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Irma Loredana Galgano

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La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

21 lunedì Gen 2019

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AlfonsoGiordano, Limiti, LuissUniversityPress, recensione, saggio

Limiti. Frontiere, confini e la lotta per il territorio di Alfonso Giordano, edito da Luiss University Press in prima edizione a luglio 2018, è un testo scritto per analizzare i concetti basilari di frontiera limite confine e sovranità, nonché la loro evoluzione nel tempo e rappresentazione cartografica.
Si tratta di un libro che, analizzando l’evoluzione di queste nozioni, come del resto dello stesso mondo fisico cui vengono applicate, riesce a far comprendere al lettore numerosi e nodosi aspetti della più stretta attualità. Per esempio le lotte civili e intestine ancora presenti in varie parti del pianeta, le guerre di conquista, di potere o economiche, gli attacchi terroristici di varia matrice, il fenomeno delle migrazioni di popoli.

Alfonso Giordano è docente universitario e il suo libro equivale a una lectio magistralis posta per iscritto. Per comprenderne appieno il senso e gli insegnamenti bisogna avere la pazienza di leggerlo fino in fondo. Solo allora infatti si chiariranno anche quelle parti che erroneamente, nel leggerle, sono potute sembrare divagazioni o pedanti approfondimenti. In realtà sono dei chiarimenti, a volte anticipati, che aiutano il lettore a non lasciare zone d’ombra all’interno del ragionamento portato avanti dall’autore. Sono spiegazioni propedeutiche alla tesi enunciata.

In questo mondo globalizzato e iperconnesso, «in cui si comincia a guardare allo spazio come luogo di prossima colonizzazione umana», confini e frontiere tradizionali sembrano non avere più l’importanza di un tempo. Eppure, a meglio guardare, è piuttosto vero il contrario. Il ritorno del sovranismo «sottolinea con forza l’importanza delle identità nazionali» e in molti «auspicano un ritorno a confini più rigidamente demarcati e a frontiere chiuse».
Mai come oggi «la percezione stessa del limite convive con l’aspirazione dell’illimitato». Gli Stati continuano a mostrare molta attenzione al controllo del loro territorio dando vita a quel fenomeno che Michel Foucher ha definito «ossessione per le frontiere». Gli spazi geografici del pianeta Terra, tranne poche aree soggette a convenzioni internazionali, sono totalmente occupati dagli Stati e, proprio dalla «limitatezza degli spazi da acquisire o rivendicare, emerge una competizione tra gli Stati», principale oggetto di analisi del testo di Giordano.

L’autore ricorda che, sebbene l’impatto della globalizzazione venga associato a nozioni quali “la fine dello Stato”, le attività umane continuano ad avvenire dentro confini ben definiti. Una condizione di borderlessness «è un discorso che ha riguardato negli ultimi decenni soprattutto l’Europa», ma che è entrato in crisi con i recenti sviluppi della crisi migratoria nel Mediterraneo.
I conflitti cruenti interni ad alcune aree del mondo e le disuguaglianze economiche tra aree ricche e povere che alimentano i continui flussi di migranti mostrano quanto «sia illusorio pensare che dei confini, per quanto sempre più fortificati e controllati, possano efficacemente contrastare la spinta del bisogno, della paura o anche solo dei sogni di un futuro migliore».

In questo mondo interconnesso e globalizzato permangono forti attriti di tipo culturale, «che alcuni hanno chiamato di civiltà». Conflitti gravi permangono dove ancora «i confini, piuttosto che lo Stato, vengono rappresentati come fattori di identità e sicurezza». I confini finiscono per stabilire «una gerarchia: la posizione di un individuo nello spazio sociale è condizionata dai confini all’interno dei quali lo stesso individuo risiede», al punto da contribuire a determinare la sua identità.
Solo poche ideologie e pochi uomini hanno saputo «immaginare un mondo senza confini», senza essere preda della paura «di un inevitabile bagno di sangue, il tristemente noto homo homini lupus».

Nelle regioni dove i confini sono tracciati senza tener conto del fattore etnico, «o dove esiste una forte migrazione internazionale», molto spesso le culture varcano i confini e pongono un problema di coabitazione. Gli Stati che hanno in corso contese, a «diverso livello di conflittualità, con uno o più paesi per la sovranità su regioni, isole o territori frontalieri, sono più di centottanta». Le soluzioni a questi conflitti, «che spesso dietro la parola “territoriali” nascondono sofferenze umane», non potranno «essere ricercate nel solo sistema anarchico delle relazioni internazionali», ma dovranno sempre più essere «tese a una maggiore cooperazione internazionale nell’ambito di regole condivise».

