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Irma Loredana Galgano

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“Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” di Marco Omizzolo (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019)

19 giovedì Mar 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FondazioneGiangiacomoFeltrinelli, MarcoOmizzolo, recensione, saggio, Sottopadrone

24.8miliardi di euro: a tanto ammonta il giro d’affari complessivo delle agromafie secondo le recenti stime riportate nel sesto rapporto dell’istituto Eurispes. Un giro d’affari che in Italia passa attraverso 80 distretti agricoli che presentano condizioni di lavoro, di alloggio e sanitarie in costante violazione dei diritti umani. Nei quali le eccezioni sono ben poche.

In Europa sono circa 880mila i lavoratori costretti a varie forme di subordinazione e ricatto.

In Italia il 62% dei lavoratori stagionali dell’agricoltura, perlopiù migranti, non ha accesso ai servizi essenziali, il 64% di loro non ha accesso all’acqua corrente e il 72% presenta, dopo le attività di raccolta, malattie di cui prima non soffriva.

Un mondo tutt’altro che marginale. Il settore agroalimentare italiano, con le sue 1.2milioni di unità lavorative annue (ISTAT, 2017) e circa 1.6milioni di imprese (ICE, 2017), “costituisce l’architrave del sistema industriale italiano”.

Ed è proprio in questo universo che Marco Omizzolo si è addentrato, quasi per caso, e vi è rimasto per oltre un decennio. Dapprima come osservatore esterno, poi come studioso, per arrivare finanche a esserne parte attiva allorquando ha realizzato che l’unico vero modo per comprendere la vita e le dinamiche dei braccianti agricoli era diventare uno di loro.

I risultati della sua lunga e poderosa indagine sul campo sono stati raccolti in un testo, pubblicato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a novembre 2019, dal titolo molto esplicativo Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana. Un libro nel quale l’autore racconta storie di migranti mentre racconta se stesso. Ne viene fuori lo spaccato di un intero Paese alle prese con l’atavico dualismo tra ciò che è giusto e ciò che è conveniente, tra giustizia e opportunismo, tra furbizia e inganno, tra etica e malvagità.

Sui migranti si è sentito e letto di tutto. Accusati di rubare anche il lavoro. Si è preferito lasciare intendere che fossero o siano loro la causa della disoccupazione, della precarietà e dei bassi salari. Concorrenza “sporca”. Ma è davvero colpa loro? I problemi scaturiscono davvero dalla nazionalità dei lavoratori?

Marco Omizzolo si sofferma a lungo su questo aspetto sottolineando che non è certo una questione di nazionalità ma di politiche: “non si tratta di lasciar affogare i migranti per vivere meglio. Le agromafie italiane sono il risultato del nostro imbarbarimento e di decenni di politiche neoliberiste”. Chi oggi vuole dividere gli italiani dagli stranieri, “elevando lo slogan «Prima gli italiani» al rango di legge costituzionale”, non ha capito o fa finta di non capire che i nati italiani sono già tra gli ultimi, “vivono già in condizioni di povertà, sfruttamento, emarginazione sociale”.

Una condizione che potrebbe essere considerata di vera e propria miseria, economica certo ma soprattutto culturale, intellettuale, spirituale.

L‘ambizione a rincorrere una crescita, arida, che sia solo economica, consumistica, a raggiungere un ben-essere che ruota intorno a meri beni materiali ha portato, per certo, a un imbarbarimento generale sfruttato, anche dalla politica, per far accettare ogni privazione o cambiamento in negativo in nome di una lotta per la sopravvivenza che, in realtà, non è stata o diventata nient’altro che una lotta tra poveri.

“Lo sfruttamento sistemico dei lavoratori e delle lavoratrici di qualsiasi nazionalità è l’espressione di un sistema dominante che ambisce a condizionare la democrazia”.

Ha ragione l’autore quando afferma che il problema non sono gli immigrati ma i padroni, i quali sfruttano i braccianti indipendentemente dal colore della loro pelle o dalla nazionalità. Che non sono i migranti a rubare il lavoro bensì il padrone che ruba loro salari e diritti. E con il termine padrone va inteso sia il soggetto singolo datore di lavoro sia il soggetto astratto da intendersi come sistema.

Bisogna essere consapevoli, per Omizzolo, che le agromafie sono un sistema sociale caratterizzato da livelli diversi di relazioni di potere che rischia di imporsi in via definitiva in tutto l’Occidente. Un sistema non d’eccezione, ma ordinario, che vede “la collaborazione di pezzi deviati dello Stato, di una parte del sistema imprenditoriale e di numerosi clan mafiosi, in alcuni casi anche stranieri”, in stretta connessione con la parte più feroce del capitalismo. Un sistema che non si esaurisce con la questione lavorativa, ma si allarga alle sfere dell’ambiente, dei diritti umani, della salute e, “più in generale, della natura specifica del progresso democratico”.

Marco Omizzolo sottolinea come spesso anche solo il linguaggio comunemente impiegato lasci trasparire insensibilità, leggerezza o, peggio ancora, condivisione di idee e pregiudizi. Anche nell’informazione viene usato con disinvoltura il termine schiavo. Si continua a non comprendere che, in questo modo, ovvero adottando “il linguaggio del padrone”, se ne legittima la figura e il potere, e con esso l’intero sistema. Bisogna invece sottolineare, sostiene con fermezza l’autore, che non sono schiavi bensì persone ridotte in schiavitù. Persone.

Capo, padrone, schiavo: indicano forme di dominio e subordinazione che devono essere superate in favore di termini più adeguati come datore di lavoro, lavoratore, lavoratrice.

«Ascoltare molti uomini, braccianti indiani, che per oltre dieci anni hanno usato la parola “padrone”, usare la parola “datore di lavoro”, sapere che ne conoscono il significato, fornisce una delle ragioni più alte e stimolanti per continuare la lotta contro ogni forma di sfruttamento e sopraffazione.»

Le lotte portare avanti in questi anni dai braccianti agricoli migranti in varie parti d’Italia, condivise da Marco Omizzolo e da altri come lui, rappresentano per l’autore una potenziale possibile e realizzabile svolta per tutti i lavoratori e le lavoratrici sfruttati. Costituiscono il segno di un Paese che non vuole più essere razzista, retrogrado, violento e mafioso. Può essere o considerato marginale ma è un Paese che esiste.

Omizzolo descrive, narra e racconta passo dopo passo la sua personale ricerca/esperienza e man mano che il lettore vi si addentra ne risulta essere sempre più coinvolto. Come se, leggendo il libro, compisse anch’egli un graduale percorso, di ricerca e analisi, anche introspettiva, inerente gli accadimenti, gli eventi, le emozioni narrate.

Indagini come quella condotta da Marco Omizzolo aiutano a ripristinare il senso, a volte smarrito, di umanità delle persone verso gli altri, a superare i limiti dell’indifferenza e a riflettere sul senso e il valore che nell’odierna come forse anche nella passata società viene attribuito alle cose e alle persone.

Una lettura che nasconde la sua forza e potenza proprio nell’essere così profondamente destabilizzante.



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per la disponibilità e il materiale


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“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017) 

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 


© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“A che prezzo” di Michel Martone (Luiss University Press, 2019)

02 lunedì Mar 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Acheprezzo, LuissUniversityPress, MichelMartone, recensione, saggio

Non è più possibile fare a meno di una perimetrazione degli ambiti di efficacia contrattuale all’interno dei quali misurare la capacità rappresentativa degli agenti negoziali.

È questa, in estrema sintesi, la conclusione del lavoro di indagine svolto da Michel Martone sull’emergenza retributiva nel nostro Paese.

Molte le domande che attendono una risposta, tante le riflessioni dell’autore il quale, a conclusione del testo, avanza anche dei suggerimenti in modo da riuscire, finalmente, a progredire e snodare un po’ questa querelle tra la riforma della contrattazione collettiva e il salario minimo legale che si trascina da decenni ormai.

Si chiede Martone come sia possibile che, nell’Italia del Terzo Millennio:

  • Un giovane studente per mantenersi all’Università recapiti pizze a domicilio, magari in bicicletta e sotto la pioggia, per un compenso che a malapena sfiora i 3.5euro a consegna.
  • Un operaio pur lavorando a tempo pieno non riesca più, nell’arco di una vita, a mettere da parte quanto necessario ad acquistare una casa.
  • I pubblici dipendenti abbiano dovuto subire un blocco della contrattazione collettiva, e quindi degli stipendi, durato oltre sette anni.
  • Un immigrato che raccoglie pomodori guadagni poco più di 2euro l’ora.
  • Una coppia di trentenni non possa permettersi, sommando gli stipendi, di mantenere più di un figlio.
  • Negli ultimi 10 anni oltre 244mila giovani, di cui il 64per cento con titolo di studio medio-alto, abbiano abbandonato il Paese e a questo fenomeno migratorio non venga dato il giusto risalto.

