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Irma Loredana Galgano

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Recensione a “Hanno tutti ragione?” di Massimo Adinolfi (Salerno Editrice, 2019)

25 giovedì Lug 2019

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Hannotuttiragione, MassimoAdinolfi, recensione, saggio, SalernoEditrice

Verità, post-verità, fake news, Big Data, democrazia, Rete, politica, populismo. Sono questi i termini che più spesso oggi si ascoltano e si leggono sui media, nelle discussioni e nei dibattiti, compresi quelli istituzionali. Estremizzando, potrebbero addirittura essere indicati come i simboli della società attuale e del suo cambiamento in quanto, ognuno di essi, rimanda a un aspetto della quotidianità che oramai appartiene a tutti e ad ognuno.
Ma quanto del loro reale significato come anche delle effettive applicazioni e implicazioni se ne conosce davvero? Non molto in realtà. E il libro di Massimo Adinolfi, Hanno tutti ragione?, uscito lo scorso giugno con Salerno Editrice, conferma l’eccesso di superficialità dell’informazione corrente, nonché la presunzione di conoscenza di gran parte degli utenti, che poi altri non sono che cittadini ed elettori.

La democrazia per essere davvero tale necessita la volontà e la possibilità di dare voce a tutti e di accogliere in sé anche opinioni e pareri discordanti tra loro. Deve basarsi sul principio della rappresentatività e sulla mediazione. Tutto questo in alcun modo fa venire meno l’importanza della verità in assoluto e della verità in democrazia. Una democrazia rappresentativa della volontà del popolo che esprime la sua sovranità mediante il voto ma che deve, per rimanere tale, conservare le istituzioni e gli istituti fondamentali. In prima istanza il Parlamento che non rappresenta l’organo esecutivo della volontà popolare bensì un organo deliberativo nel quale, per tramite degli eletti, confluiscono tutte le singole volontà degli elettori. O almeno così dovrebbe essere. Non si può davvero pensare di migliorare la democrazia eliminando il Parlamento e le sue funzioni come, per assurdo, non si può pensare di velocizzare la Giustizia eliminando i processi. Concetti purtroppo non così scontati come dovrebbero invece essere e che l’autore fa molto bene a chiarire e analizzare nel dettaglio.

L’ultima parte del libro è dedicata alla giustizia, ma non quella rappresentata dalla magistratura. La giustizia cui fa riferimento Adinolfi è quella sommaria che tiene banco su media e social network. Quella immediata, categorica, perentoria. Che assolve o condanna gli esseri umani in base a una foto, un post, un articolo o addirittura solamente il titolo. Un fenomeno sociale e culturale che si è amplificato a dismisura grazie ai social e che necessita, per l’autore, di un argine. Altrimenti davvero il rischio sarà che sempre più cittadini si convinceranno dell’inutilità delle istituzioni, in questo caso la magistratura, e che sia più veloce ed efficace la Giustizia del fai da te.

I processi, o meglio le sommarie sentenze mediatiche andrebbero evitati e sarebbe più opportuno tacere. Laddove invece è assordante il silenzio, per Massimo Adinolfi, è nel ruolo che ricoprono le opposizioni in Parlamento le quali, invece di dibattere per far valere comunque idee e progetti, per frenare quelle contrarie, si lasciano andare invece a un imbarazzante mutismo, colmato, si fa per dire, soltanto da cinguettii mediatici che, non di rado, scadono in veri e propri scontri a colpi di tweet e risposte tra gli esponenti di maggioranza e minoranza. Un infelice spettacolo che andrebbe senz’altro limitato. Un altro argine che occorrere erigere o fortificare.

Massimo Adinolfi utilizza un impianto filosofico molto tecnico e preciso per costruire la struttura portante del libro ma riesce comunque a dare un taglio piacevolmente discorsivo all’intero narrato, che non risulta ostico o pedante, tutt’altro. Complici anche gli argomenti di stretta attualità, Hanno tutti ragione?, è un saggio che ben si presta a una gradevole lettura anche laddove il lettore non è alla ricerca di un manuale o un libro tecnico in senso stretto. Non per questo vengono meno la qualità dello scritto o la validità del narrato.


Articolo originale qui


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

22 sabato Giu 2019

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AlessandroAleotti, BocconiEditore, Lillusionedelcambiamento, recensione, saggio

L’innovazione è l’evoluzione del capitalismo occidentale. AI, Blockchain e Ubiquitous Computing: ma la tecnologia non dominerà mai sull’uomo. “L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani” di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019)

Un titolo palesemente provocatorio quello scelto da Alessandro Aleotti per il suo saggio L’illusione del cambiamento. L’Italia di oggi, l’Italia di domani, edito da Bocconi Editore. Voluto proprio per attirare l’attenzione su un tema solo in apparenza molto discusso nel dibattito politico e culturale. Per sottolineare come il termine cambiamento sia oggi «utilizzato con estrema superficialità», dimenticando che, «nel discorso pubblico, il cambiamento appartiene alla complessità dei processi sociali e non alla semplicità del variare dei gusti, delle mode o delle opinioni personali».
La principale sfida che pone il «cambiamento generato dalle trasformazioni economiche e sociali» è quella che, individualmente e collettivamente, «ci deve vedere impegnati nello sforzo di sottrarsi alle egemonie retoriche» le quali, «in nome di una dogmatica apologia del cambiamento, uniformano i pensieri e i comportamenti».

Se è per certo vero che il cambiamento rappresenta «la cifra identificativa della contemporaneità», ciò che per Aleotti permane illusorio è l’idea che le sue forme ci inglobino e, in questo modo, «ci sollevino dall’onere e dalla responsabilità di osservarle e capirle». L’obiettivo a cui richiama il provocatorio titolo del libro è quello di «rafforzare nel lettore un punto di vista personale» che non deleghi le scelte che competono alla «sua capacità cognitiva e spirituale». Rincorrere semplicemente «la velocità del cambiamento», senza soffermarsi in analisi e riflessioni critiche, porta a «esaurire le energie fisiche e instupidire quelle mentali». Necessita invece l’utilizzo, sia sul piano individuale che collettivo, «di un paradigma comportamentale diverso da quello delle narrazioni prevalenti».

Un libro, L’illusione del cambiamento di Alessandro Aleotti, provocatorio nel titolo ma senz’altro molto riflessivo e metodico nel suo contenuto.

Quella in cui viviamo è l’era definita della globalizzazione, una rivoluzione che Aleotti definisce della «mobilità». Un processo che se ha generato «indiscutibili elementi di emancipazione individuale e collettiva», ha contemporaneamente condotto a «una progressiva dissoluzione delle struttura intermedie», a cominciare dagli Stati-nazione, che tradizionalmente «garantivano quadri identitari e forme di protezione agli individui». Conseguenza diretta sono le tensioni cui la condizione umana viene di continuo sottoposta. Due le possibili alternative per l’autore:
– Accettazione di forme di adattamento che, retoricamente protette dalle miracolistiche del cambiamento, rischiano di condurre a un disorientamento individuale e a un’alienazione collettiva.
– Assunzione di responsabilità di un “progetto umano” che non deleghi alcuna soluzione al cambiamento, ma sia in grado di affrontarlo e renderlo funzionale alla condizione esistenziale, ovvero sia capace di dominarlo.
Aleotti protende decisamente per la seconda alternativa.

Il cambiamento è, contemporaneamente, «la struttura del presente, ma anche lo strumento attraverso cui il presente si esprime». L’idea di poter inseguire il cambiamento «adeguando lo sforzo umano alla sua velocità, risulta ben presto velleitaria». Quello che necessita è, quindi, «un approccio strumentale che vede il cambiamento come un ostacolo da superare e non come un fine a cui tendere».

È evidente come la parte preponderante di ciò che consideriamo «cambiamento» nella società contemporanea «derivi dalla Tecnica, cioè dall’implementazione tecnologica ed economica delle innovazioni cognitive» che provengono da scienze considerate esatte come la matematica, la fisica e la cibernetica. I beni prodotti dalla Tecnica divengono un «fine un sé» e «ogni sistema cerca di accaparrarsene la maggior quota possibile», non solo per soddisfare i propri bisogni, ma «soprattutto per stabilire un’egemonia sui soggetti con cui compete».
La tendenza della Tecnica, quindi, mette all’ordine del giorno «il rischio reale che l’uomo ne sia travolto e inglobato». Se ciò non accade è perché, in ultima analisi, «resta un elemento prodotto dallo sforzo umano e, come tale, attribuisce all’uomo ogni responsabilità in termini di dominio e sottomissione». Quindi se è vero che la Tecnica («cioè la forma principale da cui origina il cambiamento») perde la sua «natura strumentale per diventare uno scopo», è altrettanto vero che l’uomo («sia individualmente che come parte di un progetto umano») resta sempre «in grado di decidere di non farne il proprio obiettivo esistenziale».

