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Irma Loredana Galgano

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L’Italia infuocata dai rifuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016)

31 giovedì Mar 2016

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Cosivihoavvelenato, DanieladeCrescenzo, GaetanoVassallo, Italia, italiani, mafia, romanzo, SperlingKupfer

 

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Nel libro di Gaetano Vassallo una mappa dei rifiuti che attraverso l’Italia intera giungono nella Terra dei Fuochi e non solo. Il racconto di una vicenda personale, l’ascesa criminale del quarto figlio di una famiglia povera della provincia di Napoli, ma anche la storia di un Paese nel quale tutti, o quasi, sono bravi a chiudere un occhio e pagare una mazzetta.

Così vi ho avvelenato (Sperling&Kupfer, 2016) si apre con l’introduzione di Daniela de Crescenzo, giornalista de «Il Mattino», la quale scrive nei ringraziamenti un intenso messaggio: «La mia riconoscenza più profonda va però a tutti quelli che, magari anche leggendo le mie pagine, decideranno di fare qualcosa per cambiare. Finalmente».

La via più facile, intrapresa dopo lo scandalo rifiuti nella Terra dei Fuochi, come ricorda anche lo stesso Vassallo nel testo, è stata quella di liquidare il tutto come un fatto legato alla camorra e alla Campania. Comprensibile. Non è facile ammettere che, potenzialmente, l’Italia è un’intera Terra dei Fuochi. Eppure il collaboratore di giustizia ha spiegato nei dettagli il meccanismo che consentiva a tutte le aziende, grandi e piccole, pubbliche e private, di mentire sullo smaltimento dei rifiuti, anche di quelli più tossici e pericolosi. «Ceneri, fanghi e amianto che continuate a cercare in Campania e che invece non hanno mai lasciato le regioni del Nord».

Bastava possedere il certificato di smaltimento, che Vassallo vendeva per 10 milioni di lire, e tutti gli obblighi di legge erano adempiuti. Anche se i rifiuti erano altrove, anche se i veleni finivano negli irrigatori o sparsi tra i campi coltivati. La scandalosa situazione della Terra dei Fuochi ha messo nell’ombra anche i disastri ambientali di Liguria e Toscana, per esempio. Senza pensare che è stato proprio per far fronte a queste emergenze che Vassallo e gli altri hanno cominciato a importare l’immondizia di tutti in Campania.

Ci vorranno anni per mappare i siti, ammesso che si riesca a farlo, e tanti ce ne vorranno anche per sapere se i terreni potranno rinascere, ma il motivo per cui tutto ciò è stato fatto è sempre stato chiaro. «Ingordigia di denaro». E aggiungerei, anche, per la sete di potere che vi è strettamente collegata. Vassallo, pur essendo indifendibile, su una cosa ha ragione: «Ho sbagliato, ma non da solo. La nostra terra l’abbiamo guastata in tanti: chi doveva controllare me e quelli come me è stato nostro complice».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Gaetano Vassallo in Così vi ho avvelenato descrive nel dettaglio, con tanto di nomi, la fitta rete di legami, a tutti i livelli, che gli hanno consentito di diventare il “manager dell’immondizia” avvelenando il territorio e chi lo abita e accontentando chi ci ha guadagnato come lui ma forse non pagherà mai per ciò che ha fatto. «Non è un caso se io sono finito in galera e lui in Parlamento», dice Vassallo parlando di uno dei tanti “onorevoli” a cui ha stretto la mano o per il quale ha svolto campagna elettorale. Lui, che prima di passare a Forza Italia è stato tesserato del PSI e ha frequentato la sezione centrale a Roma, in via del Corso, dove ha incontrato «molti esponenti di punta dei socialisti».

«La politica per me è sempre stata questo: una serie di comitati d’affari da finanziare. Allo stesso modo la pensavano tutti i casalesi, che hanno saputo utilizzare la politica, le sue vanità e il suo bisogno di denaro». Vassallo afferma che la camorra crea il politico e poi lo utilizza. Questi forse pensa di poter fare lo stesso, quando in campagna elettorale accetta l’appoggio e il pacchetto di voti gentilmente offerto durante le cene e gli incontri. Ma poi scopre qual è la posizione da seguire e la volontà da assecondare, pena la vita, e si “accontenta” del denaro.

Negli anni in cui Vassallo ha costruito la sua fortuna lavorare con i rifiuti era più conveniente, dal punto di vista legale, che trattare droga o armi. Non erano previste pene se non irrisorie e molti reati non erano proprio contemplati dal codice e anche quando il governo ha provato a fare la voce grossa, sequestrando e commissariando, per il “manager dell’immondizia” e per i suoi soci la pacchia è continuata. Provvedimenti che facevano acqua da tutte le parti, leggi aggirabili con facilità e agevolazioni di cui hanno potuto usufruire gli stessi per cui la macchina del commissariamento si era mossa. «I nostri affari continuavano a lievitare, eppure lo Stato ci aveva dichiarato ufficialmente guerra».

