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Irma Loredana Galgano

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Guardare dentro per vedere oltre. “Storie sbagliate” di Maria Teresa Casella

12 venerdì Ago 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MariaTeresaCasella, racconto, recensione, StorieSbagliate, thriller

Pubblicato tramite StreetLib Selfpublish, il trittico noir Storie sbagliate di Maria Teresa Casella cattura il lettore e lo trascina nelle gole più profonde della vita e della mente umane. È un libro breve ma di una tale intensità da farsi letteralmente divorare. Non è la prima volta che l’autrice regala ai suoi lettori la possibilità di guardare dentro per vedere oltre.

Carmen è una ragazza in aspro conflitto con la vita. La fase adolescenziale è, per lei, particolarmente traumatica e causa una frattura tale con i suoi genitori da indurla a fuggire di casa. Ci vorrà un po’ ma poi capirà che non potrà in alcun modo sfuggire a se stessa.
La sua storia racconta la ribellione giovanile, la voglia di lasciarsi andare, di ostacolare e di opporsi al mondo degli adulti.

«Cercai di tenere duro, di credere che prima o poi qualcosa sarebbe successo e l’incubo sarebbe finito, invece notte dopo notte ci sprofondavo dentro.»

Melody è una transessuale che sembra avere un unico obiettivo: sottoporsi all’intervento chirurgico che la farà diventare definitivamente donna. Ma lei è innanzitutto una persona, un essere umano, con tante storie da raccontare, molta sofferenza e troppo dolore causato il più delle volte dall’ipocrisia di chi, quelle come lei, le schernisce di giorno e le ‘ama’ di notte.

«Era più facile aprirsi, soddisfare, a volte anche godere, se si convinceva che a subire fosse il maschio che era in lei, l’intruso.»

Joanna è una figura liberamente ispirata ad Aileen Wuornos, la killer seriale giustiziata in Florida nel 2002. Personaggio molto discusso, la Wuornos è stata definita da Nick Broomfield, l’ultimo a intervistarla prima dell’iniezione letale, “una persona che ha completamente perso la propria mente in preda alla rabbia”.
Maria Teresa Casella immagina invece che a muovere le azioni di Joanna non sia la rabbia ma l’amore. Un amore deviato, sbagliato? E chi può giudicarlo.

È amore quello che provano due adulti che tentano in ogni modo di adottare un figlio? Oppure è egoismo? È giusto dire la verità ai bambini oppure è meglio mentire? Perché? Cosa provano dei genitori adottivi quando poi la natura decide che possono avere anche loro un figlio naturale?
Tutte le domande che il lettore di Storie sbagliate si pone non sono semplici o scontati interrogativi su vari aspetti o comportamenti, sono dei muri che possono essere costruiti o abbattuti, sono delle scelte che possono risultare giuste o sbagliate ma sempre e comunque necessarie se a volerle è l’anelito di libertà.

Storie sbagliate di Maria Teresa Casella è un trittico noir dove la conclusione non è una fine e neanche un inizio, è una svolta. La direzione verso cui scelgono di andare Carmen e Melody, le cui storie si sono sfiorate, intrecciate per un solo istante ma che è bastato a legare insieme due esistenze, le loro. Vite che per tanti non valevano niente, persone volutamente ignorate, maltrattate, denigrate in nome di… nulla, non c’è nulla che giustifichi certi comportamenti ed è per questo che Carmen e Melody hanno scelto di donare “il loro impegno a beneficio delle vittime delle discriminazioni”. Ed è bello anche che Maria Teresa Casella abbia scelto di raccontarlo.

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l’ex Impero sovietico

05 venerdì Ago 2016

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AnneApplebaum, EstEuropa, Europa, Germania, ImperoSovietico, Lacortinadiferro, Mondadori, recensione, saggio, USA

 

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

È uscito in Italia lo scorso maggio per Mondadori il saggio di Anne Applebaum La cortina di ferro, nella versione tradotta da Massimo Parizzi. Un libro che conduce il lettore negli anni dell’ex Impero sovietico, della Germania divisa tra occidente e “anti-occidente”, quando il Muro di Berlino fu eretto. Il 1961, una data che ha segnato un grande cambiamento.

La Applebaum paragona più volte il regime sovietico a quello nazista. I numerosi punti in comune tra il “tallone sovietico” e quello nazifascista la inducono a ritenere che sconfitto il secondo sia subentrato il primo che però prontamente venne isolato e nascosto al mondo intero dietro una “cortina di ferro” che va considerata tale ben oltre il senso metaforico.

Se da una parte le origini ebraiche della Applebaum sembrano non tanto influenzare quanto indirizzare le sue indagini verso una ricerca storica che avvalori le sue convinzioni, dall’altro tutto ciò lo fa con una tale dovizia di particolari e con un coinvolgimento tale che anche il lettore più scettico o più in contraddizione con le sue idee non può non restarne affascinato. Si tratta naturalmente di un interesse storico, se così lo si vuol definire. Quando si analizzano fatti, eventi accaduti in passato è sempre meglio quantomeno cercare di conoscere e analizzare più interpretazioni possibili, poi viene da sé che ognuno resta libero di pensarla come giusto ritiene. Nel libro della Applebaum l’analisi del dualismo tra capitalismo/consumismo e comunismo/anticonsumismo si somma a quella sulla “pulizia etnica” compiuta dalle autorità sovietiche ai danni di tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi paragonandola più volte a quella compiuta dal regime nazista contro il popolo ebreo. In realtà, quando si parla di genocidi e massacri, sono tanti i casi che possono essere citati come esempio, purtroppo.

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

In La cortina di ferro Anne Applebaum analizza nei minimi dettagli quella che definisce un’opera di “disarticolazione della classe politica e della società civile” compiuta nella Germania orientale in Iugoslavia, Albania, Romania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia per agevolare il “processo di stalinizzazione”. Operazione che fu resa possibile grazie anche all’implacabile “lavoro” svolto dalla polizia segreta il cui compito precipuo era individuare e soffocare ogni forma di opposizione o dissenso.

