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Irma Loredana Galgano

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Basta thriller o pubblichiamone ancora? Le pecche della malata editoria italiana nell’intervista a Simonetta Santamaria per “Seguimi nel buio” (IoScrittore, 2016)

28 lunedì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, IoScrittore, MauriSpagnol, racconto, Seguiminelbuio, SimonettaSantamaria, thriller

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Simonetta Santamaria, scrittrice di thriller e noir conosciuta e affermata, decide di sottoporre al vaglio degli editori la sua nuova fatica letteraria, Seguimi nel buio. Una storia che trascina il lettore nei meandri più bui della mente umana, tra le paure e le debolezze di chi è ‘malato’ e la crudele follia di chi tale non è considerato perché sa nascondersi e celare i fili sottili che legano i suoi crimini alle ignare vittime. Autismo e Insanet si affiancano e si scontrano in un libro che merita di essere letto tutto d’un fiato, come ogni mystery che si rispetti.

Eppure il titolo è stato rifiutato perché la linea editoriale sarebbe stata dirottata verso “argomenti più commerciali”. L’autrice non si arrende e partecipa in incognito, utilizzando uno pseudonimo maschile, alla sesta edizione del Torneo Letterario IoScrittore indetto dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol e ne esce vincitrice.

La sua voglia di festeggiare tuttavia è smorzata dal continuo lottare cui sono costretti gli autori italiani che, come lei, non vogliono arrendersi e sottostare alle rigide leggi di mercato, all’abbandono e alla noncuranza degli editori, alle tante pecche della malata editoria italiana.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Simonoir, Nostra Signora del thriller, una delle Signore della suspense… quasi non si contano più i nomignoli che le sono stati attribuiti. D’altronde non è poi così raro per gli scrittori di noir l’essere indicati con soprannomi. Perché secondo lei si sente la necessità di rimarcare il suo ruolo di scrittrice con questi epiteti?

Non saprei, forse per accostarci a qualcuno o a qualcosa che ci “etichetti” visto che le ramificazioni del genere sono tante. Per ciò che mi riguarda, devo ammettere che alcuni sono carini, in effetti rendono bene l’idea di chi sono e cosa scrivo. E, considerando la mia tendenza a una certa autoironia, direi che no, non mi dispiacciono affatto.

I thriller e i noir, pur avendo i loro lettori spesso anche forti, vengono sempre additati come generi di troppo. Secondo lei per quali motivi questa produzione libraria viene considerata così ingombrante?

Sottostimata, direi. Già il fatto di intendere la cosiddetta “letteratura di genere” un elemento secondario nel panorama mi fa imbestialire. Molti grandi capolavori classici vengono dalle menti di scrittori “di genere” come Mary Shelley, Edgar Alla Poe, Bram Stoker… E perché no, vogliamo aggiungerci Kafka (ditemi se non è disturbante la sua Metamorfosi) oppure il Sommo Dante col suo Inferno, e magari pure la Bibbia (antesignana dei Wu Ming) che in quanto a suspense non scherza mica…

Il caso di Seguimi nel buio è alquanto singolare e merita di essere raccontato. Inizialmente il libro ha subito un rifiuto da parte dell’editore ma è stato poi pubblicato in quanto vincitore del Trofeo Ioscrittore. Parliamo dello stesso testo, possiamo quindi supporre che ci sia una sorta di pregiudizio nei confronti di questo genere letterario?

Più che un rifiuto, la Tre60 (marchio GeMS) con cui avevo pubblicato il precedente romanzo, Io Vi Vedo, mi disse che avrebbe virato su argomenti più commerciali, quindi il thriller non avrebbe più trovato spazio. E comunque “il thriller non vende, ha subito una flessione”: me lo sono sentita dire da almeno altri tre editori. Così ho iniziato a dubitare di me e delle mie storie. Ecco perché ho deciso di partecipare a un torneo in incognito, IoScrittore appunto; sapevo che sarei stata giudicata senza paraocchi, solo per la qualità del mio romanzo. La risposta dei lettori/scrittori (che notoriamente sono spietati verso i colleghi) invece è stata molto positiva, ed eccomi qua. Deduco quindi che qualcosa mi sfugge, o sfugge a loro.

