento della filiera tecnico-professionale per collegarla sempre più con il mondo del lavoro. Un percorso collegato, volendo, con 2 anni d’istruzione terziaria in un Its (Istruzione tecnologia superiore).
Percorsi di studio con lo sguardo rivolto al mondo.
Molte imprese italiane hanno delocalizzato la produzione ma non trovano maestranze adeguatamente formate in loco. Sarebbero pronte a investire risorse se il sistema scolastico italiano dovesse aprire scuole capaci di supportare le loro esigenze produttive.
Valditara ritiene la cooperazione e l’istruzione gli strumenti migliori per affrontare le sfide dello sviluppo. In Italia e fuori da essa.
Progetti di sviluppo di un’istruzione congiunta rientrano nel Piano Mattei che il governo ha strutturato per l’Etiopia. Inoltre, fin dal momento della progettazione della riforma dell’istruzione tecnica e professionale è risultato decisivo per gli attori il contributo di regioni ed enti locali per la strutturazione di una offerta formativa capace di esaltare le potenzialità e di rispondere alle necessità dei territori.
Il libro
Giuseppe Valditara, La scuola dei talenti, Piemme, Milano, 2024
La voce e le cicale è il primo romanzo di Elisabetta Carbone ma, fin dalle prime pagine, emerge con chiarezza quanto l’autrice sia in realtà una veterana della scrittura. Il fraseggio è chiaro, lo stile narrativo pulito, l’alternanza tra dialoghi e descrizioni molto ben articolata.
Il romanzo è ambientato nella contemporaneità. La protagonista è una giovane donna di oggi la cui vita è stata inventata, modellata e poi narrata da Carbone in maniera notevole. Riesce l’autrice a focalizzare su tutti i punti di maggiore interesse in maniera tale non solo da agevolare la lettura ma anche di tratteggiare uno spaccato del presente molto interessante.
La protagonista è Tamara, una giovane donna che aspira a diventare cantante lirica e che spera di realizzare i suoi sogni vivendo una condizione famigliare in apparenza singolare ma, in realtà, molto diffusa nella contemporaneità. Una famiglia allargata con tanti legami, affetti, parenti ma che ruota sempre e comunque intorno alla figura del capofamiglia. Uomo dal carattere burbero, dai modi spicci e dalle idee ben definite, fermo su quello che vuole. Non altrettanto significative, per lui, sono le aspirazioni e i desideri degli altri componenti la famiglia.
Tamara ha paura di perdere la sua voce, senza di essa non potrebbe mai realizzare il sogno più importante della sua vita. Ma questo sembra essere, fin dall’inizio, un racconto simbolico intorno al quale l’autrice ha costruito la narrazione. Ogni personaggio sembra essere alla ricerca della propria voce, intesa come simbolica volontà di trovare il coraggio di essere se stessi, di portare avanti le proprie idee e vincere le paure.
La pesante, a tratti opprimente figura paterna non incombe solo su Tamara, ma su ogni singolo componente il nucleo famigliare.
Giacomo viene indagato da Carbone sia nella veste di padre che in quella di uomo, nel suo longevo rapporto con Debora, iniziato ai tempi dell’università. Una visione e un comportamento in apparenza molto dissimili ma che celano, in profondità, i medesimi tratti di una persona forte e decisa intorno alla quale, alla fine fine, ruota l’intera vicenda narrativa. Perché tutti gli altri protagonisti, compresa Tamara, vengono raccontati sempre in relazione a lui.
La città di Bologna non è solo uno sfondo alla vicenda narrata, ne è parte attiva, quasi come se quello che accade alle vite dei personaggi sia reso possibile proprio dall’abitare una città storica, misteriosa, dai cui portici sembra trasparire la passione per la cultura e la musica che pervade lo spirito e le membra anche di Giacomo e Tamara. Una città che è anch’essa una voce della storia, un’eco della musica che corre veloce lungo gli spazi ampi o angusti dei palazzi che tramandano storia ma anche storie, come quella narrata da Elisabetta Carbone ne La voce e le cicale.
Il libro
Elisabetta Carbone, La voce e le cicale, Prospero Editore, Novate Milanese – Milano, 2024.
Oggi si tende a pensare all’Occidente non tanto come a un luogo, quanto piuttosto a un insieme di culture differenti ma connesse, a una serie di modi di pensare e valori comuni, di eventi storici condivisi, seppur diversi. Con “Occidente” Condorcet intendeva un gruppo di popoli: gli europei e quelli di origine europea che, a seguito della imponente espansione degli imperi, si erano stanziati in ogni angolo del pianeta, dall’Atlantico al Pacifico. Una delle caratteristiche più significative della civiltà di questi popoli è lo stato-nazione, ovvero uno stato che riuniva in un unico territorio, sotto un unico ordinamento giuridico e un unico sovrano piccole comunità che in precedenza erano disperse e quasi a stento riconoscevano l’esistenza delle altre.
Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli stati coloniali e gli stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. Lo stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli stati e al loro interno. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. Abbracciare la modernità ha significato abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come civilizzata e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.1
Era opinione ampiamente condivisa che questa fosse la sola forma politica in cui si potesse applicare lo stato di diritto senza difficoltà, l’unica che avrebbe generato prosperità economica e coerenza politica e sociale. Fin dalla sua nascita, ogni stato-nazione ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altri stati della stessa natura. Pagden sottolinea quanto, i primi profeti del nazionalismo – Johann Gottfried Herder e Giuseppe Mazzini – credevano che tale convivenza potesse essere pacifica, che tutti gli stati del mondo si sarebbero relazionati armoniosamente in nome di una fratellanza universale. Ovviamente le cose sono andate diversamente.
La nazione e la sua potente e cieca difesa, negli ultimi due secoli hanno causato in Europa e altrove conflitti più sanguinosi di qualsiasi altro che li ha preceduti.
Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omologata per costituire una nazione. La violenza impiegata nella costruzione di una nazione è un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure è un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista?2
Pagden sottolinea come in tempi recenti si stia riaffermando con forza l’idea che lo stato-nazione sia l’unica forma politica destinata a durare e la quintessenza della vita sociale e politica moderna nonostante il dato di fatto che la gran parte degli stati odierni sia debole, fallimentare e disfunzionale.
Nello stesso tempo, tuttavia, continua a crescere il potere e il numero delle istituzioni internazionali, e in egual misura aumenta la consapevolezza che, indipendentemente dal luogo in cui viviamo, dal nostro livello di ricchezza o di potere e dallo stato cui apparteniamo, condividiamo tutti lo stesso pianeta.
Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazione.
La tendenza alla globalizzazione occidentale convive, invero entro i suoi stessi confini territoriali, con un’altra tendenza: la frammentazione. Più forte o comunque più evidente della prima, che esprime sia processi generali di diversificazione socio-economica e culturale (localismo, regionalismo), sia tensioni e processi di frantumazione e ricomposizione politico-territoriali a livello statuale, inter-statuale o transfrontaliero (federalismo, autonomismo regionale, indipendentismo, secessionismo, nazionalismo e micro-nazionalismo spesso di natura etno-religiosa). Le dinamiche di globalizzazione e di frammentazione rappresentano vere e proprie sfide per lo stato-nazione, inteso come sistema di delimitazione spaziale e di regolazione istituzionale dei processi interni e internazionali di potere, di legittimazione e di appartenenza collettiva.
L’immagine di un “nuovo mondo” uniformato e pacificato in base al primato dei principi economici del libero scambio globale, dei principi del globalismo giuridico e dell’universalismo dei diritti umani, era già stata criticata all’indomani della caduta del Muro di Berlino, del tracollo del comunismo sovietico e del tramonto del sistema internazionale bipolare.
La visione della “civiltà al singolare” è tipica di una certa vocazione all’universalismo propria della civiltà occidentale, con tutti i limiti e i rischi o paradossi etico-politici che essa comporta, specie quando l’opera “civilizzatrice” si imbatte nella resistenza di coloro che si vorrebbe “civilizzare”.3
Il concetto di nazione presuppone un passato, generalmente costituito da conflitti che definiscono entità statuali all’interno di confini definiti. La nazione, ricorda Pagden, a differenza dello stato al quale è connessa, è una creazione dell’immaginazione collettiva dei suoi cittadini: richiede il racconto di una storia “nazionale”, che rappresenti il percorso apparentemente inevitabile verso l’unità. Ciò che ogni nazione possiede e che le ha consentito di persistere nel tempo e alla fine di trionfare su altre nazioni è proprio lo stato, ovvero una particolare concezione del potere. E ciò che ha legato il concetto di stato all’idea di nazione è stato principalmente la nozione di “sovranità”.
Lo stato-nazione, ossia l’applicazione di un potere sovrano a una società civile multiforme, per restare unito, sopravvivere e prosperare necessitava di qualcosa di più, di un’ideologia: il nazionalismo.
Offuscato dal retaggio del fascismo e del nazionalsocialismo, oggi il nazionalismo appare come una forma di tribalismo che sa di xenofobia, ignoranza, fanatismo, faziosità e aperto razzismo. Eppure, secondo l’analisi dell’autore, non è sempre stato populista e autoritario.
Come affermava Jürgen Habermas, la nazione che trova la sua identità non nella comunanza etnica e culturale, sostenuta da simboli, immagini, miti storici ed elementi simili, ma – come la concepiva Mazzini – nell’esercizio attivo del diritto di partecipazione e comunicazione da parte dei cittadini sembra, di fatto, l’esatto opposto di ciò che oggi viene definito “nazionalismo”.