La liberalizzazione degli scambi internazionali, l’adozione dell’euro, la creazione del mercato unico hanno posto fine alle politiche economiche protezionistiche, basate sulle svalutazioni competitive, sui dazi doganali e sul debito pubblico, che per decenni hanno preservato il sistema produttivo nazionale dalle conseguenze più dure della concorrenza internazionale.

E cosi oggi nel mercato globale, per soddisfare un consumatore sempre più esigente, si finisce per “sacrificare le retribuzioni dei lavoratori in un circolo vizioso reso ancor più duro dall’autorità imposta dai mercati finanziari e dalle spregiudicate politiche di quelle multinazionali che comprano aziende sane con problemi finanziari per chiuderle e riaprirle in Paesi limitrofi”.

Per Martone ciò rappresenta la preoccupante conseguenza di una politica liberista in campo economico ma sovrana e chiusa in tema di diritti sociali.

Basti considerare, rammenta al lettore l’autore, che, mentre nel corso degli ultimi 30anni i Trattati internazionali riuscivano a unificare i mercati e le monete per affermare la nuova Lex mercatoria, ancora oggi mancano regole cogenti di diritto sovrannazionale in grado di incidere sulla determinazione del salario e che l’ultima convenzione Oil in materia retributiva risale al 1970.

Stesso errore commesso anche a livello europeo. Una volta unificati il mercato e la moneta, dovevano contemporaneamente essere avvicinati anche i livelli salariali per evitare che si scatenasse la competizione al ribasso tra lavoratori di diversi paesi europei.

Preso atto di questo chiaro indirizzo di politica economica, “i paesi più forti, avanzati e lungimiranti” hanno cominciato a contenere i salari per potenziare gli investimenti in innovazione tecnologica e aumentare la produttività delle imprese, come è accaduto “all’economia tedesca ormai prossima alla piena occupazione”. Dal canto loro invece i paesi economicamente più arretrati hanno continuato a praticare le politiche di bassi salari per attrarre investimenti. I Paesi mediterranei, compresa l’Italia, con i loro debiti pubblici insostenibili, “sono stati costretti ad adottare politiche salariali fortemente restrittive con misure anche più drastiche di quelle praticate dai Paesi che si erano mossi per tempo e solo dopo aver perso significative quote dei mercati di riferimento”.

Nell’Unione europea si passa dagli oltre 10euro di salario minimo legale in Lussemburgo ai 2euro scarsi praticati in Lituania, Romania o Slovenia.

Una situazione evidentemente insostenibile, denunciata anche dalla nuova Commissione europea presieduta da Ursula Von der Lyen.

Nel testo Michel Martone sottolinea come l’attuale sistema italiano, nonostante l’elevato numero di contratti, non riesca più a rappresentare milioni di outsider. Il medesimo sistema nel quale la definizione dei livelli retributivi degli insider è frutto di un processo di continua negoziazione a livelli diversi e tra molteplici attori che devono, “nell’esercizio della loro autonomia, convenire sulle politiche economiche da attuare e sulle caratteristiche del sistema contrattuale necessarie per realizzarle”.

Dall’inizio della Grande Crisi, le retribuzioni dei lavoratori italiani, che già erano significativamente più basse di molti dei loro colleghi stranieri, sono state travolte da una vera e propria ondata di impoverimento che ha ulteriormente aumentato le disuguaglianze tra i pochi che traggono profitto dalla globalizzazione dei mercati e dalla finanziarizzazione dell’economia e tutti gli altri. E ciò per l’autore ha avuto conseguenze negative anche sotto il profilo della crescita economica, in virtù del fatto che, in tempi di austerità, il modo migliore per favorire la ripresa è la riduzione delle disuguagliane, non il contrario, per permettere di aumentare la propensione al consumo di un maggior numero di persone, come dimostrato anche dall’andamento della curva di Philips.

Questa resiliente crisi economica invece rischia di inghiottire per intero tutto il ceto medio, in particolare quelle professionalità mediane svolte in larga misura da trentenni le cui retribuzioni hanno risentito più di tutte gli effetti della crisi. Basti ricordare il numero sempre crescente dei cosiddetti working poor, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Martone afferma di essere consapevole si tratti di una verità scomoda e difficile da affrontare, che richiede impegno e soluzioni complesse, ma che non per questo debba continuare a essere rimandata, ignorata, sminuita. Per l’autore infatti, gran parte dei partiti politici semplicemente hanno cercato di rimuoverla, scaricando sugli immigrati, i mercati finanziari o l’Europa le colpe della crescente incertezza che ormai si diffonde tra i lavoratori italiani. Anche peggiori forse Martone ritiene gli interventi posti in essere con l’intento dichiarato di migliorare la situazione ma che, a suo dire, non faranno altro che sottrarre ulteriori risorse economiche all’emergenza retributiva. In particolare egli fa riferimento a quota100 e reddito di cittadinanza.

Nonostante gli sforzi profusi nel corso degli ultimi venticinque anni, “il nostro sistema economico sta perdendo la sfida della produttività del lavoro”. Assumendo infatti il costo del lavoro per unità di prodotto quale parametro di misurazione della competitività del sistema produttivo, Martone invita a riflettere sul fatto che, dalla nascita del mercato unico, l’Italia ha perso quasi 30 punti percentuali rispetto alla Germania e quasi 15 punti rispetto alla media dell’area Euro. Naturalmente ciò è dipeso da molteplici fattori (investimenti in innovazione dei prodotti e dei processi, cuneo fiscale, investimenti pubblici in infrastrutture, energia…), ma è altrettanto vero che i governi e le parti sociali “non sono riusciti a ristrutturare tempestivamente il sistema contrattuale per promuovere la produttività del lavoro attraverso il decentramento contrattuale”.

Se, infatti, l’ordinamento intersindacale continua a considerare la contrattazione collettiva di secondo livello un complemento, quasi esclusivamente, migliorativo del più ampio processo di negoziazione salariale che avviene a livello nazionale, l’ordinamento statale, con l’avallo decisivo della giurisprudenza, sembra volerle assegnare, in ragione della “prossimità”, un ruolo autonomo e paritetico nella disciplina della flessibilità, salariale e gestionale, anche in deroga alla legge e al contratto collettivo nazionale, al fine di consentirle di promuovere un più competitivo costo del lavoro per unità di prodotto.

Una differenza che Martone sottolinea essere di non poco conto. Di matrice soprattutto culturale, destinata a dividere le organizzazioni sindacali e a pesare soprattutto se non avverrà il tanto auspicato ricambio generazionale dei quadri sindacali.

Una cultura nuova che dovrebbe prendere atto delle specificità funzionali della contrattazione collettiva di secondo livello, per valorizzarne le potenzialità, “piuttosto che castrarne lo sviluppo”.

Perché, se la contrattazione aziendale rappresenta l’ambito elettivo per la disciplina della produttività e della correlata premialità, quella territoriale si presta ad assolvere efficacemente funzioni simili a quella nazionale e potrebbe rivelarsi un utile strumento per cercare di adattare le retribuzioni in relazione al costo della vita di un determinato territorio ad alta disoccupazione per attrarre investimenti produttivi e perfino per contrastare il dumping salariale praticato tra realtà geograficamente limitrofe.

Per l’autore è inutile nascondersi: la questione retributiva è eminentemente economica, perché riguarda anzitutto l’ammontare delle risorse che i governi riescono a destinare alla riduzione del carico fiscale e contributivo che grava sulle retribuzioni.

Con l’arrivo della recessione economica e l’aumento degli spread, “il gioco della redistribuzione diventa a somma negativa” che, a causa degli interessi sul debito, riduce le risorse economiche pubbliche al punto che, se si vogliono sostenere le pensioni o il reddito di cittadinanza, “è necessario aumentare la tassazione, diretta o indiretta, sia essa sui consumi, sui redditi, sui profitti o sui patrimoni”.

In questo contesto, preso atto della crescente difficoltà a reperire risorse pubbliche per ridurre strutturalmente l’elevato livello di pressione fiscale e contributiva, si moltiplicano le proposte a favore dell’istituzione di un salario minimo legale che, sostituendo quello contrattuale, “rimetterebbe sul sistema produttivo in crisi la responsabilità di proteggere le retribuzioni dei lavoratori”. Anche per questa ragione, secondo Martone, sta parallelamente maturando, tra i lavoratori come all’interno delle imprese, la consapevolezza che, se si vuole scongiurare una legge sul salario minimo legale, è quanto meno necessario procedere a una effettiva ricostruzione del sistema contrattuale, anche attraverso l’emanazione di una legge di sostegno alla contrattazione collettiva più rappresentativa.

L’esperienza post costituzionale cui l’autore fa riferimento avrebbe insegnato che, specialmente nei momenti di emergenza economica, la strategia rivelatasi più efficace è quella del sostegno legislativo al sindacato più rappresentativo, “che è in genere anche il più responsabile, come peraltro rileva l’ampio dibattito dottrinale ormai favorevole a una legge sindacale”.