I thriller stranieri invece sembrano sempre essere ben voluti dagli editori, forti del fatto forse che arrivano in Italia quando sono già dei best seller da milioni di copie vendute. Al di là dell’oggettivo limite costituito dalla lingua che impedisce di vendere così tanto prima delle traduzioni, i thriller italiani davvero sono peggiori degli stranieri?

Ma per carità, non bestemmiamo. L’editoria importa sedicenti fenomeni stranieri perché qui basta una fascetta che decanti vendite record, seppure in Papuasia, per essere comprato sulla fiducia. Invece di promuovere gli scrittori italiani che non hanno nulla, e sottolineo nulla, da invidiare al resto del mondo.

Credo che la rovina sia data anche dal fatto che si pubblica molto senza convinzione; un romanzo (di quelli seri, scritti con sudore e sangue) è frutto di un lavoraccio e, una volta vista la stampa dovrebbe essere promosso come merita. Invece qui siamo al fai-da-te, ti pubblicano e ti abbandonano, e lo fanno anche i grandi marchi. È un’editoria malata, con visioni distorte da meccanismi di marketing.

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Lei ha dedicato Seguimi nel buio a quelli che “basta thriller”, «a coloro che mi hanno messo i bastoni tra le ruote e sbattuto le porte in faccia». Conserva ancora qualche sassolino nella scarpa di cui vuol liberarsi?

No, i miei sassolini me li tengo perché fanno parte di un cammino di crescita ed esperienza. Però l’ho fatto con polemica consapevolezza, proprio per portare avanti una battaglia iniziata tanti anni fa a favore degli scrittori italiani. Ho cominciato (e lo faccio ancora oggi) scrivendo horror, immaginate la ghettizzazione… Ma noi, proprio qui in Italia, abbiamo dei fior di scrittori horror: Alessandro Manzetti, ad esempio, è stato il primo italiano a vincere quest’anno il prestigioso Bram Stoker Award indetto dalla Horror Writers Association di cui mi pregio di far parte, e a cui concorrono nomi come Sthephen King, Peter Straub, Ramsey Campbell, Jack Ketchum… Eppure qui i media non hanno dato il doveroso risalto alla cosa. Disturba, certo, ma noi esistiamo, e insieme stiamo facendo movimento. Perché prima o poi, questa battaglia la vinceremo.

Il buio può essere incarnato da numerose sfaccettature, in questo libro come in altri suoi scritti lei sceglie di identificarlo con il lato oscuro del male che alberga nella mente e nella psiche delle persone. La follia, intesa come tutto ciò che si distacca dalla normalità, spaventa più del crimine razionale?

Be’, certo, il buio richiama il lato oscuro, tenebre che nascondono verità che la luce nasconde. E la follia alberga laggiù, dove nessuno può vederla ma lei c’è, esiste, in ognuno di noi, e può scattare da un momento all’altro.

Il crimine comune ci indigna, ci spaventa perché mina la nostra integrità, ma della follia ci terrorizza l’imprevedibilità, il suo legame con l’irrazionale, e quell’inquietante senso di appartenenza che ce la fa sentire così… troppo, vicina. Incontriamo il nostro dirimpettaio ogni giorno, gli sorridiamo e saliamo con lui in ascensore. Ma se qualcuno (o qualcosa) ci inculcasse il tarlo del dubbio, state certi che non lo guarderemmo più come prima. E forse eviteremmo di prendere lo stesso ascensore.

