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Irma Loredana Galgano

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Serpenti di Daniel Krupa

10 mercoledì Dic 2014

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Daniel Krupa, Serpenti

Pubblicato nel 2009, Serpenti di Daniel Krupa è da pochi giorni disponibile anche nelle librerie italiane, nella versione tradotta da Vincenzo Barca per Caravan Edizioni. È un libro non molto lungo e piacevole da leggere anche se a tratti lascia un retrogusto amaro legato proprio “ai fatti della vita” di cui narra; retrogusto di cui sembra non curarsi lo stesso autore.

Krupa utilizza un linguaggio quasi parlato in Serpenti, con una prosa semplice, a volte ridotta all’essenziale, una descrizione poco particolareggiata e un tono, nei dialoghi, piuttosto comune. Tutto ciò contribuisce a rendere il lettore quasi un quarto compagno di viaggio di Fanta, Seco e Polonio. L’autore ha inserito nel testo tutti i must di una tardo-adolescenza che inizia a pesare sui corpi e sulle anime dei protagonisti. Allucinogeni, illibatezza e i primi approcci sessuali, sensazioni, emozioni, desideri e frustrazioni mescolate come in un gran calderone dal quale alla fine non si sa cosa verrà fuori. Anche la location è singolare: una estancia, tenuta destinata un tempo alla gestione di agricoltura e bestiame, ad Apóstoles, di proprietà della famiglia di Polonio.

Sarà un viaggio, iniziato a La Plata, a condurli fin lì, dove ne partirà un altro sotto l’effetto allucinogeno della zuppa di funghi, delle pulsioni sessuali e del terrore per i serpenti. Questi esseri pieni di mistero che si oppongono e si confondono col loro piacere sessuale, arrivando a tratti a rappresentare la foresta stessa, simbolo di libertà dai condizionamenti ma anche di morte, di morte e di rinascita in una nuova pelle, esattamente come i rettili.

Daniel Krupa

«Seco e Fanta, senza doverselo dire, intuiscono che reciteranno ruoli diversi da quelli che recitano nella città lasciata ormai a più di mille chilometri, in quell’isoletta color mattone sospesa su quel mare verde che li circonda». Si sa che lo sviluppo psicologico e sentimentale non va sempre di pari passo con quello fisico e sembra che Krupa giochi proprio su questo per far muovere i tre ragazzi come ombre in un labirinto esistenziale a loro ancora sconosciuto. Più volte anche il lettore cade nel tranello di confondere realtà e finzione, ovvero allucinazione, esattamente come Fanta, Seco e Polonio che, nonostante tutto, riescono a rimettersi sulla via del ritorno col sempre presente libro “scanza serpenti”, il Derecho de matar.

Pur vivendo la medesima avventura il lettore noterà da subito un riscontro diverso nei giovani, una maturazione differente, anche nel modo di esternarla. «I serpenti non possiedono il senso dell’udito, poiché sono privi di timpano. Possono soltanto captare le vibrazioni del suolo. Il senso della vista non è ben sviluppato, benché riescano a fissare e a seguire un oggetto che si trovi a pochi metri di distanza». Esattamente come noi umani, che a volte ci affidiamo a quello che viene definito “sesto senso” o “intuito” ma che in fondo è solo il residuo di quell’istinto che per gli animali è ancora fattore determinante per la crescita, l’accoppiamento e la sopravvivenza e che agisce e si manifesta sempre in maniera e in momenti diversi.

Non è un libro che ti sconvolge più di tanto, né tantomeno cerca di avvalersi di colpi di scena o situazioni a effetto, quanto piuttosto fare presa proprio nella semplice “meraviglia” che è la vita. Di sicuro Serpenti di Daniel Krupa può facilmente rivelarsi una piacevole e spensierata lettura.

http://www.sulromanzo.it/blog/serpenti-di-daniel-krupa-l-adolescenza-tra-realta-e-finzione

© 2014, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Le stagioni della memoria” di Marco Milone (Narcissus, 2014)

27 giovedì Nov 2014

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Con Le stagioni della memoria (Narcissus, 2014) Marco Milone pubblica anche la raccolta di poesie che chiude il percorso poetico e personale iniziato con Dove va il mondo e proseguito con Anime nude.

Questa volta l’autore riduce ancor più all’essenziale la parola scritta concentrandosi sui contenuti e sull’indagine profonda del proprio io. La sua poesia è «espressione della coscienza, voce vibrante del cuore, della mente e soprattutto dell’anima», come si legge nella prefazione curata da Domenico Turco.

«Avverto il peso / dell’esistenza tra le stanze / oscure della memoria provo / invidia quando  / osservo una bestia / rude istinto e / assenza di sentimenti / non cagionano sofferenza / …»

Il percorso intrapreso dall’autore, la sua volontà di introspezione, di ricerca, di analisi invece è molto sofferto, profondo, intenso e in più punti sembra portarlo quasi alla disperazione. Tentennamenti leggeri da cui si riprende grazie anche alla forza della sua determinazione e allo  studio, costante e continuo.

«Nella natura delle cose / appare l’anima / goffa e tradita, ostaggio / del tempo / eterno …» Questo ‘tempo’ che sembra essere il vero detentore del potere, superiore per certo ai «mortali» che nonostante tutti gli sforzi restano egualmente «ignari del regno della coscienza».