Non esistono ostacoli costituzionali a un intervento legislativo di riforma del sistema retributivo. Nondimeno è facile prevedere che eventuali interventi legislativi in materia, se non dovessero essere supportati da una efficace concertazione sociale, rischierebbero di veicolare nel sistema più problemi che soluzioni. Anche per questo motivo, sottolinea l’autore, sembrano raccogliere maggiori consensi i progetti di riforma del sistema retributivo che invece propongono di assumere a parametro valevole ai fini dell’art. 36 Cost. i minimi retributivi individuati dai contratti collettivi nazionali più rappresentativi.

Come, ad esempio, propone il disegno di legge 658/2018 a prima firma Catalfo che stabilisce, tra l’altro, che:

  • La retribuzione, proporzionata e sufficiente alla quantità e qualità del lavoro prestato, non può essere inferiore al trattamento economico complessivo individuato dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro più rappresentativi ai fini della nomina dei rappresentanti presso il Cnel.
  • Il trattamento economico complessivo previsto dai contratti così individuati non può essere inferiore a nove euro l’ora al lordo dei contributi previdenziali.

Tuttavia, per Martone, neanche queste proposte riescono a dare soluzione “all’atavico problema della perimetrazione dell’ambito entro cui misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, dei lavoratori e dei datori di lavoro”, e quindi selezionare il contratto collettivo cui si accorda “la responsabilità, o il privilegio, di individuare il parametro retributivo valido erga omnes”.

L’analisi condotta ha indotto l’autore a concludere nel senso che non è più possibile fare a meno di una perimetrazione degli ambiti di efficacia contrattuale all’interno dei quali misurare la capacità rappresentativa degli agenti negoziali, e rappresentato l’occasione per registrare alcune significative convergenze che potrebbero essere poste alla base di una possibile riforma del sistema retributivo che:

  • Assuma il trattamento economico minimo previsto dal contratto collettivo più rappresentativo a parametro della giusta retribuzione per tutto il settore, secondo il modello già considerato costituzionalmente legittimo per quello delle cooperative.
  • Recepisca per via legislativa il sistema delineato nel Testo unico sulla rappresentanza del 2014, per misurare all’interno dei perimetri di efficacia della contrattazione collettiva la capacità rappresentativa delle diverse organizzazioni sindacali, delle imprese come dei lavoratori, secondo lo schema di recente proposto dal d.d.l. 788/2018.
  • Perimetri i settori di efficacia della contrattazione collettiva nazionale, quanto meno in materia salariale.
  • Recuperi, pur con tutti i necessari adattamenti, il modello disciplinato dall’art. 2070 c.c., al fine di consentire alla giurisprudenza di presidiare quei perimetri scongiurando la concorrenza tra imprese sul costo del lavoro.
  • Strutturi la contrattazione collettiva, potenziando, sulla scorta del modello del decentramento organizzato, quella di secondo livello, anche in deroga alla legge, al fine di evitare che le tensioni al ribasso sul costo del lavoro, ad esempio determinate dall’esplosione delle crisi aziendali, rifluiscano su quella nazionale.
  • Introduca un salario minimo orario, attorno ai nove euro, che funzioni sia da pavimento per la contrattazione collettiva che da parametro applicabile nei settori in cui quest’ultima non dispiega i propri effetti.
  • Preveda che tale soglia minima sia derogabile (opting out) in determinati settori economici.
  • Riduca il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni al fine di dare sollievo a quella classe media che, con il proprio lavoro, ha dovuto sopportare il peso di una crisi economica che ha reso insostenibile il terzo debito pubblico del mondo.

Non è più possibile agire in ordine sparso, secondo la logica del si salvi chi può. Per Martone è invece necessario che la contrattazione collettiva, quantomeno in materia salariale, si svolga all’interno di un sistema di regole che, contrastando la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro, imponga anche alle imprese di agire sul terreno dell’innovazione di processo e di prodotto, piuttosto che non su quello della riduzione del costo del lavoro.

Martone si augura che i tempi in Italia siano maturi in quanto, molto spesso, in tema di riforme la tempistica si rivela essere un fattore determinante.

Bibliografia di riferimento

Michel Martone, A che prezzo. L’emergenza retributiva tra riforma della contrattazione collettiva e salario minimo legale, Luiss University Press, Roma, dicembre 2019


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


Articolo originale qui


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 “Non è lavoro è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017) 

Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità. A che punto siamo?


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

17 lunedì Feb 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CristinaTonelli, Doppiapena, Mimesis, NicolettaGandus, recensione, saggio

Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi.
Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”.
Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della “cattiva madre”.

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell’orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell’accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Roncoroni, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società.
Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell’ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l’ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l’accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all’intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l’operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.
I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l’applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l’istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.
Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.
L’incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali.
Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l’affettività e l’esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l’autunno 2018 e l’estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis per la disponibilità e il materiale


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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019) 

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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità. A che punto siamo?

16 domenica Feb 2020

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ChristianIaione, ElenaDeNictolis, IlMulino, LabGov.City, Lacasapertutti, MonicaBernardi, recensione, saggio

Le città sono cambiate, non sono più delle realtà compiute, statiche, con spazi ben definiti e sistemi organizzativi gerarchici. Oggi le città sono sempre più un insieme intricato e mutevole di reti connesse e di soggetti che prendono decisioni interdipendenti necessarie a mantenere in equilibrio un sistema a crescente complessità e customizzazione.

Le attuali dinamiche sociali, culturali ed economiche, conseguenza anche della polarizzazione ed erosione del ceto medio, impattano sulla domanda, sempre crescente, di edilizia sociale nelle aree metropolitane.

I dati degli ultimi cinque anni indicano che circa 1.7milioni di nuclei famigliari sono in uno stato di forte disagio economico e spesso, di conseguenza, abitativo.

Il sistema di edilizia residenziale pubblica, che rappresenta in Italia la quasi totalità di offerta abitativa sociale, si trova nella condizione di esaurimento di una fase storica. Con la regionalizzazione e la chiusura della tassa di scopo che finanziava il settore (Gescal), le condizioni mantenute dal 1998 non rispondono più alle esigenze attuali. Spetta quindi al decisore pubblico ridefinire una visione e un assetto di tale settore.

È uscito a novembre 2019 con ilMulino il volume curato da Christian Iaione, Monica Bernardi ed Elena De Nictolis La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing che raccoglie i risultati del lavoro di indagine svolto dall’unità di ricerca di Luiss LabGov.City, coordinata dal prof. Christian Iaione, nell’ambito del progetto Casa Bene Comune. Dall’housing collaborativo all’housing di comunità.

La ricerca, realizzata con il sostegno di Federcasa, ha avuto come oggetto un’analisi giuridica ed empirica svolta a livello nazionale e internazionale al fine di identificare modelli di gestione innovativi e sostenibili nel settore dell’housing pubblico e sociale.

Il libro mette in luce la tensione verso spazi urbani più equi, accoglienti e sicuri, ma anche democratici e collaborativi, capaci di alimentare stili di vita e modelli funzionali che contribuiscono a “implementare la qualità della vita”. Obiettivo che dovrebbe essere irrinunciabile per chi governa la città e le sue trasformazioni.

Oggi le nuove strategie e visioni sull’edilizia devono necessariamente tenere conto dei cambiamenti strutturali della società, cambiamenti che passano per forza di cose dalle “rigenerazioni delle periferie”, vere e proprie frontiere dove si gioca la sfida per una città più vivibile, giusta e democratica. Ragionamento che vale per l’edilizia in generale e ancor di più per quella sociale.

Una rigenerazione che va al di là dell’aspetto meramente infrastrutturale, necessario comunque all’aumento del numero di alloggi per rispondere alla domanda reale, e che mette al centro “temi di riprogettazione e co-progettazione degli spazi e modelli di governance” (condivisione nell’uso, collaborazione nella gestione, policentrismo nella proprietà). Una strada che vede i cittadini non più soltanto come dei fruitori passivi di un bene ma agenti attivi del cambiamento.

Negli ultimi decenni è emersa in tutta Europa una vasta gamma di forme di edilizia residenziale promosse e gestite dai residenti in cui, accanto agli alloggi privati, spazi e servizi comuni sono condivisi tra i residenti e con il quartiere. Queste “forme alternative” di edilizia residenziale sono caratterizzate da una maggiore attenzione a valori sociali, quali sostenibilità ambientale, inclusione e coesione sociale, rigenerazione urbana.

Possono rientrare in tale categoria una grande varietà di forme e iniziative: cohousing, habitat participatif, cooperative di residenti, comunità residenziali ecologiche (eco-villaggi), iniziative di recupero di immobili sfitti o abbandonati (self-help housing), community asset ownership, Community Land Trust (CLT).

Ancora oggi in Italia l’edilizia sovvenzionata, ovvero la locazione di alloggi pubblici che comporta oneri a totale carico dello Stato, sembrerebbe l’unico strumento attraverso il quale si garantisce, o si dovrebbe riuscire a garantire, la protezione delle fasce più deboli della popolazione.