Lo stato-nazione doveva essere un organismo a sé stante, tuttavia per realizzarsi e sostenersi, come sottolineava Hegel, doveva anche contrapporsi a un altro diverso da sé, che aspirava a dominare per conservare il senso di sé.
«Non avete veduto, sin dal principio dell’esistenza della nazione, che lo spavento di essa è stato l’unico fantasma pauroso per cui il mondo intero ha tremato?» (Rabindranath Tagore, 1917).
Nel corso di XX e XXI secolo, l’umanità ha subito un’evoluzione tale che già Raymond Aron nel 1960 definiva mutazione. L’intero libro di Anthony Pagden ruota intorno a essa, nel tentativo di tracciarne il corso e, soprattutto, delineare la direzione che potrebbe prendere in futuro.
Globalizzazione e governance sono termini che hanno mutato la percezione del mondo e orientato l’azione di istituzioni pubbliche e attori privati; parte di quello “shock of the global” che ha segnato i decenni tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso.4 Un trauma prodotto dall’abbattimento dei vincoli nazionali al mercato globale che ha assunto le vesti di una trasformazione politica per la quale gli stati-nazione sono attraversati, condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità, reti.5 Della globalizzazione, la governance rappresenta il correlato politico esprimendo l’aspirazione a un governo senza Governo del mondo. La globalizzazione è stata a lungo discussa a partire dalla convinzione che essa comporti innanzitutto un ridimensionamento degli stati sotto la spinta degli attori globali, dei mercati economico-finanziari, dei nuovi spazi macro-regionali. Il nesso stretto tra democrazia e sovranità rivela due presupposti che segnano il dibattito sulla globalizzazione e la democrazia: il primo è che gli stati liberal-democratici non possono che essere stati sovrani; il secondo, è che solo in quanto sovrani essi possono effettivamente essere democratici. La sovranità democratico-liberale deve essere popolare perché deve esprimere l’unità, l’autonomia e l’autogoverno rappresentativo di una comunità politica.6 Nella globalizzazione, alla fin fine, lo stato si ristruttura oltre gli orizzonti della territorialità e della sovranità, entrando in rapporto con nuovi attori, nuove modalità di produrre poteri e con geografie inedite.7
Pagden si chiede quali caratteristiche avrebbe una “società civile globale” fatta di nazioni. E anch’egli giunge alla conclusione che internazionalizzazione e globalizzazione solo in apparenza sembrano smantellare lo stato-nazione. Questo è una costruzione politica, un curpus giuridico, uno spazio geografico e immaginario in cui individui vivono e interagiscono; fornisce inoltre una misura di sicurezza, di identità e ci permette di formulare qualche ipotesi sul futuro. Lo stato mostra un modo di vivere, come in precedenza avevano fatto, su scala più ridotta, il villaggio, la parrocchia, la tribù.
Il libro
Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale, Il Mulino, Bologna, 2023.
Traduzione di Giovanni Mancini.
1M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.
«Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime e antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta.»
(I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988)
Calvino ha descritto come indispensabile l’integrazione tra letteratura e scienza per raggiungere la completezza necessaria per l’interpretazione del presente. Con Il visconte cibernetico gli autori mettono l’insegnamento di Calvino alla prova della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale e delle sue implicazioni.
Per Maria Chiara Carrozza, che ha curato la prefazione, il libro rappresenta una guida essenziale per viaggiare nel tempo e, partendo dal passato, dal Metodo Calvino e dalle sue chiavi di lettura, aiuta a interrogarsi su quale possa essere il nostro ruolo nelle crisi che stiamo attraversando.
Oggi viviamo un’epoca di grandi transizioni, in parte legate alle scoperte scientifiche e alla loro trasformazione in tecnologie dalla portata innovativa dirompente, come l’ingegneria genetica o l’intelligenza artificiale. Quest’ultima emula abilità cognitive un tempo ritenute esclusivamente umane, suscita interrogativi profondi e addirittura spaventa, secondo Carrozza, laddove non sia compresa e analizzata con competenza.
D’altra parte, il rapporto stesso della specie umana con il pianeta sembra profondamente in crisi, non solo per le grandi diseguaglianze fra aree geografiche e sociali, ma anche per l’incombente cambiamento climatico che mette in discussione il modello di equilibrio sul quale finora si sono fondati il paradigma del capitalismo, la ricerca dell’efficienza, l’economia di sfruttamento e la comunicazione di un progresso infinito.
I principi fondanti del Metodo Calvino, ovvero l’intreccio fra opposte tendenze e il pensiero divergente, sono le basi per affrontare il cambio di paradigma delineato ne Il visconte cibernetico, con una piena fiducia nelle capacità umane di elaborare creativamente le infinite visioni dei futuri possibili.
