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Irma Loredana Galgano

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“Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo” di Franco Forte

23 domenica Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo (Mondadori, 2016) di Franco Forte è un romanzo storico che si apre al lettore con una bellissima dedica che l’autore indirizza ai suoi figli e che ogni genitore dovrebbe desiderare far propria.

«…nella speranza che prima o poi capiscano quanto sia meraviglioso immergersi nella lettura di un romanzo. Non solo nei loro smartphone e tablet…»

L’antefatto racconta di uno degli accadimenti più celebri della storia romana: le Idi di marzo, divenute nel tempo l’emblema delle congiure e delle cospirazioni di stampo politico e motivate da brama di potere e interessi che prima erano solo economici ora anche finanziari. In Cesare l’immortale però la vera ‘congiura’ l’ha portata avanti lui, il dittatore Gaio Giulio, accecato dal desiderio di travalicare i confini del mondo e diventare veramente invincibile.

Leggere una dopo l’altra le pagine che compongono il libro di Forte è, per il lettore, una immersione lenta e programmata nell’antico impero dei Romani. Rivedere, come in un docu-film trimidensionale, le loro vesti, le abitazioni, le fortificazioni militari, le imbarcazioni… un universo sapientemente riportato alla mente di chi legge con l’uso di termini tipici della tradizione romana inseriti ad uopo nel contesto di un linguaggio, quello in gran parte utilizzato, che invece è molto più contemporaneo.

La scena si sposta presto dai luoghi e dai fasti della Roma imperiale, ritenuti sicuri perché conosciuti, verso mete indicate come piene di insidie ma affascinanti forse proprio perché ancora inesplorate. E sarà proprio tra le immense distese ghiacciate del Nord che i Romani di Franco Forte si scontreranno con l’evanescenza delle certezze non provate ma solo acquisite.

«i Celti che si scaraventavano a petto nudo contro le frecce infuocate dei romani e sotto lo sguardo attento e vigile del loro druido»

La forza della persuasione, una delle armi più potenti, che incita anche ad andare incontro a morte certa, da sempre utilizzata per muovere le masse e piegarle al proprio volere. A volte è un desiderio di rivalsa, altre la promessa di ergersi verso superiori livelli di vita trascendentale, più comunemente l’avidità di ingenti ricompense… ma gli esiti di queste “missioni” sono alla fin fine sempre disastrosi, soprattutto in termini di vite sacrificate. Allora come oggi.

«Mentre il rumore della battaglia, fatto delle grida degli uomini e del clangore delle armi, cresceva sempre più Gaio si riempì i polmoni dell’aria gelida e nera che lo avvolgeva e contemplò soddisfatto il modo in cui i suoi soldati facevano strage di quegli sciocchi selvaggi che si tuffavano a petto nudo contro una fortificazione romana, un baluardo che probabilmente non avevano mai visto in vita loro. Un errore che sarebbe costato la vita alla maggior parte di quei guerrieri, tanto coraggiosi e possenti quanto poco consapevoli di ciò che avevano di fronte.»

Cesare l’immortale invita il lettore a riflettere sull’eterno scontro tra uomini che si ritengono civilizzati e per questo superiori e altri che invece sono considerati selvaggi, primitivi, non all’altezza dei primi. Uno scontro che è sempre stato impari dal punto di vista della forza fisica e soprattutto di quella delle armi ma che in fondo dovrebbe aver insegnato da tempo ormai, ai civilizzati, che forse non è solo questo che conta e che i confini del mondo che allora conoscevano come quello degli attuali stati è una nozione posticcia per un pianeta che è tondo nella forma e inscindibile nel contenuto.

Il Cesare raccontato nei libri di storia come quello narrato da Forte è un guerriero e per questo irrequieto lontano dai campi di battaglia. «Dilatò le narici e immaginò di sentire l’odore del sangue. Un odore afrodisiaco, a cui nessun vero soldato avrebbe mai potuto rinunciare.» L’adrenalina che entra in circolo un attimo prima dello scontro e rinvigorisce lo spirito di chi altrimenti si sentirebbe già vinto. Il coraggio che in fondo distingue gli impavidi dai pavidi. Una sensazione, associata all’impeto giovanile, che si ritrova a vivere anche il filosofo Cicerone, coinvolto dallo stesso Gaio nell’epica avventura della Legio Caesaris, partita dal Mare Nostrum, approdata nel mar del Nord dell’Oceanus Magnus e volta alla nuova traversata del Mediterraneo perché diretta verso il nuovo luogo che sarebbe diventato lo scenario della loro forsennata ricerca.

