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Irma Loredana Galgano

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Il grande business della cooperazione internazionale e delle emergenze umanitarie

16 mercoledì Set 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Dopo aver trascorso gli ultimi 40 anni della sua vita a gestire progetti per conto della ONG che ha contribuito a fondare, alla soglia della pensione Tarcisio Arrighini decide di raccogliere le proprie riflessioni e critiche sul mondo della cooperazione internazionale e farne un libro edito quest’anno da Diabasis.

Il mercato degli aiuti. Gli ultimi 40 anni del mondo della cooperazione internazionale parte con un pro-memoria, un preambolo, una introduzione, una avvertenza generale, alcune dediche e commemorazioni, un antefatto e quando il lettore pensa di esser ormai giunto alla lettura del libro che ha comprato deve sorbirsi un lungo e dettagliato resoconto della vita e delle opere del padre missionario Bernardo Longo, indicato dall’autore come il precursore delle ONG.

Se l’intento di Arrighini è quello di impressionare chi legge raccontando delle gloriose gesta di questo e di altri padri missionari, definiti «martiri della tradizione della chiesa… impegnati ad annunciare il Vangelo nelle regioni più impervie dell’Africa equatoriale» ha fallito in quanto sortisce l’effetto opposto, indisponendo il lettore al quale nella quarta di copertina è stata promessa la «analisi lucida e spietata dei movimenti economici che si celano dietro al mondo degli aiuti umanitari».

Più che una “analisi lucida e spietata” il libro di Arrighini sembra la trascrizione di un libero sfogo neanche troppo obiettivo servito ad alleggerirsi di qualche sassolino nella scarpa e indotto in alcuni casi dalla «invidia» che «è un peccato tremendo, me ne rendo conto, non perché lo dica il Vangelo, ma proprio perché al suo interno ha un tarlo che ti rode e rovina l’esistenza umana, ed è proprio per limitare i danni che l’affronto a viso aperto: sono invidioso di Gino Strada, ecco l’ho detta tutta!»

Di critiche l’autore ne ha per molti ma per Emergency e per il suo fondatore sembra nutrire una vera e propria avversione generata dal fatto che sono «tanti, tantissimi anni in giro per il mondo, a far lo stesso mestiere di Gin Way, anzi, pardon, molto meglio, perché la gran parte delle ONG italiane sono una cosa seria, che lavorano tanto e fanno poco casino, sanno cosa è sviluppo e cosa è assistenza (concetti ostici a Gin Way), e mica si concedono giorno e notte alle interviste o mandano i loro santoni a salvare sequestrati e trattare con i talebani, tantissimi anni dicevo tra Africa Oriente America Latina ti affinano un sesto senso che aiuta a distinguere la gente seria dai gigioni in cerca di gloria».

È sicuramente utile saper distinguere la gente seria dai “gigioni in cerca di gloria”. «Non so, ma mi sto convincendo che Gin Way fa anche i miracoli, visto che ha guarito 2.500.000 feriti da guerra dalla sua nascita (1999), altro che Gesù Cristo in Galilea!»

Per Arrighini è impossibile che siano stati guariti 2.500.000 di feriti di guerra e per dimostrarlo fa un rapido calcolo in base al quale lavorando anche sabato, domenica e festivi e operando su trenta pazienti al giorno Emergency avrebbe dovuto impiegare 232 anni. Indicando come anno di nascita dell’organizzazione il 1999 ne deduce che i conti non tornano. Ciò che Arrighini non prende in considerazione nel suo computo è il numero di strutture ospedaliere nonché quello di medici e volontari che operano, anche contemporaneamente, per l’ONG fondata da Gino Strada.

A gennaio di quest’anno Strada ha dichiarato: «In riferimento alle missioni di pace, il bilancio di Emergency ha dei numeri terribili. Più di 25 mila feriti curati. È chiaro che la guerra non è lo strumento adatto per fare trasmettere la pace». Sul sito di Emergency si legge che questa «è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà», che «l’impegno umanitario di Emergency è possibile grazie al contributo di migliaia di volontari e sostenitori» e ancora «dalla sua nascita a oggi, Emergency  ha curato oltre 6 milioni di persone in 16 Paesi». Emergency non il suo fondatore.

Sempre online e sempre sul sito dell’organizzazione è possibile visionare i bilanci diEmergency  dal 1999 al 2014. In quello chiuso al 31 dicembre 2014 si può leggere un dettagliato resoconto dei progetti portati avanti, delle visite e delle prestazioni mediche effettuate nonché dello staff nazionale, o per dirla diversamente locale, impiegato.

Per Tarcisio Arrighini le Organizzazioni non governative (ONG) che operano nel settore della cooperazione e dello sviluppo internazionale non devono o non dovrebbero prendere finanziamenti privati, non devono o non dovrebbero fare pubblicità sui media come una qualsiasi altra azienda in quanto loro, le ONG, sono altro. Le vie di finanziamento che ritiene percorribili sono l’auto-tassazione dei soci e i fondi pubblici. Solo così, secondo Arrighini, questi organismi possono essere certi di portare avanti progetti strutturali e validi e non incorrere nella illegalità. A testimonianza delle sue parole riporta anche un episodio verificatosi in passato allorquando sarebbe stato avvicinato da alcuni narcotrafficanti i quali gli avrebbero offerto un finanziamento prontamente rifiutato. L’episodio viene narrato all’interno del libro all’incirca in questo modo, senza riferimenti precisi al luogo, al modo, ai tempi…

Suscitò un certo scalpore mediatico la decisione di Gino Strada di rinunciare alla quota di 3 miliardi e mezzo di lire destinata ad Emergency dal governo italiano. Strada in quell’occasione affermò: «Non potevamo accettare, per curare le vittime, soldi dalla stessa istituzione che ha dichiarato una guerra a quel Paese e che quindi sta contribuendo a creare vittime», mentre Sergio Marelli, presidente Associazione ONG Italia, è «convinto che questi siano i soldi dei cittadini italiani e non del governo. Il nostro governo è solamente chiamato doverosamente a gestirli al meglio». Il che può essere valido per gli organismi governativi, legati al governo e quindi ai cittadini che esso rappresenta. Ma le associazioni non governative non dovrebbero essere altro? Non dovrebbero essere indipendenti e autonome anche rispetto ai vari governi?

Per Arrighini sembra essere vero il contrario.

«Privilegiare le donazioni dei canali privati, come sta di fatto facendo la comunità europea, all’insegna conclamata, e solo tale, del risparmio pubblico, è un pessimo servizio ai cittadini cui tali fondi appartengono, poiché significa paradossalmente, aumentare il tasso di incontrollabilità degli aiuti stessi.»

Un altro bersaglio su cui Arrighini ha puntato il suo mirino è la trasmissione Report condotta in studio da Milena Gabanelli andata in onda il 22 ottobre del 2002 con il titolo molto esplicativo di “Organismi non governabili”, durante la quale, secondo l’autore, si è fatto di tutta l’erba un fascio e a rimetterci sono state le piccole e serie ONG, come la sua.

In realtà il discorso portato avanti dai giornalisti di Report è articolato e a supporto delle tesi e dei fatti narrati vengono prodotte immagini e letti dati molto chiari. Esempi di malagestione e in alcuni casi anche di malafede che il pubblico merita di conoscere. Ovvio che non è sempre così.

Paradossalmente il punto su cui la trasmissione televisiva cerca di focalizzare l’attenzione del suo pubblico è il medesimo di Arrighini: i pericoli del condizionamento mediatico dell’opinione pubblica.