Lo Stato, quello stesso che a ogni occasione elargisce fiumi di fondi pubblici che seguono sempre la stessa direzione e finiscono sempre nelle stesse tasche. Mafiosi, criminali, onorevoli, tecnici e imprenditori pronti a ricevere e amministrare soldi e potere a qualunque costo. «Oggi, quando leggete che un imprenditore ride di una disgrazia, inorridite: pensate che sia un mostro, un’eccezione. Non è così: i guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“I guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare” e il 23 novembre del 1980 la terra tremò, in Irpinia, con migliaia di vittime e di sepolti vivi che per ore, per giorni addirittura, sprigionavano flebili lamenti nella speranza che la terra che li aveva inghiottiti sibilasse la loro voce e indicasse ai soccorritori la via per liberarli. Solo che ad ascoltarli non c’erano i soccorritori ma solo i loro parenti, stremati dalla paura e dal dolore, che hanno scavato a mani nude, spesso invano. E mentre ciò accadeva in Irpinia, da Roma giungevano le scuse per non aver capito la gravità dell’accaduto. «Dalle nostre parti non ci furono vittime: i nostri morti vennero dopo, quando si trattò di dividere quella magnifica torta chiamata “ricostruzione”. 60 miliardi (di lire, ndr) da dividere tra costruttori, politici e clan».

In appendice al testo viene riportata anche la consulenza tecnica del geologo Giovanni Balestri, datata Firenze, 1° giugno 2010, che riporta la classificazione e la datazione degli sversamenti di rifiuti effettuati nelle località Masseria del Pozzo, Schiavi, San Giuseppiello (Giugliano); nei terreni siti lungo la SP Trentola-Ischitella (Trentola) e a Torre di Pacifico (Lusciano); nei siti posti sotto sequestro a Castel Volturno e nei precedenti sequestri effettuati in località Scafarea (Giugliano). Il geologo Balestri ha calcolato che, se non si provvede per tempo a sminare il territorio dai veleni sepolti, entro il 2064 saranno compromesse anche le falde acquifere. «E allora non ci sarà più niente da fare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“E allora non ci sarà più niente da fare”. Una ragione in più per fare tutto il possibile affinché le falde acquifere vengano preservate dalla contaminazione. Questo potrebbe essere il cambiamento di cui parla la De Crescenzo, potrebbe essere il segnale, reale e tangibile, di uno Stato che ha deciso di cambiare, di abbattere l’impunità e la corruzione. Di salvare la nazione partendo dal territorio. Di aiutare la popolazione donandole il giusto ambiente in cui vivere. Utilizzare denaro e potere per qualcosa che sia di pubblica utilità. Perché se i veleni sparsi nei terreni “infuocati” dell’Italia intera bruciano le falde acquifere neanche il potere e il denaro potranno servire e il nostro sarà un Paese vinto dall’immondizia.

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«Dai rifiuti veniva un miliardo (di lire, ndr) al mese e nessuno voleva rinunciare alle azioni della “Monnezza SpA”». Se non fosse stato costretto, forse neanche Gaetano Vassallo lo avrebbe fatto eppure, da un giorno all’altro, la sua vita è cambiata e da “manager dell’immondizia” si è ritrovato collaboratore di giustizia prima e carcerato poi, messo alle strette dalle accuse che si era fatto da solo. Neanche lui forse aveva mai immaginato di diventare autore di un libro dove racconta tutto ciò che aveva fatto per lasciarsi la povertà alle spalle. Così vi ho avvelenato di Gaetano Vassallo, con Daniela de Crescenzo, è un libro urticante ma è necessario leggerlo. Conoscere per capire. Forse questo è l’unico modo per non sbagliare, ancora.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-infuocata-dai-rifiuti-nel-libro-confessione-di-gaetano-vassallo

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intrighi di palazzo e mistero ne “L’eredità medicea” di Patrizia Debicke

02 mercoledì Mar 2016

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Intrighi di palazzo e mistero ne “L'eredità medicea” di Patrizia Debicke

L’eredità medicea, il nuovo romanzo storico di Patrizia Debicke ambientato nella Firenze della prima metà del 1500, è uscito lo scorso dicembre 2015 per Parallelo45 Edizioni. Inserito nella collana Secondo Millennio, per tutte le sue circa trecento pagine racconta dell’assassinio di Alessandro de’ Medici, della nomina del suo successore Cosimo, delle indagini per smascherare l’esecutore del delitto e soprattutto per trovare il mandante, ma offre anche, grazie all’abilità descrittiva che è propria dell’autrice, uno sguardo d’insieme sulla vita degli uomini e delle donne di quel periodo storico, il corteggiamento e gli amori, ufficiali o clandestini, gli accordi e gli affari, le eredità da dirimere e dietro ogni cosa gli intrighi e le congiure che scorrono attraverso le stanze di palazzi e castelli, ben celati come i numerosi passaggi segreti propri di queste architetture.