Dopo aver elencato e analizzato le maggiori dispute territoriali nelle varie parti del mondo, Giordano si sofferma sul conflitto che potrebbe ripresentarsi al confine tra Irlanda del Nord – facente parte del Regno Unito – e Repubblica d’Irlanda come conseguenza di eventuali modifiche allo status quo allorquando la Brexit sarà ultimata. A rendere possibile l’accordo di pace del 1998 fu proprio «la prospettiva che il confine tra le due Irlande sarebbe in sostanza scomparso».

Il territorio è «un elemento che concettualmente si crede inamovibile» e si tende a indicarlo come un “limite fisso”, tuttavia mostra «la sua elasticità nella geografia politica contemporanea del mondo». Il fenomeno della globalizzazione, infatti, ha fornito come esito «una serie di potenti processi di sconfinamento» che pongono continuamente in tensione «partizioni consolidate come quella tra Nord e Sud e tra centro e periferia del mondo». Mai come oggi «la conoscenza geografica si rivela, dunque, ancor più necessaria» anche per evitare che tutto diventi una sorta di “gioco virtuale”, pericoloso quanto deleterio.
Giordano ha ricordato che visualizzazioni da paesi diversi di Google Maps danno come risultato carte geografiche con “limiti” differenti. «Google, spesso finita nei guai per le rappresentazioni soggettive delle sue carte», ha deciso, “semplicemente”, di mostrare «a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole».

Viene da sé a questo punto considerare una approfondita e seria conoscenza geografica di notevole importanza, anche e soprattutto nell’era di Google Maps. Come lo è la consapevolezza dell’importanza di libri come Limiti di Alfonso Giordano.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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15 lunedì Ott 2018

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Laconoscenzaeisuoinemici, LuissUniversityPress, recensione, saggio, TomNichols

Solo gli elettori possono risolvere le questioni che riguardano le loro famiglie e il loro Paese, e solo loro «devono assumersi la responsabilità ultima di queste decisioni». Ma «gli esperti hanno l’obbligo di contribuire». Per questo motivo Tom Nichols ha scritto The death of expertise. The campaign against established knowledge and why it matters, pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2017 da Oxford University Press e in Italia in prima edizione a febbraio 2018 da Luiss University Press nella versione tradotta da Chiara Veltri con il titolo La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia.

Oggi l’America è un Paese «ossessionato dal culto della propria ignoranza». Il punto non è soltanto che la popolazione non ne sa molto di scienze, di politica o di geografia, «il problema più grande è che siamo orgogliosi di non sapere le cose». Per gli americani rifiutare l’opinione degli esperti significa «affermare la propria autonomia», un metodo per «isolare il proprio ego sempre più fragile» e non sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa.

Sicuramente non è un azzardo affermare che in Italia si assiste a un fenomeno molto simile. Basti pensare, per fare un esempio, alle discussioni mediatiche relative alle vaccinazioni obbligatorie dei minori. Considerazioni e decisioni che spetterebbero alla comunità medico-scientifica date in pasto alla e dalla stampa a una intera popolazione. Riuscendo in questo modo a trasformare il tutto in una serrata quanto assurda competizione tra i pro-vax e i no-vax su chi detenga o meno lo scettro della ragione.

«Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro» sembra essere diventato un mantra o un imperativo categorico anche in Italia dove si assiste, nella Rete, sui social ma anche nei classici luoghi fisici di scambio di idee e opinioni, a una vera e propria esplosione dei cosiddetti laureati alla Google University. In linea teorica, dare peso e valore all’opinione o alle idee di tutti e di ognuno è di per sé una bella cosa. Il problema si fa serio e grave quando veramente si diventa convinti che una semplice ricerca fatta con un qualsiasi motore di ricerca online sia sufficiente non solo a formarsi un’opinione in merito anche ad argomenti che riguardano la salute e la sicurezza pubbliche, ma acquisti, o debba farlo, il peso di una conoscenza acquisita con un lungo e articolato percorso di studio, di ricerca o professionale.