L’attenzione del pubblico si sposta dove vanno le telecamere e i giornali ed è lì che arrivano finanziamenti e donazioni a iosa con il rischio, divenuto troppo spesso realtà, che in altri luoghi, egualmente bisognosi di aiuto, spente le telecamere crolla il livello di attenzione e di interesse e crollano anche i finanziamenti e le donazioni. Prima e diretta conseguenza di tutto ciò è l’abbandono o la sospensione dei progetti intrapresi, che vengono lasciati incompiuti per iniziarne degli altri dove si è spostata l’attenzione internazionale.

Possibile che nessuno abbia previsto nei contratti dei vari progetti l’obbligo di portarli a termine?

Inoltre non si è mica obbligati a lasciare incompiuto il progetto che si stava seguendo, gli operatori di una ONG dichiaratisi votati al volontariato e alla cooperazione allo sviluppo, potrebbero anche non scegliere di seguire i riflettori e il flusso di denaro.

In più occasioni nel testo Arrighini lamenta la disparità di trattamento economico dei cooperanti e dei volontari rispetto ai funzionari dei ministeri o degli organismi governativi internazionali. Lui afferma che lo stipendio medio di un cooperante si aggira intorno ai 1.500 euro mensili contro i 10-15.000 percepiti dai vari funzionari. Per l’autore questi volontari meriterebbero maggiori gratifiche economiche sia perché sono stati ben preparati per i compiti che andranno a svolgere sia per il fatto che saranno costretti a stare in posti lontano da casa e in condizioni avverse anche per diversi mesi di seguito.

Nel corso della narrazione Arrighini ritorna più volte, con vanto, a parlare dei corsi di preparazione per volontari e cooperanti gestiti dalla sua ONG e frequentati anche dagli adepti di altre organizzazioni.

Andree Katter, parroco di Lungi, Sierra Leone, ai microfoni del giornalista di Report afferma: «La gente vede i membri delle ONG che se ne vanno in spiaggia a sollazzarsi negli orari di ufficio e per buona parte del tempo scorrazzano di qua e di là a bordo delle loro Toyota. E allora mi chiedo: se spendi tutti quei soldi in automobili che cosa rimane per la gente? Perché se sei al servizio della gente comune devi tenere uno standard che tenta almeno un po’ di avvicinarsi a quello di coloro con cui interagisci. Se vieni qui vantando grandi progetti altruisti e poi sprechi denaro utile a realizzarli per vivere nel lusso… allora hai fallito l’obiettivo».

Padre Chema Caballero, missionario saveriano, sempre ai microfoni di Report dice: «Perché ci sono tante prostitute qui in Sierra Leone? Sulle spiagge? Perché c’é un mercato per quello. Chi è la gente che usa queste ragazze? Non sono i sierraleonesi. Sono la gente che lavora per le ONG, sono la gente delle Nazioni Unite, sono i soldati inglesi che sono qua, sono quelli che possono pagare 100 dollari a una ragazza», e l’autore del servizio gli fa da eco: «Purtroppo non è difficile trovare conferme a queste denunce».

Ancora padre Caballero ci ricorda che «le stesse agenzie, le stesse NGO, che usano le ragazze prostitute saranno forse quelle che dicono “c’è bisogno di fare un progetto per aiutare queste ragazze prostitute”. È tutto un sistema un po’ marcio, forse!»

Per quanto concerne il trattamento economico riservato a cooperanti, volontari e funzionari Ebenezer King, funzionario ONG Sierra Leone, indica una possibilità alternativa che renderebbe frutti decisamente migliori in termini di cooperazione e sviluppo: «L’organizzazione italiana francese o americana, porta qua il suo personale e lo paga 4.000 dollari al mese. Se prendessero un professionista locale, per lo stesso lavoro lo pagherebbero 400 dollari, questo significa che per ogni espatriato puoi pagare 10 stipendi a gente della Sierra Leone. Questa è cooperazione. Invece usano i soldi per sistemare la loro occupazione non la nostra!»

Stando ai risultati di un’inchiesta condotta da Repubblica nel 2011 «Le ONG che operano all’estero sono circa 40.000. In molti casi le ONG hanno capacità finanziarie superiori a quelle di alcuni Stati, tanto che c’è chi le definisce vere e proprie multinazionali della solidarietà.»

Per Tarcisio Arrighini il modo corretto di fare cooperazione allo sviluppo è quello adottato dalla sua ONG, la GVC. Nel testo Il mercato degli aiuti. Gli ultimi 40 anni del mondo della cooperazione internazionale però non va oltre questa affermazione. Visitando il sito dell’organizzazione la prima cosa che salta all’occhio sulla home page è la richiesta di donazioni. «Tutti hanno diritto a una vita dignitosa. Noi crediamo e lavoriamo per questo, qualunque sia il costo. Contribuisci anche tu.»

I post in evidenza sono una carrellata dei progetti portati avanti dall’organizzazione, visitandoli finalmente si trovano indicazioni sul lavoro svolto dagli operatori della ONG e a seguire i riferimenti per una eventuale donazione a favore della causa.

Le indicazioni sulla nascita e sulla storia dell’organizzazione nonché il video informativo sono molto simili a quanto si trova scritto nella parte introduttiva del libro di Arrighini.

Osservare talune immagini, forti e incisive, porta inevitabilmente a pensare di dover per forza fare qualcosa per colmare almeno in parte l’orrore delle ingiustizie che avanzano in questo mondo, nel quale il divario tra Nord e Sud si fa sempre più ampio, dove la forbice tra ricchi e poveri si allarga a dismisura, dove guerre e povertà diffusa non lasciano scampo alcuno a troppe persone, vittime innocenti di un sistema marcio che usa pietà e solidarietà per nascondere i suoi reali scopi. Non si può portare avanti un discorso sulla cooperazione e sulla solidarietà però ignorando l’ingente flusso di denaro che muove la compassione, prescindendo dal fatto che nulla potrà mai cambiare fino a quando le economie forti resteranno tali e prevaricheranno diritti umani e ambientali in nome di un progresso e di uno sviluppo che in genere riguarda solo il portafogli di pochi e gli introiti finanziari di altri. Con oltre 40.000 associazioni non governative, quasi un migliaio di organizzazioni governative internazionali, milioni di milioni di capitali pubblici e privati mossi  non possiamo più fingere di non vedere che i poveri nel mondo non fanno che aumentare, al pari di profughi e rifugiati. E non sarà certo l’aumento del numero delle organizzazioni, governative o non governative, o dell’entità dei finanziamenti, pubblici o privati, la strada che ci condurrà verso la soluzione. Chi afferma il contrario o non ha ben compreso di cosa si sta parlando o sta sognando.

http://www.articolo21.org/2015/09/il-grande-business-della-cooperazione-internazionale-e-delle-emergenze-umanitarie/