«Mi avevano riportato le sue farneticazioni. Parevano deliri di un ubriaco da non prendere sul serio… E invece! Qualcuno gli ha prestato il coraggio? Qualcuno che ha fatto tesoro della sua scempiaggine e si è servito di lui». L’uso attento di parole e termini, le descrizioni brevi di ambienti e personaggi, la grande attenzione ai dialoghi e alle espressioni tipiche del periodo storico fanno sì che il lettore si immerga nella scena descritta fin dalle prime battute e vi resti piacevolmente imprigionato al punto che, sospendendo la lettura, provi quasi un senso di smarrimento realizzando di trovarsi nel XXI e non nel XVI secolo.

«Richiuse il libricino e fece per riappoggiarlo, ma Angela si mosse bruscamente e glielo face cadere tra le coltri. Si spalancò impudico a rivelare i caratteri eretti e precisi che si allineavano sul frontespizio del primo foglio. Gli unici non di sua mano e la memoria lo colpì improvvisa come uno schiaffo». Come in altri passaggi del libro, la Debicke fa un uso ripetuto della personificazione, accostando e raffrontando la virilità e al contempo la sensibilità dell’essere uomo con la tenerezza e il dolore dei ricordi.

Intrighi di palazzo e mistero ne “L'eredità medicea” di Patrizia Debicke

Alessandro Vitelli, comandante in capo dell’esercito imperiale a Firenze e garante del ducato, vigila e coordina le indagini sull’assassinio di Alessandro de’ Medici; lui che «biasimava l’assassino ma non piangeva il morto» era costretto a lavorare circondato dai sospetti, in un clima teso originato dal fatto che ognuno continuava a chiedersi chi potesse essere l’artefice del delitto e soprattutto di chi potersi veramente fidare.Investigazioni basate sull’intuito, sul sospetto e su qualche rara testimonianza diretta o indiretta in un tempo in cui non esistevano supporti tecnici, tecnologici o scientifici e bisognava affidarsi al proprio fiuto, alle parole di qualche informatore, testimone, spia o traditore… ma dove alla fin fine il tutto era mosso dall’impiego dei sensi della vista e dell’udito.

Come in altri suoi libri, anche ne L’eredità medicea Patrizia Debicke racconta di uomini possenti e valorosi, combattenti impavidi frutto di una formazione attenta e scelte personali determinate, ma anche della selezione naturale che allora, molto più di adesso, era spietata. Di uomini travolti dalla passione e dall’amore, vero e profondo, per la propria donna, lasciando in ombra i “cattivi”, quelli che non amano che se stessi, che maltrattano e sfruttano i più deboli e le donne. Una scelta che a tratti sembra voler essere un buon auspicio, in considerazione anche del fatto che la violenza di genere, ancora oggi, è un problema tutt’altro che risolto.

Diversi sono i passaggi del testo della Debicke nei quali si ritrovano elementi che accomunano il mondo contemporaneo alla Firenze medicea e all’Italia tutta di quel periodo. Non di poco conto l’ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato, nelle contese dinastiche, nella vita civile della popolazione e di chi la governa, negli intrighi di palazzo, ricatti e delitti. E l’atteggiamento di nobili e amministratori che hanno una considerazione del popolo che di certo non li nobilita. «Tanti anni fa Basilio, indovino e matematico greco, gli ha fatto l’oroscopo. Gli ha predetto una favolosa eredità che doveva condurlo a un futuro di gloria. Renderemo pubblico quell’oroscopo. Gioverà. Il popolino si aspetta che le profezie si avverino».

L’eredità medicea è un romanzo storico di genere giallo ma è anche un libro grazie al quale la Debicke invita il lettore a riflessioni forti, a volte amare sulla società, sulla sua stratificazione e sull’importanza o meno della spiritualità che sempre più spesso si ritrova negli spazi remoti, su eremi isolati e lontani da tutto. Elementi che concorrono a lasciare nel lettore una valida eredità,non solo medicea.

http://www.sulromanzo.it/blog/intrighi-di-palazzo-e-mistero-ne-l-eredita-medicea-di-patrizia-debicke

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Forse non tutti sanno che a Firenze…

11 lunedì Gen 2016

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A ottobre 2015 è uscito nella collana Quest’Italia di Newton Compton Forse non tutti sanno che a Firenze… di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni.
Un tentativo di mostrare a turisti e fiorentini tutto ciò, del capoluogo toscano, che ben resta celato a uno sguardo distratto, sfuggente o frettoloso.
La storia di una delle tante eccellenti città d’arte italiane ricostruita assemblando piccoli tasselli apparentemente disgiunti fra loro.
Un testo, quello di D’Isa e Salimbeni, nel quale vengono armonizzati storia, arte e tradizione orale. Racconti, poco più che leggende, si uniscono a testimonianze storiche grazie alla presenza ‘fisica’ dell’arte, elementi che rendono, per gli autori, la città “magica”.