Leggere i componimenti poetici di Marco Milone è come estraniarsi per un momento dalla frenesia e dal caos del mondo moderno, ritrovare lo spazio mentale prima che temporale di restare soli con la propria spiritualità. Un qualcosa che oggi viene considerato quasi superfluo ma che invece a volte è determinante per il proprio equilibrio e benessere interiore.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“MUCHACHAS” DI KATHERINE PANCOL: TRE LIBRI PER RACCONTARE LE DONNE

26 mercoledì Nov 2014

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Dopo l’enorme successo ottenuto in Francia la trilogia Muchachas di Katherine Pancol sta incontrando il favore del pubblico anche in Italia.

È stata la casa editrice Bompiani a pubblicarli tutti, il terzo in questo mese di novembre, nella versione tradotte da F. Ascari.

 «Storie di donne, che rimbalzano da Parigi a Londra, da New York a Miami, dalle acciaierie della Borgogna al mondo dell’alta moda e della musica. Per difendere la loro libertà, le loro passioni, il loro talento, la loro autonomia.»

Hortense, Stella e Joséphine sembrano vivere tre vite distinte e lontane eppure destinate a intrecciarsi inesorabilmente.

Protagoniste indiscusse perché appartenenti al genere che ‘guida le danze’, quello femminile. Donne che conducono, s’infiammano, amano e «fanno scintille del loro destino».

In Francia la trilogia ha venduto oltre un milione di copie. Secondo «L’Express» è «l’effetto specchio con le lettrici che funziona alla perfezione. È questa la ricetta-Pancol, ed è infallibile». Attualmente Muchachas è in corso di pubblicazione in quindici Paesi ed è certamente destinata a incontrare il favore del pubblico, soprattutto femminile, ma sarebbe una grande dimostrazione di civiltà l’apprezzamento anche da parte dell’altra metà del genere umano. Un sano gesto «contro ogni prevaricazione maschile, contro ogni forma di violenza, contro ogni tentativo di costrizione».

Nel primo volume il lettore imparerà a conoscere Hortense, che convive con il bellissimo Gary, idolo di tutte le sue compagne di corso. Perché abbandona Hortense in mezzo a Central Park?

Conoscerà la vita di Stella, che abita nella campagna francese con il figlio Tom, fuggita di casa per scappare dalla violenza e perseguitata dalla stessa.

Josephine è una raffinata parigina la cui tranquilla vita sarà totalmente stravolta il giorno in cui sua figlia Zoe esce di casa per andare a scuola e non ritorna più.

Negli altri due libri il lettore seguirà con passione lo sviluppo della trama e delle vicende e l’epilogo a cui le condurrà non solo il destino, ma soprattutto l’ ostinato e caparbio agire delle protagoniste.

Katherine Pancol è nata a Casablanca, in Marocco, ma è cresciuta in Francia. Ha lavorato come docente e poi come giornalista prima di avvicinarsi alla scrittura e il successo riscosso fin dai primi libri pubblicati sono stati un grande incoraggiamento. Nel 2006 ha ricevuto il Prix de la Maison de la Presse e nel 2007 il Premio come Miglior Autore dallaGorodets Publishing di Mosca.

Lei stessa ha reso pubblico l’episodio che ha fatto scattare la molla per la scrittura di Muchachas «Ero in un caffè a Nizza, l’estate di un paio di anni fa, quando vidi un uomo sedersi con una donna incinta e due bambini al seguito. Lui la rimproverava duramente finché la schiaffeggiò con forza, più volte. La raggiunsi in bagno, volevo offrirle il mio aiuto, ma lui ci raggiunse, mi disse di andarmene altrimenti l’avrebbe picchiata ancora proprio lì. Ma ciò che mi colpì fu lo sguardo di quella donna. Mi supplicava di andare via, come se pensasse di meritare quella punizione, la crudeltà del proprio uomo. Io non potevo intervenire, l’unica cosa che potevo fare era scriverne. Sono una scrittrice, è proprio questa la mia forza».

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“Nel mare del tempo” di Elisabetta Cametti (Giunti, 2014)

22 sabato Nov 2014

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ElisabettaCametti, Giunti, Nelmaredeltempo, recensione, romanzo, stroncatura, thriller

Elisabetta Cametti, Nel mare del tempo

Dopo I guardiani della storia  Elisabetta Cametti ritorna in libreria con K –Nel mare del tempo, sempre con la casa editrice Giunti; ancora una volta un thriller contemporaneo che parla di etruschi. Nuove avventure per Katherine Sinclaire, il suo fidanzato Jethro e la cagnetta Tremilla. La storia riprende il filo del primo romanzo; mentre la protagonista cerca di riprendersi dalle vicissitudini precedenti, si ritrova a dover affrontare nuovi ostacoli e intrighi che causeranno la morte o il ferimento di praticamente tutti coloro che le stanno intorno.

La mole del testo, come di quello precedente, è imponente: 576 pagine per un giallo sono davvero tante; a tratti sembra di essere incappati in un mistero senza fine, aggravato da nuovi, tetri sviluppi e omicidi ripetuti. È impensabile una lettura continuativa per un libro di queste dimensioni, così va a finire che l’adrenalina ricercata dagli appassionati del genere scema di pagina in pagina e ci si ritrova sospinti verso la fine, solo per correttezza, dalla volontà di ultimare la lettura. Troppe interruzioni, troppi cambi di registro appesantiscono il testo. Ne sono un esempio lampante le ripetute dissertazioni sul popolo etrusco, sulla magia, sul passato collegato al presente, su delucidazioni tecniche e teoriche che non servono alla lettura né alla risoluzione del mistero.

