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Irma Loredana Galgano

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In Terra Santa regnerà per sempre la guerra?

27 mercoledì Dic 2017

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monocolooccidentale, Occidente

Il giorno 6 dicembre 2017 tutti i media internazionali rilanciano la notizia bomba della decisione del presidente americano Donald Trump: l’ambasciata verrà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme perché, a suo dire, «non si può continuare con formule fallimentari. La scelta di oggi su Gerusalemme è necessaria per la pace».

Per la pace? Di chi?

Il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, ha definito il gesto «una provocazione ingiustificata», aggiungendo che «la posizione religiosa nel cuore di tutti gli arabi, musulmani e cristiani, rende assurda qualsiasi manipolazione del suo status».

Alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente Reuven Rivlin rispondono invocando «il cammino di pace». Per l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina invece agendo in questo modo il presidente americano «ha distrutto ogni speranza di soluzione di pace sulla base del principio dei due Stati». Il presidente palestinese Abu Mazen teme che il gesto «aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l’intera regione che attraversa momenti critici, e ci trascinerà dentro guerre senza fine».

Durante la 200esima sessione della Commissione esecutiva Unesco, tenutasi a Parigi il 13 ottobre 2016, fu approvata una risoluzione che in buona sostanza cercava di limitare gli interventi israeliani sulla spianata delle Moschee adducendo come motivazione il fatto che tale luogo riveste notevole importanza per le tre grandi religioni monoteiste, non solo per gli ebrei. Israele intanto aveva già inserito i due siti palestinesi (Al-Haram Al-Ibrāhīmī/Tomb of the Patriarchs a Al-Khalil/Hebron e il Bilāl ibn Rabāh Mosque/Rachel’s tomb a Betlemme) nell’elenco del proprio Patrimonio Nazionale e risposto alla richiesta di cancellarli invocando l’antisemitismo dilagante.

Nella risoluzione Unesco viene chiesto a Israele di:

  • Ripristinare lo status quo valso fino al settembre 2000, allorquando la gestione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif era di competenza della Fondazione religiosa Jordanian Awqaf Department. 

  • Fermare l’escalation di aggressioni e misure illegali poste in essere contro il personale della Jordanian Awqaf.

  • Fermare la continua occupazione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif da parte degli estremisti di destra e delle forze militari.

  • Fermare le continue aggressioni ai danni di civili, comprese figure religiose musulmane e preti.

  • Porre fine alle violazioni e alle restrizioni all’accesso al sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif, evitando in questo modo le conseguenti violenze e quanto accaduto nel 2015.

  • Rispettare l’integrità, l’autenticità e l’aspetto culturale del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif e si afferma di essere rammaricati per i danni causati dalla polizia israeliana alle porte e alle finestre della Moschea di al-Qibli essendo il luogo di culto musulmano parte integrante del sito Patrimonio dell’umanità.

  • Rinunciare a tutti i progetti di costruzione relativi all’area del sito Patrimonio dell’umanità.

Il 23 dicembre 2017 Israele annuncia di voler lasciare l’Unesco entro la fine del 2018 «per i sistematici attacchi da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite contro lo Stato ebraico». Il portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nashon, avrebbe precisato che la decisione «è stata presa per i tentativi dell’Unesco di disconnettere la storia ebraica dalla terra di Israele».

Il 12 ottobre 2017 anche gli Stati Uniti d’America avevano annunciato di voler lasciare la «agenzia delle Nazioni Unite dopo mesi di tensioni sul nodo del Medio Oriente». Un annuncio prontamente avvalorato dal premier Netanyhau: «La decisione di Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce». L’Unesco sarebbe così diventata «la sede di risoluzioni bizzarre, anti israeliane e in pratica antisemite».

Il Dipartimento di Stato Americano ha reso noto che, con la decisione di ritirarsi dall’Unesco, «gli Usa intendono diventare poi un osservatore permanente della missione per contribuire alle visioni, prospettive e competenze americane su alcune delle importanti questioni affrontate dall’organizzazione inclusa la tutela del patrimonio dell’umanità». Gli Stati Uniti intendono quindi diventare un ‘osservatore’ esterno rispetto all’organizzazione delle Nazioni Unite che conta quasi 200 stati membri ed è preposta a promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione.

Quando la Corte Penale Internazionale de L’Aia ha avviato un’indagine preliminare per verificare se in Palestina siano stati commessi dei crimini di guerra, il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha bollato la decisione come «scandalosa» in quanto avrebbe come unico scopo quello di «arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore». Già al momento dell’adesione al Trattato di Roma il Presidente palestinese Abu Mazen aveva fatto pervenire alla Corte un documento con il quale autorizzava l’apertura di procedimenti di inchiesta per presunti crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati a partire dal 13 giugno 2014.

Avigdor Lieberman ha definito ‘scandalosa’ la decisione della Corte Penale Internazionale de L’Aia di condurre un esame preliminare sull’operato bellico del suo Paese nei ‘territori occupati’:

 

«Decisione scandalosa il cui unico scopo è giudicare e arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore. […] La stessa Corte che non ha trovato motivo di intervenire in Siria dove ci sono stati più di 200 mila morti, o in Libia o in altri posti, trova appropriato ‘esaminare’ il più morale esercito del mondo in una decisione basata interamente su considerazioni anti israeliane. […] Israele agirà nella sfera internazionale per ottenere lo smantellamento della Corte Penale Internazionale, che rappresenta l’ipocrisia e mette le ali al terrore».

 

Per Lieberman la decisione presa da Abu Mazen «sancisce la fine degli accordi di Oslo», siglati tra Israele e Olp nel 1993, che posero le basi degli obiettivi a lunga scadenza da raggiungere, compreso il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’autogoverno in quei territori.

Viene naturale chiedersi se quello israeliano sia davvero “il più morale esercito del mondo” o no.

Usa, Israele e Sudan sono tra i paesi firmatari il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale dell’Aja (Cpi), lo Statuto di Roma, anche se poi hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificare.

Breaking the silence. Israeli soldiers talk about the occupied territories è un’associazione di ex militari israeliani di stanza a Hebron, fondata nel 2004 che raccoglie testimonianze di veterani e arruolati. Le documentazioni riportate sono molto cruente e spesso il sito, l’associazione e i suoi membri sono stati accusati di diserzione o spionaggio da parte del governo israeliano.

C’è una testimonianza video caricata da Breaking the silence sul canale Youtube nella quale un soldato, di cui è oscurato il volto, racconta dell’operazione Margine protettivo del 2014: «per l’esercito israeliano, se una persona si trova entro 200 metri da un carro armato, non è innocente. Non ha motivo di essere lì. Quindi anche se avessimo trovato una persona a due chilometri di distanza avremmo comunque aperto il fuoco, perché non era previsto ci fossero civili nella zona. Se avessimo trovato qualcuno, non sarebbe stato un civile. Per noi non esistevano civili. Se vedevamo qualcuno, gli sparavamo».

“Per noi non esistevano civili”.

145 testimonianze raccolte da Breaking the silence sono diventate La nostra cruda logica, pubblicato in Italia da Donzelli Editore con prefazione di Alessandro Portelli nel 2016. Si legge nella prefazione: «Nessuno di questi soldati ha neanche l’ombra di un’incertezza sul diritto di Israele a esistere, a difendersi, a vivere con sicurezza. Ma cominciano a domandarsi se questo sia il modo migliore, più morale e a lungo termine più realistico di perseguire questi fini, se questo corrisponda ai principi che hanno fondato il paese al quale appartengono e che amano e servono». I soldati «hanno paura, si sentono soli, sono confusi, non capiscono; sanno di essere circondati da ostilità; usano in senso anche molto estensivo il termine terrorista». Sembrano ritenere che «nei Territori, ogni palestinese è un potenziale terrorista».

«Ci sono un sacco di episodi. Le stronzate di ogni tipo che facevamo. Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo.»

«Avevi detto che pensavate di continuo a come surriscaldare l’atmosfera. Cosa significa? Beh, volevamo tenerci svegli, quindi cercavamo un modo per innervosire un po’ gli arabi, così gli sparavamo un sacco di pallottole di gomma, per tenerci impegnati, così il tempo a Hebron sarebbe passato un po’ più in fretta.»

«Uscivamo di pattuglia, ecco un esempio, qualche ragazzino magari ci guardava in questo modo, e non ci piaceva il suo sguardo – e allora veniva immediatamente colpito.»

Unità: Brigata Kfir; Località: Hebron; Anni: 2006-2007

I soldati affermano anche che episodi tipo quelli riportati nel libro o sul sito di Breaking the silence erano prassi, avvalorata e spesso concordata con gli stessi ufficiali al comando delle truppe. Mentono? Lo fanno anche i palestinesi che da anni denunciano questo genere di violenze?

Il 7 dicembre 2017 il leader di Hamas annuncia: «venerdì 8 dicembre sarà l’inizio di una nuova Intifada chiamata la liberazione di Gerusalemme». E già si registrano numerosi scontri e feriti a Gaza e Cisgiordania dove i palestinesi copiosi partecipano a manifestazioni di protesta contro la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e trasferirvi l’ambasciata americana.

I palestinesi rivendicano da tempo immemore ormai Gerusalemme Est come capitale di quel tanto atteso e sperato Stato palestinese il cui riconoscimento sarebbe pietra miliare nel processo di pace. Nelle dichiarazioni del presidente americano non ci sono riferimenti a quale parte della città o della sua totalità come capitale dello Stato di Israele ma in ogni caso parliamo di una decisione che avrà «ripercussioni pericolose sulla stabilità e sulla sicurezza del Medio Oriente», come ha sottolineato il re di Giordania Abdullah II commentando la decisione di Trump. Ancora più categorico il presidente turco Erdogan il quale considera l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele «una linea rossa per i musulmani».

Trump ha tenuto a sottolineare che l’annuncio risponde al «migliore interesse degli Stati Uniti, di Israele e dei palestinesi». E allora ci si chiede come una decisione unilaterale che fa nettamente pendere l’ago della bilancia verso una sola delle parti possa agevolare anche le altre.

Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che «sta al popolo palestinese guidare la terza Intifada contro questa decisione, e sta alla Resistenza, palestinese e libanese, assumersi le proprie responsabilità per favorire l’unione di tutte le fazioni e i partiti palestinesi e sostenere la causa di Gerusalemme contro il complotto americano». Sottolineando anch’egli che gli Usa ormai non potranno più porsi come mediatori tra palestinesi e israeliani.

Quello che è riuscito a ottenere finora il presidente Trump non sembra essere un avanzamento nel processo di pace a beneficio di tutte le parti quanto, piuttosto, un inasprimento del muro contro muro che da sempre caratterizza la strenua lotta tra i governi e relativi popoli.

Abdel Bari Atwan dalle colonne del quotidiano online Rai Al Youm ipotizza l’ennesimo errore di valutazione di americani, sauditi e israeliani, dopo quanto già accaduto in Siria: «Washington e Riyadh stimavano una reazione apatica della popolazione araba mentre, al contrario, i palestinesi oggi lottano insieme al rinnovato sostegno dei loro fratelli arabi e musulmani per ottenere la vittoria». Si tratta davvero dell’ennesimo errore di valutazione oppure Tel Aviv è pronta alla repressione contro le proteste palestinesi forte anche del rinvigorito appoggio americano?

Donald Trump e Benjamin Netanyahu si sono mostrati decisi e soddisfatti per il prossimo trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme che verrà a quel punto indicata come legittima capitale dello Stato ebraico affermando che questo sarà un passo avanti nel cammino di pace.

Giovedì 21 dicembre 2017 è stata votata in sessione straordinaria all’Assemblea generale dell’Onu la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana e riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele. 128 nazioni hanno votato a favore della condanna, 9 contrarie, 35 astenute e 21 assenti. I nove contrari, oltre Stati Uniti e Israele sono: Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, Isole Marshall. Il 24 dicembre 2017 gli Stati Uniti hanno iniziato a negoziare un taglio di 285 milioni di dollari di fondi destinati all’Onu per il 2018 motivando il gesto a causa della “inefficienza e le spese facili dell’Onu”.

A partire dalle ore immediatamente successive a queste dichiarazioni scontri e sommosse si sono verificati in Terra Santa e manifestazioni di protesta hanno avuto luogo in varie parti del pianeta. Sono state convocate diverse riunioni ufficiali in regime di urgenza per valutare la situazione e i risvolti. Sono stati sparati tre razzi da Gaza a cui Israele ha risposto sparando colpi di cannone e lanciando un’offensiva con raid aerei. Morti, feriti, violenza, attacchi e contro-attacchi, provocazioni e offensive… un cammino, o meglio un percorso che di pacifico non sembra avere proprio nulla, purtroppo.

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La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)

02 sabato Dic 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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BrunoMaida, Einaudi, LinfanzianelleguerredelNovecento, monocolooccidentale, recensione, saggio

Come si è potuto credere che dopo la firma degli accordi che decretavano la fine dei conflitti l’unica cosa che rimaneva da fare era la ricostruzione post-bellica dei territori devastati? Come si può pensare che la devastazione della guerra non abbia modificato e compromesso per sempre coloro che l’hanno vissuta in prima persona, maggiormente se bambini e bambine? Come ci si può illudere che una guerra non porti dei ‘cambiamenti’ a livelli globale? Intere etnie sterminate, popoli distrutti, traumatizzati, sfollati, costretti a spostarsi, a migrare… E soprattutto come è potuto accadere che tutto questo sia sempre rimasto fuori dai libri di storia?