« Accanto all’Arno, scorre un secondo fiume, fatto di riflessi quasi impercettibili che solo una particolare inclinazione dello sguardo può essere in grado di cogliere.»

Il lavoro svolto dagli autori per Firenze ricorda, nelle intenzioni, quello condotto da Palumbo e Ponticelli per Napoli e diventato un libro edito sempre da Newton Compton nel 2014, Il giro di Napoli in 501 luoghi. «La città come non l’avete mai vista» è il sottotitolo del libro che racconta i luoghi, i misteri e gli “incredibili tesori artistici” del capoluogo campano.
Una dichiarata volontà da parte di tutti di far conoscere a quante più persone possibili i segreti che stanno alla base del fascino delle rispettive città, una bellezza che non va ricercata nelle mode e nella eccessiva modernità, bensì in una riscoperta del passato e della tradizione, veri pilastri in grado di sorreggere questi ‘colossi’ di arte, storia e cultura.
Il balcone al contrario, le buchette del vino, la finestra sempre aperta, la donna pietrificata, la sfilata della Venere senza braccia… curiosità e misteri sconosciuti ai più, «lampi d’identità che sono più che stranezze o note a margine alla storia ufficiale», sono fasci di luce che illuminano una città dalla tradizione mista e composita.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2016/01/11/forse-non-tutti-sanno-che-a-firenze-newton-compton-2015-di-francesco-disa-e-matteo-salimbeni-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico

27 venerdì Nov 2015

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FrancescoSpagna, Linfinitoantropologico, Mimesis, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Mimesis editore ha pubblicato i risultati del lavoro di ricerca condotto da Francesco Spagna, che insegna Antropologia Culturale all’Università di Padova, sull’infinito antropologico. Nella prefazione, curata da Giangiorgio Pasqualotto, già si evincono le teorizzazioni dell’autore contenute nel testo. Andare oltre l’antropologico e gli ‘oggetti’ delle sue indagini. Includere come oggetto di osservazione anche il soggetto che osserva, col rischio è vero di una deriva soggettivistica ma necessario per aprire nuovi orizzonti e nuove avventure.

Abbandonare la neutralità senza lasciarsi troppo tentare dall’autobiografia ma volgendo lo sguardo e l’interesse all’interpretazione, ecco la strada indicata da Spagna per la definizione di un concetto di infinito antropologico, che può legittimarsi solo coniugandosi a quello di intercultura, non di multicultura.
Spagna non si ferma in discussioni di carattere metodologico interne alla disciplina ma ricerca e interagisce con la Filosofia, Bruno e Fichte in particolare, e il risultato è meno sconcertante di quanto possa apparire a prima vista. Risulterà essere proprio il concetto spinoziano di ‘infinito’ come ‘innumerabile’ il sostegno principale alle teorizzazioni dell’autore.

I numerosi tentativi di classificazione sistematica dei dati etnografici non hanno prodotto altro che il rischio di tradurre l’immagine del mosaico in quella del labirinto. Spagna sottolinea chenon è questo l’infinito antropologico a cui vogliamo arrivare.

Interessanti anche le considerazioni di Alexian Santino Spinelli riportate nella postfazione.

La popolazione romanì, costituita da cinque grandi gruppi principali (rom, sinti, Kale, manouches e romanichals) e da una moltitudine di sottogruppi e comunità diversissime fra loro, rappresenta un esempio di ‘infinito antropologico’.
Una popolazione, quella romanì, alle prese con un costante processo di mutazione e negazione col mondo esterno per evitare l’annientamento e per ‘resistere’ attraverso un’intensa attività interculturale assorbendo elementi vitali dal mondo circostante per rivitalizzarsi e per attualizzarsi.
Spinelli sottolinea gli errori interpretativi del passato e in parte anche contemporanei che hanno voluto vedere nella mobilità coatta delle comunità romanès una sorta di nomadismo, motivo spesso alla base dei conflitti generatisi con le società sedentarie ospitanti.

Questa dinamicità, unita all’interscambialità e alla flessibilità dei modelli di vita è il segreto della lunga esistenza nel tempo e nello spazio di comunità semplici e prive di difese e di coperture politiche, senza eserciti e senza terrorismi.

Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico di Francesco Spagna

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“Amore obliquo” di Maria Teresa Casella (Streetlib, 2015)

15 domenica Nov 2015

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Amoreobliquo, EmmaBooks, MariaTeresaCasella, recensione, romanzo, Streetlib, thriller

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Maria Teresa Casella ripropone in versione digitale Amore obliquo (Streetlib, 2015), già edito nel 2011 con EmmaBooks.
Amore obliquo della Casella è un libro che va letto domandandosi «che cos’è in fondo la pazzia?».
Pazzo è colui che non riesce a mantenere comportamenti “normali” o chi invece riesce a celare alla perfezione la sua follia dietro la maschera della normalità?

«Se provò un’emozione, le rimase intrappolata nella mente. Scambiai la sua passività per inesperienza. L’indifferenza per timore. La freddezza per infelicità.»

