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Irma Loredana Galgano

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Kosovo: conflitti interni e responsabilità internazionali. Una crisi senza soluzioni?

07 mercoledì Giu 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Albania, articolo, ExJugoslavia, guerra, Kosovo, Serbia

Lo scorso 29 maggio, 30 militari del contingente Nato Kfor, tra cui 11 italiani, sono rimasti feriti negli scontri con i dimostranti serbi a Zvecan, nel nord del Kosovo.

I militari erano intervenuti per disperdere i dimostranti serbi in protesta contro il nuovo sindaco di etnia albanese. 

L’episodio si colloca all’interno di una serie di scontri tra la polizia kosovara e i manifestanti serbi intenzionati a bloccare l’insediamento di alcuni sindaci, sempre di etnia albanese, eletti in città a maggioranza serba, dopo un’elezione boicottata fin da principio dagli stessi serbi. Le città interessate sono Zubin Potok, Leposavic e Mitrovica Nord. 

Le elezioni svoltesi il 23 aprile hanno visto la partecipazione di meno del 4% degli aventi diritto. 

Il Kosovo è una ex provincia serba a maggioranza albanese che ha dichiarato l’indipendenza nel 2008, atto non riconosciuto da Belgrado, da Russia a Cina e da alcuni paesi dell’Unione europea. 

(Fonte:  https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_
AnniPrecedenti/Documents/Chi_ha_detto_no_allindipendenza_d_467Kosovo.pdf )

Agli inizi di quest’anno, altri nove paesi africani hanno revocato la loro precedente decisione di riconoscere l’indipendenza della provincia serba del Kosovo. Sono, quindi, 25 gli stati dell’Africa che non riconoscono l’autonomia kosovara e questo potrebbe anche dipendere dalla volontà di distanziarsi sempre più dall’Occidente e proseguire il percorso di avvicinamento alle potenze emergenti, alla Russia, alla Cina, ai BRICS. 

L’indipendenza del Kosovo non è stata proclamata a seguito di un referendum bensì di una votazione dell’Assemblea regionale kosovara. Contrariamente alla prima dichiarazione di indipendenza del 1990, questa del 2008 ha visto dei riconoscimenti dagli altri stati – la prima fu riconosciuta da nessuno. Ma la Serbia non l’ha mai riconosciuta, indicandola come illegale perché in netta violazione dell’articolo 8 della Costituzione serba. Ma nessuna violazione del diritto internazionale, per cui la Corte internazionale di Giustizia ha respinto il ricorso. 

Il processo di dialogo e cooperazione, tanto auspicato dalle Nazioni Unite, non c’è mai veramente stato e la situazione nel paese, tra alti e bassi, è stata sempre paragonabile a una miccia pronta a far esplodere le bombe a ogni minima scintilla. 

(Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ex_Jugoslavia_-_Former_Yugoslavia_2008.PNG )

Dopo l’incontro a Ohrid, in Macedonia del Nord, avvenuto lo scorso 18 marzo, sembrava si potevano fare passi in avanti nel Piano europeo in 11 punti avanzato da Bruxelles, su iniziativa di Francia e Germania, per raggiungere una stabilizzazione nell’area. Anche se va ribadito che non erano stati siglati documenti ufficiali e proprio il premier kosovaro Kurti ha manifestato le più evidenti resistenze, motivandole con il diniego alla formazione di una Associazione delle municipalità a maggioranza serba nel nord del Kosovo.1 Le medesime in forte agitazione in questi giorni. Una questione identitaria, politica e istituzionale che rimanda alla complessità della storia passata e attuale dell’intera area della ex-Jugoslavia.

Belgrado dal canto suo, pur senza la necessità di un ufficiale riconoscimento dell’indipendenza, dovrebbe smettere di ostacolare l’ingresso di Pristina nelle organizzazioni internazionali.2

L’interscambio commerciale tra Italia e Kosovo ha registrato un’apprezzabile espansione negli ultimi anni e l’Italia è tra i principali partner economici di Pristina. In particolare, nel 2021 l’Italia è risultata quinta sia come fornitore (dopo Germania, Turchia, Cina e Serbia) che come cliente del Kosovo (dopo Stati Uniti, Albania, Macedonia e Germania) e seconda tra i paesi UE dopo la Germania. 

L’Italia è anche uno dei più importanti investitori in Serbia. La presenza di imprese italiane si concentra in diversi settori strategici, tra cui l’energia, l’agricoltura, la finanza e l’industria tessile. L’Italia è stata nel 2021 il terzo partner commerciale della Serbia e quarto paese fornitore (preceduta da Cina, Germania, Russia) e terzo paese acquirente (dopo la Germania e la Bosnia-Erzegovina).3

Provenendo da un ambito prettamente agricolo, la debole economia del Paese è oggi essenzialmente sostenuta dal settore dei servizi, con i comparti industriali e agricoli troppo deboli per produrre a sufficienza e per sostenere una normale dialettica economica con altri stati partner. Il Kosovo, infatti, esporta meno di qualsiasi altro stato dell’Europa, in larga misura prodotti agricoli e materie prime di basso valore, mentre l’import riguarda quasi tutti gli ambiti merceologici. 

Lo sviluppo economico degli ultimi anni sta provocando un cambiamento nella composizione della popolazione, che sta lentamente abbandonando le campagne per trasferirsi nelle aree urbane, principalmente attorno alla capitale. Il reddito pro-capite dei cittadini del Kosovo rimane tra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione – intorno al 40% – sommato al grande numero di poveri – circa il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà – hanno favorito il sorgere di attività illegali nel territorio.

La corruzione, i traffici illeciti e soprattutto il crimine organizzato sono i problemi più gravi che devono essere affrontati dal governo. La libertà di espressione risulta di fatto limitata a causa della mancanza di sicurezza.4

1https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/escalation-kosovo-130182

2https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/serbia-e-kosovo-svolta-in-vista-119282

3https://www.infomercatiesteri.it

4https://www.freedomanatomy.com


Secondo il World Press Freedom 2023 il Kosovo si trova alla 56esima posizione su un totale di 180 stati inseriti nell’elenco. Posizionamento non di certo ottimale, tra l’altro non così distante da quello italiano che è al 41esimo posto. A onor del vero va comunque sottolineato il fatto che entrambi i paesi sono in risalita rispetto al rapporto precedentemente pubblicato.

Agli inizi del ‘900, quando il Kosovo faceva ancora parte dell’Impero ottomano, gli albanesi costituivano i due terzi della popolazione. Agli albori del secondo conflitto mondiale, la politica serba di ripopolazione della provincia provocò l’aumento percentuale della popolazione serba – che raggiunse il 34.4% -. Negli anni della Repubblica federale socialista jugoslavia, la popolazione albanese ha sempre continuato a crescere, fino a raggiungere agli inizi degli anni Novanta l’81.6% della popolazione. 

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, i Balcani vennero invasi dalle truppe italo-tedesche: il Kosovo e la parte occidentale della Macedonia furono occupate militarmente dall’Italia e, successivamente, unite all’Albania fino a quando, dopo la resa dell’Esercito italiano nel settembre ’43, i territori albanesi non rimasero occupati dalle truppe tedesche intente a realizzare una Grande Albania nazista. Fallita l’esperienza, nel 1944, gli albanesi finirono per frammentarsi al loro interno proprio sulla base della resistenza comunista al nazismo. 

Con l’avvento del 1968, la regione si infiammerà nuovamente con la richiesta da parte degli albanesi di trasformare il Kosovo in una Repubblica indipendente, la settima della Federazione jugoslava. 

Il Kosovo restò una provincia autonoma della Serbia e, alla morte del maresciallo Tito nel 1980, gli studenti fomentarono nuove manifestazioni, rivendicando non solo migliori condizioni di vita ma, soprattutto e ancora, l’indipendenza della Repubblica del Kosovo. 

