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Irma Loredana Galgano

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Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l’ultima grande utopia del Novecento

03 giovedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GuerinieAssociati, intervista, Lultimautopia, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, RenzoGuolo, saggio, terrore, Terrorismo

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno richiamato, con maggiore forza, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla questione dei foreign fighter. Cittadini europei o immigrati di seconda generazione che scelgono di abbracciare l’Islam più radicale e combattere per lo jihad, addestrati in campi allestiti in Medio Oriente, spesso ritornano in Europa e il motivo si teme possa essere la realizzazione di attentati kamikaze.

Lo stesso commando responsabile degli assalti di Parigi era composto da nove persone, di cui sei cittadini europei. Allora in molti si chiedono quale sia l’utilità della chiusura delle frontiere auspicata da alcune forze politiche come deterrente all’ingresso in Europa di stranieri considerati potenziali attentatori. Altri invece cercano di focalizzare l’interesse sui foreign fighter perché rappresenterebbero quest’ultimi il reale pericolo da cui difendersi.

Chi sono i foreign fighter? Da dove provengono? A quali ceti sociali appartengono? Perché scelgono di convertirsi all’Islam radicale? Davvero questo rappresenta l’ultima grande utopia del Novecento?

Abbiamo rivolto queste domande a Renzo Guolo, docente di Sociologia della politica e Sociologia della religione presso l’Università degli Studi di Padova e di Sociologia dell’islam nel Master di Studi sull’Islam d’Europa, oltre che autore di L’ultima utopia. Gli jihadisti europei (Guerini e Associati, 2015).

Il dibattito attuale sull’Isis, anche a seguito degli attentati del 13 novembre a Parigi, si sofferma spesso sul fenomeno dei foreign fighter, a cui è dedicato il suo saggio L’ultima utopia. Cos’attrae dell’Islam radicale al punto da decidere di andare a combattere per la sua affermazione? È solo la mancanza di ideologie forti in Occidente?

La dimensione ideologica è un elemento rilevante, conferma il fatto che tra i cosiddetti foreign fighter abbiamo un profilo sociale e culturale molto diversificato. Troviamo giovani che provengono dalle banlieue parigine o da Molenbeek, come nel caso degli attentati di novembre, con situazioni di marginalità sociale alle spalle ma anche giovani che provengono da ceti medi. L’ideologia offre loro una sorta di senso che probabilmente dentro al mare fluttuante della modernità liquida non riescono a trovare. Per cui, in condizioni particolari quali il malcontento per la modernità o per la marginalità, questa ideologia che promette di sovvertire e combattere l’ordine mondiale può apparire un elemento che attrae, che dà una forte identità in situazioni in cui queste persone sembrano averne bisogno.

Nel delineare un identikit dei foreign fighter europei, lei nota una trasversalità di fondo che rende difficile stabilire delle caratteristiche fisse, ma ne individua due comuni: sono in prevalenza giovani e diventano musulmani sunniti. Perché l’integralismo islamico riesce a far presa in modo così forte sui giovani europei?

Parliamo di immigrati di seconda generazione per i quali il bagaglio religioso è considerato o un mero elemento culturale o comunque qualcosa di diverso dall’Islam tradizionale, per cui quando decidono di ritrovarlo come ideologia mobilitante imboccano la via del radicalismo proprio per la sua messa in discussione finanche della religione stessa. Per questo tipo di militanti lo jihad è quasi una sorta di sesto pilastro dell’Islam ma se si va a vedere la dottrina islamica non c’è alcun obbligo del credente rispetto a questa dimensione. È evidente che la religione viene vissuta non più come tradizione ma come sostegno alla mobilitazione politica. Il 90% del mondo islamico è sunnita e il radicalismo islamico si è sviluppato, così come noi lo conosciamo ovvero nella forma dello jihadismo, al suo interno, mentre nel mondo sciita di fatto è diventato Stato con la Rivoluzione iraniana del 1979. Anche nel campo dell’Islam politico-radicale in sostanza sono state riprodotte le fratture confessionali antiche.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Tra i foreign fighter in Siria e in Iraq spiccano anche immigrati di seconda generazione. A quale loro esigenza, che non trova riscontro in Occidente, potrebbe rispondere l’Isis? Si può parlare di un’integrazione mancata?

Sì, l’integrazione mancata è un elemento chiave. Lo vediamo attraverso i percorsi per gli immigrati di seconda generazione per esempio nei sobborghi metropolitani londinesi oppure nelle banlieue francesi. Un’integrazione mancata è evidente nel grande percorso che è stato fatto nel tempo dai giovani di banlieue se pensiamo al Movimento di rivolta della fine degli anni ’80. Rompevano le vetrine e si appropriavano dei beni e, paradossalmente, chiedevano l’integrazione attraverso il consumo. Oppure ancora nella rivolta nelle periferiedel 2005 contro l’idea francese dei valori universali veicolati del modello assimilazionista. Testimonianze tutte del fatto che il processo di integrazione si era fermato.

L’Isis è riuscito, facendosi Stato, a mostrare l’Islam radicale come ultima ideologia capace di sovvertire lo status quo appena descritto. E questi ragazzi hanno maturato una sorta di nichilismo religioso con l’idea di distruggere tutto, rovesciare un ordine in cui non ci si può più riconoscere per cercare di instaurarne un altro.

Per comprendere gli accadimenti e le scelte compiute dai foreign fighter lei suggerisce di ampliare il raggio di azione degli studi verso l’analisi del concetto di radicalizzazione e non fermarsi ai risultati delle osservazioni sul terrorismo. Quali sono i punti sostanziali su cui bisogna focalizzare l’attenzione per scandagliare al meglio il fenomeno?

Il concetto di radicalizzazione ci consente di capire cosa succede prima che queste persone scelgano di aderire all’Islam radicale e quindi, in qualche modo, di mettere in atto azioni di prevenzione da parte delle istituzioni, delle società. Proprio perché la radicalizzazione è un processo, si tratta di comprendere quali sono i fattori sociali che possono indurre queste persone ad aderire. Oggi ammontano a circa 5000 gli europei tra i foreign fighter in Siria e Iraq o che ci sono stati in questi anni. Il numero è altissimo. Capire i processi che portano alla radicalizzazione permette anche di comprendere quali scelte politiche e sociali compiere per cercare almeno di ridurre il fenomeno.