In Nel mare del tempo i buoni e i cattivi si intuiscono facilmente, come l’epilogo. Troppo romanzato, per un thriller, un lieto fine che finisce per irritare il lettore. Una protagonista trattata alla stregua di una principessa da troppe persone, finanche da coloro che un attimo prima hanno dichiarato di odiarla e di volerla uccidere. Non si può dire che non sia una bella storia quella raccontata da Elisabetta Cametti, che non siano interessanti le narrazioni sugli etruschi; traspare certamente il lavoro di ricerca compiuto dalla stessa autrice, ma quello che non funziona è l’aver assemblato tanto materiale e averlo offerto al lettore per esteso.

Il testo ricorda molto, per struttura, le opere di Dan Brown, ma gli americani in generale hanno una maggiore propensione alla spettacolarizzazione, con la capacità di rendere interessanti anche cose scontate. Gli italiani non sono così e quando cercano di somigliare ai cugini d’oltreoceano, l’esito finale risulta un po’ artefatto. La stessa protagonista è forzatamente una persona normale, banale. Si notano tutti gli sforzi dell’autrice per renderla una persona comune, anche se poi gli atteggiamenti cozzano, a volte, con le parole, l’abbigliamento con il guardaroba, la professione con la quotidianità.

Fin dalle prime pagine si intuisce che Katherine non è solo la prescelta dai “guardiani del tempo” ma anche il birillo che deve assolutamente rimanere in piedi; tutti gli altri personaggi, come l’intera vicenda, sembrano costruiti per raggiungere questo scopo. Gli argomenti affrontati nel libro sono molteplici e spaziano dalla storia all’architettura, dalla religione alla spiritualità, dalla geo-morfologia dei terreni all’astronomia, dal racconto di drammi familiari a quello di gravi patologie psichiche; eppure nel lettore non resta nulla.L’autrice si limita a un’esposizione asettica dei contenuti e situazioni anche gravi scorrono in maniera neutra. A fine lettura restano le medesime sensazioni di quando si legge uno scrittore che potrebbe essere Dan Brown o un autore analogo per stile e tematiche: una grande quantità di immagini, anche cruente, di atmosfere, di luoghi, di persone e poche sensazioni, emozioni, riflessioni.

Abbandonando il tentativo di emulare altri e tralasciando i timori di svelare se stessa, unitamente alla forza delle conoscenze relative all’antico popolo degli etruschi e alla passione per il mistero, Elisabetta Cametti potrebbe orientarsi verso un tipo di scrittura più spontanea di quella impiegata per Nel mare del tempo.

http://www.sulromanzo.it/blog/k-nel-mare-del-tempo-di-elisabetta-cametti

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“Dust” di Hugh Howey: società post-apocalittiche, tra realtà e finzione

03 lunedì Nov 2014

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Di Hugh Howey, con Dust, uscito lo scorso maggio in Italia nella traduzione di G. Lupieri, la casa editrice Fabbri ha pubblicato l’intera trilogia dedicata ai superstiti della Terra, abitanti dei 50 silo interrati a raggiera in un terreno della contea di Fulton, in Georgia.

Il tutto ha avuto inizio con l’uscita, in self-publishing, dei primi capitoli diWool che hanno da subito attirato l’attenzione del pubblico americano. A grande richiesta ne sono seguiti altri, diventati un libro venduto in diversi Paesi del mondo. Meritatamente. Wool costituisce senza dubbio il pilastro dell’intera trilogia, è il testo con cui il lettore entra nelle vite di Holston, Marnes, Jahns, di Juliette, Lukas e Peter, di Solo e dei bambini. Leggendolo si resta affascinati dalla prosa dell’autore, semplice eppure incisiva, dalla sua grande capacità descrittiva che aiuta il lettore a visualizzare luoghi, oggetti, persone. Numerose sono le considerazioni di rilievo che fungono da spunto ad altrettante riflessioni da parte di chi legge e si ritrova a macinare, una dopo l’altra, le tante pagine del libro per ritrovarsi quasi un po’ deluso quando giunge alla 558a e non vede l’ora di scoprire il seguito della vicenda.

Shift parte da un punto spazio-temporale completamente diverso e racconta dell’origine, del come,del quando e del perché sono stati costruiti i silo sotterranei; conduce il lettore a un periodo molto più vicino a quello attuale, parlando di terrorismo, di strategie politiche, di salvezza dell’umanità e di soluzioni imprescindibili. Rintanare centinaia di persone ignare, drogarle per evitare la ribellione, decidere in maniera arbitraria della loro vita e del loro futuro sarebbe stato, a detta degli artefici, necessario per preservare dall’estinzione la razza umana. Naturalmente nella massa, come accade anche nella realtà dei movimenti sociali, c’è chi non ci sta proprio a soccombere senza lottare, senza capire, e inizia a indagare trovando verità nascoste e compagni di avventura.

«Dovrebbero soltanto lasciarci vivere come vogliamo. […] Non si può ostacolare il corso della natura». Dust conclude la trilogia, e porta i protagonisti a compiere il grande passo in nome di quello stesso ideale che ha mosso migliaia di ribelli in tutto il mondo e in tutte le epoche: la libertà. «Avevano a disposizione tempo e risorse, l’unica regola sarebbe stata il bene comune e nessuno avrebbe ostacolato i sogni degli altri. “Penso che ce la faremo”, disse infine. “Penso che possiamo fare tutto quello che vogliamo”».