Basterebbe solo un’attenta riflessione sulle risposte a questi interrogativi per comprendere l’importanza e la portata di un lavoro di ricerca e studio come quello condotto da Bruno Maida ne L’infanzia nelle guerre del Novecento, edito quest’anno dalla Einaudi. Ma c’è molto altro nel testo. C’è quello che, purtroppo, spesso non si ritrova nei libri di storia. Una ricerca documentaria dettagliata, uno studio accurato delle fonti, prontamente citate, una descrizione lucida e imparziale di fatti e conseguenze, uno sguardo all’intero pianeta e a quello che vi accade, scartando la visione e la descrizione troppo occidentale che spesso condiziona anche saggistica e storiografia.

Un libro imponente il testo di Maida sui disastri causati dalle guerre del secolo scorso e di quello appena iniziato. Una grandezza che non si misura con il numero delle pagine. Un resoconto importante che ‘costringe’ il lettore a considerazioni sul fatto che vedere «un bambino con un fucile in mano è un’immagine che non possiamo interrogare senza mettere in discussione noi stessi e le nostre responsabilità». Si chiede Maida se rendere visibile anche il più piccolo e feroce segno della guerra non sia «l’ultimo spazio possibile di narrazione per suscitare un sussulto etico» da parte di chi in Occidente è «ormai ‘dimitrizzato’ da ogni immagine di violenza» e si preoccupa invece «per gli spostamenti di popolazione che quelle guerre possono procurare».

I bambini che hanno combattuto, che hanno conosciuto solo la guerra come condizione di vita, «spesso non vogliono la pace» e non perché abbiano qualcosa in contrario, «è che proprio non la conoscono, in fondo la temono anche un po’». La ‘temono’ come qualsiasi altra cosa sconosciuta. Vivono in un vero e proprio «deserto esistenziale» fatto di mancanze. Privi di famiglia, genitori, affetti e affetto, senza scuola né istruzione… privati di tutto hanno imparato a conoscere e riconoscersi solo nella guerra, nella violenza e nelle armi. Per loro spesso «tornare a essere bambini», semplicemente non è possibile.

L‘umanità non è l’alternativa alla guerra, ma «la condizione imprescindibile con la quale dobbiamo misurarci», il confine insuperabile che dovrebbe «definire il nostro rapporto con la polarità pace-guerra». E se la guerra rimane «il gioco più pericolosamente seduttivo», il ‘tirocinio’ che «ogni società in ogni epoca si è preoccupata di realizzare», alla pace anche se non si può giocare la si può sempre «insegnare». Ed è ciò che andrebbe sempre fatto.

Il testo di Bruno Maida L’infanzia nelle guerre del Novecento è quasi rivoluzionario nel genere perché non rappresenta un libro sulla memoria bensì un saggio storico sull’azione e sulla reazione alle «fratture profonde» che ogni guerra lascia in chiunque ne faccia esperienza e lo fa in riferimento a un periodo storico particolare, nel quale «all’affermarsi e al diffondersi di un sistema di protezione nazionale e internazionale per i civili nei contesti bellici» è corrisposto un progressivo e crescente «coinvolgimento diretto e indiretto dell’infanzia».

L‘infanzia nelle guerre del Novecento è un libro di storia chiaro, imparziale, descrittivo e analitico, basato su fonti e documenti certi. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore e trama libro quarta di copertina

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“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

07 sabato Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ilcollassodellamodernizzazione, Mimesis, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, recensione, RobertKurz, saggio, SamueleCerea

Gli effetti collaterali involontari del moderno «sistema della merce», durante la sua «fase storica ascendente», hanno eclissato per molto tempo «la sua natura negativa». Si è preferito vederne solo gli aspetti positivi al punto che le crisi apparivano, o volevano essere interpretate, come mere «interruzioni nel suo processo di ascesa» e considerate sempre «superabili in linea di principio». A cosa ha condotto questo atteggiamento protratto e diffuso è sotto gli occhi di tutti.

Mimesis editore propone quest’anno, nella versione tradotta dal tedesco e curata da Samuele Cerea, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz. Libro uscito per Eichborn Verlag nel 1991 e, per certi versi, terribilmente profetico.

Scrive infatti l’autore, ventisei anni fa, che se pure la crisi del sistema della merce non dovesse superare i limiti che ha finora raggiunto, «il subsistema occidentale non potrebbe sopravvivere al collasso globale». In alcune regioni dell’Asia, in Arabia e nel Nordafrica la reislamizzazione si è trasformata «nel surrogato di un’ideologia militante, diretta contro l’Occidente», che così sta alimentando «un becchino di tipo nuovo, privo di obiettivi trascendenti ma pronto a tutto».

Un estremismo che diventa «brodo di coltura per iniziative violente e suicide» che potrebbero diventare, e in realtà lo sono poi diventate, «aggressioni militari disperate su grande scala contro i centri del mercato mondiale». Un fondamentalismo islamico accomunato solo dal nome all’antica cultura islamica premoderna che mostra e ha mostrato per certo tratti barbarici ma che «non sono certamente più barbarici delle pretese che i signori ‘civilizzati’ delle istituzioni finanziarie internazionali avanzano, senza battere ciglio, nei confronti di una parte sempre maggiore dell’umanità».

Un saggio, quello di Kurz, che fa rabbrividire il lettore e, al contempo, gli permette di comprendere i motivi reali per cui il filosofo tedesco, «assai poco incline ai compromessi» non poteva che «suscitare forti reazioni di amore e odio» nella comunità intellettuale internazionale, in quella economica e anche nel pubblico raramente incline ad accettare e metabolizzare il catastrofismo insito in alcuni ragionamenti, come quelli portati avanti da Kurz, anche e soprattutto quando corrispondono a realtà e verità.

Il collasso della modernizzazione è fuor di dubbio, come sottolinea Samuele Cerea nell’introduzione al libro, «un’analisi radicale e spietata della società capitalistica», ma lo è altrettanto del socialismo di Stato essendo «la differenza tra le forme dell’economia di mercato e quella dell’economia pianificata solo relativa». La loro base comune è il lavoro o, per meglio dire, «il lavoro astratto, cioè l’attività umana assoggettata all’automovimento del denaro».

Certamente è stato «un grossolano errore interpretare il tracollo storicamente asincrono dei paesi del socialismo di Stato e dei paesi del Terzo mondo come la prova di superiorità dell’Occidente, cioè dell’avanguardia storica del capitalismo globale, e del suo modello». Che poi è esattamente ciò che si voluto credere in tutti questi anni e allora non si può non chiedersi, insieme al curatore, fino a che punto «l’opinione pubblica, gli intellettuali, i media, ma soprattutto l’establishment politico ed economico» siano consapevoli «della catastrofe che incombe su di una società globale che sembra fare acqua da tutte le parti».

Per Kurz l’Occidente è stato un «bizzarro trionfatore» frastornato dalla «sua stessa superiorità e dalle conseguenze del proprio trionfo». Questa vanagloria la si può facilmente ritrovare nella mancata oculatezza nell’analisi delle conseguenze della «crisi particolare del sistema perdente» che poteva, e in effetti lo ha fatto, innestare una «crisi globale in grado di minacciare anche il presunto vincitore».

Molto interessante risulta per il lettore la descrizione fatta da Kurz del paradosso insito quanto ignorato delle moderne economie. La produzione non è finalizzata al consumo personale ma a un «mercato anonimo» e il senso del processo non è la soddisfazione delle necessità concrete ma «la metamorfosi del lavoro in denaro (salario o profitto)». E così accade che «l’astratto interesse monetario» spinge ogni produttore verso quei prodotti e quelle forme produttive che gli garantiscono il massimo guadagno, nel modo più rapido e diretto, «a dispetto dei contenuti e delle conseguenze, per quanto deprecabili». Senonché lo stesso produttore «nel suo alter ego di consumatore» manifesta l’interesse precisamente opposto. Insomma, peggio di un cane che morde la sua stessa coda perché la ragione di tutto ciò è solamente il denaro.

Produttori e consumatori «si sfidano l’un l’altro in un confronto perpetuo», con il risultato che «ciascun produttore tende a tutti gli altri delle trappole» in cui tutti e ciascuno «finiscono invariabilmente per cadere a causa dell’universalità del legame sociale».

L’Occidente – «che è ormai entrato nella sua fase di crisi» – e l’Est – «che si è convertito a discepolo della logica capitalistica della concorrenza dopo il suo tracollo» – alla fine «si ingannano vicendevolmente». L’Est guarda di continuo al «passato splendore» mentre l’Occidente attende il suo definitivo tracollo per poter fruire di «nuovi mercati che però esistono solo nella sua fantasia» e lo stesso accade per le «centinaia di milioni di individui in Africa». Ciò che tutti sembrano dimenticare e che Kurz invece sottolinea è che «necessità concrete e aspirazioni umane non possono generare nessun mercato», ossia alcun potere di acquisto produttivo. Quest’ultimo infatti nasce solo dallo «sfruttamento di forza-lavoro umana in forma aziendale» e per giunta a un livello «conforme allo standard mondiale di produttività».

Il Terzo mondo, che ha già quasi «ultimato la sua fase di collasso», rappresenta per Kurz «il modello autentico della ‘modernizzazione di recupero‘». Le strutture interne della modernizzazione del Terzo mondo e quelle dei paesi del socialismo reale «si dimostrano, a posteriori, sorprendentemente affini». Soprattutto se si fa «astrazione dai camuffamenti ideologici e politici». A posteriori sembrano essersene accorti anche «gli istituti di credito internazionali, allineati all’economia di mercato occidentale», come la Banca mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ovvero «i principali creditori delle economie del collasso». Tuttavia anche qui, come per le nuove riforme di mercato nei paesi dell’Est, «la causa viene scambiata con l’effetto».

Il FMI, la Banca mondiale e gli altri grandi creditori occidentali stanno «spingendo da tempo il Terzo mondo verso la destabilizzazione interna, sociale e politica». Cosicché «controreazioni violente, per quanto parossistiche e insensate, saranno inevitabili». La Storia recente e contemporanea ha dimostrato, purtroppo, la veridicità di queste affermazioni. Per la massa crescente degli «esclusi», la «barbarie ‘ufficiale’ del denaro» appare ancor «più soggettivamente terrificante dell’aperto dominio della mafia».

Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz, nella versione in italiano curata da Samuele Cerea è un saggio da leggere assolutamente.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte biografia autori e tema del saggio www.mimesisedizioni.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Le sfide all’ordine mondiale: “Il ritorno delle tribù” di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017)

16 domenica Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Califfo, flussimigratori, Ilritornodelletribu, immigrazione, jihad, MaurizioMolinari, migranti, monocolooccidentale, NWO, ordinemondiale, recensione, Rizzoli, romanzo, saggio, Terrorismo

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.

Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.

Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.

Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.

LEGGI ANCHE – La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?

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La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

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La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».

Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo.

I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

22 giovedì Dic 2016

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LatrappolaDaesh, monocolooccidentale, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, PierreJeanLuizard, recensione, RosenbergSellier, saggio, terrore, Terrorismo

Le piège Daech. L’État islamique ou le retour de l’histoire di Pierre-Jean Luizard è pubblicato in Italia da Rosenberg&Sellier a novembre 2016 nella versione tradotta da Lorenzo Avellino con prefazione di Alberto Negri e introduzione di Franco Cardini.

Pierre-Jean Luizard afferma che «lo Stato islamico prospera là dove gli stati hanno fallito», ma per capire i meccanismi che hanno portato al fallimento di questi stati e alla conseguente nascita di movimenti ribelli bisogna analizzare la Storia almeno degli ultimi cento anni. Ed è esattamente ciò che l’autore fa nel testo.

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna si rivela, fin dalle prime pagine, una lettura impegnativa che l’autore della introduzione alla versione italiana, Franco Cardini, sostiene non possa essere compresa fino in fondo se non la si fa precedere dallo studio di una serie di titoli che si premura di elencare.

In realtà, anche se a un lettore non esperto della materia può sfuggire qualche passaggio, il messaggio che Luizard vuole diffondere arriva forte e chiaro.

Le vecchie potenze mandatarie hanno difficoltà ad accollarsi il proprio passato coloniale. Non è facile ammettere che la “missione colonizzatrice” dell’Europa è servita «da copertura ad appetiti coloniali senza limiti». Non volendo riconoscere «il passato e soprattutto gli errori e le responsabilità» si ha molta difficoltà a vedere «un futuro “diverso” per il Medio Oriente». Non riuscire a vedere un “futuro diverso” per il Medio Oriente significa che difficilmente si troverà uno soluzione efficace al “problema terrorismo”.

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Quella offerta da Luizard non è una visione catastrofica o complottistica della realtà. Semplicemente l’autore analizza i fatti storici succedutisi a partire dal primo conflitto mondiale, ponendo in risalto quelli più o meno consciamente tralasciati o ignorati da parte di storici e giornalisti, per regalare al lettore una panoramica abbastanza ampia delle crisi:

  • Israelo-palestinese.

  • Israelo-siriana.

  • Sirio-libanese.

Della guerra irano-irachena, di quella “malintesa” combattuta in Afghanistan, dei conflitti confessionali, della genesi del terrorismo di matrice islamica, del ruolo delle diplomazie occidentali… Un modo efficace per cercare di far capire a noi occidentali “il resto del mondo”.