Lei indica tra i luoghi della radicalizzazione le moschee, il carcere e soprattutto la Rete. Non è la prima volta che a questa viene imputata una responsabilità in tal senso. Quanto ha inciso sullo jihadismo attuale e quanto lo ha condizionato l’essere nell’era della digitalizzazione?

Ha inciso moltissimo perché un tempo per leggere, ad esempio, il testo di un predicatore islamista radicale bisognava conoscere qualcuno che potesse renderlo disponibile, oppure procurarselo… ma diventava difficile. Oggi invece se voglio leggere i teorici radicali o certe interpretazioni specifiche, la Rete offre un’enorme possibilità di accesso. In più questa è interattiva e ciò consente anche di comunicare con ambienti islamisti radicali. La capacità di proliferazione è molto più accentuata. Basti pensare all’attenzione spasmodica che l’Isis assegna alla costruzione non solo del messaggio ma della produzione mediatica dei docu-film fino ai reportage di combattimento e ai videogiochi di guerra in versione islamista radicale.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Uno dei temi più sentiti dello jihadismo è quello di Shahīd, cioè l’essere testimone della fede attraverso concrete operazioni di testimonianza. Spesso ciò equivale a trasformarsi in veri e propri martiri. Come si inseriscono i foreign fighter in questo? E come interpretano il martirio?

Nell’ideologia radicale il cosiddetto martirio ha un ruolo centrale. Nel momento in cui si aderisce a questi gruppi si dà per scontato che ci sia la consapevolezza a considerare lo jihad come un obbligo personale. Per molti giovani che provengono dalle periferie disagiate questo elemento può diventare un gesto che va a riscattare una vita vissuta come sbagliata, segnata da condotte illecite o poco legate ai principi religiosi. Per altri l’idea di diventare martiri coincide col testimoniare, con la propria scelta, un percorso in cui si dimostra che si è stati coerenti fino in fondo. È evidente che la credenza del martirio deve essere fatta propria in pieno. Non è escluso il ripensamento. Pensiamo al caso, probabilmente, dell’ultimo membro del commando di Parigi che sembra essersi sottratto a questo compito. In fondo si tratta di togliere la vita ad altre persone e a se stessi.

Restando in tema, alcuni giornalisti sostengono che il martirio, ovvero l’immolarsi per la causa, spesso equivalente al diventare un kamikaze, in realtà abbia poche valenze religiose o spirituali ma sia dettato da un bisogno economico estremo. In altre parole i martiri acconsentono a diventare tali perché in cambio hanno ricevuto la promessa di un indennizzo/risarcimento per i familiari. Ritiene che questa si possa effettivamente spiegare solo ricorrendo a tale motivazione? Ed è possibile formulare una tale ipotesi anche per i foreign fighter? 

Ci sono casi molto diversi, può esserci anche l’elemento della compensazione materiale. Ma non è questo l’elemento determinante, che io penso sia legato all’idea di sacrificio di sé per una causa superiore. Lo abbiamo visto anche con i tanti casi di suicidio in Iraq e Siria: molti foreign fighter che si sono fatti saltare in aria lo hanno visto come la logica conclusione di un percorso di rifiuto dell’esistenza precedente ed è come se si cercasse, con questa scelta, di tagliare i ponti con tutto quello che era terreno per porsi in un piano extra-mondano. Il motto che ripetono spesso è: non c’è altra ricompensa più grande del martirio, visto come un qualcosa che regala una forte identità personale e consente di metterla al servizio della causa.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Il titolo del suo saggio è molto emblematico, ma “ultima” è da intendersi nel senso di “definitiva” o nel senso di “più recente”, l’ultima in ordine cronologico? Cioè, ritiene possibile pensare a un’utopia in grado di fronteggiare quella proposta dall’Isis?

Le utopie si presentano ciclicamente, quando ho scelto il titolo “ultima” l’ho legata sia al fatto che io leggo il radicalismo islamico come l’ultima grande utopia del Novecento, anche se i suoi effetti si vedono nel nuovo millennio, e al contempo è come se fosse l’ultima perché oltre questa sembra non esserci più niente. Questa può essere l’ultima utopia che si realizza anche attraverso la morte, per cui diventa una dimensione in cui la vicenda extra-terrena ha altrettanta e forse maggiore rilevanza di quanto accade nel regno del qui e ora.

http://www.sulromanzo.it/blog/chi-sono-i-foreign-fighter-il-radicalismo-islamico-l-ultima-grande-utopia-del-novecento

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’Isis”, intervista a Sergio Romano

19 giovedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Laquartasponda, Longanesi, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, saggio, SergioRomano, terrore, Terrorismo

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

A meno di un anno dall’assalto alla redazione della rivista satirica «Charlie Hebdo», il 13 novembre 2015 Parigi subisce un nuovo attacco terroristico, questa volta diffuso. Sei volte in 33 minuti, almeno129 morti e oltre 300 feriti. Questi i numeri della carneficina di venerdì notte.

Perché Parigi? Perché la Francia? Tutto l’Occidente si interroga, chiedendosi se la scelta caduta su la Ville Lumière sia motivata oppure se il commando kamikaze abbia agito all’impazzata, a caso, e questo significa che potrebbero colpire chiunque, dovunque, in qualsiasi momento. Minacce vere o presunte all’Italia e alla sua capitale mettono in allerta anche gli italiani alla soglia del Giubileo.

Il presidente Hollande ha così indicato lo schema d’attacco: «ideato in Siria, pianificato il Belgio, eseguito in Francia. Un modello usato in precedenza su scala minore che ora rischia di essere riprodotto anche in altre parti d’Europa e non solo».

Ne abbiamo parlato con Sergio Romano, già ambasciatore NATO e a Mosca, attualmente editorialista del «Corriere della Sera» e di «Panorama», in occasione della pubblicazione, per Longanesi, nella nuova edizione, aggiornata, de La quarta sponda. Quella compiuta dall’autore è un’attenta analisi volta a capire i conflitti tra Occidente e Islam, gli scontri interni al mondo islamico nonché gli errori strategici dei Paesi europei e degli Stati Uniti.