Agli inizi degli anni Cinquanta il culto di Stalin era dilagante, il suo stesso nome era venerato in URSS come “simbolo della vittoria del consumismo”, l’Europa dell’Est venne letteralmente e materialmente separata dall’Occidente da muri, recinzioni e filo spinato. L’idea comune era che il Muro di Berlino dovesse restare per sempre.

I metodi impiegati per ottenere il “consenso” purtroppo sono più o meno sempre gli stessi di tutti i regimi: violenza, controllo delle informazioni, pulizia etnica. Le autorità sovietiche, in collaborazione con i partiti comunisti locali, espellevano da città e paesi tutti i tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi… e li portavano, a bordo di camion o treni, in campi profughi lontani centinaia di chilometri. Complici di tutto ciò furono, almeno inizialmente e in qualche misura Stati Uniti e Gran Bretagna. La pulizia etnica a danno dei tedeschi, secondo quanto riportato dall’autrice, sarebbe stata sancita dal Trattato di Potsdam.

Il primo ad adottare con entusiasmo il termine “totalitarismo” fu Benito Mussolini, dandone anche, come ricorda la Applebaum nel testo, la migliore definizione mai coniata: «Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato».

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

Per l’autrice l’idea stessa di “controllo totale” voluta dal totalitarismo oggi può sembrare addirittura grottesca, ma per capire la storia del XX secolo bisogna indagare per comprendere come, dove e perché il totalitarismo ha funzionato, sia in teoria che in pratica.

Il saggio della Applebaum anche se si rivela fin da subito una lettura impegnativa, per la mole del testo e per il suo contenuto, non fa mai pentire il lettore della sua scelta di proseguire. Un libro, La cortina di ferro, che crea una “breccia” nel Muro di Berlino quando ancora non si immaginava neanche potesse essere un giorno abbattuto, che aiuta a meglio conoscere e forse comprendere le dinamiche interne e le conseguenze dei totalitarismi del XX secolo che hanno condizionato e a volte determinato i destini di numerosi popoli europei.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-cortina-di-ferro-di-anne-applebaum-un-viaggio-nel-tempo-per-incontrare-l-ex-impero-sovietico

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“Marcio su Roma” di Andrea Colombo

06 mercoledì Lug 2016

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È uscito a maggio 2016 per Cairo editore Marcio su Roma, il saggio di Andrea Colombo che vuole raccontare di una città «insanguinata dalla guerriglia strisciante delle organizzazioni criminali in lotta tra loro, con alle spalle l’ombra di una mafia di tipo nuovo, non meno pericolosa».
In realtà si parla di una mafia molto più pericolosa di quella tradizionale perché si muove, si insinua e prolifera nei palazzi istituzionali e cresce non all’ombra ma a fianco dello Stato. Una mafia che  ha portato, secondo l’autore, Roma al declino in soli dieci anni.
Per Colombo tutto è iniziato con la seconda vittoria di Walter Veltroni nel 2006 ed è precipitato con la “defenestrazione” di Ignazio Marino nell’ottobre 2015. Ed è proprio con questa affermazione che l’autore sembra cadere in contraddizione considerando che alla pagina seguente del libro riporta egli stesso i riferimenti a un articolo di Manlio Cancogni apparso su «Espresso» nel dicembre 1955 intitolato “Capitale corrotta, nazione infetta”. In esso Cancogni parlava della corruzione edilizia della Capitale e, secondo Colombo, «a scriverlo oggi bisognerebbe cambiare giusto qualche virgola».
D’altronde non è plausibile che tutto il “marcio” emerso con gli scandali esplosi nella Capitale siano frutto di attività recenti. Più lecito supporre siano intrecci maturati negli anni, soprattutto del boom economico ed edilizio.
Sono i mafiosi delle criminalità organizzate che hanno rovinato Roma oppure a farlo è stata la politica corrotta insieme ai «poteri economici che da sempre dominano l’Urbe»? Se lo chiede Colombo al pari degli italiani e, come tutti, giunge alla conclusione che «è stata la politica, non la criminalità organizzata, a mettere in ginocchio Roma». Lo stesso processo denominato Mafia Capitale ha attestato che i «guai della Capitale sarebbero stati identici anche senza la mafia».
Sottolinea Colombo in Marcio su Roma come in realtà lo scandalo Mafia Capitale sia presto diventato un vero e proprio “spettacolo” e come tale trattato anche dai media. Una situazione paradossale, al limite dell’assurdo, quella venutasi a creare dinanzi al palazzo di giustizia con curiosi, cronisti, avvocati, celebrità, associazioni e gruppi… tutti in cerca di visibilità. Una giostra vorticosa che rischia di far passare in secondo piano anche la gravità dei fatti, delle imputazioni, degli indagati.
Un’inchiesta dalla mole enorme, con migliaia e migliaia di pagine solo per le richieste di rinvio a giudizio. Il vero scandalo però non risiede nella quantità di indagati o nel fatto che sia l’ennesimo malaffare su grossi appalti. La «”roba forte” va cercata nel capo d’accusa: associazione di tipo mafioso, art. 416 bis del codice penale».
Una mafia diversa, che cerca di evitare il ricorso alla violenza, non ammazza ma corrompe, fa i soldi con gli appalti e preferisce «la mazzetta alla lupara, ma è anche pronta, se del caso, alle maniere forti». Una mafia che non bisogna più sottovalutare o cercare di nascondere perché la sua paura sembra essere rimasta proprio quella di essere da tutti riconosciuta come tale.

Andrea Colombo: Romano, redattore de «Il Manifesto» e «Gli Altri», ha collaborato con varie testate, tra cui «Liberazione». È autore di diversi libri e saggi e di alcuni volumi collettivi tra cui L’orda d’oro (Feltrinelli, 1997) e Giusva. La vera storia di Valerio Fioravanti (Sperling & Kupfer, 2011).