«Non sapeva che cosa avrebbero trovato, dall’altra parte, ma era chiaro che non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, anche se si fosse trattato, semplicemente, di andare incontro alla morte.»

Cesare l’immortale. Oltre i confini del mondo di Franco Forte è un romanzo storico e come tale fonde storia e fantasia. A luoghi e personaggi realmente esistiti l’autore dona tratti e comportamenti modellati dalle sue ricerche come dalla sua immaginazione. Il risultato è ottimo. Il libro merita di essere letto.

(fonte biografia: autori.librimondadori.it)

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio”

07 venerdì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio è un libro che dà i brividi. Basta leggerne il titolo che la mente rimanda agli articoli dell’epoca dei fatti, alle immagini, agghiaccianti, alle domande rimaste senza risposta, alle responsabilità senza un colpevole, a un processo che dopo sette anni non è ancora giunto alle sentenze di primo grado… eppure i cittadini lo sapevano da prima della strage che quella situazione avrebbe causato solo danni.
Il 29 giugno del 2009, una manciata di minuti prima della mezzanotte, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano con quattordici vagoni-cisterna carichi di GPL deraglia quattrocento metri dopo la stazione di Viareggio.
Da otto anni i residenti chiedevano, almeno, la costruzione di un muro che separasse loro e le proprie abitazioni dalle sostanze infiammabili e pericolose trasportate nei vagoni dei treni merci che facevano la spola lungo la ferrovia a due passi dalle loro vite. Richieste rimaste inascoltate.
In via Ponchielli tre palazzine ormai sature di gas esplodono, l’incendio devasta tutta la strada, undici persone muoiono quella stessa notte, altre ventuno in seguito alle ferite e alle ustioni, centinaia i feriti costretti per anni ad affrontarne le conseguenze. Migliaia se non proprio milioni di italiani, increduli, a chiedersi se questa strage proprio non poteva essere evitata.
Il libro di Federico di Vita e Ilaria Giannini è una raccolta di testimonianze che deve diventare esso stesso la testimonianza di un grave accadimento, utile per costruire almeno una memoria storica necessaria affinché, verrebbe da dire, fatti del genere non accadano più. Verrebbe da dire perché purtroppo le incurie e le ingiustizie viaggiano sempre più veloci.
Leggendo I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio non si può non pensare a quanto accaduto il 12 luglio 2016 lungo la tratta ferroviaria Bari Nord che collega Corato e Andria. Due convogli della Ferrotramviaria, proveniente dalle opposte direzioni, si scontrano sul binario unico che compone quel tratto di ferrovia.
Questa volta le vittime non vengono raggiunte nelle loro abitazioni da nubi di gas o altro ma si trovano già all’interno dei treni che non sono merci bensì pendolari e carichi di vite corse incontro alla morte per studiare, lavorare, viaggiare.
Ancora la domanda più frequente è: ma davvero una simile tragedia non poteva essere evitata?
A Viareggio sarebbe bastato costruire un muro. In Puglia ampliare una ferrovia molto trafficata con un altro binario. Soluzioni semplici che sono diventate irrealizzabili e si sono trasformate in una condanna. Ci sono dei responsabili per questo? Pagheranno?

Federico di Vita: Vive a Firenze. È autore di un saggio-inchiesta e curatore di una raccolta di racconti.

Ilaria Giannini: Vive a Firenze. È autrice di due libri. Alcuni suoi racconti sono stati inseriti in antologie pubblicate da vari editori.

Articolo originale qui

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“La ragazza nel parco” di Alafair Burke

04 martedì Ott 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Pubblicato in Italia da Piemme, nella versione tradotta da Sara Marcolini, La ragazza nel parco di Alafair Burke è un libro con una storia che non poteva non fare presa sul pubblico, soprattutto quello americano.

Dall’11 settembre del 2001 in ogni sparatoria o esplosione che ha luogo sul territorio statunitense si cerca immediatamente la pista jihadista o del terrorismo in generale e quando così non è entra in gioco un altro triste aspetto della contemporanea società americana e non solo: le stragi folli messe in atto per i più svariati motivi, che vanno dal risentimento religioso a quello etnico, di orientamento sessuale… Ne La ragazza del parco di Burke si ritrova tutto questo, studiato, elaborato in maniera tale da incastrarsi alla perfezione con i fatti di cronaca più o meno recenti.