Gli attentati di Parigi confermano il tentativo dell’ISIS di portare la guerra in Occidente, concretizzando un obiettivo ampiamente dichiarato. Come s’inserisce questo all’interno dell’attuale scenario geopolitico internazionale?

Credo che l’attacco di Parigi sia un contrattacco, provocato dalle difficoltà in cui si trova l’Isis nei territori di Iraq e Siria. In queste ultime settimane, l’Isis ha subito una serie di disfatte, alcuni suoi leader sono stati uccisi, sta perdendo una parte del territorio che aveva conquistato… la coalizione che si è formata nel corso degli ultimi mesi sta quindi producendo dei risultati piuttosto positivi. I bombardamenti aerei sembrano funzionare. Ed è questa la ragione per cui io credo che l’Isis, a un certo punto, abbia deciso di cercare di rovesciare la situazione colpendo il fronte interno.

Ha colpito la Francia perché questa è, da un certo punto di vista, il Paese più vulnerabile. Ha la maggiore comunità musulmana in Europa, con l’eccezione della Russia naturalmente, dove i musulmani sono molto più numerosi ma il Paese è più lontano.

Questa comunità musulmana agli occhi dell’Isis è un serbatoio di volontari. Sono le comunità musulmane nei Paesi occidentali che possono maggiormente fornire quelli che sono stati definiti foreign fighters.

Credo che la tattica, o strategia, dell’Isis vada vista sotto questa luce: sta combattendo, o sta cercando di combattere in Francia perché sta perdendo terreno in Iraq e in Siria dove ha il suo territorio. La debolezza dell’Isis in questo momento offre alla coalizione la possibilità di agire con maggiore efficacia, soprattutto se riuscisse a diventare più omogenea e più organica.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

In molti sostengono che quella dell’Isis sia una guerra interna all’Islam. Fino a quale misura possiamo ritenere fondata una tale affermazione?

L’Isis è un movimento sunnita e noi sappiamo che in questi ultimi anni la destabilizzazione del Medio Oriente ha provocato il risveglio di un vecchio conflitto religioso tra le due anime dell’Islam, i sunniti e gli sciiti. Non c’è dubbio che questa vecchia ruggine fra le due maggiori componenti dell’Islam ha in qualche modo contribuito a rendere il conflitto ancora più aspro.

Il principale obiettivo dell’Islam sono i Paesi occidentali ma non escludo effettivamente che questa sorta di guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti esplosa nuovamente sia diventata importante, soprattutto per i grandi Paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran, vale a dire i Paesi che sono la maggiore espressione delle due grandi anime dell’Islam.

Oggi, in molti rimpiangono il regime di Gheddafi, quasi fosse l’unica soluzione possibile ad arginare l’avanzata dell’Isis. Lei stesso sottolinea i danni generati dall’interventismo francese. Quali sono le conseguenze più significative?

Anzitutto la spedizione anglo-francese fu sbagliata perché non avevano preso in considerazione quale sarebbe stato l’assetto politico-costituzionale della Libia dopo la scomparsa di Gheddafi. Quando si vuole eliminare un regime, bisognerebbe sempre avere delle idee abbastanza chiare su ciò che dovrà accadere il giorno dopo, e questo non è accaduto. In quel momento, nel 2011, l’Isis non rappresentava un problema. Non avevano preso in considerazione il fatto che la struttura della società libica è tribale, con conflitti interni che sarebbero, come è accaduto, riesplosi.

Poi l’Isis ha approfittato di questa situazione caotica in Libia dopo il fallimento dell’operazione anglo-francese per intervenire. È così che in genere il radicalismo, l’integralismo islamico appare sulla scena. È già accaduto nel caso di Al-Qaeda.

Non c’era Al-Qaeda in Iraq nel 2003 quando gli Stati Uniti invasero e occuparono il Paese, apparve nel momento in cui, avendo disintegrato il regime di Saddam Hussein, trovarono spazio per le loro ambizioni, per i loro piani strategici.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Ne La quarta sponda, inquadra la questione libica anche all’interno del contesto delle rivolte di Tunisia ed Egitto del 2010. Queste rivolte rappresentano la “primavera araba” come indicato dalla stampa internazionale? E come s’inseriscono nel processo di diffusione dell’Isis?

Credo che non dovremmo più parlare di “primavera araba”, piuttosto constatare che quei movimenti, quelle piazze piene di gente che protestava contro il regime di Ben Ali in Tunisia e contro quello di Mubarak in Egitto erano il segno di una protesta reale, non c’è dubbio che c’era una grande insoddisfazione, soprattutto generazionale. Nuove generazioni che avevano in qualche modo ambizioni suscitate anche dal fatto che potevano, a differenza dei loro padri e dei loro nonni, vedere meglio grazie alle nuove tecnologie quello che stava accadendo altrove, quello che la modernità rappresentava in altri Paesi.

Però in quelle piazze non c’erano movimenti o partiti politici quindi sono certamente riusciti a cacciare Ben Ali e far dimettere Mubarak ma non sono stati in grado poi di istituire un regime nuovo, creare nuove stabilità basate su progetti organici e quindi i paesi sono in modo diverso precipitati nel caos.

Le rivolte arabe, se vogliamo continuare a chiamarle così, non furono vere rivoluzioni, bensì manifestazioni di disagio economico e sociale. Riuscirono a distruggere il regime esistente ma quel regime venne poi sostituito da altri e, nel caso dell’Egitto, abbiamo un regime di carattere militare.

Lei sottolinea il filo diretto che lega «lo sbarco a Tripoli e il colpo di pistola sparato a Sarajevo il 28 giugno 1914» ma precisa che questo legame si «intreccia con altri più antichi che imprigionano l’Europa in una fitta trama». A cosa si riferisce in particolare?