Nel 1987 Slobodan Milošević, allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia in Serbia, venne inviato in Kosovo per tentare una pacificazione, tuttavia egli prese ben presto le parti dei serbi.1 Allorquando divenne presidente della Repubblica di Serbia le cose per certo non migliorarono. La nuova dichiarazione di indipendenza del 1990 venne riconosciuta solamente dall’Albania.

Negli anni successivi, nuovi innesti di profughi in Kosovo, operati dal governo serbo nel tentativo di modificarne l’equilibrio demografico, provocarono lo sdegno di diversi Paesi, che prosegui fino al 1995, momento in cui, dopo la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina, una parte degli albanesi kosovari scelse la lotta armata indipendentista. Guidati dalla Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK), un’organizzazione che si avvalse anche di veterani di guerra, gli indipendentisti si macchiarono però di una serie di crimini indiscriminati non solo verso la popolazione kosovara slavofona, ma anche verso quella componente kosovaro-albanese rimasta neutrale e pertanto giudicata colpevole di tradimento.

A questa nuova spirale di violenza, il governo di Belgrado rispose con altrettanta determinazione e, visto che la questione del Kosovo non era stata sollevata dalle potenze occidentali intervenute nella regione con gli accordi di Dayton, Miloševič si sentì con le mani libere per dare inizio alla sua politica repressiva contro i kosovari di etnia albanese: si registrarono veri e propri massacri di civili, distruzioni di case, scuole e luoghi di culto. Circa 11.000 albanesi, secondo stime parziali, restarono uccisi, altri 800.000 furono costretti a fuggire verso Albania e Macedonia, ove si rifugiarono anche i vari combattenti dell’UCK che avrebbe continuato a fomentare ribellioni nella regione fino a quando, nel 1999, non esplosero in vero e proprio conflitto armato. L’intervento di alcune forze internazionali in difesa della componente albanese del Kosovo pose fine alla pulizia etnica, e le due parti vennero invitate a trovare una soluzione comune.

In base alle Risoluzione 1244/99 del CdS dell’Onu, in Kosovo si sono insediati un governo e un Parlamento provvisorio sotto il protettorato internazionale UNMIK e Nato e, negli anni successivi, la situazione sarebbe andata lentamente normalizzandosi. Dal 2006, dopo la morte del presidente Rugova, vennero avviati nuovi negoziati tra la delegazione kosovara serba e albanese sotto mediazione Onu per la definizione del futuro status della provincia. Nonostante numerosi incontri tra le parti, il piano finale previsto non fu mai condiviso. Nel frattempo, grazie a una nuova fase di democratizzazione della Serbia, il governo di Belgrado garantì al Kosovo lo status di ‘’Provincia Autonoma’’. L’Unione europea, nel 2008, ha approvato l’invio in Kosovo della missione civile “EULEX”, sostituendola a quella Nato, per favorire la transizione del Paese verso un assetto adeguato alla modernità. Si registrarono comunque proteste fondate sul presupposto dell’assenza di un mandato diretto da parte dell’Onu. La stessa Russia definì l’iniziativa non conforme al dettato normativo disposto in Consiglio di Sicurezza.

Il 17 febbraio 2008, riunitosi in seduta straordinaria, il Parlamento di Pristina ha approvato la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, adottando propri simboli nazionali. Il discorso pronunciato dal premier Thaci delinea una Repubblica democratica, secolare e multietnica, fondata sulla legge. Passati nemmeno dieci minuti da quella proclamazione, il governo di Belgrado ha dichiarato illegittima e illegale simile rivendicazione. Su posizioni contrarie anche la Russia e la Cina, entrambe dotate di potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che mai si è pronunciato in favore dell’indipendenza kosovara, ritenendo formalmente valida la risoluzione 1244/99.

Con la ratifica della nuova Costituzione, controfirmata dal capo della missione “EULEX”, si è aperta una nuova pagina nella storia del Kosovo. Esso viene ritenuto in linea con gli indirizzi proposti dagli Stati europei: la Costituzione infatti dispone l’assetto di diritto tipico delle società occidentali moderne, sancendo che il governo di Pristina si impegnerà ad attuare uno Stato laico, rispettoso delle libertà di culto e in grado di garantire pienamente i diritti di tutte le comunità etniche locali. A fronte dell’assenza di un’organizzazione statale pienamente definita, le forze internazionali continuano a mantenere le proprie truppe sul territorio, con scopi di formazione e protezione. Con la ratifica, inoltre, si è chiusa la fase di operatività della missione “UNMIK”, attraverso il passaggio di consegne alla missione “EULEX”.

Con la Costituzione del 2008 alcuni poteri esecutivi tenuti dall’UNMIK sono inoltre stati trasferiti al governo kosovaro, la cui autorità, tuttavia, non è stata ancora riconosciuta nel Kosovo del Nord, nonostante i vari tentativi operati dalla comunità internazionale sui piani della legittimazione e della stabilizzazione. Secondo il governo serbo infatti, la risoluzione 1244 si applicherebbe unicamente sui territori del “Kosovo a maggioranza albanese”.2

Territorio soggetto a una crescente presenza delle forze dell’ISIS, arretrato economicamente e attraversato da grandi rischi di violenti disordini interni, il Kosovo rimane ad oggi uno Stato giovane che deve far fronte a molteplici sfide. La posizione lungo la rotta balcanica e la sua stessa storia ne fanno però un attore che sarà inevitabilmente coinvolto nei mutamenti geopolitici regionali. Nonostante l’apparente continuo avvicinamento ai Paesi membri o vicini all’Alleanza Atlantica, ad oggi il Kosovo non ha ancora raggiunto quel grado di stabilità, sviluppo e credibilità nazionale necessari ad una normalizzazione dei rapporti diplomatici. Rapporti che con l’Occidente, vista la presenza delle forze internazionali sul territorio (sia in campo militare sia come supporto istituzionale) e vista la dipendenza del governo di Pristina dal credito estero, rimarranno solidi fino a quando la Repubblica del Kosovo si dimostrerà capace di attuare le riforme necessarie a trasformare uno Stato arretrato in un Paese moderno. 

1FreedonAnatomy, op.cit.

2FreedonAnatomy, op.cit.


In Europa, la contestazione al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo che più salta all’occhio è certamente quella della Russia. Storicamente legata a Belgrado dalla comune appartenenza slavo-ortodossa, Mosca ritiene che l’indipendenza del Kosovo violi i principi del diritto internazionale e possa costituire un precedente per analoghe situazioni. 

Di tono analogo a quello russo sono state le reazioni degli stati dell’area caucasica, da tempo impegnati a fronteggiare tendenze separatiste all’interno dei loro confini. Il caso dell’Azerbaigian, per esempio, da sempre praticamente alle prese con la questione del Nagomo-Karabakh, l’enclave a maggioranza armena che ha cercato la secessione. Negative anche le prime reazioni da parte della Georgia, della Moldavia, della Bielorussia e dell’Ucraina. 

La Spagna teme che il Kosovo possa favorire non tanto le aspirazioni indipendentiste della Catalogna quanto quelle delle Province Basche. Stesse posizioni per la Romania per il nodo della minoranza ungherese all’interno dei suoi confini. 

I dubbi avanzati dal Portogallo hanno riguardato l’anormalità dell’indipendenza del Kosovo sotto il profilo giuridico mentre Cipro aveva motivato il suo no per i pericoli nei rapporti internazionali e per non creare un precedente al quale si sarebbe potuta appoggiare la Repubblica Turca di Cipro del Nord, l’entità statale autoproclamata e riconosciuta solo da Ankara. 

Più sfumata è sempre apparsa la posizione della Grecia, per la quale è necessaria un’intesa consensuale tra le parti, tenendo in considerazione il particolare ruolo svolto dalla Serbia per gli equilibri e la stabilità nella regione. 

