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Irma Loredana Galgano

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“Amore obliquo” di Maria Teresa Casella (Streetlib, 2015)

15 domenica Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Amoreobliquo, EmmaBooks, MariaTeresaCasella, recensione, romanzo, Streetlib, thriller

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Maria Teresa Casella ripropone in versione digitale Amore obliquo (Streetlib, 2015), già edito nel 2011 con EmmaBooks.
Amore obliquo della Casella è un libro che va letto domandandosi «che cos’è in fondo la pazzia?».
Pazzo è colui che non riesce a mantenere comportamenti “normali” o chi invece riesce a celare alla perfezione la sua follia dietro la maschera della normalità?

«Se provò un’emozione, le rimase intrappolata nella mente. Scambiai la sua passività per inesperienza. L’indifferenza per timore. La freddezza per infelicità.»

Pirandello, il quale ha cercato di indagare a lungo i comportamenti degli uomini e la mente umana, era giunto alla conclusione che per liberarsi dei “mali del mondo” l’uomo non avesse che due possibilità: il suicidio o la follia. Per Linda, protagonista del libro di Maria Teresa Casella, le due alternative si mescolano e si fondono fino a quando non si realizza che è necessaria una distinzione ulteriore tra suicidio fisico, che verrà poi, e suicidio mentale, alienazione volontaria che potrà anche sembrare simile o uguale alla follia ma non lo è. La vera follia è di coloro che hanno coscienza di ciò che accade e fingono di non vederlo, per ipocrisia, per comodità. Linda ha “scelto” la sua schizofrenia. Il suo essere borderline equivale a un suicidio mentale che in un primo momento le appare la soluzione ideale. Linda è crudele, è malata, deviata ma è al contempo una vittima, di se stessa e degli altri.

«Qui, rinchiuso, le emozioni sono stilettate. Ognuna è un dolore che ti fa sentire vivo, ma questa non è vita. La mia vita era con Linda. Lei diventò parte di me dal primo istante in cui la vidi. Adesso, prigioniero, capisco meglio la sua prigionia. Queste catene che stringono e costringono, reali o immaginarie restano catene.»

Umberto Capasso, giornalista per metà scrittore, come lui stesso si definisce, diventa vittima di un’ossessione che tarda a intendere non essere la sua. Crede di aiutare chi in realtà lo sta usando e cerca di salvare chi tenta di incastrarlo. Vive il suo amore obliquo con «la ragazza storta» con la medesima predestinata inconsapevolezza con cui assiste e indaga i crimini efferati in cui resta, suo malgrado, coinvolto.

«No, non posso consegnare ad altri il suo mistero. Non la do a nessuno questa agenda. Solo io posso capire, intuire, risolvere. Anche queste pagine bianche, ad esempio, raccontano qualcosa di lei: c’è la sua vita pure qui, in questi bordi bruciacchiati, in questi fori lasciati dalla punta della penna. Queste pagine non sono vuote: queste pagine sono il vuoto.»

Umberto, pur muovendosi nel caos mentale più totale, ha sempre avvertito la profonda sensazione di dover salvare Linda, l’errore è consistito nell’aver creduto che se fosse riuscito a salvarla da se stessa avrebbe risolto ogni problema. E così, ancora una volta Linda, nel totale isolamento mentale nel quale sopravvive, sceglie di agire da sola, decide per tutti perché convinta che altro non le resta da fare.

«Mi fermai a pensare proprio lì, in quella confusione. Spintonato dalla mischia. Frastornato dalla musica, dalle luci di una notte piena di vita. Da gente che voleva divertirsi, e ci riusciva. Io non ero come loro, non più. Non ridevo come loro, con quel gusto.»

Amore obliquo di Maria Teresa Casella è un libro intenso, a modo suo ribelle, come Linda e la sua storia, la «la ragazza storta» e la sua mente, come Umberto e il suo amore distorto, perché è un sentimento, obliquo.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/11/15/amore-obliquo-di-maria-teresa-casella-streetlib-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano2/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Un solo essere” di Marco Montemarano (Neri Pozza, 2015)

24 sabato Ott 2015

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MarcoMontemarano, NeriPozza, recensione, romanzo, thriller, Unsoloessere

“Un solo essere” di Marco Montemarano: l'omicidio di Domenico Lorusso. Una storia vera

Un solo essere di Marco Montemarano, edito da Neri Pozza, inizia con il resoconto di quanto accaduto alle 22:00 del 28 maggio del 2013 lungo un tratto di pista ciclabile a Monaco di Baviera.