Analizzando le metamorfosi della Tecnica «da mezzo a scopo» sul «fronte più evidente dell’economia contemporanea», ovvero «la finanziarizzazione», si può vedere con chiarezza come «l’abnorme crescita delle attività finanziarie derivi da paradigmi della Tecnica che danno vita a prodotti – come i derivati – generati da complesse formule algoritmiche». Nessuna forma di scarsità viene debellata dalla gigantesca crescita della ricchezza finanziaria, «confermando la natura non più strumentale del capitale finanziario generata dalla Tecnica».

Sottoposto alla «frusta» di mercati finanziari pienamente inseriti nella società della Tecnica, «lo storico capitalismo industriale riesce a mantenere il proprio tasso di profitto solo a costo di forti riduzioni di manodopera e di spregiudicate strategie disruptive», come la war economy, l’obsolescenza programmata, il sovraconsumo generato dall’economia dei brand e via discorrendo.
L’evoluzione del capitalismo occidentale, «posto che la produzione di beni tradizionali si è spostata sull’asse indo-cinese», prenderà corpo attraverso la produzione di ancora sconosciuti beni e servizi, «di cui la Silicon Valley rappresenta il modello embrionale».
Questo nuovo «capitalismo dell’innovazione» non si porrà più l’obiettivo dell’integrazione lavorativa e sociale della totalità degli individui, ma solo quello di una «crescita trascinata dalle continue accelerazioni della società della Tecnica». In questo scenario evolutivo, ciò che si troverà «sotto» e «sopra» il corpo sociale rappresentato da coloro che lavorano all’interno dell’economia capitalistica «non sarà più una patologia, bensì una parte fisiologica del sistema».

L’impossibilità di scegliere «la via facile della mercatizzazione dei bisogni primari» obbligherà il capitalismo a ricercare sempre più «in avanti» gli spazi da far divenire «economia» e, contemporaneamente, «lo costringerà a ritirarsi da altri fondamentali common goods sociali» come la salute, l’abitazione e il primo accesso al credito.
Attraverso una simile dinamica si genereranno, per Aleotti, le condizioni necessarie a far sì che una fascia significativa di popolazione esca definitivamente dallo «scenario lavorista». Le economie saranno «libere di competere» senza preoccuparsi dei livelli occupazionali e i bisogni primari verranno «garantiti da strutture della Tecnica non assimilabili allo Stato o al sistema capitalistico».
I mercati finanziari assumeranno una funzione di «casa da gioco globale», la cui legittimazione non deriverà più dalla gestione ordinaria dei debiti pubblici e dei risparmi privati, bensì da «globali volontà di potenza che muoveranno le masse monetarie verso la creazione di nuove superfici abitabili del capitalismo», siano esse avventure spaziali, perforazioni terrestri, recupero di terre desertiche o di fondali marini.

Oggi, dunque, conclude Alessandro Aleotti, «la pressione mediatica e la potenza tecnologica» ci pongono di fronte «suggestioni quasi irresistibili». A ogni suggestione, tuttavia, «corrisponde sempre un sacrificio». Perciò, rimanere fedeli a se stessi, «attraverso un agire disincantato», resta la più feconda e consigliabile delle esperienze, anche perché «non vi è alcuna contropartita che superi la vita stessa e la soddisfazione del capire».


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Bocconi Editore per la disponibilità e il materiale


Alessandro Aleotti, 55 anni, bocconiano. Pensatore e realizzatore eclettico, ha fondato e diretto un quotidiano d’opinione, la terza squadra di calcio di Milano, un centro di ricerca sulle trasformazioni urbane e progetti imprenditoriali nell’ITC e nell’editoria. Nel 2014 le sue tavole di “scrittura visiva” sono state esposte al Museo della Permanente. Vive e lavora a Milano


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’Italia è finita. E forse è meglio così” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2018)

21 venerdì Giu 2019

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LItaliaefinita, Piemme, PinoAprile, recensione, saggio

L’Italia e l’Europa così come le intendiamo noi oggi a breve non esisteranno più? È questo uno degli interrogativi cui cerca di dare risposta Pino Aprile nel suo nuovo libro, L’Italia è finita. E forse è meglio così, edito dalla casa editrice Piemme a ottobre 2018.
Lo Stivale al centro del Mediterraneo è sempre stato un laboratorio di innovazione, come anche un territorio da dominare. Anche oggi è così, solo che la “conquista” non avviene sul campo di battaglia bensì su quello economico-finanziario.

Cosa faranno gli italiani e gli europei tutti? Cederanno terreno e sovranità lasciando che l’attuale tendenza diventi incontrovertibile oppure ritroveranno il coraggio e la determinazione necessari a ogni popolo che si dichiari tale per risollevare le sorti del proprio Paese?

Con uno sguardo rivolto anche al passato, che rappresenta sempre e comunque l’origine dello stato attuale dei Paesi e dei governi, Aprile analizza ad ampio spettro le spinte separatiste che, come tanti piccoli o grandi focolai, stanno lentamente illuminando un’Europa la quale, esattamente come l’Italia, forse così tanto unita non lo è mai stata.
Un’analisi impietosa, quella condotta da Pino Aprile ne L’Italia è finita, critica e rigida ma mai catastrofica. La speranza che i popoli, prima ancora dei governi o dei vari partiti politici, si ravvedano, si mobilitino e uniti combattano per invertire il flusso separatista e divisionista sembra essere e rimanere il filo conduttore dell’intero libro.

*****

Tra una manciata di anni l’Italia, e forse l’Europa, non esisteranno più. Almeno come le conosciamo ora. Si spezzeranno per il fallimento della loro economia. E l’attuale governo giallo-verde potrebbe persino essere l’ultimo di un’Italia unita. Lo dicono autorevoli studi e indagini ben noti agli addetti ai lavori. Né l’una, l’Italia, né l’altra, l’Europa, reggeranno alla spinta disgregatrice: divide et impera è una massima che i mercati finanziari conoscono bene. D’altronde, già oggi l’Italia non è più la stessa, così come non lo sono gli italiani: grandi aziende, grattacieli, interi quartieri, fertili terreni, squadre di calcio appartengono ad arabi, cinesi, capitali stranieri. A noi guardano con preoccupazione – o con speranza – le altre nazioni, perché sin dai tempi della conquista romana o della diffusione del cattolicesimo, siamo il laboratorio per innovazioni che si sono propagate in tutto il continente e oltre. A volte anche nefaste. Steve Bannon, ex consulente alla Casa Bianca di Donald Trump e osannato campione dei razzisti e dei neonazisti made in Usa, lo ha detto chiaro e tondo: «Roma è al centro della politica mondiale. L’Italia fa paura». Lui è di quelli che lo sperano. Unita, in realtà, l’Italia non lo è mai stata. È piuttosto il risultato di un’operazione scellerata di saccheggio e conquista, che ha distrutto un Sud proiettato nel futuro industriale e attuato un vero e proprio genocidio per “convincere” i riluttanti meridionali. È questa la crepa, mai sanata, che si allargherà fino a inghiottire tutto l’edificio dell’Italia unita? Mentre collanti storici come la Chiesa perdono terreno, ovunque rinascono comunità non statuali che trovano altrove la propria identità. Ma forse, come insegna il Rinascimento, proprio nelle tensioni e nelle divisioni gli italiani danno il meglio.

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Come per gli altri testi scritti da Aprile, anche ne L’Italia è finita l’autore non manca di sottolineare gli errori commessi e protratti per oltre centocinquanta anni ormai. I pregiudizi ancora imperanti. L’ignoranza palese verso alcune tematiche che si è preferito non indagare mai veramente fino in fondo. Come sempre, Aprile le sue fonti, soprattutto documentali, le cita per esteso.
Non dichiara mai di avere la soluzione per i problemi esposti, bensì di cercarne una valida. Una ricerca che deve necessariamente partire da interrogativi, quesiti, domande per arrivare poi all’analisi delle risposte e delle eventuali proposte.

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PINO APRILE giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale del Tg1, Tv7. È autore di saggi accolti con successo e tradotti in diversi paesi. Terroni, uscito nel 2010 e diventato un vero e proprio caso editoriale, e i successivi Giù al Sud, Mai più terroni, Il Sud puzza, Terroni ‘ndernescional e Carnefici, hanno fatto di Aprile il giornalista “meridionalista” più seguito in Italia, riconoscimento che gli è valso molti premi, tra cui il Premio Carlo Levi nel 2010, il Rhegium Julii nello stesso anno e il Premio Caccuri nel 2012. A New York è stato proclamato “Uomo dell’anno” dall’Italian Language Inter-Cultural Alliance.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della casa editrice Piemme per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché in Italia fa così paura il concorso esterno in associazione mafiosa? Davvero “La Giustizia è Cosa nostra”?

15 sabato Giu 2019

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AttilioBolzoni, GiuseppeDAvanzo, giustizia, GlifoEdizioni, LaGiustiziaèCosanostra, mafia, recensione, saggio

Il 20 aprile 2015 Panorama pubblica online un articolo a firma Maurizio Tortorella titolato Concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che “non c’è”. L’autore entra nel merito della discussione che, a suo dire, va avanti in Italia da ben 30 anni su questo presunto reato che in realtà nel Codice penale «non esiste».