Olivia Randall è un avvocato di successo con dei trascorsi burrascosi con Jack Harris, scrittore famoso, padre di una figlia adolescente che cresce da solo da quando sua moglie Molly è rimasta vittima di un attentato. Harris è accusato di triplice omicidio, di essere l’artefice di un attentato in cui ha perso la vita anche il padre del ragazzo che ha ucciso sua moglie.
L’epilogo che l’autrice ha scelto di dare alla vicenda bene si inserisce nei tristi risvolti a cui la narrazione rimanda. Le conseguenze delle azioni proprie e degli altri che ritornano quando meno ce lo si aspetta. I traumi che riaffiorano più forti che mai anche se ci si era illusi di averli superati. La vita che è un correre e un ripercorrere eventi che si incastrano tra di loro meglio delle tessere di un puzzle.

La narrazione è fitta di salti temporali tra il presente e il passato, in particolare al periodo giovanile di Olivia, agli anni del College e della relazione con Harris. Nella maggior parte dei casi sono dei flashback nei quali la protagonista rivive momenti del suo passato, situazioni intime o emozioni personali e come tali risultano, restando quasi estemporanei al racconto della vicenda principale non riuscendo neanche a dare spessore alla storia e ai trascorsi del suo rapporto con Jack Harris.

Leggendo La ragazza nel parco di Alafair Burke a volte sembra proprio che la storia e le scene siano state studiate per risultare interessanti, accattivanti per il lettore e non determinate dall’evoluzione della vicenda narrata. Quasi come se si volesse dare al lettore ciò che pensa di volere: una triste vicenda cui interessarsi e dei protagonisti cui affezionarsi.

Alafair Burke: È un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi sono bestseller del New York Times elogiati da autori come Micheal Connelly e Dennis Lehane.

L’articolo originale qui

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“Io non sono innocente” di Tonino Zangardi

28 mercoledì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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«Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.»

Io non sono innocente (Imprimatur, 2016) di Tonino Zangardi si apre con questa citazione di Cioran. E un’idea di ciò che troverà al suo interno il lettore può iniziare a farsela.

Zangardi ha già abituato il suo pubblico a scene forti e immagini a effetto con L’esigenza di unirmi ogni volta con te (Imprimatur, 2015), romanzo che rappresenta il primo capitolo della tormentata storia d’amore tra Leonardo e Giuliana, divenuta anche un film, uscito in Italia a settembre 2015, diretto dallo stesso Zangardi e interpretato da Marco Bocci e Claudia Gerini.

Con Io non sono innocente la scena si sposta al poi, quando Leonardo e Giuliana tentano di rimettere in sesto la propria vita e pensano sia necessario farlo da soli, separati. Rimane anche in questo secondo libro la sensazione, trasmessa al lettore dall’autore, che la coppia e il resto del mondo viaggino su binari e a velocità differenti. Come se ci fosse qualcosa di predestinante nelle loro azioni che li condurrà, sempre e comunque, l’uno nelle braccia dell’altro.

«Sono venuto qui perché non c’era altro posto al mondo, sopravvivo qui per rimettere insieme il puzzle della mia esistenza con la voglia di un inizio che tarda ad arrivare.»

La scrittura di Zangardi è corale e scenografica. Il lettore ha la possibilità di rivedere più volte la scena seguendo le considerazioni dei vari protagonisti. L’autore conosce bene il proprio mestiere e scrive scene che riescono a tenere incollati gli occhi di chi legge sul testo esattamente come accade osservando lo schermo di un cinema o di un televisore.

Giuliana si sente colpevole per l’uccisione del marito, anche se lei stessa ha rischiato di morire, di diventare l’ennesima vittima di violenza domestica. Leonardo si sente responsabile per quanto accaduto e si chiede se avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo e non l’ha fatto. Ma leggendo Io non sono innocente, le storie di Giuliana e Leonardo, di padre Giovanni e del romeno Dacian, di Chiara e di suo padre Marcelo… viene da chiedersi chi, in realtà, sia innocente per davvero e fino in fondo.