Il sapere di base medio è ormai talmente basso da essere crollato prima a livello di disinformazione, poi di cattiva informazione e ora «sta sprofondando nella categoria errore aggressivo». La gente non solo crede alle sciocchezze, si oppone anche attivamente a imparare di più, «pur di non abbandonare le proprie errate convinzioni». Si è passati, nel giro di pochi decenni, da una fiducia totale e incondizionata, spesso anche mal riposta, negli esperti e nei leader politici, a un atteggiamento rabbioso e di sfida, alla convinzione che esperti e leader politici sbaglino sempre, in quanto tali. È necessario però che la gente acquisti o riacquisti la consapevolezza che il giudizio degli esperti, anche laddove venga richiesto dai governanti, è un mero consulto, un parere non una decisione. Quella spetta ai rappresentanti eletti. Ecco perché la responsabilità è e ricade sugli elettori. Sono loro che, tramite voto, eleggono coloro che prendono le decisioni. Ed ecco perché è importante che le persone continuino a informarsi, a studiare, a istruirsi nel migliore dei modi possibile. Perché le loro scelte elettorali ricadranno inevitabilmente su di loro, sulle loro famiglie e sull’intero Paese.

Isaac Asimov, citato da Nichols nel testo, sosteneva che vige la falsa convinzione che democrazia significhi che «la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza». Non è certo su questo genere di eguaglianza che si basa o debba basarsi una democrazia. Sull’eguaglianza dei diritti, questo sì. Il rischio è di «gettare via secoli di sapere accumulato». Pensiamo a quanto accaduto nel nostro Paese, alle lotte condotte solamente sul limitare del secolo appena concluso per ottenere un accesso facilitato all’istruzione, a tutti i suoi livelli, per i giovani provenienti da ogni ceto sociale. E oggi si è costretti ad assistere a una generale e generica, quanto allarmante, demotivazione verso l’istruzione, l’apprendimento e la cultura in generale che tanto non paga e non ripaga degli sforzi compiuti. Nulla di più deleterio. E falso. E sbagliato. E pericoloso.

Per Tom Nichols il cerchio sembra essersi chiuso e nel peggiore dei modi possibili. Partendo dall’età premoderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino ad arrivare a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove i cittadini si ritengono esperti in qualsiasi cosa. E anche laddove è palese che non lo sono, si astengono dal porvi rimedio con un’accurata e profonda documentazione e preferiscono di gran lunga scegliere la strada della noncuranza, colmando i vuoti di conoscenza con l’indifferenza o, peggio, con l’aggressività. «Questo è l’opposto dell’istruzione, il cui obiettivo dovrebbe essere che le persone, non importa quanto siano intelligenti o abili, apprendano per tutta la vita». Ormai si pensa invece che l’acquisizione di un sapere anche minimo sia il punto di arrivo dell’istruzione e non l’inizio. È questa è innegabilmente e assolutamente una cosa pericolosa.

Gli esperti piuttosto che addentrarsi in aride discussioni, pregiudizi e preconcetti hanno quasi sempre preferito trincerarsi all’interno della linea sicura e confrontarsi tra di loro.
In una società realmente libera, i giornalisti sono i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura. Qual è invece il ruolo da essi svolto nelle democrazie occidentali? Cosa succede quando i cittadini chiedono di essere intrattenuti anziché informati? «In questo ambiente mediatico ipercompetitivo, direttori e produttori non hanno più la pazienza – né il lusso economico – di lasciare che i giornalisti sviluppino le proprie competenze o approfondiscano la conoscenza di un argomento».

La gente sa poco e si interessa ancor meno di come viene governata o di come funzionano davvero le strutture economiche, scientifiche o politiche. Tuttavia, a mano a mano che tutti questi processi diventano più incomprensibili, «i cittadini si sentono più alienati» e così, sopraffatti, si allontanano dallo studio e dall’impegno civile e si rifugiano in altre attività. Ciò li rende a loro volta cittadini meno capaci, e il circolo vizioso si rafforza, soprattutto quando «la fame pubblica di fuga viene alimentata dall’industria del tempo libero». E così, «inondati di gadget e comodità in passato inimmaginabili, gli americani (e molti altri occidentali, a essere onesti) oppongono un rifiuto quasi infantile a un apprendimento sufficiente a governarsi da sé o a guidare le politiche che influiscono sulle loro esistenze». I cittadini, ovvero gli elettori, sembrano essere più interessati ai candidati e alle loro personalità che alle loro idee o politiche. Come se in cabina elettorale dovessero scegliere il proprio attore o cantante o showman preferito e non il rappresentante incaricato di tutelare e garantire i propri diritti, quelli della propria famiglia e dell’intero Paese.