Prencipe e Sideri sottolineano come siamo diventati una società sbilanciata sulla “cultura della risposta”. Nessuno mai come Calvino ha ragionato sul ruolo della scrittura e, dunque, sul rapporto indistricabile tra domanda e risposta e sulla relazione della scrittura con la tecnologia. Siamo diventati appendici delle macchine come ne Il cavaliere inesistente, allegoria dell’uomo schiavo dei processi formali e produttivi, prigioniero a tal punto della sua armatura da esserne svuotato. Siamo appesi al flusso immateriale delle informazioni, a una memoria più che a una vera intelligenza artificiale. Poniamo domande. Attendiamo risposte. Ieri era Google o Wikipedia. Oggi è ChatGPT.
E allora gli autori si domandano quale possa o debba essere davvero la più grande paura dell’uomo: demandare ogni risposta a presunte intelligenze o rischiare di perdere la capacità di formulare le domande giuste?
Le macchine per comprendere hanno bisogno di categorizzare: ironia creatività buono cattivo bianco nero telefono aragosta. Ma cosa succede allorquando Salvador Dalì crea un telefono a forma di aragosta? Se la cultura è una semplice combinazione infinita di lettere, il mistero delle lettere prime, impenetrabile come i numeri primi, saranno la linea di difesa tra algoritmi probabilistici e la storia improbabile dei sapiens. Attributo geloso dell’umano, l’ars interrogandi, ovvero la capacità e la volontà di porsi delle domande, che è poi la base della ricerca scientifica, è la sfera in cui possiamo dispiegare al meglio la nostra creatività. In una società sempre più attratta dalle risposte semplici e dalle fake news e sempre più permeata dall’intelligenza artificiale, viene suggerito di preservare il potere e la responsabilità di decidere e pensare le domande più creative perché, se le risposte possono essere articolate mediante strumenti di intelligenza artificiale, le domande sono e resteranno pertinenza dell’essere umano.
Per gli autori dunque il pensiero di Calvino si presenta come un antidoto a quella che può essere definita una “colonizzazione del futuro” da parte dell’accelerazione tecnologica e digitale. Colonizzazione che negli anni Cinquanta del Novecento era erroneamente prevista come imminente. I tempi ora sembrano davvero maturi, alla luce della repentina diffusione dell’IA generativa che può rendere il percorso formativo dei giovani anche demotivante e particolarmente frustrante. Perché imparare a scrivere se scriverà per noi ChatGPT? Perché esercitare la memoria se abbiamo un archivio infinito sempre con noi in tasca?
Il cervello umano viene sempre più spesso equiparato a una Macchina di Turing, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di trarre conclusioni a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto è legato indissolubilmente al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, fra l’uomo e se stesso. L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. Scrivere a mano, per esempio, vuol dire impegnarsi in una pratica che territorializza quel che si sta pensando, mettendo in movimento sinapsi e reti neuronali, modificandone la quantità e la dimensione.
La digitalizzazione del mondo, la sostituzione di qualunque riferimento al mondo, per passare a funzionare con modellazioni di esso, implica un importante mutamento qualitativo. Il ruolo degli umani diventa secondario anche nella circolazione ultrafluida dell’informazione. L’umano non è che un segmento di tale circolazione, un segmento di volta in volta sempre più destrutturato e fluido. (M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016)
Sebbene fosse nato con tutt’altri scopi, il protocollo HTTP, messo a punto da Tim Bernes-Lee e regalato al mondo dal Cern all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, aveva già involontariamente gettato le basi per la crisi della relazione tra fonte e informazione. Quelle che oggi vengono definite fake news online nascono proprio dalla possibilità di scollare informazioni e fonti ricombinandole senza rispettarne il legame genetico, un meccanismo di disinformazione che, sebbene il world wide web non abbia creato, ha tuttavia reso esponenziale e molto semplice da porre in essere. (T. Rid, Misure attive. Storia segreta della disinformazione, Luiss University Press, Roma, 2022)
Non solo l’IA generativa è afflitta dai cosiddetti “problemi della allucinazione”, un modo elegante per dire che inventa di sana pianta informazioni e fonti, ma il dilemma della black box non permette nemmeno agli sviluppatori di conoscere con esattezza come l’input venga generato in qualità di output. In altre parole, per Prencipe e Sideri, così com’è l’algoritmo generativo demolirebbe lo stesso modello di business di Google. Eppure, risolto questo problema – con la fusione di entrambi gli algoritmi – rimane il tema dell’astrattezza del linguaggio.
L’algoritmo generativo massimizza le probabilità di combinazioni tra parole. Questo aiuta a simulare qualsivoglia stile. Tuttavia la creatività non richiede di simulare bensì di essere originali.
Ridotta alla sua essenza probabilistica, l’originalità è la minimizzazione delle probabilità che quella combinazione sia già stata fatta da altri: l’esatto contrario di ChatGPT.
Quel che è vero per la capacità di creare vale anche per la scoperta scientifica e la stessa innovazione. La storia della scienza potrebbe essere riscritta come storia dell’improbabilità.
«Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e preciso. Il nemico da battere è la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. (I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino, 1980) Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire significati, a smussare tutte le punte aggressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. (I Calvino, 1988, op. cit.)»
Se le risposte dell’IA generativa sembrano buone , per gli autori, significa che non abbiamo seguito neanche questo ulteriore saggio consiglio di Calvino e ci siamo diluiti noi stessi nell’astrattezza del linguaggio delle parole chiave e delle emozioni.
Il libro
Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale, Luiss University Press, Roma, 2023.
Prefazione di Maria Chiara Carrozza.
Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.
Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com
Articolo pubblicato sulla Rivista Leggere:Tutti – Marzo 2024
Umanità. Poteva essere un titolo alternativo, oppure un sottotitolo, della raccolta di poesie di Montibeller. Perché il libro sembra ruotare proprio intorno a questo concetto.
Per gli esseri umani la questione dell’identità non è puramente biologica. Non si tratta di sapere a quale specie si appartiene e quali sono le caratteristiche di questa, ma anche di sapere se i rapporti che ogni essere umano ha con la propria specie siano simili a quelli che tutti gli altri esseri viventi hanno con la loro specie. Mentre l’identità personale riguarda un solo individuo, l’identità umana è propria di tutti gli esseri umani.1
Il riconoscimento o l’attribuzione agli esseri umani del modo d’essere come persone, a differenza della stessa soggettività, mette in discussione il loro rapporto con la specie umana. In quanto appartenente a una specie ogni uomo è una istanziazione, più o meno riuscita, di un modello biologico, ma in quanto persona non è un «caso di» una generalità, bensì l’esistere della generalità stessa tutta in un solo individuo.2
Non si può riportare un’esperienza umana a una sola chiave di lettura, va sempre osservato il tutto con lo sguardo rivolto alla dimensione globale degli esseri umani. Ed è proprio quello che sembra aver fatto l’autore nelle sue poesie.
Nebbiosi nella prefazione descrive i testi poetici di Montibeller come immagini che trascendono le parole e rimangono vive e attive nella psiche. Immagini di natura, contesti affettivi, amori diversi.
Sono immagini di vita che raccontano l’essere umano e la sua natura nella natura.
Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista. Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro corpo, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima). Noi occidentali invece pensiamo di indossare vestiti che riescano a nascondere una forma essenzialmente animale.3
Montibeller sembra voler mettere a confronto diretto l’essere umano concreto e l’essere umano come categoria.
«La natura è data all’uomo come un problema, alla cui soluzione egli si sente altrettanto attratto, quanto ne viene respinto.[…] La natura, secondo il concetto, passa in qualcosa di superiore, l’anima e il corpo, si dice, si separano; ma ciò che si separa è, secondo il concetto, un identico nella differenza.»4
Segnata dalla fisicità, l’anima compare ai suoi inizi come uno spirito naturale, ma il compiersi della sua ragione si dischiude nella fatica di abbassare il corpo a sua rappresentazione e suo segno.5
Lo stesso dualismo si ritrova nelle poesie di Montibeller, spesso applicato ai concetti di concretezza e spiritualità dell’essere umano.
«Nell’immediato del sorriso con cui ti schiudi al mondo tu sei la vita stessa e non lo dici: non hai bisogno di racconti per esserne sicuro.»
Nel libro di Montibeller ritorna il concetto di vita come viaggio e di viaggio come vita. Tra gli esempi più eccelsi sicuramente il viaggio dantesco della Commedia e quello di Ulisse nell’Odissea, ma numerosi sono stati gli studiosi che hanno indagato il senso del viaggio e della vita.
Il viaggiatore ricerca un luogo dove si possa sentire a casa, perché difficilmente vuole lasciare del tutto la propria vita alle spalle. Il viaggio, quindi, deve prevedere un ritorno. Alla fin fine rappresenta una ricerca volta alla conoscenza di se stessi. Un viaggio che potrà essere uno spostamento fisico oppure mentale.
Il viaggio dell’autore somiglia a una narrazione biografica in forma poetica strutturata secondo un preciso ordine cronologico scandito da punti fermi che sembrano pietre miliari e invece sono traumi o grandi dolori, perdite, mancanze, privazioni, tormenti. Un cerchio che racconta la vita e si cinge intorno a essa. Un viaggio attraverso il dolore che l’autore compie alla ricerca di se stesso certo ma, soprattutto, della ragion di essere, di esistere.
«io ora ti rievoco in questi fogli che non mi abbandonano, riemersi da un’infinità di tempo, proprio nel giorno del tuo addio.»