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La sconfitta militare del Califfato, molto reclamizzata dai media e dai politici occidentali, viene volutamente indicata come l’unica strada percorribile per annientare in maniera definitiva il terrorismo estremista di matrice islamica. Luizard sostiene che «anche se il califfato perderà tutta la sua base territoriale, si diffonderà come tante metastasi in zone escluse dall’attuale territorializzazione». È una storia già nota, quella che ci raccontano media e politici, che prospetta una soluzione già fallita. Basta ricordare quanto accaduto all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Dopo l’uccisione di Osama bin Laden Al-Qã’ida «si è ricostituita in Yemen, ha continuato a operare in Iraq, nel Maghreb e nella fascia subsaheliana e in Siria» dove ha dato vita al «fronte Jabhat al-Nuşra, serbatoio di combattenti per lo stesso califfato».

Alberto Negri, nella prefazione al libro, sottolinea come il Califfato gli sia apparso in questi anni «una sorta di mostro provvidenziale per cambiare le frontiere del Medio Oriente» e aggiunge che è un po’ «come lo fu Al-Qã’ida dopo l’11 settembre per intervenire prima in Afghanistan e poi in Iraq». Bisognerebbe interrogarsi su come nascono questi “mostri” del terrorismo internazionale e su quali siano in realtà i legami con le diplomazie occidentali.

Una storia che per Negri ha inizio con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, allorquando americani e sauditi avevano creato a Peshàwar «il più grande centro jihãdista del mondo», con il sostegno del Pakistan e dei pashtun della zona tribale. Allora gli jihãdisti erano considerati «i nostri eroi», erano quelli che combattevano contro «l’Impero del Male». Solo in seguito sono diventati i «barbari» che hanno portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente.

Due anni prima della rivolta del 2011 Nibras Kazimi, un ricercatore arabo, affermava che la Siria era «il terreno ideale per una guerra santa». Era il nemico perfetto, come sottolinea lo stesso titolo del saggio – Syria through jihadist eyes: a perfect enemy – pubblicato negli Stati Uniti. Un Paese pieno di «difetti agli occhi degli occidentali»:

  • Non intendeva fare la pace con Israele se non con un patto che prevedesse la restituzione del Golan (al-Jawlãn) occupato dall’esercito ebraico nel 1967.

  • Continuava ad avere rapporti con Mosca.

  • Era alleato da decenni con la repubblica islamica sciita dell’Iran e sosteneva gli Hezbollah, «l’unica formazione araba che abbia fermato Israele nella guerra del 2006».

  • Appartiene a quell’ «asse della resistenza» che intende mantenere un’indipendenza dal sistema occidentale alleato con le potenze sunnite del Golfo.

La Siria confina con «paesi ribollenti» – Turchia, Libano, Iraq, Israele, Giordania -, ha una popolazione a maggioranza sunnita ma comandata da una minoranza, gli alauiti, ritenuta eretica.

Quando Al-Asad ha rifiutato l’offerta degli Emirati Arabi, che offrivano «il triplo del bilancio statale (circa 150 miliardi di dollari) per rompere l’alleanza con l’Iran», nelle cancellerie occidentali si diffuse «la convinzione che il regime avrebbe avuto vita breve», come Ben’ Alĩ in Tunisia, Mubãrak in Egitto e Al-Qadhdhãfĩ in Libia. L’ambasciatore statunitense in Siria e quello francese «andarono in visita a Hamã dai ribelli», presumendo che Al-Asad barcollasse e fosse opportuno «guadagnare credito con l’opposizione islamista». Per Negri ciò ha rappresentato un esplicito via libera per far affluire in Siria migliaia di «combattenti islamici» provenienti da ogni parte del Medio Oriente e del Nord-Africa.

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Ibrãhĩm ‘Awed Ibrãhĩm ‘Alí al-Badrĭ, il vero nome di Al-Baghdãdĩ nato a Sãmarrã nel 1971, «si è vantato di essere un imam con dotti studi sufi e un’origine che affonda nella tribù di Maometto», ma nel suo «oscuro percorso» di davvero notevole c’è che gli americani lo arrestarono nel 2004 per rilasciarlo nel 2009 «in maniera inspiegabile»: l’anno dopo era il capo di Al-Qã’ida. «Questi sono i fatti che ognuno può interpretare come preferisce» ma Negri avanza il sospetto che questa guerra allo Stato islamico sia soltanto il primo tempo della vicenda: «nel secondo si deciderà chi dovrà governare la nuova entità. E allora si comincerà a combattere la vera guerra».

I media, le cancellerie occidentali e di conseguenza anche l’opinione pubblica diffusa preferiscono, in genere, far partire il racconto dei fatti relativi al terrorismo estremista di matrice islamica dall’attacco alle Twin Towers e Washington dell’11 settembre 2001, ma per comprendere una «storia da conoscere» è certamente utile «un breve sguardo al passato».

Al-Qã’ida in Iraq «ha scavato nel desiderio di rivincita dei sunniti», una minoranza che prima deteneva tutto il potere ma che con «l’occupazione americana» è diventata un gruppo di reietti trattati come paria. L’Isis ha saputo «sfruttare il profondo malcontento sunnita». Con la fusione tra sunniti di «due nazioni frantumate» si colmava il divario demografico in Iraq e «si costruiva il califfato».

La Storia di Iraq e Siria «appartiene a un intreccio complesso tra strategie coloniali britanniche e francesi, contesti geopolitici legati al petrolio e ai movimenti nazionalistici» che hanno contribuito a disegnare la mappa del Medio Oriente «conosciuto fino a oggi».

Leggerlo o affermarlo oggi può risultare molto strano o addirittura provocatorio ma c’è stato un tempo in cui «l’idea del califfato diventò una soluzione politica anche per l’Occidente». Con «l’espediente politico dei califfati e degli sceicchi», il ministro delle Colonie Winston Churchill mise a capo degli stati sotto mandato britannico «i monarchi arabi del clan hashemita degli Husayn», sovrani della Mecca. «Fu così che nacquero l’Iraq, la Siria e la Giordania». Emiri e sceicchi allora erano «al servizio del piano coloniale» per far nascere nuovi stati che adesso si stanno sgretolando. «La guerriglia e il terrorismo praticato dallo Stato islamico» di Abũ Bakr al-Baghdãdĩ sono adesso «funzionali a un progetto completamente diverso»: abbattere le frontiere tracciate un secolo fa e riunire i sunniti sotto «la bandiera nera di un nuovo califfato».

Sia la Siria che l’Iraq oggi sono «degli ex-stati, presenti in maniera virtuale sulla mappa geografia» e nessuno, né in Occidente né in Medio Oriente, ha un piano politico alternativo «al mantra dell’unità nazionale ripetuto in maniera stucchevole dalla diplomazia internazionale». Per l’autore siamo quindi a un bivio: o si ricostituisce questa unità nazionale, «evocata a ogni pleonastica conferenza mediorientale», oppure si deve affrontare la «balcanizzazione del Medio Oriente». Gli europei, che hanno assistito «senza fare nulla di positivo» alla disintegrazione della Jugoslavia e ora «appaiono impotenti» di fronte all’Ucraina, «sono in materia degli esperti».

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L’ascesa del califfato tra Iraq e Siria «non è stata esattamente una buona notizia» per le monarchie assolute del Golfo «sostanzialmente antidemocratiche», che l’Occidente si ostina ad appoggiare «rifornendole di armi in cambio di petrolio, commesse e investimenti». Il presidente americano Barack Obama in otto anni di presidenza «ha venduto a Riad, impegnata nella guerra in Yemen, circa 100 miliardi di dollari di armamenti e firmato un contratto per 38 miliardi con Israele».

La Siria è stata per decenni una sorta di «kombinat militare-mercantile sostenuto dall’Unione Sovietica» che ha consolidato una «classe di privilegiati favorendo i cristiani e le dinastie sunnite». Prima dell’ascesa del partito Ba’th, gli alauiti erano fermi al gradino sociale più basso, erano fellah, contadini, uomini di fatica. «Il colpo di stato di al-Asad li portò nelle accademie militari, negli apparati pubblici, in mezzo alla borghesia urbana» e così si sono presi «la rivincita su secoli di emarginazione».

Al-Baghdãdĩ ha sfruttato il caos saldando guerra siriana e irachena, ma le vere e profonde cause della rivolta sono state «la corruzione e le politiche discriminatorie di Bagdad», rivelatesi una «formidabile propaganda per l’Isis». Non a caso infatti i periodi di maggiore intolleranza dell’islam sono coincisi con quelli di povertà e arretratezza, inoltre una delle prime misure degli jihadisti è stata «la promozione di azioni emblematiche contro la corruzione».

Più che una versione «pura» dell’Islam «gli jihadisti forniscono un franchising», che in Europa dà «un’etichetta al malessere individuale e di gruppo» e «riempie il vuoto lasciato dalle ideologie del Novecento». La strategia dello Stato islamico consisterebbe per l’autore nel passare rapidamente da una logica di “etichettamento” di circostanza a quella di un’adesione reale a uno “Stato di diritto islamico”, «certo estraneo alle pratiche occidentali e al diritto internazionale, ma che si vuole comunque uno stato di diritto». Il solo bottino di guerra di Mosul, «stimato in 313 milioni di euro», conferisce allo Stato islamico una potenza finanziaria senza precedenti, eppure i paesi occidentali e gli stati arabi «continuano a considerarlo al pari di una semplice organizzazione terrorista».

Interpretazioni inspiegabili, al pari della reazione dei media occidentali dal 2014 in poi che hanno trattato lo Stato islamico come una sorta di «Ufo politico, un esercito di jihadisti spuntati non si sa dove che nessuno sembrava poter fermare».

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Lo scopo del libro, dichiarato nell’introduzione dallo stesso Luizard, è quello di spiegare il rapido successo dello Stato islamico e di capire come e perché le potenze occidentali sono cadute «nella trappola che è stata tesa loro coinvolgendole nella sua guerra».

Come è possibile che una coalizione talmente ampia da abbracciare «tutta la società civile del mondo intero» spiegata contro quello che viene indicato il “Pericolo Pubblico Numero Uno” non riesca ad avere la meglio su una realtà politico-militare che in fondo si è dimostrata abbastanza labile? Davvero bisogna credere che manchi o non si riesca a trovare un valido e comune disegno politico oppure «l’Isis è servita e continua a servire a qualcuno o a qualcosa?»

Gli arabi, o comunque i musulmani sunniti, sono i soli che dinanzi all’opinione pubblica islamica di tutto il mondo «hanno il diritto di schiacciare la mostruosità ideologica travestita da estremismo religioso». Non potrebbero mai farlo «né i crociati occidentali né gli eretici sciiti iraniani» senza trasformare, agli occhi «del proletariato e del sottoproletariato musulmano del mondo», gli adepti del califfo in altrettanti martiri della fede perché, come affermava Tertulliano, «il sangue dei martiri è seme di nuovi fedeli».

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna di Pierre-Jean Luizard è come una sorgente in piena per un disperso nel deserto, un libro necessario per sedare la “sete” di conoscenza su una delle vicende storiche e geopolitiche solo in apparenza tra le più discusse: la nascita del terrorismo estremista di matrice islamica e il ruolo giocato dall’Occidente.

Pierre-Jean Luizard: Storico e direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs). Ha vissuto per lunghi periodi in diversi paesi del Medio Oriente ed è membro del Gruppo di sociologia delle regioni e della laicità (Gsrl) a Parigi.

Source: Si ringrazia il contatto dell’Ufficio Stampa della Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale

 

 

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Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber

11 mercoledì Mag 2016

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Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

Prigionieri dell’Islam (Rizzoli, 2016) della giornalista Lilli Gruber è un libro ambizioso, che si propone di creare un po’ di ordine nel caos delle informazioni, che circolano in un Occidente in piena crisi, riguardo quanto sta accadendo nel mondo arabo «in pieno naufragio».

Un libro che accoglie in sé: la cronistoria degli attacchi terroristici all’Occidente, a partire dall’11 settembre 2001; un’analisi geopolitica della situazione occidentale, mediorientale, delle primavere arabe, dell’Iran, della Turchia, della Siria… il resoconto dettagliato delle esperienze dirette dell’autrice come inviata; la trascrizione delle interviste fatte come giornalista; riferimenti diretti alla trasmissione televisiva che conduce; episodi e riflessioni legati alla propria vita privata e sentimentale.

Un intreccio di informazioni e stili che a volte funziona altre meno. La struttura del testo è circolare, l’autrice ritorna spesso sullo stesso punto o argomento, arricchendo di volta in volta quanto detto di nuovi particolari oppure analizzando il tutto da un’angolazione diversa.

Il discorso che la Gruber vuole portare avanti in Prigionieri dell’Islam sembra chiaro fin dal principio: non si possono incolpare tutti i musulmani per quanto sta accadendo nel mondo arabo e in Occidente, dobbiamo riconoscere le responsabilità dello stesso Occidente. La situazione in oggetto è molto complessa, colpe ed errori vanno imputati a entrambe le parti in causa (Occidente e anti-Occidente) e naturalmente l’autrice non ha una soluzione ai problemi in corso né per quelli prospettati dal prosieguo o dalla degenerazione delle attuali circostanze.

Ma il vero limite di un libro come questo è l’ostinazione al voler definire una situazione globale analizzandola dal solo punto di vista occidentale. Ammettere in qualche modo le responsabilità delle grandi potenze ma fermarsi nell’esatto momento in cui ci si rende conto che un mondo diverso equivale anche a un Occidente diverso, alla rinuncia dei tanti, troppi, privilegi accaparratisi da chi il mondo lo ha sempre conquistato non solo abitato.