Pirandello, il quale ha cercato di indagare a lungo i comportamenti degli uomini e la mente umana, era giunto alla conclusione che per liberarsi dei “mali del mondo” l’uomo non avesse che due possibilità: il suicidio o la follia. Per Linda, protagonista del libro di Maria Teresa Casella, le due alternative si mescolano e si fondono fino a quando non si realizza che è necessaria una distinzione ulteriore tra suicidio fisico, che verrà poi, e suicidio mentale, alienazione volontaria che potrà anche sembrare simile o uguale alla follia ma non lo è. La vera follia è di coloro che hanno coscienza di ciò che accade e fingono di non vederlo, per ipocrisia, per comodità. Linda ha “scelto” la sua schizofrenia. Il suo essere borderline equivale a un suicidio mentale che in un primo momento le appare la soluzione ideale. Linda è crudele, è malata, deviata ma è al contempo una vittima, di se stessa e degli altri.

«Qui, rinchiuso, le emozioni sono stilettate. Ognuna è un dolore che ti fa sentire vivo, ma questa non è vita. La mia vita era con Linda. Lei diventò parte di me dal primo istante in cui la vidi. Adesso, prigioniero, capisco meglio la sua prigionia. Queste catene che stringono e costringono, reali o immaginarie restano catene.»

Umberto Capasso, giornalista per metà scrittore, come lui stesso si definisce, diventa vittima di un’ossessione che tarda a intendere non essere la sua. Crede di aiutare chi in realtà lo sta usando e cerca di salvare chi tenta di incastrarlo. Vive il suo amore obliquo con «la ragazza storta» con la medesima predestinata inconsapevolezza con cui assiste e indaga i crimini efferati in cui resta, suo malgrado, coinvolto.

«No, non posso consegnare ad altri il suo mistero. Non la do a nessuno questa agenda. Solo io posso capire, intuire, risolvere. Anche queste pagine bianche, ad esempio, raccontano qualcosa di lei: c’è la sua vita pure qui, in questi bordi bruciacchiati, in questi fori lasciati dalla punta della penna. Queste pagine non sono vuote: queste pagine sono il vuoto.»

Umberto, pur muovendosi nel caos mentale più totale, ha sempre avvertito la profonda sensazione di dover salvare Linda, l’errore è consistito nell’aver creduto che se fosse riuscito a salvarla da se stessa avrebbe risolto ogni problema. E così, ancora una volta Linda, nel totale isolamento mentale nel quale sopravvive, sceglie di agire da sola, decide per tutti perché convinta che altro non le resta da fare.

«Mi fermai a pensare proprio lì, in quella confusione. Spintonato dalla mischia. Frastornato dalla musica, dalle luci di una notte piena di vita. Da gente che voleva divertirsi, e ci riusciva. Io non ero come loro, non più. Non ridevo come loro, con quel gusto.»

Amore obliquo di Maria Teresa Casella è un libro intenso, a modo suo ribelle, come Linda e la sua storia, la «la ragazza storta» e la sua mente, come Umberto e il suo amore distorto, perché è un sentimento, obliquo.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/11/15/amore-obliquo-di-maria-teresa-casella-streetlib-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano2/

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“Un solo essere” di Marco Montemarano (Neri Pozza, 2015)

24 sabato Ott 2015

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MarcoMontemarano, NeriPozza, recensione, romanzo, thriller, Unsoloessere

“Un solo essere” di Marco Montemarano: l'omicidio di Domenico Lorusso. Una storia vera

Un solo essere di Marco Montemarano, edito da Neri Pozza, inizia con il resoconto di quanto accaduto alle 22:00 del 28 maggio del 2013 lungo un tratto di pista ciclabile a Monaco di Baviera.

Domenico e la fidanzata Marianna (ma non è questo il suo vero nome) rientravano a casa in bicicletta dopo aver cenato nel loro ristorante preferito…

«Ci ha messo un po’ a sentirsi una guancia bagnata, a capire che quell’uomo, uno sconosciuto, le aveva sputato in faccia. Lo sconosciuto ha aspettato che Domenico si avvicinasse e poi lo ha ucciso con cinque coltellate».

Il delitto è avvenuto a 300 metri da casa dell’autore che a quell’ora si trovava sull’altra riva del fiume e chiacchierava con suo amico. Montemarano ha sentito la sirena dell’ambulanza, ha notato la concitazione ma solo in seguito ha scoperto quanto accaduto. Lui Marianna la conosceva, era stata una sua studentessa, e conosceva anche il fidanzato, italiano originario di Potenza, di trentuno anni, morto dissanguato sull’asfalto per nessun motivo.

Il libro di Montemarano, Un solo essere, è dedicato dall’autore a Domenico e Marianna.