Tale impasse, secondo la redazione di diritto.it e non solo, sarebbe stata superata già a partire dall’ottobre del 1994, allorquando una sentenza delle Sezioni Unite affermava la «configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione mafiosa per quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano occasionalmente un contributo all’ente delittuoso», annullando in questo modo tutte le obiezioni mosse all’esecuzione dei dettami dell’art. 416 c.p. per cui necessita il far parte in maniera stabile dell’organizzazione mafiosa.

Nel libro La Giustizia è Cosa nostra di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo (Glifo Edizioni, 2018), si parla in maniera approfondita della sentenza Demitry della Corte di Cassazione a sezioni unite del 5 ottobre 1994, «proprio l’anno in cui la nozione di “concorso esterno” in associazione mafiosa ha cominciato a prendere una forma definita».
Demitry era un avvocato indagato per concorso esterno e colpito da un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di aver svolto «attività di intermediazione, tra un giudice e un capomafia di rilievo».
Sono poi seguite a ruota le incriminazioni per concorso esterno in associazione mafiosa «di alcuni magistrati, relativamente a ipotesi di processi aggiustati».

Nel già citato articolo di Panorama, l’autore sottolinea come fosse stato Giovanni Falcone nel 1987 a evidenziare la necessità «di una ‘tipizzazione’ capace di reprimere le condotte grigie» e di come i magistrati hanno continuato a fare «un uso pieno e disinvolto del reato-che-non-esiste».

In realtà basta una scorsa veloce ai risultati forniti dal motore di ricerca online per rendersi conto che il fenomeno è molto più esteso e preoccupante di come lo si vuol dipingere.

Un ex pubblico ministero del Tribunale di Trani, ora giudice del Tribunale di Roma, e un suo collega pm a Roma, in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia, sono stati arrestati con l’accusa di «associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso». Arrestato anche un ispettore di polizia in servizio al commissariato di Corato (Bari). Misura interdittiva (al momento dell’articolo in corso di notifica) per un imprenditore di Firenze. Interdetti dalla professione per un anno due avvocati del Foro di Trani. Alcuni degli accusati rispondono di «associazione per delinquere finalizzata a una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale», altri di «millantato credito, calunnia e corruzione in atti giudiziari».

Agli arresti domiciliari un magistrato del Tribunale di Salerno, poi di Reggio Calabria, che si sarebbe adoperato per «favorire imprenditori ai quali era legato da consolidati rapporti di amicizia, trattando cause riferibili a tali amici con esito favorevole» e «ricevendo dagli imprenditori utilità varie». Ai domiciliari un funzionario giudiziario. Divieto di dimora per quattro imprenditori, obbligo di dimora per un consulente fiscale.

Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio «ha parlato di presunti intrecci giudiziari-massonici su cui farebbe affidamento la ‘ndrangheta per ‘aggiustare’ i processi in Corte di Cassazione». Egli stesso sarebbe stato avvicinato, mentre era nella “gabbia di sicurezza” dell’aula-bunker di Reggio Emilia, «da un avvocato che gli avrebbe detto molto esplicitamente che nei giudizi di merito di Aemilia sarebbero scaturite diverse condanne, ma che, grazie alle sue conoscenze, avrebbe potuto aggiustare il processo in Cassazione».

La notizia è del febbraio 2018. Arrestate 15 persone, tra cui l’ex pm di Siracusa, due avvocati e due imprenditori. Le accuse: «frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari».

A darne inizialmente notizia è stato Il Resto del Carlino, ma le conferme sono poi arrivate anche da «ambienti investigativi». Il giudice potrebbe aver «aggiustato i processi dietro il pagamento di somme di denaro, veicolate attraverso professionisti compiacenti».

Anche il presidente del Tar Basilicata tra i magistrati che sarebbero stati in contatto con l’imprenditore arrestato insieme all’avvocato.

Gli esempi, purtroppo, abbondano da Nord a Sud della penisola. A riportarli è quasi sempre la stampa locale, tranne i casi più “eclatanti”, ovvero quelli che vedono coinvolti nomi e volti noti. Ed è allora che si fa strada il paradosso più becero. Si cerca di non associare tali comportamenti scorretti e criminali con le associazioni malavitose, come se queste fossero delle entità astratte e certamente chiuse in se stesse e non invece riconducibili a tutta una serie di azioni, comportamenti e scelte che vanno dal crimine di strada alla corruzione nei pubblici uffici.
Perché spaventa così tanto parlare di concorso esterno in associazione mafiosa? Perché addirittura si fa fatica ad ammetterne l’esistenza trincerandosi dietro cavilli e formalità legislative?

Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo ne La Giustizia è Cosa nostra hanno parlato in maniera approfondita dei processi aggiustati, del ruolo che svolgono taluni avvocati, delle azioni di alcuni magistrati o giudici e ricostruiscono nel dettaglio alcune storie di «giustizia aggiustata». Un libro edito a dicembre 2018 da Glifo Edizioni ma uscito in prima edizione con Arnoldo Mondadori nel 1995 e passato inspiegabilmente in sordina, sia allora che oggi.

Negando o tentando di ridimensionare il fenomeno si pensa forse di riuscire a nasconderlo, lo si fa anche per l’esistenza delle stesse organizzazioni mafiose. Spiazzano e indignano le parole dell’ex magistrato ed ex presidente del Senato Pietro Grasso allorquando scrive: «Se Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri avessero gettato la spugna, se si fossero piegati alla legittima frustrazione, avrebbe vinto chi non voleva cambiare il nostro Paese e sconfiggere la mafia. Per fortuna hanno vinto loro, abbiamo vinto noi».

Hanno vinto loro? Abbiamo vinto noi? La mafia è stata sconfitta?

Nel libro Le Trattative (Imprimatur, 2018), scritto a quattro mani con il giornalista Pietro Orsatti, Antonio Ingroia afferma: «Non esito a definire Grasso la più grande delusione professionale della mia carriera. Tutte le indagini e le notizie di reato considerate politicamente scomode finivano, in un modo o nell’altro, nel cestino della procura, e la classe politica, di destra come di sinistra, gliene è sempre stata grata».
Si può anche scegliere di vedere, credere e tentare di far credere ciò che meglio piace e non ciò che realmente è. Affermare che la mafia non esiste come non esiste il reato di concorso esterno in associazione mafiosa con tale convinzione da riuscire anche a convincere gli interlocutori. Si può fare e lo si fa. Ma la realtà, beh quella è un’altra cosa.

Del resto ognuno sceglie di credere in ciò che è più in linea con i propri principi e ideali, oppure con la mancanza di questi.
Nel secondo libro della trilogia Silo (Wool, Shift, Dust) edito in Italia da Fabbri Editore nel 2014, Hugh Howey in un dialogo tra un giovane aspirante politico e un senatore ormai navigato del Congresso americano fa dire a quest’ultimo: «La negazione è l’ingrediente segreto da queste parti. È il sapore che tiene insieme tutti gli altri. Ecco cosa dico sempre ai nuovi eletti: la verità salterà fuori – salta sempre fuori – ma sarà mescolata a tutte le bugie. Devi negare ogni menzogna e ogni verità con lo stesso vigore. Lascia che siano i siti web e gli spacconi che frignano di continuo sulle malefatte del governo a confondere il pubblico al posto tuo».

Molto più realistico l’intervento di Alfonso Sabella, magistrato già sostituto procuratore nel pool antimafia di Palermo, nel libro di Bolzoni e D’Avanzo. Egli, pur riconoscendo l’immenso lavoro svolto dal team Falcone e Borsellino e da tanti suoi onesti colleghi, sottolinea come poi ci sia stato «un lento ritorno al passato» e di come oggi si è costretti ad assistere alla celebrazione e all’auto-celebrazione di «inutili professionisti dell’antimafia» che «sbucano come funghi nei talk show e nelle stanze del potere».

In un lungo articolo per penalecontemporaneo.it, rivista online di Diritto edita in collaborazione con le Università Degli Studi di Milano e Bocconi, l’avvocato e magistrato Piergiorgio Morosini entra nel vivo della discussione sulla legittimità o meno del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
«Non condivido l’ostentato scetticismo verso l’istituto del “concorso esterno”. Soprattutto lo “scetticismo” gridato da noti esponenti del mondo politico. […] A mio avviso, è proprio grazie al concorso esterno e all’investimento di fior di risorse investigative, che molte procure hanno potuto, finalmente, esercitare un controllo di legalità più incisivo anche sul versante antimafia».