La tesi secondo cui la guerra libica ebbe l’effetto di provocare le guerre balcaniche e una serie di avvenimenti che si conclusero sì con quel colpo di pistola sparato a Sarajevo, ma le cause furono altre e numerose. Anzitutto vi era il declino di tutti gli imperi, che già da molto tempo davano segni di grande malessere.

Il primo, l’impero ottomano, che stava declinando ormai da molto tempo. L’altro, l’impero austro-ungarico, che proprio per salvare se stesso volle trasformare l’attentato all’arciduca nell’occasione per regolare i conti con la Serbia e ricostituire la propria influenza nei Balcani.

Quindi la Libia giocò la sua parte, come tanti altri eventi, ma non possiamo stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Lei paragona quanto sta accadendo in Libia ora a quanto accaduto in Iraq nel 2003. Alcuni ritengono che l’idea di Stato islamico sia sorta proprio dai deposti membri dello sconfitto esercito di Saddam. Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile anche in Libia?

La Libia è molto più frammentata, è un Paese tribale. In Iraq la situazione non è così. Esistono dei grandi gruppi etnico-religiosi che sono per l’appunto la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, i curdi nel Nord, ma non credo che sia facile e giusto stabilire un confronto troppo stretto tra gli avvenimenti libici e quelli iracheni. In Iraq le strutture statali preesistenti non sono mai state completamente distrutte. Ancora oggi rimane traccia di strutture statali importanti: le università, i tribunali, la gestione politico-amministrativa delle varie province. In Libia non c’è nulla. Quel poco che c’era è praticamente scomparso. Il Paese è in preda a una sorta di caos, di anarchia.

Nel caso dell’Iraq è certamente vero che il corpo degli ufficiali e dei sotto-ufficiali dell’esercito iracheno, l’esercito di Saddam Hussein per intenderci, quando è stato licenziato, congedato dalla primissima amministrazione americana, dopo la fine del conflitto, ha in qualche modo cercato di ricollocarsi, sia per ragioni di disoccupazione professionale sia anche per ragioni politiche, all’interno di un’altra organizzazione.

L’estremismo religioso di Al-Qaeda prima e dell’Isis dopo si è servito di queste competenze professionali, erano ufficiali e sotto-ufficiali che conoscevano il loro mestiere. Per otto anni avevano combattuto contro l’Iran quindi erano eserciti, non all’altezza di quelli europei, ma avevano una loro struttura che poteva tornare utile a qualcun altro, come poi effettivamente è accaduto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Rispetto alla crisi siriana, lei individua nell’atteggiamento dei Paesi europei e degli Stati Uniti un elemento di debolezza, dovuto al loro essere «tormentati e paralizzati da opposti sentimenti». In che modo, secondo lei, si sarebbe potuta affrontare la questione siriana?

Nel regime di Bashar al-Assadvi erano componenti di opposizione di grande importanza.Era un regime clientelare però basato sulla fedeltà di un grande gruppo, l’alauita, e quindi già dagli anni del padre di Bashar al-Assad esisteva un’opposizione sunnita, che era stata repressa sanguinosamente da Hafiz al-Assad. Il regime aveva una sua intrinseca instabilità ma era anche in grado di difendersi e lo ha dimostrato e lo sta dimostrando con una guerra che si è protratta per molto tempo.

Non farei confronti troppo stretti tra Siria e Libia. Dopotutto Bashar al-Assad sta sempre lì e può sempre contare su sostegni internazionali importanti, che sono quelli dell’Iran e della Russia.

Il regime di Bashar al-Assad, come quello di Saddam Hussein, era un regime laico; entrambi avevano cercato di fondare la loro esistenza su principi desunti dall’Occidente. Il partito al potere, sia in Iraq che in Siria, era il partito Ba’th, nazionalista e socialista, con una forte componente laica. Saddam Hussein non ha mai avuto rapporti con Al-Qaeda, anche se questa era l’accusa da parte degli Stati Uniti, l’argomento o il pretesto per cui hanno deciso di fargli la guerra.

Paradossalmente era più simile a uno stato europeo quello di Bashar al-Assad, ma anche quello di Saddam Hussein insieme all’Egitto, di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Alcuni schieramenti politici italiani richiedono a gran voce l’adozione di due soluzioni: il bombardamento della Siria e la chiusura delle frontiere bloccando il flusso migratorio in entrata. Questa può essere una soluzione per difenderci dagli attacchi dell’Isis in Europa, oppure presenta pericoli ancora peggiori?

Chi ha questi obiettivi? C’è di sicuro un desiderio turco di creare delle zone di interdizione aerea che se decise su scala internazionale, nell’area occidentale, avrebbero significato naturalmente aiutare, sostenere Erdogan e la Turchia a meglio colpire il regime di Bashar al-Assad.

I turchi continuano a proporre questa soluzione ma mi sembra con minore insistenza, anche perché si sono resi conto che il nemico non è più veramente Bashar al-Assad, il nemico adesso è l’Isis.

http://www.sulromanzo.it/blog/gli-attentati-di-parigi-sono-il-contrattacco-dell-isis-intervista-a-sergio-romano

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa (Piemme, 2015)

13 sabato Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Earrivatalabufera, GiuliettoChiesa, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, Piemme, recensione, saggio, terrore, Terrorismo

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Giulietto Chiesa, tra i più noti giornalisti italiani, ripropone con È arrivata la bufera il saggio Invece della catastrofe, pubblicato sempre con Piemme nel 2013, arricchito con I misteri di Parigi, inchiesta sui «buchi neri» nella ricostruzione ufficiale della strage attuata mediante l’assalto alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo e a un supermercato ebraico. Ed è proprio da questi ultimi fatti che si può partire per spiegare la «enorme crociata che sta investendo tutto il mondo».

Una spietata caccia al nemico resa possibile e giustificata dall’elevato livello di isteria che ha raggiunto “l’opinione pubblica” internazionale.

Dall’11 settembre del 2001 dilaga un radicato sentimento anti-islamico, praticamente in tutto il mondo occidentale, e una decisa convergenza di opinione che individua nel “terrorismo islamico” l’origine dei peggiori mali.  A seguito degli eventi di Parigi del 7, 8 e 9 gennaio di quest’anno di nuovo «osserviamo come sia in atto un formidabile tentativo di ripetere la successione di eventi manipolatori che mascherarono l’11 settembre e i suoi veri autori; che permisero di cancellare le tracce; che costrinsero i nostri occhi a guardare altrove, là dove erano accesi i riflettori, non là dove erano state fatte calare le ombre».

