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Irma Loredana Galgano

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“La buona legge di Mariasole” di Luigi Romolo Carrino (Edizioni e/o, 2015)

01 lunedì Giu 2015

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EdizioniEO, LabuonaleggediMariasole, LuigiRomoloCarrino, recensione, romanzo, thriller

La buona legge di Mariasole - Luigi Romolo Carrino

Personaggio spin-off del romanzo Acqua Storta, Mariasole Simonetti domina indiscussa la scena per tutte le oltre duecento pagine del libro dedicato alla sua “buona legge” da Luigi Romolo Carrino, edito da E/O nel marzo di quest’anno.

La scrittura, l’incisività, la forza e la determinazione permangono le caratteristiche di questa affidabile penna campana talmente abile nel descrivere i fatti del suo territorio da porre il lettore quasi in un atteggiamento di sfida. Si cerca, fin dalle prime pagine, il passaggio, la frase, l’aneddoto o il riferimento che renda La buona legge di Mariasole l’ennesimo piatto racconto della criminalità organizzata e dei ‘camorristi’ dell’hinterland partenopeo. Non trovarli sarà l’unica delusione per chi si ritroverà a leggere con morboso pathos i pensieri e le parole della protagonista, a seguire le sue vicende e scoprire la sua legge.

«Mi facevi schifo. Eri tutto quello che non volevo da un marito. Il giorno che ti sposai odiavo tutti. Non potevo fare altro che sposarti e odiarti, perché queste sono le nostre leggi, le abbiamo giurate, tu per la tua famiglia e io per la mia, e valgono sempre e comunque, anche sottoterra. È per questo che Ferdinando ha messo la videocassetta del tuo battesimo di camorrista sotto la tua testa sparata.»

Destini che si incrociano, vite predestinate che sembrano vissute come in un sogno, o meglio un incubo dal quale non esiste risveglio se non la morte. Crescere nella consapevolezza di non poter avere un’alternativa, di non poter desiderare nulla di diverso da quello che è stato già deciso, apprendere tutti i riti e i miti in maniera tale da essere preparati a ogni evenienza, soprattutto gli imprevisti. E Mariasole si ritroverà a doverne gestire tanti, di imprevisti, lei che si era illusa di poter vivere una vita diversa, lontano, una vita fatta di amore, di quotidianità e invece scivola sempre più dentro ciò che voleva rinnegare e per assurdo lo fa per amore.

«Noi siamo un continuo presente, noi stiamo ma non procediamo e non trascorriamo. Chi si è mangiato la vita nostra? La vita si mangia la vita da dentro in questa città, siamo una contraddizione temporale. Una sospensione, una fotografia immobile.»

L’autore esordisce con la dedica a suo fratello Giuseppe e chiude con quella alla sua città, Napoli. Sentimenti e affetti diversi certo ma generati entrambi da un amore viscerale, profondo. Legami indissolubili, esattamente come quelli raccontati nel libro racchiuso tra le due dediche. La buona legge di Mariasole di Luigi Romolo Carrino il romanzo che racconta della forza più potente che c’è a questo mondo: l’amore di una madre per i propri figli.

http://www.thrillercafe.it/la-buona-legge-di-mariasole-luigi-romolo-carrino/

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina

15 venerdì Mag 2015

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“Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina” di Simona Raspelli: non bisogna dimenticare

A febbraio di quest’anno le Edizioni Diabasis pubblicano Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina di Simona Raspelli, psicologa milanese alla sua prima esperienza letteraria, figlia di Edoardo Raspelli, curatore della prefazione al libro.

Nel compiere il consueto e ordinario gesto di riempire il serbatoio della propria auto a un qualsiasi distributore self service di benzina Raspelli padre ricorda i racconti della figlia in merito alle esperienze vissute in quel lembo di terra rossa appena sotto l’Equatore, il Burundi, e in quell’altro fazzoletto di terra martoriata, la Palestina, definita dall’autrice «resiliente».

«A me è rimasto l’episodio ‘curioso’, il particolare ‘strano’, il folclore, a mia figlia maggiore il toccare con mano la tragedia, le tragedie. Le pagine di Simona Raspelli danno il loro contributo, il suo contributo a non dimenticare.»

Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina di Simona Raspelli si caratterizza infatti proprio dalla volontà, chiarissima anche dalla scelta del registro narrativo, dell’autrice di non solo raccontare ciò che ha visto e vissuto ma di fare in modo che il tutto si focalizzi nella mente e davanti agli occhi del lettore al punto che questi provi i medesimi sentimenti, le stesse sensazioni da lei provate. Il suo scopo sembra essere non solo quello di «non far dimenticare» ma anche e soprattutto quello di far ‘realizzare’ cosa effettivamente accade e si consuma ogni giorno, tutti i giorni, a una manciata di ore di volo dall’ovattato mondo occidentale.

Il testo si apre con la metabolizzazione interiore e la successiva organizzazione logistica del ‘viaggio’che la Raspelli si accinge a intraprendere, non senza remore, paure, dubbi e incertezze.

Sensazioni ed emozioni che rimarranno in lei, si sommeranno ad altre, ma acquisiranno una prospettiva totalmente differente nel momento in cui toccherà con mano, osserverà con i propri occhi, patirà con il proprio cuore la sofferenza, quella vera, profonda e radicata, derivante non dalla fine di una relazione d’amore o dallo stress per il troppo lavoro, per il parcheggio non trovato, per il graffio sulla carrozzeria dell’auto nuova… no, quella generata dalle difficoltà di sopravvivenza di popolazioni che hanno nulla in confronto a noi occidentali dal punto di vista economico, finanziario, commerciale, industriale, ma tanto da insegnare dal punto di vista umano, sociale, comunitario, spirituale.

«Se arrivate da vite occidentali che si sono inaridite per vari motivi, magari perché avete perso la misura inseriti nel grande frullatore della produttività che va a tutta velocità, o magari perché vi siete fatti risucchiare in un lavoro solo mentale e magari privo di valori ed eticità, o magari perché avete ceduto alla grande piovra del consumismo e il tempo libero lo passate tra un centro commerciale e l’altro, o magari perché vi siete inchinati davanti al corteo degli stereotipi e cercando di adattarvi alle aspettative altrui con la speranza di ottenere consenso sociale o appartenenza, avete dimenticato i vostri desideri e sogni, o magari perché vi siete fatti catturare salendo su comode e luccicanti gabbie dorate… insomma, comunque sia, con questo incontro potreste sentirvi rifioriti e resi di nuovo fertili da questa piccola, grande umanità.»