Nel Prologo di Prigionieri dell’Islam la Gruber racconta di aver assistito alla conversione di una giovane ragazza napoletana presso la comunità islamica di viale Jenner a Milano. «Non passa giorno senza che bussi alla porta un nuovo aspirante musulmano», le dicono.

Perché l’Islam attrae sempre più nuovi proseliti? Questo quanto si connette alla diffusione del terrorismo islamico?

Per l’autrice «nel caos di un mondo arabo in pieno naufragio e nelle incertezze di un Occidente in crisi, l’Isis rappresenta un’alternativa concreta».

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Nell’Introduzione al libro l’autrice si sofferma sul resoconto dettagliato di come gli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 siano entrati con irruenza nel suo privato lasciando esterrefatti lei e il compagno, il quale proprio mentre gli attacchi avevano luogo era su un volo diretto a Roma e partito da Parigi.

Racconta di come tutto ciò l’abbia riportata indietro nel tempo, all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 e a due giorni dopo l’accaduto, quando l’allora presidente degli Stati Uniti d’AmericaGeorge W. Bush «accende la fiaccola che darà fuoco al mondo: quella della “guerra al terrore”».

Viene da chiedersi se quindici anni di “guerra al terrore” non abbiano portato solo altra guerra e terrore.

La Gruber ipotizza, timidamente, che faccia tutto parte di una sorta di piano, organizzato e giostrato per il potere e il denaro. «Nulla è impossibile nel mondo parallelo delle guerre segrete» “combattute” tra governi e servizi di spionaggio, fatte di embarghi, destabilizzazioni, minacce dirette o indirette, palesi o latenti, infiltrazioni e corruzioni varie… In punta di piedi allude a come il potere decisionale, in fin dei conti, sia sempre e solo nelle mani delle grandi potenze e che a muovere i loro gesti non sia sempre il mero desiderio di proteggere i popoli.

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I limiti di queste “guerre segrete” si sono visti già nel marzo 2011, quando «le capitali occidentali sperano che Assad alzi bandiera bianca», come Ben Ali e Mubarak, ma «gli occidentali sono molto meno influenti in Siria che in Tunisia o in Egitto. L’esercito è corrotto, ovvio, ma l’infiltrazione da parte di potenze straniere è meno capillare che in altri Paesi arabi».

Le operazioni di ingerenza occidentale nel mondo arabo sembrano essersi rivelate dei fallimenti sia dove l’estirpazione del regime è riuscita, come in Tunisia ed Egitto, sia dove non è andata a buon fine, come in Siria. Allora il lettore si chiede il motivo per cui si portano avanti azioni e politiche già rivelatesi fallimentari oppure se nel “mondo parallelo” si sono registrate delle vittorie che non è dato a tutti conoscere.

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

In Prigionieri dell’Islam si legge che, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno intrapreso la guerra contro il terrorismo per annientare al-Qaeda ma anche «per trasformare il mondo musulmano al grido di “esportare la democrazia”».

Con quali risultati? A costo di sacrificare cosa?

In seguito all’uccisione di Osama Bin-Laden e allo smantellamento di gran parte delle cellule che componevano l’organizzazione tutto l’Occidente ha creduto, su input di capi di stato, di governo e organi di stampa, che il terrorismo di matrice islamica fosse stato sconfitto. L’Isis e non solo hanno dimostrato al mondo intero che non è così.

Per la Gruber dall’inizio di aprile 2016 i miliziani dell’Isis sono in difficoltà, le operazioni speciali americane stanno eliminando uno dopo l’altro tutti i capi e ciò lo si può interpretare come l’inizio della fine di questo “mostro” che ha preso il posto di al-Qaeda come nemico numero uno degli Occidentali. Ma c’è poco da esultare perché ci si deve aspettare che, da un momento all’altro, possa «resuscitare altrove e tornare a seminare paura.»

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La Gruber conclude il suo Prigionieri dell’Islam con l’esortazione alla disobbedienza, ma non quella di Gandhi bensì quella di Obama.

«Le dimostrazioni più evidenti della sua disobbedienza sono il riavvicinamento con l’Iran e il rifiuto di muovere guerra alla Siria».

Parla anche dell’umiltà di papa Francesco, dell’ultimo sermone del profeta Maometto nel quale invitava i suoi fedeli a trasmettere il proprio messaggio, di Gesù Cristo e del fatto che cacciasse i mercanti dal tempio, dell’ingresso di nuovi attori (Cina e Russia) pronti a dire la loro sugli squilibri del pianeta, ma soprattutto tiene a sottolineare che «il Medioriente, il Golfo e i loro tormenti non devono minacciare le relazioni tra i colossi del mondo globalizzato».

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Con le sue 352 pagine il libro di Lilli Gruber si presenta al lettore carico di informazioni, di nozioni, di citazioni… ma la situazione analizzata è talmente complessa che tanti sono i dubbi e gli interrogativi che restano.

Ci si chiede chi siano i veri prigionieri dell’Islam: gli arabi o gli occidentali? È l’Islam l’unico vero carceriere di cui aver paura? Che relazione c’è tra il terrorismo di matrice islamica e le “guerre segrete” combattute nel “mondo parallelo” di governi e servizi di spionaggio?

Per la Gruber terrorismo, Islam e immigrazioni «congiungendosi in un triangolo, formano una trappola mortale» che «cambia la nostra vita». Ma chi ha fatto scattare questa trappola? Se i tre vertici del triangolo sono una conseguenza dell’ingerenza occidentale nel mondo arabo non dovrebbe essere l’Occidente il primo a invertire la rotta?

La verità è che l’Occidente è “prigioniero” anche di sé stesso, come ricorda pure l’autrice parlando della disobbedienza del presidente degli Stati Uniti d’America: «Mi colpisce il fatto che l’uomo più potente del mondo abbia il coraggio di riconoscere che è lui stesso prigioniero delle convenzioni, dei preconcetti, dei diktat dell’ideologia».

La morsa che stringe l’Occidente e il mondo intero sembra essere alimentata quindi da molto altro oltre il terrorismo, le migrazioni e l’integrazione, ovvero i vertici del triangolo che per la Gruber ci rendono tutti “prigionieri dell’Islam”.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-mondo-parallelo-delle-guerre-segrete-in-prigionieri-dell-islam-di-lilli-gruber

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Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

27 mercoledì Apr 2016

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Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Putinofobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l’Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l’Unione Sovietica, ora diventata Russia.

Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.

Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte… come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.

Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell’Occidente con l’Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.

Nicolai Lilin, che ha curato la prefazione a Putinofobia, scrive che: «la politica dell’Occidente, che con tutte le forze cercava di frantumare il multiculturalismo ereditato dal regime sovietico per poter manovrare meglio le piccole regioni staccate dal grande polo legato al Cremlino, da subito ha sfruttato la propaganda russofoba come l’elemento principale su cui poter costruire i nazionalismi locali».

Perché lo ha fatto? Quali sono i motivi alla base della russofobia 2.0? Ne abbiamo parlato con Giulietto Chiesa nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La russofobia occidentale non è un fenomeno nuovo. Quali sono le peculiarità della “russofobia 2.0 o Putinofobia”?

La russofobia risale ad almeno tre secoli fa, da quando esiste la Russia come grande Paese e questo dice già molte cose. La Russia viene vista come un avversario. La russofobia 2.0 è qualcosa di nuovo nel senso che è anche una forma di astio dei gruppi dirigenti europei e occidentali in genere nei confronti di una Russia che si credeva fosse ormai stata conquistata definitivamente e invece si rivela altra cosa da quelle che erano le nostre illusioni o speranze. C’è una sorta di rivincita dell’Occidente contro questa Russia incomprensibile.

Più che essere un ragionamento è una malattia. Una sorta di violenta ripulsa di ciò che è diverso da noi tanto più violenta quanto più i russi, a prima vista, sembrano uguali a noi. Sono uguali a noi. In questo sta il paradosso. E scopriamo spesso, in ritardo, con nostro disdoro e fastidio, che in realtà, sebbene siano così uguali a noi, sono anche molto diversi. Il tutto confluisce in questa specie di ripulsa che riguarda però solo i gruppi dirigenti o da quella parte costituita dagli opinion maker, cioè dai mass media. Non credo che questo sentimento sia molto diffuso, in Occidente, tra la gente comune, normale, piuttosto che sia un’operazione politica guidata dai gruppi dirigenti occidentali che vogliono tenere la Russia diciamo in disparte e usano tutti i mezzi a disposizione per farlo.

Quali sono i reali motivi alla base della character assassination alla quale la stampa occidentale ormai da anni sottopone Vladimir Putin?

Si usa il 2.0 in quanto qui c’è una differenza rispetto alle altre forme di russofobia della Storia. Adesso c’è un grande personaggio, di valore mondiale che può facilmente essere preso a bersaglio nel fuoco dei riflettori e accusato di tutte le nefandezze che servono per esemplificare il rifiuto dell’Occidente nei confronti della Russia. È accaduto altre volte, nel corso della storia, che la Russia schierasse personalità di grande calibro, ma Putin è questo 2.0, è il ventunesimo secolo che dimostra, indirettamente e involontariamente, che l’Occidente non è capace di accettare la Russia quale essa è.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Nell’introduzione a Putinofobia Roberto Quaglia afferma che di solito i russofobi non sono consapevoli di essere tali. Da dove deriva questa fobia inconsapevole per la Russia?

In parte deriva dal fatto che l’Occidente non riesce a capire dove sta il problema, nel senso che guarda i russi e li vede uguali a sé stesso. Qui sta parte della verità. La loro cultura, come anche la letteratura, ha impregnato la nostra. Basti pensare a Tolstoj, a Dostoevskij…

Quando si va poi al contatto diretto di questo Paese, nella vita quotidiana, nel modo di pensare, di sentire il tempo e lo spazio, le dimensioni del pianeta… lo spirito dei russi è diverso da quello occidentale. E qui si arriva alla contraddizione. L’Occidente non capisce dove sta la differenza, che invece è molto semplice: la Russia non è solo Europa.

La Russia non è né prevalentemente europea né prevalentemente asiatica. Nel corso della storia è stata a volte più europea altre più asiatica. Ogni volta che diventa più asiatica l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi.

Se la russofobia attuale è «una lente di ingrandimento» sulla nostra civiltà, lei che ci ha guardato profondamente attraverso cosa ha visto?

Ho visto che la Russia, se noi fossimo in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

E io qui ho ampiamente attinto alla riflessione che faceva Arnold Toynbee nel suo purtroppo non molto famoso libro intitolato Il mondo e l’Occidente (Sellerio, 1992). Già il titolo è pieno di significati.

L’Occidente si è contrapposto a tutto il resto il mondo da quando è diventato “occidente”. Questo è il problema: l’Occidente sta aggredendo il resto del mondo. Non è capace di fare altro che aggredire anche la Russia. Per tre secoli, come dice Toynbee, l’Occidente ha potuto giovare di questa sua caratteristica, ma oggi, nel ventunesimo secolo, la tattica aggressiva non funziona più.

Stiamo assistendo all’inizio della fine di questi dominatori occidentali. Il che è molto grave, perché l’Occidente è anche il più armato. La tentazione di utilizzare la propria forza per continuare la dominazione diventerà sempre più concreta finché non vi sarà una riflessione di grande respiro culturale. Riflessione che, in verità, non vedo all’orizzonte.

Con il Madison Valleywood Project il governo americano vuole unire le forze di Hollywood e Silicon Valley per attuare una strategia contro l’Isis o per portare avanti la propaganda contro il nemico designato, in maniera analoga alle numerose azioni di cui si parla nel libro e messe in campo contro i russi?

Sarò più brutale. L’Occidente che si propone di fare ciò che dice lei è un sogno. Ignora il fatto l’Isis e il terrorismo islamico sono il prodotto dello stesso Occidente. Quindi tutte le strategie che vengono elencate per spiegare come questo è contro il terrorismo islamico sono in realtà delle fantasie che servono a manipolare l’opinione pubblica.

Il terrorismo islamico è un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando.

È un sistema largamente sperimentato nella storia di questo ultimo secolo e che ha sempre funzionato. Si usano, di volta in volta, dei capri espiatori che credono di lavorare per i propri interessi ma in realtà lavorano per “il re di Prussia”.

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L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetto in questo senso. Era il Comunismo sovietico il nemico mortale da combattere. Una volta abbattuto o suicidatosi, a seconda delle interpretazioni, l’Occidente è rimasto senza nemico. Ha proceduto per circa un decennio non solo senza nemici ma con un nuovo gigantesco alleato e vassallo e in pratica non è riuscito a spiegare, al resto del mondo, come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli.

Ha mostrato che il problema non è esterno all’Occidente, è interno, nel modello di sviluppo. Così nell’anno 2001 i dominatori dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, hanno prodotto il mutamento di rotta della storia politica del mondo.

Hanno creato l’11 settembre del 2001 per mettere dinanzi agli occhi di tre miliardi di persone il nuovo nemico, cioè l’estremismo islamico.

Così è iniziata la guerra contro il terrorismo islamico che dura ormai da quindici anni. Sia il Presidente di allora, George Bush jr, sia il suo Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, affermarono: «comincia una guerra che durerà 50 anni» e l’altro «durerà un’intera generazione». Questo era il piano: sostituire il terrore rosso con il terrore verde.