L’articolo originale qui

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“Finché non saremo liberi” di Shirin Ebadi

13 lunedì Giu 2016

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EbadiFinché non saremo liberi dell’avvocato iraniano Shirin Ebadi, edito in Italia da Bompiani, è il libro-manifesto dell’impegno profuso dall’autrice a favore dei diritti dei più deboli, che nel suo Paese hanno coinciso nei tanti anni della sua attività con donne, minori e dissidenti politici.
Un impegno così determinato che le è valso, nel 2003, il Premio Nobel per la Pace. Un Premio e un introito di denaro che lei ha impiegato per rafforzare il proprio impegno a favore di coloro che, per mancanza di preparazione o di mezzi, hanno una voce talmente flebile da poter essere facilmente soffocata.

«Il mio scopo nello scrivere questo libro è rendere testimonianza a ciò che il popolo iraniano ha sopportato nell’ultimo decennio. Leggendolo, vedrete come uno stato di polizia può influire sulla vita delle persone e gettare le famiglie nella disperazione.»

Finché non saremo liberi di Shirin Ebadi è il racconto, intimistico, della vita pubblica e privata dell’autrice, del percorso che l’ha condotta verso il Nobel e la sua organizzazione, il Centro per la difesa dei diritti umani, che hanno preceduto e affiancato la fondazione dell’Associazione di cooperazione per lo sminamento, la prima ong iraniana che si è occupata attivamente del problema dello sminamento del territorio dopo la guerra con l’Iraq.
La scrittura e lo stile hanno dei toni molto personali, quasi come se il libro fosse la trascrizione del racconto orale fatto dalla Ebadi. Spesso la narrazione di un evento si interrompe bruscamente perché sovviene alla mente dell’autrice un aneddoto o una precisazione che vuole descrivere o fare per poi riprendere dal punto in cui aveva lasciato.
Il libro si rivela da subito interessante, non solo perché entra nel merito di fatti di stretta attualità come la sospensione delle restrizioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran, secondo l’accordo siglato la scorsa estate tra Obama e Rouhani, che la Ebadi definisce “moderati”. Il testo consente al lettore di osservare l’estremismo religioso di matrice islamica attraverso gli occhi di una musulmana non estremista che ama il suo Paese, la sua gente e anche la sua religione.

«Un Iran che è diventato una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti, avvocati, attivisti dei diritti delle donne e studenti.»

Shirin Ebadi: Avvocato iraniano, premio Nobel per la Pace 2003. È nata nel 1947  a Hamadan ed è stata la prima donna iraniana a diventare magistrato nel suo Paese. Dal 2009 vive in esilio volontario per far conoscere al mondo cosa succede in Iran, attraverso un’intensa attività di propaganda e di battaglia legale. In Italia sono stati pubblicati anche Il mio Iran (2006) e La gabbia d’oro (2008).

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“La Bestia di Sannazzaro” di Alessandro Reali

19 giovedì Mag 2016

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AlessandroReali, FratelliFrilli, LaBestiadiSannazzaro, recensione, romanzo, thriller

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In La Bestia di Sannazzaro. Lomellina, inverno di guerra 1917 (Fratelli Frilli Editori, 2016) Alessandro Reali conduce il lettore in un durissimo periodo della storia italiana. Racconta uno spaccato di vita reale, concreta, con le sofferenze, le privazioni, il dolore e la morte che ogni guerra comporta, per chi va al fronte e per chi resta ad aspettarlo, spesso invano.
Tra le vicende ispirate alla realtà, l’autore inserisce il delitto intorno a cui ruota l’intero noir. Un omicidio dettato più dalla follia che dalla passione, deleteria conseguenza di un accumulo di frustrazioni che inutilmente l’omicida ha cercato di annegare nell’alcol.
Non mancano nel testo di Reali i riferimenti al dualismo, per certi versi ancora attuale, tra gli intellettuali di sinistra e i borghesi/capitalisti di destra, la stratificazione sociale e le sue conseguenze, rintracciabili con facilità anche nella odierna società.
Nicola Necchi è un ragazzo di soli 15 anni con in corpo «la voglia di andare, fare, scoprire e capire, perché era quasi un uomo e suo padre se l’era portato via la maledetta guerra, nel maggio di quello stesso 1917, sul fronte del Carso, nella decima battaglia dell’Isonzo». Un giovane uomo che cerca di trovare la propria strada divincolandosi tra i discorsi altisonanti dell’avvocato Persico, la depressione di sua madre e la finta debolezza di sua nonna, la quale in realtà accudisce e mantiene tutti in casa e cerca di frenare la volontà ribelle di Nicola raccontandogli storie spaventose sulla pericolosa Bestia che aggredisce gli avventori notturni del paese.
Il segreto sull’identità del vero assassino non è l’unico mistero a essere svelato nel testo di Reali, il quale basandosi sui racconti di sua nonna, suo nonno e suo padre rivela tanti particolari sulla vita del piccolo borgo di Sannazzaro de’ Burgondi e dei suoi abitanti. Tradizioni, usi, costumi, superstizioni, leggende, intrecci amorosi e d’affari che riguardano il paesino lungo le rive del Po ma potrebbero essere riferiti a qualsiasi altro sito d’Italia.
Lo stile di Reali è molto intenso, il ritmo incalzante della narrazione mantiene alto l’interesse di chi legge e viene costantemente invogliato a continuare a farlo dalle numerose “rivelazioni” attese. Solo nei passaggi in cui l’autore, citando oggetti, riporta il nome in dialetto e il significato tra parentesi indispongono un po’ il lettore, il quale in un libro di narrativa non cerca spiegazioni ma altro. Sarebbe stato preferibile, forse, inserire la spiegazione sul significato nel contesto della narrazione e non estrapolarla da questa isolandola.
L’ambientazione è piena di atmosfere suggestive, di paesaggi, case e casolari avvolti dalla nebbia e dal mistero della Bestia che incombe minacciosa sull’incolumità degli abitanti del borgo. Descrizioni che rimandano la mente del lettore alle lande narrate dal grande maestro sir Arthur Conan Doyle quando portava Holmes a correre lungo le strade e le campagne avvolte dalla foschia, dal mistero e dalla paura causata dal mastino dei Baskerville, nel libro omonimo. Anche in quel caso si è scoperto che è di altra razza la “bestia” feroce di cui aver paura: umana.