Interessante l’analisi delle interviste condotte dal comico statunitense Jimmy Kimmel in prossimità delle ultime presidenziali americane. Ai passanti veniva chiesto quale riforma delle tasse preferissero tra quella proposta da Donald Trump e l’altra di Hillary Clinton. Dati che erano stati preventivamente e segretamente invertiti. Gli esiti dell’indagine hanno mostrato e dimostrato, purtroppo, che gli elettori scelgono in base ai candidati e ai pregiudizi ideologici, non in base al merito delle proposte nella loro concretezza. Ed è stato più o meno in base allo stesso criterio di scelta che in Italia, per esempio, si è consentito a governi di centro-sinistra, o che tali si definivano, di portare a compimento riforme, come quella del lavoro, che neanche i governi di centro-destra, o che tali si dichiaravano, erano riusciti a portare avanti.

Gli esperti non sono infallibili, «hanno commesso errori terribili, con conseguenze spaventose». Ragione in più per cui i profani devono «diventare consumatori più consapevoli dei loro pareri». I cittadini devono assumersi «la propria responsabilità civica». Gli esperti devono, naturalmente, assumersi quella relativa ai pareri e ai consigli elargiti. Che però, va bene ricordarlo, sono semplicemente questo, ovvero non sono vincolanti su quelle che poi saranno le decisioni ultime prese dai politici che li hanno interpellati. Il crollo del rapporto tra esperti e cittadini «è una disfunzione della democrazia» e va risolto perché i politici non smetteranno mai di affidarsi agli esperti ma, se viene meno il controllo vigile dei cittadini, «cominceranno ad affidarsi a esperti che diranno loro – e ai profani arrabbiati che bussano con forza alle porte dei loro uffici – tutto quello che vogliono sentirsi dire».

Jan Vermeer, “Astronomo”, olio su tela 1668

È stato scritto del testo di Nichols che è un libro necessario a ridare la giusta voce agli esperti, unico modo per contrastare l’avanzata degli inesperti incompetenti, i quali altro non farebbero che diffondere fake news. Notizie false e allarmismi vari che sono la base dei pericolosi populismi che spopolano nel mondo occidentale. La situazione in realtà è un tantino meno semplicistica e riduttiva e l’analisi condotta da Tom Nichols ne La conoscenza e i suoi nemici molto più complessa, articolata e obiettiva.

Il fine ultimo dello studio di Nichols non è fare in modo che la voce degli esperti sia o diventi l’unico faro a illuminare le democrazie di tutto il mondo. Piuttosto che gli elettori, vero ago della bilancia di ogni sistema democratico che funzioni, imparino sempre più, e bene, e meglio, in modo tale che possano effettuare scelte più ponderate e motivate in cabina elettorale prima e siano in grado di meglio comprendere le decisioni politiche poi, nonché i pareri degli esperti interpellati dai politici che essi stessi hanno eletto. Il tutto per poter svolgere con nozione di causa il ruolo di controllo e vigilanza sulle politiche governative che ricadono, inevitabilmente, sugli elettori e sulle proprie famiglie.

James Madison, citato dallo stesso Nichols, affermava che «un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che dà la conoscenza». Lo stile di vita adottato dai cittadini delle democrazie occidentali però sembra essere dettato dalla sempre più ferrea e diffusa volontà di riservarsi «il diritto di essere ignorante». E ciò è una pericolosa caduta libera senza imbracatura né rete di protezione che reggano all’impatto, o meglio allo schianto.

I profani non possono fare a meno degli esperti e devono accettare questa realtà senza rancore. Ingegneri, avvocati, medici, ricercatori, scienziati… non possono cessare di esistere solo perché ora c’è internet con i suoi motori di ricerca. Gli esperti, dal canto loro, devono accettare il fatto che i loro pareri, che a loro potranno sembrare ovvi e giusti, non vengano sempre seguiti. Questa l’opinione dell’autore, il quale ammette che potrebbe anche sbagliarsi. Certo, potrebbe anche sbagliarsi. Oppure potrebbe avere ragione.

La libertà, inalienabile, di maturare opinioni diverse, differenti, addirittura opposte purché basate su dati, conoscenze, esperienze e il più obiettive possibili. In fondo una repubblica democratica funziona solo laddove vi sia rispetto reciproco ed equilibrio nei ruoli che ognuno sceglie e accoglie per sé. Equilibrio e rispetto che, purtroppo, vacillano in tutte le democrazie occidentali, non solo in quella americana. Ed é su questi principi che Nichols invita ad approfondire, a profondere impegno e sforzi. Non, come si è letto, sulla sedicente rivolta che gli esperti starebbero finalmente per attuare. La loro fantomatica rivoluzione contro i “nemici” della conoscenza.