Simona Raspelli racconta le sue giornate da volontaria e da pseudo-turista come appunti di un diario sul quale annota gli accadimenti, le sensazioni ma anche i suoi personali commenti e in cori, che si affacciano come oblò di una nave all’orizzonte, si rivolge direttamente al lettore evidenziando gli aspetti più cruenti, più reali, più tristi delle sue esperienze vissute calpestando la terra rossa del Burundi o traversando i vari check point della Palestina.

Le notazioni dell’autrice sono come dei simbolici schiaffi rivolti al lettore che magari un attimo prima di leggere pregustava la sua vacanza in un resort, prenotava il suo massaggio in una rinomata spa, ripensava alla sua auto o al suo smartphone  nuovi e si crucciava di non aver scelto ulteriori optional o modelli differenti… problemi che diventano incomprensibili se visti attraverso gli occhi di chi si trova dianzi a decine di bambini, di età compresa tra i tre e i dieci anni, affetti da osteomielite, per la gran parte orfani, accompagnati per la medicazione solamente da una straniera per giunta praticamente sconosciuta che non piangono, non urlano, non si dimenano e non chiedono né tantomeno pretendono giochi come ricompensa per aver acconsentito a sottoporsi alle cure necessarie.

«Oggi: i politici in Italia fanno quello che fanno, le veline fanno le veline, i gatti e i cani sono trattati come bebè, i bianchi si lamentano perché il computer è lento o perché l’automobile ha su una riga, molti si affannano per tenere il passo con le nuove tecnologie, i prodotti e i trattamenti per la cura della cellulite spopolano e le riviste ci propinano la passeggiata a piedi nudi sulla terra come metodo antiaging… e a dodici ore di distanza in aeroplano un ragazzo di vent’anni rischia di morire di malaria perché deve aspettare che i suoi parenti se lo carichino sulle spalle e lo portino a piedi all’ospedale che è a tre ore di distanza.»

Viene da sé pensare che bisogna fare il possibile e pure l’impossibile affinché tutto ciò cambi, altrimenti vuol dire che abbiamo perso ogni briciolo di umanità a scapito del progresso e della ‘crescita’ di una ‘civiltà sviluppata’ la quale, fin quando lascerà che simili cose continuino ad accadere, di ‘civile’ ed ‘evoluto’ avrà ben poco. Un cambiamento che non dovrà concretizzarsi in qualche euro in più o in meno donato a Onlus, Ong, Organizzazioni, Missioni e via discorrendo… un cambiamento mentale, culturale, sociale che dovrà fare in modo che simili cose non possano più accadere, né in Burundi né tantomeno in altri luoghi. «Azioni minime hanno un senso, hanno un peso e hanno un effetto.» Lo dobbiamo sempre ricordare, oppure lo dobbiamo imparare.

«Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere» diceva Mahatma Gandhi e Simona Raspelliin Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina sembra volerci spronare a iniziarlo questo necessario cambiamento che deve, appunto, partire da ognuno di noi per raggiungere tutti noi.

“Anche la luna è capovolta. Una volontaria tra Burundi e Palestina” di Simona Raspelli: non bisogna dimenticare

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Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio

10 domenica Mag 2015

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IlMulino, IstituzioniesistemapoliticoinItalia, Italia, italiani, MauroVolpi, recensione, saggio

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Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio, edito da Il Mulino (febbraio 2015) e curato da Mauro Volpi, raccoglie gli interventi del Convegno su «Istituzioni e politica in Italia: bilancio di un ventennio e prospettive» tenutosi a Perugia l’8-9 novembre 2013. Le relazioni sono state riviste dagli autori e in alcuni casi attualizzate essendo l’argomento trattato indiscutibilmente contemporaneo e in continuo divenire.

Volpi, apre con il suo ‘Bilancio’ sugli ultimi venti anni di Repubblica, sul passaggio dalla prima alla seconda e la chiusura di quest’ultima fissandone anche i limiti temporali nelle elezioni politiche del 1993 e quelle del 2013. L’unico parallelo che si sente di avanzare è con la vicina Francia, che per numero di ‘Repubbliche’ è andata ben oltre il due, pur rimarcandone le differenze.

«In Italia invece sono venuti meno tutti i partiti che avevano caratterizzato la vita della Repubblica nella lotta antifascista, nella fase costituente e nel dopoguerra e sono nate nuove forze politiche, alcune delle quali non avevano alcun rapporto con quelle “costituenti” o derivavano da partiti che avevano contestato la Costituzione repubblicana.»
Un ‘Bilancio’ quello di Volpi che tiene in considerazione il rapporto tra gli effetti auspicati e quelli realmente prodotti. «I primi sono stati in larga misura “effetti immaginari”, basati sui miti fondativi del ventennio che non si sono realizzati o si sono realizzati solo in misura contenuta.»

Il più inflazionato tra questi “miti fondativi” è quello della governabilità, intesa come stabilità e capacità di durata dei governi. In conclusione comunque un ‘Bilancio’, quello di Volpi, che non sembrerebbe tanto positivo, al punto che lo stesso per chiarire la situazione cita Diamanti «sulla nostra democrazia rappresentativa tira una brutta aria, derivante dalla assuefazione all’anormalità politica e istituzionale che alimenta il disincanto se non l’indifferenza verso la democrazia».

Mario Dogliani, esordisce evidenziando la discrasia esistente tra la «enorme quantità di scritti che hanno ad oggetto la giurisprudenza costituzionale» e la «molto minore quantità di scritti dedicati alla forma di governo e ai singoli organi costituzionali politici».

Senza entrare nel merito della necessità o della bontà delle riforme costituzionali, Dogliani focalizza l’attenzione del lettore sulla ‘originalità’ di quanto accaduto. «Che un governo chiedesse un mandato pieno per chiudere una discussione di merito in realtà mai aperta per pilotare con i poteri governativi, e con quelli di disciplinamento di partito, una serie di revisioni costituzionali ed elettorali fondamentali per la forma di governo e per l’equilibrio dei poteri, non lo si era francamente mai visto.»