Credevano di aver pensato a tutto gli ideatori dei silo. Credevano che l’aver studiato a tavolino tutte le possibili variabili li tutelasse dalle emergenze, dalle discrepanze… non avevano fatto i conti con la realtà, con il fatto che nessuna macchina è perfetta, nessun piano infallibile, nessuna bugia credibile a lungo termine. E così Juliette, Lukas, Peter, Jimmy, Elise, Charlotte, Donald unendosi e scontrandosi al contempo, raggruppando forza e idee arrivano a scoprire la verità e vanno avanti, non si fermano fino a quando non trovano una soluzione, fino a quando non ritrovano la vita.

Wool, Shift e Dust vengono etichettati come appartenenti al genere distopico, sono indicati come dei libri di fantasy che narrano una vicenda ambientata in un luogo post-apocalittico, quando in realtà le similitudini con il mondo in cui viviamo oggi sono innumerevoli. «Donald annuì e bevve un sorso dalla propria bottiglia. Non capiva bene cosa stesse succedendo, ma era già a disagio. Aveva l’impressione di partecipare a uno di quei patti illeciti che aveva promesso agli elettori di eliminare se l’avessero votato». Sono davvero suggestivi i passaggi nei quali Howey cerca di focalizzare l’attenzione del lettore sulle contraddizioni e sulle ipocrisie della cultura dominante, in particolare sul fatto che la massa sia indottrinata a credere e a dare per vera e scontata qualsiasi cosa, anche la meno verificabile, come la religione; e al contempo di dubitare istintivamente di chiunque professi un credo che si discosta dalla versione ufficiale e universalmente riconosciuta.

«Un tempo credeva che il compito di quegli strizzacervelli fosse di preservare la sanità mentale degli abitanti del silo, ma adesso sapeva che erano loro a orchestrare la follia. […] In ogni silo c’era un sindaco che stringeva mani e salvava le apparenze, proprio come nel mondo di prima, dove i presidenti andavano e venivano. Ma erano gli uomini nell’ombra a gestire il vero potere, quelli il cui mandato non aveva termine».

Ci si deve senz’altro augurare che Hugh Howey continui il suo percorso di scrittura e dia vita a nuove avvincenti storie che delizino il lettore e allo stesso tempo lo illuminino sui tanti mali della nostra società. La speranza è quella comunque che non si lasci troppo tentare e distrarre dalle regole ferree del mercato editoriale e che si prenda tutto il tempo utile per scriverle. Si nota chiaramente la pressione esercitata dalla premura di ultimare il lavoro negli ultimi due libri della trilogia che hanno perso qualcosa rispetto a Wool in termini di scrittura. Il lettore, dal canto suo, non si lasci intimidire dalle 1550 e oltre pagine che compongono la serie. Sarà sicuramente tempo speso bene quello trascorso a leggere Wool, Shift e Dust del giovane e promettente scrittore americano Hugh Howey.

Articolo originale qui

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Recensione a “Wool”

Recensione a “Shift”

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Alma matrigna. L’Università del disincanto.

13 lunedì Ott 2014

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Pier Luigi Celli, Alma matrigna

Alma matrigna. L’Università del disincanto di Pier Luigi Celli è stato pubblicato da Imprimatur lo scorso anno nella collana Saggi, anche se leggendolo si ha l’impressione di avere sotto gli occhi una miscellanea di generi letterari. Alle parti di saggistica si affiancano quelle narrative che in alcuni punti sembrano dei passaggi di un romanzo di formazione. Anche se basato su una valida analisi della situazione attuale, il testo permanegenerico, avendo l’autore scelto di non collocare la narrazione in un luogo e in un tempo definiti. Inoltre i personaggi di cui si parla non vengono mai nominati, assumendo così le sembianze di anonime presenze in campo sulle quali incombe il giudizio dell’io narrante, presumibilmente da ricondursi alla figura dello stesso Celli.

L’autore ha rivestito per otto anni la carica didirettore generale dell’Università Luiss Guido Carli di Roma, lasciandola il 5 Luglio 2013. Il 4 Maggio 2012 è stato nominato presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo (ENIT), attualmente gestita da un commissario straordinario. Pier Luigi Celli è una di quelle persone che la Storia contemporanea non la studia ma la scrive, trovandosi spesso in quelli che per convenzione vengono definiti i “vertici del potere”. Nel presentare il suo libro tuttavia si mostra molto amareggiato e deluso. Per la piega che sta prendendo la società, per i livelli e i modi della formazione italiana, per la responsabilità che sente addosso come esponente di una generazione che non ha saputo, non è riuscita o non ha voluto cambiare per migliorare. «Così non è difficile immaginare che non abbia alcun futuro un Paese che ha dimenticato come coltivare “insieme” il suo presente».

Alma matrigna è una dissacrante rappresentazione del mondo universitario italiano e della formazione in generale. «Flessibilizzare le teste (cosa del tutto indispensabile) utilizzando una struttura di trasmissione sostanzialmente inflessibile. Che, per una categoria professionale con pretese educative, è una bella contraddizione». In diversi momenti del testo l’autore pone l’accento sull’inadeguatezza del sistema scolastico italiano in generale e di quello accademico in particolare, sulla debolezza delle riforme degli ultimi anni che invece di migliorare hanno peggiorato una situazione già pesantemente tragica, sugli errori della classe politica ma anche di quella amministrativa e, naturalmente, di quella accademica, votata a conservare privilegi e prestigio a discapito continuo degli studenti. Questi ultimi dovrebbero essere il core business dell’Università e invece vengono considerati l’ultima ruota del carro.