È con queste inchieste sul concorso esterno che la magistratura «ha dimostrato di non volersi fermare sulla soglia del potere». In effetti, il concorso esterno consente di indagare più efficacemente e agevolmente «sulle alleanze ombra fra clan e classe dirigente», riuscendo così a far luce «sul ‘capitale sociale’ delle cosche, in cui ritroviamo i complici nelle istituzioni, nella società, nel circuito economico-finanziario».
I punti critici della materia non possono essere inquadrati in «una inesistente prospettiva in cui si confrontano “il metodo Falcone” e il “metodo Carnevale”, secondo una sbrigativa proposizione. […] Certe affermazioni, destinate a un pubblico di non addetti ai lavori, risultano giuridicamente inutili e, per lo più, foriere di polemiche che incrinano la credibilità delle istituzioni giudiziarie».

La seconda parte di La Giustizia è Cosa Nostra di Bolzoni e D’Avanzo è interamente dedicata al giudice Corrado Carnevale e alle centinaia di processi di mafia, camorra e ‘ndrangheta cancellati dalla I sezione penale della Cassazione.
Relativamente a ipotesi di processi aggiustati, l’incriminazione di Corrado Carnevale si risolse in una condanna in Corte d’Appello nel 2001, poi annullata senza rinvio in Corte di Cassazione nel 2002. Già negli anni Ottanta «Carnevale stava per essere messo sotto procedimento disciplinare da parte del ministro della Giustizia Rognoni, cosa che non avvenne perché era intervenuto personalmente il presidente Andreotti dicendo che Carnevale non si tocca».

Si legge nel prologo del libro: «L’avvocato può avere un ruolo importante per “aggiustare” i processi ma, com’è ovvio, è il giudice che è tutto. […] Se è un giudice popolare, uno di quei cittadini estratti a sorte per far parte delle Corti d’Assise o d’Appello, allora è un gioco da ragazzi “addomesticarlo”. […] Se il giudice è massone, il lavoro viene meglio. Non si sta a perdere troppo tempo. Per questo, anche per questo, capi famiglia e capi mandamento si sono iscritti alla massoneria».

Nel corso di una video-intervista rilasciata al giornalista Sandro Ruotolo e pubblicata sul canale Youtube di Fanpage.it, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo parla proprio dei legami tra massoneria, politica e mafia.
Il Grande Oriente d’Italia è la maggiore organizzazione massonica in Italia con oltre 23mila fratelli divisi in 850 logge e Di Bernardo ne è stato Gran Maestro per un breve periodo, tra il 1990 e il 1993, prima di decidere di dimettersi proprio a causa dell’ambiente compromesso ivi trovato.
Descrivendo la situazione di Calabria e Sicilia afferma: «Ettore Loizzo dichiara che non c’è solo infiltrazione della n’drangheta nelle logge. Ma che, addirittura, la ‘ndrangheta controlla le logge. […] Io avevo saputo più dei siciliani che dei calabresi».
Ettore Loizzo è stato «Gran Maestro Onorario e reggente, con Eraldo Ghinoi, del Grande Oriente d’Italia nel 1993».

Ancora nel prologo del libro di Bolzoni e D’Avanzo sono riportate le parole di Leonardo Messina, collaboratore di giustizia: «È nella massoneria che si possono avere contatti totali con le istituzioni, con gli imprenditori con gli uomini che amministrano il potere, il potere diverso da quello di Cosa nostra».
Ma sono solo i mafiosi a chiedere favori?
«Quando la cosa è fatta, è logico che il giudice chieda qualche favore».
Ma sono solo i giudici, o parte di essi, a chiedere qualche cosa in cambio del favore fatto?

“Uno scandalo della giustizia italiana”, così viene indicato dalla redazione de Il Foglio l’iter giudiziario che ha visto coinvolto l’ex dirigente del Sisde (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, agenzia di intelligenza fondata con lo scopo dichiarato di protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia).

Il 25 febbraio 2006 la Corte di appello di Palermo aveva emesso sentenza di condanna per Contrada per «concorso esterno in associazione mafiosa», sentenza diventata irrevocabile il 10 maggio 2007. Nell’aprile del 2015 la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo giudica la sentenza illegittima in quanto considera l’accusa «non sufficientemente chiara e prevedibile per Contrada ai tempi in cui si sono svolti gli eventi in questione». In buona sostanza, all’epoca dei fatti (ovvero gli anni Ottanta) il reato di concorso in associazione mafiosa «non era chiaro né prevedibile» e per questo motivo la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire il poliziotto.

Marcello Dell’Utri nella sentenza di I grado che lo condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa è considerato «l’ambasciatore, il mediatore degli interessi della mafia nel grande impero economico-finanziario lombardo, il tramite tra Cosa Nostra e uno degli imprenditori ai quali Cosa Nostra si sarebbe affidata per investire, riciclare e far fruttare il proprio denaro: Silvio Berlusconi».

È su Contrada, Dell’Utri e su gli altri nomi e volti noti che si divide l’opinione di stampa e pubblico. Ma il tema o problema del concorso esterno in associazione mafiosa non è personale o soggettivo, riguarda atteggiamenti, comportamenti e azioni che appartengono a una cultura sbagliata ma radicata al punto che in tanti faticano a riconoscerla come tale. Consuetudine che diventa abitudine, normalità. Un abisso della società che si nutre e cresce attingendo dal marcio e mascherandosi di buono. Al punto da creare una sorta di realtà parallela, invisibile ai più ma che condiziona, direttamente o indirettamente, l’esistenza di tutti e di ognuno. Quello che Massimo Carminati ha definito “il Mondo di mezzo”, «in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile […] il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra […] anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno».

È un sistema di scambio. Un do ut des dove richiedenti ed esecutori vivono un perenne scambio di ruoli, favori e interessi. Il Mondo di mezzo non è solo quello di cui parla e vissuto da Massimo Carminati, è tutta la zona grigia dove si incontrano persone che appartengono a qualsiasi ceto sociale, per così dire, e svolgono qualsiasi lavoro, in qualunque parte dell’Italia o del mondo. Braccio armato, manovalanza, criminali, uomini che si appellano d’onore, colletti bianchi, commercialisti, medici, avvocati, funzionari, ingegneri, architetti, commercianti, imprenditori, finanzieri, banchieri e bancari, poliziotti, magistrati, giudici, agenti dei servizi, politici, militari… un vero e proprio esercito di persone grigie che danno origine e mantengono in vita un sistema borderline dai contorni non ben definiti, ed è proprio su questa incertezza che si vuol far perno per allontanare da sé lo spettro del concorso esterno in associazione mafiosa. Perché lo sanno tutti che questa non è una buona cosa, anche laddove dovesse mancare una legge scritta a inquadrarla come crimine mafioso.

Durante il seminario Antimafia italo-argentino, tenutosi a marzo 2019 presso la Camera dei Deputati della Repubblica Argentina, il pm Antonino Di Matteo ha evidenziato i caratteri peculiari della mafia italiana, in particolare di Cosa nostra, come riportato in un articolo pubblicato su antimafiaduemila.com a firma di Giorgio Bongiovanni. Di Matteo ha ricordato anche le motivazioni della sentenza Andreotti, «in cui si certifica come il sette volte presidente del consiglio (il cui reato è stato prescritto) abbia avuto rapporti organici con Cosa nostra almeno fino al 1980», e quella «definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa contro l’ex senatore, fondatore di Forza Italia con Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri». Sottolineando inoltre come «il potere di Cosa nostra derivi proprio dai rapporti con l’esterno, con le istituzioni deviate ed i grandi poteri».

Secondo quanto riportato dai collaboratori di giustizia, Salvatore Riina diceva sempre: «Se noi non avessimo avuto il rapporto con la politica noi eravamo solo una banda di sciacalli e lo Stato con un’azione di normale repressione ci avrebbe schiacciato». Sottolinea il pm Di Matteo che le istituzioni, in Italia ma non solo, devono comprendere che «per poter sconfiggere le mafie non è sufficiente reprimere negli aspetti più violenti ma bisognerebbe recidere ogni possibilità di rapporto con i poteri politici e istituzionali».
Riguardo il reato di concorso esterno, che deve necessariamente essere ricondotto alla categoria dei reati di durata, Nino Di Matteo precisa che «al di là dell’evoluzione giurisprudenziale è la decisiva importanza di colpire adeguatamente quelle manifestazioni criminali che, pur non apparendo immediatamente riconducibili all’associazione mafiosa, in realtà costituiscono la chiave d’accesso che le mafie utilizzano per condizionare a loro favore la politica e le attività di tutte le pubbliche amministrazioni».

«Mafia e corruzione, ne sono convinto, sono due facce della stessa medaglia: aspetti operativi distinti, ma non diversi, di un sistema criminale integrato.»