© 2015, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

04 venerdì Set 2015

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Corbaccio, LaTrappola, MelanieRaabe, recensione, romanzo, thriller

la-trappola-raabeEsce in questi giorni per Corbaccio La Trappola (titolo originale Die falle) di Melanie Raabe, nella versione tradotta dal tedesco da Leonella Basiglini.
Per la Raabe, giovane giornalista e scrittrice di testi teatrali e racconti, si tratta del romanzo d’esordio ma leggendolo non si direbbe. Una scrittura la sua ben strutturata, ben articolata e curata in ogni dettaglio in maniera tale da riuscire ad affermare e/o negare un qualcosa con l’impiego della medesima frase. Periodi ripetuti più volte, come una sorta di mantra, che inducono il lettore a credere o rinnegare quanto letto, a seconda di dove l’autrice vuol condurlo.
Grande abilità di penna nient’affatto comune che la Basiglini riproduce in maniera egregia e che si ritrova in Jo Nesbo, per esempio.
«Nel mio mondo, sia d’estate sia d’inverno, la temperatura è di 23,2 gradi centigradi. Nel mio mondo è sempre giorno, mai notte. Non c’è pioggia, non c’è neve, non ci sono dita congelate dal freddo. Nel mio mondo c’è un’unica stagione, e non ho ancora deciso come chiamarla.»
La Trappola sembra raccontare la storia della scrittrice di bestseller Linda Conrads, la quale da dodici anni non esce di casa relazionandosi solo con le persone a lei care e tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a salvare sua sorella Anna. In realtà il libro della Raabe narra dell’animo umano, della sua fragile forza, della sua mutevole e apparente normalità… racconta di tutto ciò che accade o potrebbe accadere quando vengono meno le certezze da noi stessi costruite come barricate dietro cui ci nascondiamo continuamente per difenderci, spesso da noi stessi.
Un thriller psicologico di ampio spessore quello scritto da Melanie Raabe che invita il lettore a seguire la trama misteriosa dell’omicidio di cui la protagonista è stata testimone oculare ma al tempo stesso lo conduce per mano nei drammi mentali di una persona borderline, o almeno tale in apparenza.
«La via per uscire dalla paura passa attraverso la paura» ripete continuamente a se stessa Laura che viene spinta a credere di essere completamente pazza in un gioco in cui tutti, vittime e investigatori, vengono indotti a fare la volontà dell’assassino. O almeno questo è ciò che sembra…
La storia e la caratterizzazione dei personaggi reggono bene per tutte le oltre trecento pagine del testo e il lettore potrà ritenersi soddisfatto in quanto tutti i nodi vengono sciolti e tutti i misteri risolti fatta eccezione della serialità o meno dell’omicidio, aspetto accennato più o meno a metà del libro e su cui l’autrice non ritorna, tranne che per l’interrogativo dei fiori, tra l’altro rimasto tale.
Rimane comunque l’unico punto a lasciare il lettore perplesso, per il resto il testo lo tiene incollato dalla prima all’ultima pagina in un crescendo di suspense e terrore che lo avvolgono e lo travolgono al pari degli incalzanti eventi narrati.

http://www.thrillercafe.it/la-trappola-melanie-raabe/

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“La canzone del sangue” di Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015)

22 sabato Ago 2015

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GiovanniRicciardi, Lacanzonedelsangue, recensione, romanzo, Sicilia, thriller

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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozzaanche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/08/22/la-canzone-del-sangue-giovanni-ricciardi-fazi-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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“Come scrivono gli adolescenti. Un’indagine sulla scrittura scolastica e sulla didattica della scrittura” di Boscolo e Zuin (IlMulino, 2015)