Il Piano Casa e il Piano nazionale edilizia abitativa prevedono la possibilità di utilizzare fondi immobiliari chiusi come strumento per finanziare la realizzazione di alloggi sociali. Ad oggi, sono circa 30 gli investimenti deliberati e i fondi immobiliari locali creati su supporto del FIA (Fondo Investimenti per l’Abitare).

Prendendo in considerazione le varie forme possibili, procedurali e di finanziamento, nel testo sono stati analizzati oltre 73 sperimentazioni abitative presenti o da avviare a breve nel territorio italiano.

Nella maggior parte dei casi, i destinatari degli interventi sono soggetti della cosiddetta fascia grigia. Il target giovani è quello maggiormente intercettato. Meno di frequente i progetti sono rivolti a soggetti che vivono situazioni di maggiore fragilità, o comunque le quote loro riservate sono molto ridotte sul totale degli alloggi disponibili.

Persiste un forte divario numerico tra i progetti avviati nel Centro e nel Nord del Paese e quelli posti in essere al Sud.

In materia di rigenerazione urbana, la rimessa in circolo di immobili pubblici in disuso o privati ceduti in concessione non è la norma. Alcune progettualità prevedono la costruzione ex novo dell’immobile.

L’analisi dei casi-studio ha confermato “l’esistenza dei cinque principi di disegno istituzionale elaborati nell’approccio analitico della Co-Città”:

  • la co-governance (condivisione, collaborazione, policentrismo)
  • il ruolo di promotore e successivamente di facilitatore giocato dall’autorità pubblica
  • la creazione e/o la connessione con forme di economia e impresa prodotte per effetto della co-governance, economie a loro volta caratterizzate da un approccio collaborativo e soprattutto da obiettivi di sostenibilità come l’economia circolare o l’economia sociale o solidale
  • la giustizia tecnologica (avanzamenti tecnologici e transizione digitale nel settore dell’housing)
  • lo sperimentalismo, verso nuovi processi decisionali o gestionali pubblici adatti o adattabili al “cambiamento costante e impetuoso che la transizione ecologica e digitale richiede”

Le aziende di gestione dell’edilizia residenziale pubblica (dagli Istituti autonomi per le case popolari, alle aziende, fino alle Spa) amministrano in Italia un patrimonio di 836mila alloggi popolari.

Dall’analisi condotta risulta evidente la necessità, per questi attori, di ritrovare una nuova centralità nella “complessa e articolata architettura delle politiche pubbliche che si occupano di disagio abitativo”. Ritenendo problematica anche in questo settore l’eccessiva privatizzazione di enti pubblici e la dismissione di beni e funzioni pubbliche protrattasi negli anni in base al “postulato indimostrato” che il privato, qualunque tipologia di privato, è di per sé più efficiente e idoneo a rispondere a un bisogno della collettività.

La presenza del soggetto pubblico (azienda di edilizia popolare o ente locale) nella funzione di promozione, supporto, facilitazione, moderazione, monitoraggio, in veste di piattaforma abilitante gli attori coinvolti nei progetti di housing, appare invece elemento chiave per garantire un maggior grado di successo e sostenibilità delle diverse forme di condivisione, collaborazione e policentrismo nell’abitare.

A conclusione dell’indagine traspare come sia tutto ancora da verificare l’andamento nei prossimi anni, in quale misura e a quali condizioni sarà possibile o meno garantire scalabilità e replicabilità, nonché sostenibilità sociale ed economico-finanziaria ai modelli di co-governance nel settore dell’abitare.

Risulta anche necessario coinvolgere gli investitori pazienti o di lungo termine, come le casse previdenziali e i fondi pensione, per rinforzare le infrastrutture di housing sociale esistenti e andare oltre il sistema dei fondi immobiliari, attraverso un modello che garantisca la redditività degli investimenti ma anche la sostenibilità sociale e climatica, minimizzando così rischi normalmente correlati a questo tipo di progetti.

Bibliografia di riferimento

La casa per tutti. Modelli di gestione innovativa e sostenibile per l’adequate housing, a cura di Christian Iaione, Monica Bernardi, Elena De Nictolis, Società Editrice ilMulino, Bologna, 2019



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale


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Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Questa è l’America” di Francesco Costa (Mondadori, 2020)

04 martedì Feb 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FrancescoCosta, Mondadori, QuestaèlAmerica, recensione, saggio

Questa è l’America raccontata da Francesco Costa: un Paese la cui cultura «preferisce da sempre alla prudenza una certa ingenua e avventuriera incoscienza», soprattutto quando si tratta di «inseguire qualche comodità in più».
L’America descritta nel libro di Costa in realtà sono solamente gli Stati Uniti che l’autore sviscera nei loro “segreti” più intimi, narrando di vicende umane diffuse ma spesso dimenticate o peggio ignorate. Casi umani che sono il derivato o la conseguenza diretta, se si preferisce questa espressione, della cultura che li ha prodotti.
Un Paese i cui abitanti sembrano inseguire con la medesima forza d’animo gli ideali del liberismo, quelli del patriottismo, il famigerato sogno americano e le promesse di pubblicità più o meno ingannevoli che siano. Fa tutto parte del medesimo circuito, un sistema noto appunto come America.

Una cultura, quella americana, o per meglio dire statunitense, che ha saputo “vendersi” al mondo intero come il non plus ultra, il top dell’evoluzione, della libertà, del progresso e via discorrendo. Ma che, al contempo, ha saputo e sa celare al medesimo mondo i suoi lati più oscuri. Le falle di questo enorme sistema che racchiude in sé lo spettro del mondo intero: potere e denaro concentrati nelle mani di quei sempre meno numerosi che “ce l’hanno fatta” versus il resto della popolazione che fatica a rimanere a galla.
Il Paese dei paradossi. Questo sembrerebbe a conti fatti l’America descritta da Costa. Una realtà molto all’avanguardia nella ricerca anche in campo medico che conta una sempre maggiore fetta di popolazione che cade nella rete della dipendenza dai farmaci, a causa proprio di quella certa ingenua e avventurosa incoscienza di cui parla l’autore.

Vero e falso, reale e inventato, autentico e posticcio sembrano essere i termini opposti che meglio definiscono l’America per Costa e, in particolare, il Nevada famoso in tutto il mondo per Las Vegas e l’Area 51.
Paradossi incomprensibili almeno quanto le idee degli stessi americani. Alle ultime elezioni presidenziali il popolo americano, quello dislocato lungo gli immensi territori che vanno a comporre gli Stati Uniti d’America, ha votato il candidato meno comprensibile, agli occhi del resto del mondo, e anche di quelli della rimanente America. Un candidato con un programma e delle idee che erano l’esatto contrario di quelle del presidente uscente. Obama aveva la ferma intenzione di cambiare il Paese, renderlo più equo e giusto. Evidente che questo a una ben ampia fetta di popolazione non sta affatto bene, piuttosto il contrario, ovvero allontanare ulteriormente l’ingerenza del governo centrale dalla vita e dagli affari degli americani dei singoli Stati.

Leggendo le storie di vita americana riportate da Francesco Costa in Questa è l’America si viene ben presto a delineare quello che è il quadro reale della vita degli americani, veri non cinematografici. Quelli che ne sono i comportamenti, gli ideali, i valori. Sprezzanti e deviati, non tutti ovviamente. La cui filosofia di vita sembra ispirasi sempre più a un estremo o estremizzato individualismo, un egoismo mascherato ma neanche poi troppo.
Atteggiamenti, comportamenti, sentimenti e ambizioni che spopolano ormai anche nel resto di quella parte di mondo definita occidentale e che continua a vedere negli Stati Uniti d’America un faro.

Trasversalmente, Francesco Costa tocca tutti i principali nodi della cultura statunitense e, di rimando, quella occidentale. Dal servizio sanitario all’istruzione, dalla politica all’economia reale, dalle attività sportive come caccia e pesca alla violenza, dall’ideologia agli estremismi e lo fa raccontando storie di vita quotidiana cui aggiunge riflessioni personali e riferimenti spazio-temporali i quali, più di una volta, si presentano come veri e propri resoconti storici. E lo fa con uno stile narrativo semplice, lineare, anch’esso quotidiano, al pari delle storie che racconta. Evita l’autore un linguaggio politico o economico e, al contempo, sembra volutamente tenersi alla larga anche da uno stile prettamente giornalistico che di sicuro gli sarebbe più congeniale.

Avendo scelto di raccontare la vita degli americani, Costa sembra quindi aver deciso di farlo con un linguaggio che più si avvicinasse al vissuto narrato. Una soluzione che si è dimostrata molto efficace e che ha per certo contribuito a rendere il libro ancor più interessante.
Un libro che si racchiude benissimo nel titolo perché, dopo averlo letto, si è tentati di esclamare davvero: Questa è l’America! E farlo dando all’esclamazione la medesima intonazione e lo stesso significato che Pirandello voleva diffondere con il titolo della sua opera teatrale Così è (se vi pare). E al lettore di Costa pare proprio che così è l’America.