Domenico e la fidanzata Marianna (ma non è questo il suo vero nome) rientravano a casa in bicicletta dopo aver cenato nel loro ristorante preferito…

«Ci ha messo un po’ a sentirsi una guancia bagnata, a capire che quell’uomo, uno sconosciuto, le aveva sputato in faccia. Lo sconosciuto ha aspettato che Domenico si avvicinasse e poi lo ha ucciso con cinque coltellate».

Il delitto è avvenuto a 300 metri da casa dell’autore che a quell’ora si trovava sull’altra riva del fiume e chiacchierava con suo amico. Montemarano ha sentito la sirena dell’ambulanza, ha notato la concitazione ma solo in seguito ha scoperto quanto accaduto. Lui Marianna la conosceva, era stata una sua studentessa, e conosceva anche il fidanzato, italiano originario di Potenza, di trentuno anni, morto dissanguato sull’asfalto per nessun motivo.

Il libro di Montemarano, Un solo essere, è dedicato dall’autore a Domenico e Marianna.

Quanto accaduto ha inspiegabilmente interrotto la vita di Domenico, ha cambiato quella della fidanzata Marianna e dei fratelli che ancora cercano una spiegazione e un colpevole, ma ha segnato anche l’esistenza dell’autore che inizia a formulare domande e avanzare ipotesi, riportate in corsivo nel libro, a riflettere su tanti aspetti e comportamenti, a osservare le persone, la città e il mondo che lo circonda in maniera diversa. Così nasce Un solo essere che è il racconto della storia d’amore tra Natalia e Martin e dell’omicidio di Martin avvenuto per mano di uno sconosciuto. È evidente che l’autore riscrive il cruento fatto di cronaca ma il libro è anche l’occasione per Montemarano di riflettere sui comportamenti delle persone, sui trascorsi che possono tornare da un momento all’altro, sui sentimenti che possono generare il bene o il male.

«Però non capivo. Che avevamo fatto di male? Non ci stavamo spompinando nel parco e non c’erano le SS sguinzagliate in giro a rastrellare gli italiani. E invece, a quanto pareva, Alexander preferiva essere sospettato di un qualsiasi traffico illecito, di una qualunque immoralità notturna, piuttosto che essere beccato a parlare italiano».

I tedeschi che considerazione hanno degli stranieri in generale e degli italiani in particolare emigrati nel loro Paese? Gli stranieri provenienti dai Paesi dell’Estemigrati o clandestini in Germania come si rapportano ai tedeschi e alle altre etnie presenti sul territorio? Coloro che passano giornate intere a cercare di affogare o nascondere le proprie frustrazioni nell’alcol che tipo di reazione possono avere di fronte alla felicità altrui? Una persona che si invaghisce di un’altra al punto da farla diventare la propria ossessione quali reazioni può avere nel realizzare di essere completamente ignorato dallo “oggetto dei propri desideri”?

Domande queste che Montemarano deve essersi posto più volte prima di arrivare a elaborare delle possibili o probabili situazioni che abbiano preceduto e condotto all’omicidio di Martin in Un solo essere e di Domenico sulla ciclabile di Monaco.

«Martin adesso le sorrideva. Ma non da dentro la vita. Da fuori… Come se Martin fosse semplicemente ammalato, e lei dovesse accudirlo in una stanza appartata, e la sua malattia si chiamasse assenza».