17 lunedì Ago 2015

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Comescrivonogliadolescenti, ElviraZuin, IlMulino, PietroBoscolo, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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A marzo di quest’anno la Società Editrice Il mulino pubblica Come scrivono gli adolescenti di Pietro Boscolo e Elvira Zuin, con prefazione di Italo Fiorin. Un testo che racchiude e al contempo delucida la ricerca Scritture di scuola, «realizzata da IPRASE con la supervisione scientifica del professor Pietro Boscolo» e indirizzata sia agli studenti sia agli insegnanti.
L’indagine svolta da Boscolo e Zuin si è concentrata su 39 istituti del Trentino e ha coinvolto 1500 studenti di 15 anni e 450 insegnanti di italiano, ma nel testo si può leggere anche un’approfondita cronistoria e analisi delle varie ricerche in materia eseguite in Italia e all’estero negli ultimi cinquanta anni.
«Le comparazioni consentite dalle indagini mettono in evidenza come il sistema di istruzione del nostro Paese non solo non sia omogeneo, ma presenti delle differenze al suo interno che non è eccessivo definire scandalose e che non dovrebbero essere più tollerate», sottolinea Italo Fiorin nella prefazione, rimarcando la distanza che separa il nostro sistema scolastico d’istruzione da quello finlandese, quest’ultimo da sempre ai primi posti nelle classifiche internazionali: «la risposta è nel suo eccellente sistema di selezione degli insegnanti, nella qualità della loro formazione, nello spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca».
“Eccellente sistema di selezione degli insegnanti, qualità della loro formazione, spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca”: non stupisce la distanza abissale che separa la scuola italiana da quella finlandese. Ancora nell’indagine svolta da Boscolo e Zuin a essere messi al microscopio sono i ragazzi, giovanissimi, del primo e secondo anno del 2° ciclo d’istruzione, ‘invitati’ a svolgere una prova scritta e a rispondere a un questionario.
L’intento dichiarato dagli autori è quello di voler coinvolgere sia gli alunni che gli insegnanti, ma per quest’ultimi è stato previsto il solo questionario.
Appare utile monitorare la preparazione degli alunni del nostro sistema d’istruzione pubblico ma, soprattutto ove ciò evidenzi lacune e mancanze protratte, non sarebbe il caso di cominciare a ‘testare’ anche la preparazione di chi ha il compito di formare e istruire?
Il 59% dei docenti coinvolti nella ricerca Scritture di scuola ha dichiarato di essersi auto-formato sulla scrittura e sulla didattica della scrittura. Se ne deduce quindi che pur essendo l’80% convinto dell’importanza dello «insegnare a scrivere» si presume che le tecniche apprese per farlo siano eterogenee e tali di conseguenza saranno i metodi applicati. Inoltre il 36% degli insegnanti ha dichiarato di aver appreso le tecniche con «esperienze dello scrivere» al di fuori della scuola. Chi ha valutato questi metodi?
Il libro Come scrivono gli adolescenti di Boscolo e Zuin si suddivide in quattro parti; nella prima si leggono due saggi introduttivi sulle ricerche in ambito internazionale e nazionale sulla scrittura seguiti dalla presentazione di Scritture a scuola e degli strumenti utilizzati, la seconda parte è dedicata agli esiti della “sezione insegnante” mentre la terza all’analisi dei risultati degli elaborati prodotti dagli alunni. Chiudono il testo le considerazioni conclusive.
Per Fiorin il quadro generale del sistema nazionale italiano di formazione e ricerca non brilla certo per eccellenza ma «il Trentino è un’eccezione, molto più vicino al modello finlandese in tanti suoi tratti».
A dirlo non è solo lui ma i risultati dell’indagine OCSE-PISA che hanno evidenziato la competitività della scuola trentina non solo rispetto al resto dell’Italia ma a livello internazionale.
Ed è alla luce di questi dati che gli esiti della ricerca Scritture a scuola divengono più allarmanti.
Al di là dei vari errori di punteggiatura e ortografia riscontrati negli elaborati, incuriosiscono e stupiscono quelli rilevati e inseriti nelle categorie concordanze e lessico e singoli termini usati impropriamente.
Gli errori di concordanze raggiungono una percentuale del 20,48% mentre quelli sul lessico superano la metà (54,10%). E per quanto riguarda la seconda categoria ci è parso più eloquente riportare alcuni esempi di errori riscontrati: «La terra è in fase di aumento della temperatura sia per cause naturali, sia per la manodopera dell’uomo; Gli osservatori climatici hanno approvato che l’anno 2007 è stato l’anno più caldo registrato dal 1860; Inoltre nel 2007 è stato scritto un documento che parla degli adattamenti da prendere nei confronti dei cambiamenti climatici; La terra infatti sta attraversando una fase di alzamento della temperatura».
Rappresentano una piccola parte ma questi errori lasciano comunque basiti trattandosi, tra l’altro, di termini di uso comune riferiti ad argomenti di stretta attualità.
Boscolo e Zuin affermano che «i primi anni della scuola secondaria di secondo grado rappresentano un momento importante nello sviluppo delle abilità di lettura e scrittura», tuttavia nel nostro sistema d’istruzione finisce che la lettura assume una funzione prevalentemente “efferente”, volta a ricavare informazioni e concetti, mentre la scrittura viene considerata una “materia” a sé stante, formalmente inserita nella materia “Italiano”. Eppure pressoché all’unisono gli insegnanti coinvolti hanno dichiarato che lettura e scrittura sono propedeutiche e che per imparare a scrivere il primo esercizio da fare è leggere. Posizione tra l’altro che non sembra errato presumere essere largamente condivisa anche fuori la scuola.
Allora perché nel nostro sistema di istruzione la lettura continua a essere considerata un esercizio finalizzato all’apprendimento e spesso alla memorizzazione delle nozioni orali?
Stando all’ufficio studi AIE che si basa su dati ISTAT nel 2014 il 51,1% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni ha letto «almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti». Se consideriamo che la media italiana si aggira sul 41,4% si può affermare che la lettura piace a molti ragazzi di quella fascia di età. Lettura di testi non scolastici però. Inoltre osservando i siti di scrittura e/o di fanfiction si può notare quanto piaccia ai giovani scrivere oltre che leggere.
Perché allora nel test effettuato dagli autori si è notata una certa ‘resistenza’ da parte dei ragazzi evidente ancor di più nelle risposte frettolose e abbozzate del questionario? Potrebbe essere riconducibile al fatto, come ipotizzato dagli stessi Boscolo e Zuin, che gli alunni hanno visto nell’elaborato e nel questionario l’ennesima prova valutativa, oppure il discorso va fatto in maniera più ampia. Quali sono gli argomenti di cui piace leggere e scrivere ai ragazzi di quindici anni? Perché gli adolescenti che sentono il perenne bisogno di comunicare tra di loro, chattare, messaggiare, scambiare opinioni e segreti nella scuola si chiudono a riccio e fingono di non interessassi a nulla?
In base a quanto si legge nella prima Raccomandazione dell’UE, riferita alla comunicazione nella madrelingua, gli studenti, al termine dell’obbligo scolastico, devono aver acquisito la «capacità di esprimere e interpretare concetti, pensieri, sentimenti, fatti e opinioni in forma sia orale che scritta, […] l’abilità di distinguere e di utilizzare diversi tipi di testi, di cercare, raccogliere ed elaborare informazioni». In buona sostanza, qualora decidano di non proseguire gli studi al termine dei cicli obbligatori, devono essere dei cittadini pronti a vivere in società. I quindici-sedicenni italiani lo sono? Stando ai risultati della ricerca condotta da IPRASE in Trentino no.
L’82% dei docenti coinvolti in Scritture a scuola esprime la convinzione che «sia non solo utile ma doveroso promuovere una partecipazione intenzionale e consapevole da parte degli studenti al processo di apprendimento della scrittura». Prospettiva condivisibile ma ancora limitata nel concreto alle attività scolastiche straordinarie che in genere vengono strutturate come ‘lavori di gruppo’ e che quindi proprio nella loro organizzazione strutturale potrebbero trovare le motivazioni che ne vanificano gli effetti. Un dato molto interessante della ricerca infatti dimostra come «lo scrivere in gruppo, collettivamente, sia in realtà apprezzato solo da una minoranza degli studenti e delle studentesse».
Boscolo e Zuin hanno notato «uno scarto tra ciò che gli insegnanti scelgono di realizzare, che di norma è coerente con ciò che pensano, e ciò che ritengono sia veramente funzionale all’insegnamento della scrittura». Incongruenze, distanze tra la convinzione e l’efficacia dell’attività, «con la convinzione che permane nonostante l’attività che ne deriva non sia ritenuta efficace».
Albert Einstein sosteneva che è «follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso», ma gli insegnanti del Trentino coinvolti nella ricerca di Boscolo e Zuin non sono il fisico e filosofo tedesco e preferiscono a quanto pare seguire una differente filosofia.
I docenti lamentano scarsità di tempo, frammentarietà, disfunzionalità dei dipartimenti disciplinari, «spesso impegnati in adempimenti burocratici anziché in attività di studio e ricerca comune», frattura tra il 1° e il 2° ciclo d’istruzione, nonché la «difficoltà a collaborare con i colleghi». Ma per Boscolo e Zuin «il fattore veramente decisivo rimane la formazione iniziale e in servizio».
Uno dei tre obiettivi che gli autori si erano prefissati con la ricerca Scritture a scuola era quello di aprire un dibattito intorno al tema trattato, soprattutto interno al sistema d’istruzione scolastico. È certamente auspicabile un confronto che preveda la partecipazione attiva di tutti gli attori: dirigenti, docenti, alunni, genitori.
Uno scopo non previsto invece della ricerca e che ha meravigliato gli stessi autori è stato il «contribuire all’elaborazione di indicazioni, esempi, strumenti didattici e valutativi», a cui fanno accenno Boscolo e Zuin nella parte conclusiva di Come scrivono gli adolescenti.

Come scrivono gli adolescenti

 

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Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori

05 mercoledì Ago 2015

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IlSaggiatore, Italia, italiani, PierfrancoPellizzetti, recensione, saggio, Societaobarbarie

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori di Pierfranco Pellizzetti, edito nell’aprile di quest’anno da Il Saggiatore nella collana La Cultura, è un testo corposo, ben strutturato che sembra voler inquadrare il “problema della politica” con un’analisi ad ampio spettro spazio-temporale.

Pierfranco Pellizzetti, genovese di nascita, scrive per «Il Fatto Quotidiano», «MicroMega», «Critica Liberale» cercando di raccontare e al contempo motivare la sua ormai profonda consapevolezza, ovvero che la «politica quale l’abbiamo conosciuta è in profonda crisi».

Già nell’introduzione di Società o barbarie Pellizzetti dichiara qual è lo scopo del libro: «un invito a trasformare l’espressione denigratoria “antipolitica” nel suo contrario “altrapolitica”». Per l’autore gli ultimi quaranta anni sono stati il periodo in cui l’Economico ha marginalizzato il Politico e la corsa al benessere del singolo ha soppiantato ogni forma di solidarietà collettiva. Nel testo vengono analizzate le origini storiche, i risvolti socio-economici e le tecniche propagandistiche di questo “sistema” ormai in crisi. Conseguenze dirette di tutto ciò: le disuguaglianze, la recessione, la disoccupazione, la disgregazione sociale.

Il problema non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa e potrebbe essere valido per tutte le democrazie occidentali.