Articolo originale qui


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“Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019)

22 mercoledì Gen 2020

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BocconiEditore, DiodatoPirone, FabbricaFuturo, MarcoBentivogli, recensione, saggio

Le linee di tendenza in atto nel mondo sono il ritorno alla fabbrica e la diffusione a macchia di leopardo di nuove filiere di valore. Con Fabbrica Futuro, Marco Bentivogli e Diodato Pirone intendono focalizzare l’attenzione su un Paese, l’Italia, che appare in larga misura inconsapevole o distratto e che, invece, non può permettersi di restare ai margini.

L’industria italiana, sottolineano gli autori, è una delle vittime del processo di mitriadismo, ovvero dell’assuefazione a dosi piccole ma quotidiane di “un veleno fatto di cifre sbagliate o false o distorte da strumentalizzazioni”, di commenti semplicistici, da notizie magari anche vere ma quasi sempre decontestualizzate e prive di un valido confronto.

I lavoratori, non solo gli operai, assumono quasi sempre il profilo di vittime destinate al sacrificio invece di veri e propri protagonisti dell’evoluzione del lavoro.

Per Bentivogli e Diodato necessita innanzitutto liberarsi da una visione della fabbrica ferma al Novecento. La manifattura si è evoluta tantissimo e, assieme alla capacità di intrapresa e al lavoro fondato sulla competenza, “è tornata a essere il caposaldo di una società il più possibile equa, solidale, inclusiva, democratica”.

All’indomani della grande crisi finanziaria del 2008, sono stati gli Stati Uniti i primi a riscoprire la fabbrica.

L’occupazione del settore industriale Usa è passata da 11.5milioni di unità del gennaio 2010 a quota 12.8milioni del gennaio 2019. Stando ai dati diffusi dal Bureau of Labor Statistics, l’industria americana assicura 120-150mila posto di lavoro in più ogni anno, da quasi dieci anni.

Ciò contribuirebbe molto a sfatare il mito ben radicato anche in Italia ormai che associa l’innovazione tecnologica alla compressione dei posti di lavoro industriali.

Bentivogli e Pirone sottolineano con forza come il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Una svolta che fu colta in tutta la sua portata dalla FIAT sotto la guida di Sergio Marchionne ma che non è stata assimilata e ben compresa dal Paese in generale. Eppure “anche l’industria italiana è tornata a creare posti di lavoro”, che a fine 2018 sono risaliti intorno a quota 4milioni, con una crescita di 2.5 punti percentuali circa nel biennio 2017-2018.

La ragione ultima per la quale Bentivogli e Pirone hanno scritto Fabbrica Futuro è la volontà, da loro considerata una utile necessità, di dare voce a una realtà industriale italiana strategica, ovvero le fabbriche FCA, “che sembra rimasta afona”.

Gli autori sottolineano come l’opinione pubblica italiana semplicemente ignora che dagli stabilimenti italiani di Fiat Chrysler nel 2019 sono usciti tra gli 800 e i 900mila veicoli, vi lavorano 57mila persone che assicurano fra il 2 e il 3 per cento del Pil e oltre 20miliardi di export. Questi stabilimenti, inoltre, rappresentano la punta di un iceberg di una filiera composta da 2190 aziende della componentistica, che generano 46miliardi di fatturato, hanno 156mila addetti e garantiscono circa 5miliardi di attivo della bilancia commerciale.

Analizzano a fondo la situazione attualmente presente negli stabilimenti FCA in territorio italiano, sottolineando come la vecchia FIAT ormai ha profondamente cambiato la propria cultura del lavoro. L’aumento della componente intellettiva nel lavoro operaio è un processo che già si tocca con mano e che “è destinato a importanti sviluppi nei prossimi anni”.

Soffrono mille problemi quelle fabbriche e ciò è innegabile ma è nell’intenzione degli autori la volontà di non vederle solo come degli stipendifici. La loro presenza nel territorio fa ancora da ascensore sociale e assicura robustezza alle aree territoriali nelle quali sono inserite.

A dimostrazione di ciò Bentivogli e Pirone riportano una luna serie di esempi, tra i quali:

  • le donne-capo che gestiscono Pomigliano;
  • il basso tasso di divorzi fra i lavoratori FCA di Melfi rispetto alla media regionale;
  • la scelta di Sevel (la joint venture tra FCA e PSA) che forma e assume giovani supertecnici direttamente nelle scuole.

Eppure il ricco patrimonio umano e tecnico dell’automotive italiano oggi corre rischi serissimi.

Entro i prossimi dieci anni vetture elettrificate, autonome e condivise trasformeranno “l’oggetto automobile in una sorta di computer su quattro ruote”, da usare e produrre in maniera molto differente rispetto all’oggi. Quote sempre maggiori di valore aggiunto dell’industria auto dovranno essere dirottate verso i produttori di batterie e di tecnologie. Anche FCA, come tutti i costruttori, è quindi “stretta nella morsa fra l’inevitabile aumento degli investimenti e la prevedibile riduzione degli utili «resi» dal capitale impegnato”.

A tutto ciò, per Bentivogli e Pirone, va aggiunta “la disfunzionalità aziendale di FCA”, che ha circa 90mila dipendenti in Nord America e che assicurano quasi il 90 per cento dei 5miliardi di utili aziendali, “mentre la parte europea, italiana in particolare, a fatica resta a galla”.

Ma, per gli autori, l’Italia non può assolutamente permettersi di rinunciare a queste fabbriche.

Stabilimenti che già non esisterebbe più, o sarebbero finite “a mo’ di spezzatino”, se non si fosse affermato in FCA un nuovo modello di lavoro, figlio:

  • della visione di un manager speciale come Sergio Marchionne;
  • del progetto di cambiamento e di modernizzazione da parte del sindacato;
  • della qualità e del sapere dei lavoratori.

Fabbriche che rappresentano, a conti fatti, “una testimonianza valida per l’intera società italiana”.

Uno dei meriti maggiori che Bentivogli attribuisce all’operato di Sergio Marchionne è l’aver abituato la FIAT a fare a meno della politica e dello Stato, “a differenza dei suoi predecessori e di gran parte dei suoi detrattori”. Lavorando di concerto con i sindacati, si è riusciti a creare “un clima di affidabilità, un terreno che prima del contratto di Pomigliano era pregiudicato”.

Cambiamento riscontrabile in particolare nell’implementazione del World Class Manufacturing (Wcm), che spinge i gruppi dirigenti degli stabilimenti a esporsi, a coinvolgere i dipendenti e comunque a lavorare con spirito di squadra.

Più uno stabilimento è efficiente, sulla base di un codice comune a tutti gl stabilimenti, e più il premio ai lavoratori è consistente. Il medagliere del Wcm, del resto, non contiene solo elementi di efficienza, ma anche aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro (zero incidenti è il primo obiettivo), e a tutti quei fattori che all’interno di un’azienda concorrono a migliorare in modo condiviso la gestione e i risultati dello stabilimento.

Per cui, la fusione con Crysler, l’adozione del Wcm, gli accordi sindacali innovativi, sono la dimostrazione, per Bentivogli, della capacità italiana di gestire la diversità multidimensionale in un’economia globale.

Un esempio che l’autore ritiene necessario estendere il più possibile e il prima possibile all’intero comparto manifatturiero italiano perché se è vero che “FCA può fare a meno dell’Italia ma l’Italia non può fare a meno di FCA”, lo è anche che ciò vale per tutte le grandi realtà industriali e manifatturiere. Ovvio quindi che bisogna creare le condizioni necessarie affinché diventi conveniente restare o tornare in Italia. Operando magari sull’onda di quanto fatto negli Stati Uniti, laddove si può ritenere che il boom del manifatturiero sia stato favorito dalla convergenza di moltissimi fattori, non solo politici:

  • le scelte monetarie accomodanti;
  • la relativa debolezza del dollaro;
  • l’energia a basso costo legata allo shale gas;
  • la forbice del costo del lavoro che tende a ridursi rispetto a molti Paesi asiatici, in particolare la Cina;
  • l’alta produttività del sistema americano;
  • la rapidità nel trasferire le innovazioni alle linee produttive;
  • la scoperta che fare manifattura all’estero è difficile e in definitiva non è così premiante, a causa dell’inferiore scolarizzazione del personale e dell’inefficienza di sistemi meno evoluti di quelli occidentali.

Negli Stati Uniti sono rientrati interi spezzoni della “vecchia industria”, a partire dagli elettrodomestici di General Electric ai camion della Ford, alle gigantesche macchine movimento terra della Caterpillar, alle turbine a gas di multinazionali europee come la Siemens.