«La Chiesa vuole evitare questi scandali. Credo che monsignor Cardarelli mi abbia aiutato per questo e non perché gli importasse di me: per quanto lo riguarda io sono già stato condannato e più lontano vado è meglio per tutti. Andiamo a espiare le nostre colpe lì. Quando capiti in Africa è come se tutto il mondo occidentale che hai lasciato dietro non esistesse più.»

Ma in Io non sono innocente non c’è solo la contrapposizione tra Occidente, Africa e America Latina, tra ricchi e poveri, tra giusto e sbagliato… c’è proprio un conflitto interno e interiore ai protagonisti tra la voglia di vivere e quella di lasciarsi andare. Un pensiero simile a quello espresso da Battisti nella celebre canzone Emozioni: “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. E Giuliana e Leonardo viaggiano a fari spenti e senza controllo sia insieme che da soli attratti ineluttabilmente dall’esigenza di unirsi ogni volta.

Io non sono innocente di Tonino Zangardi è un libro intrigante, che affascina il lettore per le scene e le immagini evocate, per le storie narrate, piene di pathos e realismo, per i retroscena mentali dei protagonisti che a volte traspaiono dai loro comportamenti a volte no. Ciò invita a riflettere sul lato nascosto di ognuno di noi, sulle gioie e sui traumi che condizionano il nostro essere e di cui spesso neanche ci rendiamo conto perché, come scrive lo stesso Zangardi, “la magia della vita supera ogni immaginazione”.

(Fonte: www.imprimatureditore.it)

Si ringrazia per il materiale e la disponibilità Lara Barilli dell’Ufficio Stampa Imprimatur.

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“I mercanti dell’Apocalisse” di L.K. Brass

26 lunedì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Giunti, IldealdellApocalisse, ImercantidellApocalisse, LkBrass, NWO, ordinemondiale, recensione, romanzo, thriller

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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

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“Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli

10 sabato Set 2016

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ChiaraGiacobelli, Fanucci, Leggereditore, recensione, romanzo, Undisastrochiamatoamore

Inserito nel progetto editoriale di letteratura femminile (Leggereditore) di Fanucci Editore, Un disastro chiamato amore di Chiara Giacobelli, uscito a luglio 2016, è una divertente commedia con un aspro retrogusto su cui riflettere.

Vivienne Vuloir è una ragazza parigina, aspirante scrittrice di successo e giornalista di gossip per ripiego, che pensa di aver raggiunto il giusto equilibrio controbilanciando abbondanti dosi di cinismo alle sue aspirazioni nonché ai sentimenti e circondandosi solo di persone fidate. Basterà una telefonata per sgretolare l’intero castello, compresi ponte levatoio e bastioni difensivi.

Alex Lennyster è l’erede, giovane bello e milionario, dell’eroina cinematografica di Vivienne, nonché colui che le darà l’incarico di scrivere la biografia della madre proprio mentre continua a scavare, imperterrito, per minare le fondamenta del castello di certezze della ragazza.

Un disastro chiamato amore è la narrazione di una moderna fiaba, nella quale all’amore e al principe azzurro, che si muove sul suo cavallo che veste la forma di una costosa Aston Martin e sfreccia verso il suo bellissimo castello, si mescolano le fobie e le ossessioni proprie dell’era contemporanea.

(fonte: www.fanucci.it)

Angy, la migliore amica di Vivienne, chiama il suo cinismo “catastrofismo cosmico da quattro soldi” ma in fondo sa anche lei che si tratta di un innato senso di protezione e auto-conservazione che, chi più chi meno, hanno tutti. In Vivienne è accentuato, come in Alex, perché è stata la vita stessa a plasmarlo in questo modo.

In realtà Vivienne, seppur decisamente maldestra e confusionaria, non appare mai in chi legge come una cinica entrata in fissa per qualcosa, bensì come l’eroina moderna di una storia contemporanea di vita e d’amore. È sfatato ormai il mito del bel principe azzurro che si prodiga per mettere in salvo la bella principessa, condurla indenne e inerme all’altare e vivere con lei una vita da felici e contenti. Vivienne è una giovane donna che, seppur abbagliata dai luccichii e dalle sorprese, non smette mai di porre delle domande, a se stessa prima che agli altri e questo, forse, la salverà.