Nei commenti ai tanti articoli letti sull’argomento, tratti da testate giornalistiche nazionali e locali, di ogni colore politico possibile, ricorre una frase che fa molto riflettere: “uno o è mafioso o non lo è, che significa concorso esterno in associazione mafiosa?”. Al di là della semplicità di un simile pensiero, che può nascondere molta ingenuità oppure molta malizia, si evince il grande problema di fondo, che è culturale prima ancora che giuridico. Sono gli altri a essere dei criminali, dei mafiosi, dei delinquenti, anche se io chiedo un favore oppure lo faccio, se prendo una bustarella o se la passo a qualcuno, se infrango le regole, le leggi, i regolamenti… non sono certo un criminale, un delinquente o un mafioso. I mafiosi, quelli veri, quelli pungiuti lo sono.
La legge andrà sicuramente migliorata, meglio definita, ma questo per certo non basterà a risolvere il problema o arginarlo.
Il procuratore Franco Roberti, nella prefazione a Guardare la mafia negli occhi (Rizzoli 2017) di Elia Minari, scrive che «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Per Minari riuscire a contrastare la criminalità organizzata significa innanzitutto «scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da ciascuno di noi, senza delegare agli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori, perché di certo non diventeremo onesti per decreto legge».


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Glifo Edizioni per la disponibilità e il materiale


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La vera lotta alla mafia passa anche attraverso una memoria storica che racconti la verità. “Le Trattative” di Antonio Ingroia e Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018) 

Il maxiprocesso di Palermo ha davvero messo in ginocchio la mafia? Intervista ad Antonio Calabrò 

 “Il Patto sporco” di Nino Di Matteo e Saverio Lodato (Chiarelettere, 2018) 

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

Una lunga e scusa vicenda di sangue e potere: “Storia segreta della ‘Ndrangheta” di Gratteri e Nicaso (Mondadori, 2018)   

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017) 

“Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione” (Nuovi Mondi Edizioni, 2009). Intervista a Petra Reski 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa” di Federico Fubini (Longanesi, 2019)

05 mercoledì Giu 2019

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FedericoFubini, Longanesi, Peramorproprio, recensione, saggio

Due fazioni decisamente contrapposte e ostili. Da un lato gli europeisti convinti, di tutto, incapaci anche solo di osservare con maggiore criticità le scelte e le decisioni dell’europarlamento. Dall’altro gli euroscettici, su tutto, convinti che la soluzione a gran parte dei problemi attuali sia un ritorno perentorio a serrati nazionalismi.
La ragione, questa volta, forse non sta neanche nel mezzo. Perché le politiche o si fanno bene oppure è meglio non farle proprio. Soprattutto quando vanno a incidere su cittadini appartenenti a realtà economiche e sociali differenti. Perché l’Unione Europea non ha automaticamente creato cittadini europei. Perché i cittadini europei forse ancora non si sono mai visti. Ognuno si sente tuttora italiano, inglese, francese, tedesco… solamente in seconda istanza, forse, ci si ricorda di essere anche cittadini europei.

Sempre attribuito a Massimo d’Azeglio ma in realtà formulato da Ferdinando Martini nel 1896, secondo quando si legge nell’enciclopedia Treccani, il proverbio che meglio di tanti discorsi sintetizza la situazione del nostro Paese all’indomani dell’unificazione: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Parafrasandolo si adatta benissimo anche all’Unione Europea.
Si è poi riusciti a fare gli italiani? In realtà non molto. Lo stesso Fubini sembra essere ancora molto lontano dal considerare gli italiani un popolo unico laddove, parlando di Sanità, sottolinea come quella italiana sia tra le migliori e per trovare forti criticità bisogna arrivare “alle regioni più arretrate del Mezzogiorno”.

Si riuscirà a fare gli europei?

Federico Fubini, nel suo provocatorio saggio Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa edito da Longanesi, esorta gli italiani a superare l’attuale crisi identitaria e lottare per vedere riconosciuti, finalmente, i propri diritti di cittadini italiani ed europei, ma di farlo dopo aver liberato l’Europa dai sovranisti e dagli “europeisti di professione”. Analizzando i dati delle recenti elezioni europee sembra che i cittadini, italiani o europei che siano, sembrano intenzionati a seguire tutt’altra via.

Fubini analizza le fasi attraversate dagli italiani nei vari processi di creazione dell’Unione Europea. Dalla speranza di aver trovato finalmente l’ancora di salvezza per i nostri conti pubblici alla globalizzazione, dalla moneta unica alla crisi economica del 2008. Ed è proprio su quest’aspetto che si sofferma l’autore, indicandolo come l’origine del malcontento, dovuto soprattutto al tentato processo di “germanizzazione” che dall’Europa hanno ripetutamente suggerito ai Paesi, come l’Italia, che non riuscivano a tenere il passo. Alle economie deboli indicate dalla potenziale ancora di salvezza come le zavorre dell’economia dell’intera Unione. Da ciò si origina la crisi d’identità degli italiani, compresi quelli nelle istituzioni europee, che cercano di far dimenticare con ogni mezzo l’onta di appartenere a uno di questi Paesi-zavorra.

Leggendo il saggio di Fubini si denota chiaramente quanto l’autore sia fermo nella volontà di considerare l’Unione Europea una svolta decisamente positiva e necessaria, nonostante tutto. Afferma di essere stato un europeista convinto fin dalle origini, che ha seguito come corrispondente improvvisato alle prime armi. Ammette le criticità ma permane nelle sue parole la volontà di rimanere attaccato all’ancora di salvezza, evidentemente ritenuta unica soluzione possibile per mantenere a galla l’Italia nell’era dalle globalizzazione, delle superpotenze mondiali e dell’economia finanziaria planetaria.
Per Fubini tutto ciò è possibile, eliminando le posizioni estremiste di entrambe le fazioni, euroscettici ed europeisti di professione, facendo valere i propri diritti e mantenendo alto il livello di identità nazionale anche in Europa. Ma ciò vale anche per i cittadini delle “regioni più arretrate del Mezzogiorno”?


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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

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“Pecorelli deve morire” di Valter Biscotti (Baldini+Castoldi, 2019)

07 martedì Mag 2019

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BaldiniCastoldi, Pecorellidevemorire, recensione, saggio, ValterBiscotti

È da poco uscito il rapporto 2019 di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa, sempre a rischio anche in quelle che si dichiarano democrazie avanzate e consolidate. Rapporto che definisce il quadro allarmante di una situazione diffusa in cui «l’odio verso i giornalisti è degenerato in violenza». Una violenza che va da minacce verbali ad aggressioni fisiche, da intimidazioni e querele temerarie a veri e propri attentati. Violenza che proviene da malavitosi e criminali ma anche, purtroppo, dalla società civile e dalle istituzioni.
Quando un giornalista sa fare il proprio lavoro e non ha timore di rendere pubblico quanto è riuscito a scoprire deve essere pronto davvero a tutto. Purtroppo. Ed è sempre stato così. Purtroppo.

Il 20 marzo del 1979, quaranta anni fa, fu ucciso Mino Pecorelli, un giornalista le cui inchieste ma, soprattutto, la cui morte violenta si intreccia con nomi tristemente celebri come Giulio Andreotti, Licio Gelli, Massimo Carminati, Claudio Vitalone, Pippo Calò… e a tutta quella rete grigia fatta di politica, massoneria, servizi segreti, banche, mafia. Quaranta anni, un processo durato quattro anni, fiumi di parole e neanche un colpevole accertato, finora.

Verso la fine degli anni Sessanta, Carmine Pecorelli, detto Mino, fonda a Roma OP-Osservatore Politico, un’agenzia quotidiana stampata in ciclostile. Fin dal primo momento, gli inquirenti hanno cercato tra gli articoli pubblicati dal giornalista, inchieste spesso scomode anche per politici, magistrati, militari, alla ricerca del possibile movente dell’omicidio.
Pecorelli aveva scritto sul caso Moro, sul traffico illecito di petrolio con la Libia, per fare alcuni esempi. Inchieste “terribili” per il potere, o meglio per quella parte di potere corrotta.

A marzo di quest’anno esce per Baldini+Castoldi Pecorelli deve morire di Valter Biscotti, avvocato scrittore che attualmente rappresenta legalmente Rosita Pecorelli, sorella del giornalista, in una nuova istanza avanzata per tentare di far riaprire le indagini sulla base, in prevalenza, di quanto scoperto dalla giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli. Un libro che racconta l’omicidio, le indagini e il processo come anche il Pecorelli uomo, ciò reso possibile grazie ai racconti della sorella Rosita fatti direttamente a Biscotti. Un resoconto che vuol narrare i fatti, quanto accaduto e, soprattutto, quanto è stato omesso o trascurato.

Un libro, Pecorelli deve morire, che sembra un dettagliato resoconto d’inchiesta, o meglio di raccolta fonti e testimonianze, con dei risvolti da legal thriller, soprattutto nella parte di narrazione legata al processo e agli atti giudiziari. Il tutto scritto con un registro narrativo lontano da quello comunemente utilizzato per opere letterarie di argomento simile. Una scrittura molto romanzata quella preferita e utilizzata da Valter Biscotti nel testo. Forse per la volontà dell’autore di far arrivare la storia raccontata a un pubblico più vasto, a tutta quella fetta di lettori che sarebbero, o avrebbero potuto essere scoraggiati da un saggio scritto e inteso in senso stretto.