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Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Papa Francesco, e con lui tanti analisti, hanno parlato di una terza guerra mondiale combattuta in tutto il mondo senza un focolaio preciso. Siamo anche in una nuova versione della Guerra Fredda?

Io non parlo per conto terzi. Parlo per me stesso. Sono stato uno dei primi analisti al mondo a dire apertamente che stiamo entrando nella terza guerra mondiale. Quando si parla di questo non si può che riferirsi a una guerra atomica. Una guerra mondiale fatta a pezzettini non ha alcun senso, c’è sempre stata.

Durante la Guerra Fredda si sono combattute, per conto terzi, decine e decine di guerre locali che servivano per mantenere l’equilibrio tra le due potenze. Nel momento in cui è finito il bipolarismo ed è finita la Guerra Fredda, queste sono continuate ma non sono conflitti mondiali.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Una guerra mondiale è lo scontro tra l’Occidente (Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e pochi altri) e l’Asia. In questo senso l’Asia è tutto il resto il mondo. Solo che tutto il resto del mondo è impreparato a questo conflitto, lo sono solo gli Stati Uniti d’America e la Russia che dispongono del potenziale nucleare necessario.

Quando si scontreranno questi due Stati sarà lo scoppio della terza guerra mondiale. Ritengo sarà anche la fine dell’attuale civiltà umana. Ma molti non lo vedono perché non capiscono o non sanno qual è il carattere della guerra moderna, se lo sapessero non direbbero le sciocchezze prive di fondamento che dicono quando si parla di guerra diffusa e via discorrendo.

Il primo segnale di non-democrazia è il tentativo di ostacolare le opinioni divergenti. Possibile che gran parte della “massa democratica occidentale” non riesca a cogliere questo segnale nell’informazione dominante?

Purtroppo è possibile e reale. Nel libro precedente a questo, intitolato È arrivata la bufera (Piemme, 2015), spiego nel capitolo dedicato a Matrix cosa è già accaduto da quaranta-cinquanta anni a questa parte.

L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo.

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Ritengo realistico affermare che gran parte della popolazione vive dentro Matrix, dentro una prigione virtuale nella quale crede di essere libera, come accade appunto nel film, ma che è un universo irreale. Il mondo reale è altrove, fatto in un altro modo, è furibondo, feroce, senza tregua.

L’importante è non far capire alla gente in che situazione vive, lo capirà soltanto quando sarà il momento di finire tutti abbrustoliti. A quel punto molti se ne renderanno conto ma sarà un po’ tardi.

La grande massa della gente non sa nulla di ciò che la circonda. È stata bombardata da una miriade di proiettili che attraversano ogni secondo, ogni attimo della nostra vita e sono spesso non solo non percepiti e indolori ma addirittura piacevoli. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

La più grande arma costruita dall’Occidente per annichilire il senso comune, il buon senso, la razionalità, la solidarietà, la cooperazione, la consapevolezza della limitatezza delle risorse… tutto questo è stato cancellato dalla visione di miliardi di persone.

Parliamo di un’arma che spegne l’intelligenza e quindi, alla lunga, non potrà che produrre mostri. Come ci indica l’acquaforte di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». L’Occidente è stato trasformato in un gigantesco formicaio di persone la cui ragione è stata addormentata.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Lei paragona le inquietanti sensazioni che proviamo noi oggi, che viviamo un’epoca di grande cambiamento, a quanto devono aver provato i dinosauri. Siamo destinati all’estinzione?

Destinati no. Non credo in un qualche destino preordinato, è un qualcosa che forgiamo noi sempre, in un modo o nell’altro. Devo questa mia convinzione guarda caso alla lettura di uno straordinario romanzo russo, Guerra e Pace di Tolstoj, citato più volte in Putinofobia.

Noi popolo siamo protagonisti e, quando siamo in tanti, produciamo un movimento, un muoversi delle idee, delle correnti profonde della storia. Non esistiamo inutilmente. Esistiamo con la nostra forza fisica, con la presenza fisica e intellettuale.

Non credo ai complotti. La trasformazione in automi sta avvenendo ma non è il risultato di un complotto bensì della commistione tra l’informazione manipolata e il potere. E avviene in modo quasi automatico ormai. Il coordinamento dei nostri movimenti dall’esterno è avvenuto su un sesto della popolazione, che è l’Occidente. Il resto del mondo, secondo me, non è stato neanche minimamente scalfito da questo meccanismo.

Non credo che l’Occidente arriverà a dominare il mondo al punto che non ci possa più essere speranza. C’è ancora un grande movimento nel mondo. Non esiste un Nuovo Ordine Mondiale, non è mai esistito, esiste invece un “piccolo disordine occidentale”.

Riusciranno i popoli a organizzarsi e fermare la follia omicida e suicida dell’Occidente? Beh, la questione è aperta.

L’Occidente pensa di essere invincibile e questo è il suo tallone d’Achille. Se tale consapevolezza si farà strada in importanti settori intellettuali e dirigenti, sulla spinta di altri popoli non occidentali, noi potremo salvarci.

Noi europei non troveremo la soluzione del problema. Noi abbiamo creato il problema. Noi siamo il problema. Non credo potremo comprendere quanto sto dicendo in termini tali da modificare il corso delle cose che precipita verso lo scontro e cioè verso la terza guerra mondiale. Lo potremo fare solamente insieme agli altri popoli, alle altre culture, alle altre civiltà, alle altre religioni, alle altre tradizioni…

La soluzione la possiamo trovare solo tutti insieme. Chiunque progetti l’uscita da questa crisi, che è mondiale ed epocale, da solo, qui in Europa… beh si fa una grande illusione.

Se dovessi riassumere in poche parole, che restassero impresse nel lettore che legge Putinofobia, il senso di questo libro, direi: smettiamola di ritenere l’Occidente il centro del mondo. Non lo è più. Non perché sia buono o cattivo. Semplicemente non lo è più. Quanto più riusciranno a liberarci da questa idea tanto più potremo salvarci e preservare la nostra civiltà.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-putin-ci-fa-paura-intervista-a-giulietto-chiesa

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Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

17 domenica Gen 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

La Storia, si sa, è fatta di cicli che si ripetono; Giambattista Vico li chiamava ricorsi. Ma quando sono gli errori a essere commessi ripetutamente cosa viene da pensare? Albert Einstein aveva etichettato come follia la propensione dell’uomo a fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso.

Carlo Panella ne Il libro nero del Califfato, edito da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) ad aprile 2015, pone l’accento sugli errori commessi dall’Europa nel 1939 allorquando non capì la gravità del disegno progettato da Hitler e quelli, identici, commessi oggi nell’interpretazione del fenomenojihadista.

«Non rendersi conto che qualcuno ti fa la guerra per imporre la sua “cultura” è un errore. Errore ancora più grande è non capire perché ti vuole annientare».

Perché Hitler ci ha fatto guerra? Perché voleva annientare il popolo ebreo? Perché il Califfo ci fa guerra? Perché vuole annientarci? «Un abisso separa la nostra totale dimenticanza, la stupita ironia, il nostro scherno nei confronti dell’Apocalisse, dalla loro certezza che è immanente e imminente. Schiaccio il detonatore, mi uccido e uccido gli infedeli perché domani, tutti insieme, siamo chiamati al Giudizio Universale».

Il libro nero del Califfato è un testo che vuole focalizzare sulla centralità dello scisma islamico in atto nelle tragiche vicende che hanno visto coinvolto anche il territorio occidentale nei recenti attacchi di Parigi. Ne abbiamo parlato in un’intervista con l’autore Carlo Panella.

«L’Europa ha commesso gli stessi errori nel 1939 e ora li ripete»: il non capire che qualcuno ci combatte per affermare il predominio della propria civiltà e il non cogliere le ragioni per le quali qualcuno vuole annientarci. Cosa spinge il Califfo verso la volontà di annientare l’Occidente? E quali sono i termini di questa guerra di civiltà?

La ragione fondamentale alla base delle azioni del Califfato, come di tutti i movimenti jihadisti, è quella di conquistare potere politico ovunque, in particolare nelle zone che furono sottoposte al dominio islamico in passato, per imporre la legge divina, la sharia. È quello che sta facendo non soltanto in Mesopotamia e in Libia ma anche attraverso atti che noi, erroneamente, definiamo di terrorismo, come gli attentati di Parigi, e che invece sono solamente delle punizioni shariatiche per delle trasgressioni alla legge di Dio.

«Charlie Hebdo» per blasfemia, il Bataclan perché la musica, qualsiasi non solo quella occidentale, è proibita, colpiti bar e ristoranti per punire la promiscuità tra uomini e donne. Tutti segnali molto chiari che l’Occidente non interpreta anche perché abbiamo una visione “egoistica” del mondo. Pensiamo che loro ci vogliano fare paura o che siano dei terroristi. È scontato dire che vogliono farci paura, in realtà tutte le loro azioni mirano a far applicare la sharia.

Non rendersene conto vuol dire ignorare lo scisma religioso interno al mondo islamico. Non è tutto l’Islam ma un Islam scismatico quello che ci attacca. Che ci fa la guerra e quindi noi dobbiamo farla a lui. Farla sul serio però, non quello che l’Occidente sta facendo ora, ovvero bombardando in Siria e Iraq, ma andando a combattere sul terreno o comunque appoggiando chi sta combattendo. Non lo facciamo per varie ragioni ma principalmente perché l’Occidente non ha ideali, quindi non ha coscienza di sé stesso.

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Nel testo sottolinea gli errori del direttore della Cia, di Cameron, di Hollande e della Mogherini i quali affermano che il terrorismo non è Islam. «È Islam, invece: è uno scisma musulmano». Ci spiega i caratteri di questo scisma?

Brennan, Mogherini, Obama… pensano si tratti di una banda di criminali e la trattano come tale, una sorta di bounty killer, quando invece è uno scisma dei Saud e Muhammad al-Wahhab, un teologo islamico. Fece un’azione militare all’inizio dell’Ottocento andando a occupare La Mecca e Medina, si alleò con le tribù dell’Anbar, in pratica le stesse di oggi. È stato l’asse portante della rivolta indiana del 1857 e di quella sudanese del 1880 pur restando nell’ombra e riemergendo con forza durante la rivoluzione khomeinista. Perché l’elemento fondamentale di questo scisma è la pratica liquidatoria di tutte le dottrine idolatriche.

Loro ritengono che i cristiani e gli sciiti siano idolatri perché mentre loro hanno un solo Dio, questi adorano anche i santi o gli imam. Hanno questo atteggiamento persecutorio nei confronti degli idolatri, che verifichiamo anche in questi giorni in Iraq, mosso dalla volontà di venerazione di un unico Dio.

Non conoscere questi elementi, fare dei comodi appelli al bene contro il male o frasi del tipo non si uccide in nome di Dio è una difesa culturalmente miserrima che, ahimè, coinvolge anche il Papato che, peraltro, difronte alla persecuzione dei cristiani in atto da parte di questo movimento islamico, fa ben poco, nonostante le migliaia di martiri cristiani che questi scismatici uccidono ogni anno in tutto il mondo.

Come si colloca in questo scisma l’irrisolto conflitto israeliano-palestinese?

Una delle tante verità che ha spiegato questa vicenda è il fatto che la centralità del conflitto israelo-palestinese per sistemare il Medio Oriente era una bufala. Anzi spiega il contrario. Quanto sta avvenendo in Mesopotamia, in Yemen… in posti in cui mai c’è stato l’intervento occidentale, dimostra che la ragione per cui questo conflitto non si risolve non è in una dimensione di terra contro pace,come si è detto per decenni, ma in un non possumus di tipo islamico dentro, peraltro, questo scisma, per cui i palestinesi musulmani non sono disposti ad accettare l’esistenza dello Stato di Israele. Il tutto concretizzato dalla gestione fatta da Hamas.

Hamas e parte dello scisma non discutono minimamente della questione territoriale. Hanno avuto Gaza gratuitamente nel 2006 da Sharon, ma non fanno la pace con gli ebrei perché devono imporre la sharia su tutto Israele.

Il conflitto israelo-palestinese andrebbe risolto ma ciò non può avvenire perché nel mondo musulmano esiste da sempre il rifiuto della coesistenza tra uno Stato ebraico, uno Stato arabo e uno radicale e non a caso questo rifiuto inizia con una leadership religiosa, Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti.

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L’altro grande nodo delle aspirazioni universalistiche dell’Islam è rappresentato dall’Iran. Ora che le sanzioni sono state revocate lei affermerebbe che la «deterrenza atomica per esportare la rivoluzione» ha funzionato?

Direi di sì. Sono riusciti a convincere le classi dirigenti occidentali della loro volontà di non destabilizzare il Medio Oriente nel momento stesso in cui con strumenti tradizionali lo facevano in maniera parossistica. In Iraq, in Siria appoggiando Assad, in Yemen, a Gaza, in Libano…

Gli iraniani non sono arabi, hanno delle èlite dirigenti estremamente raffinate, pongono all’Occidente il problema di una rivoluzione popolare vincente, hanno un’ideologia di morte basata sul martirio, di nuovo di tipo nazista, gestiscono il Paese in maniera autoritaria però l’incapacità di affrontare la situazione iraniana fa sì che l’Occidente chiami Rouhani affidabile riformista nonostante lo stesso premio Nobel Ebadi continui a dire che da quando c’è lui le condanne a morte in Iran sono duplicate. Assisitiamo al paradosso del riformista che duplica le condanne a morte formalmente per reati comuni, ma per la gran parte sappiamo tutti essere dovute a reati politici o di semplice dissidenza ideologica o verbale.