Questo è il mio parere sul testo di Nichols. Ma anche io, come l’autore, potrei sbagliare. Oppure no.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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19 mercoledì Set 2018

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Controlademocrazia, JasonBrennan, LuissUniversityPress, recensione, saggio

Apprendendo grossolanamente la teoria di Brennan sull’epistocrazia e la sua classificazione dei cittadini-elettori è facile incappare in un sentimento/risentimento molto ostile. In effetti è proprio quello che è successo, negli Stati Uniti prima e anche in Italia poi. Il che, per inciso, non fa che confermare la teoria stessa di Brennan.
È innegabile infatti che in Usa, come in Italia, la categoria più ampia di cittadini è composta dai così definiti hooligan. Basta leggere i giornali, i blog degli opinionisti, i post e i commenti sui vari social, ascoltare i discorsi della gente per strada, nei bar… per trovarne conferma.
Parimenti innegabile è il fatto che alla categoria dei vulcaniani, in Usa come in Italia, appartengono solo una sparuta quantità di cittadini. Il che non significa che questi siano ricchi, benestanti, bianchi… neanche Jason Brennan lo pensa.

Esce in prima edizione a febbraio 2018 per Luiss University Press Contro la democrazia di Jason Brennan, con la prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele de Mucci, nella versione tradotta da Rosamaria Bitetti e Federico Morganti del libro originariamente pubblicato negli Stati Uniti d’America nel 2016 con il titolo Against Democracy da Princeton University Press.

Brennan suddivide i cittadini in tre categorie: gli hobbit, che hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza politica; gli hooligan, portati a sapere più degli hobbit ma fortemente distorti nella valutazione delle informazioni, con una spiccata tendenza a respingere tutte le tesi opposte alle proprie; i vulcaniani che combinano una vasta conoscenza e una buona raffinatezza analitica con un’ampia apertura mentale.
Invece di agire come «cercatori di verità», gli elettori si comportano come «fan politici», facendo il tifo per una o per l’opposta squadra al pari dei tifosi sportivi. «L’ignoranza e la polarizzazione degli elettori li lasciano in balìa di politici senza scrupoli, ideologi e gruppi di interesse».

Un analfabetismo politico e istituzionale che si trascina fin dalla gioventù. Basta ascoltare i giovani alle prese con le loro prime visite ai seggi elettorali o anche solo nelle discussioni politiche che diventano, inevitabilmente, meri attacchi e contrattacchi partitici. Come gli adulti del resto.
La scelta di chi deve rappresentare i cittadini in Parlamento e in tutti gli altri organi ed enti rappresentativi non può e non dovrebbe mai essere motivata dalle sole ideologie o, peggio, sul pregiudizio di chi ne professa di diverse. Le scelte dei rappresentanti eletti si riflettono poi, inevitabilmente, su tutta la cittadinanza e sarebbe quindi opportuno iniziare a selezionare i governanti sulla base di progetti concreti per la collettività.

«Se ci rifiutiamo di tollerare una pratica medica o il lavoro dell’idraulico privi di conoscenza e competenza, dovremmo trattare con lo stesso metro il votare inconsapevolmente». Brennan sottolinea come il voto non sia semplicemente una scelta individuale ma «l’esercizio di un potere sugli altri» che dovrebbe essere sempre utilizzato in modo responsabile non fosse altro appunto perché le scelte politiche ricadono su tutti i cittadini indistintamente.
Coloro che si astengono «sono mediamente hobbit», mentre gli elettori «sono, in media, hooligan». «Il problema è che molte teorie filosofiche sulla democrazia presumono che i cittadini si comportino come vulcaniani».

Negli Stati Uniti gli immigrati regolari che non superano un test di educazione civica non hanno il permesso di andare a votare. Il medesimo test che, per Jason Brennan, «la maggior parte della popolazione di origine americana fallirebbe». Ci sono buone possibilità che accadrebbe anche in Italia. L’elettore medio, «è male informato o ignorante su informazioni politiche di base», e sa ancora meno su argomenti che richiedono «nozioni di scienze sociali più avanzate».