Un libro, quello scritto da Valter Biscotti, che sembra voler essere anche un omaggio a un uomo, Carmine Pecorelli. Un simbolo di rispetto per la coerenza e la rettitudine, che invano si è cercato di scalfire, anche se solo nel ricordo, e per la grande professionalità nei lavori di indagine e di inchiesta svolti e che diventavano articoli per OP, lavoro che, purtroppo, gli è costato la vita. Per certo c’è la volontà di illuminare una parte ancora tristemente oscura della storia italiana del secolo scorso, una storia che, nelle parole del pentito Buscetta, si intreccia con quella del generale Dalla Chiesa, altra vittima della parte marcia del sistema. Si intreccia con i troppi misteri ancora irrisolti della prima come anche della seconda Repubblica.

Molto preoccupante l’allarme lanciato dalla ong Ossigeno per l’informazione riguardo gli oltre mille giornalisti uccisi nel mondo negli ultimi dieci anni. L’Italia, purtroppo, lo conosce bene il sacrificio in termini di vite umane pagato da chi non si arrende al compromesso o al silenzio: Giuseppe Fava, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Mino Pecorelli, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Alfano… una lista che fa rabbrividire, inorridire.
Secondo i dati forniti dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), sono centinaia gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti durante l’esercizio della loro professione, la gran parte delle quali poste in essere in maniera pubblica, sui canali web o in modo verbale, ma anche con missive, danneggiamenti e telefonate anonime. Ma l’aspetto che più fa riflettere sono le matrici o motivazioni, riconducibili a quella che viene definita una “natura politico-sportiva” e poste in essere dalla criminalità organizzata o da afferenti ad ambienti di illegalità diffusa o di degrado sociale.

Nell’elenco di violenze, aggressioni, minacce e intimidazioni varie ai danni dei giornalisti investigativi raccolto da Index on Censorship per il progetto Mapping Media Freedom 2014-2018, 387 risultano quelle a carico di giornalisti italiani. Dati che Ossigeno per l’informazione, inclusa nel progetto con un’intervista, si appresta a chiarire: «sono migliaia i giornalisti investigativi che hanno subito minacce, aggressioni, danneggiamenti. Ossigeno ne ha censiti quattromila, ma sono molti di più».

«indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti, come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori…»

Si tratta di un breve stralcio del lungo articolo pubblicato a firma di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 24 agosto 1975, noto come Il Processo. Un pezzo che sintetizza tutto ciò contro cui hanno lottato e lottano i giornalisti d’inchiesta, come Pasolini e Pecorelli, come gli altri i quali, paradossalmente, spesso si ritrovano a dover subire essi stessi un processo anche fuori dalle aule del tribunale, a causa della manipolazione errata dell’opinione pubblica che vuol farli diventare visionari, corrotti, violenti, pedanti, guastafeste, complottisti, esibizionisti… Motivi tutti per cui libri come quello scritto da Valter Biscotti diventano a loro volta veri e propri atti di coraggio.


Articolo originale qui


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“Il caso non è chiuso. La verità sull’omicidio Siani”. Intervista a Roberto Paolo 

“Ammazzati l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro 


 

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“Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano” di Stephen Mitford Goodson (Gingko Edizioni, 2018)

22 lunedì Apr 2019

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economia, GingkoEdizioni, monocolooccidentale, NWO, recensione, saggio, StephenMitfordGoodson, Storiadellebanchecentrali

Un’analisi storica, prima ancora che economica, quella portata avanti da Stephen Mitford Goodson in Storia delle banche centrali e dell’asservimento del genere umano, uscito in Italia con Gingko Edizioni a ottobre 2018, nella versione tradotta da Isabella Pellegrini del titolo originale A History of Central Banking and the Enslavement of Mankind (Black House Publishing Ltd, London).
Un libro che vuole dimostrare l’assunto che i problemi legati all’usura abbiano ostacolato l’essere umano, riducendolo in schiavitù, fin dall’inizio della civilizzazione.

Storia delle banche centrali di Stephen Mitford Goodson, almeno nella parte iniziale, sembra un’enciclopedia storica “parallela” al resoconto storiografico fedele al mainstream. È un racconto dettagliato, pieno di riferimenti bibliografici e fonti documentali. Una versione e una visione che si è per certo liberi di non condividere ma che potrebbe aiutare a meglio comprendere tanti punti e nodi focali della storia occidentale.
Soprattutto nella prima parte, il libro di Goodson è ricco di citazioni e riferimenti a fonti bibliografiche e documentali e risulta molto interessante per il lettore. Nella seconda invece il livello generale dell’opera risente, in particolare, di alcune affermazioni proprie dell’autore che lasciano trasparire una certa ingenuità o, peggio ancora, un pregiudizio.

Il testo di Goodson parla molto delle attività legate a famiglie di ebrei come anche delle idee economiche e finanziarie di Gottfried Feder, economista noto soprattutto per essere il mentore di Adolf Hitler e questi sono temi sempre delicati, basta un attimo per essere tacciati di antisemitismo o filonazismo. Goodson lo scorre lento il filo del rasoio e racconta nel dettaglio, con tanto di riferimenti bibliografici e documentali, tutto quanto è riuscito a scoprire. Ma non è in questo che pecca di ingenuità o pregiudizio. Il suo resoconto abbraccia l’intera storia globale occidentale di cui le azioni degli usurai e banchieri ebrei ne costituirebbero solo una parte.

«A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, nel mondo occidentale un numero sempre maggiore di donne sposate, fuorviate dalla malevola propaganda femminista e da quella per la parità dei sessi, è stato costretto ad adoperarsi per la ricerca di un impiego affinché la propria famiglia riuscisse a far fronte al pagamento di interessi in continua crescita».
«Il risultato diretto di questo sistema finanziario iniquo è stata la compromissione di una vita familiare normale».

Ecco due esempi di cosa il lettore non avrebbe mai voluto leggere in un testo, a suo modo rivoluzionario, come quello di Goodson. D’altronde egli stesso inizia il suo resoconto sui danni inferti all’umanità dal sistema usuraio e bancario riconducendoli addirittura al periodo del crollo dell’impero romano d’occidente, allorquando di “malevola propaganda femminista” e “parità dei sessi” proprio non si può parlare.
Che necessiti un cambiamento radicale della società, un ridimensionamento dei poteri della finanza internazionale, delle banche e un approccio diverso verso moneta e denaro è fuor di dubbio vero ma, forse, l’approccio più ottimale è quello avanzato da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in Creare una società dell’apprendimento (Einaudi, 2018). Focalizzarsi su apprendimento e conoscenza per ottenere un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale. Gli autori lo riferiscono alla potenziale crescita dei paesi in via di sviluppo e a un riequilibrio rispetto a quelli sviluppati, ma la loro teoria ben si adatta a essere estesa a tutte le economie.

Nelle stesse parole di Goodson, d’altronde, si legge un certo rammarico per quei paesi, compreso il suo, che hanno scelto di seguire semplicemente il metodo più diffuso e quotato, senza neanche provare a interrogarsi su possibili ed eventuali alternative. E questo può o potrà avvenire solo attraverso una profonda conoscenza di storia, geopolitica, economia e via discorrendo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Gingko Edizioni per la disponibilità e il materiale



LEGGI ANCHE

Promuovere la crescita delle economie in via di sviluppo attraverso la conoscenza. L’analisi di Stiglitz e Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” (Einaudi, 2018) 

“Chi sono i padroni del mondo”, il lato oscuro delle potenze democratiche nell’analisi di Noam Chomsky 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 

Gli elettori devono assumersi la propria responsabilità civile e civica per riuscire a risolvere i problemi delle loro famiglie e del loro Paese. “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press, 2018) 

L’epistocrazia per contrastare lo strapotere degli hooligan politici. “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018) 

“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

PLUTONOMY vs DEMOCRACY: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018)

15 lunedì Apr 2019

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flussimigratori, Iain Chambers, immigrazione, Meltemi, migranti, Paesaggimigratori, recensione, saggio

Analisi del testo di Iain Chambers, docente di Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Orientale di Napoli, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, riedizione 2018 di Meltemi editore della edizione originale Migrancy, Culture, Identity, Routledge 1994.

Il saggio di Chambers è, a suo modo, provocatorio. Ma in senso positivo. È necessario, ora più che mai, liberarsi da stereotipi e luoghi comuni, guardare il mondo e, soprattutto, i suoi abitanti in maniera diversa, nuova e imparare a far parte dell’alterità. Una visione interna. Critica. Precisa. Obiettiva.
Osservare, studiare, valutare il fenomeno migratorio da dentro, dall’interno, come un qualcosa che appartiene al mondo, al nostro, quello di tutti e non solo come un “problema” che riguarda l’altro e il suo di mondo.

Iain Chambers sottolinea come i migranti siano letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo e ridotti a un fattore esclusivamente economico o legati a una crisi politica. Necessita invece, per una migliore comprensione della modernità, che la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ben più ampia. “Pensare con la migrazione”, andare oltre la superficie fino alle «più profonde diseguaglianze della giustizia economica, politica e culturale negata che struttura e dirige il nostro mondo». Il razzismo, per esempio, non è una semplice patologia individuale o di gruppo, ma «una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo».