Quanto accaduto ha inspiegabilmente interrotto la vita di Domenico, ha cambiato quella della fidanzata Marianna e dei fratelli che ancora cercano una spiegazione e un colpevole, ma ha segnato anche l’esistenza dell’autore che inizia a formulare domande e avanzare ipotesi, riportate in corsivo nel libro, a riflettere su tanti aspetti e comportamenti, a osservare le persone, la città e il mondo che lo circonda in maniera diversa. Così nasce Un solo essere che è il racconto della storia d’amore tra Natalia e Martin e dell’omicidio di Martin avvenuto per mano di uno sconosciuto. È evidente che l’autore riscrive il cruento fatto di cronaca ma il libro è anche l’occasione per Montemarano di riflettere sui comportamenti delle persone, sui trascorsi che possono tornare da un momento all’altro, sui sentimenti che possono generare il bene o il male.

«Però non capivo. Che avevamo fatto di male? Non ci stavamo spompinando nel parco e non c’erano le SS sguinzagliate in giro a rastrellare gli italiani. E invece, a quanto pareva, Alexander preferiva essere sospettato di un qualsiasi traffico illecito, di una qualunque immoralità notturna, piuttosto che essere beccato a parlare italiano».

I tedeschi che considerazione hanno degli stranieri in generale e degli italiani in particolare emigrati nel loro Paese? Gli stranieri provenienti dai Paesi dell’Estemigrati o clandestini in Germania come si rapportano ai tedeschi e alle altre etnie presenti sul territorio? Coloro che passano giornate intere a cercare di affogare o nascondere le proprie frustrazioni nell’alcol che tipo di reazione possono avere di fronte alla felicità altrui? Una persona che si invaghisce di un’altra al punto da farla diventare la propria ossessione quali reazioni può avere nel realizzare di essere completamente ignorato dallo “oggetto dei propri desideri”?

Domande queste che Montemarano deve essersi posto più volte prima di arrivare a elaborare delle possibili o probabili situazioni che abbiano preceduto e condotto all’omicidio di Martin in Un solo essere e di Domenico sulla ciclabile di Monaco.

«Martin adesso le sorrideva. Ma non da dentro la vita. Da fuori… Come se Martin fosse semplicemente ammalato, e lei dovesse accudirlo in una stanza appartata, e la sua malattia si chiamasse assenza».

Un libro molto intenso, Un solo essere, e una grande abilità narrativa quella dell’autore, Marco Montemarano, che riesce a non far scadere nel drammatico o nel patetico una storia molto toccante come quella di Natalia e Martin nonché una tragedia grave come l’omicidio di Domenico Lorusso.

http://www.sulromanzo.it/blog/un-solo-essere-di-marco-montemarano-l-omicidio-di-domenico-lorusso-una-storia-vera

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Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

09 venerdì Ott 2015

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Democraziadiretta, Eleuthera, MurrayBookchin, NWO, ordinemondiale, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Nella versione tradotta e curata da Salvo Vaccaro, Elèuthera ha pubblicato già nel 1993, e in ristampe successive,Democrazia diretta di Murray Bookchin, autore anche diL’Ecologia della libertà (The ecology of freedom).

Bookchin può a buon diritto essere considerato uno degli studiosi che maggiormente ha approfondito il tema della partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica delle comunità di cui fanno parte. È anche uno dei più “imitati” senza essere quasi mai citato.

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme.»

In Democrazia diretta Bookchin sottolinea la differenza tra l’economia di mercato «avida ed espansiva» e i mercati pre-capitalisti «non tesi all’accumulazione dell’altro». L’autore ricorda che nell’antichità la compravendita «lungi dall’essere esaltata, era percepita come opera del demonio e dunque il commercio era tenuto sotto controllo», oggi invece viene quasi idolatrata e la mentalità monetaria e speculativa, sebbene non inedita nella storia, diventa unica quando consegue una tale centralità: «persino la terra, un tempo rifugio di vecchi capitalisti dopo una vita dedicata al commercio, divenne semplicemente una merce tanto che il suo acquisto, in particolare nel Nuovo Mondo, non conferiva più alcuno status speciale al nuovo ceto mercantile».

E così da «associazione etica di mutuo soccorso», la comunità si trasforma in un «tessuto imprenditoriale teso alla concorrenza e alla manipolazione». Si potrebbe obiettare che pure nella comunità intesa come “associazione etica di mutuo soccorso” erano presenti predatori e di ciò l’autore tiene conto citando nel testo ad esempio i pirati e i briganti. Ma subito sottolinea la differenza tra questi, che consideravano intoccabili le proprie comunità, e i mercanti e gli industriali che le considerano invece territorio di conquista.

I pirati erano fondamentalmente degli anti-colonialisti. Si diventava pirata per vari motivi ma più di frequente per la miseria o per il desiderio di rivalsa contro i soprusi subiti come ceto meno abbiente.

Una nutrita schiera di briganti era costituita da pastori e contadini che si davano alla macchia come gesto di ribellione per le ingiustizie e lo sfruttamento subito.