Contrapposto a quello wahabita c’è questo scisma khomeinista basato sulla ideologia del martirio e obbligo del musulmano di uccidersi per uccidere gli infedeli e, esattamente come per il fenomeno wahabita, non vogliamo prendere atto della radicalità culturale di questa ideologia autoritaria.

Lei ritiene che l’Occidente si rifiuti di comprendere «che queste migliaia di “John” sono uomini di fede» in quanto prenderne coscienza comporterebbe implicazioni terribili. Quali sono queste “implicazioni terribili”?

Affrontare il problema del consenso di massa che tutti gli inviati dicono… leggete cosa scrive Cremonesi sul «Corriere della Sera» intorno a Mosul. Ripete più volte: «La popolazione sunnita appoggia in maniera convinta gli uomini dell’Isis».

Dovrebbe bastare per rendersi conto che c’è un’adesione di massa a un’ideologia di morte, autoritaria e violenta, e ciò costringe a prendere atto che dentro l’Islam c’è uno scisma operante. E che questa parte scismatica, che uccide in nome di Dio, non viene contrastata a sufficienza se non con poche dichiarazioni verbali, proprio perché molti dei valori che i jihadisti difendono sono simili se non proprio uguali a quelli di gran parte del mondo islamico.

Elemento questo che non viene preso debitamente in considerazione, sfugge, si mistifica la realtà e si risponde in maniera meccanica con dei bombardamenti che, peraltro, non fanno che aumentare il consenso delle popolazioni civili colpite verso questa nuova forma di autoritarismo, non maggioritario ma di massa.

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In un altro passaggio del libro, definisce i terroristi islamici «simbolo di un male dell’anima che penetra in profondità persino nelle nostre metropoli». In cosa consiste questo male?

Noi non siamo figli di Set ma di Caino. C’è questo rifiuto dei contemporanei di affrontare di petto quello che è l’insegnamento non soltanto della Bibbia ma anche della mitologia greca: la propensione dell’uomo al male, all’assassinio, addirittura al fratricidio.

Ormai l’ideologia che gira, anche ad alti livelli della nostra cultura, è molto simile a quella delle Miss. «Vogliamo la pace nel mondo» è il corale desiderio espresso. Invece questa capacità di attrazione che ha una nuova ideologia di morte dentro un corpo religioso millenario pone dei problemi enormi per quanto riguarda la comprensione dell’uomo e della sua dimensione.

Problemi questi che sono contrapposti al politically correct, al mainstream buonista che pervade tutti gli ambienti della nostra cultura. Siamo difronte a una manifestazione del male dell’animo umano sviluppatasi ora in ambito musulmano, nel Novecento esplose in ambito europeo, che è inquietante e pone problemi drammatici.

Voi amate la vita, noi la morte è il messaggio che lanciano i jihadisti e questo alla nostra cultura, oltre che alla nostra sicurezza, pone dei problemi che si preferisce evitare.

Si sofferma a lungo nel libro sulle differenze tra Al-Qaeda, Isil e Califfato eppure tutte attirano «migliaia di giovani come falene». Perché? E perché l’Occidente stenta a capirne le motivazioni?

Al-Qaeda differisce dal Califfato per una ragione molto semplice: è essenzialmente una struttura organizzativa di tipo classico, non ha avuto la capacità di fare il salto di qualità che il Califfato ha fatto proclamandosi Stato e gestendo un territorio.

Attirano tanti giovani foreign fighter. Una grande capacità di attrazione di questa ideologia di morte che è dentro il corpus dottrinario dell’Islam. Il loro primo teologo di riferimento, Ibn Taymiyya, vissuto alla fine del 1200, sosteneva che il jihad è il sesto principio dell’Islam, più importante del Ramadan e della preghiera stessa. La loro sharia è identica a quella applicata in Arabia Saudita. I loro presidenti storici risalgono al 1800.

Da noi tutto questo viene frainteso, si fa finta che sia colpa nostra. Non c’entra niente l’Occidente. Questo non è un fenomeno di reazione a vere o presunte colpe dell’Occidente. È un fenomeno che nacque, all’interno del mondo musulmano, nel 1740 con lo scismawahabita, è diventato carsico per quasi un secolo e ora è riemerso con una capacità di attrazione di consenso che ebbe non soltanto il nazismo ma anche l’applicazione e la gestione della shoah. L’uccisione, lo sterminio di sei milioni di ebrei fu possibile perché c’era consenso in larga parte del popolo tedesco. Lo stesso fenomeno lo rileviamo oggi.

Quali sono stati i veri errori commessi da Bush e Blair nel 2003? E quanto si è rivelato efficace in realtà il cambio di strategia voluto da Obama?

L’errore fondamentale gravissimo compiuto da Bush e Blair nel 2003 è stato quello di sottovalutare la radicalità del conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq e in Mesopotamia, il non aver compreso che questo elemento religioso era ed è centrale.

In Iraq è stato messo alla guida un personale tecnico-amministrativo che non aveva la minima idea di dove si trovasse e questo ha avuto conseguenze disastrose perché ha radicato, nella componente sunnita, un rifiuto totale dell’amministrazione americana e ha favorito l’impianto dei jihadisti. Ciò è stato in parte risolto dal cambio di strategia imposto dal generale Petraeus ma non ci sono stati comunque grandi risultati, a causa della disastrosa dottrina Obama. Il totale abbandono dell’area ha consentito la persecuzione dei sunniti da parte degli sciiti. Parossistica conseguenza di ciò è la caduta dei sunniti nelle braccia del Califfato.

Pur con gli errori detti, la politica di Bush ci ha lasciato in eredità l’unico alleato affidabile, il Kurdistan iracheno, mini-Stato democratico di fatto nascente e crescente, affidabile sia dal punto di vista politico che militare. Non a caso alleato dell’Italia che, giustamente, lo aiuta.

Il non-interventismo di Obama ci ha lasciato senza alleati, senza interlocutori e con un numero di morti civili che raggiunge la cifra di 300-400mila unità, tra Iraq, Siria e Yemen.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Il 2011 è stato un anno di grande fermento nel mondo arabo, con le rivolte in Tunisia, Siria, Egitto. Quali sono stati i reali motivi, secondo lei? E in seguito cosa è successo durante i mesi di governo della Fratellanza Musulmana?

I motivi erano gli stessi della Rivoluzione iraniana del 1979. Dopo la decolonizzazione, i “cattivi imperialisti” hanno cercato di instaurare in tutto il Medio Oriente delle democrazie, subito destabilizzate da gruppi militari di provenienza filo-nazista, che si sono poi alleati con l’Unione Sovietica, che hanno instaurato dei regimi all’insegna della corruzione e dell’autoritarismo. Incapaci di fare fronte alle richieste di partecipazione e alle tensioni sociali che venivano soprattutto dai giovani.

Le Primavere arabe hanno avuto la capacità di abbattere dei regimi ma, quando si è trattato di gestire direttamente, hanno dimostrato che nel mondo arabo-musulmano non c’è una élite in grado di amministrare lo Stato e così sono andati al potere uomini dei vecchi regimi che hanno saputo riciclarsi.

Lei sostiene ne Il libro nero del Califfato che il vuoto di potere che è derivato dall’eliminazione del regime di Gheddafi in Libia ha contribuito alla «germinazione di terrorismo e jihadismo». Perché?

Non si è minimamente pensato, né nel momento in cui è stato fatto l’intervento né negli anni successivi, a quale potesse essere la gestione della Libia una volta battuto Gheddafi.

Si è fatto finta che sia stato ucciso da una rivolta popolare, il che non è vero in quanto Gheddafi è stato ucciso da forze militari della Nato, e si è lasciato il Paese nel caos con un livello di incompetenza e di non comprensione del territorio spaventosi, soprattutto a fronte dell’arretratezza delle classi dirigenti libiche.

Ora si è cercato di rettificare questo abbandono ma l’idiozia euro-americana nell’abbattere il regime di Gheddafi senza poi minimamente gestire le fasi successive credo andrà studiata nei secoli come manuale di quello che non va fatto in generale nel mondo.

Una lunga e saggia esperienza americana di Nation building nei Paesi in cui sono intervenuti sta ormai scemando verso un dilettantismo drammatico e tutto ciò crea terreno di coltura per la nascita e il radicamento dell’Isis e dei jihadisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel 2006 fu lanciato l’anatema contro la rivista satirica «Charlie Hebdo» e nel gennaio del 2015 c’è stato l’attentato. Pochi giorni dopo, il 14 febbraio 2015, il Califfato minaccia l’Italia: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma… in Libia». Cosa dobbiamo aspettarci?

Dobbiamo aspettarci degli attentati. Tanto più perché facciamo guerra all’Isis. Fortunatamente finora la fase è stata quella di attentati fatti da volontari, islamici di seconda generazione che sono andati a cercare il jihad in Afghanistan, in Yemen o in Mesopotamia e poi sono tornati. Non abbiamo avuto alcun attentato per mano di una centrale operativa specifica creata ad hoc dall’Isis, ma questo passaggio verrà a maturazione a breve.

Non possiamo prevedere dove, se in Italia o in Inghilterra o altrove, ma di sicuro ci saranno attentati, anche perché, a differenza di Al-Qaeda, l’Isis ha una valenza anti-cristiana molto marcata.

Come si combatte il terrorismo?

Creando una rete di alleati nel campo avverso. La follia della gestione obamiana della crisi è tale per cui noi non abbiamo alleati.

Siamo alleati con gli uni e con gli altri, vogliamo fare la pace, far fare la pace a sciiti e sunniti, tra i khomeinisti e gli anti-khomeinisti. In Yemen Obama bombarda gli sciiti con i sauditi e in Iraq e Mesopotamia invece a essere bombardati sono gli alleati dei sauditi e ciò va a favore degli sciiti.

È un quadro parossistico, vergognoso che farà sì che questa crisi complessiva continuerà a svilupparsi fino a quando, finalmente, un nuovo o una nuova presidente non prenderà incarico nel gennaio 2017. Abbiamo davanti oltre un anno di tempo durante il quale questa crisi diventerà sempre più ampia.

http://www.sulromanzo.it/blog/combattere-l-isis-sul-campo-le-ragioni-intervista-a-carlo-panella

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein

29 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FiammaNirestein, IlCaliffoelAyatollah, intervista, Mondadori, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, saggio, terrore, Terrorismo

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

A ottobre è uscito per Mondadori Il Califfo e l’Ayatollah di Fiamma Nirenstein, un libro che osserva «quello che abbiamo di fronte con gli occhiali dell’analisi e non con quelli dell’illusione» per cercare di capire cosa in realtà sia il terrorismo internazionale.

Il terrorismo si presenta agli occhi degli occidentali come un enigma, una sfinge, al punto che siamo stati persino «incapaci di darne una definizione sancita dall’Onu tanto alligna in noi l’incertezza sia sulla sua ragionevolezza sia su come combatterlo». Una situazione, quella medio-orientale, complessa e di difficile interpretazione per cui facilmente si cade nell’inganno del fraintendimento, come nel caso delle rivolte della Primavera araba, le quali mostrarono molti segnali della loro vera natura «che noi abbiamo ignorato del tutto nel nostro infinito egocentrismo».

Eppure sarà proprio da uno scenario tanto tragico quanto lo scontro fra sunniti e sciiti «che può nascere la speranza di una nuova stabilità». È questo il messaggio che vuol lanciare Fiamma Nirenstein con il suo libro, scritto per dimostrare che gli errori occidentali (sfruttamento, opportunismo legato al mercato petrolifero, colonialismo) comunque non legittimano il terrorismo né tantomeno ne sono la causa. Ne abbiamo parlato nell’intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

L’immagine che più colpisce all’interno del suo libro è quella dell’Occidente accerchiato da una tenaglia a due ganasce: l’ISIS sunnita e la Repubblica Islamica Iraniana di stampo sciita, entrambe accomunate però da un’aspirazione universalistica in nome dell’Islam. Al di là delle divergenze teologiche, cosa li accomuna?

Li accomuna il progetto di conquista del mondo intero e la volontà di convertirlo alla loro dottrina, l’Islam, anche se uno è sunnita e l’altro sciita.

Li accomuna poi la maniera con cui cercano di portare a compimento il progetto. L’assoluta mancanza di rispetto per i diritti umani che, come descrivo nel libro, si riscontra nelle azioni dell’Isis ma anche nella Repubblica Islamica Iraniana dove vige la shari’a.

Le azioni dell’Isis sono più visibili e più terrificanti ai nostri occhi ma la situazione è da film dell’orrore anche in tutto il mondo iraniano.

Entrambi inoltre hanno ambizioni imperialistiche. L’Iran ormai controlla il Libano, parte della Siria tramite l’assistenza ad al-Assad con l’aiuto degli Hezbollah, lo Yemen, l’Iraq… la sua aspirazione possiamo convenire che sia diventata, almeno in parte, una realtà. Mentre l’Isis ha fondato lo Stato Islamico che comprende una parte della Siria e una dell’Iraq, che tende a espandersi.

L’Isis lo fa in maniera più evidente, dichiarando di voler combattere contro l’Occidente e sottometterlo ai capi e all’ideologia islamista.

È lecito pensare a una futura alleanza tra Isis e Iran o almeno a un accordo, oppure prevarranno la controversia religiosa e l’impossibilità della convivenza tra due universalismi islamici che hanno la loro base in Medio Oriente?