Pier Luigi Celli

«Anche per i professori dovrebbe essere previsto ogni tanti anni […] un periodo di sei mesi di permanenza in contesti lavorativi esterni che non abbia semplicemente una valenza di studio o di ricerca. Un sabbatico di nuovo tipo, che li metta nelle condizioni migliori per capire direttamente come sta cambiando il mondo del lavoro, […] per rendere il loro insegnamento all’altezza delle sfide che attendono i loro allievi». I docenti infatti, nell’analisi dell’autore, sono talmente inseriti nella struttura piramidale universitaria, che rispecchia quella sociale, e nella corsa al successo e al potere da aver completamente dimenticato il punto cardine della loro professione: l’insegnamento. Per la gran parte di loro ormai la missione di formare le nuove generazioni è diventata solo l’incombenza noiosa e fastidiosa della professione, una seccatura che toglie tempo prezioso alle loro attività principali: ricerca, carriera e guadagno. La carenza di valori civili nella società e nella scuola annulla tutti gli aneliti dei giovani, i quali finiscono per considerare la formazione come un carico di lavoro inutile in quanto non riuscirà a condurli verso la cima, rappresentata da un impiego e uno stipendio, una carriera e un buon tornaconto economico, così che finiscono per disamorarsi allo studio lasciandosi ammaliare da benefit alternativi e spesso nocivi.

Sono i “modelli” a essere errati ed è condivisibile l’opinione di Pier Luigi Celli quando in Alma matrigna pone l’accento sul fatto che almeno all’interno delle istituzioni accademiche gli studenti dovrebbero trovare sempre e ovunque esempi virtuosi e guide rispettabili. «Gli studenti hanno un bisogno drammatico di radicarsi, di ritrovare le ragioni di senso per quello che fanno, di capire, sperimentando, il valore di stare insieme, di progettare, contro l’atrofia sociale che li vede coinvolti e l’indifferenza che li contagia».

È un passo indietro quello che chiede di fare l’autore all’attuale classe dirigente, unica via da percorrere se il desiderio comune è quello di individuare valide soluzioni agli innumerevoli problemi… «Dalla crisi si può uscire in tanti modi; l’unico che non porta a risolverla è lasciarla in mano a quelli che l’hanno prodotta». Diversi passaggi del libro sono significativi, utili per comprendere meglio certi meccanismi legati al gioco di potere, visti dalla prospettiva di chi vi è dentro e vorrebbe magari che il tutto implodesse per poter liberare i giovani dal giogo surreale del “baronato universitario”. Senza ombra di dubbio il libro si rivela una lettura interessante ed è auspicabile la diffusione delle idee di cambiamento radicali indispensabili per il recupero non solo dei buoni livelli della formazione ma anche dei giusti valori e della forma mentis necessari per la svolta prospettata da Pier Luigi Celli in Alma matrigna. L’Università del disincanto.

http://www.sulromanzo.it/blog/alma-matrigna-l-universita-del-disincanto-di-pier-luigi-celli

 

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“Quando i libri vanno in rete” di Claudia Consoli (Editrice Bibliografica, 2014)

27 sabato Set 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Claudia Consoli, Quando i libri vanno in rete

Quando i libri vanno in rete di Claudia Consoli, edito quest’anno da Editrice Bibliografica, è un libro innovativo come, del resto, la materia di cui tratta. «Quando i libri vanno in rete hanno il diritto di essere accompagnati adeguatamente, perché non sono solo insiemi di caratteri, sono aggregati di idee». Numerose sono le idee che l’autrice suggerisce al lettore per fare in modo che l’opera da divulgare o vendere trovi i corretti spazi virtuali che le conferiscano, in ogni caso, il giusto valore.

L’approdo in rete dei libri e della cultura in generale era un processo inevitabile dal momento che, dal suo apparire, il web ha fagocitato e fornito una versione “virtuale” di tutto lo scibile e della maggior parte delle attività umane presenti nella realtà. La Consoli si è divertita a riunire sulla copertina del suo breve manuale d’uso le possibili opzioni che internet, i social e i blog offrono a tutti i soggetti in causa: scrittori, editori, lettori, critici, curiosi, appassionati, bibliotecari, librai… e lo ha fatto senza appesantire gli argomenti con tecnicismi, col rischio a volte di sembrare superficiale. In diversi passaggi del testo la narrazione potrebbe sembrare poco esplicativa e il lettore che non fosse a conoscenza dell’applicazione o del metodo non riceverebbe adeguate informazioni; per contro chi già conosce il sistema non trova utili approfondimenti. È la stessa autrice, nell’introduzione, a premurarsi di specificare che quanto scritto corrisponde meramente alla sua opinione e alle sue esperienze. Il testo non è tecnico o scientifico e quindi non si possono pretendere da esso informazioni che non è in grado di fornire. Sembrerebbe piuttosto indirizzato verso coloro che stanno meditando o hanno appena iniziato a frequentare i social network e le community online.

«I tuoi canali social sono una vetrina, ma più ancora una porta che consente l’ingresso degli altri nel tuo mondo». Facebook, Twitter, Google+, Pinterest, Instagram, Whims, Tumblr, Youtube sono raccontati dalla Consoli dal punto di vista delle loro possibilità “letterarie”, ovvero soffermandosi sui differenti modi che offrono di caricare testi, frasi, immagini, copertine, citazioni, con suggerimenti per i diversi agenti. Possibilità di promozione dei nuovi libri da parte di autori e editori, di commercializzazione per i librai, di condivisione e commento per i lettori. Al contempo la descrizione delle Reading&Writing Communities, dei Social Network Letterari, e di Hi e le nuove direzioni di Storytelling rendono l’idea di quanto il mondo virtuale sia in continuo cambiamento, di come la sua mutevolezza sia nettamente in contrasto con il passato, anche non troppo lontano, di quando gli autori dovevano attendere un tempo infinito per poter raccogliere il giudizio sulle proprie opere e del fatto che fosse pressoché impossibile un confronto diretto e immediato con i propri lettori come quello attuale. Uno degli innegabili pregi della diffusione di internet e dei social infatti è proprio l’abbattimento costante delle barriere, delle distanze e differenze di ogni tipo, la possibilità offerta di entrare in contatto, di chattare, con il proprio autore preferito, con il suo editore, con l’ufficio stampa, con un lettore che ha i tuoi stessi gusti ma che vive all’altro capo del mondo.