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Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber

11 mercoledì Mag 2016

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flussimigratori, immigrazione, LilliGruber, migranti, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, PrigionieridellIslam, recensione, Rizzoli, saggio, stroncatura, terrore, Terrorismo

 

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

Prigionieri dell’Islam (Rizzoli, 2016) della giornalista Lilli Gruber è un libro ambizioso, che si propone di creare un po’ di ordine nel caos delle informazioni, che circolano in un Occidente in piena crisi, riguardo quanto sta accadendo nel mondo arabo «in pieno naufragio».

Un libro che accoglie in sé: la cronistoria degli attacchi terroristici all’Occidente, a partire dall’11 settembre 2001; un’analisi geopolitica della situazione occidentale, mediorientale, delle primavere arabe, dell’Iran, della Turchia, della Siria… il resoconto dettagliato delle esperienze dirette dell’autrice come inviata; la trascrizione delle interviste fatte come giornalista; riferimenti diretti alla trasmissione televisiva che conduce; episodi e riflessioni legati alla propria vita privata e sentimentale.

Un intreccio di informazioni e stili che a volte funziona altre meno. La struttura del testo è circolare, l’autrice ritorna spesso sullo stesso punto o argomento, arricchendo di volta in volta quanto detto di nuovi particolari oppure analizzando il tutto da un’angolazione diversa.

Il discorso che la Gruber vuole portare avanti in Prigionieri dell’Islam sembra chiaro fin dal principio: non si possono incolpare tutti i musulmani per quanto sta accadendo nel mondo arabo e in Occidente, dobbiamo riconoscere le responsabilità dello stesso Occidente. La situazione in oggetto è molto complessa, colpe ed errori vanno imputati a entrambe le parti in causa (Occidente e anti-Occidente) e naturalmente l’autrice non ha una soluzione ai problemi in corso né per quelli prospettati dal prosieguo o dalla degenerazione delle attuali circostanze.

Ma il vero limite di un libro come questo è l’ostinazione al voler definire una situazione globale analizzandola dal solo punto di vista occidentale. Ammettere in qualche modo le responsabilità delle grandi potenze ma fermarsi nell’esatto momento in cui ci si rende conto che un mondo diverso equivale anche a un Occidente diverso, alla rinuncia dei tanti, troppi, privilegi accaparratisi da chi il mondo lo ha sempre conquistato non solo abitato.

Nel Prologo di Prigionieri dell’Islam la Gruber racconta di aver assistito alla conversione di una giovane ragazza napoletana presso la comunità islamica di viale Jenner a Milano. «Non passa giorno senza che bussi alla porta un nuovo aspirante musulmano», le dicono.

Perché l’Islam attrae sempre più nuovi proseliti? Questo quanto si connette alla diffusione del terrorismo islamico?

Per l’autrice «nel caos di un mondo arabo in pieno naufragio e nelle incertezze di un Occidente in crisi, l’Isis rappresenta un’alternativa concreta».

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Nell’Introduzione al libro l’autrice si sofferma sul resoconto dettagliato di come gli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 siano entrati con irruenza nel suo privato lasciando esterrefatti lei e il compagno, il quale proprio mentre gli attacchi avevano luogo era su un volo diretto a Roma e partito da Parigi.

Racconta di come tutto ciò l’abbia riportata indietro nel tempo, all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 e a due giorni dopo l’accaduto, quando l’allora presidente degli Stati Uniti d’AmericaGeorge W. Bush «accende la fiaccola che darà fuoco al mondo: quella della “guerra al terrore”».

Viene da chiedersi se quindici anni di “guerra al terrore” non abbiano portato solo altra guerra e terrore.

La Gruber ipotizza, timidamente, che faccia tutto parte di una sorta di piano, organizzato e giostrato per il potere e il denaro. «Nulla è impossibile nel mondo parallelo delle guerre segrete» “combattute” tra governi e servizi di spionaggio, fatte di embarghi, destabilizzazioni, minacce dirette o indirette, palesi o latenti, infiltrazioni e corruzioni varie… In punta di piedi allude a come il potere decisionale, in fin dei conti, sia sempre e solo nelle mani delle grandi potenze e che a muovere i loro gesti non sia sempre il mero desiderio di proteggere i popoli.

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I limiti di queste “guerre segrete” si sono visti già nel marzo 2011, quando «le capitali occidentali sperano che Assad alzi bandiera bianca», come Ben Ali e Mubarak, ma «gli occidentali sono molto meno influenti in Siria che in Tunisia o in Egitto. L’esercito è corrotto, ovvio, ma l’infiltrazione da parte di potenze straniere è meno capillare che in altri Paesi arabi».

Le operazioni di ingerenza occidentale nel mondo arabo sembrano essersi rivelate dei fallimenti sia dove l’estirpazione del regime è riuscita, come in Tunisia ed Egitto, sia dove non è andata a buon fine, come in Siria. Allora il lettore si chiede il motivo per cui si portano avanti azioni e politiche già rivelatesi fallimentari oppure se nel “mondo parallelo” si sono registrate delle vittorie che non è dato a tutti conoscere.

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

In Prigionieri dell’Islam si legge che, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno intrapreso la guerra contro il terrorismo per annientare al-Qaeda ma anche «per trasformare il mondo musulmano al grido di “esportare la democrazia”».

Con quali risultati? A costo di sacrificare cosa?