Ci sono le eccezioni certo ma la Storia ci insegna che quando un popolo, o parte di esso, si ribella viene sempre additato come ingrato, ribelle, rivoluzionario, terrorista… dai governi, dai ceti alti, dalle gerarchie militari, ma a ben guardare il motivo da cui scaturiscono questi moti è un grande desiderio di riscatto sociale, un bisogno disperato di dignità per sé e soprattutto per i propri figli. Accadeva in passato e accade ancora oggi.

Per Murray Bookchin l’urbanizzazione rappresenta il modo con cui il processo destrutturante delle comunità ha assunto visibilità. «Mi riferisco a quello sviluppo industriale, commerciale e residenziale che chiamano centro urbano.» Gli effetti devastanti del capitalismo che maggiormente si osservano nei centri urbani per l’autore si possono così sintetizzare:

  • Dissolvimento di tutti i vincoli sociali.
  • Mercificazione di tutti i valori.
  • Monetizzazione di tutti gli ideali.
  • Sfide incontrollate del mercato con acquirenti e venditori anonimi.

Pienza, la cui progettazione fu affidata da papa Pio II a Leon Battista Alberti doveva rappresentare la città ideale, nella quale l’uomo potesse vivere in armonia con se stesso e con la natura. La modernità ha generato un’idea di urbanistica invece in cui l’uomo è a servizio della città e non il contrario.

Maurizio Pallante nel suo saggio Monasteri del terzo millennio cerca di focalizzare l’attenzione del lettore su un problema reale della modernità: «nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza». Ipotizziamo che per una qualsiasi ragione il ‘mercato’ non fosse più in grado di soddisfare le richieste degli acquirenti-consumatori. Cosa accadrebbe?

«Il nazismo, con il suo cianciare sull’auspicabilità di una Volksgemeinschaft germanica, svendette il contenuto utopico di questa aspirazione popolare al localismo comunitario in nome del “principio di leadership” con il quale subordinò completamente il localismo al centralismo, la comunità alla nazione, il conservatorismo tecnologico all’innovazione industriale, particolarmente quella finalizzata alla progettazione bellica e ai metodi di sorveglianza politica.»

Paradossalmente, ma neanche poi tanto, a ben guardare le intenzioni e soprattutto i risultati della politica comunista si sono rivelati non molto dissimili. Salvo Vaccaro nell’introduzione al testo di Bookchin li identifica soprattutto in due punti focali:

  • Massimo sostegno all’autorità centrale dello Stato.
  • Nazionalizzazione della proprietà come unica alternativa alle forme capitalistiche di proprietà privata.

«Il peso che Marx e i marxisti di ogni risma hanno dato al ruolo “progressista” dello Stato-nazione sebbene comprensibile nel contesto delle lotte popolari del diciannovesimo secolo contro i residui del feudalesimo, si sono rivelate a posteriori una rovina per la quale siamo ancora oggi penalizzati.»

Una possibile soluzione secondo Murray Bookchin è «una politica senza partiti», in considerazione anche di ciò che è successo dove questi hanno agito e fallito, ripetutamente, e invita il lettore a qualche riflessione su quanto accaduto e a tutti noto in paesi come l’ex Unione Sovietica dove il partito costituiva lo Stato stesso. Una politica di decentramento e di assemblee popolari quella auspicata dall’autore. Una politica che non sia un «sistema di rapporti di potere gestito per lo più in modo professionale da persone in ciò specializzate, i cosiddetti “politici”» bensì, com’era prima dello Stato-nazione, «gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario».

«Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega a un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione.»

Vaccaro ancora nell’introduzione si sofferma sul grande problema della collusione tra politici e poteri economico-finanziari, ricordando lo scandalo Watergate e quello Irangate, raccontando dell’ingerenza che hanno questi poteri, queste lobby, sui vari governi, inducendo il lettore a interrogarsi su quali siano o possano essere poi le conseguenze della loro influenza sulle decisioni che riguardano la popolazione della comunità che di fatto controllano.

La politica e la cittadinanza sono state, per Bookchin, le vittime di questo processo corrosivo che è il capitalismo, «ma possono rappresentare anche l’antidoto». Per l’autore è necessario dare agli ideali del localismo, del decentramento e dell’auto-sufficienza un significato più ampio e completo e propone le eco-comunità morali basate sul confederalismo che «non segna una chiusura della storia sociale bensì il punto di partenza di una inedita storia ecosociale segnata da una evoluzione partecipativa nella società e tra la società e il mondo della natura».

Secondo Bookchin, l’economia confederata di una comunità grande o piccola gestisce le proprie risorse in una fitta rete di relazioni intercomunitarie ed è una economia redistributiva, cioè capace di dare alle comunità secondo le loro necessità, al contrario delle cooperative di segno capitalista che affondano nell’equivoco dei rapporti di scambio.