Simonetta Santamaria: Scrittrice italiana. Ha pubblicato vari libri, tra cui i saggi illustrati Vampiri, da Dracula a Twilight e Licantropi, i figli della luna (Gremese), tradotti in Francia e Spagna; i romanzi Dove il silenzio muore (CentoAutori) e Io vi vedo (Tea/Tre60), la raccolta di racconti Donne in noir (Il Foglio), gli e-book Black Millennium e Il segreto della janara. Suoi racconti sono apparsi in antologie di prestigio, tra cui Eros e Thanatos (Giallo Mondadori) e The Beauty of Death (Independent Legions), insieme ad autori del calibro di Ramsey Campbell e Peter Straub.

Ha ricevuto il Premio Lovecraft XI e Fantastique/I Fantasy Horror Award. È membro della Horror Writers Association. È stata definita una delle «signore della suspense made in Naples» (la Repubblica) e «lo Stephen King napoletano» (Corriere del Mezzogiorno).

(Fonte Trama e Biografia autrice: www.simonettasantamaria.net)

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

È la lavorazione a fare il libro, non i singoli ‘ingredienti’: la ‘ricetta’ di Giovanni Ricciardi intervistato per “Gli occhi di Borges”

01 martedì Nov 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Fazi, GiovanniRicciardi, GliocchidiBorges, intervista, romanzo, thriller

Da pochi giorni in libreria Gli occhi di Borges (Fazi, 2016), la settima indagine per il commissario Ponzetti. Questa volta in quale meandro dell’animo umano spingerà il lettore l’indagine di Ponzetti?

Nel meandro della cosa più sottile e inconsistente che esista: la poesia. La storia è incentrata sulla vicenda del furto, dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, di una preziosa copia della prima raccolta poetica di Borges. Una vicenda che trae spunto da un fatto vero. Ma s’incentra anche sul tema degli oroscopi, dell’astrologia e di un’altra cosa estremamente sottile, che è la libertà umana e il pericolo del suo continuo condizionamento. Il secondo filone del romanzo parla di questo, attraverso il rapporto difficile e critico tra una madre e una figlia adolescente.

(Fonte trama: www.fazieditore.it)

La scena è ancora una volta Roma, la città eterna dalle infinite sfaccettature. In una città così è più facile trovare linfa per i suoi scritti? E se sì, perché?

Roma è sempre presente nei miei romanzi, con la sua bellezza, le infinite storie di uomini e cose che racchiude. Ma stavolta una parte del romanzo si svolge in Argentina, la terra promessa degli italiani nei primi decenni del Novecento, una patria dell’anima, un sogno incompiuto, come la canta Guccini in una famosa canzone.

Quanto di autobiografico c’è nella storia e nei pensieri espressi nei suoi libri?

Tutto e niente. Nei miei libri c’è la mia infanzia, il mio carattere, l’amore per i classici, il senso della giustizia, la sete di verità, le storie che ho vissuto e quelle che ho ascoltato in tanti anni. Ma la trama di un romanzo usa di queste cose come fa una cuoca con gli ingredienti di un piatto. Il sapore del piatto dipende dalla lavorazione, non solo dagli ingredienti.

Studi psicologici ipotizzano l’ambivalente piacere che procura la sofferenza altrui. Il costante aumento di consenso ottenuto dai libri gialli potrebbe essere legato in qualche misura a questo piacere?

Forse. Credo che ci sia anche il piacere di vedere che qualcuno, almeno nella finzione, riesce a mettere ordine nel disordine, a riportare la giustizia dove attecchisce l’ingiustizia, a far tornare i conti della vita, insomma. Nei miei gialli, che sono più psicologici e di ragionamento che d’azione e di sangue sparso ovunque, credo che questo pericolo non ci sia.

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In effetti i suoi scritti sembrano disdegnare l’eccessivo spargimento di sangue e le immagini cruente, rimandando più alle storie del commissario Maigret narrate dal maestro Simenon. Cosa deve caratterizzare un buon giallo secondo lei?