Un libro molto intenso, Un solo essere, e una grande abilità narrativa quella dell’autore, Marco Montemarano, che riesce a non far scadere nel drammatico o nel patetico una storia molto toccante come quella di Natalia e Martin nonché una tragedia grave come l’omicidio di Domenico Lorusso.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-solo-essere-di-marco-montemarano-l-omicidio-di-domenico-lorusso-una-storia-vera

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S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

05 lunedì Ott 2015

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Iononticonosco, Piemme, recensione, romanzo, SJWatson, thriller

io non ti conosco

La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/10/05/io-non-ti-conosco-s-j-watson-piemme-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

04 venerdì Set 2015

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Corbaccio, LaTrappola, MelanieRaabe, recensione, romanzo, thriller

la-trappola-raabeEsce in questi giorni per Corbaccio La Trappola (titolo originale Die falle) di Melanie Raabe, nella versione tradotta dal tedesco da Leonella Basiglini.
Per la Raabe, giovane giornalista e scrittrice di testi teatrali e racconti, si tratta del romanzo d’esordio ma leggendolo non si direbbe. Una scrittura la sua ben strutturata, ben articolata e curata in ogni dettaglio in maniera tale da riuscire ad affermare e/o negare un qualcosa con l’impiego della medesima frase. Periodi ripetuti più volte, come una sorta di mantra, che inducono il lettore a credere o rinnegare quanto letto, a seconda di dove l’autrice vuol condurlo.
Grande abilità di penna nient’affatto comune che la Basiglini riproduce in maniera egregia e che si ritrova in Jo Nesbo, per esempio.
«Nel mio mondo, sia d’estate sia d’inverno, la temperatura è di 23,2 gradi centigradi. Nel mio mondo è sempre giorno, mai notte. Non c’è pioggia, non c’è neve, non ci sono dita congelate dal freddo. Nel mio mondo c’è un’unica stagione, e non ho ancora deciso come chiamarla.»
La Trappola sembra raccontare la storia della scrittrice di bestseller Linda Conrads, la quale da dodici anni non esce di casa relazionandosi solo con le persone a lei care e tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a salvare sua sorella Anna. In realtà il libro della Raabe narra dell’animo umano, della sua fragile forza, della sua mutevole e apparente normalità… racconta di tutto ciò che accade o potrebbe accadere quando vengono meno le certezze da noi stessi costruite come barricate dietro cui ci nascondiamo continuamente per difenderci, spesso da noi stessi.
Un thriller psicologico di ampio spessore quello scritto da Melanie Raabe che invita il lettore a seguire la trama misteriosa dell’omicidio di cui la protagonista è stata testimone oculare ma al tempo stesso lo conduce per mano nei drammi mentali di una persona borderline, o almeno tale in apparenza.
«La via per uscire dalla paura passa attraverso la paura» ripete continuamente a se stessa Laura che viene spinta a credere di essere completamente pazza in un gioco in cui tutti, vittime e investigatori, vengono indotti a fare la volontà dell’assassino. O almeno questo è ciò che sembra…
La storia e la caratterizzazione dei personaggi reggono bene per tutte le oltre trecento pagine del testo e il lettore potrà ritenersi soddisfatto in quanto tutti i nodi vengono sciolti e tutti i misteri risolti fatta eccezione della serialità o meno dell’omicidio, aspetto accennato più o meno a metà del libro e su cui l’autrice non ritorna, tranne che per l’interrogativo dei fiori, tra l’altro rimasto tale.
Rimane comunque l’unico punto a lasciare il lettore perplesso, per il resto il testo lo tiene incollato dalla prima all’ultima pagina in un crescendo di suspense e terrore che lo avvolgono e lo travolgono al pari degli incalzanti eventi narrati.

http://www.thrillercafe.it/la-trappola-melanie-raabe/

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“La canzone del sangue” di Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015)

22 sabato Ago 2015

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GiovanniRicciardi, Lacanzonedelsangue, recensione, romanzo, Sicilia, thriller

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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozzaanche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/08/22/la-canzone-del-sangue-giovanni-ricciardi-fazi-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” di Marisa Salabelle (Piemme, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, LestatecheammazzaronoEfisiaCaddozzu, MarisaSalabelle, Piemme, romanzo, thriller

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

“Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. “Mischinedda”, pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti, eccetto che alla madre, che si era addormentata.”

Da pochi giorni in tutte le librerie il debutto letterario di Marisa Salabelle L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme, 2015). Un giallo ambientato nella città di Pistoia, una storia contemporanea che racconta della violenza fisica ma anche di quella culturale. Un libro che cattura gli appassionati del genere e che accompagna il lettore in riflessioni approfondite sulla società di oggi e sui suoi innumerevoli mali.