In seguito all’uccisione di Osama Bin-Laden e allo smantellamento di gran parte delle cellule che componevano l’organizzazione tutto l’Occidente ha creduto, su input di capi di stato, di governo e organi di stampa, che il terrorismo di matrice islamica fosse stato sconfitto. L’Isis e non solo hanno dimostrato al mondo intero che non è così.

Per la Gruber dall’inizio di aprile 2016 i miliziani dell’Isis sono in difficoltà, le operazioni speciali americane stanno eliminando uno dopo l’altro tutti i capi e ciò lo si può interpretare come l’inizio della fine di questo “mostro” che ha preso il posto di al-Qaeda come nemico numero uno degli Occidentali. Ma c’è poco da esultare perché ci si deve aspettare che, da un momento all’altro, possa «resuscitare altrove e tornare a seminare paura.»

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La Gruber conclude il suo Prigionieri dell’Islam con l’esortazione alla disobbedienza, ma non quella di Gandhi bensì quella di Obama.

«Le dimostrazioni più evidenti della sua disobbedienza sono il riavvicinamento con l’Iran e il rifiuto di muovere guerra alla Siria».

Parla anche dell’umiltà di papa Francesco, dell’ultimo sermone del profeta Maometto nel quale invitava i suoi fedeli a trasmettere il proprio messaggio, di Gesù Cristo e del fatto che cacciasse i mercanti dal tempio, dell’ingresso di nuovi attori (Cina e Russia) pronti a dire la loro sugli squilibri del pianeta, ma soprattutto tiene a sottolineare che «il Medioriente, il Golfo e i loro tormenti non devono minacciare le relazioni tra i colossi del mondo globalizzato».

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Con le sue 352 pagine il libro di Lilli Gruber si presenta al lettore carico di informazioni, di nozioni, di citazioni… ma la situazione analizzata è talmente complessa che tanti sono i dubbi e gli interrogativi che restano.

Ci si chiede chi siano i veri prigionieri dell’Islam: gli arabi o gli occidentali? È l’Islam l’unico vero carceriere di cui aver paura? Che relazione c’è tra il terrorismo di matrice islamica e le “guerre segrete” combattute nel “mondo parallelo” di governi e servizi di spionaggio?

Per la Gruber terrorismo, Islam e immigrazioni «congiungendosi in un triangolo, formano una trappola mortale» che «cambia la nostra vita». Ma chi ha fatto scattare questa trappola? Se i tre vertici del triangolo sono una conseguenza dell’ingerenza occidentale nel mondo arabo non dovrebbe essere l’Occidente il primo a invertire la rotta?

La verità è che l’Occidente è “prigioniero” anche di sé stesso, come ricorda pure l’autrice parlando della disobbedienza del presidente degli Stati Uniti d’America: «Mi colpisce il fatto che l’uomo più potente del mondo abbia il coraggio di riconoscere che è lui stesso prigioniero delle convenzioni, dei preconcetti, dei diktat dell’ideologia».

La morsa che stringe l’Occidente e il mondo intero sembra essere alimentata quindi da molto altro oltre il terrorismo, le migrazioni e l’integrazione, ovvero i vertici del triangolo che per la Gruber ci rendono tutti “prigionieri dell’Islam”.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-mondo-parallelo-delle-guerre-segrete-in-prigionieri-dell-islam-di-lilli-gruber

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La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

16 sabato Apr 2016

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FuggitadallIsis, paura, recensione, romanzo, SophieKasiki, terrore, Terrorismo, tre60

 

La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

Dans la nuit de Daech, uscito in Italia per Tre60 col titolo Fuggita dall’Isis nella versione tradotta da Elena Sacchini, è il libro confessione della seguace pentita Sophie Kasiki (per ovvie ragioni il nome è di fantasia), scritto a quattro mani con la scrittrice francese Pauline Guéna. Sophie nasce nel 1981 a Kinshasa, in Congo, dove trascorre quella che lei stessa definisce «un’infanzia perfetta» che ruota intorno al fulcro della sua vita, sua madre, la cui morte prematura crea nella ragazza uno scompenso emotivo da cui non si riprenderà se non dopo otto anni. Almeno questo è quello che crede.

È una bambina quando la madre muore, così Sophie è costretta a lasciare la sua casa, il suo mondo, per trasferirsi a Parigi con la sorella maggiore e il cognato. Per quasi dieci anni sopravvive chiusa in sé stessa finché l’arrivo delle nipotine, le gemelle figlie di sua sorella Alice, non la fanno sentire di nuovo “utile e amata” e lei crede di aver definitivamente chiuso «quella lunga parentesi di lutto». Si diploma, si innamora, si sposa, inizia a lavorare. Sophie s’illude, aiutando gli altri come faceva sua madre, che era un’infermiera, di poter ritrovare sé stessa, la propria genitrice e soprattutto la felicità.

Ma quel senso di frustrazione e insoddisfazione non sembra proprio volerla lasciare, neanche dopo la nascita di Hugo, suo figlio, e la conversione all’Islam, religione che ritiene più vicina al suo pragmatismo. Dopo un viaggio all’isola di Gorée, in Senegal, durante il quale visita la casa degli schiavi con «l’apertura sul muro affacciata sul mare da cui venivano deportati gli schiavi in catene», la sua situazione psichica precipita di nuovo, alimentata dalla rabbia e dalla volontà di smascherare le ingiustizie profonde. Sophie pensa che la vita che sta conducendo stia diventando troppo “borghese”, che il suo scopo sulla Terra debba essere molto più grande e determinante di quello che riesce a intravedere dal suo appartamento nella periferia parigina e non si accorge che a fomentare i suoi pensieri non è un desiderio di agire bensì di morire.