Dalle vie e dai Caffè di Parigi la scena si sposta quasi subito tra le anse rocciose della costa ligure e toscana, nelle calette che regalano splendidi paesaggi e nascondono intensi misteri. Vivienne sembra lasciarsi ammaliare e trascinare dalla bellezza dei luoghi e della situazione ma resiste e reagisce dimostrando ad Alex che non è solo del doman che non v’è certezza come affermava il Magnifico, bensì anche del passato.

«Questa è Hollywood, Vivienne: una fabbrica di sogni. Non importa chi sei veramente e cosa fai nella vita privata, a nessuno interessano i tuoi valori, le tue idee. Conta soltanto ciò che riesci a far credere, la storia confezionata meglio delle altre su cui milioni di persone proietteranno i propri sogni. Come ti ho già detto, è tutto un mirabile bluff.»

“Tutto un mirabile bluff”. Sempre più spesso, purtroppo, non solo nella “fabbrica dei sogni”. In Shift (Fabbri, 2014) Hugh Howey in un dialogo tra un deputato e un senatore degli Stati Uniti d’America condensa il succo del vivere moderno, dell’estetica dell’apparire e della finta esaustiva informazione.

«La verità salterà fuori – salta sempre fuori – ma sarà mescolata a tutte le bugie. Devi negare ogni menzogna e ogni verità con lo stesso vigore. Lascia che siano i siti web e gli spacconi che frignano di continuo sulle malefatte del governo a confondere il pubblico al posto tuo.»

In Un disastro chiamato amore non si parla di politica ma di amore, segreti e misteri, trascorsi famigliari, successo e vita privata eppure più di una volta, leggendo il libro, ci si ritrova a figurarsi la “povera” Vivienne nei panni del “pubblico confuso” dalle contraddittorie informazioni ricevute e cercate. Una struttura narrativa ben congegnata per intrigare il lettore e indurlo ad andare sempre avanti nella lettura, nel tentativo di scoprire la verità, la versione dell’uno o dell’altro, svelare il nuovo arcano, tirare le somme, seguire le scelte e le decisioni della protagonista.

Una storia originale e un modo altrettanto singolare di raccontarla. Un disastro chiamato amore di Chiara Giacobelli è un progetto editoriale sicuramente ben riuscito, utile non solo per il pubblico femminile.

Chiara Giacobelli: Nata ad Ancona, si è laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo. Scrittrice e Giornalista italiana. Tiene un blog culturale sull’Huffington Post e scrive per varie testate nazionali.

Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary agency per la segnalazione.

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“La congiura di San Domenico” di Patrizia Debicke

02 venerdì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LacongiuradisanDomenico, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller, Todaro

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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.

Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.

Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi.»

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.

Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.

La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.

(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

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La Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla. “Manuale distruzione” di Roberto Corradi

01 giovedì Set 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Manualedistruzione, recensione, RobertoCorradi, romanzo, SperlingKupfer

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Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso (Sperling&Kupfer, 2016) di Roberto Corradi è “l’unico vero libro di Storia” in circolazione. Il solo manuale che racconta la Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla.
Chi ha detto che la Storia è noiosa? Dipende dai fatti che scegli di raccontare e da quanto decidi di essere sincero nel commentarli. Se a questo aggiungi uno spiccato senso dell’umorismo, dell’ironia e dell’auto-ironia allora ottieni un “manuale d’istruzione” che insegna molte più cose di quanto non si è indotti a credere.
Manuale distruzione è un testo simpatico e originale, unico nel suo genere, carico della simpatia e dell’energia che ha e trasmette il suo autore e dell’umorismo mai volgare a cui Corradi ha abituato i suoi fan. È un libro che va letto con calma, ingerendone piccole dosi alla volta altrimenti si rischia seriamente di sentirsi male… dal ridere.

“Chi dice che Mary Quant abbia inventato la minigonna non tiene conto di almeno settecento anni di storia romana.”