Ragioni per cui, secondo l’analisi di Bentivogli e Pirone, il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Perché, concludono, oggi sono proprio le fabbriche a parlarci di futuro.



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Strategie politico-militari e servizi segreti del secondo conflitto mondiale nell’analisi di Giovanni Cecini e Robert Hutton

13 lunedì Gen 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiovanniCecini, Lincredibilestoriadellasecondaguerramondiale, Luomochefeceperderelaguerraainazisti, MaledettaGuerra, NewtonCompton, recensione, RobertHutton, saggio

Analisi dei testi L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton (Newton Compton Editori, Roma, 2019)

Una guerra, per quanto nefasta e criticabile, ha per sua natura una fine, connaturata nell’esaurimento delle possibilità di vittoria.
Cosa caratterizza allora la seconda guerra mondiale?
La Germania e in parte anche il Giappone proseguirono il conflitto al mero scopo di distruggere l’umanità insieme a loro. Ecco spiegato, per Cecini, il motivo per cui questo fu un qualcosa al di sopra del conflitto militare, essendo un momento esistenziale della storia dell’umanità.

Il ricorso all’ideologia esasperata, più che la violenza in se stessa, fu la vera discriminante nel ritenere il Tripartito condannabile dall’intera umanità, ancor prima della sconfitta in campo.
I “genocidi industriali” del Reich e l’apocalisse infernale delle due bombe atomiche sul Giappone hanno messo negli anni a seguire in profonda crisi morale il senso etico dell’esistenza dell’uomo.
Si parla spesso del dramma provocato dai bombardamenti a tappeto e si ignorano invece i “frequentissimi casi di cannibalismo tra la popolazione civile” come tra le stesse truppe combattenti. Si citano, anche a sproposito, le cosiddette “marocchinate” ma si tende a minimizzare come lo “stupro fosse un autentico mezzo bellico in tutti gli eserciti, nel Tripartito come tra gli Alleati”.

Esempi che da soli basterebbero a rendere l’idea di quanto devastante sia stato il secondo conflitto mondiale. Eppure, come accaduto e accade per ogni grande evento storico, si sceglie a tavolino cosa tramandare. Tutto il resto deve finire nel dimenticatoio. E così sarebbe se non ci fossero studiosi come Cecini.
Tutti i conflitti bellici in realtà, siano essi mondiali e non, andrebbero analizzati come ha fatto Giovanni Cecini e magari anche in questo modo somministrati agli studenti, soprattutto quelli dei gradi superiori. Sicuramente risulterebbe loro più utile, interessante e stimolante studiarli. Piuttosto che nella classica versione cronologica, inaridita da nomi, luoghi e date.
Potrebbe risultare essere un modo migliore per comprendere gli accadimenti, le motivazioni, gli errori e le conseguenze. Diventando anche uno stimolo per moniti futuri.

L’incredibile storia della seconda guerra mondiale di Giovanni Cecini è un libro metalogico, all’interno del quale il conflitto bellico non è semplicemente raccontato, bensì prima scomposto per essere poi ricomposto, sebbene su piani di analisi differenti. L’autore utilizza la metafora dello specchio frantumato, avendo egli avuto cura di raccontare quel che si vedeva nei singoli frammenti, diversi tra loro per forma e dimensione. Un libro costruito quindi sulla riflessione che invita per certo a riconsiderare il solido mainstream venutosi a creare, guardandosi bene però dall’incitare allo scandalo o alla scoperta sensazionale. Nulla di tutto questo si troverà all’interno del testo. Quella di Cecini è un’analisi accurata, ponderata e basata su dati e fatti concreti, reali. Un’analisi investigativa condotta con grande competenza e professionalità.

La documentazione e l’analisi storica infatti non andrebbero mai trattate al pari del gossip o della cronaca nera. La volontà di diffondere un vero, o presunto tale, scoop non è mai di aiuto a chi vuol fare chiarezza.
Analizzare a fondo i fatti, le decisioni, le scelte e le costrizioni… scandagliare il tutto come fa un sonar tra i fondali marini, senza cadute scandalistiche o pregiudizi di sorta, aiuta senz’altro a meglio comprendere le ragioni di dette scelte, giuste o sbagliate che siano.
Studiare le congiunture del particolare momento storico di riferimento, raffrontarle con altre situazioni, analoghe oppure opposte, riflettere sui danni causati e le altre conseguenze… tutto ciò contribuisce in larga misura ad acquisire maggiore consapevolezza di passato e presente e dovrebbe essere anche di grande supporto per comporre al meglio il futuro.

Non sono per certo necessarie leggende metropolitane o falsità, le odierne fake news, per rendere avvincente o intrigante un conflitto bellico.
Lo storico deve voler comprendere, non accontentarsi di ricevere a scatola chiusa delle verità consolatorie e di comodo. Vale anche lo studioso e lo studente.

Ma qual è stato il senso più autentico della seconda guerra mondiale?
Cecini sottolinea più volte nel testo come non sia possibile dare una risposta univoca a questa domanda. Il conflitto è stato ed ha rappresentato tante cose, diverse e anche opposte tra loro.
Negli anni successivi al conflitto, e soprattutto di recente, molte volte si è messo in dubbio “il valore morale” degli alleati, perché spesso il loro ruolo è stato mitizzato e “portato su un piano diverso da quello meramente storico”.

Di sicuro c’è che, grazie proprio alla seconda guerra mondiale, l’America è diventata a tutti gli effetti la prima potenza economica a livello mondiale, mentre la Cina e l’Unione Sovietica hanno assoggettato milioni di liberi cittadini con la forza e la paura, imponendo loro il proprio credo politico.
Il Paese che invece ne è uscito vittorioso solo sulla carta sembrerebbe essere stato il Regno Unito. Partito agli inizi del Novecento come unica e indiscussa superpotenza mondiale, nel giro di quarant’anni si è visto scippare il titolo prima dall’America e poi dall’Unione Sovietica. Uno strappo mai completamente risanato.
Chi invece è riuscita a superare anche il crollo del vecchio impero coloniale è stata la Francia perché, come ricorda e sottolinea Cecini, l’Africa è quasi più francese oggi di ottant’anni fa.

Ad ogni modo, tutte le grandi potenze interessate al conflitto sono le stesse che oggi vanno a comporre il G8, con la sola aggiunta della Cina, paese che riveste un peso sempre maggiore nel contesto socioeconomico internazionale.

La grande eredità che ha lasciato la seconda guerra mondiale, per anni nei popoli di tutto il mondo, è stata la speranza di un mondo migliore. Ma, senza ombra di dubbio, e bene fa Cecini a ricordarlo nel suo libro, la divisione in blocchi contrapposti, il mancato giudizio verso tutti i criminali di guerra, nonché l’esasperazione della Guerra Fredda hanno di molto diluito i grandi e buoni proposito scaturiti al termine del conflitto.
Se ci si dimentica che molti dei problemi attuali non sono altro che conseguenze della seconda guerra mondiale, allora davvero si rischia non solo di “perdere un patrimonio di esperienze molto prezioso” ma anche e soprattutto di “rendere vane le morti di milioni di persone”.

Commentando L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti di Robert Hutton, Tony Robinson ha affermato:

«In un’epoca in cui lo spettro dell’antisemitismo torna a fare paura, questo incredibile libro è indispensabile per ricordare che non siamo immuni alla minaccia del fascismo»

Il libro di Hutton nasce con lo scopo precipuo di voler raccontare una storia deliberatamente celata, come spesso accade, nella presunzione o illusione che non parlare di qualcosa di sgradevole aiuti a cancellarlo o, quantomeno, a fare in modo che rimanga nell’ombra e finisca quanto prima nel dimenticatoio anche per coloro che ne sono, in tutto o in parte, a conoscenza.
Ciò lo si fa anche per evitare di dare un’immagine di sé o del proprio Paese sbagliata, o comunque non corrispondente a quella che invece si vuole dare.

Hutton, al pari di quanto fatto da Cecini, ha narrato di un qualcosa che ha molto di incredibile, ma lo ha fatto con rigore e serietà, senza scoop sensazionalistici o allarmismi complottisti. Lo ha fatto semplicemente raccontando la verità, riportando date, dati, nomi e fatti concreti.

Si tratta di argomenti spinosi e questo è evidente, come lo è il fatto che a partire dal 2 settembre 1945 di tante cose si è preferito non parlare più. Troppo era accaduto. Bisognava solo mettere un punto fermo, voltare pagine e ricominciare. Ricostruire interi paesi manche anime ed esistenze.
Così facendo però non si è data la possibilità di analizzare molti aspetti ed eventi. Accadimenti e movimenti di pensiero che si è creduto di aver eliminato per sempre. Oggi, purtroppo, scopriamo che così non è stato. In tanti paesi europei certe idee hanno sempre continuato a bruciare, come fuoco sotto la cenere, magari anche in virtù del fatto che di ciò non se ne doveva parlare.