Anche il titolo scelto dall’autore è molto evocativo: lo zaino in spalla rende proprio l’idea di una partenza che vuol essere avventura, liberazione, allontanamento ma cha lascia intravedere i segni di una ribellione veloce a scemare. Basti pensare a Tamura Kafka, protagonista del romanzo di Murakami Kafka sulla spiaggia, il quale, zaino in spalla, decide di allontanarsi di casa e intraprendere il suo viaggio nel quale tutto quello che sembra dovuto al caso si scopre poi essere il suo destino. Lo scontro generazionale con il padre e la volontà di far luce sui troppi segreti e misteri famigliari sono il motore della sua partenza ma la volontà di scoprire se stesso sarà la vera forza della narrazione e della vicenda.6
Con uno zaino sulle spalle si può girare il mondo intero, senza limiti e senza freni, ma ci si può anche rendere conto presto della necessità di avere delle ancore di salvezza. Affetti, punti fermi, ricordi e tramonti che aiutano a trovare o mantenere la speranza di ricostruire la propria vita, rigenerare un’esistenza scalfita e scolpita dal dolore.
La teoria del nuovo versoformulava la necessità di permettere a ogni poeta di concepire in se stesso il suo verso o la sua strofa originale, e di trascrivere il suo ritmo proprio e individuale, invece di indossare un’uniforme tagliata in precedenza che lo riduce a non essere che il discepolo di qualche glorioso predecessore.7
Il verso utilizzato da Montibeller è sempre libero. Le sue composizioni sono difformi sia nella lunghezza del verso che in quella della strofa. L’irregolarità della struttura ritmica viene però compensata dalla regolarità del pensiero che sottostà alle parole e che guida il lettore lungo tutta la raccolta.
Non si conosce il motivo della scelta dell’autore, se dovuta a scarsa conoscenza della metrica oppure alla volontà precisa di modellare il proprio pensiero senza costrizioni, come affermato da Kahn. Certo è che il ritmo dei suoi componimenti è dettato dalle emozioni, dalle sensazioni, dal dolore e dalla sua narrazione. Quasi uno sfogo che serve in primis all’autore per ritrovare se stesso e la sua connessione con la vita. Il lettore viene poi ed è libero anch’egli, come il verso, di interpretare e valutare in base a gusti e conoscenze. Di analizzare e riflettere su fragilità, debolezza, difetti e imperfezioni di questa comune umanità.
Il libro
Marcello Montibeller, Lo zaino in spalla, Ensemble, Roma, 2023. Prefazione di Gianni Nebbiosi.
1F. Viola, Umano e post-umano: la questione dell’identità, in F. Russo (a cura di), Natura cultura libertà, Armando Editore, Roma, 2010.
La ricerca di una «buona vita» è obiettivo di ogni individuo che viva la complessità della condivisione umana contemporanea.
Come posso vivere meglio trovando me stesso e il mio equilibrio di buona vita? Per rispondere a questa domanda, Ullrich ha messo a punto un metodo che integra la psicoterapia con stimoli mutuati da processi artistici. Partendo da questo presupposto ha introdotto nel suo metodo quell’approccio di leggerezza che Italo Calvino tratteggia nelle Lezioni americane.
«Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro.»1
Per Calvino un romanziere che intende rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, non può che farne l’oggetto irraggiungibile di una quiete senza fine. Rappresentativo in tal senso è il romanzo di Milan Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere che mostra, in realtà, un’amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere. Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Il romanzo dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna e possono aiutare a emanciparsi.
Emancipazione significa che gli esseri umani possono conquistare l’uso della loro ragionevole libertà. Il fondamento di questa idea, per l’autore, rappresenta il presupposto della autocomprensione dell’essere umano come essere ragionevole. L’emancipazione diventa dunque un atto di decisione liberatoria dell’individuo per diventare se stesso. Mettendo una netta distanza tra sé e le convenzioni e i ruoli sociali, egli sviluppa uno spazio interiore nel quale sono favorite le sue scelte più autonome. Per far evolvere questo spazio interiore, la persona deve appellarsi a una società più allargata nella quale ognuno può assumere la prospettiva dell’altro e può contare sulla certezza di un riconoscimento reciproco. L’identità dell’uomo moderno nasce sempre dalle sue relazioni intersoggettive.
Questo processo di apprendimento, in terapia, significa per il paziente intraprendere un percorso di liberazione ovvero, appunto, di emancipazione.
«Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. È il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci.»2
Il metodo Calvino, basato sull’intreccio fra opposte tendenze, sembra invitare allo studio della leggerezza attraverso l’analisi del suo opposto, della pesantezza.
Il «mondo della vita» è composto da elementi favorevoli allo sviluppo delle persone, come il loro livello di formazione, le qualità, le convinzioni e le tradizioni in cui sono immersi, ma in esso si trovano anche aspetti limitanti o repressivi, ovvero la presenza di norme silenziose che regolano i comportamenti dell’individuo in un modo che può anche essere molto vincolante.
Da una parte gli individui sono immersi nel loro «mondo della vita» e condizionati da esso, dall’altra, quando devono risolvere dei problemi, essi sono autonomi e creano la loro vita.