La riuscita della trama, il non tradire il patto implicito col lettore che deve poter arrivare anch’egli alla conclusione a cui arriva l’investigatore attraverso gl’indizi seminati nella trama. Ma è molto importante anche l’ambientazione, la presenza di un tema forte: amore, morte, desiderio, speranza, illusione e disillusione. E poi l’umanità dei personaggi e la credibilità della storia.

Lei è un insegnante di greco e latino, in quotidiano contatto quindi con i grandi classici della letteratura. In cosa è carente e in cosa sovrabbonda la produzione contemporanea di libri rispetto al passato?

Secondo me è carente di grandi storie, di grandi trame, tende all’intimismo ma senza essere attenta alla lezione della leggerezza insegnata da Calvino. A parte qualche grande scrittore americano e qualche romanzo italiano particolarmente ispirato. Inoltre, mancano dei seri romanzi storici di respiro.

In base alla sua esperienza, lei si sente di confermare o smentire il disinteresse dei giovani verso la cultura in generale?

I giovani oggi hanno meno stimoli a leggere e un’enormità di stimoli legati alla cultura dell’immagine. Credo che il disinteresse verso la cultura non sia una cosa generalizzata. C’è bisogno di bravi maestri, che sappiano mediare cose di valore. Quando i ragazzi trovano delle guide attente, s’appassionano anche ai classici.

Da quale delle sue professioni (insegnante e scrittore) lei ha appreso di più?

Sicuramente da quella d’insegnante. Scrivere è una fortuna, non è propriamente una professione per me. La scuola mi dà ancora tanta vita, un po’ di questa vita si trasferisce anche nei miei libri.

Leggi anche la recensione a La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi

Giovanni Ricciardi: Professore di greco e latino in un liceo di Roma. Scrittore italiano. Autore della fortunata serie che vede come protagonista il commissario Ottavio Ponzetti.

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“Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo” di Franco Forte

23 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Cesarelimmortale, FrancoForte, Mondadori, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo (Mondadori, 2016) di Franco Forte è un romanzo storico che si apre al lettore con una bellissima dedica che l’autore indirizza ai suoi figli e che ogni genitore dovrebbe desiderare far propria.

«…nella speranza che prima o poi capiscano quanto sia meraviglioso immergersi nella lettura di un romanzo. Non solo nei loro smartphone e tablet…»

L’antefatto racconta di uno degli accadimenti più celebri della storia romana: le Idi di marzo, divenute nel tempo l’emblema delle congiure e delle cospirazioni di stampo politico e motivate da brama di potere e interessi che prima erano solo economici ora anche finanziari. In Cesare l’immortale però la vera ‘congiura’ l’ha portata avanti lui, il dittatore Gaio Giulio, accecato dal desiderio di travalicare i confini del mondo e diventare veramente invincibile.

Leggere una dopo l’altra le pagine che compongono il libro di Forte è, per il lettore, una immersione lenta e programmata nell’antico impero dei Romani. Rivedere, come in un docu-film trimidensionale, le loro vesti, le abitazioni, le fortificazioni militari, le imbarcazioni… un universo sapientemente riportato alla mente di chi legge con l’uso di termini tipici della tradizione romana inseriti ad uopo nel contesto di un linguaggio, quello in gran parte utilizzato, che invece è molto più contemporaneo.

La scena si sposta presto dai luoghi e dai fasti della Roma imperiale, ritenuti sicuri perché conosciuti, verso mete indicate come piene di insidie ma affascinanti forse proprio perché ancora inesplorate. E sarà proprio tra le immense distese ghiacciate del Nord che i Romani di Franco Forte si scontreranno con l’evanescenza delle certezze non provate ma solo acquisite.