Chiesa spiega dettagliatamente il suo punto di vista, frutto di analisi approfondite, ricerche, studi e sopralluoghi, confronti e raffronti e sottolinea anche la facilità e a volte la faciloneria con cui viene attaccato e bollato di essere un ‘visionario’ al pari di tutti quelli che non digeriscono la ‘versione ufficiale’ elargita dai media, come ci si aspetta che debba essere. Interrogarsi sui «buchi neri», cercare di capire e dare un senso a qualcosa che appare o è poco chiaro invece è un qualcosa che dovrebbe essere fatto, in maniera naturale e istintiva, da ognuno soprattutto da noi occidentali che abbiamo fatto dell’informazione un baluardo dei tempi moderni.

Chi ha cercato come Chiesa di produrre una ricostruzione dei fatti dell’11 settembre 2011 che non fosse la «versione semplice, banale, destinata a occultare i fatti reali accaduti, a spostare l’attenzione dai veri attori e protagonisti verso un gruppo di capri espiatori, tutti già morti, o fatti variamente sparire, e quindi non in grado di difendersi» è stato bollato quindi come ‘visionario’ e ‘complottista’ e costretto a osservare genti, popoli, generazioni intere anche di giovanissimi che hanno pienamente ingerito e fatto proprio l’odio verso i terroristi che hanno privato il mondo occidentale delle Twin Towers e ucciso migliaia di americani, indicandoli per certo come degli estremisti islamici. Anche se nella gran parte dei casi la loro ‘conoscenza’ termina qui. Nessuno o quasi di loro si è mai chiesto eventualmente da cosa ha avuto origine questo sentimento di riscatto che smuove centinaia di giovani contro la prima potenza mondiale. Nessuno o quasi sembra interrogarsi su quali siano i motivi di fondo da cui scaturisce la volontà di creare uno Stato islamico. Nessuno o quasi sembra volersi interrogare sul ‘centrismo occidentale’ nel mondo. Nessuno o quasi sembra volersi chiedere fino a che punto le ‘versioni ufficiali’ siano reali.

«Che i servizi segreti israeliani fossero presenti a Parigi il 9 gennaio è un fatto assodato. È stata l’ANSA a mostrarci le immagini del Mossad mentre entrava in azione durante l’accerchiamento e l’assalto al supermercato kosher» e Giulietto Chiesa si chiede se sia normale un intervento diretto dei servizi segreti israeliani in un paese, come la Francia, «dotato di una Legione Straniera, sperimentato da decenni contro il terrorismo, impegnato da anni nella sovversione in tutto il Nord Africa (e non solo)» e se questo intervento fosse davvero necessario. Possibile che la Francia «non dispone di proprie forze per fare fronte a situazioni di emergenza interna? Chiunque capisce che tutto ciò non ha alcun senso». Chiesa avanza delle ipotesi, o meglio riporta le sue impressioni avute al momento: «Quasi che “qualcuno” avesse in mente di “orientare” l’interpretazione dell’attentato in senso antiebraico. Se i terroristi, uno o più, avessero occupato un grande magazzino Auchan, per esempio, la presenza del Moussad non sarebbe stata in alcun modo giustificata e giustificabile».

Lo scopo dello scritto I misteri di Parigi non sembra essere quello di trovare a ogni costo i colpevoli, i mandanti, i correi… bensì quello di analizzare i fatti, i dati e anche le impressioni per cercare di capire i motivi propulsori di certi comportamenti e accadimenti e soprattutto le conseguenze che ne deriveranno. Per Chiesa la prima e diretta ripercussione degli assalti di Parigi del gennaio 2015 sarà «ridurre le nostre libertà in nome della sicurezza», esattamente come è accaduto in seguito agli attentati di New York e Washington del settembre 2001.

Il politologo Aleksei Martynov ha dichiarato: «Ci sono persone che guidano il terrorismo islamico internazionale, e queste persone si trovano negli Stati Uniti d’America». Giulietto Chiesa aggiunge: «Personalmente non credo che siano solo negli Stati Uniti d’America, perché penso che si trovino anche in Israele, in Germania, in Francia, per fare solo alcuni esempi». È una sua opinione certo e lo precisa anche tuttavia, dopo aver letto il saggio, non si può fare a meno di interrogarsi per cercare di capire ed è esattamente questo l’insegnamento o il suggerimento che è nelle intenzioni dell’autore. «Questi eventi non accadono per niente. Avvengono perché si persegue un obiettivo strategico. Più grandi sono, più grande è l’obiettivo strategico. E sicuramente quella di Parigi è un’operazione destinata a segnare a lungo la storia futura dell’Europa e del mondo intero. Questo libro cerca di descrivere qual è l’obiettivo strategico.»

Invece della catastrofe è stato scritto da Chiesa alcuni anni fa ma ciò di cui parla sembra ed è riferibile alla contemporaneità nel modo più assoluto. È vero che l’autore in fase di riedizione ha provveduto a rivedere il saggio ma lo è anche il fatto che gli scenari da lui descritti non fanno altro che concretizzarsi o prospettarsi nell’immediato futuro e nell’accezione più drastica e tragica. Eppure una via per evitare ‘la catastrofe’ ci sarebbe, c’è. Ne parla Chiesa e ne parlano altri, ognuno piegando gli argomenti alle proprie opinioni o riflessioni, ma in ogni caso si tratta comunque di ‘alternative’ volutamente ignorate dai più.