Lo scopo di Jason Brennan nello scrivere un libro sull’epistocrazia non sembra quello di avallare questo tipo di governo, piuttosto quello sottolineato da Raffaele de Mucci, ovvero essere «come una roccia precipitata in un immenso specchio d’acqua che altrimenti correrebbe il rischio di diventare una palude stagnante». L’autore si dichiara al contempo un critico e un fan della democrazia, la quale sappiamo avere «difetti sistemici», e per questo motivo bisognerebbe «essere aperti all’idea di studiare e sperimentare nuove alternative». Nuove forme di governance che, riuscendo egualmente o anche meglio a garantire le libertà economiche e soprattutto civili che promette la democrazia, offrano la possibilità di valorizzare competenze e conoscenze a discapito, finalmente, di opportunismo e corruzione.
In buona sostanza, il fulcro del ragionamento di Brennan sta nella considerazione che la democrazia altro non è che uno strumento, «se riuscissimo a trovarne uno migliore, allora dovremmo sentirci liberi di utilizzarlo».

Gli individui decidono per sé stessi sulla base dei loro incentivi e interessi individuali. «Acquisire informazione ha un costo», richiede tempo e sforzi che potrebbero essere impiegati «per promuovere altri nostri obiettivi». Gli economisti chiamano questo fenomeno «ignoranza razionale». Razionalmente infatti si preferisce dedicarsi ad altro. Le politiche che le persone difendono però sono strettamente correlate a ciò che esse sanno.
In politica, come del resto in quasi tutti gli altri contesti, «soffriamo l’in-group/out-group bias», o altrimenti detto «favoritismo di gruppo». Siamo inclini cioè a fare gruppo e a identificarci fortemente con esso. Tendiamo a sviluppare animosità verso gli altri gruppi, anche laddove non ce ne sarebbe motivo. Abbiamo il pregiudizio di assumere che il nostro gruppo sia buono e giusto e che i membri degli altri gruppi siano cattivi, stupidi e ingiusti. «La nostra dedizione al gruppo può spesso scavalcare il nostro impegno verso la verità e la morale», tendendo ad accettare le prove che supportano le nostre posizioni precedenti e a rifiutare o ignorare le prove che le smentiscono.
«Il nostro tribalismo politico si riversa sul nostro comportamento al di fuori della politica, corrompendolo».

Esemplare a tal proposito l’esperimento condotto da Shanto Iyengar e Sean Westwood riportato nel testo. È stato chiesto a mille soggetti di valutare i curricula di potenziali candidati di cui era stato evidenziato l’orientamento politico. «I risultati sono deprimenti: l’80.4% dei soggetti democratici sceglie di dare lavoro al candidato democratico, mentre il 69.2% dei soggetti repubblicani sceglie il repubblicano». I due ricercatori hanno verificato che «i meriti del candidato non hanno alcun effetto significativo sulla selezione del vincitore». Non si può che condividere l’opinione di Brennan quando afferma che «questo è un comportamento irresponsabile, corrotto».

Si tende a vedere gli avversari politici come «stupidi e malvagi» anziché, semplicemente, come «persone ragionevolmente in disaccordo». Se vogliamo che la gente guardi ai propri concittadini come amici, come persone impegnate in un’impresa cooperativa volta a ottenere benefici reciproci, e non come nemici, «dobbiamo desiderare che stia il più possibile alla larga dalla politica», o almeno dalla politica così com’è attualmente intesa.

Informazione, documentazione, ricerca. Interrogarsi sulle cose, sui fatti, sui problemi. Cercare soluzioni, alternative. È questa l’evoluzione che sembra indicare Brennan, il quale ammette che, più volte, si è trovato a ricredersi, a cambiare opinione, ad abbracciare teorie che mai avrebbe pensato di prendere in considerazione. In fondo è sempre lo spirito critico, unitamente alle conoscenze e a una sana curiosità, che hanno prodotto o condotto alle nuove scoperte in tutti i campi del sapere, preludio imprescindibile alle piccole e grandi rivoluzioni.

Emerge dalla lettura di Contro la democrazia di Jason Brennan non tanto la volontà dell’autore di condurre la ristretta cerchia dei vulcaniani al governo del Paese, quanto piuttosto quella di stimolare azioni e progetti che rendano hobbit e hooligan meno tali e quanto più vulcaniani possibile. In fondo, come sosteneva Herbert Spencer e come ricorda lo stesso Brennan: «un uomo non è meno schiavo se, ogni certo numero di anni, gli si permette di scegliersi un nuovo padrone».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


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