Massimo Villone concentra le sue riflessioni sull’evoluzione della forma di governo e sul ruolo svolto dal Capo dello Stato «chiamato più o meno affettuosamente dalla stampa nazionale e da quella estera King George. […] La nomina di Monti, la mancata nomina di Bersani, la formazione di governi delle larghe intese, l’anticipazione esplicita del suo orientamento sullo scioglimento anticipato delle Camere, la convocazione al Quirinale di forze politiche della sola maggioranza, l’insistenza sulle “necessarie” riforme, l’iniziativa del Comitato di “saggi”, le esternazioni su temi propri dell’indirizzo di governo, hanno segnato un intenso protagonismo del Presidente della Repubblica» che per Villone è iniziato forse in precedenza, con la sollecitazione a rinviare il voto sulla mozione di sfiducia di Franceschini presentata il 16 novembre 2010.  Con Fini fuori dalla maggioranza, la dilazione diede a Berlusconi il tempo di «recuperare una manciata di voti».

Cesare Pinelli ritorna sul problema della formazione e della stabilità di governo analizzando la situazione italiana con occhi europei e adducendo spunti di riflessione molto interessanti. «Dopo le ultime elezioni tedesche sono passati molti mesi prima che si sia formato il governo e non mi risulta si sia gridato allo scandalo. Perfino nel Regno Unito i partiti che avevano deciso di coalizzarsi hanno lavorato per un po’ di tempo prima di raggiungere un accordo, e anche lì non vi sono state affatto proteste da parte dei cittadini. Il problema, dal punto di vista democratico, non è di sapere quanto tempo occorra per varare una coalizione all’indomani delle elezioni, ma di porre i cittadini in condizione di capire, alla fine della legislatura, come il Governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno esercitato il potere di cui sono stati investiti dai cittadini stessi.»

Oreste Massari invita il lettore a riflettere su quale sia effettivamente lo scopo primario di un buon sistema elettorale. Secondo la dottrina è quello di assicurare un giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità, tra voto alla lista e voto alla persona, tra rappresentanza nazionale e rappresentanza territoriale, tra potere dei partiti e potere degli elettori. Almeno secondo quanto riportato da Massari e Pasquino già nel 1994, mentre «se guardiamo alla finalità insita nella logica di funzionamento di tutti i sistemi elettorali, maggioritari, proporzionali o misti, nei paesi occidentali o perlomeno europei, troviamo che la finalità è di ridurre la frammentazione partitica sul versante rappresentanza-governabilità».

Anche gli interventi di Massimo Luciani, Mauro Calise e Carlo Galli vertono sui temi della Legge elettorale, sul ruolo del Presidente del Consiglio e su quello del Presidente della Repubblica cercando di rispondere o almeno chiarire alcuni dei tanti interrogativi al riguardo. La Costituzione deve essere oggetto di una «manutenzione» che ne faccia salvo l’impianto di fondo o va radicalmente modificata? La forma di governo più adeguata è quella parlamentare o quella incentrata su un capo dell’esecutivo eletto direttamente dal popolo? Il sistema elettorale attualmente in discussione è innovativo o ripercorre strade discutibili volte a produrre maggioranze certe ma artificiali? Quale può essere la via d’uscita da questa situazione?

Alfio Mastropaolo allarga lo sguardo, nella sua relazione, ai concetti di politica, iperpolitica e populismo, alla critica della politica e all’opinione diffusa che della politica si ha. «Com’è dunque accaduto che la reputazione della politica sia così vistosamente decaduta e che tale decadenza non abbia finora conosciuto alcun rallentamento? La spiegazione di senso comune rinvia a una sopravvenuta – o intrinseca, ma in precedenza sottovalutata – immoralità e inadeguatezza della classe politica.»

“Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio” – di Mauro Volpi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Professione Lolita” di Daniele Autieri (Chiarelettere, 2015)

05 martedì Mag 2015

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Chiarelettere, DanieleAutieri, Italia, italiani, mafia, ProfessioneLolita, recensione, romanzo

Daniele Autieri, Professione Lolita

Lo scorso gennaio è uscito per Chiarelettere Professione Lolita, del giornalista di «Repubblica» Daniele Autieri, le cui inchieste hanno condotto all’arresto di Furio Fusco, il cosiddetto “fotografo delle minorenni”, e permesso ai carabinieri di sventare un giro internazionale di produzione di materiale pedopornografico.

Professione Lolita non è il “racconto giornalistico” dello scandalo delle baby squillo dei Parioli che ha interessato la capitale e sconvolto la nazione, bensì un romanzo di fantasia nel quale i riferimenti a luoghi e persone sono casuali e complementari alla narrazione. Quello che sembra un desiderio di occultarsi del giornalista, a favore dell’autore, si rivela un espediente vincente perché riesce a penetrare nel lettore con maggiore irruenza che non la semplice lettura di un reportage giornalistico. Perché Lalla, Jenny, Chicca, Fairy, Trilly, Malphas e Je Na potrebbero essere chiunque. I figli di qualcun altro ma anche i nostri figli.

«Perché un sito di professioniste dovrebbe scegliere proprio noi?!»

«Perché siamo carne fresca»

In questo modo si chiude il proscenio curato dal vignettista Vincenzo Bizzarri e si apre il libro di Autieri. Carne fresca, adolescenti che pensano di aver capito come funziona il mondo ma soprattutto che vogliono conquistarlo questo mondo fatto di successo, di potere e di denaro che li circonda e li schiaccia da quando erano in fasce. Un universo nel quale sono cresciuti o dentro il quale vogliono entrare a ogni costo. Vengono da famiglie disagiate, hanno genitori separati, problemi di inserimento, oppure sono viziati fino all’inverosimile e comunque insoddisfatti e alla continua ricerca di uno sballo che faccia dimenticare le paure, le incertezze, le delusioni che vengono annegate in modo sistematico nell’alcol, fumo, droghe di vario genere e piccoli approcci alla delinquenza di strada.