Tra i paesi asiatici spicca il no della Cina, ufficialmente per i rischi di una destabilizzazione dell’area, ma sempre legato ai timori della creazione di un precedente che potrebbe essere poi applicato dalle regioni dove più forti sono le spinte autonomistiche, quali Tibet, Sinkiang e Taiwan. E, proprio quest’ultima, che si era schierata a favore dell’indipendenza ha poi ricevuto dal Kosovo parere negativo riguardo le sue spinte autonomistiche.1

Tra le cause dell’inasprirsi delle relazioni tra Kosovo e Serbia molti hanno voluto vedere o ipotizzare un coinvolgimento diretto della Russia, principale alleato politico serbo. In realtà, fin dalla crisi del 2022, Mosca ha avuto un ruolo passivo giovando comunque dei benefici derivanti dalla situazione. Più i Balcani sono instabili, maggiori saranno gli ostacoli nel loro processo di integrazione europea. 

Per Bruxelles, risolvere la questione del Kosovo significa rilanciare la propria assertività nei Balcani, obbligando il governo Vucic a una scelta di politica estera univoca. Per anni il presidente serbo ha goduto di ottimi rapporti commerciali con l’Unione europea e di un’alleanza strategica con la Russia. L’attività diplomatica europea e il nuovo piano proposto, mira quindi a imporre l’Unione come unico attore globale sulla questione kosovara, occupando il principale campo d’azione dell’influenza russa.2

I kosovari percepiscono una duplicità nell’atteggiamento politico e diplomatico europeo. Emblematico il caso dell’annosa questione dei visti. Il Kosovo resta l’unico paese dei Balcani Occidentali la cui popolazione è di fatto isolata dal continente, nonostante la Commissione europea abbia accertato il soddisfacimento di tutti i requisiti formali per la revoca dell’obbligo di visto d’ingresso. Parigi e L’Aja sono additate come principali responsabili dello stallo ma il malumore della popolazione, cavalcato da tutte le forse politiche, non fa distinzioni e viene rivolto contro l’intera Unione. Questi sentimenti sono a volte ricambiati dalle istituzioni europee, dove si registra una forte delusione per le iniziative unilaterali come la fuga in avanti della trasformazione delle forze di sicurezza kosovare in forze armate vere e proprie, o l’imposizione di aggressivi dazi sulle importazioni dalla Serbia e dalla Bosnia-Erzegovina, revocati solo dopo intense pressioni americane ed europee. 

Benché il quadrante veda crescere la competizione tra sfere d’influenza occidentale, turca, russa e persino cinese, almeno per ora lo sguardo del Kosovo sembra rivolto a ovest. I kosovari forse accettano a fatica di non poter ambire a diventare il 51esimo stato a stelle e strisce, ma, sentendosi europei – nella variante mediterranea -, e avamposto europeo prima dell’Oriente, si risentono per la presunta alterigia di Bruxelles. 

L’aspirazione europea e atlantica del Kosovo è fuori discussione, ma Pristina si dichiara non disposta a pagare qualunque prezzo per entrare in Ue, soprattutto se ciò implica rinunce territoriali o la rimessa in discussione della propria sovranità. L’Italia risulta essere un interlocutore privilegiato tanto di Pristina quanto di Belgrado3 ma l’Europa tutta dovrebbe agire sempre con una voce unica e rinunciare a progetti di nicchia che, inseguendo improbabili ambizioni di leadership continentale, indeboliscono, anziché rafforzare, il peso stesso dell’Unione nelle trattative e nel processo di integrazione. 


1R. Bastianelli, Panorama Internazionale: Chi ha detto no all’indipendenza del Kosovo, Informazioni della Difesa, n° 2 – 2009 ( www.difesa.it )

2Fonte: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/serbia-e-kosovo-svolta-in-vista-119282

3N. Orlando, Europa e Kosovo: il momento delle scelte e il ruolo dell’Italia, Dibattito: La UE e i Balcani: la scommessa dell’allargamento, CESPi – Centro Studi di Politica internazionale: https://www.cespi.it/it/eventi-attualita/dibattiti/la-ue-i-balcani-la-scommessa-dellallargamento


Articolo pubblicato su Articolo21.org


Disclosure: Per le immagini, ove non diversamente specificato, credits www.pixabay.com


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Cosa significa fare guerra alla droga? Ipocrisie dati e chiarezza di una lotta impari

31 sabato Dic 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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droga, drug, drugwar, economia, geopolitica, guerra, guerraalladroga, politica, war

Tra le macerie del ponte Morandi c’era anche un carico di droga destinato a uomini di Scampia e Secondigliano. E la ‘ndrangheta provò a recuperare quei 900 chili di hashish nascosti dentro il camion giallo, coinvolto nel crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. Nulla era emerso dagli atti giudiziari e non si sa se il recupero della droga sia mai veramente avvenuto.1 Il punto però è un altro: 900 chili di hashish che viaggiavano indisturbati su un comune mezzo percorrendo una qualsiasi strada.

Nel 2020, a livello globale la diffusione delle droghe è stata:2

  • Cannabis 209.220.000
  • Oppioidi 61.290.000
  • Oppiacei 31.100.000
  • Cocaina 21.470.000 
  • Anfetamine e simili 34.080.000
  • Ecstasy 20.040.000

Un grammo di eroina in Italia, sempre nel 2020, costava tra i 55 e i 68 dollari americani. Un grammo di cocaina aveva un prezzo variabile tra gli 80 e i 100 dollari americani. Il prezzo della cannabis, nelle varianti di marijuana e hashish, rispettivamente compreso tra i 9 e i 22 e i 12 e i 14 dollari americani. Le anfetamine tra i 24 e i 28, mentre le metanfetamine tra i 35 e i 44.

Il prezzo delle droghe varia anche di molto da paese a paese e nelle varie aree del pianeta, risulta quindi molto complesso procedere con il calcolo dell’incasso totale dovuto dalla vendita delle dosi delle varie droghe. Ma viene da sé che si sta parlando di cifre enormi. 

Il dato è in continuo aumento, ma alle 18:21 del 16 dicembre 2022 l’ammontare dei soldi spesi in droga quest’anno era calcolato in 383.307.297.851 dollari.3 Il dato è meramente indicativo del volume globale di denaro e interessi che ruotano intorno al fattore droga. 

È stato stimato che nel 2018 269milioni di persone, equivalenti al 5.4 per cento della popolazione globale compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno fatto uso di droga. Per il 2030 si prevede un incremento fino all’ 11 per cento, ovvero 299milioni di persone.4

La carta5 definisce con molta chiarezza quali sono le tratte attraverso le quali si muovono gli ingenti quantitativi di droga e, soprattutto, la direzione verso cui viaggiano: il Vecchio Continente e gli Stati Uniti d’America. 

La “guerra alla droga” condotta dagli USA si è trasformata da metafora in realtà con attività di contrasto in patria, sul confine e all’estero. Non c’è droga che sia stata obiettivo militare più della cocaina. Fu il boom della coca a offrire la motivazione per classificare ufficialmente la droga, dal 1986, come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’ossessione per la cocaina ha portato alla militarizzazione delle attività di polizia e al ricorso a operazioni militari per questioni interne, facendo sfumare il confine tra scontro bellico e lotta alla criminalità in tutte le Americhe. 

Mentre la guerra statunitense contro la cocaina dilagava, nel Centroamerica la droga contribuiva silenziosamente a finanziare un tipo di guerra molto insolito: la campagna dei ribelli Contras, sostenuti dagli Stati Uniti, in opposizione al governo rivoluzionario sandinista del Nicaragua. Episodio simile alle vicende degli insorti anticomunisti finanziati dai proventi della droga nel Sudest asiatico e in Afghanistan. 

Un’inchiesta congressuale, durata tre anni e guidata dal senatore del Massachusetts John Kerry, rivelò che alcune delle società di trasporto aereo occultamente ingaggiate dalla CIA per spedire rifornimenti ai Contras erano coinvolte anche nel traffico di cocaina.6

Perché si è ritenuto necessario iniziare e protrarre una guerra alla droga perlopiù esterna ai propri confini piuttosto che concentrare ogni sforzo nella cura e assistenza nonché, prioritariamente, nella prevenzione?