Nell’analisi condotta da Pellizzetti saltano all’occhio se non vere e proprie contraddizioni, piccole falle che lasciano perplessi. Per l’autore il declino è cominciato quando gli ex-sessantottini hanno deposto striscioni e baluardi e sono diventati parte integrante di questo sistema politico in crisi ma un attimo dopo cita le «cinque regole auree» che Richelieu eleggeva a fondamento dell’agire politico: «simula, dissimula, loda tutti, non dire mai la verità, non credere a nessuno» e leggendo ci si ritrova a pensare che o l’autore vede o vedeva nei sessantottini l’unica espressione possibile della “altrapolitica” oppure che ha preso un abbaglio e il “degrado politico” in realtà c’è sempre stato, considerando anche ciò che poi riferisce egli stesso riguardo l’evoluzione di questi “rivoluzionari mancati”, le illusioni e le disillusioni, le ribellioni di allora e la conformazione di oggi.

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Gli interrogativi che il libro pone sono molteplici, primo fra tutti quello della scelta direzionale della politica che potrebbe essere orientata verso un discorso pubblico deliberativo che abbracci la «savia follia» propugnata da Erasmo oppure destinata alla dimensione di tecnologia del potere professata da Machiavelli. Si chiede poi Pellizzetti quali saranno le forme organizzative che dovranno assumere gli “attori del cambiamento” e come dovranno orientare gli sforzi volti alla comunicazione di idee, pensieri, speranze e valori nell’era del digitale, della “Rete”.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Artur Schlesinger Jr. «Ci è stato spesso detto che la politica è potere, e naturalmente questo è vero. Più recentemente ci è stato detto che la politica nell’epoca dei mass media è immagine: ho paura che ci sia qualcosa di vero anche in questo. Ma in una democrazia la politica è qualcosa di più che la lotta per il potere e la manipolazione dell’immagine. È soprattutto ricerca dei rimedi. Nessuna somma di potere e pubbliche relazioni servirà se, alla fine della giornata, la politica non funziona».

Ormai è chiaro a tutti che la politica così com’è proprio non funziona e verrebbe da aggiungere che il suo ruolo più che di «ricerca di rimedi» dovrebbe essere quello di “impedimento di danni”, nel senso che chi amministra e chi governa dovrebbe fare in modo di evitare danni e conseguenze negative, non limitarsi a cercare solo i rimedi soprattutto perché per la gran parte di questi danni ne è stato anche l’artefice.

Il simbolico viaggio che Pellizzetti compie nella “politica” dell’Europa e del mondo ritorna spesso «tra i palazzi e i carruggi» della sua città, Genova, «un luogo che in queste pagine funge sovente da punto di osservazione specifico per ricavare considerazioni e valutazioni generali». Queste considerazioni e valutazioni sembrano essere ben condensate nella citazione di Pasquino, riportata a margine del libro: «Più di duemila anni dopo Aristotele, mezzo millennio dopo Machiavelli, il nostro rapporto con la politica è diventato simile a quello con una persona che abbiamo molto apprezzato e molto amato e che ci ha infine delusi», tuttavia rimane in chi legge un senso di incompiutezza che potrebbe essere generato dal fatto che l’autore tende un po’ troppo a “personificare” la Politica, indicandola come responsabile della situazione, della crisi, parla del suo ‘decadimento’ ma così facendo sembra renderla però troppo impersonale, in fondo questa non è un’entità indefinita bensì il frutto di azioni e scelte concrete. Sarebbe più corretto affermare che non è la Politica ad aver deluso ma i Politici, cioè le persone che hanno rivestito cariche pubbliche lavorando solo per il proprio tornaconto, che hanno sacrificato il benessere collettivo, l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’informazione, l’educazione… barattandoli con denaro e potere. Non è la Politica a dover cambiare ma l’atteggiamento e il comportamento delle persone. La Politica come l’Economia non sono entità a sé, rappresentano e le ritroviamo in ogni quotidiana azione compiuta o scelta effettuata e non è possibile scinderle dall’agire di tutti e di ognuno. Anche scegliere di fare la spesa al mercato piuttosto che al supermercato è una scelta politica che influenza l’economia ed è di fondamentale importanza comprendere che l’altrapolitica propugnata da Pellizzetti in Società o barbarie non si potrà mai raggiungere continuando a scegliere amministratori e governanti come si sceglie una squadra di calcio.

http://www.sulromanzo.it/blog/societa-o-barbarie-il-risveglio-della-politica-tra-responsabilita-e-valori-di-pierfranco-pelliz

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“Contro natura” di Bressanini e Mautino (Rizzoli, 2015)

25 sabato Lug 2015

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BeatriceMautino, ControNatura, DarioBressanini, recensione, Rizzoli, saggio

OGM e bio: cibo contro natura?

Contro natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola di Dario Bressanini, chimico, e Beatrice Mautino, biotecnologa, è uscito lo scorso maggio per Rizzoli. Un libro non va mai giudicato dalla copertina, né dai primi capitoli… vero in questo caso più che mai. Per le prime cinquanta pagine non si riesce bene a comprendere il senso del discorso portato avanti dagli autori e il lettore quasi si indispone, avallato anche dal forte bagaglio di pregiudizi e preconcetti sui tanto famigerati, ma al contempo pressoché sconosciuti, “organismi geneticamente modificati”. Poi la tela costruita da Bressanini e Mautino per sostenere le loro tesi si dipana e, a ogni pagina, la lettura si fa più interessante. Il registro linguistico utilizzato dagli autori è volutamente poco tecnico, molto discorsivo e pieno di esempi tratti dalla quotidianità. Un metodo efficace per raggiungere una fetta di lettori più ampia possibile.

Le domande a cui il libro cerca di dare una risposta sono molteplici: «Cosa sono gli OGM? E cosa i mutagenesi? Cosa possiamo o dobbiamo considerare “contro natura”? I media e le autorità ci stanno dicendo la verità al riguardo?». Nelle primissime pagine viene citato un articolo di Tullio Regge,Spaghetti geneticamente modificati, apparso su «Le Scienze» del gennaio 2000, come spunto per riflessioni e considerazioni riguardo al clamore che ha generato. «Il messaggio che Tullio Regge voleva far passare era che gli OGM non sono poi così diversi da quel che mangiamo tutti i giorni, e che nessuno dopo tutto aveva mai avuto problemi con gli spaghetti o i fusilli. Invece il messaggio che è passato è che era proprio il CRESO a essere diverso da ciò che mangiamo tutti i giorni».

Il CRESO è un grano ottenuto dall’incrocio tra la linea messicana del CIMMYT e il mutante del Cappelli Cp8144, sottoposto a una lunga serie di prove agronomiche in varie località dell’Italia centrale e ottenuto trattando il Cappelli con raggi X. Non ci sono errori di lettura o scrittura, è proprio così che si ricavano le tipologie di grano più diffuse per la produzione di paste alimentari. «Piante trattate in reattori nucleari o sui campi di coltivazione con cannoni al Cobalto 60 o con raggi X». Le piante create con la “tecnica della mutagenesi” nei laboratori di tutto il mondo sono all’incirca 2250, compresi i grani duri come il CRESO e le varietà di mandarino senza nocciolo. «Numeri che avrebbero dovuto aiutare a mettere nella giusta prospettiva le cose: le piante mutate sono tantissime, molte più di quelle che immaginiamo, e le mangiamo ogni giorno senza avere problemi»; invece il risultato delle affermazioni di Regge è stato il tacciare il CRESO come il “nemico numero uno” e alimentare costantemente una politica e, al contempo, una propaganda contro gli OGM.