Per comprendere il tutto bisogna partire nuovamente dalla comunicazione, dai sistemi di comunicazione-informazione che giocano un ruolo determinante nella formazione e sull’influenza dell’opinione pubblica. «Se noi non sappiamo è perché non siamo stati informati. Qualcuno che sa, anche se non tutto, anche se non ha capito bene, c’è» ci dice Chiesa, il quale si chiede anche come sia possibile che «pur essendo ormai incommensurabilmente più informati di quanto non lo fossero le generazioni precedenti, non sappiamo le cose più importanti per la nostra stessa esistenza umana, è cioè che ci stiamo suicidando?» La risposta sembra venire da sé: «il sistema dell’informazione-comunicazione che ci circonda, ci pervade, ci accudisce, ci diverte, è quello stesso che ci nasconde le verità fondamentali della realtà in cui viviamo».

Il saggio Invece della catastrofe porta il lettore a cercare la spiegazione degli eventi e delle parole allargando il raggio di riflessione a 360° evitando nettamente di barricarsi dietro posizioni o arroccamenti. Gli eventi come le parole sono legati, consequenziali, non facilmente scindibili e quindi anche gli accadimenti devono essere spiegati tenendo presente questa logica. Abitando un pianeta unico non si può pensare e agire locale, limitatamente ai propri interessi e a al proprio ‘benessere personale’ senza confrontarsi con gli interessi e il benessere degli altri. Il primo mito assolutamente da sfatare è quello del progresso o della crescita infinita, incompatibile con un ‘pianeta finito’.  I procedimenti suggeriti poi da Chiesa sono simili a quelli auspicati dai promotori della Decrescita Felice con la differenza che l’autore rifiuta l’uso dell’aggettivo ‘felice’.  La sua posizione sembra essere dettata dalla perentoria necessità di smettere di fingere di non vedere, cessare i tentativi di abbellimento o di alleggerimento che dovrebbero servire a far ingoiare con più facilità la pillola della certezza che se non si cambia, se non si costringono i governi a prendere seri e risoluti provvedimenti, il nostro pianeta, la nostra casa, collasserà.

«Ora abbiamo bisogno di una “apocalisse”. La parola biblica, come ci viene trasmessa dall’evangelista Giovanni, piegato sul suo scrittoio sull’isola di Patmos, significa “rivelazione”: togliere ciò che impedisce di vedere. Per noi moderni la parola ha assunto il senso di “catastrofe”» e Chiesa sottolinea come la situazione attuale riunisca in sé entrambi i significati: «Se non “vedremo”, andremo alla “catastrofe”. E dovranno essere in molti, e non in pochi, a vedere».

Giulietto Chiesa affronta temi ‘scottanti’ come la moneta, la finanza, le multinazionali e le potenze mondiali, il terrorismo, l’anti-terrorismo, i poteri dei vari stati e degli organismi internazionali, cita i classici, i contemporanei e se stesso ma lo fa con un linguaggio diretto, ai più comprensibile, chiaro, che cerca di essere più efficace possibile per arrivare alla ‘massa’, quella stessa massa tenuta per lo più all’oscuro della ‘conoscenza’ mai come ora che viviamo l’era dello spettacolo e della spettacolarizzazione, l’epoca che ha creato ‘la fabbrica dei sogni’ e di ciò ancora si vanta. È prevedibile e quasi scontato che vada incontro a critiche e accuse. Si può non essere pienamente concordi con il punto di vista dell’autore, si può ritenere alcune cose una forzatura e altre analisi sublimi ma la lettura di È arrivata la bufera è fuori di dubbio auspicabile e dal maggior numero di persone, non foss’altro per stimolare lo spirito critico e razionale troppo spesso pigro e latente nella ‘opinione pubblica’ dell’attuale sistema di comunicazione-informazione e oserei aggiungere anche di quello dell’insegnamento scolastico.

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione

27 venerdì Feb 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Comunicazione, monocolooccidentale, neuromarketing, Neuroschiavi, NWO, ordinemondiale

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«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo» (Johann Wolfgang von Goethe).

Marco della Luna e Paolo Cioni nel libro Neuroschiavi (Macro Edizioni, 2009) pongono l’attenzione sulle tecniche di manipolazione mentale collettiva e individuale e soprattutto sulla conoscenza che è il miglior sistema per «restare o ritornare liberi».

La ‘comunicazione’ da sempre ha costituito per l’uomo il principale strumento di ‘sviluppo sociale’, comunicazione spesso identificata con la ‘educazione’. Educare attraverso la comunicazione impiegando parole, suoni o immagini.

Comunicare o non comunicare qualcosa è stato da subito inteso come un efficace metodo per ottenere la ‘obbedienza’, piegando quella che oggi definiamo la ‘volontà popolare’. Re, imperatori, gerarchi, dittatori, maestri di setta, leader politici utilizzano e hanno utilizzato spesso la potente arma della ‘persuasione propagandistica’ per orientare la volontà popolare utilizzando il mezzo strategicamente ideato della ‘comunicazione di massa’.

Non è un caso che l’informazione sia indicata come il ‘quarto potere’ dopo, o prima a seconda dei punti di vista, quello esecutivo, legislativo e giudiziario.

Ricorre spesso la citazione esemplificativa, per avvalorare i concetti di ‘persuasione propagandistica’ e ‘comunicazione di massa’ e della loro efficacia, dell’ampio uso che ne hanno fatto due organizzazioni politiche che, da semplici movimenti legati alle ideologie predominanti dell’epoca si trasformarono in regimi totalitari con un larghissimo consenso tra la popolazione.

Fascismo e Nazismo basarono il loro sistema politico sul monopolio dell’informazione e sulle nuove tecniche di propaganda.

In Italia Benito Mussolini capì fin da subito l’importanza fondamentale della propaganda, in particolare attraverso la stampa, per affermare il suo potere. Il popolo italiano fu letteralmente ‘bombardato’ di messaggi volti a dimostrare la natura giusta e potente dell’ideologia fascista e con le cosiddette Leggi fascistissime del 1926 la stampa si ritrovò sottoposta a rigidissimi controlli e di fatto Mussolini affidò al Ministero della Cultura Popolare il compito di censurare tutti quei documenti ritenuti pericolosi o dannosi per il Regime.