Quanto a lungo potevano tollerare i governi occidentali che milioni di dollari si riversassero di continuo in America latina?

Si impara presto che la vita è ben più complessa di come la si immagina, e che Bene e Male sono concetti relativi non assoluti.

Più di qualunque altro presidente, fu George H.W. Bush a usare il suo potere di comandante in capo per reclutare l’esercito americano nella guerra alla droga. Con la fine della Guerra fredda l’entusiasmo con cui il Pentagono assunse compiti di contrasto alla droga aumentò notevolmente. La possibilità di riciclare le tecnologie della Guerra Fredda per le missioni della guerra alla droga offrì un nuovo margine di crescita agli appaltatori della difesa, che faticavano ad adattarsi al mutato ambiente della sicurezza. L’allora senatore Joseph Biden, rispecchiando lo stato d’animo dell’epoca, sostenne nel 1990 che «molte delle tecnologie più promettenti [per il controllo della droga] sono già state sviluppate negli ultimi dieci anni dal dipartimento della Difesa a fini militari» ed esortò l’adozione e disponibilità di queste tecnologie per le attività antinarcotici.7

All’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre, i guerrieri antidroga statunitensi, che tipicamente avevano avuto poco o nulla a che fare con la lotta al terrorismo, si adoperarono per riadattare e ridefinire i loro compiti in un ambiente della sicurezza improvvisamente mutato. I funzionari della DEA (Drug Enforcement Administration) insisterono per integrare la guerra alla droga con la guerra al terrore, con una nuova attenzione al “narcoterrorismo” e sollecitando un focus più accurato sui presunti legami tra traffico di droga e attività terroristiche.8

A fine 2001, il presidente George W. Bush sottolineò quanto sia importante per gli americani sapere che il traffico di droga finanzia le attività del Terrore. E che smettendo di drogarsi si partecipa alla lotta conto il terrorismo.9

La guerra alla droga non è mai cessata eppure nel tempo la produzione e il consumo delle droghe non ha fatto che aumentare, inoltre ci sono altri aspetti e conseguenze dirette di ciò che meritano una riflessione.

Nei primi decenni del XXI secolo, l’America Latina è diventata il capoluogo mondiale degli omicidi, con oltre 2milioni di morti violente dall’anno 2000 in poi. Un numero di gran lunga superiore alle circa 900mila vittime dei conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan. In America Latina vive solo l’8 per cento della popolazione mondiale, ma si è verificato un terzo di tutti gli assassini. Inoltre, le dieci città più violente del mondo sono tutte in quella regione.10

La droga e la guerra alla droga rappresentano solo una parte della risposta, ma soprattutto in paesi come Messico, Colombia e Brasile si tratta di un aspetto cruciale.11

E sul versante opposto, ovvero nei paesi prevalentemente consumatori di droga, cosa accade?

Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ci sono stati oltre 100mila morti per overdose negli Stati Uniti nell’anno compreso tra aprile 2020 e aprile 2021.12

In Italia, i decessi riconducibili all’abuso di sostanze stupefacenti nell’anno 2021 sono 293, in calo rispetto agli anni precedenti ( 2020 – 309; 2019 – 374). La gran parte imputabili all’eroina (135), segue la cocaina (64).13 Negli Stati Uniti invece a causare più decessi è il fentanyl, un oppiode sintetico, 50 volte più potente dell’eroina. 

In Europa, nell’anno 2020, i decessi per overdose sono stati 5.800.14

Nel 2021 tra le persone seguite dai Ser.D. – i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale – dislocati lungo tutto il territorio nazionale italiano si contano:15

  • 8.790 assistiti che presentavano almeno una patologia psichiatrica.
  • 1.513 positivi al test per l’HIV (sindrome da immunodeficienza acquisita).
  • 572 positivi al test per l’HBV (virus dell’epatite B).
  • 10.505 positivi al test per l’HCV (virus dell’epatite C).
  • Il 4.3 per cento dei soggetti testati è risultato positivo a tutti e tre i test sopra elencati.
  • 15.468 persone ricoverate in ospedale con diagnosi correlate all’uso di droghe, con ricoveri ordinari, e 6.233 accessi al Pronto Soccorso.

Le stime sono tendenzialmente al ribasso, in quanto bisogna considerare che si parla di coloro che sono già seguiti dai Ser.D. sul territorio. Andrebbero quindi aggiunti, o quantomeno tenuti in considerazione tutti gli altri, i consumatori più o meno abituali di droga che non si sono o non si sono ancora rivolti a detti servizi pubblici. 

L’uso di sostanze tra gli adolescenti spazia dalla sperimentazione ai gravi disturbi da uso di sostanze. Tutti gli usi di sostanze, anche quelli sperimentali, mettono gli adolescenti a rischio di problemi a termine come incidenti, liti, rapporti sessuali non voluti, overdose. L’uso di sostanze interferisce anche con lo sviluppo cerebrale. Gli adolescenti sono vulnerabili agli effetti provocati dall’uso di sostanze e corrono un rischio più alto di sviluppare conseguenze a lungo termine come disturbi mentali e scarso rendimento intellettivo. Disturbi dovuti anche all’uso di alcol, cannabis e nicotina.16

Nel 2021 in Italia sono state:17

  • 31.914 le segnalazioni per violazione dell’Art. 75 del DPR n. 309/1990 (possesso ad uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope), riferite a 30.166 persone. Nel 2019 le segnalazioni erano nell’ordine di 53.016. La netta diminuzione è con molta probabilità riferibile alle restrizioni da COVID-19.
  • 30.083 le persone segnalate per reati penali commessi droga-correlati, con un decremento del solo 5 per cento rispetto al 2020. La maggior parte delle denunce ha riguardato la detenzione di cocaina/crack, a seguire cannabis e derivati, eroina/altri oppiacei, sostanze sintetiche.
  • 91.943 i procedimenti penali pendenti per reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope. 186.517 le persone coinvolte, con una media quindi di due ogni provvedimento. I minorenni costituiscono il 4 per cento del totale delle persone coinvolte. In termini assoluti, i valori più elevati si riscontrano in Lazio, Lombardia e Sicilia.
  • 12.594 le persone condannate per reati droga-correlati.

Due dei punti cardine sull’andamento della “guerra alla droga” sono gli arresti e i sequestri. Il tempo però ha insegnato a tutti che l’arresto di piccoli, medi o grandi spacciatori come pure di cosiddetti capi significa solo, alla fin fine, più o meno tempo per la riorganizzazione della filiera di distribuzione e vendita. I sequestri poi, anche laddove riguardano quantità che possono sembrare enormi, vanno o andrebbero valutati nella giusta prospettiva.

Nel 2021 sono stati sequestrati 91.152,45 chilogrammi di droga in Italia.18 Passando dalle circa 59 tonnellate del 2020 alle oltre 91 del 2021 non si può non interrogarsi su cosa stia effettivamente accadendo.

Le forze di polizia potrebbero aver sviluppato tecniche più sofisticate per intercettare i carichi di droga in arrivo e in circolazione nel nostro Paese ma potrebbe anche esserci un costante aumento degli stessi. Oppure entrambe le cose insieme. La droga in arrivo aumenta e con essa aumentano anche le probabilità di essere intercettata. 

Gli analisti dell’antimafia ipotizzano, in linea generale, che per ogni chilo sequestrato riesce a superare le ispezioni un quantitativo superiore di almeno tre volte. La parte che finisce sotto sequestro è un costo fisiologico messo in conto dalle mafie.19

E se i sequestri aumentano e la produzione e il consumo anche non si può non chiedersi se questa “guerra alla droga” la si sta davvero combattendo oppure si vuole solo dare l’impressione di farlo.

È opinione condivisa che in guerra la prima vittima è sempre la verità? Ciò vale anche per la guerra alla droga?

Nel post-Guerra fredda la guerra alla droga ha ormai definitivamente contribuito a spostare l’attenzione degli apparati di sicurezza statali dalle tradizionali minacce militari alle nuove “minacce transnazionali”. La convenzionale distinzione tra il combattere un conflitto bellico e la lotta al crimine si è dissolta sempre più, cambiando la natura stessa della guerra. 