Si assiste, ancora oggi, a una chiusura culturale che culmina nella «isteria socio-politica» generata dalla questione dell’immigrazione, accompagnata dalla difesa rigida di un’identità e di un «io» che «si rinchiude nella illusoria sicurezza di un luogo». Dinanzi alla minaccia immaginaria dello straniero e del mondo cosiddetto “esterno”, «che ormai “esterno” non è», questa «chiusura» sembra «ignorare i movimenti, spesso turbolenti e sconvolgenti, dei complessi processi storici e culturali del mondo attuale». Chambers, con l’analisi del fenomeno condotta in Paesaggi migratori, si dimostra molto ben intenzionato a promuovere un rapporto radicalmente diverso, nuovo e a tratti “inquietante” con la propria formazione storico-culturale.

I migranti, affermando il loro diritto di muoversi, migrare, fuggire, spostarsi, non solo rompono gli schemi e si oppongono al rispetto del posto assegnato loro dalla storia, ma segnalano anche la «modalità precaria contemporanea della vita platenaria». È il modo in cui i molteplici sud del pianeta si propongono all’interno della modernità. E proprio questo nuovo modo di promuoversi «viola e indebolisce le categorie applicate loro dal nord egemonico».
Il testo di Chambers, a quasi un quarto di secolo dalla sua prima pubblicazione, è ancora straordinariamente attuale ed estremamente indicativo della capacità di analisi dell’autore, il quale ha saputo descrivere il mondo di allora nonché la direzione, a volte troppo sbagliata, verso cui stava andando. E verso cui poi è effettivamente andato.

La nascita della modernità non sta unilateralmente nella storia dell’espansione europea e nelle modalità di «rifacimento del mondo a sua immagine e somiglianza», ma anche e nella stessa misura «nella cruda repressione dell’alterità etnica, religiosa e culturale, nella brutalità della diaspora nera africana, nello schiavismo razzista atlantico, nei pogrom etnici e nel saccheggio imperiale del globo». Quando l’immaginario dell’Occidente, per dirla con Edward Said, non sta più fisicamente altrove, «ai bordi di una cartina, ai margini di storia, cultura, sapere ed estetica», ma migra dalla periferia per «eleggere il proprio domicilio nella metropoli contemporanea», allora la nostra storia cambia, è costretta a farlo. Nel riconoscimento dell’altro, dell’alterità radicale, ricorda al lettore Chambers, «riconosciamo di non essere più al centro del mondo». Incontrare gli altri si accompagna sempre a incertezza e paura. Nell’attraversare e andare oltre a un ruolo filosofico di conferma dell’ordine esistente, il migrante sfugge ai confini astratti predefiniti per lui e per lei. Non si tratta di un mero conflitto sociale o politico sul diritto di muoversi e migrare, ma anche di «una questione epistemologica».

Ciò che una volta era stato collocato fuori, oltre i confini del nostro mondo, è lì «confinato e spiegato da una gestione coloniale, il razzismo “scientifico” e la disciplina emergente dell’antropologia», ora non può più essere tenuto a distanza critica. La separazione e l’isolamento degli altri come semplici «oggetti di interesse» politico, culturale e filosofico ora crolla e trafigge il centro «con le loro insistenze come soggetti storici». Ci si avvicina allo smantellamento dei binarismi su cui i discorsi politici, culturali e critici dell’Occidente si sono «appoggiati per gestire la loro egemonia sul pianeta»: centro-periferia, Europa-il resto del mondo, bianco-nero, progresso-sottosviluppo. L’umanitarismo e l’impalcatura dell’umanesimo e dei diritti e degli obblighi associati devono ora «negoziare un percorso verso una politica che implichi molto più della semplice applicazione di un modello fornito dal governo e dalle leggi esistenti». La nazionalizzazione delle questioni politiche e culturali continua a confermare un «ordine globale esercitato attraverso l’autorità nazionale, il potere statale e il mantenimento dei confini».

Invece che come un «fláneur ottocentesco», sarebbe più significativo considerare il migrante come «l’epitome della cultura metropolitana moderna». Il viaggio lascia sottintendere un possibile ritorno, invece la migrazione comporta un movimento in cui non sono immutabili o certi né i punti di partenza né quelli di arrivo, e richiede che si «risieda in una lingua, in storie, in identità costantemente soggette a mutazione». Il migrante non fa ritorno e anche laddove possa “tornare indietro”, non sarà mai semplicemente questo. Il cambiamento avvenuto è irreversibile. La persona non sarà mai la stessa di prima e per l’ambiente vale lo stesso. Sia quello di partenza che quello di arrivo.
Nei vasti e multipli mondi della città moderna «anche noi diventiamo nomadi e migriamo all’interno di un sistema troppo vasto per essere nostro». Si viene introdotti in uno «stato ibrido, in una cultura composita in cui il «semplice dualismo di Primo e Terzo Mondo si sfalda», lasciando emergere ciò che Homi Bhabha chiama “comunanza differenziale” e Félix Guattari definisce “processo di heterogenesis”. La figura metropolitana moderna è il migrante, attivo formulatore dell’estetica e dello stile di vita metropolitani, che reinventa i linguaggi e «si impadronisce delle strade del padrone».

Quello che gli occidentali si sentono costretti a fare e che li impaurisce è «discutere e disfare il punto di vista unico e omogeneo», il senso di prospettiva e di distanza che nasce nel Rinascimento e trionfa nel colonialismo, nell’imperialismo e nella versione razionale della modernità. Le «illusioni di identità» organizzate intorno alla «voce privilegiata e alla soggettività stabile dell’osservatore esterno» vengono spezzate e spazzate via con un movimento che «non consente più l’ovvia istituzione di un’autoidentità tra pensiero e realtà». Questo porta alla «liberazione di voci diverse», a un incontro con una parte “altra”, a un «dischiudersi del sé che nega la possibilità di ridurre il diverso all’identico».

Abituati a pensare alle questioni di migrazione, immigrazione, razzismo e diversità come problemi altrui, siamo ora, invece, chiamati a pensarli come «prodotti della nostra storia, della nostra cultura, del nostro linguaggio, del nostro potere, dei nostri desideri e nevrosi». Se il multiculturalismo rappresenta la risposta liberale che riconosce le culture e le identità altrui per mantenersene al centro e «lascia queste altre culture in posizione i subalternità», Iain Chambers contempla un qualcosa che va ben oltre «il multiculturalismo e la sua logica di assimilazione» perché «l’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sia diventato il mondo». Lo sguardo d’indagine deve essere obliquo per poter catturare tutte le espressioni che esso offre, per comprendere “l’altro” ma anche se stessi in misura migliore.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Libertà di culto e manipolazione del pensiero: “Nella setta” di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango, 2018)

09 martedì Apr 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CarmineGazzanni, Fandango, FlaviaPiccinni, Nellasetta, paura, recensione, saggio, terrore

Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro-inchiesta esemplare. Un preciso lavoro di indagine e ricerca sul campo, preceduto o parallelo a uno studio delle fonti documentali, e che ha poi condotto alla stesura di un testo che si legge con avidità, maggiormente se si è distanti o a digiuno dell’argomento trattato.
Del resto Piccinni ha già abituato i suoi lettori a tale livello investigativo. Come nell’inchiesta da lei stessa condotta sui concorsi di bellezza e le sfilate di moda riservate ai minori e divenuta Bellissime. Baby miss giovani modelli e aspiranti lolite edito sempre dalla Fandango Libri nel 2017.

Il libro è scritto in maniera chiara, con l’uso di un registro narrativo preciso e semplice, mai semplicistico. Grande attenzione viene riservata alle fonti, siano esse documentali o testimonianze dirette, oltre che, naturalmente, alla trascrizione e rielaborazione dei diari di campo della ricerca in loco condotta direttamente dagli autori, spesso come veri e propri “infiltrati”.

Nella setta di Piccinni e Gazzanni non è semplicemente un libro da leggere, è un vademècum da tenere sempre bene a mente. L’unico vero “mantra” necessario e utile per sconfiggere suggestioni, paure, condizionamenti e debolezze che sono, alla fin fine, il vero lasciapassare per truffatori e guru vari.
La libertà di culto, di fede religiosa, sancita anche dall’articolo 19 della Costituzione, non va confusa o mischiata con la manipolazione del pensiero, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento della prostituzione, l’adescamento, la pedofilia, i maltrattamenti, lo sfruttamento dei minori, il ricatto, la minaccia… ed è esattamente questo che cercano di chiarire e dimostrare Piccinni e Gazzanni con la loro inchiesta.

«Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» [La Costituzione, Parte I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo I – Rapporti civili].