Quando non è una questione di soldi ma di rivalsa, il solo scopo è quello di ferire i propri genitori assenti, silenziosi, distratti, per attirare la loro attenzione. Quando invece alla base di tutto c’è il denaro, quello che non si ha e che si vorrebbe possedere, allora si ricorre ai metodi più antichi ma anche più brutali: delinquenza e prostituzione. Ragazzini che si ritrovano al baretto o all’incrocio, in piccoli o grandi gruppi, sotto gli occhi di tutti, passanti e turisti, adulti e anziani che vedono solo la loro adolescenza, non i loro demoni, ben nascosti dietro la pelle liscia, i capelli lunghi, la visiera di un casco o le lenti scure di un occhiale alla moda. Eppure scalpitano, questi demoni, insistenti più che mai, rendendo i ragazzi e le ragazze sempre più vulnerabili, disponibili a farsi sopraffare o a infliggere violenza e auto-infliggersela, a diventare, alla fin fine, i peggiori nemici di se stessi.

Foto di Gustavo Gomes

Fairy ha trascorso gran parte degli ultimi mesi in bagno a vomitare anche l’anima, fino a quando non si è sentita finalmente pronta a guardare e apprezzare la sua immagine riflessa in quello specchio che comunque non riesce a frenare l’inquietudine dei suoi pensieri, il vortice dei suoi tormenti e finisce nelle mani di un fotografo di mezza età che, promettendo successo, regala vergogna.Jenny e Lalla vogliono a tutti i costi riuscire a comprarsi le borse migliori, le scarpe più belle, la bamba più forte, l’accesso ai locali più in. Un posto d’onore in quel mondo dorato di chi ce l’ha fatta ed è “arrivato”. Per farlo pensano di sfruttare il proprio giovane e bel corpo e solo quando è ormai troppo tardi realizzano di essere solamente state fottute.

«E se bastasse urlare? Se la sua gola fosse in grado di emettere un solo grido capace di risvegliare tutte le coscienze addormentate, forse non servirebbe altro. Neanche vendere se stessa».

Foto di Gustavo Gomes

Dietro ogni ragazzo o ragazza inquieta c’è una famiglia problematica o assente che con le urla o i silenzi spinge a imboccare un tunnel buio ma pieno di abbagli, dove pronti ad accoglierli ci sono altri adulti, urlanti o silenti ma molto più pericolosi. E allora ci si domanda: “In quale futuro possono mai credere questi ragazzi che hanno imparato a proprie spese che dei grandi non ci si deve fidare?”

Daniele Autieri

Ragazzi e adulti della capitale che, con in tasca qualche piotta o in banca molto di più, si sentono pronti ad affrontare e vincere contro il mondo intero. Politici, giudici, professionisti, borghesi che pensano di essere imbattibili e furbi. Tutti crollano miseramente di fronte alla paura, quella vera, che viene dal sentirsi una pistola alla tempia o la vita che sfugge. Il terrore generato da chi non si lascia impressionare dai vestiti di sartoria, dalle scarpe lucenti o promesse da marinaio. Davanti ai criminali seri crollano tutti, grandi e piccini, e lo fanno perché si rendono conto che il tempo degli inganni è finito, che non possono cavarsela con scuse a buon mercato come quelle accampate, per esempio, dai politici in campagna elettorale per giustificare il non fatto o il malfatto. Quando ti trovi dinanzi a un boss o un affiliato capisci che il “codice d’onore” vale più di ogni altra cosa e che la parola data, se non mantenuta, non fornisce vie d’uscita.

Per salvare la vita al figlio, il padre di Malphas è costretto a scavare nel suo passato da militante di estrema destra, per ritrovare compagni di fila che possano aiutarlo nell’intento. All’incontro porta anche il ragazzo, il quale ha smesso ormai gli abiti da “duro” per assumere un atteggiamento più remissivo. Entrambi, padre e figlio, si ritrovano a sedere, da principianti, a un tavolo da poker per professionisti, con il terrore di non uscirne vivi, col ricordo ancora caldo di Je Na steso sull’asfalto, con un proiettile nel petto. Così Malphas vende il segreto di Jenny e Lalla al Camaleonte, che gradisce molto l’informazione perché siamo nella Capitale e se un mafioso scopre un giro di prostituzione minorile, in uno dei quartieri più esclusivi di Roma, non pensa a ricavarci denaro bensì grossi favori, la possibilità di tenere in pugno, ricattandola, la gente che conta. Politici, giudici e professionisti diventano suoi burattini all’interno delle Istituzioni. «La conosci la teoria del mondo di mezzo, compa’? Ci stanno, come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. […] E allora vuol dire che ci sta un mondo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano. Tu mi dici cazzo come è possibile che quello… com’è possibile, che ne so, che un domani io posso stare a cena con Berlusconi? […] È impossibile tu mi dici… capito? E invece no, perché secondo la teoria del mondo di mezzo c’è un mondo invece dove tutto si incontra».

In Professione Lolita di Daniele Autieri tutto si consuma tra le vie e i palazzi di una «città che si concede a tutti, ma non ama davvero nessuno», una capitale dove convive di tutto: spettacolo, potere, politica, affare e malaffare. Ogni categoria, ogni persona, anche i ragazzini e le ragazzine sono convinti di poter fregare gli altri e conquistarsi il tanto agognato posto nel “mondo che conta”, sono tutti illusi di aver le giuste carte in mano che gli consentiranno di chiudere la partita, e tutti sono destinati a schiantarsi o contro il muro della paura o contro quello della giustizia. Sia nel primo che nel secondo caso capiranno che hanno nuotato in un mare dove a vincere è la regola che il pesce più grande mangia quello più piccolo. Stop. La giustizia segue regole diverse, il denaro e il potere ritornano a contare di nuovo. Jenny e Lalla finiscono con gli assistenti sociali, il fotografo in prigione, insieme con i mafiosi, mentre i giudici, i politici, i professionisti immischiati a vario titolo nella vicenda si ritrovano liberi di vivere le proprie vite, illudendosi di poter ripulire la propria anima comprando, per esempio, vestiti e auto nuove.

Foto di Gustavo Gomes

«Abbiamo venduto l’anima al diavolo e quello non ce la restituirà».