Il male di vivere che l’aveva pervasa per otto lunghi anni dopo la morte della madre si riaffaccia in forma meno acuta ma più incisiva. Per non soccombere alla depressione Sophie decide che deve cambiare la sua vita e per farlo ha bisogno di una motivazione forte, una causa che travalichi i confini piccolo-borghesi della società occidentale nella quale si ritrova a vivere. È pronta a sacrificare tutto, anche il suo matrimonio, ma non la maternità, e così decide di partire per la Siria e di portare con sé suo figlio di soli 4 anni. Sophie intraprende quello che ritiene sarà il suo cammino verso la salvezza e non si rende conto, o preferisce ignorarlo, di essere già diventata una vittima, l’ennesima pedina di un gioco, o meglio di un giogo molto più grande di lei e del suo malessere.

«Quello che scopro mi sconvolge e mi fa star male. Non sono venuta qui per giocare ancora una volta alla colonizzazione, men che meno nei panni del colono».

Le basterà girare per le strade di una Raqqa blindata per rendersi conto di essere rimasta vittima di un inganno. Sbaglierà ancora nel ritenerne artefici Idriss, Mohammed e Souleymane, i ragazzi conosciuti al centro ricreativo dove lavorava come educatrice. Anche loro sono vittime del medesimo “efficientissimo sistema di propaganda” che ha risucchiato lei.

«Ogni giorno che passa cresce in me l’odio per questi stranieri che si credono tanto superiori. È l’esercito del Terzo Reich a Parigi, sono i coloni in Congo, i bianchi nelle terre degli indiani d’America».

Gli stranieri di cui parla sono i nuovi arrivati in Siria, come lei. Sono Idriss, Mohammed e Souleymane. Sono i combattenti, i mujaheddin, giunti da ogni parte del mondo per arruolarsi tra le fila dell’esercito dello Stato Islamico, piantonare la città di Raqqa, far rispettare la legge islamica, portare a compimento lo jihad.

La storia di Sophie Kasiki, la donna fuggita dall’Isis

Leggendo Fuggita dall’Isis si prova un certo sgomento, una sorta di ostinata incredulità che rende difficoltoso credere che tutto ciò che viene narrato sia vero. Che sia realmente accaduto. Non perché si mettono in dubbio le parole della Kasiki bensì perché farlo equivale ad ammettere che tutto quello che ascoltiamo in televisione, leggiamo sui giornali, commentiamo sui social network potrebbe irrompere nelle nostre vite in qualsiasi momento e stravolgerle. Sarebbe troppo semplicistico liquidare la storia di Sophie Kasiki come un qualcosa che non ci appartiene, perché frutto di scelte che noi non faremo mai. Con molta probabilità anche lei lo pensa. Altrettanto riduttivo sarebbe attribuire il tutto al fatto che lei si sia convertita all’Islamismo. Lei stessa ammette che la religione, in tutta la vicenda che l’ha vista protagonista e vittima, riveste un ruolo marginale. Nel caso di Sophie una componente determinante è stata la malattia, la depressione, ma non è sempre così. Viene naturale chiedersi qual è la molla che fa scattare gli altri numerosi giovani che dai centri e dalle periferie, dai paesi e dalle città di mezzo mondo decidono di partire per raggiungere lo Stato Islamico.

«La frattura che ho dentro è sempre lì, la sento, la vedo. L’ho esplorata a fondo, come non avevo mai fatto, e adesso so che non si rimarginerà. Oggi mi auguro soltanto di conoscerla abbastanza bene da non permettere a una religione, a una ideologia o anche a una persona di insinuarvisi e manipolarmi».

Fuggita dall’Isis è un libro che racconta una storia intensa, che accompagna il lettore in profonde riflessioni sulla vita che conducono gli abitanti del continente africano, di quello europeo e di coloro che vivono sospesi, come in bilico tra i due mondi. Storie, piccoli gesti di grande umanità che si ritrovano in luoghi e volti sconosciuti mentre si perdono in ciò e in coloro che riteniamo “famigliare”. Nel corso della sua incredibile avventura Sophie si ritroverà a incontrare sconosciuti disposti a rischiare la vita pur di aiutare lei e Hugo a ritrovare la libertà e far ritorno da suo marito Julien; lui che, assalito dalla stanchezza di doversi occupare del lavoro e del figlio, ha lasciato che lei gli mentisse, ha lasciato che partisse con Hugo per la Turchia e lo ha fatto senza neanche chiederle dove andasse e perché.

Errori, distrazioni, malesseri di una vita trascorsa a correre per andare al lavoro, lottare per far quadrare i conti, combattere per non sentirsi sopraffatti dalle responsabilità. Una vita dove il “benessere” si rivela sempre più spesso una tortura, una condanna, una corsa in tondo che non porta da nessuna parte… e così mentre Sophie parte in cerca di risposte, Julien resta eppure entrambi commettono lo stesso errore: si lasciano condizionare mentendo a sé stessi. Non si capirà perché il terrorismo islamico avanza, né perché dall’Occidente, che se ne dichiara nemico, partono centinaia di giovani che scelgono il rigore della legge islamica al liberismo tout court della democrazia ma Fuggita dall’Isis di Sophie Kasiki è di sicuro un libro interessante, che invita alla riflessione su tanti aspetti della contemporaneità.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-storia-di-sophie-kasiki-la-donna-fuggita-dall-isis

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La rancura” di Romano Luperini

13 mercoledì Apr 2016

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Larancura, Mondadori, recensione, RomanoLuperini, romanzo

ran

La rancura (Mondadori, 2016) di Romano Luperini è un romanzo incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlio, sugli scontri generazionali ma soprattutto sui silenzi, sulle mancate occasioni di incontro, di dialogo. Un libro che focalizza sulle azioni compiute dai padri e motivate dalla volontà di cambiare il mondo per “lasciare” ai propri figli un posto migliore. Solo che per fare questo i padri, paradossalmente, trascurano il rapporto con i figli che vivono queste assenze, queste distanze come un abbandono. E si alimentano le incomprensioni.
Il testo di Luperini è diviso in tre parti. La prima intitolata Memoriale sul padre è una docu-fiction di tipo storico, la seconda (Il figlio) un’autobiografia romanzata mentre l’ultima (Il figlio del figlio) un racconto in terza persona.
Il titolo riprende il termine “rancura” utilizzato da Montale proprio per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre.