Una guerra contro la droga, anche quando non risulta particolarmente efficace nel reprimere gli stupefacenti, può diventare un mezzo utile per il perseguimento di altri obiettivi strategici, tra cui quello di attaccare e delegittimare i nemici. Ciò fu evidente, per esempio, nel corso della Guerra fredda, allorquando il governo americano accusò la Cina rossa e la Cuba castrista di inondare gli Stati Uniti di droga, mentre in realtà la Cina si era in gran parte ritirata dal narcotraffico internazionale e i cubani più coinvolti in affari erano anticomunisti esiliati a Miami o altrove. Quando la Guerra fredda si concluse e il Congresso e l’opinione pubblica statunitense non furono più disposti a sovvenzionare campagne controinsurrezionali anticomuniste, le agenzie antidroga offrirono agli strateghi di Washington un comodo canale alternativo per finanziare il supporto militare alla guerra del governo colombiano contro le insurrezioni di sinistra.20

Dalla Birmania al Messico, alla Colombia, i narcotrafficanti rafforzano la loro capacità militare per difendere o cercare di conquistare con la violenza i mercati della droga. Negli ultimi anni le dispute tra gruppi rivali che si contendono il territorio hanno imposto un tributo particolarmente pesante al Messico, dove il conto dei morti ha superato quello della maggior parte delle guerre civili. 

Probabilmente le attuali battaglie tra gang della droga rivali possono essere viste come una forma criminale di guerra commerciale, resa possibile sia dalla proibizione delle droghe sia dalla facile disponibilità di arsenali militari e di soldati addestrati dall’esercito.

Bisogna sottolineare che la “guerra per la droga” può interagire strettamente con la “guerra contro la droga”, ed esserne alimentata. Quando un’organizzazione è smantellata o indebolita dalla “guerra contro la droga”, altri narcotrafficanti intraprendono una “guerra per la droga”: una violenta competizione per accaparrarsi i territori rimasti vacanti. Questi combattimenti rappresentano anche delle “guerre grazie alla droga”, nella misura in cui sono finanziati con i proventi dei traffici illeciti.21

Un ulteriore effetto interattivo è che i narcotrafficanti possono lanciare una “guerra per la droga” come reazione difensiva a una “guerra contro la droga”, assassinando giudici, poliziotti e politici. La prassi tipica della maggior parte dei narcotrafficanti è sfuggire allo stato, anziché scontrarvisi con la forza, ma in casi eccezionali si è arrivati anche a una dichiarazione di guerra totale contro lo stato.22

L’attuale guerra contro la droga può anche essere vista come una vicenda di affermazione dello stato. Spesso i leader di governo hanno giustificato le campagne antidroga come uno sforzo per proteggere i cittadini, pacificare gli attori violenti non statali, presidiare i confini e imporre l’ordine pubblico: prerogative dello stato per eccellenza.23

E anche se la guerra contro la droga ha fallito ripetutamente, a volte in maniera sensazionale, la connessa escalation delle attività militari ha ampliato e potenziato notevolmente gli apparati di sicurezza dello stato. Attraverso la guerra contro la droga i controlli di polizia si sono notevolmente estesi, e in alcuni luoghi ciò ha persino comportato la trasformazione dei soldati in poliziotti. Una delle conseguenze è stata quella di mettere in dubbio fin dalle basi la tradizionale distinzione fra combattere una guerra e combattere la criminalità.24

Non bisogna dimenticare poi che la guerra contro la droga ha permesso di riscuotere cospicue entrate grazie a leggi ad ampio raggio per la confisca dei beni, che hanno reso le attività di polizia altamente redditizie.25

E c’è stata una massiccia, anche se non registrata, riscossione informale di entrate nella forma di tangenti e bustarelle, che può essere concepita come un’imposta de facto sul traffico di droga.26

Con l’atto di criminalizzare la droga, lo stato crea la minaccia – gonfiando bruscamente i profitti ricavati dai narcotici e mettendo il business clandestino nelle mani di criminali pesantemente armati -, e ciò a sua volta offre allo stato una ragione per reagire con una guerra alla droga sempre più militarizzata. E poiché i trafficanti eliminati e la droga sequestrata che gli stati usano come misura del loro “successo” sono facilmente sostituibili, e politici e burocrati hanno forti incentivi a insistere e intensificare gli sforzi anziché a riconsiderarli, la guerra alla droga continua a trascinarsi.27

Viene allora da interrogarsi su dove ci porterà tutto questo. Si vincono le battaglie della guerra alla droga, ma la guerra non finisce. E la dinamica della guerra si autoperpetua in maniera perversa: le vittorie sul campo pongono involontariamente le condizioni per ampliare il conflitto; chiudere le vecchie rotte e togliere di mezzo i trafficanti fa semplicemente emergere nuove rotte e più trafficanti. Oltretutto, ne conseguono lotte per il territorio che possono alimentare ancor di più la violenza che l’invio di militari avrebbe dovuto sedare. E se il passato può in qualche modo guidarci al futuro, è lecito aspettarsi che le cose continuino così.28

Molti consumatori di eroina americani si sono votati alla droga solo dopo essere diventati dipendenti da antidolorifici oppiodi regolarmente prescritti. Quella contro la droga, tuttavia, è una guerra altamente selettiva, che evita in tutti i modi di prendere seriamente di mira le case farmaceutiche che hanno pubblicizzato con tanta aggressività prodotti che creano dipendenza.29

Ma cosa accadrebbe se la guerra alla droga dovesse in qualche modo finire? Finirebbe anche la violenza?

La legalizzazione priverebbe l’enorme commercio illegale planetario dei suoi profitti gonfiati dal proibizionismo, che alimentano la violenza e finanziano terroristi e insorti. Probabilmente i narcotrafficanti diversificherebbero i loro affari e si rivolgerebbero ad altre attività illecite, come fecero i boss mafiosi statunitensi dopo la revoca del proibizionismo dell’alcol, ma il loro flusso di entrate più rilevante sarebbe prosciugato. 

Non bisogna dimenticare che la proibizione della droga e gli elevati volumi del narcotraffico precedono di gran lunga, per esempio, le ondate di violenza in Messico. Non sono solo il proibizionismo e i flussi di droga in sé a innescare la violenza, ma le modalità specifiche con cui le leggi antidroga vengono applicate o disattese.30

Troppo spesso la politica impregnata di moralismo della guerra alla droga esclude approcci più pragmatici.31

Se da un lato gli eserciti contemporanei vengono schierati su un numero di fronti sempre maggiore per combattere la droga, dall’altro combattono sempre più “fatti” di droga. Molti di coloro ai quali è è affidato il compito di fare la guerra continueranno a cercare aiuto nelle droghe, che siano prescritte o auto-prescritte. Se è vero che il combattere da strafatti ha una lunga tradizione, oggi sono disponibili più droghe per un numero di soldati più alto che mai, e lo stato continua a essere uno dei principali spacciatori.32

Circa 270milioni di persone nel mondo fanno o hanno fatto uso di droga. È necessario quindi andare oltre l’immagine stereotipata del tossico eroinomane che giace inerme con una siringa infilata in un braccio. Bisogna andare oltre. Molto oltre. 

Rientra nella più assoluta “normalità” l’identikit del cocainomane socialmente inserito emersa dall’attività del centro clinico cocainomani di Brescia: età compresa tra i 25 e 34 anni, con titoli di studio, lavoro e famiglia e con l’abitudine di fare una o più “piste” di cocaina al giorno.33

Nel 2006 il Garante della Privacy bloccò la messa in onda dell’inchiesta condotta dalla troupe della trasmissione televisivaLe Iene – un parlamentare su tre positivo ai test antidroga – perché lesiva dell’immagine e dell’onorabilità dell’istituzione. Dieci anni dopo, sempre i parlamentari italiani hanno bocciato l’ordine del giorno per introdurre cani e test antidroga anche in Parlamento. E allora si è provata la strada già percorsa dal «Sun» nel 2013 che diede origine a quello che fu definito lo “scandalo cocaina a Westminster”: utilizzare i kit pronti all’uso per testare le superfici dei bagni del Parlamento. Le tracce sono state trovate e i test hanno dato esiti positivi.34

Bisognerebbe poi riconoscere che la guerra stessa può essere pensata come una droga, la quale probabilmente durerà nel tempo, mentre la popolarità di altre sostanze stupefacenti va e viene. 