Per tutte le trecento pagine, per ogni singola pagina, il testo porta il lettore a conoscere un mondo ai più sconosciuto, oppure ignorato, e lo fa con un linguaggio colloquiale, ricco di citazioni dialettali che comunque non disturbano la lettura essendo termini di un romanesco noto praticamente a tutti. Un libro che lascia un grande amaro in bocca ma che aiuta a guardare il mondo con occhi nuovi, sicuramente diversi, Professione Lolita di Daniele Autieri.

http://www.sulromanzo.it/blog/professione-lolita-di-daniele-autieri-cosa-accade-ai-nostri-adolescenti

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La banda degli amanti” di Massimo Carlotto (Edizioni E/O, 2015)

27 lunedì Apr 2015

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EdizioniEO, Labandadegliamanti, MassimoCarlotto, recensione, romanzo, thriller

La banda degli amanti, Massimo Carlotto, recensione

Con La banda degli amanti (Edizioni E/O, 2015) Massimo Carlotto scrive un altro capitolo della serie dedicata all’investigatore ‘senza licenza’ Marco Buratti, detto l’Alligatore. Un nomignolo che sembra dirla lunga sull’uomo che lo ‘indossa’ come una seconda pelle ma che in realtà sorprende il lettore esattamente come accade ogni volta che si scorrono le pagine scritte dalla penna di un grande maestro.

Ancora una volta Carlotto ci porta a elaborare considerazioni amare sulla società odierna, sui suoi mali, le degenerazioni, le perversioni che sembrano non voler risparmiare alcuno. Ci porta a conoscere ‘il nuovo crimine’ che ben si adatta ai tempi e si scontra con quello ‘classico’ zeppo di regole e codici d’onore, sconosciuti alle bande criminali improvvisate e spietate che agiscono seguendo la sola legge del profitto. Uno sfruttamento infinito che non risparmia niente e nessuno, neanche donne e bambini.

«Eravamo consapevoli che la nostra fosse una delle ultime. Faceva parte di un mondo criminale che andava scomparendo, di cui eravamo stati protagonisti a vario titolo per un ventennio. Ora stava andando in pezzi, sostituito da organizzazioni e personaggi che ci facevano ribrezzo e con cui non volevamo avere nulla a che fare. La modernità, in quel settore, era ormai mafiosa, multinazionale, trasversale a ogni forma di corruzione del potere e delle istituzioni. E nociva. Quando arricchirsi illegalmente significa avvelenare la gente e i territori, concepire la schiavitù, mescolarsi con politici, imprenditori e boss della finanza, gli uomini liberi e con una coscienza abbandonano la festa.»

L’Alligatore si è rifugiato in Sardegna, per cercare di affogare dolore e disperazione e scomparire lentamente ma nella maniera più dolorosa possibile, quando viene raggiunto e avvicinato da una donna ricca e straniera che vuole il suo aiuto per ricostruire i tasselli della sua esistenza ‘perfetta’, minata da una ‘ombra’ che lei non vede l’ora di chiarire e far scomparire. Per risolvere il caso Buratti sarà costretto a collaborare con l’ispettore Giulio Campagna, il quale crederà per tutto il tempo di avere ogni diritto di maltrattarlo perché privo di regolare licenza ed ex galeotto.

Anche se non vuole ammetterlo neanche a se stesso, Campagna sa benissimo che non sono quelli come l’Alligatore il vero problema della società e così, fingendo reticenza, lo aiuta volentieri.

«Finse di guardare una vetrina dell’ennesimo negozio di calzature cercando di calmarsi. La commessa annoiata sfogliava una rivista. Attività come quelle crescevano a dismisura in quel periodo. Erano perennemente vuote e battevano decine di scontrini. Il miracolo dei periodi di crisi. Ma il riciclaggio sosteneva l’economia e ormai tutti chiudevano gli occhi. Anche lui.»

L’Alligatore, Max la Memoria e Rossini, tormentati dai fantasmi della spiaggia di Beirut, si tuffano a capo fitto nel caso della ‘banda degli amanti’ non solo e non tanto per aiutare ‘la svizzera’ ma soprattutto per vedere se possono ancora farcela a ricostruire delle vite, le proprie. La storia e l’epilogo ricompensano abbondantemente il lettore che cerca nell’intreccio la suspense di un noir premiandolo anche con gli indizi che lasciano facilmente sperare nel prosieguo delle ‘avventure letterarie’ dell’investigatore ‘senza licenza’ Marco Buratti.

http://www.thrillercafe.it/la-banda-degli-amanti-massimo-carlotto/

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“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” di Tonino Zangardi (Imprimatur, 2015)

15 mercoledì Apr 2015

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Imprimatur, Lesigenzadiunirmiognivoltaconte, recensione, romanzo, thriller, ToninoZangardi

“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” di Tonino Zangardi: un libro che si legge in poche ore

L’esigenza di unirmi ogni volta con te di Tonino Zangardi (Imprimatur, 2015) è il romanzo da cui è stato tratto il film, in lavorazione, interpretato da Claudia Gerini e Marco Bocci.

Secondo quanto sosteneva Luigi Pirandello «l’uomo non ha personalità unica, ma varia, complessa e in ininterrotta metamorfosi; è costretto perciò dalle convenzioni e norme sociali e dai suoi interessi ad assumere per gli altri un ‘forma’ fissa, determinata, rigida, legata a un aspetto e a una circostanza particolare della sua vita».

Questa ‘forma’ che l’uomo assume spesso diventa una vera e propria gabbia e così, alla stregua di un qualsiasi essere che si sente braccato,  finisce col desiderare solamente la libertà. Quando si è giovani, adolescenti, il tentativo di uscire dalla ‘gabbia’ viene etichettato come ‘ribellione’, ma quando si è adulti facilmente si tira in ballo la follia.

È esattamente da questo punto che parte il romanzo di Zangardi, dal desiderio ‘folle’ di Giuliana di liberarsi dalla ‘gabbia’ nella quale improvvisamente si sente prigioniera, dopo aver volontariamente ma inconsciamente per anni gettato ogni chiave offertale dalla vita per aprire i lucchetti del suo destino. Un gesto ‘folle’ che ne attira altri sempre più estremi in un crescendo di tensione e passione che tengono incollato il lettore alle pagine del libro.