Durante la festa di San Jacopo, patrono della città, due ragazzini in bicicletta trovano, vicino a un fosso, il cadavere di una donna, barbaramente uccisa, priva di documenti, vestita e truccata come una prostituta, probabilmente extracomunitaria. Dopo affannose indagini, portate avanti da carabinieri svogliati e un giovane cronista che sogna lo scoop, si scopre invece che il corpo è quello di Efisia Caddozzu, maestra elementare.

Ma chi era davvero Efisia Caddozzu? Perché una semplice maestra viene abbandonata sul ciglio di una strada con il cranio fracassato? Le indagini portano tutte a un unico indiziato: l’albanese, di cui si è persa ogni traccia. Ma la verità sulla morte di Efisia è un’altra. Per scoprirla sarà necessario scavare nelle ipocrisie più sottili e feroci dell’animo umano.

“Si parlava molto anche di certi fatti, che accadevano regolarmente, e che venivano designati col nome del luogo in cui si erano verificati, senz’altra spiegazione: i fatti di Battipaglia, i fatti di Reggio Calabria: tutti sembravano capire immediatamente in che cosa consistessero i fatti, tranne Efisia, Efisia gli unici che conosceva erano i fatti di Reggio Emilia, grazie a zia Pinella. Così, alle riunioni dove il fumo delle sigarette e l’alito pesante dei compagni, che avevano l’abitudine di mangiare cibi infestati da grandi quantità di aglio e cipolla, erano così densi da potersi toccare con mano, si limitava ad ascoltare in silenzio, trasognata, e menomale che aveva smesso di succhiarsi il dito.”

Marisa Salabelle è nata a Cagliari ma vive e lavora a Pistoia, dove insegna in un Istituto Tecnico. Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo primo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzuchiedendole anche alcune riflessioni e considerazioni sulla società contemporanea.

I.L.G.: Esce in questi giorni per Piemme il suo romanzo d’esordio. Quali sono i suoi sentimenti al riguardo?

Marisa Salabelle: Sono molto emozionata. Mi sono battuta molto per cercare di pubblicare questo romanzo e ora che finalmente vede la luce sono felice come una bambina.

I.L.G.: Il suo romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è un giallo ma l’intento sembra non essere fine alla risoluzione del mistero, piuttosto quello di abbattere il muro dell’ipocrisia che regna nella società contemporanea. Perché?

Marisa Salabelle: In effetti  L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu potrebbe essere considerato un giallo anomalo. Direi che, nelle mie intenzioni, il romanzo si sviluppa su tre livelli: il primo è quello strettamente poliziesco. C’è una donna assassinata, ci sono le indagini, c’è uno scioglimento. Il secondo livello è quello relativo al personaggio di Efisia, la cui vita viene seguita, in brani che si alternano a quelli imperniati sulle indagini sulla sua morte, dalla nascita fino al giorno in cui viene uccisa. Il terzo livello è quello che racconta un periodo di storia italiana, visto con gli occhi della protagonista: dagli anni ’60 ai primi anni ’90 del Novecento. È su questo livello che è possibile trovare una lettura critica della società di quegli anni.

I.L.G.: Secondo lei, prima o poi, si riuscirà a trovare un equilibrio nella convivenza tra i popoli o la ‘guerra tra etnie’ non può cessare perché propedeutica alla coltivazione di ben altri interessi, come quelli economici per esempio?

Marisa Salabelle: Io sono assolutamente convinta della necessità di una convivenza il più serena possibile tra persone, gruppi etnici e religiosi, popoli. Il mondo di oggi è un mondo in movimento, fenomeni come le migrazioni di massa sono eventi di tale importanza che certe ricette semplicistiche portate avanti da uomini politici di diverse tendenze mi sembrano assolutamente improprie oltre che impraticabili; è altresì un mondo conflittuale, percorso da guerre, segnato dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia. Gestire tutto ciò non sarà facile, ma è l’unica possibilità che abbiamo.

I.L.G.: Ritornando al suo libro. La protagonista ha un carattere irrequieto, il ragazzo che ha preso sotto la sua ala protettiva altrettanto… sono questi per lei sintomi di una società tormentata e tormentosa?