In Germania Adolf Hitler unì al potere coattivo del terrore quello dell’attrazione, con una martellante propaganda condotta per mezzo radio, stampa, cinema, sistema scolastico ed educativo. In particolare il regime nazista si pose tra gli obiettivi quello dell’indottrinamento dei giovani in maniera tale da assicurarsi non solo il futuro, ma anche l’interpretazione del passato. Tutta la Storia fu rivista attraverso il messaggio ‘salvifico’ del nazismo, unica forza in grado di sconfiggere il marxismo e l’influenza dell’ebraismo nel mondo.

Ovviamente i regimi Nazista e Fascista non sono e non sono stati gli unici ad aver adottato le tecniche di manipolazione del pensiero collettivo attraverso il condizionamento dell’informazione, rappresentano forse solo i casi di cui più spesso si narra.

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«La parola è energia, ripetere una frase o una parola come avviene nei mantra, fa sì che essa acquisti una forza energetica abbastanza notevole. Questa energia investe le masse e, a seconda del grado di ricezione, diviene il pensiero delle stesse, come se i ricettori lo avessero pensato e generato dalla loro stessa mente» (White Wolf).

L’idea base del sistema scolastico adottato in molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, della ripetizione ciclica degli argomenti e dell’obiettivo prefissato che tutti raggiungano lo stesso livello di conoscenza, apprendendo non solo la stessa quantità ma proprio le medesime nozioni, è messo in discussione da chi ritiene questo metodo omologatore e annientatore delle inclinazioni individuali di ognuno. Al pari della cultura di massa anche la ‘istruzione di massa’ viene inserita in quel sistema da cambiare. Istruzione di massa che non va intesa come la possibilità data a tutti, quindi alla massa, di accedere alla cultura, all’istruzione e alla conoscenza bensì come la volontà di livellare la cultura, l’istruzione e la conoscenza di tutti e di ognuno. Processo paragonabile quindi al ‘consumismo di massa’: vestire tutti allo stesso modo, mangiare gli stessi cibi, frequentare gli stessi luoghi, avere la stessa istruzione, le medesime conoscenze, la stessa cultura, gli stessi sogni, le medesime aspettative…

Attualmente sono circa 20.000 le scuole in tutto il mondo che hanno scelto di abbandonare lo schema rigido dell’istruzione omologativa abbracciando quello alternativo denominato ‘montessoriano’ in onore della sua ideatrice Maria Montessori. Indipendenza, libertà di scelta, rispetto per il naturale sviluppo fisico, psicologico e sociale, apprendimento per scoperta e ‘costruzione’ delle conoscenze sono i principi cardine su cui si basa questa forma di apprendimento ‘alternativa’ sicuramente diversa se non addirittura opposta al metodo ‘tradizionale’ più ampiamente diffuso e caldeggiato dai vari Stati.

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L’emblema della ‘comunicazione di massa’ potrebbe essere ben individuato nella televisione che, nella società contemporanea, ha raggiunto livelli di diffusione inauditi e anche oggi, che già la si comincia ad additare come mezzo inabilitante delle coscienze capace di bloccare e a volte inibire le capacità creative e critiche dell’individuo, rimane ancora il massmedia che quotidianamente raggiunge il più elevato numero di individui. Pier Paolo Pasolini parlava di «genocidio del pluralismo culturale» riferendosi ai danni dell’omologazione cui stava portando la ‘cultura di massa’ trasmessa dalla televisione. Tutti con gli stessi vestiti, con gli stessi ideali, con gli stessi sogni… non si può veramente credere che l’omologazione sociale e culturale sia semplicemente una moda, una tendenza, una caratteristica dei tempi moderni e non rappresenti invece ciò che effettivamente è, ovvero la diretta conseguenza di una politica volta a raggiungere potere sfruttando la comunicazione per ottenere consenso e il consumismo per ottenere profitto.

«Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che ‘omologava’ gli italiani. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.»

Questo scriveva Pier Paolo Pasolini sulle pagine del Corriere della Sera il 9 dicembre del 1973. Da allora «i mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione)» hanno continuato inesorabilmente a comunicare e informare, a indottrinare e omologare.

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Dire apertamente alle persone che le si priva dell’informazione e della conoscenza avrebbe come diretta conseguenza lo stimolo in ognuno di loro a riappropriarsi del diritto negato, del servizio inatteso… lasciar invece credere loro di essere quotidianamente correttamente e ampiamente informati su tutto ciò che è necessario ed utile sapere provoca un senso di tranquillità ed anche sicurezza. È lo stesso principio su cui si basa il concetto di libertà. «Se dici alle persone che esse sono prigioniere di un sistema è pericoloso e controproducente perché può scatenare rivolte e ribellioni, mentre convincere gli stessi prigionieri di essere liberi e in democrazia elimina ogni forma avversa e ogni tentativo di ‘evasione’. L’importanza dell’informazione è fuori da ogni discussione. Informare deriva da in-formare, cioè ‘dare forma’. Ma dare forma a cosa se non alle coscienze?»

Nel 2007 la giornalista Naomi Klein pubblica il saggio Shock Economy  (Bur Rizzoli, 2008) nel quale collega disastri naturali, guerre e crisi economiche alle azioni di economia e finanza che anche e a volte soprattutto da tutto ciò guadagnano e anche molto. Il tutto reso possibile dallo ‘ebetismo’ dei popoli letteralmente ‘shoccati’ e per questo pronti ad accettare qualsiasi decisione governativa in nome di un riscatto e di un miglioramento che puntualmente latitano. Ruolo determinante in questa operazione di vero e proprio ‘terrorismo’ giocano i media che ‘scelgono’ di parlare o meno di un determinato argomento, di farlo ripetutamente, saltuariamente o ciclicamente.

«Cercare di spiegare cosa sono e come vengono praticate le cosiddette ‘tecniche di manipolazione mentale’ in una società quasi completamente controllata e manipolata come la nostra non è compito facile. Affermare che la nostra società – com’è strutturata – è una vera e propria gabbia mentale fa subito aizzare i paladini e difensori dei diritti civili, che sbandierano ai quattro venti termini come ‘libertà’ e ‘democrazia’, cercano immediatamente di tranquillizzarci tutti, soprattutto le loro coscienze. Forse non capiscono. Forse fanno finta di non capire, che parole bellissime come ‘libertà’ e ‘democrazia’ primo non significano granché e secondo vengono sfruttate e amplificate proprio dall’establishment economico-finanziaria (cioè i veri e propri Burattinai), proprio per dare a noi l’illusione di non essere in gabbia» (Marcello Pamio).