«i Celti che si scaraventavano a petto nudo contro le frecce infuocate dei romani e sotto lo sguardo attento e vigile del loro druido»

La forza della persuasione, una delle armi più potenti, che incita anche ad andare incontro a morte certa, da sempre utilizzata per muovere le masse e piegarle al proprio volere. A volte è un desiderio di rivalsa, altre la promessa di ergersi verso superiori livelli di vita trascendentale, più comunemente l’avidità di ingenti ricompense… ma gli esiti di queste “missioni” sono alla fin fine sempre disastrosi, soprattutto in termini di vite sacrificate. Allora come oggi.

«Mentre il rumore della battaglia, fatto delle grida degli uomini e del clangore delle armi, cresceva sempre più Gaio si riempì i polmoni dell’aria gelida e nera che lo avvolgeva e contemplò soddisfatto il modo in cui i suoi soldati facevano strage di quegli sciocchi selvaggi che si tuffavano a petto nudo contro una fortificazione romana, un baluardo che probabilmente non avevano mai visto in vita loro. Un errore che sarebbe costato la vita alla maggior parte di quei guerrieri, tanto coraggiosi e possenti quanto poco consapevoli di ciò che avevano di fronte.»

Cesare l’immortale invita il lettore a riflettere sull’eterno scontro tra uomini che si ritengono civilizzati e per questo superiori e altri che invece sono considerati selvaggi, primitivi, non all’altezza dei primi. Uno scontro che è sempre stato impari dal punto di vista della forza fisica e soprattutto di quella delle armi ma che in fondo dovrebbe aver insegnato da tempo ormai, ai civilizzati, che forse non è solo questo che conta e che i confini del mondo che allora conoscevano come quello degli attuali stati è una nozione posticcia per un pianeta che è tondo nella forma e inscindibile nel contenuto.

Il Cesare raccontato nei libri di storia come quello narrato da Forte è un guerriero e per questo irrequieto lontano dai campi di battaglia. «Dilatò le narici e immaginò di sentire l’odore del sangue. Un odore afrodisiaco, a cui nessun vero soldato avrebbe mai potuto rinunciare.» L’adrenalina che entra in circolo un attimo prima dello scontro e rinvigorisce lo spirito di chi altrimenti si sentirebbe già vinto. Il coraggio che in fondo distingue gli impavidi dai pavidi. Una sensazione, associata all’impeto giovanile, che si ritrova a vivere anche il filosofo Cicerone, coinvolto dallo stesso Gaio nell’epica avventura della Legio Caesaris, partita dal Mare Nostrum, approdata nel mar del Nord dell’Oceanus Magnus e volta alla nuova traversata del Mediterraneo perché diretta verso il nuovo luogo che sarebbe diventato lo scenario della loro forsennata ricerca.

«Non sapeva che cosa avrebbero trovato, dall’altra parte, ma era chiaro che non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, anche se si fosse trattato, semplicemente, di andare incontro alla morte.»

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo di Franco Forte è un romanzo storico e come tale fonde storia e fantasia. A luoghi e personaggi realmente esistiti l’autore dona tratti e comportamenti modellati dalle sue ricerche come dalla sua immaginazione. Il risultato è ottimo. Il libro merita di essere letto.

(fonte biografia: autori.librimondadori.it)

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“La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016). Intervista a Armando d’Amaro

07 venerdì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ArmandodAmaro, FratelliFrilli, intervista, Lamesata, romanzo, thriller

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

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Intervista a Maria Masella per “Testimone”

06 giovedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FratelliFrilli, intervista, MariaMasella, racconto, Testimone, thriller

nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

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“I mercanti dell’Apocalisse” di L.K. Brass

26 lunedì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Giunti, IldealdellApocalisse, ImercantidellApocalisse, LkBrass, NWO, ordinemondiale, recensione, romanzo, thriller

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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke

02 venerdì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LacongiuradisanDomenico, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller, Todaro

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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.

Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.

Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi.»

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.

Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.