È a questo punto che viene chiarito il discorso portato avanti dagli autori: «La scelta legislativa di definire una classe di organismi in base al modo in cui sono stati ottenuti e non in base alle loro caratteristiche, che alla fine sono le uniche cose che ci interessano quando le dobbiamo coltivare e mangiare, è a nostro parere la radice di tutti i mali, perché ha dato luogo a una legislazione irrazionale e a caratteristiche simili in modo diverso». In Italia sono vietati gli organismi “geneticamente modificati” ma sono consentiti quelli “geneticamente mutati”, come il grano CRESO. Gli autori e non solo loro si chiedono il perché. Stando ai resoconti dei gruppi di ricerca istituiti dall’UE «le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante», ma allora perché trattarle diversamente?

Va inoltre puntualizzato, e Bressanini e Mautino lo fanno benissimo, che se anche è stata dichiarata illegale la coltivazione degli OGM, in Italia non si è fatto lo stesso per il loro utilizzo. «E sì, perché gli OGM in Italia non si coltivano, almeno ufficialmente, ma si “utilizzano” eccome. Alla luce del sole. Legalmente e senza alcuna opposizione». Ammontano a 4 milioni le tonnellate di farina di soia importate ogni anno dall’industria mangimistica. Gli autori hanno calcolato che equivalgono a «55 chili di soia OGM per ogni italiano, deputati, ministri e attivisti compresi».

OGM e "bio": cibo contro natura?

Ecco allora che emerge un quadro chiaro della situazione: dopo aver più o meno inconsapevolmente prodotto, distribuito e mangiato per quasi cinquant’anni “pasta radioattiva”, si regala agli italiani un nemico da combattere, gli OGM, e allo stesso tempo si continua la sperimentazione e la coltivazione dei mutagenesi. Da un punto di vista legale questi continuano a essere consentiti, come lo è l’importazione e la lavorazione di piante o cereali OGM. Ufficialmente in Italia è vietata solo la loro coltivazione. Ma mentre per il legislatore i grani come il CRESO non sono OGM e quindi la loro coltivazione non è illegale, per l’opinione pubblica il CRESO e simili sono diventati OGM e responsabili tra l’altro di “malattie” come la celiachia. Bressanini e Mautino in Contro naturasi soffermano a lungo nell’esposizione di quanto accaduto nel circo mediatico della televisione e della stampa, sottolineando gli errori, le superficialità e a volte la facile speculazione che ha portato gli italiani verso una dannosa disinformazione riguardo gli OGM, i mutagenesi e i prodotti biologici.

OGM e "bio": cibo contro natura?

Gli autori non sono per principio favorevoli o contrari agli OGM, ai mutagenesi oppure ancora ai prodotti “bio”; cercano solo di fare un po’ di chiarezza in “universi” di cui si fa un gran parlare ma che in fondo restano poco conosciuti.

Si può anche persistere nella convinzione che gli OGM siano dannosi, che i mutagenesi lo siano di più o di meno, che i prodotti biologici siano “naturali” ma il libro è comunque interessante. Contro natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola di Dario Bressanini e Beatrice Mautino è, insomma, un’analisi di tutto rispetto.

http://www.sulromanzo.it/blog/ogm-e-bio-cibo-contro-natura

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“Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

23 giovedì Lug 2015

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CLTaylor, Ilconfinedelsilenzio, Longanesi, recensione, romanzo, thriller

Il confine del silenzioThe Accident, romanzo d’esordio di C.L. Taylor esce quest’anno in Italia per Longanesi col titolo Il confine del silenzio, nella versione tradotta da Elisa Banfi. Nel Regno Unito il libro ha riscontrato un notevole successo nelle vendite e ora inizia a essere pubblicato in diversi paesi europei.

Non stupisce il favore del pubblico e non meraviglierebbe scoprire che sia dovuto in gran parte al passaparola. La scrittura della Taylor, abilmente riprodotta dalla Banfi, cattura il lettore e lo tiene sospeso come in apnea per tutte le oltre duecento pagine che compongono il testo.  Una capacità che è propria del grande Wulf Dorn e che si ritrova in pochi altri autori.

Quella sensazione di essere spiati, controllati, di essere in costante pericolo, al pari dei protagonisti delle vicende che si stanno leggendo. La paura che ti assale ogni volta che apri il libro e ricominci dal punto in cui avevi lasciato, una paura che ti tiene incollato alla sedia e ti fa credere che l’unico modo di sconfiggerla sia andare fino in fondo nella lettura, scoprire il mistero e mettersi in salvo, come i personaggi.

Ma è sul finale che Il confine del silenzio delude un po’: troppo scontato, con una struttura troppo studiata e trasparente, a tratti anche prevedibile.

Il registro narrativo si articola su due livelli temporali: il presente, con la narrazione delle vicende in corso di svolgimento, e il passato, quando Sue ricorda i suoi trascorsi giovanili rivissuti attraverso le pagine di un diario. Donna emotivamente instabile e insicura al capezzale di sua figlia, in coma da settimane, Sue ritrova il coraggio di combattere perdendo la lucidità e, mentre il marito crede stia avendo un’altra delle sue ‘crisi’, riesce a mettere in salvo la vita di Charlotte, di Brian e la propria. A morire sarà il cattivo, per una serie di coincidenze e casi fortuiti mentre fino a quel punto ogni frase e ogni azione erano state ponderate e premeditate fino all’inverosimile. Esattamente come era accaduto venti anni prima, quando in piena confusione mentale Sue era riuscita a salvarsi e, liberandosi di ‘pesi e ricordi’, a ricominciare.

«Forte? Non avrei potuto essere più debole. Avevo passato due anni della mia vita con un mostro, a farmi torturare da un odio mascherato da amore.»

Provata e combattuta riesce comunque a ripartire, lontano, e col tempo imparerà di nuovo ad amare. Si scoprirà poi che vittima della furia assassina indirizzata a lei è stata un’altra donna, una prostituta, e la storia stava per ripetersi anche venti anni dopo, con Keisha.

I temi e gli argomenti trattati dalla Taylor sono numerosi e spaziano dalla violenza di genere alla prostituzione minorile, dalle malattie mentali alla ribellione adolescenziale. Ne emerge il quadro di una società, quella inglese, che incarna alla perfezione i mali della contemporaneità. Ragazzine cresciute a pane e social network che farebbero qualsiasi cosa pur di possedere un guardaroba di ‘tutto rispetto’.  Ragazzi poco più che adolescenti ascesi al limbo dello show business convinti che a loro tutto sia dovuto. E insieme finiscono col vivere vite parallele al limite degli eccessi e dello sballo inconsci del fatto che le prime vittime di tutto ciò sono e rimangono loro stessi. Il motivo propulsore è per la maggior parte di loro il medesimo: tentare di nascondere le fragilità e le insicurezze con trasgressioni e spavalderia.

Il tarlo del dubbio sul presunto ‘incidente’ di Charlotte si insinua fin da subito nella mente di Sue, sua madre, che pensa di conoscere la sua bambina e invece indagando nella sua vita scopre una persona diversa da come la credeva… o forse no. Sue e Brian, genitori costretti a trovare il coraggio e la forza per andare avanti, ogni giorno, incoraggiati dalla speranza di assistere al ‘risveglio’ della propria figlia.

«Nei suoi occhi leggo la compassione, anche se a volte usa un tono brusco. La vedo negli occhi di tutte le infermiere, soprattutto le madri. Ringraziano Dio che non sia capitato a loro.»