L’unica cosa che si può prevedere con una qualche certezza è che la droga e la guerra proseguiranno nel loro abbraccio mortale: l’una farà e rifarà l’altra ancora negli anni e nei decenni a venire.35

E intanto possiamo sempre continuare o iniziare a guardarci intorno, anche su una qualsiasi strada, e chiederci quante auto, camion o altri veicoli imbottiti di droga ci sono intorno a noi. Domandarci quante sono le persone che fanno uso di droga e perché. Chiedere a noi stessi quante sono le persone che realmente combattono la guerra contro la droga e perché lo fanno. 

Perché se non si conosce a fondo e per intero il problema globale della droga e della guerra alla droga si rischia di ridurlo a un mero problema esistenziale di persone con delle fragilità. Invece è un problema globale, di salute pubblica ma anche di geopolitica, di economia e malavita, di malapolitica e corruzione, di scelte e di opportunismo, di vittime e di carnefici. Di Stato e di Mafia. 

1Il Fatto Quotidiano, edizione online 14 dicembre 2022: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/12/14/ponte-morandi-anche-un-camion-con-900-chili-di-droga-coinvolto-nel-crollo-la-ndrangheta-tento-di-recuperare-il-carico/6905572/

2United Nation World Drug Report 2022: https://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/world-drug-report-2022.html

3https://www.worldometers.info/it/ (Fonte: The illegal drugs global business – Frontline, PBS, Specila Report).

4United Nation World Drug Report 2022: https://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/world-drug-report-2022.html

5Limes 10/13, 6 novembre 2013: https://www.limesonline.com/le-vie-della-droga/53797

6P.Andreas, Killer High. Storia della guerra in sei droghe, Meltemi Editore, Milano, 2021.

7P. Andreas, op.cit.

8Federal Documents Clearing House, FDCH Political Transcripts, U.S. Senator Orrin Hatch (R-UT) Holds Hearing on International Drug Trafficking and Terrorism, 20 maggio 2003.

9G. Thomson, Trafficking in Terror, in «New Yorker», il 14 dicembre 2015.

10D. Luhnow, Latin America Is the Murder Capital of the World, in «Wall Street Journal», 20 settembre 2018.

11P. Andreas, op.cit.

12«Il Fatto Quotidiano», 20 novembre 2021: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/20/la-pandemia-silenziosa-degli-usa-oltre-100mila-morti-di-overdose-in-un-anno-guerra-che-uccide-piu-di-armi-e-incidenti-stradali-messi-insieme/6397531/

13Relazione Annuale Ministero dell’Interno – 2022: https://antidroga.interno.gov.it/wp-content/uploads/2022/06/Relazione-Annuale-2022.pdf

14EMCDDA Relazione europea sulla droga – Tendenze e Sviluppi – 2022: https://www.emcdda.europa.eu/system/files/publications/14644/20222419_TDAT22001ITN_PDF.pdf

15Rapporto Tossicodipendenze del Ministero della Salute 2022 (sui dati del 2021): https://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=3272

16S. Levy, MD MPH Harvard Medical School, MSD Manual luglio 2022 Uso di sostanze negli adolescenti: https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/problemi-di-salute-dei-bambini/problemi-negli-adolescenti/uso-e-abuso-di-sostanze-nell-adolescenza

17Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione Annuale al Parlamento sul Fenomeno delle Tossicodipendenze in Italia, anno 2022: https://www.politicheantidroga.gov.it/it/notizie/notizie/relazione-annuale-al-parlamento-2022/

18Relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (relativa al 2021): https://antidroga.interno.gov.it/wp-content/uploads/2022/06/Sintesi-2022.pdf

19I. Cimmarusti, Mafia Spa, l’import-expot di droga e rifiuti triplica nell’anno della pandemia, «Il Sole 24 Ore», 30 settembre 2021: https://www.ilsole24ore.com/art/mafia-spa-l-import-export-droga-e-rifiuti-triplica-nell-anno-pandemia-AEjf3Pk?refresh_ce=1

20P. Andreas, op.cit.

21P. Andreas, op.cit.

22P. Andreas, op.cit.

23B. Lessing, Making Peace in Drug Wars: Crackdowns and Cartels in Latin America, Cambridge University Press, Cambridge, 2017.

24P. Andreas, R. Price, From Wae-fighting to Crime-fighting. Transforming the American National SecurityState, Oxford University Press, Oxford, 2001.

25B. Lessing, op.cit.

26P. Andreas, The Political Economy of Narco-Corruption in Mexico, in «Current History», vol. 97, 1998.

27E. Bertram, M. Blachman, K. Sharpe, P. Andreas, Drug War Politics: The Price of Denial, University of California Press, Berkley, 1996.

28C. Friesendorf, U.S. Foreign Policy and the War on Drugs: Displacing the Cocaine and Heroin Industry, Routledge, London, 2007.

29P. Andreas, op.cit.

30P. Andreas, op.cit.

31E Bertram et al., op.cit.

32P. Andreas, op.cit.

33S. Ghilardi, La cocaina «sfonda» tra i colletti bianchi, «Corriere della Sera» edizione Brescia, 8 ottobre 2014: https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/14_ottobre_08/cocaina-sfonda-colletti-bianchi-476c2ade-4ebe-11e4-b3e6-b91ef8141370.shtml

34T. Mackinson, La Camera se la tira, tracce di cocaina nel bagno dei deputati – L’inchiesta su FQ Millenium del 2017, «Il Fatto Quotidiano», 6 dicembre 2021: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/06/la-camera-se-la-tira-tracce-di-cocaina-nel-bagno-dei-deputati-linchiesta-su-fq-millennium-del-2017/6417647/

35P. Andreas, op.cit.


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Guerre selettive, droghe e strategie: “Killer High” di Peter Andreas

02 lunedì Mag 2022

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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droga, guerra, KillerHigh, Meltemi, PeterAndreas, recensione, saggio, storia

«Non si può capire la guerra senza conoscere le droghe e non si possono capire le droghe senza conoscere la guerra.» È questo l’assunto da cui parte Peter Andreas per scavare nella Storia umana, quella moderna e contemporanea in particolare, per scoprire il ruolo decisivo che le sostanze psicoattive – pesanti, leggere, lecite, illecite, naturali, sintetiche – hanno e hanno avuto nei conflitti armati. 

Perché se da un lato gli eserciti contemporanei vengono schierati su un numero di fronti sempre maggiore per combattere la droga, dall’altro i soldati combattono sempre più “fatti” di droga, letteralmente.

Molti di coloro a cui è affidato il compito di fare la guerra continueranno a cercare aiuto nelle droghe, che siano prescritte o auto-prescritte, esattamente come è accaduto da… sempre praticamente, come si evince chiaramente e facilmente dalla dettagliata ricostruzione e analisi compiuta da Andreas.

Sono costantemente in aumento le prescrizioni di farmaci che aiutino i soldati ad affrontare le cicatrici fisiche e mentali riportate sul campo di battaglia. Migliaia sono i soldati americani, di ritorno dall’Afghanistan e dall’Iraq, che dipendono da essi.1 Farmaci che contengono oppioidi. 

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, ovvero la somministrazione di sostanze o farmaci psicoattivi fatta in maniera preventiva, ossia per stimolare e migliorare le prestazioni sul campo. Ai classici alcol, tabacco, droghe più o meno leggere, naturali o sintetiche, si affianca un uso sempre più consistente e diffuso dei cosiddetti farmaci antifatica, volti al miglioramento cognitivo e prestazionale dei soldati. 