Tutto questo processo rende possibile, per Ullrich, la comunicazione orientata alla comprensione.
La società moderna capitalistica non è costituita solo dal «mondo della vita» delle persone ma, contestualmente, anche da processi economici e burocratici, che sono dei sistemi dell’azione umana che si regolano non attraverso la comunicazione orientata alla comprensione ma attraverso dinamiche mediate dal denaro o dal potere.3
Il paziente, come tutte le persone, aspira alla sua autorealizzazione, ovvero a trovare un proprio possibile buon progetto di vita, che lo renda felice e possa liberarlo dei sintomi della sua sofferenza. La via che porta a una buona vita necessita che il paziente abbia la capacità di prendere delle decisioni esistenziali.
L’uomo moderno si pone diversi interrogativi in un modo esistenziale: siamo impotenti di fronte alla realtà al punto di poterci solo adattare a essa? Conta ancora qualcosa il nostro desiderio di dispiegare la spontaneità, di usare ragione e fantasia per influenzare il corso della vita?
Nella remota epoca della filosofia greca, quando il macrocosmo dialogava ancora con il microcosmo, secondo Platone, la buona vita era un modello che valeva per tutti ed era legato al concetto di verità e di bellezza.
Nell’epoca del pensiero post-metafisico il concetto di buona vita si è profondamente modificato perché, a differenza di quel remoto passato, non esiste più un modello che valga per tutti.
La persona per cambiare deve solo accettarsi così com’è.4
Ogni persona può scegliere di poter lasciarsi andare passivamente o porsi invece l’obiettivo di riprendere la vita nelle proprie mani, di diventare il regista del proprio destino.
Questo approccio è poi diventato un metodo con Kierkegaard.5
Passo dopo passo, l’individuo assimila la sua storia e seleziona, da essa, gli elementi necessari per decidere chi e cosa vuole essere oggi e in futuro, individuando così anche ciò che non vuole essere e come non vuole condurre la vita. Per l’autore, l’esperienza che gli individui fanno nel percorso alla ricerca del proprio voler essere se stessi li porta ad acquisire un «sapere esistenziale», ovvero essi trasformano se stessi a un livello più alto di coscienza mentre acquistano una consapevolezza del loro essere avviluppati nella propria storia personale e nel loro essere in balia di una forma di vita che dividono in modo intersoggettivo. Questo processo viene reso possibile da un atto di auto-riflessione ma soprattutto da un dialogo con gli altri, dal proporre loro il proprio progetto di vita e discuterlo, dal confrontarsi con critiche e conferme. Lo scambio con gli altri rappresenta, in ultima analisi, una via di uscita da un’esistenza senza via d’uscita.
Habermas sostiene che abbiamo bisogno di testimoni per sviluppare la nostra identità. Abbiamo bisogno di un dialogo etico-esistenziale con gli altri. Questo concetto corregge l’illusione che la nostra individualità si trovi in nostro esclusivo possesso e che si abbia la forza di decidere da soli, con coerenza, chi vogliamo essere e mantenere individualmente questa decisione. La relazione della persona con se stessa nasce solo contemporaneamente alla sua relazione con gli altri.
La ricerca della propria autenticità si svolge nella relazione con altre persone, in un dialogo etico esistenziale, in una comunicazione orientata alla comprensione6 che si può anche chiamare comunicazione congruente.7
La coerenza e la congruenza sono due aspetti strettamente connessi nella ricerca dell’autenticità di una persona.
Una famiglia che pratica una dinamica di comunicazione prevalentemente incongruente induce i suoi membri a interiorizzare e a far propria questa modalità di agire, al punto che anche il viaggio dei singoli componenti alla ricerca del sé viene progressivamente falsato fino a condurre spesso a un processo di alienazione da se stessi.8
Il metodo della «rappresentazione giocosa» posto in essere da Ullrich consiste proprio nel creare le condizioni di esperienza intersoggettiva che permettano ai partecipanti di vivere le loro relazioni nelle condizioni di una comunicazione congruente. Questa, infatti, genera un processo di problem-solving terapeutico in cui, con l’aiuto di fantasia e creatività, i pazienti attivano il percorso di abduzione, ovvero trovano nuove regole di vita che possono poi verificare nelle proprie azioni.
Il metodo della «rappresentazione giocosa» può contribuire così a rendere libero il paziente da condizionamenti e costrizioni che lo attanagliano.
Lavorare con la «rappresentazione giocosa» in terapia affinché l’insostenibile leggerezza dell’essere diventi sostenibile attraverso l’uso di una comunicazione verbale congruente che aiuti il paziente a trovare la propria autorealizzazione, ovvero la propria leggerezza creativa.
Il libro
Wolfgang H. Ullrich, La leggerezza creativa. Un approccio innovativo in psicoterapia, Guerini e Associati, Milano, 2022.
1I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano, 2022.