La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

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Guardare dentro per vedere oltre. “Storie sbagliate” di Maria Teresa Casella

12 venerdì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MariaTeresaCasella, racconto, recensione, StorieSbagliate, thriller

Pubblicato tramite StreetLib Selfpublish, il trittico noir Storie sbagliate di Maria Teresa Casella cattura il lettore e lo trascina nelle gole più profonde della vita e della mente umane. È un libro breve ma di una tale intensità da farsi letteralmente divorare. Non è la prima volta che l’autrice regala ai suoi lettori la possibilità di guardare dentro per vedere oltre.

Carmen è una ragazza in aspro conflitto con la vita. La fase adolescenziale è, per lei, particolarmente traumatica e causa una frattura tale con i suoi genitori da indurla a fuggire di casa. Ci vorrà un po’ ma poi capirà che non potrà in alcun modo sfuggire a se stessa.
La sua storia racconta la ribellione giovanile, la voglia di lasciarsi andare, di ostacolare e di opporsi al mondo degli adulti.

«Cercai di tenere duro, di credere che prima o poi qualcosa sarebbe successo e l’incubo sarebbe finito, invece notte dopo notte ci sprofondavo dentro.»

Melody è una transessuale che sembra avere un unico obiettivo: sottoporsi all’intervento chirurgico che la farà diventare definitivamente donna. Ma lei è innanzitutto una persona, un essere umano, con tante storie da raccontare, molta sofferenza e troppo dolore causato il più delle volte dall’ipocrisia di chi, quelle come lei, le schernisce di giorno e le ‘ama’ di notte.

«Era più facile aprirsi, soddisfare, a volte anche godere, se si convinceva che a subire fosse il maschio che era in lei, l’intruso.»

Joanna è una figura liberamente ispirata ad Aileen Wuornos, la killer seriale giustiziata in Florida nel 2002. Personaggio molto discusso, la Wuornos è stata definita da Nick Broomfield, l’ultimo a intervistarla prima dell’iniezione letale, “una persona che ha completamente perso la propria mente in preda alla rabbia”.
Maria Teresa Casella immagina invece che a muovere le azioni di Joanna non sia la rabbia ma l’amore. Un amore deviato, sbagliato? E chi può giudicarlo.

È amore quello che provano due adulti che tentano in ogni modo di adottare un figlio? Oppure è egoismo? È giusto dire la verità ai bambini oppure è meglio mentire? Perché? Cosa provano dei genitori adottivi quando poi la natura decide che possono avere anche loro un figlio naturale?
Tutte le domande che il lettore di Storie sbagliate si pone non sono semplici o scontati interrogativi su vari aspetti o comportamenti, sono dei muri che possono essere costruiti o abbattuti, sono delle scelte che possono risultare giuste o sbagliate ma sempre e comunque necessarie se a volerle è l’anelito di libertà.

Storie sbagliate di Maria Teresa Casella è un trittico noir dove la conclusione non è una fine e neanche un inizio, è una svolta. La direzione verso cui scelgono di andare Carmen e Melody, le cui storie si sono sfiorate, intrecciate per un solo istante ma che è bastato a legare insieme due esistenze, le loro. Vite che per tanti non valevano niente, persone volutamente ignorate, maltrattate, denigrate in nome di… nulla, non c’è nulla che giustifichi certi comportamenti ed è per questo che Carmen e Melody hanno scelto di donare “il loro impegno a beneficio delle vittime delle discriminazioni”. Ed è bello anche che Maria Teresa Casella abbia scelto di raccontarlo.