In L’Ecologia della libertà Bookchin analizza i comportamenti dell’umanità verso la natura che vanno o andrebbero osservati all’interno di una cornice più ampia «in cui l’umano dispone dell’altro umano in senso prettamente politico, dando luogo a una specifica forma di vita che noi definiamo società». E tale costruzione sociale delinea il campo della politica che non deve o non dovrebbe essere l’arte del governare ma una «modalità di organizzazione sociale volontariamente progettata e costruita nel concorso conflittuale di soggetti consapevoli e rischiarati nel dialogo permanente di ragioni, argomentazioni e obiezioni critiche». Per questo Bookchin anche in Democrazia diretta ritorna sul concetto deragliante di classe politica eletta, quasi a voler identificare in modo professionale persone in ciò specializzate. Mentre per l’autore necessita un ritorno alla situazione pre-capitalista, quando «la popolazione gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette».

Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

DNA

06 martedì Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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“DNA” di Dario Giardi: le verità nascoste sull’origine della vita

Dario Giardi, scrittore, fotografo e musicista, pubblica con Leone Editore il suo secondo romanzo DNA, uscito a giugno di quest’anno.

Il thriller di Giardi per le duecento pagine di cui si compone spazia da argomenti di archeologia, paleo-astronautica, psicologia e paranormale, religione e scienza, a una visione nuova o quantomeno diversa del mondo e dell’universo che parte da un originalissimo punto di vista.

Estela non riesce a perdonarsi di essere stata proprio lei a spingere Daniel a partecipare alla spedizione della dottoressa Flores e così la sua scomparsa oltre a preoccuparla la fa anche sentire responsabile. Il viaggio alla ricerca del suo fidanzato, di cui non ha più notizie da diversi giorni, si trasforma presto in un’immensa avventura che la porterà a rischiare la vita è vero ma al contempo ad aprire gli occhi verso nuovi e inaspettati orizzonti.

Il ritmo della narrazione fin dall’inizio è incalzante e anche per questo le divagazioni dell’autore che cerca di spiegare ogni dettaglio, anche insignificante, da principio infastidiscono il lettore.Solo a partire dai capitoli centrali la sete di conoscenza della protagonista sembra coincidere e coinvolgere adeguatamente chi legge, avendo a quel punto compreso la struttura del testo che da subito abbandona i pilastri cardine del giallo classico e si avvicina al genere fantascientifico.

«Di cosa hanno paura? Di un contatto plateale, visibile a tutti. Una cosa che difficilmente riuscirebbero a controllare. Un evento del genere sradicherebbe tutta la teologia attualmente riconosciuta.»

Estela, Edoardo e Maria si ritrovano a essere inseguiti e minacciati da esponenti di un enigmatico ordine religioso, i quali sono fermamente decisi a fare in modo che quanto scoperto e taciuto continui a rimanere segreto.

«Se queste creature aliene ci aprissero le porte della conoscenza, come lei ha sempre pensato, potrebbero anche chiederci qualcosa in cambio. E questo cosa sarebbe, se non un segno del demonio che utilizza il ricatto per comprarci? La dipendenza porta alla paura dell’abbandono e del distacco. E la paura spalanca le porte alla manipolazione. Dobbiamo tornare a Dio ed essere pronti a rinnegare questi falsi profeti.»

Il testo di Dario Giardi è un’opera di fantasia ma le analisi riportate, gli studi scientifici, le ricerche, le opinioni e le discussioni che vi si trovano spingono comunque il lettore a porsi delle domande e ciò è sempre positivo.

«La telepatia è una tecnologia di comunicazione. Ma tutte le scoperte e i modi comunicare, dal telefono alla modernissima connessione a fibra ottica, stanno atrofizzando le nostre facoltà empatiche. Ed è tutto a vantaggio di una tecnologia esterna a noi e da cui siamo ormai dipendenti.»

Siamo soli nell’Universo? La tecnologia esterna è l’unica possibilità che abbiamo di comunicare? L’anello mancante della catena evoluzionistica di Darwin è veramente tale oppure è semplicemente stato tenuto nascosto? La religione e i suoi pastori servono per indicare il giusto cammino oppure il loro scopo è tutt’altro?

«Dovrebbero essere i rappresentanti di Cristo, seguire i suoi insegnamenti e invece sono solo un branco di individui corrotti che naviga nella perversione.» 

DNA di Dario Giardi si conclude con la spiegazione di gran parte dei segreti, la risoluzione del mistero che ha motivato la protagonista e le sue azioni, la chiarezza circa la vastità degli argomenti trattati, ma soprattutto sembra chiudersi con un invito al lettore: quello di guardare avanti e di vedere oltre.

“DNA” di Dario Giardi: le verità nascoste sull’origine della vita

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S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

05 lunedì Ott 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Iononticonosco, Piemme, recensione, romanzo, SJWatson, thriller

io non ti conosco

La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/10/05/io-non-ti-conosco-s-j-watson-piemme-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015)

25 venerdì Set 2015

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GiulioCavalli, mafia, Miopadreinunascatoladiscarpe, recensione, Rizzoli, romanzo

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Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

“Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi.»

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

“Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/09/25/mio-padre-in-una-scatola-da-scarpe-giulio-cavalli-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

© 2015 – 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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