Il senso di formare una famiglia è fare dei figli? Per il Padre della famiglia raccontata da Sara Mesa è esattamente questo lo scopo del progetto: apportare al mondo altri esseri umani. Perché sono proprio i legami di sangue a fare più famiglia.
Le convinzioni di Damiàn sono per certo un costrutto sociale e religioso anche molto condiviso. Per alcuni quasi un dogma che rappresenta la natura. Ma ogni cosa acquista un differente valore a seconda della prospettiva da cui la si analizza.
La famiglia è un’invenzione sociale e non puramente un fenomeno naturale (Lévi-Strauss, 1969). È fondamentalmente un prodotto culturale e come tale in continua trasformazione ed evoluzione. Ne consegue che le sue caratteristiche strutturali e i modelli relazionali al suo interno cambiano nel tempo e nello spazio. Variano con il mutare dei contesti sociali, in quanto il rapporto tra società e famiglia è assolutamente diretto e imprescindibile. L’una è il prodotto dell’altra e viceversa (De Luise, 2010).
La dimensione privata e privatistica della famiglia si intreccia indissolubilmente con quella pubblica e pubblicistica, a riprova del fatto che famiglia e società sono l’una il prodotto dell’altra e rispecchiano i modelli culturali predominanti in un determinato periodo storico (Luzi, 2015). La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse (Durkheim, 1888).
La Costituzione italiana considera la famiglia come un fatto naturale, istituzionalizzato attraverso il matrimonio. Ècertamente un modo di considerare il modello famigliare, che è molto distante da quello attuale. La famiglia, infatti, non viene più considerata un’istituzione ma un’unione di affetti (Fruggeri, 2005).
Il libro di Mesa indaga la famiglia nel suo aspetto privato e privatistico. L’intera narrazione si concentra sul rapporto tra i famigliari e su ognuno di loro preso singolarmente. L’autrice si sofferma su ogni dettaglio, ogni seppur minima sfumatura che possa consentire al lettore di ben percepire il dramma di ognuno e la complessità della famiglia intera. Anche se non viene indagata nel libro di Mesa, la stretta correlazione con la società è implicita. L’autrice è di origini spagnole. In Spagna, rispetto anche all’Italia, i progressi fatti, sul piano legislativo, a vantaggio di una parità di fatto per le diverse tipologie di famiglie sono notevoli eppure non si può non domandarsi se, in concreto, questo progresso sia davvero presente a livello sociale e culturale. Leggendo tra le righe del romanzo di Sara Mesa la risposta è no. Il libro infatti sembra sottendere una volontà di denuncia, un anelito di ribellione, uno spirito di rivalsa. Contro il patriarcato. Contro l’autoritarismo. Contro le costrizioni. Contro l’ipocrisia.
Sara Mesa ha scelto un’impostazione corale per il suo romanzo, un modo per raccontare gli stessi accadimenti sfruttando differenti punti di vista. Ed è proprio seguendo le molteplici angolature che il lettore riesce a percepire quel forte desiderio di libertà e critica ai pilastri che hanno sostenuto e sostengono l’istituzione famigliare: autoritarismo e obbedienza, vergogna e silenzio.
Già. Si parte proprio dal silenzio. Il romanzo si apre al lettore con l’affermazione del padre circa la trasparenza della sua famiglia nella quale, a suo dire, non ci sono segreti. In realtà i segreti ci sono. A mancare è la comunicazione. A regnare è il silenzio.
Una famiglia che pratica una dinamica di comunicazione prevalentemente incongruente induce i suoi membri a interiorizzare e a far propria questa modalità di agire, al punto che anche il viaggio dei singoli componenti alla ricerca del sé viene progressivamente falsato fino a condurre spesso a un processo di alienazione da se stessi (Ullrich, 2019).
Una comunicazione incongruente, quella della famiglia raccontata dall’autrice, frutto anche dei timori per l’autoritarismo del capofamiglia e della volontà, perlopiù inconscia, di ottenere la sua approvazione continua.
Il Padre, per esser certo che Il Progetto funzioni, ha stabilito regole rigide. In teoria ciò non sarebbe neanche sbagliato ma bisogna chiedere qual è il confine che separa l’ordine dalla psicosi e, soprattutto, qual è il livello di sopportazione per ogni singolo componente il nucleo famigliare. Sara Mesa indaga a fondo questo aspetto, raccontando in dettaglio le conseguenze subite da ognuno dei componenti la famiglia. I figli ne risentono molto ma anche il padre e la madre finiscono con il subire le regole, sotto il cui peso l’intera famiglia rischia di soccombere soffocata anche dal claustrofobico spazio della loro abitazione.
Non è lo spazio fisico in quanto tale a mancare ma lo spazio per vivere, creare, sognare, liberarsi da obblighi e timori e lasciarsi andare alla vita.
Il libro
Sara Mesa, La famiglia, La Nuova Frontiera, Roma, 2024.
Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.