La scelta di raccontare la vicenda da due diversi punti di vista che poi equivalgono ai due protagonisti, Giuliana e Leonardo, si rivela efficace in quanto aiuta a entrare con più incisività negli accadimenti, a condividere i sentimenti, le emozioni e, leggendo, ci si sente talmente partecipi da arrivare a criticare alcune delle scelte fatte dai personaggi immaginando così un ipotetico quanto diverso epilogo.

L’esigenza di unirmi ogni volta con te di Tonino Zangardi sembra essere stato scritto in vista della sua trasposizione cinematografica e se in generale ciò rappresenta un limite criticabile della letteratura e della narrazione nel caso specifico non lo è. La grande capacità descrittiva dell’autore, il quale riesce con brevi passaggi a ben rappresentare ‘la scena’ del narrato, aiuta chi legge a figurarsi personaggi e luoghi con una tale intensità da apparirgli in alcuni tratti reali.

È un libro che si legge in poche ore e non solo per la sua breve lunghezza che va poco oltre le 150 pagine ma per il forte coinvolgimento nella vicenda che porta il lettore a dure riflessioni su temi caldi della società attuale, da un originalissimo punto di vista.

«Mi ricordo che anni fa, quando mi mettevano di servizio allo stadio, passavo tutto il tempo della partita non a vedere quei poveri stronzi dare calci alla palla ma a osservare le facce contorte e urlanti dei tifosi: alcuni erano vere bestie che avevano riposto ogni briciola di umanità. Come se, uscendo coi loro bandieroni, avessero lasciato a casa cervello e razionalità. Ci urlavano “servi dello Stato”, senza sapere che lo Stato erano loro.»

http://oubliettemagazine.com/2015/04/15/lesigenza-di-unirmi-ogni-volta-con-te-di-tonino-zangardi-un-libro-che-si-legge-in-poche-ore/ 

 

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi” di Marco Damilano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Apr 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Italia, italiani, LaRepubblicadelselfie, MarcoDamilano, recensione, Rizzoli, saggio

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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Sembra essere la domanda che si è posto Marco Damilano quando ha iniziato ad analizzare la situazione politica e sociale dell’Italia contemporanea, che è l’argomento principale de La Repubblica del selfie (Rizzoli, 2015). E per trovare le risposte è partito dalle origini, da quando la nostra Italia repubblicana è nata, apparentemente risorta dalle ceneri devastanti di una guerra e di una monarchia che si è cercato di scacciare e tenere lontane il più possibile dal ‘Nuovo Stato’.

«Il mio ideale politico è l’ideale democratico. Ciascuno deve essere rispettato nella sua personalità e nessuno deve essere idolatrato. Per me l’elemento prezioso dell’ingranaggio dell’umanità non è lo Stato ma è l’individuo creatore e sensibile, è insomma la personalità. È questa che crea il nobile e sublime, mentre la massa è stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti». Così Albert Einstein definisce il suo ideale politico e il come i politici sfruttino la massa stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti per affermare la propria personalità ben lo descrive Damilano ne La Repubblica del selfie. Per il fisico tedesco nessuno deve essere idolatrato invece la storia politica della Repubblica italiana è piena zeppa di ‘idoli’ i quali indistintamente hanno cercato di captare i bisogni e i malesseri della massa per propagandarli come obiettivi e finalità. Destra, sinistra, centro-destra e centro-sinistra senza distinzione alcuna e se c’è un punto in cui tutte le forze politiche si sono sempre incontrate è proprio nell’aver ‘sfruttato’ il popolo per le personali scalate ai vertici del potere.

Damilano in più punti e per più personaggi evidenzia le analogie come le differenze dei vari leader ma ciò che tristemente emerge dal suo resoconto è la reazione pressoché invariata della gente che immancabilmente ha finito con il credere alle parole del Ciceronedi turno, piena di speranze e aspettative, immancabilmente deluse. E succede anche questa volta con un vero e proprio assalto alla diligenza nel tentativo di salire quanto prima sul carro del vincitore e ciò accade non solo tra gli elettori.

«Dall’uno contro tutti, come appariva Renzi nel 2012, al tutti per uno attuale, quando nella Roma dei palazzi è diventato impossibile trovare un emergente, o un consumato gattopardo, che non si dichiari preventivamente renziano.»

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? «La Prima Repubblica era la Repubblica dei partiti. Con l’ossessione della rappresentanza. Nessuno doveva sentirsi escluso dal gioco: nessuna ideologia, nessuna categoria. Tutti dovevano sentirsi coinvolti nella partita. […] La Seconda Repubblica è stata la Repubblica della rappresentazione. Il suo simbolo è stata la tv commerciale che già negli anni Ottanta, prima che il berlusconismo prendesse forma politica, proponeva modelli di vita, rappresentazioni cui uniformarsi. […] La Terza Repubblica, la Repubblica di Renzi, sarà la stagione dell’auto-rappresentazione. Saltare i canali di comunicazione del passato. La Prima Repubblica aveva la Rai, la Seconda la tv commerciale, la Terza Twitter.»

Damilano riprende e ripercorre la storia delle ‘origini politiche’ di Matteo Renzi, dei suoi amici, collaboratori, dei presunti finanziatori e presumibili recruiter. Passaggi importanti, determinanti per analizzare ciò che è stato e soprattutto ciò che sarà, tappe fondamentali della sua ascesa politica che sembrano non interessare alcuno dei suoi fan o followerimmancabilmente pronti a ritwittare ogni cinguettio del selfie-made-man nazionale, come lo ha definito il giornalista Marco Travaglio scrivendo la prefazione a L’Intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014).

«Il renzismo è figlio del berlusconismo? Per provare a rispondere bisogna recuperare un documento destinato a restare segreto e rivelato dall’Espresso nell’estate 2012. Il progetto denominato “Rosa tricolore” era stato preparato da esponenti del cerchio magico che circonda Berlusconi vicini al toscano Denis Verdini, il potente padrone dell’apparato forzista. Si prevedeva in breve tempo l’azzeramento di tutto il gruppo dirigente del Pdl (Verdini escluso) e l’ingresso sulla scena di un nome nuovo. Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi, si leggeva nel titolo.»