Il terrorismo ha consentito già molte alleanze ai danni dell’Occidente. Basti pensare che si dice che Osama Bin-Laden, sunnita e fondatore di Al-Qaeda, si è nascosto a Teheran per un periodo. Hamas, sunnita, si è appoggiata per molto tempo all’Iran e parte dei suoi capi vivevano a Damasco.

Gli esempi da poter fare sono molti… Ora l’elemento guerra è più forte tra sunniti e sciiti perché c’è il campo di battaglia siriano che spinge in questa direzione. Ma sì, è relativamente realistico pensare a possibili alleanze.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Restiamo un attimo in Medio Oriente. Nell’epigrafe del libro, ringraziando Bernard Lewis, lei afferma che occorrono coraggio e sapienza per comprenderlo. Perché?

È evidente nell’odio irragionevole che caratterizza una parte dell’opinione pubblica, anche occidentale, nei confronti di Israele. Molto spesso si cercano delle scappatoie, la mente rifugge dal vedere le cose come stanno veramente. Inoltre ci vuole molto anticonformismo e tanto buonsenso, come quello che ci ha insegnato il professor Lewis, per non indulgere in fantasie che vedono l’Occidente colpevole e responsabile di chissà cosa nei confronti del Medio Oriente. Ciò non fa che allontanarci dalla comprensione della realtà, la quale è comunque molto complessa e di ardua interpretazione.

Troppe ancora sono le immagini stereotipate. Pensiamo alla figura di Yasser Arafat, da molti visto come un eroe che si è battuto per la libertà del popolo palestinese quando in realtà non è che l’inventore del terrorismo internazionale.

Troppe le cose che in fondo si finge di non capire, come il fraintendimento della Rivoluzione Islamica Iraniana considerata una rivoluzione sociale dovuta alle terribili condizioni in cui era stato ridotto l’Iran. Nessuno era in grado di leggere i testi di Khomeini, in cui si spiegava chiaramente quale era il disegno perseguito, ovvero la creazione di uno Stato Islamico Integralista. Soltanto Bernard Lewis, che conosceva il persiano e che aveva letto quei testi, sapeva con precisione cosa stava accadendo.

Occorrono conoscenza, pazienza, capacità di discernimento, intento e buona volontà per sbrogliare la Storia dai nostri pregiudizi.

«Il Medio Oriente e l’Africa si prendono la loro vendetta per essere stati tanto incompresi». Si tratta solo d’incomprensione o è anche il frutto di politiche occidentali non proprio attente alle conseguenze?

Certamente ci sono state delle politiche occidentali di sfruttamento, di opportunismo legato al mercato petrolifero, di colonialismo… guai a dimenticarsene. Ma ciò di certo non legittima il terrorismo.

L’intento del mio libro è proprio dimostrare questo, cercare di spiegare i motivi di quanto accaduto a Parigi, attentati non legati al fatto che l’Occidente è o è stato colonialista, bensì motivati dall’intento imperialista che il terrorismo nutre a sua volta. E non sono animati né da ragioni sociali né da ragioni storiche, solo da una spinta ideologica. I terroristi sono mossi da una volontà religiosa di dominio.

In Israele accade la stessa cosa. Il terrorismo che c’è nello Stato non ha nulla a che vedere con lo scontro territoriale, altrimenti si sarebbe già giunti a un accordo. Una proposta che prevede due Stati per due popoli fatta decine di volte, a cui io personalmente sono favorevole. Ma gli estremisti hanno un’altra idea, ovvero che Israele deve appartenere solo alla umma musulmana e che gli ebrei se ne devono andare.

Cosa significa oggi per il Medio Oriente trovarsi in balia dell’Isis e della minaccia atomica dell’Iran? Si tratta davvero di un conflitto interno al mondo mediorientale, come ritengono alcuni, oppure l’intervento dell’Occidente è ineludibile e necessario?

L’Occidente non deve combattere solo per intervenire nello scontro tra sunniti e sciiti, ora più evidente che mai, ma deve farlo soprattutto per difendersi.

Siccome il disegno di entrambe le fazioni è imperialista e il mezzo che hanno deciso di impiegare è il terrorismo, è chiaro che noi o restiamo vittime del terrorismo oppure dobbiamo difenderci. Se ciò si tradurrà poi nello andare boots on the ground, come si dice “con gli stivali sul terreno”,o meno è solo una questione tattica non strategica. Una cosa è certa: c’è da combattere e da difendersi.

Si tratta di fare una guerra difensiva, di necessità, senza alcun carattere imperialista. Noi occidentali, siccome abbiamo avuto le terribili esperienze delle guerre mondiali, siamo molto restii a questo, giustamente. Rimane sempre un dubbio, un sospetto sulle intenzioni… la paura del riaffacciarsi delle guerre di conquista. Ma ora non si tratta di questo.

Il mondo è punteggiato, in maniera sempre più virulenta, da attentati terroristici che ormai coprono tutta la carta geografica e l’intenzione viene dichiarata continuamente dall’Isis. Da parte dell’Iran è meno esplicita ma tutti gli studi e tutta l’esperienza confermano la minaccia.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Banche, pozzi petroliferi, finanziatori stranieri, acquisto di armi dall’Occidente, una casa di produzione (Al-Itisaam establishment for the Media Production), una casa cinematografica (Al-Hayat Media Center) e una società di comunicazione (Al-Furqan): più che un gruppo terroristico, l’Isis sembra una holding della guerra santa. Le sembra esagerata una tale lettura?

No, lei dice benissimo. Le cifre di cui l’Isis gode, per finanziare il proprio progetto, sono enormi. Centinaia di migliaia di dollari di budget. Questa è infatti una grande differenza rispetto ad altre organizzazioni, quali Hamas. L’Isis non dipende da donazioni, ha dato vita a un sistema di guadagno che va dalle rapine alle richieste di riscatto, al commercio di opere d’arte, occupa territori dove ci sono pozzi petroliferi importanti e vende petrolio.

In Iran, d’altra parte, proprio mentre noi parliamo cadono le sanzioni, daranno al Paese centinaia di migliaia di dollari e non abbiamo alcuna garanzia che tutto questo denaro non venga poi impiegato per progetti antagonisti innanzitutto a Stati Uniti e Israele, indicati come il grande e il piccolo Satana. Definizione mai smentita, anzi più volte ribadita da Khamenei sia durante che al termine dellaTrattativa 5+1.

Inoltre una Commissione apposita istituita dagli americani, di cui sono stati pubblicati i risultati pochi giorni fa, ci dimostra che tutte le condizioni dell’Accordo ancora non sono state poste in essere. L’Iran doveva mantenere solo 3000 centrifughe di vecchia costruzione e invece ha ancora centrali di ultima generazione che in breve possono produrre uranio arricchito necessario per una bomba, non ha ancora liquidato le sue riverse di uranio, non ha distrutto le fabbriche di plutonio arricchito… e l’elenco è ancora lungo, lo si trova facilmente anche nel mio libro.

Lei sostiene che dobbiamo guardare all’Isis «come all’affacciarsi su di noi di un’apocalisse in senso tecnico», con gli attentati che rispondono a una strategia ben precisa che lega insieme terrorismo e propaganda. Insomma, una guerra vera e propria?

Sì, la si può considerare una guerra non convenzionale vera e propria. C’è un uso spietato dei civili, l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa contemporanei, come i social network, sia per diffondere informazioni che per trovare adesioni.

Purtroppo funziona. Basti guardare ai giovani foreign fighter che scelgono di arruolarsi tra le loro fila, non per motivi sociali, molti di loro hanno studiato, hanno famiglie che li amano, hanno un lavoro… sono mobilitati, vittime di malattie ideologiche esattamente come noi occidentali lo siamo stati nel secolo scorso, pensiamo al Nazismo, al Comunismo…

Dobbiamo ammettere di trovarci di fronte a una malattia ideologica e affrontarla come tale, oltre che con le armi, altrimenti non riusciremo a vincere.

Un esempio molto importante è quello palestinese. Si parla sempre della loro volontà di creare un proprio Stato, se ciò fosse vero l’avrebbero fatto da tempo. Tante volte gli è stata offerta questa possibilità. Ciò che li spinge, come si vede anche durante l’ultimaIntifada definita dei coltelli, è un’incredibile macchina della propaganda. Consiglio di visionare il materiale che si trova sul sito Palestinian Media Watch per vedere tutto quello che viene trasmesso dai media palestinesi, altrimenti non si comprende questa macchina dell’odio che spinge tanti giovani ad accoltellare, a investire con le automobili…

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Nel suo libro, c’è un’altra immagine che colpisce molto, quando paragona la paura del Vecchio Continente a quella «avvertita quando l’immortale Impero romano ha cominciato a sgretolarsi». Fino a che punto possiamo parlare di sgretolamento del Vecchio Continente?

Possiamo far cominciare lo sgretolamento del Vecchio Continente, ma in realtà di tutto l’Occidente, da quando l’Onu ha cambiato completamente la sua natura.

All’interno delle Organizzazioni Unite si sono formate delle maggioranze legate prima all’Unione Sovietica, quella dei Paesi denominati “non allineati” e dei Paesi arabi e musulmani in generale, che hanno completamente rovesciato l’idea originaria dell’Onu. Nata in seguito agli orrori della seconda guerra mondiale avrebbe dovuto combattere per la difesa della libertà, per la promozione dei deboli e delle donne, per l’uguaglianza dei cittadini e per la diffusione di tutte le idee, indipendentemente da chi appartenessero. È accaduto l’esatto contrario. Tutti i nostri valori sono stati minati da un’organizzazione internazionale che ha cominciato palesemente a combatterli.

Da presenza compatta e morale in difesa della libertà e della democrazia siamo diventati una comunità incerta e impaurita, con un fortissimo senso di colpa legato al continuo fraintendimento e stravolgimento delle proprie idee da parte avversa.

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Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

10 giovedì Dic 2015

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FrancoCardini, intervista, MarinaMontesano, Mondadori, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, saggio, terrore, Terroreeidiozia, Terrorismo

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

È innegabile che, dopo la strage al Bataclan, siamo scesi in guerra.

Ma chi è il nostro nemico? Qual è il suo scopo? E quello di chi lo combatte? Come si vince la guerra contro il terrorismo? Quali sono i principali errori commessi dall’Occidente? Domande che è opportuno porsi e risposte che potrebbero anche lasciare increduli o irritare ma che è giusto conoscere.

Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista esce domani, 11 dicembre, per Mondadori, scritto a quattro mani da Franco Cardini, docente di Storia Medievale alla Scuola Normale di Pisa, saggista e studioso dei rapporti tra il mondo cristiano euromediterraneo e l’Islam, e da Marina Montesano, docente di Storia Medievale all’Università di Messina, studiosa di storia della cultura medievale e dei contatti tra Oriente e Occidente letti attraverso le fonti della storia delle crociate e del pellegrinaggio.

Poche settimane di lavoro sono bastate a Franco Cardini e Marina Montesano per raccogliere e riunire per iscritto tutti gli errori commessi e le idiozie pensate o dette riguardo quanto sta accadendo e rischia di trascinare tutti nell’ennesima carneficina voluta dagli uomini per “salvare il mondo (occidentale) e condurlo alla pace”.

Proprio di tali errori abbiamo parlato con Franco Cardini, in quest’intervista rilasciata in anteprima a Sul Romanzo, pochi giorni prima dell’uscita di Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista.

Fin dal titolo, una presa di posizione molto netta. Quali sono le idiozie e gli errori più comuni e pericolosi che l’Occidente sta commettendo nei confronti del terrorismo islamista?

Ve ne sono di più tipi. C’è quella dei politici e dei capi di Stato ad esempio, che in linea di massima fingono di non capire, o non capiscono, che siamo davanti a un movimento politico, che è quello jihadista, che non ha nulla di religioso a parte qualche slogan, che vuole l’unione di tutti i musulmani per combattere l’Occidente.

Ci troviamo dinanzi a un postulato ideologico che sembra fatto apposta per attaccare un ambiente che si sta proletarizzando. L’Islam conta un miliardo e seicento milioni di persone, la maggior parte delle quali appartiene a ceti sociali bassi, sia culturalmente sia economicamente, ma che comunque guardano allo sviluppo europeo. Che hanno presente, seppur in modo molto schematico, le ragioni per cui il mondo occidentale è diventato ricco e si è diffuso con la sua potenza, non soltanto per la forza delle sue invenzioni e delle sue scoperte, ma anche per il sistema coloniale, che è stato un sistema di sfruttamento.

Difronte a questa realtà non si può reagire combattendola come fosse uno sbocco di violenza irrazionale, non si riuscirà a vincere con gli aerei, con i droni o con le truppe di terra.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Perché secondo lei si continuano a impiegare questi metodi indicandoli come risolutivi?

Le potenze occidentali e anche il mondo musulmano alleato delle prime, soprattutto le monarchie del golfo Persico e della penisola arabica, non riescono a mettersi d’accordo. Questo sarebbe già un elemento di stupidità se non venisse anche il sospetto, e nel libro si parla pure di questo, che in realtà non si combatte questo nemico perché tutto sommato non è tale ma fa comodo a qualcuno.

Da un lato c’è la difficoltà dei politici, il loro impantanarsi in dichiarazioni di guerra totale al fenomeno jihadista, che appaiono molto ferme ma non lo sono affatto. Ricordiamo che la coalizione contro il cosiddetto Stato Islamico non è invenzione recente, non è nata dopo l’attentato di Parigi del 13 novembre, è in piedi da un anno e mezzo.