Tutte le testimonianze e i dati raccolti nell’indagine condotta dagli autori evidenziano la volontà comune a ogni setta di creare una sorta di “universo parallelo”, alternativo al mondo. Un luogo simbolo e simbolico dove far vigere i propri dettami, le regole, le usanze. Lavorare, studiare e nutrirsi seguendo un percorso purificativo-conoscitivo che porta, o meglio porterebbe alla salvezza. Dal male, da Satana, dalle malattie… ma più genericamente dal mondo esterno, quello che deve essere tenuto rigorosamente fuori dallo “universo parallelo”.
Eppure, leggendo il libro, l’idea che prende sempre più forma nella mente del lettore è che, pur se ognuna con i propri ideali, veri o dichiarati, e le proprie regole, le sette finiscono per somigliarsi un po’ tutte. Indottrinamento di massa, manipolazione del pensiero, violenze, abusi e schiavismo protratti per la maggiore su donne e minori, sono le violazioni maggiormente riscontrate. Unitamente all’aspetto economico. La salvezza sì ma da raggiungersi sempre e solo previo esborso di onerosi e ripetuti oboli alla causa.
Truffe e violenze di cui è pieno, purtroppo, anche il mondo fuori.

La manipolazione del pensiero non può e non deve mai essere sottovalutata anche e forse soprattutto quando vip e celebrity varie si fanno testimonial o portavoce di sette o gruppi, arrivando così a sommare le capacità di persuasione di fondatori e adepti alle proprie. Inqualificabile è per certo l’atteggiamento di autorità e politici che presenziano a eventi o avallano questi gruppi senza aver preso preventivamente le dovute informazioni per scongiurare l’eventualità, più volte verificatisi purtroppo, di sostenere associazioni o sette dedite alla manipolazione e allo sfruttamento, fisico ed economico.
A pesare ancor di più è l’assenza, a partire dal vuoto normativo ancora in essere, o la distanza nella tutela delle vittime.
A onor del vero va sottolineata questa negligenza dello Stato anche per quanto riguarda le vittime di associazioni, istituzioni e religioni definite “grandi” in riferimento sempre all’estensione territoriale, proselitista ed economica. Ovvero ciò che genera potere.

Ogni mattina, in Italia, «quattro milioni» di persone si alzano e «hanno un segreto: sono membri di un’organizzazione settaria». Alcuni appartengono a comunità fisiche, altri a realtà internazionali e altri ancora a gruppi misteriosi ed esoterici. Intorno a tutti aleggia il rischio concreto che la libertà di culto, la volontà di rivalsa, il desiderio di apprendimento di nuove filosofie esistenziali siano soffocate dalla manipolazione mentale, dallo sfruttamento, dalle violenze. Educare cittadini consapevoli è per certo il primo passo per evitare che debolezze, paure, suggestioni, timori li rendano facili prede. Un’adeguata normativa in merito è il passo successivo o, se si preferisce, precedente per garantire la tutela, soprattutto dei minori. Controlli economici, finanziari e fiscali potrebbe essere un terzo valido strumento in mano alle autorità statali e non da ultimo necessita un articolato supporto psicologico e psichiatrico per le vittime e i fuoriusciti affinché riescano a superare il trauma certo ma anche i problemi di insicurezza che li hanno spinti a cercare ‘protezione’ in un ambiente chiuso, settario e gerarchizzato.

Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni è un libro assolutamente da leggere perché la vera libertà non risiede mai semplicemente nella diversificazione, vera o presunta, dell’offerta, negli slogan e nelle sponsorizzazioni che cercano di avallare progetti e intenti. No, la vera libertà, anche di culto ed espressione religiosa, sta nella capacità e nella possibilità di abbracciare o meno una causa, una fede, un progetto… ma di farlo sempre e comunque con la propria testa, scevri da condizionamenti di qualsiasi tipo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fandango Libri per la disponibilità e il materiale


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L’Asia ha conquistato il mondo? Questo è davvero “Il secolo asiatico?”

03 mercoledì Apr 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Fazi, Ilsecoloasiatico, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, ParagKhanna, recensione, saggio

Mentre l’Occidente tutto è stato impegnato nella lotta al terrorismo e nei vari tentativi di far tenere botta all’economia, fortemente provata dalla grande crisi, il continente asiatico ha continuato a crescere, svilupparsi, innovarsi al punto da diventare non solo il principale concorrente ma superare nettamente gli avversari. Ovvero Europa e Stati Uniti.
La «zona economica asiatica», quella parte di mondo compresa tra la penisola arabica e la Turchia a occidente e il Giappone e la Nuova Zelanda a oriente, frutta il «50% del Pil globale e due terzi della crescita economica globale». L’Asia produce ed esporta, oltre a importare e a consumare, «più beni di qualsiasi altra regione al mondo», e gli asiatici «commerciano e investono più tra di loro che con l’Europa o il Nord America».

In Asia si trovano molte delle economie, delle banche e imprese tecnologiche e industriali, nonché «la maggior parte degli eserciti più grandi al mondo». Ignorare tutto questo per decenni non ha prodotto uno svilimento della crescita e del progresso portato comunque avanti da tanti paesi del blocco asiatico. Ignorarlo tuttora, nella speranza che le ormai vetuste potenze occidentali ritrovino d’un tratto il loro vigore e splendore, quasi per magia, è un atteggiamento per certo controproducente. Parag Khanna avverte tutti di preparasi a «vedere il mondo dal punto di vista asiatico», perché l’asianizzazione del mondo nel ventunesimo secolo è orami una realtà, esattamente come lo è stata l’occidentalizzazione dello stesso nel secolo passato.

Esce in prima edizione a marzo 2019 con Fazi Editore Il secolo asiatico? di Parag Khanna, tradotto da Thomas Fazi dalla versione originale in inglese The future in Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21th century. Un saggio molto articolato, lungo ben 522 pagine, tutte necessarie. Parallelamente a un’attenta analisi geo-politica ed economica, Khanna porta avanti nel testo anche un dettagliato resoconto storiografico di quanto accaduto e perché, utilissimo al lettore per meglio comprendere alcune dinamiche di cui poco si continua a parlare ancora adesso, purtroppo.

Esordisce l’autore ricordando le parole attribuite a Napoleone, allorquando il generale francese, due secoli or sono, avrebbe detto, parlando della Cina: lasciatela dormire, perché al suo risveglio il mondo tremerà. A svegliarsi non è stata solo la Cina ma l’intero continente asiatico e a tremare non è solo la Francia ma l’intero Occidente. Per farsene un’idea basta leggere i titoli, gli articoli e, soprattutto, i commenti alla firma degli accordi tra Italia e Cina, ratificati proprio in questi giorni. Il filo rosso che lega questa sorta di linea difensiva mediatica sembra essere la paura che l’Italia venga sopraffatta dalla dirompente economia cinese, che questo Paese asiatico possa sopraffare la nostra economia e rompere i legami con i vecchi e forti alleati di sempre. Il tutto proposto come un qualcosa che potrebbe accadere. In realtà la firma dei 29 punti dell’accordo siglati tra Italia e Cina non vanno a intaccare un bel nulla né a modificare niente del cambiamento che è già realtà e che tocca il nostro Paese come tutto l’Occidente in maniera trasversale.

La Belt and Road Initiative (Bri), definita come la nuova Via della Seta, è «il più grande piano coordinato di investimenti infrastrutturali della storia umana», l’equivalente di ciò che ha rappresentato per il XX secolo «la creazione delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e del piano Marshal». Un qualcosa che è già realtà con o senza la ratifica degli accordi tra Italia e Cina. Si può pensare a esso in maniera positiva o negativa ma non si potrà mai negare che rappresenta un cambiamento epocale, iniziato nel maggio del 2017, quando «sessantotto paesi che comprendono i due terzi della popolazione e la metà del Pil mondiale si sono riuniti a Pechino».
Cambiamenti epocali, esattamente come quelli avvenuti nel secolo scorso e di cui mai nessuno ha dubitato o messo in dubbio l’utilità e le procedure. Eppure questi di oggi spaventano tanto. Perché? Il motivo è semplice: «la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici». E, soprattutto, gli occidentali non solo non sono riusciti a stopparla sul nascere ma non sembrano avere neanche idea di come riuscire a fermarla.

L’Asia ha da tempo ormai imparato a fare i conti con l’impatto della storia occidentale sul suo presente, «adesso tocca all’Occidente fare i conti con l’impatto dell’Asia sul proprio futuro».
Siamo alle prime fasi dell’asianizzazione del mondo, per cui molte incognite ancora sussistono. Si chiede l’autore come gestirà l’Asia tutte le trasformazioni geopolitiche, economiche, sociali e tecnologiche. Come risponderanno le potenze occidentali all’ascesa dell’Asia e, soprattutto, come si adegueranno gli asiatici a tali reazioni.
È una Storia che si sta ancora scrivendo ma che non basterà ignorare o criticare per essere arrestata. Ipotizzando lo si possa o lo si debba poi effettivamente fare.

Il secolo asiatico? di Parag Khanna è una lettura impegnativa ma fuori di dubbio utile necessaria illuminante. Un testo valido nella scrittura e nel contenuto. Un libro per certo consigliato.


Articolo originale qui


Disclosure: Fonte immagine di copertina, sinossi, biografia dell’autore e scheda libro www.fazieditore.it



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