Marisa Salabelle: Ho voluto creare il personaggio di Efisia come un personaggio sfaccettato: è una donna determinata, generosa, con un forte senso della giustizia e una grande capacità di dedizione; nello stesso tempo è una donna sgradevole non solo nell’aspetto ma anche nel carattere e capace di imprimere alla sua vita una svolta autodistruttiva. Questo è un dato, per come io l’ho inteso, più personale che sociale. Per quanto riguarda il suo giovane protetto, avevo bisogno di un personaggio come lui, un giovane apparentemente indifeso ma in realtà opportunista, prevaricatore: mi serviva che Efisia si innamorasse di un tipo del genere. Diciamo quindi che questo personaggio è una necessità della trama che avevo in mente. Infine, il fatto che nel romanzo non ci sia un solo “buono”, nessuno sia “un eroe” o “un’eroina”, dipende da come la vedo io sulla complessità della natura umana…

Intervista di Irma Loredana Galgano a Marisa Salabelle, autrice de “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu”

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

23 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CLTaylor, Ilconfinedelsilenzio, Longanesi, recensione, romanzo, thriller

Il confine del silenzioThe Accident, romanzo d’esordio di C.L. Taylor esce quest’anno in Italia per Longanesi col titolo Il confine del silenzio, nella versione tradotta da Elisa Banfi. Nel Regno Unito il libro ha riscontrato un notevole successo nelle vendite e ora inizia a essere pubblicato in diversi paesi europei.

Non stupisce il favore del pubblico e non meraviglierebbe scoprire che sia dovuto in gran parte al passaparola. La scrittura della Taylor, abilmente riprodotta dalla Banfi, cattura il lettore e lo tiene sospeso come in apnea per tutte le oltre duecento pagine che compongono il testo.  Una capacità che è propria del grande Wulf Dorn e che si ritrova in pochi altri autori.

Quella sensazione di essere spiati, controllati, di essere in costante pericolo, al pari dei protagonisti delle vicende che si stanno leggendo. La paura che ti assale ogni volta che apri il libro e ricominci dal punto in cui avevi lasciato, una paura che ti tiene incollato alla sedia e ti fa credere che l’unico modo di sconfiggerla sia andare fino in fondo nella lettura, scoprire il mistero e mettersi in salvo, come i personaggi.

Ma è sul finale che Il confine del silenzio delude un po’: troppo scontato, con una struttura troppo studiata e trasparente, a tratti anche prevedibile.

Il registro narrativo si articola su due livelli temporali: il presente, con la narrazione delle vicende in corso di svolgimento, e il passato, quando Sue ricorda i suoi trascorsi giovanili rivissuti attraverso le pagine di un diario. Donna emotivamente instabile e insicura al capezzale di sua figlia, in coma da settimane, Sue ritrova il coraggio di combattere perdendo la lucidità e, mentre il marito crede stia avendo un’altra delle sue ‘crisi’, riesce a mettere in salvo la vita di Charlotte, di Brian e la propria. A morire sarà il cattivo, per una serie di coincidenze e casi fortuiti mentre fino a quel punto ogni frase e ogni azione erano state ponderate e premeditate fino all’inverosimile. Esattamente come era accaduto venti anni prima, quando in piena confusione mentale Sue era riuscita a salvarsi e, liberandosi di ‘pesi e ricordi’, a ricominciare.

«Forte? Non avrei potuto essere più debole. Avevo passato due anni della mia vita con un mostro, a farmi torturare da un odio mascherato da amore.»

Provata e combattuta riesce comunque a ripartire, lontano, e col tempo imparerà di nuovo ad amare. Si scoprirà poi che vittima della furia assassina indirizzata a lei è stata un’altra donna, una prostituta, e la storia stava per ripetersi anche venti anni dopo, con Keisha.

I temi e gli argomenti trattati dalla Taylor sono numerosi e spaziano dalla violenza di genere alla prostituzione minorile, dalle malattie mentali alla ribellione adolescenziale. Ne emerge il quadro di una società, quella inglese, che incarna alla perfezione i mali della contemporaneità. Ragazzine cresciute a pane e social network che farebbero qualsiasi cosa pur di possedere un guardaroba di ‘tutto rispetto’.  Ragazzi poco più che adolescenti ascesi al limbo dello show business convinti che a loro tutto sia dovuto. E insieme finiscono col vivere vite parallele al limite degli eccessi e dello sballo inconsci del fatto che le prime vittime di tutto ciò sono e rimangono loro stessi. Il motivo propulsore è per la maggior parte di loro il medesimo: tentare di nascondere le fragilità e le insicurezze con trasgressioni e spavalderia.