Così una coalizione composta dalle principali potenze occidentali, inclusi noi anche se siamo il fanalino di coda, dai Paesi arabi-musulmani (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Egitto…), compresi Paesi musulmani che non sono arabi, come la Turchia, non ha fatto niente se non impantanarsi in questioni particolari come il caso della Siria.

Cos’è successo in realtà in Siria?

Intorno alla questione siriana è sorta una ferocissima polemica soprattutto in merito al fatto che il presidente Assad resti in carica o si ritiri. Quanto accaduto è dovuto alla grave mancanza di previdenza e intelligenza dei politici… Assad aveva proposto da tempo una riforma costituzionale in Siria che avrebbe portato alle elezioni sulla base di un pluripartitismo. Ebbene la sua proposta non è stata accettata, le potenze occidentali l’hanno ritenuta strumentale e demagogica, quando in realtà sarebbe stato un modo per pacificare, almeno temporaneamente, il Paese e andare a libere elezioni. Ora la Siria è inquinata da forze jihadiste aderenti all’ISIS che hanno in pratica fagocitato tutte le altre formazioni anti-Assad.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Qual è stato il ruolo, se ne hanno avuto uno, dei media internazionali?

I media continuano a non informarci correttamente, parlando un linguaggio per un verso allarmistico e per un altro molto generico. Lasciano intendere che tutto l’Islam è pericoloso, il che non ha il minimo fondamento.

Nel mondo islamico ci sono continue lotte: quelle tra i gruppi religiosi, gli sciiti e i sunniti, e poi tra Stati musulmani, che spesso non si limitano all’aspetto politico diventando veri e propri scontri militari.

I nostri mass media continuano a non informarci di tutto ciò, mostrando invece una sorta di colata lavica che sta avanzando e che può travolgere l’Occidente. Sembra tutto studiato per generare in noi apprensione, disorientamento, per indurci ad azioni inconsulte. E a ben riflettere ciò è proprio quello che vogliono le centrali terroristiche. Se ci lasciamo terrorizzare facciamo il loro gioco. Non capire una cosa così semplice è da idioti.

In quest’ottica, come valuta la reazione del governo francese ai recenti attentati che hanno colpito Parigi?

Lascia senza parole la reazione inconsulta del presidente Hollande. Se ne capisce purtroppo la logica politica ma questa è un’aggravante.

Non si reagisce a una cosa grave come quelle accaduta in territorio francese, fatta da cittadini francesi o belgi che tali restano anche se di fede musulmana, con un’azione unilaterale di bombardamento indiscriminato su un centro urbano, anche se poi hanno sostenuto di aver ucciso solo terroristi, non si capisce bene sulla base di quali fonti o risultanze.

Bombardando un centro urbano non si uccidono solo militari (i terroristi si comportano come tali) ma anche la popolazione civile. Ora noi non siamo in guerra con Raqqa, una città che dipende formalmente dal governo iracheno, un Paese alleato, amico. Noi italiani stiamo addestrando l’esercito e la polizia iracheni. Raqqa è occupata dalle forze dello Stato Islamico, tenuta in ostaggio da una banda di briganti, e non si possono bombardare dei civili che oltretutto sono già delle vittime.

Hollande è presidente di un Paese, la Francia, che fa parte dell’ONU e dell’Unione europea e non può procedere unilateralmente solo sulla base di un bisogno di fare una rappresaglia che, se proprio la vogliamo chiamare col suo nome, è una vendetta, consumata però ai danni di persone del tutto innocenti rispetto a quello che è successo a Parigi.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Quali saranno le dirette conseguenze di queste azioni?

Regalare simpatie al Califfo. Mettiamoci nei panni di una persona a cui sono stati ammazzati dei famigliari a causa dei bombardamenti fatti dall’aviazione di un Paese che sostiene di essere nemico dello Stato Islamico. Le simpatie dei superstiti penderanno sempre più per il Califfo, e ciò è proprio quello che lui vuole.

Prima ha parlato delle influenze della disinformazione. Queste, unitamente alle azioni dei governi, quanto vanno a incidere sull’opinione pubblica?

Non si può spargere disordine, paura indiscriminata, apprensione. È un’idiozia. Equivale a fare il gioco dei terroristi.

Gli operai musulmani picchiati, le facciate delle moschee sporcate con sangue di maiale, le famiglie che rivendicano la tradizione del presepe in odio ai bambini musulmani… Io sono invecchiato sentendo la storia, che annualmente si ripete, di qualche famiglia che protesta per il presepe nella scuola, ma a ben guardare è sempre stato uno scontro tra italiani, i musulmani non hanno mai detto nulla in proposito.

L’Islam considera Gesù un grande profeta e ha una forte venerazione per la Madonna. I musulmani non hanno alcun preconcetto, sono alcuni italiani che portano avanti campagne per una scuola laica o, per contro, azioni motivate dall’intenzione di ferire l’altro che deve essere un nemico per principio.

Come si combatte il terrorismo?

Senza dubbio c’è un pericolo ma, da che mondo è mondo, il terrorismo non lo si batte con i bombardamenti. Lo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione, individuando i centri terroristici, distruggendo alle radici le ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di andare a fare il terrorista.

Ci sono ragazzi che vanno a fare i soldati col Califfo che sono stati allevati da noi, con i nostri valori… sono drogati, spaesati, marginalizzati, si può dire tutto ma bisogna pur chiedersi perché a un certo punto la nostra società li delude talmente da spingerli a unirsi a una banda di tagliatori di teste.

Il Califfo è un nemico che si riuscirà a sconfiggere?

Si riuscirà a batterlo. Insomma il Califfo ha una cinquantina di migliaia di persone al suo seguito, non di più. Certo sono ben armati, sono ben addestrati e bisogna interrogarsi su chi gli dà i soldi per finanziarsi.

Una delle ragioni per cui i turchi hanno abbattuto l’aereo russo sembra riconducibile al fatto che la Russia fosse sul punto di bombardare un convoglio di petrolio pompato dal Califfo che si stava dirigendo verso la Turchia.

In una situazione internazionale come la nostra, nella quale ogni cosa è costantemente monitorata, tutti i movimenti di conti, anche di importo non particolarmente rilevante, sono controllati, ebbene in questo sistema dovremmo credere al racconto che non si riesce a individuare la fonte finanziaria alla quale attinge il Califfo?

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

C’è chi teme che nei prossimi decenni vi sarà una lenta e inesorabile islamizzazione del continente europeo. Che cosa ne pensa e cosa direbbe ai sostenitori di questa ipotesi?

Noi cristiani d’Europa, pur non avendo una forte identità religiosa, siamo cinquecento milioni di persone abbastanza ricche nel complesso, o comunque in rapporto alla media islamica. I musulmani che per il momento sono tra noi, considerando quelli che arrivano e quelli che si convertono, ammontano circa a una decina di milioni di persone in tutta Europa. Quelli che paventano queste teorie qualche calcolo lo hanno mai fatto?

Inoltre bisognerebbe chiedersi: con quali strumenti ci convertirebbero? Io vedo le moschee che sono molto modeste, spesso non gliele facciamo neanche aprire. I loro giornali sono altrettanto modesti. Non hanno un’università…

Capirei che qualcuno avesse paura di essere colonizzato dai protestanti, che hanno moltissimi mezzi. Dagli ebrei, che sono pochi ma hanno molti mezzi e sono molto colti. Io non ho mai visto alcun accenno di colonizzazione da parte degli islamici.

Ritornando alla Turchia, lei ritiene possa essere visto come un Paese-ponte fra Occidente e Oriente oppure un tentativo mal riuscito di integrazione di un territorio di pace fra Cristianesimo e Islam?

La Turchia è un Paese che si è fortemente occidentalizzato, anche in maniera autoritaria. Già nell’Ottocento scelte fatte da sultani andavano in questa direzione, poi c’è stata una grande rivoluzione europeizzatrice condotta da Mustafa Kemal Atatürk.

In questo momento c’è una situazione di reflusso e anche di simpatie islamistiche, per un verso di volontà di riforma nei confronti delle tradizioni musulmane e per l’altro proprio di inclinazioni a favore dello Stato Islamico.

Erdogan, che certo non nutre simpatia verso l’IS, è un politico che ha ricevuto vantaggi dal cauto ritorno a una condizione nella quale la fede islamica ha più peso rispetto al passato. In questo momento, non ha più tanto interesse a entrare in Europa come un tempo. Le sue richieste furono bocciate e gli fu addirittura chiesto di condurre delle prove di lealismo verso l’Europa. Noi abbiamo abolito la pena di morte mentre in Turchia ancora c’è, però l’UE si sente parte dell’Occidente e noi sappiamo che Paesi occidentali mantengono la pena di morte, gli Stati Uniti d’America, per esempio, dove viene applicata piuttosto spesso. Per cui si poteva anche venire incontro a questo processo di europeizzazione della Turchia, che era sincero. Non lo è altrettanto adesso, perché il clima è cambiato.

Erdogan ora ha altre possibilità: ha davanti a sé il mondo musulmano in crescita, è diventato, insieme ad altri Stati quali l’Egitto e l’Arabia Saudita, uno dei principali Paesi musulmani sunniti del mondo, ha davanti a sé anche la possibilità di attrarre Paesi musulmani sunniti del centro dell’Asia che hanno una forte componente etnica turca. Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan… grandi produttori di petrolio e di materie prime, verso i quali Erdogan sta facendo una politica di fratellanza etnica volta alla creazione di un potenziale mercato comune. Ovvio poi che ciò lo mette in rotta di collisione con la Russia, ma questi due Paesi sono geo-politicamente destinati a essere nemici.

In questa fase, a Erdogan l’Europa sta stretta, magari è interessato a rimanere nella NATO che attualmente è un’organizzazione paralizzata da una buona dose di ambiguità nei confronti dello Stato Islamico.

La Francia tende a risolvere principalmente la questione siriana eliminando Assad, altri Paesi NATO non sono dello stesso avviso, molti Stati membri ritengono che tra l’IS e alcuni Paesi arabi nostri alleati ci siano dei rapporti. Non si osa dire che c’è un rapporto di amicizia, di collaborazione o di complicità ma questo è nelle cose perché molto probabilmente tra la compagine dello Stato Islamico e quella dell’Arabia Saudita, del Qatar e della stessa Turchia ci sono delle relazioni anche a livello governativo.

Lo stiamo vedendo: se i Paesi occidentali della Nato lo volessero davvero, il Califfo sarebbe spazzato via in pochi giorni.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Cosa andrebbe fatto?

Tanto per cominciare ci vorrebbe una campagna di terra. E proprio su questa gli Stati membri non trovano un accordo.

Erdogan sostiene che sarebbe pronto a farla. Noi sappiamo perché la vuol fare: il suo esercito passerebbe dalla Siria e dal Kurdistan, sistemerebbe secondo gli interessi turchi questi Paesi e poi arriverebbe al Califfo e, a quel punto, chissà cosa farebbe. Naturalmente non possiamo permettere che ciò accada. D’altra parte non si può attaccare il Califfo se non con forze musulmane sunnite, perché questi tiene a presentarsi come il più puro rappresentante dell’Islam sunnita. Attaccandolo con un esercito di soldati musulmani sunniti si dimostra al mondo islamico che non è lui il puro rappresentante dell’Islam sunnita.

Il fatto è che queste forze musulmane noi non le abbiamo e Erdogan non vuole mettercele a disposizione, lo stesso vale per il presidente egiziano. Inoltre sono pochissime. Il Maghreb africano non si vuole impegnare. E allora noi con chi la vogliamo fare questa campagna di terra contro il Califfo? Con gli occidentali che lui chiama crociati? Oppure con gli iraniani? È proprio quello che il Califfo vuole. Essere attaccato dagli occidentali e dagli iraniani per dimostrare all’Islam sunnita che lui è il miglior sunnita del mondo, il più degno di esserne il capo, attaccato dai crociati cristiani e dagli eretici sciiti iraniani.

E le campagne aeree?

Batterlo solo per via aerea non è possibile, in quanto le forze del Califfo non sono tante e per poter attaccare efficacemente un’armata militare piccola in un territorio enorme bisogna prima farla concentrare e per fare ciò occorre un’azione di terra. Altrimenti si uccidono solo dei civili inermi, come è già accaduto e sta ancora accadendo purtroppo in Afghanistan.

Il Califfo, evidentemente, ha forti intelligenze in molti Paesi dell’Occidente e dell’Islam sunnita. Per questo continua a sopravvivere. Costituisce di sicuro un pericolo nel vicino Oriente ma va fatto un discorso diverso, in quanto il Califfo non organizza direttamente attacchi terroristici che invece partono da cellule autonome. Se poi queste forze autonome lavorano nella sua direzione e fanno attacchi terroristici efficaci il Califfo se ne appropria, ci mette il suo marchio, come un franchising, dando così l’idea di avere una forza territoriale nel vicino Oriente compatta e un’altra terroristica diffusa in Europa. Ma si tratta solo di un errore visuale ottico.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Eppure è proprio questo errore ottico a spaventare maggiormente l’Occidente. Perché?

È un altro esempio di idiozia il non capire la trappola mediatica nella quale entriamo quando crediamo che il Califfo sia il grande burattinaio del terrorismo europeo.

Il Califfo semplicemente si serve di un terrorismo europeo che è endemico, spontaneo, indipendente da lui che non ci mette un soldo, non ci mette nemmeno uno dei suoi uomini, non fa progetti, lascia che questo terrorismo generi da solo e chiaramente sta riuscendo nel suo intento.

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