Un rapporto del laboratorio di ricerca dell’areonautica statunitense suggerisce di costringere i nemici ad attivarsi continuamente senza beneficiare di un sufficiente sonno quotidiano. E, naturalmente, per fare questo bisogna essere in grado di gestire la fatica dei soldati americani.2 Non c’è da stupirsi dunque se diversi Paesi e ricercatori dell’esercito hanno sperimentato metodi per contrastare il sonno. Gran parte delle ricerche si è concentrata sul Modafinil, un farmaco che si ritiene causare meno dipendenza e meno effetti collaterali rispetto alle amfetamine. Già da oltre un decennio, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia distribuiscono compresse di Modafinil ai militari sul campo.3

Per Andreas è certo che l’impulso a dare vantaggi chimici alle truppe proseguirà, in quanto la crescente complessità dei combattimenti e i progressi tecnologici, stando anche alle parole dei ricercatori della MITRE Corporation (incaricata dall’ufficio di ricerca e ingegneria della Difesa del Pentagono), hanno aumentato la necessità di prendere decisioni tattiche rapide a livelli di comando inferiori e hanno quindi diffuso orizzontalmente a più persone la responsabilità di operare delle scelte di indirizzo.4

Ci si può agevolmente attendere che anche ribelli, terroristi e altri attori non statali continuino a ricorrere alle sostanze psicoattive per le stesse ragioni delle controparti statali. Con la grande differenza, però, che non avranno accesso legale alla crescente varietà di opzioni farmacologiche disponibili per gli eserciti contemporanei. 

I resoconti indicano che lo Stato Islamico e Boko Haram hanno regolarmente drogato i bambini soldato prima di impiegarli per attacchi suicidi.5 E sembra sia accaduto lo stesso nel caso di alcuni adolescenti kamikaze in Pakistan.6Tuttavia Andreas sconsiglia di giungere a conclusioni avventate. Pare che per alcuni combattenti basti l’ideologia estremista come stimolante, senza il bisogno di alcun aiuto chimico. 

La piaga della droga, dal punto di sociale e non solo militare, è notevolmente profonda, radicata e diffusa. Molti Stati sembrano aver intrapreso delle vere e proprie guerre contro di essa. Ma per l’autore, quella contro la droga è una guerra altamente selettiva, che evita in tutti i modi di prendere seriamente di mira le case farmaceutiche che hanno pubblicizzato con tanta aggressività prodotti che creano dipendenza.

Verrebbe da aggiungere che gli Stati, Italia compresa, sembrano operare una guerra altrettanto selettiva con riguardo ai prodotti sui quali è apposto il sigillo del Monopolio: alcol e tabacco. E sembra farlo perché, comunque, sono fonte di copiose entrate per le casse sempre piangenti della nazione. Motivo che sembra essere stato alla base di tante operazioni di sfruttamento e commercio delle droghe fin dai tempi degli antichi Romani, in quelle che Andreas definisce «Guerre grazie alla droga», ovvero ai suoi proventi.

Stando ai dati riportati nel Libro Blu 2020 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, il contributo per l’erario dai tabacchi è stato pari a 14.6 miliardi, mentre quello per energia e alcolici 29.10 miliardi di euro.

Sul sito del Ministero della Salute si legge che in Italia siano attribuibili al fumo di tabacco oltre 93mila morti. L’aggiornamento è del 31 maggio 2021.

Mentre, stando ai dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità e contenuti nel Rapporto 2022, sono 17mila i decessi annuali causati dall’alcool. 

Parafrasando la celebre frase di Charles Tilly («Gli Stati fecero la guerra e la guerra fece gli Stati»), Lessing ritiene che oggi «gli Stati fanno la guerra alla droga e la guerra alla droga fa gli Stati», con dei seri rischi da non sottovalutare.

Uno dei pericoli è che le guerre della droga possano produrre un rafforzamento eccessivo di alcuni attori statali, creando stakeholders consolidati, dotati di autorità e discrezionalità sproporzionate, che si opporranno agli aggiustamenti politici necessari una volta che la violenza legata alla droga sarà diminuita.7

Del problema concreto che provvedimenti emergenziali diventino poi strutturali ne parla anche Barberis allorquando sottolinea la tendenza degli esecutivi di appropriarsi della legislazione in tempo di guerra tramite la decretazione d’urgenza. Poi le guerre finiscono ma i governi, compreso quello italiano che ufficialmente non entra in guerra da settant’anni, continuano a legiferare per decreto.8

Inoltre, Lessing ricorda che una parte fondamentale e spesso trascurata delle tesi di Charles Tilly è che può essere lo Stato, operando come un racket della protezione, a creare la stessa minaccia alla sicurezza contro cui in seguito fornisce protezione. 

Sebbene non sia quello che Tilly aveva in mente, per Andreas il suo argomento può essere esteso alla guerra alla droga: con l’atto di criminalizzare la droga, lo Stato crea la minaccia, e ciò a sua volta offre allo Stato una ragione per reagire con una guerra alla droga sempre più militarizzata. 

Dall’uso di oppiacei da parte dei soldati al loro impiego come arma o mezzo per il finanziamento, l’oppio e la guerra sono rimasti stretti a lungo in un abbraccio mortale. Il commercio dell’oppio e la costruzione degli Imperi andarono di pari passo nelle potenze occidentali, soprattutto in Gran Bretagna. 

Londra mise il commercio dell’oppio nelle mani della sua Compagnia delle Indie Orientali, che all’inizio deteneva anche il monopolio sull’importazione di tè cinese.

Il tè e l’oppio trasformarono la Compagnia Britannica delle Indie Orientali nella corporation più potente che il mondo abbia mai visto. 

Nella Prima Guerra dell’oppio gli americani restarono a guardare. Al contrario, la Seconda Guerra rimosse ogni argine. 

Il Dipartimento di Stato appoggiò la richiesta del vescovo Brent di indire una Conferenza internazionale per il controllo del traffico dell’oppio, rendendosi conto di come fosse funzionale anche ad altri interessi strategici. In particolare, avrebbe agevolato una maggiore influenza statunitense nel Pacifico, segnatamente alle spese del principale concorrente, la Gran Bretagna, e avrebbe contribuito a rinsaldare i rapporti con il governo cinese, fortemente contrario al commercio dominato dagli inglesi. 

Dopo aver combattuto due guerre dell’oppio internazionali con la Gran Bretagna, la Cina fu consumata da decenni di guerre dell’oppio interne, tra i signori della guerra in lotta tra di loro, nei primi decenni del Novecento. 

Gli sforzi repressivi, nazionali e internazionali, spinsero il business dell’oppio nella clandestinità, anziché al fallimento. Per di più, incentivarono il mercato nero a smerciare derivati più compatti, portatili, occultabili e potenti – prima la morfina e poi l’eroina – anziché l’oppio tradizionale, che è molto più leggero e crea meno dipendenza.9

Oggi la Cina sta diventando un sempre più rilevante esportatore illegale di droghe sintetiche come il Fentanyl – che i distributori mescolano spesso all’eroina – verso i Paesi occidentali.

L’autore sottolinea come anche osservando le contemporanee guerre alla droga si evince chiaramente il loro limite strutturale. I trafficanti eliminati e la droga sequestrata, che gli Stati usano come misura del loro “successo”, sono in realtà facilmente sostituibili. Chiudere le vecchie rotte e togliere di mezzo i trafficanti fa semplicemente emergere nuove rotte e più trafficanti. Oltretutto, ne conseguono lotte per il territorio che possono alimentare ancor di più la violenza che l’invio di militari avrebbe dovuto sedare.

Come nel caso del Messico, dove il bilancio della violenza connessa alla droga si è militarizzata più che mai. Il dispiegamento di soldati per combattere la droga è stata una delle prime cose che ha attratto l’attenzione dell’autore e lo ha invogliato a indagare sempre più a fondo e sempre più a ritroso nel tempo.