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“La Bestia di Sannazzaro” di Alessandro Reali

19 giovedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlessandroReali, FratelliFrilli, LaBestiadiSannazzaro, recensione, romanzo, thriller

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In La Bestia di Sannazzaro. Lomellina, inverno di guerra 1917 (Fratelli Frilli Editori, 2016) Alessandro Reali conduce il lettore in un durissimo periodo della storia italiana. Racconta uno spaccato di vita reale, concreta, con le sofferenze, le privazioni, il dolore e la morte che ogni guerra comporta, per chi va al fronte e per chi resta ad aspettarlo, spesso invano.
Tra le vicende ispirate alla realtà, l’autore inserisce il delitto intorno a cui ruota l’intero noir. Un omicidio dettato più dalla follia che dalla passione, deleteria conseguenza di un accumulo di frustrazioni che inutilmente l’omicida ha cercato di annegare nell’alcol.
Non mancano nel testo di Reali i riferimenti al dualismo, per certi versi ancora attuale, tra gli intellettuali di sinistra e i borghesi/capitalisti di destra, la stratificazione sociale e le sue conseguenze, rintracciabili con facilità anche nella odierna società.
Nicola Necchi è un ragazzo di soli 15 anni con in corpo «la voglia di andare, fare, scoprire e capire, perché era quasi un uomo e suo padre se l’era portato via la maledetta guerra, nel maggio di quello stesso 1917, sul fronte del Carso, nella decima battaglia dell’Isonzo». Un giovane uomo che cerca di trovare la propria strada divincolandosi tra i discorsi altisonanti dell’avvocato Persico, la depressione di sua madre e la finta debolezza di sua nonna, la quale in realtà accudisce e mantiene tutti in casa e cerca di frenare la volontà ribelle di Nicola raccontandogli storie spaventose sulla pericolosa Bestia che aggredisce gli avventori notturni del paese.
Il segreto sull’identità del vero assassino non è l’unico mistero a essere svelato nel testo di Reali, il quale basandosi sui racconti di sua nonna, suo nonno e suo padre rivela tanti particolari sulla vita del piccolo borgo di Sannazzaro de’ Burgondi e dei suoi abitanti. Tradizioni, usi, costumi, superstizioni, leggende, intrecci amorosi e d’affari che riguardano il paesino lungo le rive del Po ma potrebbero essere riferiti a qualsiasi altro sito d’Italia.
Lo stile di Reali è molto intenso, il ritmo incalzante della narrazione mantiene alto l’interesse di chi legge e viene costantemente invogliato a continuare a farlo dalle numerose “rivelazioni” attese. Solo nei passaggi in cui l’autore, citando oggetti, riporta il nome in dialetto e il significato tra parentesi indispongono un po’ il lettore, il quale in un libro di narrativa non cerca spiegazioni ma altro. Sarebbe stato preferibile, forse, inserire la spiegazione sul significato nel contesto della narrazione e non estrapolarla da questa isolandola.
L’ambientazione è piena di atmosfere suggestive, di paesaggi, case e casolari avvolti dalla nebbia e dal mistero della Bestia che incombe minacciosa sull’incolumità degli abitanti del borgo. Descrizioni che rimandano la mente del lettore alle lande narrate dal grande maestro sir Arthur Conan Doyle quando portava Holmes a correre lungo le strade e le campagne avvolte dalla foschia, dal mistero e dalla paura causata dal mastino dei Baskerville, nel libro omonimo. Anche in quel caso si è scoperto che è di altra razza la “bestia” feroce di cui aver paura: umana.

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La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight (Piemme, 2016)

09 sabato Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Lavitaperfetta, Piemme, recensione, ReneeKnight, romanzo, thriller

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Disclaimer, il primo romanzo della documentarista della BBC Renée Knight, è uscito in Italia lo scorso 15 marzo con il titolo La vita perfetta (Piemme, 2016) nella versione tradotta da Velia Februari. Il libro si presenta con una sfida: cosa faresti se scoprissi che questo thriller parla proprio di te? Avrai il coraggio di girare la pagina e cominciare a leggere? Il coraggio non è mancato, la pagina è stata girata e il libro è stato letto. Ovvio che La vita perfetta non parlava della sottoscritta come di nessun altro lettore in particolare, eppure l’autrice indaga così a fondo la mente e i comportamenti umani che, sì è vero, ognuno può riconoscersi in almeno uno degli innumerevoli ritratti di vita narrati.