Manuale distruzione è dedicato a Pipino il Breve “di cui ancora si sghignazza” e ha la prefazione firmata da Marco Presta il quale sintetizza alla perfezione il senso recondito del libro: “dare una risposta soddisfacente alla domanda «Come abbiamo fatto a ridurci in questo modo?».”
Corradi racconta quanto accaduto negli ultimi 200mila anni agli esseri “umani” che “dall’esigenza di indossare delle mutande che li coprissero così come erano coperti gli animali da pelliccia” sono arrivati al “compromesso di indossare proprio gli animali da pelliccia”.
Al pari di ogni grande autore o comico che si rispetti, Corradi trasmette al lettore molto più di ciò che traspare dalla semplice battuta. Uno sguardo lucido, a volte tagliente, alla Storia, quella vera, spesso faziosamente raccontata, addolcita, edulcorata. Un’opinione critica e realistica sui fatti recenti e passati che hanno cambiato il corso della Storia e il destino dei popoli. Una dimostrazione palese di quanto, a volte, sono i manuali veri a raccontare delle storie.

“E questi dei, sostanzialmente, copulavano. Copulavano, si risentivano, si facevano corrompere, dibattevano dei fatti loro: stava nascendo il concetto di Parlamento, che solo molti secoli dopo avrebbe avuto il suo massimo sviluppo in Italia.”

Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso di Roberto Corradi è un libro molto spassoso, da leggere per ridere e sorridere ma anche per riflettere. Per imparare a guardare con occhio diverso, magari più critico, i libri che raccontano la Storia e i giornali che parlano dell’oggi. Un modo “leggero” per tentare di cambiare il domani perché gli “idioti” ci sono in ogni epoca e quasi sempre sono “quelli che devono firmare per cose che ci servono come l’aria”.

Roberto Corradi: classe 1976, romano, autore e attore scrive per la televisione, la radio e il teatro. Ha lavorato con Alberto Sordi, Enrico Montesano, Enrico Vaime, Lillo&Greg, Maurizio Battista, Marco Travaglio, Maurizio Costanzo, Marco Presta e Antonello Dose. Deve i suoi inizi a Corrado Mantoni. È noto per la trasmissione di Radio2 Il Ruggito del Coniglio e afferma di saper fare il pandoro. (fonte http://www.sperling.it)

Source: libro inviato al recensore da Fiammetta, che ringraziamo, per conto della Sperling & Kupfer.

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Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo Appalermo” di Carlo Loforti

24 mercoledì Ago 2016

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AppalermoAppalermo, BaldiniCastoldi, CarloLoforti, recensione, romanzo, Sicilia

 

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Finalista alla XXVIII edizione del Premio Italo Calvino col titolo di Il calcio è un bastardo, il romanzo d’esordio di Carlo Loforti è stato pubblicato da Baldini&Castoldi come Appalermo, Appalermo.

La giuria del premio lo ha definito un «romanzo spiritoso, leggero e senza pudore. In cui tutto viene raccontato con un umorismo che regala momenti di autentico spasso».

È vero, a volerlo leggere per la sola storia che racconta è un libro “spassoso”. Se invece lo si vuol guardare come uno spaccato della città di Palermo, della Sicilia e dell’Italia intera allora sono numerose le considerazioni che induce nel lettore.

Carlo Loforti è un palermitano che conosce a fondo la sua città e i suoi abitanti e, intorno a ciò, costruisce il suo romanzo che è la storia di Domenico Calò, detto Mimmo, ma potrebbe, indistintamente, essere quella di centinaia di altri giovani come lui. Ragazzi cresciuti nei cortili, per le vie strette di una città che può diventare stretta come un imbuto.

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Incomprensioni con i genitori e gli adulti in generale, un pallone e i primi approcci col sesso. Questo il background socio-culturale che si devono far bastare per diventare a loro volta degli adulti. E Mimmuzzo, non essendo particolarmente dotato per la pratica, si allena incessantemente sulla teoria, diventando un esperto cronista sportivo.

Dopo venti anni Mimmo Calò perde il suo lavoro di giornalista e deve cercare di reinventarsi dibattendo tra una moglie sempre pronta a prenderlo in castagna, supportata dall’invadente suocera, dei genitori che dalla pensione invece del sollievo trovano la separazione, i soldi che non bastano mai e la criminalità che invece ti trova sempre. Tutta una serie di rocambolesche avventure e, soprattutto, disavventure, lo portano sull’orlo del precipizio. Situazioni che lui affronterà sempre stoicamente convinto di essere talmente “sfigato” da valere quasi il contrario e uscirne sempre in piedi.