E ciò che capita negli anni a Sue metterebbe a dura prova chiunque, difficile biasimarla per le  insicurezze, per il bisogno di coltivare un ‘amore malato’, di trascurare la figlia da cui non si è separata, di abbandonarsi al sospetto… leggere Il confine del silenzio induce alla riflessione su molti aspetti e problemi della società attuale, sui mali che la affliggono e sui malesseri delle persone di ogni fascia di età.

http://www.thrillercafe.it/il-confine-del-silenzio-cl-taylor/

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“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Lug 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiorgioGlaviano, recensione, Rizzoli, romanzo, Sbirritudine, thriller

7Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

“Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia.»

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra.»

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/07/08/sbirritudine-un-poliziotto-dentro-la-mafia-piu-feroce-una-storia-vera-giorgio-glaviano-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Bebicke (Delos Digital, 2015)

23 martedì Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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DelosDigital, Luomodagliocchiglauchi, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, thriller

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

La Delos, nella collana Odissea curata da Franco Forte, pubblica quest’anno la versione digitale de “L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke, già vincitore del secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari.

“L’uomo dagli occhi glauchi” è un romanzo storico la cui trama si sviluppa tra l’Inghilterra, Venezia e Roma e vede come protagonisti gli uomini e le donne del XVI secolo con le loro personali vicende, emozioni, vicissitudini pubbliche ma soprattutto private.

La Debicke conduce il lettore nell’Inghilterra di Enrico VIII,nella Venezia di metà Cinquecento, nella Roma dei Farnese e in un tempo tutto dominato dalle ombre e dalle speranze che gravitano intorno al Concilio di Trento. Lo porta a conoscere la campagna inglese di allora con le sue fattorie, i cottage, il gelo, il forte vento e la fitta vegetazione. Luoghi apparentemente senza tempo che sembrano rimasti immutati da allora.

Quasi con prepotenza dopo il prologo la scena si sposta tra le calli della Serenissima, tra i ponti e i palazzi che ospiteranno i protagonisti nel periodo più singolare dell’anno: il Carnevale.

I cardinali Alessandro Farnese e Reginald Pole, Lord Templeton e la cortigiana Angela Gradi, pur di appartenenze lontane si ritroveranno uniti dal fitto intreccio e dall’intricato rebus la cui soluzione l’autrice è stata ben attenta a celare, lasciando scivolare tra le righe del libro solo piccoli indizi e labili tracce che aiuteranno il lettore a scoprire le carte del misterioso ‘uomo dagli occhi glauchi’ solo fin quasi alla conclusione.

In questo come del resto in altri suoi scritti, l’autrice racconta di personalità realmente esistite e di personaggi di fantasia, di luoghi e ambientazioni reali  e situazioni che vorremmo non esistessero più.

Toccanti le pagine in cui fa riferimento ai ‘bambini del Chiurlo’, orfani comprati a pochi denari e costretti e delinquere per sostentare il protettore. Come Puccio che ne ha viste e vissute troppe per la sua giovane età e stenta finanche a crederlo quello che poi sarà.

«-Li hanno buttati via- dicevano gli altri ragazzi più grandi e induriti. Lui finora era stato fortunato, ma qualche volta la sera, quando era così stanco da non sentire le gambe e non riusciva ad addormentarsi dalla fame, sognava la zia Ebe. La invocava col pensiero e sperava di morire anche lui, come era morta lei.»

La società contemporanea è caratterizzata da una copiosa produzione e circolazione di immagini, oltre che di notizie e informazioni. Basti pensare alla moda largamente diffusa di postare i selfie sui social o agli archivi anche digitali stracolmi di foto che ritraggono volti e paesaggi. In qualunque momento possiamo guardarle e riguardarle e renderci conto dei cambiamenti. Non è sempre stato così. Prima le foto erano cosa rara e legata ad avvenimenti e ricorrenze e prima ancora, nel periodo di cui ci narra la Debicke, il ‘ritratto’ bisognava commissionarlo ai ‘mastri’ del pennello.

Ne “L’uomo dagli occhi glauchi” sarà il grande Tiziano Vecellio a ritrarre la ‘Danae’ di Alessandro Farnese e il misterioso lord inglese dagli ‘occhi glauchi’ che si rivedrà dopo trent’anni e rammenterà ogni istante di quei giorni con un velo di orgoglio misto a nostalgia.

«-Come avrei potuto dimenticarlo.- Studiò ancora il ritratto a carboncino e dichiarò: – Quanto tempo… Come eravate giovane, Milord.»

“L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke: uomini e le donne del XVI secolo

 

 

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“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa (Piemme, 2015)

13 sabato Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Earrivatalabufera, GiuliettoChiesa, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, Piemme, recensione, saggio, terrore, Terrorismo

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Giulietto Chiesa, tra i più noti giornalisti italiani, ripropone con È arrivata la bufera il saggio Invece della catastrofe, pubblicato sempre con Piemme nel 2013, arricchito con I misteri di Parigi, inchiesta sui «buchi neri» nella ricostruzione ufficiale della strage attuata mediante l’assalto alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo e a un supermercato ebraico. Ed è proprio da questi ultimi fatti che si può partire per spiegare la «enorme crociata che sta investendo tutto il mondo».

Una spietata caccia al nemico resa possibile e giustificata dall’elevato livello di isteria che ha raggiunto “l’opinione pubblica” internazionale.

Dall’11 settembre del 2001 dilaga un radicato sentimento anti-islamico, praticamente in tutto il mondo occidentale, e una decisa convergenza di opinione che individua nel “terrorismo islamico” l’origine dei peggiori mali.  A seguito degli eventi di Parigi del 7, 8 e 9 gennaio di quest’anno di nuovo «osserviamo come sia in atto un formidabile tentativo di ripetere la successione di eventi manipolatori che mascherarono l’11 settembre e i suoi veri autori; che permisero di cancellare le tracce; che costrinsero i nostri occhi a guardare altrove, là dove erano accesi i riflettori, non là dove erano state fatte calare le ombre».

Chiesa spiega dettagliatamente il suo punto di vista, frutto di analisi approfondite, ricerche, studi e sopralluoghi, confronti e raffronti e sottolinea anche la facilità e a volte la faciloneria con cui viene attaccato e bollato di essere un ‘visionario’ al pari di tutti quelli che non digeriscono la ‘versione ufficiale’ elargita dai media, come ci si aspetta che debba essere. Interrogarsi sui «buchi neri», cercare di capire e dare un senso a qualcosa che appare o è poco chiaro invece è un qualcosa che dovrebbe essere fatto, in maniera naturale e istintiva, da ognuno soprattutto da noi occidentali che abbiamo fatto dell’informazione un baluardo dei tempi moderni.

Chi ha cercato come Chiesa di produrre una ricostruzione dei fatti dell’11 settembre 2011 che non fosse la «versione semplice, banale, destinata a occultare i fatti reali accaduti, a spostare l’attenzione dai veri attori e protagonisti verso un gruppo di capri espiatori, tutti già morti, o fatti variamente sparire, e quindi non in grado di difendersi» è stato bollato quindi come ‘visionario’ e ‘complottista’ e costretto a osservare genti, popoli, generazioni intere anche di giovanissimi che hanno pienamente ingerito e fatto proprio l’odio verso i terroristi che hanno privato il mondo occidentale delle Twin Towers e ucciso migliaia di americani, indicandoli per certo come degli estremisti islamici. Anche se nella gran parte dei casi la loro ‘conoscenza’ termina qui. Nessuno o quasi di loro si è mai chiesto eventualmente da cosa ha avuto origine questo sentimento di riscatto che smuove centinaia di giovani contro la prima potenza mondiale. Nessuno o quasi sembra interrogarsi su quali siano i motivi di fondo da cui scaturisce la volontà di creare uno Stato islamico. Nessuno o quasi sembra volersi interrogare sul ‘centrismo occidentale’ nel mondo. Nessuno o quasi sembra volersi chiedere fino a che punto le ‘versioni ufficiali’ siano reali.