La parola che resta in mente, dopo aver letto il romanzo della Knight, è proprio “diniego”, disclaimer in inglese. La struttura narrativa scelta dall’autrice richiama, per alcuni versi, quella più volte usata da Jo Nesbø, maestro indiscusso del crime.  A ogni nuovo capitolo inizia una nuova storia, a volte conseguente altre contraddittoria rispetto a quella narrata fino a quel momento. Se nei libri di Nesbø l’impianto narrativo è strutturato in modo da far sembrare il tutto come una continua e affannosa ricerca per svelare il mistero e trovare i responsabili del delitto, una sorta di caccia al criminale nella quale il lettore si vede da subito coinvolto, nel testo della Knight è evidente che la struttura è stata studiata al contrario per nascondere il più possibile il segreto, che viene svelato solo nelle ultime pagine, nonostante non manchino, nel corso della narrazione, momenti in cui il tutto può essere apertamente raccontato.

Fedele alla struttura di un vero romanzo noir, ne La vita perfetta il crimine resta marginale fino alla fine; molto risalto viene dato alla caratterizzazione dell’ambiente e soprattutto alla descrizione psicologica dei personaggi. Manca nel testo la figura di un detective estraneo alla vicenda, ma tutti i protagonisti assumono autonomamente il ruolo di investigatori e al contempo quello di vittime. L’intera vicenda ruota intorno a un libro, scritto per trovare una motivazione a quanto accaduto ma usato per compiere una vendetta. «Senza poterci fare nulla, Catherine aveva incontrato, tra le righe di quel libro, sé stessa».

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Catherine è una documentarista di successo che abita in un grazioso villino insieme a suo marito Robert. L’abitazione è più piccola della casa che avevano in precedenza, abbandonata dopo che la donna ha invitato il figlio ad andare a vivere da solo, per responsabilizzarlo. Il rapporto di Catherine con Nicholas è sempre stato difficile, forse lei non è tagliata per fare la madre. Oppure no.

In un villino più modesto, sito in un quartiere meno esclusivo della città, abita una diversa famiglia, composta sempre da madre, padre e figlio. Nancy, al contrario, sembra aver votato l’intera sua vita ad accudire Jonathan, trascurando anche il rapporto coniugale con Stephen. Almeno questo è ciò che appare. Cosa lega Catherine a Stephen e Nancy? Il libro, o meglio la storia in esso narrata. Un racconto che ognuno avvalora nella propria versione. Sono i ricordi che il tempo ha reso più labili o c’è dell’altro?

C’è molto altro e la Knight lo riporta in La vita perfetta con una dettagliata descrizione della condizione e dei casi umani.

Quanto incidono le vicende personali sulla professionalità? Un insegnante che non riesce ad arginare la propria frustrazione e la riversa sugli ignari studenti è un mostro o anch’egli una vittima degli eventi? A un uomo premuroso e attento può interessare la propria reputazione più della stabilità della partner? Un genitore che rifiuta di ammettere l’indole violenta del proprio figlio è un buon educatore?

Le risposte a tutte queste domande possono sembrare facili e scontate eppure la Knight ci mostra un modo per osservare i comportamenti umani nient’affatto scontato. La verità è che ognuno di noi vede solamente quello che gli conviene. Anche gli uomini che sembrano tra i più progressisti quando si tratta della propria compagna non accetteranno mai volentieri l’idea che questa possa scegliere di emanciparsi al punto da anteporre la propria felicità a quella del partner o del figlio.

«Quel libro l’ha come irretita, attratta con l’inganno finché non si è accorta di essere in trappola».

Un libro intenso, profondo, che scava dentro l’anima dei protagonisti, che merita di essere letto con attenzione per cogliere ogni sfumatura con la giusta intensità. Un ottimo esordio letterarioLa vita perfetta di Renée Knight.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-vita-perfetta-e-un-dedalo-di-segreti-disclaimer-di-renee-knight

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