D’altronde che Renzi sia ben visto e ben voluto dalla cerchia filo-berlusconiana ben lo si evince dalle dichiarazioni di Giuliano Ferrara: «E volete che un vecchio berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della Provvidenza?». Un ‘amore’ così forte da sopravvivere anche al ‘tradimento del Patto’ perché, scrive Damilano, «Renzi per Ferrara è qualcosa di più del semplice prediletto del berlusconismo: è il discendente di una cultura che vede l’essenza della politica nella Realpolitik, nell’analisi feroce e spietata dei rapporti di forza, nel cinismo dei patti traditi e dei capovolgimenti di pensiero».

Non dovrebbero stupire e trovare largo consenso a questo punto le accuse di chi punta il dita sul ‘vuoto’ creatosi negli ideali tanto professati dalla Sinistra italiana, la mancanza pressoché assoluta di politiche che rimandano al welfare, al sociale, al collettivo, le accuse di chi vede completamente svuotati di valori e di ideali questi partiti diventati a tutti gli effetti degli uffici di collocamento del business della politica e invece sono veramente pochi gli italiani che ammettono il fallimento e ancor di meno sono gli operatori del settore dell’informazione che scrivono o dicono esattamente come stanno le cose e perché, quelli che il Presidente del Consiglio in carica chiama i “gufi”. Meglio non dire, meglio non riflettere, senza analisi e senza critiche profonde si va avanti a colpi di tweet e selfie che sono o sembrano dei veri e proprio lanci pubblicitari. «Un selfie moltiplicato per milioni di italiani. Auto-scatto, auto-promozione sui social network, auto-identità, auto-referenzialità. Auto-rappresentazione, appunto».

Ne La Repubblica del selfie Marco Damilano scava a fondo nella storia politica contemporanea illuminando quei personaggi o quegli eventi apparentemente distanti, lontani, volutamente o casualmente passati nel dimenticatoio collettivo e li riporta in prima fila, allineando pensieri e riflessioni e regalando al lettore uno spaccato della nostra Repubblica che invita molto alla riflessione e perché no all’autocritica, come italiani ma soprattutto come elettori e, nella «Repubblica di Renzi», anche come follower. L’autore non manca di ricordare che alle scorse elezioni europee il partito democratico ha superato il 40% e ottenuto un consenso che neanche Berlusconi aveva raggiunto, eguagliando la popolarità dei tempi d’oro della Democrazia cristiana.

Per tutte le 270 pagine che compongono il libro Damilano racconta, da giornalista e narratore, una considerevole mole di fatti, accadimenti, riportando dati, informazioni, nomi e luoghi ma lo fa con un linguaggio molto discorsivo, non pesante che, unitamente alla curiosità che nasce nel voler saperne ancora, conduce il lettore voracemente fino alla conclusione che in realtà rappresenta solamente l’inizio di un qualcosa che, nonostante tutto, non si è riusciti a definire fino in fondo.

«“Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retro pensieri: basta una sera alla tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia” scrive mentre sta guardando Piazza Pulita. “Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia e la politica” aggiunge. Cambiare il modo di raccontare l’Italia per cambiare l’Italia. Proposito vagamente inquietante, se a esprimerlo è il presidente del Consiglio.»

Mahatma Gandhi sosteneva che «l’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici».

Marco Damilano, “la repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi”

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Gli anni d’argento

25 mercoledì Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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5eAlgra Editore, nella collana Scritti diretta da Alfio Grasso, pubblica quest’anno Gli anni d’argento della scrittrice siciliana Rosalia Messina.
Siamo in una Catania contemporanea, assolata, distratta, frenetica come i tempi che la percorrono. In essa convivono modernità e tradizioni, sociali e religiose, che caratterizzano anche i protagonisti del libro, per la maggiore persone mature che rimangono legate ai sogni e ai desideri della vita.
Marisa Ilardo decide di sfruttare la proprietà di una grande villa ai margini della città per portare avanti il suo progetto maturato negli anni: costruire una residenza per anziani in buona salute e con ancora tanta voglia di vivere e divertirsi.
Capitolo dopo capitolo l’autrice conduce per mano il lettore nella conoscenza approfondita non solo della proprietaria ma anche di gran parte degli ‘ospiti’ della casa di riposo Gli anni d’argento, delle rispettive famiglie, storie e vicissitudini personali, di parte del personale di servizio e della nipote di Marisa Ilardo, Noemi, che ha sempre rappresentato una figura importante e determinante nella vita della donna al pari dell’amante perduto.
A tratti la narrazione sembra farsi dispersiva e il lettore rimane quasi spaesato dalla descrizione di tanti personaggi e delle loro numerose storie ma poi l’autrice riprende l’intreccio e lo stringe intorno alla figura di Marisa Ilardo la quale, ancor più della sua casa di riposo, ha rappresentato il filo conduttore della storia.
Rosalia Messina cerca di focalizzare l’attenzione del lettore sui desideri, sui sentimenti, sulle emozioni delle persone, anche quelle anziane, con la pelle rugosa e i movimenti rallentati, sull’anima di ognuno che pulsa e vibra all’interno dell’involucro o della corazza rendendolo ‘vivo’ esattamente come il cuore a cui non si comanda, a qualunque età. Una grande lezione, una morale fondamentale quella che l’autrice cerca, con molto tatto, di donare al lettore ma che colpisce principalmente la Ilardo mettendola crudelmente di fronte alla realtà della vita ancor più severa dell’immagine invecchiata che rimanda lo specchio in cui ogni giorno ha guardato, distrattamente, il proprio riflesso.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/03/25/gli-anni-dargento-rosalia-messina-algra-editore-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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Un insolito Natale in Australia

20 sabato Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Un insolito Natale in Australia (Edizioni Narcissus) di Marie Thérèse Taylor lascia trasparire fin dalle prime battute la grande abilità costruttiva dell’autrice che è riuscita a strutturare un libro, seppur breve, su più livelli narrativi perfetti per catturare l’attenzione del lettore ma soprattutto per stimolare la sua curiosità.

Non svela apertamente il suo pensiero l’autrice, né lascia che lo facciano le sue protagoniste ma volutamente affida alla narrazione delle storie, incasellate sapientemente nel testo, l’essenza del suo racconto.