Non è un testo che ti sconvolge o che ti resta particolarmente impresso; è un libro che si legge in poco tempo, un paio d’ore sono sufficienti, ma è un’idea che tutto sommato funziona, esattamente come i social di cui parla, e per chi non ha ancora chiaro in mente il ruolo di certe applicazioni di cui magari ha solo sentito parlare Quando i libri vanno in rete di Claudia Consoli può fornire un piccolo aiuto per fugare qualche dubbio o stimolare la creatività.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-i-libri-vanno-in-rete-di-claudia-consoli

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“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti (Imprimatur, 2014)

10 mercoledì Set 2014

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IlParadisodeiFolli, Imprimatur, MatteoIncerti, recensione, romanzo, romanzostorico

“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti: la gioventù senza fine dei partigiani

Matteo Incerti, Il paradiso dei folli

Il Paradiso dei folli. Destini e Passioni, dall’inferno di una guerra a una vita d’Arte di Matteo Incerti, edito da Imprimatur, è un libro intenso che parla della guerra, che narra aneddoti, storie, che descrive luoghi ma soprattutto che racconta l’esistenza di «persone che, finita la seconda guerra mondiale, hanno poi vissuto una loro vita, unica, diversa e complessa come tutte le esistenze di coloro che fin da giovani hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro diverso e di mettersi in cammino per conquistarselo».Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers in questo passaggio della prefazione al libro sembra sintetizzarne perfettamente il contenuto e lo scopo.Il Paradiso dei folli, sequel di Bracciale di sterline, prosegue nell’intento di ricostruire i tasselli di vite spezzate, cambiate, rinnovate e le esperienze di una generazione di ragazzi, poco più che adolescenti, che per coraggio o per incoscienza si sono lanciati animo e cuore in un’esperienza talmente grande che non solo ha cambiato il loro destino ma quello del mondo intero.

«Fu lì che quel ragazzo di ventidue anni di Kansas City conobbe per la prima volta il volto più truce della guerra. Quello dove vedi morire, guardandoli negli occhi, uomini che vestono solo una divisa diversa dalla tua». Matteo Incerti pone in diversi punti l’accento sulle assurde contraddizioni dei conflitti in generale ma di questo in particolare, il secondo che ha coinvolto l’intero pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per Inghilterra e Stati Uniti, e poi Canada, Polonia, Africa, India. Una guerra giocata sullo scacchiere della politica internazionale, fino all’ultimo lembo di terra da “liberare” da nemici che il giorno dopo potevano diventare amici e combattere al tuo fianco, e il giorno dopo ancora cambiare tutto di nuovo. Alla fine si “giocava” un “gioco” di stoffe e colori, chiamate divise, da colpire per riuscire a diventare il più forte e vincere.

Gli alleati hanno avuto la meglio, questa è storia nota; quello che viene rammentato un po’ meno è che i nostri veri eroi, i partigiani, hanno dovuto sbrigarsela da soli sia prima che poi. Dopo la fine della guerra al di là di qualche riconoscimento simbolico, di qualche intestazione, di qualche targa e svariati monumenti commemorativi, dopo aver lottato per salvare la Patria, dopo essersi nascosti per campi, medicato feriti, seppellito compagni, aiutato i bisognosi, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e ricostruire la propria vita, daccapo e senza aiuti o supporti.

Matteo Incerti

I protagonisti de Il Paradiso dei folli a tratti sembrano vivere l’esperienza del ritrovarsi come una grande festa, ma forse è anche il sintomo del disagio latente vissuto per anni, il gioire per il poter finalmente, di nuovo, condividere emozioni e sensazioni con persone che possono comprendere perché hanno vissuto le medesime esperienze. Veterani di ogni nazionalità, Partigiani e Staffette quando si incontrano si dimenticano persino di essere ottuagenari e oltre; sembrano ringiovanire, solo insieme riescono a ritornare a quei giorni, altrimenti la gran parte di loro preferisce seppellire tutti i ricordi e tutti i cimeli in bauli da rintanare in soffitte polverose e buie. Hanno cercato di arginare dolore e paura per far spazio alla nuova vita, quella che hanno voluto costruirsi anche come un riscatto simbolico per ciò che la guerra ha tolto loro.

«Questa sera siete qui: a divertirvi, sorridere, scherzare, bere, mangiare, innamorarvi, ballare. Fatelo, è giusto così. Godetevi la vita. Ma ricordatevi quanto siete fortunati. Quasi settant’anni fa io avevo la vostra età. Insieme a centinaia di migliaia di altri giovani americani, italiani e di tante altre nazionalità sacrificammo la nostra gioventù e in molti la vita per regalarvi quello che oggi molti di voi non apprezzano. È la libertà di poter scegliere».