Il narrato del libro di Hutton è una storia vera.
Sin dal 1945 la Gran Bretagna “ha raccontato a se stessa una storia della guerra”. In questa narrazione, non solo il Paese si opponeva da solo alle forze militari del fascismo ma era anche straordinariamente resistente all’ideologia stessa. Mentre altre nazioni soccombevano a idee simili o collaboravano con gli invasori, la Gran Bretagna restava salda. Quella forza di carattere salvò non solo il Regno Unito ma l’Europa tutta.
Questa la versione narrata dagli inglesi agli inglesi, come al resto del mondo, e riportata da Hutton nel testo. Ma “l’MI5 conosceva una storia diversa”. Ed è di quella che racconta l’autore.

Verso la fine della guerra, i servizi segreti avevano identificato centinaia di uomini e donne britannici, in apparenza leali ma che bramavano una conquista da parte dei nazisti. Alcuni di loro si erano addirittura spinti oltre, rischiando finanche la vita per aiutare il Fuhrer. La gran parte delle testimonianze sono andate o sono state distrutte, eppure permangono le trascrizioni di oltre seicento conversazioni, avvenute tra il 1942 e il 1944, nelle quali si legge di come questi cittadini britannici discutono su come sia meglio muoversi per “tradire il proprio Paese con la Germania”.

È stato possibile, per Hutton, raccontare questa storia grazie alla decisione di rendere pubblica una selezione di dossier storici dell’MI5.
Solo così ha potuto vedere la luce L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti, che ricostruisce nel dettaglio l’operato dell’agente segreto inglese identificato con il nome in codice Jack King.
Un libro che è stata anche una grande sfida per l’autore. Nel tentativo continuo di voler descrivere l’intero quadro attraverso l’assemblaggio di un puzzle di cui non possiede tutti i pezzi. Alcuni ancora rimangono un mistero. La speranza, per Hutton, è che in futuro altri dossier vengano desecretati, anche se è consapevole che la scoperta di nuove informazioni potrebbe rivelare errori, naturalmente commessi in buona fede, nella ricostruzione da lui stesso fatta nel testo.

I libri di Giovanni Cecini e Robert Hutton hanno davvero un valore incredibile per la conoscenza e l’analisi di un periodo della recente storia che andrebbe sezionato tutto per essere ben compreso. Esattamente come ha fatto Cecini e, in un certo qual modo, lo stesso Hutton che ha puntato un riflettore su un punto preciso e poi ha zoomato quanto più gli è stato possibile fare.
L’incredibile storia della seconda guerra mondiale e L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti sono due lavori accurati, precisi, interessanti e assolutamente necessari.

Bibliografia di riferimento

Giovanni Cecini, L’incredibile storia della seconda guerra mondiale. Strategie, armi, protagonisti del conflitto che ha cambiato le sorti del mondo, Newton Compton Editori, Roma, settembre 2019.

Robert Hutton, L’uomo che fece perdere la guerra ai nazisti. Nome in codice Jack King: l’agente segreto inglese che sconfisse Adolf Hitler, Newton Compton, Roma, ottobre 2019.




Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi” di Gianni Cuperlo (Donzelli “Editore, 2019)

03 venerdì Gen 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Donzelli, GianniCuperlo, recensione, saggio, UnAnima

Quale sarà il destino dell’alleanza imbastita dopo la crisi di Ferragosto tra le forze “più ostinatamente rivali”?
“L’estate folle del 2019” è destinata a inaugurare davvero una «terza Repubblica»?
E, soprattutto, come si muoverà “il partito maggiore” nel dedalo politico italiano cercando di salvare se stesso e la sinistra tutta?

Gianni Cuperlo, a pochi mesi dalla nascita del nuovo governo giallorosso, riprende i post da lui stesso scritti sul social network Facebook come una sorta di diario della crisi estiva, li riordina, li attualizza e li fa diventare un libro, Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi, edito a dicembre 2019 da Donzelli Editore.

Pur ammettendo che il cammino da compiere non sarà facile né scontato, Cuperlo sembra avere le idee chiare su cosa va fatto e su cosa effettivamente serva al Partito Democratico e alla sinistra tutta per dare una portentosa sferzata alla politica italiana, ponendo resistenti argini alla pericolosa ascesa di nazionalismi e populismi.

Innanzitutto non bisogna volgere l’attenzione solo sul programma di governo, ma sarà necessario restituire un’anima al partito, ai componenti di esso come anche agli stessi elettori. Per farlo bisognerà abbandonare luoghi comuni, stereotipi e menzogne. Perché, per invertire davvero la rotta, “alcune verità devi dirle”, anche se sono scomode. Meglio ancora sarebbe dirle tutte.
Contro tutti gli allarmismi su migranti, immigrazioni e presunte invasioni, ricorda Cuperlo che da qui al prossimo decennio l’Europa avrà bisogno di almeno cinquanta milioni di nuovi cittadini, e questo solo per tenere in piedi il sistema pensionistico.

Tre sono i pilastri cardine della ricostruzione che ha in mente l’autore: Sud, formazione, governo locale. Tre nodi che, inevitabilmente finiscono con il tormentarlo il pettine di chi si confronta con l’amministrazione dello Stato e il suo governo.
La scuola, con i suoi alunni demotivati e apatici e con gli insegnati apatici, demotivati e sottopagati. Tutti poco qualificati. Un divario che continua a crescere e a pesare. Istruzione, formazione e cultura ne risentono da anni ormai. Innalzamento dell’obbligo scolastico fino al 18° anno come fatto in Portogallo e adeguamento delle retribuzioni per i docenti. Queste la riforma a costo zero e l’investimento da considerare prioritario per Gianni Cuperlo.
I governi locali, i Comuni abbandonati a se stessi, sotto finanziati e troppo spesso ignorati.
Il Sud che continua a essere considerato, a torto o ragione, il tallone di Achille di un intero Stato che fatica a reggere gli standard internazionali. Un Sud che va raccontato in chiave di risorse, certo necessarie, ma anche di emancipazione e giustizia.

Andrebbe poi svecchiato l’ordinamento stesso dell’economia. Il diritto societario, favorendo e valorizzando la funzione di fare impresa. Il diritto fallimentare, incentivando l’allarme precoce, la riallocazione delle risorse e un’ingerenza regolata del giudice. Il processo civile e la sfera amministrativa: minore burocrazia, un codice appalti meno esposto “alle bizze del vento” e procedure rapide al Tar. Lotta all’evasione, grande e piccola, e sgravi fiscali.
Mettere inoltre mano al “capitolo enorme” della parità di genere che, mai come oggi, assume i contorni di una vera e propria battaglia per l’universalità dei diritti.

Per Cuperlo, c’è da ricostruire un assetto delle istituzioni, un sistema politico tutt’altro che a regime. Bisogna ripensare un congresso vero: “serve una Costituente”. La sfida è convincere a entrare in scena “energie di frontiera” nell’impegno civico, sociale, ambientalista, del praticare solidarietà e fare democrazia.
Ricorda l’autore l’esistenza di forum su temi oggetto di cura per milioni di persone, reti delle quali spesso si tace l’esistenza. Risorse interne a dipartimenti e facoltà dove la ricerca sul mondo per come cambiava è avanzata producendo teoria, progetto, affinità sparse e per questo “meno a rischio di cristallizzarsi”.
Cuperlo ritiene necessario andarlo a cercare quel mondo, scomodarlo, disturbarlo, perché è questo che farebbe davvero la differenza e “scaverebbe un fossato col prima che nessuna distrazione di massa saprebbe colmare”.

La destra la sua formula pare averla trovata. Ha riscritto le gerarchie al suo interno e confinato “l’ala sedicente liberale” ai margini, anche per il mancato rinnovamento dentro Forza Italia. Ha inoltre arruolato “qualche scheggia estremista” e attende impaziente la resa dei conti alle urne.
Il destino della sinistra invece è ancora un’incognita. Non è certo scontato. Ma per Cuperlo spetta a loro comprendere come condizionarlo, invertendo una “percezione divenuta sondaggio e poi conferma dentro le urne”. Perché l’autore considera proprio questo il nodo centrale: decidere se l’approdo al governo vissuto in quel modo inatteso e fulmineo vada inteso come un cigno nero oppure sia il sentiero, “per quanto accidentato”, di un riassetto del sistema politico tutto.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Non avevamo capito che l’alterità resta anche se i regimi crollano. “Il Muro. La fine della guerra fredda in quindici storie” di Francesco Cancellato (Egea-UniBocconi, 2019)

16 lunedì Dic 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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BocconiEditore, FrancescoCancellato, IlMuro, recensione, saggio

Il Muro di Francesco Cancellato è un libro che celebra delle ricorrenze, ma non è questa la migliore chiave di lettura. È un libro che, attraverso il ricordo di accadimenti, piccoli e grandi, importanti o meno, voluti o casuali, apre al lettore tante finestre, preludi per altrettanti spunti di riflessione su un determinato periodo storico e, soprattutto, sull’attualità e sulla contemporaneità di fatti ed eventi che davvero sembrano destinati alla ciclicità.