Il tarlo del dubbio sul presunto ‘incidente’ di Charlotte si insinua fin da subito nella mente di Sue, sua madre, che pensa di conoscere la sua bambina e invece indagando nella sua vita scopre una persona diversa da come la credeva… o forse no. Sue e Brian, genitori costretti a trovare il coraggio e la forza per andare avanti, ogni giorno, incoraggiati dalla speranza di assistere al ‘risveglio’ della propria figlia.

«Nei suoi occhi leggo la compassione, anche se a volte usa un tono brusco. La vedo negli occhi di tutte le infermiere, soprattutto le madri. Ringraziano Dio che non sia capitato a loro.»

E ciò che capita negli anni a Sue metterebbe a dura prova chiunque, difficile biasimarla per le  insicurezze, per il bisogno di coltivare un ‘amore malato’, di trascurare la figlia da cui non si è separata, di abbandonarsi al sospetto… leggere Il confine del silenzio induce alla riflessione su molti aspetti e problemi della società attuale, sui mali che la affliggono e sui malesseri delle persone di ogni fascia di età.

http://www.thrillercafe.it/il-confine-del-silenzio-cl-taylor/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Lug 2015

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GiorgioGlaviano, recensione, Rizzoli, romanzo, Sbirritudine, thriller

7Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

“Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia.»

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra.»

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/07/08/sbirritudine-un-poliziotto-dentro-la-mafia-piu-feroce-una-storia-vera-giorgio-glaviano-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Bebicke (Delos Digital, 2015)

23 martedì Giu 2015

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DelosDigital, Luomodagliocchiglauchi, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

La Delos, nella collana Odissea curata da Franco Forte, pubblica quest’anno la versione digitale de “L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke, già vincitore del secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari.

“L’uomo dagli occhi glauchi” è un romanzo storico la cui trama si sviluppa tra l’Inghilterra, Venezia e Roma e vede come protagonisti gli uomini e le donne del XVI secolo con le loro personali vicende, emozioni, vicissitudini pubbliche ma soprattutto private.

La Debicke conduce il lettore nell’Inghilterra di Enrico VIII,nella Venezia di metà Cinquecento, nella Roma dei Farnese e in un tempo tutto dominato dalle ombre e dalle speranze che gravitano intorno al Concilio di Trento. Lo porta a conoscere la campagna inglese di allora con le sue fattorie, i cottage, il gelo, il forte vento e la fitta vegetazione. Luoghi apparentemente senza tempo che sembrano rimasti immutati da allora.

Quasi con prepotenza dopo il prologo la scena si sposta tra le calli della Serenissima, tra i ponti e i palazzi che ospiteranno i protagonisti nel periodo più singolare dell’anno: il Carnevale.

I cardinali Alessandro Farnese e Reginald Pole, Lord Templeton e la cortigiana Angela Gradi, pur di appartenenze lontane si ritroveranno uniti dal fitto intreccio e dall’intricato rebus la cui soluzione l’autrice è stata ben attenta a celare, lasciando scivolare tra le righe del libro solo piccoli indizi e labili tracce che aiuteranno il lettore a scoprire le carte del misterioso ‘uomo dagli occhi glauchi’ solo fin quasi alla conclusione.

In questo come del resto in altri suoi scritti, l’autrice racconta di personalità realmente esistite e di personaggi di fantasia, di luoghi e ambientazioni reali  e situazioni che vorremmo non esistessero più.

Toccanti le pagine in cui fa riferimento ai ‘bambini del Chiurlo’, orfani comprati a pochi denari e costretti e delinquere per sostentare il protettore. Come Puccio che ne ha viste e vissute troppe per la sua giovane età e stenta finanche a crederlo quello che poi sarà.

«-Li hanno buttati via- dicevano gli altri ragazzi più grandi e induriti. Lui finora era stato fortunato, ma qualche volta la sera, quando era così stanco da non sentire le gambe e non riusciva ad addormentarsi dalla fame, sognava la zia Ebe. La invocava col pensiero e sperava di morire anche lui, come era morta lei.»