Carlo Loforti in Appalermo, Appalermo descrive dettagliatamente un adolescente alle prese con i cambiamenti del suo corpo, un ragazzo che si sente uomo dopo aver perso la verginità, un adulto che tenta di sopravvivere nella giungla degli affetti e del lavoro ma, soprattutto, regala al lettore una fotografia della situazione in cui si trovano centinaia di giovani delle periferie che si divincolano tra la poca voglia di studiare, l’attrazione-repulsione verso la criminalità, il desiderio di divertirsi e il “sogno di farcela”, di lasciare la mediocrità e avere successo. Il fatto è che spesso, quasi sempre, ciò è legato al gioco del calcio e alla speranza di essere “scoperti” come talenti o fenomeni e ascendere all’Olimpo dei vip. L’impatto con la realtà, in questi casi, è ancora peggiore del solito perché ci si ritrova adulti, senza “talento” e senza un’adeguata formazione-istruzione e non si ha altra possibilità che accontentarsi fingendo disinteresse.

Quando la fantasia racconta la realtà. “Appalermo, Appalermo” di Carlo Loforti

Mimmo Calò è uno, che alla fine, sceglie di accontentarsi con l’unico rammarico di averci messo troppo a capire che era l’univa via per regalargli un po’ di tranquillità.

Lo stile della scrittura di Loforti è gradevole. Frasi brevi, riflessioni intervallate da dialoghi ricchi di battute e allusioni. Pesante a volte, soprattutto in periodi protratti, l’uso di espressioni o termini tipicamente dialettali che costringono chi legge, e non è siciliano, a consultare il glossario a fine libro. La narrazione segue il ritmo delle vicende creando i giusti pathos e curiosità nel lettore che è sempre invogliato a leggere il capitolo successivo.

Appalermo, Appalermo di Carlo Loforti si rivela fuor di dubbio una lettura interessante, piacevole che può regalare a lettore alcune ore di svago oppure invogliarlo in riflessioni sulla società e l’attualità. Sarà chi legge a scegliere e decidere cosa vuol trovare o cercare, in ogni caso ne vale sempre la pena.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-la-fantasia-racconta-la-realta-appalermo-appalermo-di-carlo-loforti

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Flash Fiction, “I racconti di Shanmei” #4

14 domenica Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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È giunta al volume 4 la raccolta di racconti brevi di Shamnei, autopubblicati in versione digitale.

Flash Fiction, microstorie di 300 parole o 1000 battute. Davvero molto brevi come il tempo concesso loro per ‘catturare’ il lettore. A volte è una parola, altre un’immagine evocata ma, in genere, riescono sempre nel loro intento.

Watakuschi è ambientato a Kyoto e a Shanmei bastano poche righe per ricreare l’atmosfera del Paese del Sol levante, con i suoi giardini, il tè, i templi e il bisogno quasi fobico di mantenere l’equilibrio con il proprio io.

«La pioggia aveva reiniziato a cadere e non era calda come lacrime. Era fredda e scura come un presentimento.»

La pupa del boss porta il lettore in uno scenario completamente diverso. Siamo ad Acapulco tra ville di lusso, narcotraffico e malavita.

In Niente neve tra le palme la scena si sposta all’interno di un esotico villaggio turistico, strutture definite dal protagonista della storia “colonie penali per adulti senza fantasia”.

«Mi verrebbe voglia di sputare in quell’acqua clorata dove la gente sguazza prendendo troppo seriamente il ruolo di fingere di divertirsi.»

Una breve tappa a Roma con Insalutato ospite e poi in volo con la fantasia verso lo spazio cosmico. In Contaminazioni Shanmei accompagna il suo lettore su Delta 4 e lo invoglia a indagare sui segreti della missione al fianco del cyborg-investigatore.

Rispetto ai volumi precedenti, nei quali i Racconti di Shanmei potevano risultare più stravaganti, per ambientazioni e personaggi, in questo il filo conduttore sembra essere il male, inteso come violenza causata o subita. Il rimorso per un triste episodio del passato che ha lasciato tante cicatrici. La violenza spietata di un killer professionista. La paura che in un attimo si trasforma in egoismo. Il tutto sembra legare insieme le storie e i suoi protagonisti, nella certezza mai dichiarata che dal male può nascere solo altro male e sofferenza.

Shanmei: Milanese di nascita, si occupa di libri ed editoria. Ha scritto novelle, romanzi e racconti pubblicati anche in varie antologie. Tutte le informazioni possono essere facilmente reperite sul suo blog iraccontidishanmei.wordpress.com

 

 

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