L’esser riusciti a far credere a una tale moltitudine di persone nel mondo che questo modo di vivere, di istruirsi, di informare, di nutrirsi, di sognare, di conformarsi sia l’unico sistema per raggiungere la crescita e il progresso che sono stati sempre identificati come gli unici e soli baluardi degni di essere perseguiti anche a costo di guerre, morti e distruzioni rappresenta una grande vittoria oppure una incommensurabile sconfitta, a seconda di quello che si vuol mettere sul piatto della bilancia. Potere e denaro nel primo caso, valori e cultura nel secondo. Ammettere che un altro modo è possibile non è così facile perché bisognerebbe per forza di cose confessare o sconfessare tanto e riscrivere non soltanto la storia del presente ma anche e soprattutto quella del passato.

«Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura è di far credere che sia l’unica cultura, invece è semplicemente la peggiore» (Silvano Agosti).

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“I Buoni” di Luca Rastello (Chiarelettere, 2014)

23 mercoledì Lug 2014

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Chiarelettere, Ibuoni, LucaRastello, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, recensione, romanzo

Luca Rastello, I buoni

A marzo di quest’anno Chiarelettere ha pubblicato la prima edizione de I buoni di Luca Rastello. Un romanzo che si impone nella mente del lettore fin dalle primissime battute: penetranti, intense, a volte ambigue e apparentemente incomprensibili. Va letto tutto, fino in fondo, va assimilato per poter essere davvero capito. Il registro utilizzato dall’autore è quello del linguaggio parlato e trattandosi di un misto di lingue, almeno all’inizio, c’è il rischio di perdersi nei meandri del percorso costruito ad arte da Rastello; percorso che condurrà il lettore fino alla riga più nascosta, lasciandolo poi libero di comprenderne il significato reso ormai evidente.

Nella prima parte l’autore ci porta a conoscere i posti più ignoti di una città che a noi sembra tanto lontana come le persone che la abitano. Un luogo accessibile solo agli autoctoni e agli operatori umanitari i quali, sotto l’egida del Cristianesimo, si spingono sempre più oltre nel loro cammino che dovrebbe condurli alla salvezza, non solo propria ma di tutte le anime incontrate, aiutate, soccorse, salvate. Già. Dovrebbe. Invece quello stesso mondo sotterraneo di malattie, di violenza, di soprusi, di aggressioni verbali e fisiche, di imbrogli, di ricatti… lo ritroviamo pari pari all’interno del palazzo di cristallo, la sede della ong internazionale di cui fanno parte i protagonisti, un colosso del volontariato umanitario, l’ennesimo fallimento della società occidentale moderna.

«Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia». Si sa, lo sanno tutti ormai, che non è possibile credere veramente di salvare il mondo e i suoi abitanti con le donazioni, eppure è l’unica cosa che riscuote ancora successo. Ci sono quelli che pensano di lavarsi la coscienza donando uno, due, cinque, otto, dieci euro o anche di più, magari riuscendo a detrarre dalle tasse qualcosa, e quelli che spalancano le braccia a questi donatori famelici di riscatto, che si proclamano i salvatori delle anime perse. I moderni pastori che accolgono nel loro gregge i più bisognosi, a patto che i donatori non cessino mai di donare altrimenti non se ne fa più nulla.

«Lascialo stare, don Silvano. Lui si nutre del disperato bisogno di conciliazione che nasce dalle nostre vite in cattività. Lui è la forma del mondo com’è». Ed ecco che questo esercito di anime da salvare, da redimere, diventa una grossa opportunità di business, una macchina che macina soldi e potere. Andrea Vitaliano, operatore umanitario, e Mauro Bulgarelli, fotografo, iniziano la loro avventura incontrandosi nel Centro che accoglie i bambini di Singurei, vittime di un’epidemia assurda di AIDS che li ha colpiti tutti, proprio loro, figli di genitori sani. Il perché lo si comprende in seguito. Incontrano Aza nella città degli invisibili, piena di mondi sotterranei, dove lei è cresciuta e da dove ne è uscita, nonostante vi resti legata, come un bimbo alla madre attraverso il cordone ombelicale. Aza, Adrian, sua moglie e tutti gli altri… vite spezzate, stordite, bisognose di aiuto. Eppure, quando la ragazza arriva in Italia, sembra essere la più equilibrata all’interno del gruppo degli operatori della sede centrale dell’organizzazione di don Silvano.

Luca Rastello

Azalea, Aza oppure ancora Lea, a seconda di chi la chiama, in un batter d’occhio da profuga diventa un’opportunità per chi, anche inconsciamente, continua a pensare di essere parte del mondo dei giusti, dei forti, dei popoli evoluti… dei buoni. Nel libro di Rastello l’onere del riscatto se lo accolla per intero Adrian, ma nella vita reale sembra ancora che queste persone siano degli ingrati, dei ladri, degli assassini, dei drogati… i cattivi.

L’autore si sofferma anche nel racconto di tragici fatti di cronaca italiana che aiutano il lettore a mettere nella giusta prospettiva il mondo occidentale e i suoi abitanti. Anche Torino mostra i suoi cunicoli sotterranei, nascosti, con i suoi abitanti che brulicano e vivono all’ombra di un mondo che non sa fare di meglio che dimenticare, o fingere di ricordarli. «Le lacrime della città operaia per i suoi figli. Figli invisibili ormai. Forzati, oggi come trenta, quarant’anni fa a cercare, per quanto è possibile, spazi di umanità dentro i ritmi spietati della fabbrica».

I buoni di Luca Rastello è un profondo viaggio nei luoghi dell’Italia e della Romania di cui non si parla mai. È il cammino attraverso il sentiero dell’ipocrisia del mondo. È il racconto di vite spezzate in nome di un Dio che nulla ha a che vedere con la religione e la spiritualità ma che si chiama potere.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-buoni-di-luca-rastello

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