Verso la fine di dicembre del 1989, gli Usa lanciarono l’Operazione Giusta Causa, invadendo Panama e arrestando il suo leader, il generale Manuel Noriega, con l’accusa di traffico di cocaina. Negli anni seguenti, la lotta alla cocaina rimpiazzò la lotta al Comunismo come fattore chiave delle relazioni militari di Washington con i suoi vicini meridionali. 

Eppure, mentre negli anni Ottanta i ribelli afghani in lotta contro i sovietici, sostenuti dalla CIA, coltivavano e vendevano l’oppio per finanziare la loro causa, Washington, sulla falsariga delle esperienze nel Sudest asiatico, girava lo sguardo verso un’altra direzione.

Il traffico d’oppio fu ancora una volta il grande vincitore della più importante operazione sotto copertura della CIA dai tempi del Vietnam. 

Per combattere l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, la CIA agì tramite l’Inter Services Intelligence (ISI – i servizi segreti pakistani) a supporto dei signori della guerra afghani, che ricorsero alle armi, alla logistica e alla protezione dell’agenzia per diventare signori della droga di primo piano.10

Le autorità statunitensi anche in questo caso sembravano ben consapevoli della situazione, ma chiusero un occhio in nome di obiettivi geopolitici di più ampio respiro: «Non lasceremo che una piccola cosa come la droga interferisca con la situazione politica – spiegò un funzionario dell’allora amministrazione Reagan – e quando i sovietici se ne andranno e nel Paese non ci saranno soldi, porre fine al traffico di droga non sarà una priorità.»11

Innumerevoli sono gli esempi riportati da Andreas nel testo, contraddizioni tattiche e comportamentali che giungono o risalgono alle Guerre per l’Indipendenza americana e ancor prima alle Guerre di conquista dei Romani. Un elenco infinito di situazioni che potrebbero anche sembrare surreali se non fossero tutte supportate da valide e certificate fonti documentali. Riguardo gli esempi più recenti poi sono o sono stati sotto gli occhi di tutti, per cui non ci sarebbe neanche bisogno di ricorrere a fonti che le attestino. Eppure l’autore lo fa con scrupolo e metodicità. 

Sono per certo argomenti spinosi quelli trattati da Peter Andreas in Killer High, ci vuole una grande conoscenza per parlarne come egli ha fatto. E servono anche tanto coraggio e fors’anche un pizzico di incoscienza perché di sicuro non sono mancati coloro che hanno frainteso l’intento del libro o, peggio, hanno volutamente strumentalizzato il suo scopo.

Personalmente ritengo sia superfluo eppure necessario precisare che mai appare nelle intenzioni dell’autore screditare la figura del soldato o l’istituzione dell’esercito. E ciò, per chi legge il libro dall’inizio alla fine, è cristallino come acqua di sorgente. 

Dal resoconto di Andreas si può dedurre che, in ogni epoca e luogo, i soldati hanno avuto necessità di «incoraggiamenti» e questa altro non è che un’ulteriore conferma dell’assurdità della guerra in generale ma di di quella sul campo in particolare. 

Si può anche supporre e dedurre che questi «incoraggiamenti» di varia natura siano stati strategicamente veicolati e indirizzati per raggiungere scopi e obiettivi altrimenti improponibili. Anche che siano stati oggetto ripetuto di speculazioni. 

Quel che è sicuramente certo è che, leggere Killer High, aiuta a meglio comprendere la Storia sì, ma ancor di più l’attualità e le sue guerre.

Si chiede Andreas cosa accadrebbe se la guerra alla droga dovesse in qualche modo finire. Finirebbe anche la violenza?

Alcuni considerano la dichiarazione di pace come una sorta di bacchetta magica, soprattutto se concerne la legalizzazione della droga. Certo, la legalizzazione priverebbe l’enorme commercio illegale planetario dei suoi profitti gonfiati dal proibizionismo, che alimentano la violenza e finanziano terroristi e insorti. Ma l’autore sottolinea come, con ogni probabilità, i narcotrafficanti in breve tempo diversificherebbero i loro affari e si rivolgerebbero ad altre attività illecite, come fecero i boss mafiosi statunitensi dopo la revoca del proibizionismo dell’alcol. 

Il fascino di un’idea del genere è comprensibile. Eppure Andreas mette in guardia il lettore da un eccesso di elogio riguardo i suoi potenziali effetti pacificatori. Non tutta la violenza è connessa alla droga, perché gli affari vanno ben oltre gli stupefacenti. 

Non bisogna dimenticare che la proibizione della droga e gli elevati volumi del narcotraffico precedono di gran lunga le recenti ondate di violenza. Il che suggerisce che non sono solo il proibizionismo e i flussi di droga in sé a innescare la violenza, ma le modalità specifiche con cui le leggi antidroga vengono applicate o disapplicate. 

E questo solleva l’ardua questione di come la pace possa essere raggiunta facendo a meno della legalizzazione, in base anche al principio avallato dall’autore che il proibizionismo è indispensabile per la guerra alla droga, ma la guerra alla droga non è indispensabile per il proibizionismo. 

Per esempio, invece di persistere nella repressione militarizzata della guerra, il governo messicano potrebbe impegnarsi maggiormente per assegnare la priorità alla limitazione della violenza, più che dei narcotici. 

Bisogna inoltre riconoscere che la guerra stessa può essere pensata come una droga. In fin dei conti, sarà probabilmente la guerra l’abitudine, o la dipendenza, più difficile da sradicare. 

Un mondo senza conflitti sembra purtroppo realistico quanto un mondo senza droga. E per Andreas l’unica cosa che si può prevedere con qualche certezza è che le droghe e la guerra proseguiranno nel loro abbraccio mortale.

Una conclusione che potrà anche sembrare brutale ma che è, purtroppo, molto realistica e ponderata sull’analisi di due millenni di Storia ormai durante i quali questo mortale abbraccio ha cambiato sostanze psicoattive ma non ha cambiato granché i modi, i metodi e gli scopi.

Killer High. Storia della guerra in sei droghe di Peter Andreas è un testo sorprendente perché mai il lettore che si accinge a leggerlo può preventivamente comprendere la reale grandezza del suo contenuto. Un libro necessario.


Il libro

Peter Andreas, Killer high. Storia della guerra in sei droghe, Meltemi Editore, Milano, 2021.

Titolo originale: Killer high. A history of war in six drugs.

Traduzione di Andrea Maffi e Paolo Ortelli.

L’autore

Peter Andreas: politologo e docente di Relazioni internazionali alla Brown University.


1Q. Lawrence, A Growing Number of Veterans Struggles to Quit Powerful Painkillers, All Things Considered, National Public Radio, 10 luglio 2014.

2W. Saletan, The War on Sleep, in “Slate”, 29 maggio 2013.

3Ibidem.

4MITRE Corporation, Human Performance, JSR-07-625, MITRE Corporation, McLean (VA), marzo 2008, https://fas.org/irp/agency/dod/jason/human.pdf

5l. Iaccino, Why Tramandol Is the Suicide Bomber’s Drug of Choice, in “Newsweek”, 13 dicembre 2017.

6I. Firdous, What Goes into te Making of a Cuicide Bomber, in “Express Tribune (Pakistan)”, 20 luglio 2010.

7B. Lessing, Making Peace in Drug Wars: Crackdowns and Cartels in Latin America, Cambridge University Press, Cambridge, 2017.

8M. Barberis, Non c’è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo, Il Mulino, Bologna, 2018.

9J. Marshall, Optium and the Politics of Gangsterism in Nationalist China, 1927-1945, in Bulletin of Concerned Asian Scholars, vol. 8, n° 3, 1976.

10A. McCoy, The Politics oh Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade, Lawrence Hill Books, Chicago, 2003.

11E. Sciolino, S. Engelberg, Fighting Narcotics: U.S. Is Urged to Shift Tactics, in New York Times, 10 aprile 1988.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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