La società contemporanea è caratterizzata da una copiosa produzione e circolazione di immagini, oltre che di notizie e informazioni. Basti pensare alla moda largamente diffusa di postare i selfie sui social o agli archivi anche digitali stracolmi di foto che ritraggono volti e paesaggi. In qualunque momento possiamo guardarle e riguardarle e renderci conto dei cambiamenti. Non è sempre stato così. Prima le foto erano cosa rara e legata ad avvenimenti e ricorrenze e prima ancora, nel periodo di cui ci narra la Debicke, il ‘ritratto’ bisognava commissionarlo ai ‘mastri’ del pennello.

Ne “L’uomo dagli occhi glauchi” sarà il grande Tiziano Vecellio a ritrarre la ‘Danae’ di Alessandro Farnese e il misterioso lord inglese dagli ‘occhi glauchi’ che si rivedrà dopo trent’anni e rammenterà ogni istante di quei giorni con un velo di orgoglio misto a nostalgia.

«-Come avrei potuto dimenticarlo.- Studiò ancora il ritratto a carboncino e dichiarò: – Quanto tempo… Come eravate giovane, Milord.»

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

 

 

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“La buona legge di Mariasole” di Luigi Romolo Carrino (Edizioni e/o, 2015)

01 lunedì Giu 2015

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EdizioniEO, LabuonaleggediMariasole, LuigiRomoloCarrino, recensione, romanzo, thriller

La buona legge di Mariasole - Luigi Romolo Carrino

Personaggio spin-off del romanzo Acqua Storta, Mariasole Simonetti domina indiscussa la scena per tutte le oltre duecento pagine del libro dedicato alla sua “buona legge” da Luigi Romolo Carrino, edito da E/O nel marzo di quest’anno.

La scrittura, l’incisività, la forza e la determinazione permangono le caratteristiche di questa affidabile penna campana talmente abile nel descrivere i fatti del suo territorio da porre il lettore quasi in un atteggiamento di sfida. Si cerca, fin dalle prime pagine, il passaggio, la frase, l’aneddoto o il riferimento che renda La buona legge di Mariasole l’ennesimo piatto racconto della criminalità organizzata e dei ‘camorristi’ dell’hinterland partenopeo. Non trovarli sarà l’unica delusione per chi si ritroverà a leggere con morboso pathos i pensieri e le parole della protagonista, a seguire le sue vicende e scoprire la sua legge.

«Mi facevi schifo. Eri tutto quello che non volevo da un marito. Il giorno che ti sposai odiavo tutti. Non potevo fare altro che sposarti e odiarti, perché queste sono le nostre leggi, le abbiamo giurate, tu per la tua famiglia e io per la mia, e valgono sempre e comunque, anche sottoterra. È per questo che Ferdinando ha messo la videocassetta del tuo battesimo di camorrista sotto la tua testa sparata.»

Destini che si incrociano, vite predestinate che sembrano vissute come in un sogno, o meglio un incubo dal quale non esiste risveglio se non la morte. Crescere nella consapevolezza di non poter avere un’alternativa, di non poter desiderare nulla di diverso da quello che è stato già deciso, apprendere tutti i riti e i miti in maniera tale da essere preparati a ogni evenienza, soprattutto gli imprevisti. E Mariasole si ritroverà a doverne gestire tanti, di imprevisti, lei che si era illusa di poter vivere una vita diversa, lontano, una vita fatta di amore, di quotidianità e invece scivola sempre più dentro ciò che voleva rinnegare e per assurdo lo fa per amore.

«Noi siamo un continuo presente, noi stiamo ma non procediamo e non trascorriamo. Chi si è mangiato la vita nostra? La vita si mangia la vita da dentro in questa città, siamo una contraddizione temporale. Una sospensione, una fotografia immobile.»

L’autore esordisce con la dedica a suo fratello Giuseppe e chiude con quella alla sua città, Napoli. Sentimenti e affetti diversi certo ma generati entrambi da un amore viscerale, profondo. Legami indissolubili, esattamente come quelli raccontati nel libro racchiuso tra le due dediche. La buona legge di Mariasole di Luigi Romolo Carrino il romanzo che racconta della forza più potente che c’è a questo mondo: l’amore di una madre per i propri figli.

http://www.thrillercafe.it/la-buona-legge-di-mariasole-luigi-romolo-carrino/

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