«Rimasi interdetto, senza sapere se essere orgoglioso o impaurito del suo elogio; e per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.»

Il Memoriale del padre porta il lettore ai giorni della Seconda guerra mondiale, sul fronte italiano ai confini orientali e poi in terra straniera: Istria, Slovenia, ex-Jugoslavia… Paesi, culture, sentimenti che si mescolano e si confondono come i colori delle casacche indossate dai soldati. Ragazzi giovanissimi che si ritrovano a comandare battaglioni, ufficiali di un esercito che tale non è che combatte per un Paese che ancora non ha trovato la propria identità. Cambiamenti epocali che passano attraverso i corpi e le menti di questi giovani uomini, li formano, li fortificano e li cambiano, inesorabilmente.
Luigi Lupi, dopo il fronte e la guerra, non riesce a ritornare alla borghese quotidianità della vita dalla quale già era fuggito in passato e diventa “strano”. Suo figlio, Valerio, ha paura di lui, lo teme come anche sua madre. E allora decide che lui deve essere diverso da suo padre. Suo figlio, Marcello, penserà le stesse identiche cose. Fasi e cicli che si ripetono ma che sembrano perdere spessore e assottigliarsi di volta in volta. Come se ogni generazione “scelga” di poter fare a meno prima degli ideali, poi delle ideologie e infine della ribellione. Passare dalla lettura di racconti dal fronte nel Memoriale del padre alla descrizione dei ragazzi in fila per il provino a un reality show ne Il figlio del figlio rende drammaticamente l’idea di quanto è andato perduto, sprecato.
È un romanzo lungo, La rancura di Romano Luperini, un racconto dettagliato di innumerevoli sfaccettature di vite, volti, comportamenti, sentimenti… tre generazioni di uomini della stessa famiglia che non riescono a trovare altro punto d’incontro che non sia la terra, la campagna e lo stile di vita che a questa si lega. Tra i crinali e i boschi della campagna toscana scoprono la forza di ritrovare se stessi e affrontare sentimenti ed emozioni inespressi.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2016/04/13/la-rancura-romano-luperini-mondadori-2016-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

«Si asciuga le mani, guarda dalla finestra l’albicocco gocciolante, la strada ancora lucida dalla pioggia, gli olivi ripiegati su se stessi nelle valli, il crinale caliginoso dei colli. Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.»

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight (Piemme, 2016)

09 sabato Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Lavitaperfetta, Piemme, recensione, ReneeKnight, romanzo, thriller

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Disclaimer, il primo romanzo della documentarista della BBC Renée Knight, è uscito in Italia lo scorso 15 marzo con il titolo La vita perfetta (Piemme, 2016) nella versione tradotta da Velia Februari. Il libro si presenta con una sfida: cosa faresti se scoprissi che questo thriller parla proprio di te? Avrai il coraggio di girare la pagina e cominciare a leggere? Il coraggio non è mancato, la pagina è stata girata e il libro è stato letto. Ovvio che La vita perfetta non parlava della sottoscritta come di nessun altro lettore in particolare, eppure l’autrice indaga così a fondo la mente e i comportamenti umani che, sì è vero, ognuno può riconoscersi in almeno uno degli innumerevoli ritratti di vita narrati.

La parola che resta in mente, dopo aver letto il romanzo della Knight, è proprio “diniego”, disclaimer in inglese. La struttura narrativa scelta dall’autrice richiama, per alcuni versi, quella più volte usata da Jo Nesbø, maestro indiscusso del crime.  A ogni nuovo capitolo inizia una nuova storia, a volte conseguente altre contraddittoria rispetto a quella narrata fino a quel momento. Se nei libri di Nesbø l’impianto narrativo è strutturato in modo da far sembrare il tutto come una continua e affannosa ricerca per svelare il mistero e trovare i responsabili del delitto, una sorta di caccia al criminale nella quale il lettore si vede da subito coinvolto, nel testo della Knight è evidente che la struttura è stata studiata al contrario per nascondere il più possibile il segreto, che viene svelato solo nelle ultime pagine, nonostante non manchino, nel corso della narrazione, momenti in cui il tutto può essere apertamente raccontato.

Fedele alla struttura di un vero romanzo noir, ne La vita perfetta il crimine resta marginale fino alla fine; molto risalto viene dato alla caratterizzazione dell’ambiente e soprattutto alla descrizione psicologica dei personaggi. Manca nel testo la figura di un detective estraneo alla vicenda, ma tutti i protagonisti assumono autonomamente il ruolo di investigatori e al contempo quello di vittime. L’intera vicenda ruota intorno a un libro, scritto per trovare una motivazione a quanto accaduto ma usato per compiere una vendetta. «Senza poterci fare nulla, Catherine aveva incontrato, tra le righe di quel libro, sé stessa».

La vita perfetta è un dedalo di segreti. “Disclaimer” di Renée Knight

Catherine è una documentarista di successo che abita in un grazioso villino insieme a suo marito Robert. L’abitazione è più piccola della casa che avevano in precedenza, abbandonata dopo che la donna ha invitato il figlio ad andare a vivere da solo, per responsabilizzarlo. Il rapporto di Catherine con Nicholas è sempre stato difficile, forse lei non è tagliata per fare la madre. Oppure no.

In un villino più modesto, sito in un quartiere meno esclusivo della città, abita una diversa famiglia, composta sempre da madre, padre e figlio. Nancy, al contrario, sembra aver votato l’intera sua vita ad accudire Jonathan, trascurando anche il rapporto coniugale con Stephen. Almeno questo è ciò che appare. Cosa lega Catherine a Stephen e Nancy? Il libro, o meglio la storia in esso narrata. Un racconto che ognuno avvalora nella propria versione. Sono i ricordi che il tempo ha reso più labili o c’è dell’altro?