«Che i servizi segreti israeliani fossero presenti a Parigi il 9 gennaio è un fatto assodato. È stata l’ANSA a mostrarci le immagini del Mossad mentre entrava in azione durante l’accerchiamento e l’assalto al supermercato kosher» e Giulietto Chiesa si chiede se sia normale un intervento diretto dei servizi segreti israeliani in un paese, come la Francia, «dotato di una Legione Straniera, sperimentato da decenni contro il terrorismo, impegnato da anni nella sovversione in tutto il Nord Africa (e non solo)» e se questo intervento fosse davvero necessario. Possibile che la Francia «non dispone di proprie forze per fare fronte a situazioni di emergenza interna? Chiunque capisce che tutto ciò non ha alcun senso». Chiesa avanza delle ipotesi, o meglio riporta le sue impressioni avute al momento: «Quasi che “qualcuno” avesse in mente di “orientare” l’interpretazione dell’attentato in senso antiebraico. Se i terroristi, uno o più, avessero occupato un grande magazzino Auchan, per esempio, la presenza del Moussad non sarebbe stata in alcun modo giustificata e giustificabile».

Lo scopo dello scritto I misteri di Parigi non sembra essere quello di trovare a ogni costo i colpevoli, i mandanti, i correi… bensì quello di analizzare i fatti, i dati e anche le impressioni per cercare di capire i motivi propulsori di certi comportamenti e accadimenti e soprattutto le conseguenze che ne deriveranno. Per Chiesa la prima e diretta ripercussione degli assalti di Parigi del gennaio 2015 sarà «ridurre le nostre libertà in nome della sicurezza», esattamente come è accaduto in seguito agli attentati di New York e Washington del settembre 2001.

Il politologo Aleksei Martynov ha dichiarato: «Ci sono persone che guidano il terrorismo islamico internazionale, e queste persone si trovano negli Stati Uniti d’America». Giulietto Chiesa aggiunge: «Personalmente non credo che siano solo negli Stati Uniti d’America, perché penso che si trovino anche in Israele, in Germania, in Francia, per fare solo alcuni esempi». È una sua opinione certo e lo precisa anche tuttavia, dopo aver letto il saggio, non si può fare a meno di interrogarsi per cercare di capire ed è esattamente questo l’insegnamento o il suggerimento che è nelle intenzioni dell’autore. «Questi eventi non accadono per niente. Avvengono perché si persegue un obiettivo strategico. Più grandi sono, più grande è l’obiettivo strategico. E sicuramente quella di Parigi è un’operazione destinata a segnare a lungo la storia futura dell’Europa e del mondo intero. Questo libro cerca di descrivere qual è l’obiettivo strategico.»

Invece della catastrofe è stato scritto da Chiesa alcuni anni fa ma ciò di cui parla sembra ed è riferibile alla contemporaneità nel modo più assoluto. È vero che l’autore in fase di riedizione ha provveduto a rivedere il saggio ma lo è anche il fatto che gli scenari da lui descritti non fanno altro che concretizzarsi o prospettarsi nell’immediato futuro e nell’accezione più drastica e tragica. Eppure una via per evitare ‘la catastrofe’ ci sarebbe, c’è. Ne parla Chiesa e ne parlano altri, ognuno piegando gli argomenti alle proprie opinioni o riflessioni, ma in ogni caso si tratta comunque di ‘alternative’ volutamente ignorate dai più.

Per comprendere il tutto bisogna partire nuovamente dalla comunicazione, dai sistemi di comunicazione-informazione che giocano un ruolo determinante nella formazione e sull’influenza dell’opinione pubblica. «Se noi non sappiamo è perché non siamo stati informati. Qualcuno che sa, anche se non tutto, anche se non ha capito bene, c’è» ci dice Chiesa, il quale si chiede anche come sia possibile che «pur essendo ormai incommensurabilmente più informati di quanto non lo fossero le generazioni precedenti, non sappiamo le cose più importanti per la nostra stessa esistenza umana, è cioè che ci stiamo suicidando?» La risposta sembra venire da sé: «il sistema dell’informazione-comunicazione che ci circonda, ci pervade, ci accudisce, ci diverte, è quello stesso che ci nasconde le verità fondamentali della realtà in cui viviamo».

Il saggio Invece della catastrofe porta il lettore a cercare la spiegazione degli eventi e delle parole allargando il raggio di riflessione a 360° evitando nettamente di barricarsi dietro posizioni o arroccamenti. Gli eventi come le parole sono legati, consequenziali, non facilmente scindibili e quindi anche gli accadimenti devono essere spiegati tenendo presente questa logica. Abitando un pianeta unico non si può pensare e agire locale, limitatamente ai propri interessi e a al proprio ‘benessere personale’ senza confrontarsi con gli interessi e il benessere degli altri. Il primo mito assolutamente da sfatare è quello del progresso o della crescita infinita, incompatibile con un ‘pianeta finito’.  I procedimenti suggeriti poi da Chiesa sono simili a quelli auspicati dai promotori della Decrescita Felice con la differenza che l’autore rifiuta l’uso dell’aggettivo ‘felice’.  La sua posizione sembra essere dettata dalla perentoria necessità di smettere di fingere di non vedere, cessare i tentativi di abbellimento o di alleggerimento che dovrebbero servire a far ingoiare con più facilità la pillola della certezza che se non si cambia, se non si costringono i governi a prendere seri e risoluti provvedimenti, il nostro pianeta, la nostra casa, collasserà.

«Ora abbiamo bisogno di una “apocalisse”. La parola biblica, come ci viene trasmessa dall’evangelista Giovanni, piegato sul suo scrittoio sull’isola di Patmos, significa “rivelazione”: togliere ciò che impedisce di vedere. Per noi moderni la parola ha assunto il senso di “catastrofe”» e Chiesa sottolinea come la situazione attuale riunisca in sé entrambi i significati: «Se non “vedremo”, andremo alla “catastrofe”. E dovranno essere in molti, e non in pochi, a vedere».

Giulietto Chiesa affronta temi ‘scottanti’ come la moneta, la finanza, le multinazionali e le potenze mondiali, il terrorismo, l’anti-terrorismo, i poteri dei vari stati e degli organismi internazionali, cita i classici, i contemporanei e se stesso ma lo fa con un linguaggio diretto, ai più comprensibile, chiaro, che cerca di essere più efficace possibile per arrivare alla ‘massa’, quella stessa massa tenuta per lo più all’oscuro della ‘conoscenza’ mai come ora che viviamo l’era dello spettacolo e della spettacolarizzazione, l’epoca che ha creato ‘la fabbrica dei sogni’ e di ciò ancora si vanta. È prevedibile e quasi scontato che vada incontro a critiche e accuse. Si può non essere pienamente concordi con il punto di vista dell’autore, si può ritenere alcune cose una forzatura e altre analisi sublimi ma la lettura di È arrivata la bufera è fuori di dubbio auspicabile e dal maggior numero di persone, non foss’altro per stimolare lo spirito critico e razionale troppo spesso pigro e latente nella ‘opinione pubblica’ dell’attuale sistema di comunicazione-informazione e oserei aggiungere anche di quello dell’insegnamento scolastico.

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa

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