Leggendo Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti si prende per l’ennesima volta coscienza di quanto sia sbagliato il mondo in cui viviamo. Non solo per le guerre in sé che, non per retorica, andrebbero vietate ma per l’incoscienza di formare giovani in modo sbagliato, guardare al futuro con gli occhi del potere invece che con quelli della vita. Tutti i sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, come agli altri conflitti, in un mondo equo sarebbero dovuti diventare i “maestri della Storia”, quella vera, da insegnare ai nostri figli e invece sono diventati invisibili, chiusi nel proprio dolore, dimenticati per far spazio al progresso, al consumismo e all’abusivismo.

Roque “Rocky” Riojas, veterano dell’esercito degli Stati Uniti d’America di origine messicana, nota immediatamente lo scempio subito dal nostro Paese nei sessant’anni trascorsi dalla fine del combattimento: «È cambiato tutto. Quante case e quanto cemento! Era tutto un prato quando passammo di qui». Finita la guerra è iniziata la rincorsa al progresso, all’evoluzione anche se poi alla fine si è trattato egualmente di distruzione. «Una lettera dall’Italia. L’ennesima che dice che le cose non sono cambiate fino in fondo, come sognavamo tutti. In questi momenti penso… a tutti quelli che sono morti e sento che il loro sacrificio è stato quasi vano». In un mondo dove regna la giustizia ognuno di loro, tutti coloro che hanno combattuto per un ideale di libertà avrebbero dovuto avere un volto e un nome, e accanto a questi una storia. E tutti i ragazzi di tutte le scuole avrebbero dovuto conoscerla e per strada o in foto riconoscere i valorosi eroi che hanno combattuto, che sono sopravvissuti o che sono morti per donare loro un futuro diverso, un futuro migliore… Solo in questo modo non sarebbe sembrata una goccia d’acqua in un mare di fango Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-paradiso-dei-folli-di-matteo-incerti-la-gioventu-senza-fine-dei-partigiani

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Phobia” di Wulf Dorn (Corbaccio, 2014)

28 giovedì Ago 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Corbaccio, Phobia, recensione, romanzo, thriller, WulfDorn

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Atteso a settembre in tutte le librerie recensiamo oggi Phobia di Wulf Dorn (qui un’intervista), edito in Italia da Corbaccio nella collana Top Thriller. La traduzione, dall’originale in lingua tedesca, è di Leonella Basiglini.
Wulf Dorn ha conquistato il pubblico internazionale con La psichiatra (cui sono seguiti Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo) e con Phobia dimostra di avere tutte le credenziali per mantenere e aumentare il successo ottenuto. Il libro si presenta come una nuova e ancor più approfondita indagine dei meandri della mente umana.

«L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa.»

Ognuno di noi ha le proprie fobie, più o meno fondate, più o meno credibili, più o meno condivisibili, ma tutti indistintamente riteniamo siano paure normali, che hanno o possono avere la gran parte delle persone. Siamo convinti di non essere dei pazzi o dei folli perché non riusciamo a entrare in un ascensore, affacciarci a un balcone, salire su un aereo, nuotare, toccare, uscire… esattamente dov’è il tracciato invisibile che segna il confine tra la normalità e la follia? Wulf Dorn ci dimostra con Phobia che non solo esso non è scientifico ma è fortemente influenzato dalle convenzioni.
Parlare di fobie è il modo che l’autore ha scelto per parlare della vita, dell’esistenza di ognuno di noi, schiacciata quotidianamente per fare largo agli interessi vari di chi non vuole si lasci molto spazio al libero pensiero e al libero pensare.

«Ogni giorno della nostra vita è un dono, ma solo in pochi ne sono consapevoli. La gente calpesta la felicità, perché non la vede. […] Starlet che si erano fatte ingrandire il seno, divorzi tragici e desiderio di un figlio da parte di personaggi famosi, resoconti drammatici riguardo a modelle anoressiche e, immancabile, lo sport. Sì, è questo che interessa al mondo, pensò. È con questo che la gente riempie il vuoto esistenziale. Con le storie degli altri. Poi capiscono che la vita è trascorsa senza che l’abbiano vissuta.»

La storia si svolge tra Francoforte e Londra, anche se è di quest’ultima che il lettore riesce ad assaporare maggiormente gli odori, i sapori, i suoni… Dorn racconta di una città che è molto lontana dalla capitale londinese dei turisti e dalla city, una metropoli con i suoi immensi sobborghi fatti di quartieri residenziali e popolari, villette unifamiliari con recinti di siepe e palazzine fatiscenti. Ma soprattutto narra di una Londra successiva agli attentati del 2005, riflesso di una intera società, quella occidentale, radicalmente mutata nei suoi comportamenti.

«Molti di noi appartengono ormai a una generazione che conosce la guerra e la devastazione in Europa solo dai racconti dei nonni. E anche se nel mondo si continua a combattere con le armi, da qui le guerre sembrano abbastanza lontane dalla nostra vita quotidiana. Ma quegli attacchi terroristici hanno dimostrato quanto il nostro senso di sicurezza sia illusorio. Adesso sappiamo che in ogni momento qualcosa può penetrare nel nostro apparentemente invulnerabile mondo del benessere, portandoci via proprio quel senso di sicurezza, e questa esperienza ci ha segnati nel profondo. Ormai basta una borsa della spesa dimenticata sull’autobus per gettarci nel panico.»