C’è molto altro e la Knight lo riporta in La vita perfetta con una dettagliata descrizione della condizione e dei casi umani.

Quanto incidono le vicende personali sulla professionalità? Un insegnante che non riesce ad arginare la propria frustrazione e la riversa sugli ignari studenti è un mostro o anch’egli una vittima degli eventi? A un uomo premuroso e attento può interessare la propria reputazione più della stabilità della partner? Un genitore che rifiuta di ammettere l’indole violenta del proprio figlio è un buon educatore?

Le risposte a tutte queste domande possono sembrare facili e scontate eppure la Knight ci mostra un modo per osservare i comportamenti umani nient’affatto scontato. La verità è che ognuno di noi vede solamente quello che gli conviene. Anche gli uomini che sembrano tra i più progressisti quando si tratta della propria compagna non accetteranno mai volentieri l’idea che questa possa scegliere di emanciparsi al punto da anteporre la propria felicità a quella del partner o del figlio.

«Quel libro l’ha come irretita, attratta con l’inganno finché non si è accorta di essere in trappola».

Un libro intenso, profondo, che scava dentro l’anima dei protagonisti, che merita di essere letto con attenzione per cogliere ogni sfumatura con la giusta intensità. Un ottimo esordio letterarioLa vita perfetta di Renée Knight.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-vita-perfetta-e-un-dedalo-di-segreti-disclaimer-di-renee-knight

© 2016 – 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Napoli, stereotipi addio. Forse non tutti sanno che…

02 sabato Apr 2016

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Napoli, stereotipi addio. Forse non tutti sanno che...

Forse non tutti sanno che a Napoli… di Maurizio Ponticello è uscito lo scorso novembre con Newton Compton Editori. Inserito nella collana Quest’Italia si affianca agli altri numerosi titoli che mirano a far conoscere curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti di varie città italiane.

Nel testo di Ponticello in realtà, fin dalle prime battute, si nota uno slancio che va oltre il racconto e la descrizione di luoghi o aneddoti più o meno noti. C’è quel forte desiderio di riscatto o di rivalsa contro le bugie, le mezze verità, gli stereotipi e i luoghi comuni che sono difficili da scalfire maggiormente per il fatto che in tanti si prodigano per stigmatizzarli.

L’autore è innamorato della sua città, di un amore ragionato, frutto dei suoi studi e delle sue ricerche che lo portano a scoprire e conoscere aspetti remoti, celati o addirittura occulti di Napoli. Nell’introduzione al testo riporta una citazione di Enrique de Guzmán y Ribera, duca di Olivares, in carica come vicereale per la corona di Spagna alla fine del Cinquecento, che bene esprime il suo stesso pensiero.

«Nessuno dovrebbe desiderare di essere viceré di Napoli per evitare il dolore che proverebbe nel lasciarla».

Napoli, stereotipi addio. Forse non tutti sanno che...

Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ha affermato che «la camorra è un dato costitutivo di questa società, di questa città, di questa regione». Le sue parole sono rimbalzate tra i vari organi di stampa suscitando polemiche, accuse e processi sommari. Ponticello ritiene molto grave quanto accaduto e ne parla ampiamente nell’introduzione al libro.

La camorra non è scritta nel codice genetico dell’intera popolazione della regione Campania e un rappresentante istituzionale non doveva lasciarlo intendere. Ma ciò su cui Ponticello invita a riflettere è soprattutto il mancato scatto d’orgoglio che «l’ingiuria avrebbe meritato». I napoletani, per l’autore, non hanno la consapevolezza di sé, che è la conoscenza delle proprie origini, e senza di quelle non ci sono dignità e speranza.

Il napoletano forse sarebbe davvero «un altr’uomo, se non si sentisse prigioniero fra Dio e Satana», come sosteneva Johann Wolfgang Goethe. Ma a Napoli le contraddizioni, le contrapposizioni sono all’ordine del giorno, lo sono sempre state e il fascino di ciò che si vede deriva anche dal mistero che dietro lo avvolge. Un patrimonio storico, artistico, culturale, sociale di grandi ma soprattutto di piccole cose che hanno fatto immensa Napoli, e una città capace di rendere «grandi anche le storie minime».

Napoli, stereotipi addio. Forse non tutti sanno che...

«La tendenza dominante della storiografia è quasi sempre lineare, raramente osserva la storia dalla prospettiva dei vinti, spesso non ha spazio per approfondire alcuni intrecci e perciò preferisce accomodarsi sui cliché. I duemilaseicento anni circa delle vicissitudini napoletane non sono da meno. Molti eventi del passato di Napoli andrebbero completamente riscritti». Ed è un po’ quello che l’autore ha cercato di fare inForse non tutti sanno che a Napoli… frugando e studiando tra gli scaffali di archivi, biblioteche, librerie, ascoltando pareri e ponendo domande, cercando risposte e incuriosendo il lettore che, di continuo, si chiede perché i libri di Storia non riportano dati ma fatti, non citano fonti ma opinioni…

Il corposo libro di Maurizio Ponticello affronta svariati argomenti che vanno dalla Storia all’Arte, dall’Architettura alla Medicina, dalla Cultura alla superstizione, dal sacro al profano, dalla mancanza di prove certe dell’esistenza di San Gennaro ai rapporti di Garibaldi con la camorra, dai tredici monaci fondatori della certosa di San Martinoalle macchine anatomiche di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Si rivela fuori di dubbio una lettura interessante e mai banale, supportata da citazioni e fonti che che aiutano ad accettare notizie scomode e rivelazioni incredibili.

Napoli, città doppia per eccellenza, ha sempre «un volto che occulta tra le pieghe delle proprie vicende» e Maurizio Ponticello ha cercato di far luce su tutti i volti nascosti della sua città in Forse non tutti sanno che a Napoli…

http://www.sulromanzo.it/blog/napoli-stereotipi-addio-forse-non-tutti-sanno-che

 

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