Attraverso il racconto di quindici storie, Cancellato accompagna il lettore in una profonda riflessione su quanto in realtà non abbiamo compreso di quell’evento noto a tutti come la fine della Guerra Fredda, ovvero la caduta del Muro di Berlino. Un accadimento definito epocale, soprattutto per i significati simbolici che si è scelto di accostarvi.
Sottolinea però l’autore nella introduzione, con estrema precisione, tutto quello che non si è voluto o non si è riuscito a comprendere. Che non abbiamo capito. A partire dal motivo per cui il Muro è stato abbattuto che, per Cancellato, coincide con quello per cui fu costruito: “evitare un esodo di massa dalla Repubblica Democratica Tedesca verso Occidente”.

Si è preferito credere e lasciar credere che patrie, frontiere, nazionalismi e pulizie etniche erano un qualcosa che l’Europa fosse riuscita a seppellire insieme al nazismo e non si è dato il giusto peso ai segnali contrari. Come la guerra nei Balcani, esplosa contemporaneamente alla fine della Guerra Fredda.
Non ci si aspettava di certo che quella stessa Unione Europea nata dalla “liberazione dei Paesi dell’Est sarebbe stata messa in discussione proprio da loro”. Loro, che hanno conosciuto il dramma del totalitarismo, della repressione, dell’esodo di massa, sono diventati i più spietati nemici dei profughi del Terzo Millennio.
Vittime di muri e confini di filo spinato che li separavano dal resto del mondo, oggi sono i costruttori dei nuovi muri d’Europa.

Per Cancellato, quando il Muro fisico che divideva la Germania è crollato un altro, invisibile ma ben più resistente, è rimasto esattamente com’era. Perché il 9 novembre del 1989 non si è riabbracciato un popolo diviso, dai medesimi tratti somatici e con le stesse radici culturali, ma si sono mescolati due mondi che per quarant’anni hanno vissuto uno in opposizione all’altro. Perché “non avevamo capito che l’alterità resta anche se i regimi crollano”. E non avevamo capito anche che, in fondo, “gli europei che ci guardavano dall’altra parte della cortina di ferro non avevano proprio tutti i torti”.

Ricorda l’autore che, con la crisi di Lehman Brothers del 2008, abbiamo scoperto che fabbricavamo denaro col denaro, che la nostra ricchezza era qualcosa di effimero, che si reggeva sul nulla, che l’Europa non è destinata per diritto divino a essere la guida del mondo civilizzato, che la globalizzazione tanto agognata ci ha portato in casa nuove economie che ci hanno fatto sembrare d’un tratto obsoleti.
Cancellato, ovviamente, non ha la soluzione a tutti questi problemi ma afferma che tornare indietro, studiare quanto accaduto, può aiutare a capire cosa è andato storto e perché.
In effetti, leggere le quindici storie che vanno a comporre il libro, come del resto la stessa introduzione, si rivela essere molto utile al lettore il quale, egualmente non ha soluzioni immediate e dirette, ma ne riceve potenti stimoli di riflessione, rilettura critica, analisi. E questo è per certo, sempre, positivo.

Leggendo i racconti de Il Muro ci si ritrova in più occasioni a rapportarli con il presente, quasi sempre per analogia purtroppo. Una Storia che tende sempre a ritornare. Utilissimo quindi appare al lettore il consiglio di Francesco Cancellato allorquando invita il lettore a non fermarsi all’evidenza della contraddizione, ma di scavare più a fondo in questi quarant’anni di Storia che meritano senz’altro di essere approfonditi. E di usare il libro come “una specie di piccola porta d’ingresso”.

Una piccola porta d’ingresso che aiuta il lettore a varcare la soglia di un ampio mondo di riflessione e analisi.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Egea Editore-UniBocconi per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Boringhieri, 2019)

28 giovedì Nov 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ancoradodicichilometri, BollatiBoringheri, MaurizioPagliassotti, recensione, saggio

Di migrazione e immigrazione oggi si sente parlare molto e altrettanto se ne legge. Meno di integrazione e troppo poco di emigrazione. Il leitmotiv più ricorrente riguarda la presunta invasione in atto e la conseguente formazione di due fazioni contrapposte. I sostenitori di questa tesi da una parte e gli oppositori dall’altra. Il tutto però spesso tende a rimanere, volutamente si immagina, molto impersonale. I viaggi che diventano rotte e le persone neanche etnie, bensì solamente cifre, numeri di questo esodo che viene indicato come il più epocale nella Storia conosciuta e il più allarmante.
Si può dibattere all’infinito ma, nella gran parte dei casi, gli esponenti delle avverse fazioni non arretrano neanche di un solo passo, restando invece tutti fermi sulle originarie posizioni.

Maurizio Pagliassotti non ha imparato a conoscere la migrazione e l’immigrazione leggendo i giornali o seguendo i servizi televisivi. No, lui ha conosciuto i migranti perché gli sono semplicemente passati accanto, lungo le vie del suo paese, da sempre, da quando ne ha memoria. E bene si ricorda anche la diffidenza delle persone, dei suoi compaesani.
Lui è cresciuto lungo la strada che da Claviere in Italia porta a Briançon in Francia, lungo una delle famigerate rotte percorse dai migranti. Dodici chilometri di sentiero montano che separano i migranti dalla loro destinazione.

Un breve tragitto, rispetto a quello percorso in totale, ma non per questo più agevole o meno complicato. In considerazione anche degli ostacoli interposti dai governi, italiano e soprattutto francese, che cercano con ogni mezzo di rallentarli, scoraggiarli e fermarli.
Ed è proprio a questo punto che si assiste a un grande paradosso, ricordato da Andrea Bajani nella prefazione al libro di Pagliassotti, allorquando egli rammenta che tutti questi giovani migranti passano e vanno perché “è un istinto che nessuno può disinnescare o rispedire al mittente”, spesso senza ringraziare alcuno, e lo fanno semplicemente perché “muovono dall’assunto elementare, di specie, che la terra è di tutti”. Un vero e proprio scandalo per i governi dei Paesi che stanno attraversando e per i cittadini che abitano questi luoghi, uno scandalo che qualcuno potrebbe anche leggere come una provocazione ma che di sicuro è in grado di mettere in crisi un intero sistema.

Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina di Maurizio Pagliassotti, uscito in prima edizione a ottobre 2019 con Bollati Boringhieri, è il racconto non di un’invasione ma di un “transito epocale”, un travaso che avviene un po’ per volta, e ogni volta un pezzo di questo mondo, quello lasciato indietro, si sposta verso e dentro un vero e proprio altro mondo, “propagandato – e dunque offerto, per certi versi – come migliore”.
Esemplare la descrizione del libro fatta da Bajani nella prefazione. Coglie infatti quest’ultimo l’essenza vera e profonda della narrazione di Pagliassotti e la sintetizza egregiamente nel “breve” spazio di poche righe.

Pagliassotti ha idee molto chiare, decise, a tratti categoriche sul fenomeno della migrazione. Considerazioni che egli ha maturato negli anni e che hanno poi trovato un loro ordine nella scrittura del libro. Le sue riflessioni spesso non si basano su grandi teorie economiche, politiche o finanziarie, no, si avvicinano piuttosto a un’ottica socio-antropologica. Lo studio della realtà attraverso i propri sensi, la vista e l’udito innanzitutto. Il racconto di emozioni, sentimenti e risentimenti vissuti in prima persona o in una maniera comunque diretta. Accadimenti che se pure non ti hanno coinvolto in prima persona ti hanno comunque attraversato, di traverso appunto, e inevitabilmente ti hanno segnato.

Ha realizzato Pagliassotti che in Italia, ma in tutto questo “sgangherato Occidente”, si avverte un continuo bisogno di scaricare la violenza accumulata e altrimenti repressa sui poveri. Una rabbia terribile generata però dal fatto che non si sta bene. Ed ecco allora che i migranti diventano “il paracetamolo di immense masse alienate”, che vivono vite orrende in luoghi orrendi venduti come interessanti, stimolanti.
Lo scopo del suo libro è togliere la speranza a queste immense masse alienate che, per quanto possano essere arrabbiate, feroci, crudeli non riusciranno comunque a fermare il transito di coloro che fuggono da luoghi, posti, ricordi, eventi… che molti afferenti alla massa non hanno mai visto né conosciuto, per loro fortuna. Il transito dei migranti è un fenomeno epocale che non si può certo fermare con qualche slogan o barriera, fisica o legale. È una vera e propria lotta, pacifica e silenziosa, per la sopravvivenza.

Ancora dodici chilometri di Maurizio Pagliassotti è un libro molto intenso che racconta di piccoli gesti, di poche parole dette o taciute ma che comunque spingono il lettore verso riflessioni profonde su temi importanti, spesso dimenticati o ignorati. Una lettura interessante e per niente scontata.


Articolo originale qui


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