L’autrice, che continua a firmarsi con uno pseudonimo, è alla sua seconda esperienza letteraria. La prima, definita il ‘Decamerone al femminile’ ha riscosso un notevole interesse e anche questo secondo libro sembra essere destinato a far parlare di sé. Senza veli né censura, ma sempre con grande eleganza, la Taylor racconta una storia che si tinge di giallo ma che soprattutto parla di donne, della loro essenza, e lo fa dal loro punto di vista ‘maturo’ per l’età anagrafica e le esperienze e al contempo ‘infantile’ per la voglia ancora intatta di rimettersi in gioco, di ritrovare l’amore, la passione, la gioia semplicemente di vivere.

Dall’Europa alle Americhe per giungere fino in Australia dove il gruppo di amiche, quasi al completo, cercano di ritrovare se stesse ricreando il mai sopito legame che le unisce. Ricordano e programmano, rimpiangono e sognano, scherzano e piangono… e quelli che sembrano atteggiamenti infantili, capricciosi e fuori luogo in realtà ben si comprende come siano il loro meccanismo di autodifesa e autoconservazione. Lo stesso che utilizzano le donne nella realtà, presumibilmente in ogni parte del pianeta.

Dal ‘vecchio’ al ‘nuovissimo’ continente Francesca si illude di aver trovato il modo di generare la sua ‘rinascita’. Angelica sogna di fare breccia nel cuore della figlia Enrica. Roberta di ritrovare la ‘fiamma’ dell’amore… ognuna con i propri sogni e con le proprie delusioni saranno costrette ad ammettere che non serve e non ha senso alcuno girovagare o scappare, neanche all’altro capo del pianeta, perché l’unica ricerca e il solo cammino che hanno una qualche speranza di riuscita sono quelli interiori.

La venatura gialla appena accennata lungo i capitoli centrali del libro si infittisce alla fine lasciando presagire la scrittura del seguito rivelatore e risolutore.

Un insolito Natale in Australia è un libro breve, che si legge in poche ore, ma non per questo privo di lasciti intensi nel lettore il quale non potrà non pensare alle vite delle protagoniste, alle vicissitudini dei personaggi delle ‘storie’ che intervallano il racconto, sarà certamente curioso di scoprire il seguito della vicenda e si ritroverà anche a riflettere sulle analogie e anche sulle differenze dei tanti luoghi descritti dall’autrice per il tramite delle esperienze vissute in prima persona dai soggetti narranti.

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“L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014)

13 sabato Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Chiarelettere, Davide Vecchi, Lintoccabile, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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A Ottobre di quest’anno la Chiarelettere ha pubblicato la prima edizione de L’intoccabile di Davide Vecchi, giornalista de «Il Fatto Quotidiano».

Il libro non vuole essere una critica, in esso infatti non si trovano opinioni personali o commenti dell’autore, piuttosto un resoconto, dettagliato e sistematico, delle vicende che hanno portato all’ascesa politica dell’attuale Presidente del Consiglio, gli incontri, i fondi, le amicizie, le nomine, le cariche e anche le sue parole. Non solo e non tanto quelle che espone pubblicamente davanti a un microfono o dietro una telecamera, quanto quelle trascritte dagli inquirenti relative alle intercettazioni, ambientali e telefoniche, sue e di persone a lui molto vicine.

Basta già la lettura della prefazione, firmata da Marco Travaglio, a far capire al lettore l’importanza di un libro come questo. La necessità di raccontare ciò che per ovvie convenienze viene taciuto, per capire i retroscena del ‘palco luccicante della politica’.

«Solo gli ingenui possono pensare che un boy scout di provincia, noto fra gli amici come il ‘Bomba’ per la spiccata attitudine a spararle grosse, possa scalare il potere in un paese come l’Italia con una tale rapidità e facilità, e soprattutto da solo. A spiegare la strepitosa arrampicata non bastano le sue innegabili doti di coraggio, prontezza, velocità, abilità comunicativa e sintonia con la pancia del paese, rimasta a digiuno dopo il ventennio berlusconiano. Il self-made man è roba americana, non italiana. Il nostro italianissimo selfie mad man ha, dietro le spalle, robusti appoggi. La qual cosa non sarebbe affatto uno scandalo se fosse tutto dichiarato e alla luce del sole. Purtroppo non lo è» (dalla prefazione).

Il testo di Vecchi lascia intendere che dietro ci sia stato un grande lavoro di ricerca e indagine, sia documentale che sul campo, per ricostruire e allineare tutti i tasselli della vicenda. La scrittura è molto attenta e curata, l’autore soppesa le parole conscio del fatto che sta raccontando di una ‘bomba a orologeria’ e non desidera certo gli scoppi in mano. Cita sistematicamente le fonti, le date e i nomi, e riporta inoltre tutta la documentazione atta a testimoniare non soltanto le sue parole ma gli accadimenti di cui parlano. L’ultima parte del libro infatti è una carrellata di documenti, interessantissimi da visionare.

L’intento informativo del testo è evidenziato dal fatto che l’autore ha stilato una lista di dieci domande, le cui risposte potevano tornare molto utili per confermare, smentire o spiegare alcuni avvenimenti riportati nel libro, e l’ha fatta pervenire a Matteo Renzi tramite il suo portavoce. Non vi è stata risposta alcuna. Gli interrogativi comunque sono riportati per esteso.

È recentissimo, risale infatti ai primi mesi di questo 2014, lo scandalo dell’attico di via degli Alfani  8 sito a pochi passi da Palazzo Vecchio e abitato da Matteo Renzi dal marzo 2011 «nulla di male, se non fosse che a pagare l’affitto per il primo cittadino è Marco Carrai, all’epoca amministratore delegato della controllata del Comune Firenze Parcheggi». La libertà di stampa come a pari-merito quella di opinione sono indiscutibilmente diritti inviolabili, tuttavia qualche perplessità sorge nel momento in cui ci si è ritrovati a leggere su un quotidiano a tiratura nazionale qual è  «La Stampa» l’opinione in merito di Massimo Gramellini «di tutte le forme di favoritismo questa mi sembra, se non la migliore, per lo meno la più umana».

Invece a noi questo modo di fare informazione sembra tutt’altro che il migliore o il più umano. Ed è anche per questo che è importante leggere libri come L’intoccabile di Davide Vecchi, poi ognuno potrà scegliere in tutta libertà la strada o l’opinione da seguire e fare propria.

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