Sarah, Stephen, Harvey pensano di dover fare i conti con il “mostro” che vuole impossessarsi delle loro vite per distruggerle, Mark pensa di doverli aiutare, l’ispettore Blake pensa nascondano tutti qualcosa… «La paura è un terreno molto fertile per la diffidenza, l’odio e la discriminazione, e dà il potere a tutti coloro che la strumentalizzano per raggiungere i propri scopi.» Esemplare la struttura del testo, al pari della prosa che riesce a tenere incollato il lettore al libro dalla prima all’ultima pagina. Phobia di Wulf Dorn non deluderà gli appassionati di thriller ma anche coloro che sono alla ricerca di un romanzo innovativo e assolutamente mai banale.

http://www.thrillercafe.it/phobia-wulf-dorn/

 

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“Reality Crime” di Lafani e Renault (Sperling&Kupfer, 2014)

27 mercoledì Ago 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FlorianLafani, GautierRenault, racconto, RealityCrime, recensione, SperlingKupfer, thriller

“Reality Crime” di Florian Lafani e Gautier Renault

Reality Crime
La casa editrice Sperling & Kupfer con Reality Crime di Lafani e Renault lancia la nuova collana di “thriller a puntate”, disponibile solo in formato e-book. In lingua italiana è reperibile nella versione tradotta da Claudia Lionetti. Il primo episodio della serie è gratuito, gli altri tre sono acquistabili online a € 1,99 ciascuno, prezzo accattivante anche se va tenuto presente che parliamo di testi brevi che hanno una lunghezza media di trenta pagine.

È un esperimento, quello tentato da Sperling & Kupfer, che tutto sommato si presenta come la trasposizione digitale dei romanzi cartacei a puntate del secolo scorso. Infatti Reality Crime #1 e #2 non danno informazioni sufficienti per comprendere appieno lo sviluppo e soprattutto l’epilogo della vicenda: per avere il quadro chiaro il lettore interessato dovrà per forza comprare gli altri e-book. Vista la lunghezza complessiva dell’opera, che supera di poco il centinaio di pagine, chi vi scrive avrebbe di gran lunga preferito leggerlo in versione integrale piuttosto che a spizzichi e bocconi.

L’incipit di Reality Crime #1 ci porta a conoscere la vita apparentemente ordinaria di Colin, professore universitario di origini inglesi ma trapiantato in Giappone, e di sua moglie Yukio. Una relazione extraconiugale dell’uomo sembra innescare una serie di eventi nefasti che lo condurranno in una specie di prigione in mezzo al nulla, ostaggio delle sue paure prima che dei suoi carnefici. Colin Stearl si ritroverà, suo malgrado, recluso in qualche punto imprecisato nel Territorio del Nord del bush australiano che invece era stato il luogo prescelto da George, un altro personaggio, per cercare di salvarsi dalla malattia che lo aveva colpito e la cui causa, il proprio lavoro, poteva essere annientata solo con un totale isolamento in un luogo non contaminato dagli eccessi della “civilizzazione selvaggia”.

Se da un lato Colin sarà costretto a fare i conti col fatto che la vita può essere altrettanto dura e crudele quanto la guerra da cui ha cercato per anni, inutilmente, di fuggire, Georgescoprirà che, purtroppo, anche i luoghi più remoti non sono sfuggiti all’ingordigia dei fomentatori del “progresso a ogni costo” che nella realtà si concretizza con un’estesa cementificazione e con l’inquinamento del suolo, dell’aria e delle falde acquifere circostanti.

Reality Crime

Sull’intera vicenda incombe minacciosa la figura enigmatica di Alban M., titolare dell’account social prima e del sito internet poi su cui viene postato il video incriminante della segregazione e dell’uccisione dei prigionieri, tra i quali c’è Erasmus, amico di Tom, community manager di una società londinese, il quale è tra i primi a lanciare l’allarme di quanto sta accadendo proprio perché contattato dal suo amico. Nel momento in cui sarà tragicamente chiaro a tutti che non si tratta di uno scherzo, entrerà in gioco anche la GCHQ, l’unità operativa inglese contro la cybercriminalità.

Il ritmo della narrazione di Reality Crime è molto incalzante; in poche sequenze Lafani e Renault riescono a catturare l’attenzione del lettore e a mantenerla per l’intera sezione. Disorienta un po’, invece, il continuo e repentino altalenare da una scena all’altra, da un capo all’altro del mondo. A chi legge viene dato appena il tempo di entrare nella scena, figurarsi i protagonisti, assaporare la storia che già il tutto viene interrotto in modo brusco per essere trasportato altrove o perché la sezione del libro è terminata. Questo dispiace perché la vicenda e la capacità espositiva degli autori hanno un potenziale altissimo.

Nel libro di Florian Lafani e Gautier Renault la realtà virtuale diventa teatro di un crimine reale e il social Facebook la piattaforma del macabro lancio pubblicitario dello stesso. Tutto ciò induce il lettore a porsi degli interrogativi sulla funzione sociale delle community e sul fatto che si possano postare video integrali di delitti commessi o in atto senza che un preventivo controllo tuteli magari dei minori che vi incappino, anche in maniera accidentale. Spinge a riflettere sulla distanza virtuale dagli autori di detti crimini che può corrispondere o meno a una distanza fisica. Ma soprattutto porta chi legge a chiedersi fin dove possa arrivare la crudeltà degli uomini verso i propri simili e quanto gravi possano diventare le conseguenze.

Gli argomenti assolutamente attuali, la capacità narrativa e le riflessioni sulla società contemporanea rendono la scrittura degli autori interessante. Di sicuro una valida alternativa al fantasy o al giallo nell’accezione classica del termine, essendo indirizzata a un pubblico giovane questa nuova sequenza narrativa a puntate: Reality Crime di Lafani e Renault.

http://www.sulromanzo.it/blog/reality-crime-di-florian-lafani-e-gautier-renault

 

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