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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa (Piemme, 2015)

13 sabato Giu 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Earrivatalabufera, GiuliettoChiesa, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, Piemme, recensione, saggio, terrore, Terrorismo

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Giulietto Chiesa, tra i più noti giornalisti italiani, ripropone con È arrivata la bufera il saggio Invece della catastrofe, pubblicato sempre con Piemme nel 2013, arricchito con I misteri di Parigi, inchiesta sui «buchi neri» nella ricostruzione ufficiale della strage attuata mediante l’assalto alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo e a un supermercato ebraico. Ed è proprio da questi ultimi fatti che si può partire per spiegare la «enorme crociata che sta investendo tutto il mondo».

Una spietata caccia al nemico resa possibile e giustificata dall’elevato livello di isteria che ha raggiunto “l’opinione pubblica” internazionale.

Dall’11 settembre del 2001 dilaga un radicato sentimento anti-islamico, praticamente in tutto il mondo occidentale, e una decisa convergenza di opinione che individua nel “terrorismo islamico” l’origine dei peggiori mali.  A seguito degli eventi di Parigi del 7, 8 e 9 gennaio di quest’anno di nuovo «osserviamo come sia in atto un formidabile tentativo di ripetere la successione di eventi manipolatori che mascherarono l’11 settembre e i suoi veri autori; che permisero di cancellare le tracce; che costrinsero i nostri occhi a guardare altrove, là dove erano accesi i riflettori, non là dove erano state fatte calare le ombre».

Chiesa spiega dettagliatamente il suo punto di vista, frutto di analisi approfondite, ricerche, studi e sopralluoghi, confronti e raffronti e sottolinea anche la facilità e a volte la faciloneria con cui viene attaccato e bollato di essere un ‘visionario’ al pari di tutti quelli che non digeriscono la ‘versione ufficiale’ elargita dai media, come ci si aspetta che debba essere. Interrogarsi sui «buchi neri», cercare di capire e dare un senso a qualcosa che appare o è poco chiaro invece è un qualcosa che dovrebbe essere fatto, in maniera naturale e istintiva, da ognuno soprattutto da noi occidentali che abbiamo fatto dell’informazione un baluardo dei tempi moderni.

Chi ha cercato come Chiesa di produrre una ricostruzione dei fatti dell’11 settembre 2011 che non fosse la «versione semplice, banale, destinata a occultare i fatti reali accaduti, a spostare l’attenzione dai veri attori e protagonisti verso un gruppo di capri espiatori, tutti già morti, o fatti variamente sparire, e quindi non in grado di difendersi» è stato bollato quindi come ‘visionario’ e ‘complottista’ e costretto a osservare genti, popoli, generazioni intere anche di giovanissimi che hanno pienamente ingerito e fatto proprio l’odio verso i terroristi che hanno privato il mondo occidentale delle Twin Towers e ucciso migliaia di americani, indicandoli per certo come degli estremisti islamici. Anche se nella gran parte dei casi la loro ‘conoscenza’ termina qui. Nessuno o quasi di loro si è mai chiesto eventualmente da cosa ha avuto origine questo sentimento di riscatto che smuove centinaia di giovani contro la prima potenza mondiale. Nessuno o quasi sembra interrogarsi su quali siano i motivi di fondo da cui scaturisce la volontà di creare uno Stato islamico. Nessuno o quasi sembra volersi interrogare sul ‘centrismo occidentale’ nel mondo. Nessuno o quasi sembra volersi chiedere fino a che punto le ‘versioni ufficiali’ siano reali.

«Che i servizi segreti israeliani fossero presenti a Parigi il 9 gennaio è un fatto assodato. È stata l’ANSA a mostrarci le immagini del Mossad mentre entrava in azione durante l’accerchiamento e l’assalto al supermercato kosher» e Giulietto Chiesa si chiede se sia normale un intervento diretto dei servizi segreti israeliani in un paese, come la Francia, «dotato di una Legione Straniera, sperimentato da decenni contro il terrorismo, impegnato da anni nella sovversione in tutto il Nord Africa (e non solo)» e se questo intervento fosse davvero necessario. Possibile che la Francia «non dispone di proprie forze per fare fronte a situazioni di emergenza interna? Chiunque capisce che tutto ciò non ha alcun senso». Chiesa avanza delle ipotesi, o meglio riporta le sue impressioni avute al momento: «Quasi che “qualcuno” avesse in mente di “orientare” l’interpretazione dell’attentato in senso antiebraico. Se i terroristi, uno o più, avessero occupato un grande magazzino Auchan, per esempio, la presenza del Moussad non sarebbe stata in alcun modo giustificata e giustificabile».

Lo scopo dello scritto I misteri di Parigi non sembra essere quello di trovare a ogni costo i colpevoli, i mandanti, i correi… bensì quello di analizzare i fatti, i dati e anche le impressioni per cercare di capire i motivi propulsori di certi comportamenti e accadimenti e soprattutto le conseguenze che ne deriveranno. Per Chiesa la prima e diretta ripercussione degli assalti di Parigi del gennaio 2015 sarà «ridurre le nostre libertà in nome della sicurezza», esattamente come è accaduto in seguito agli attentati di New York e Washington del settembre 2001.

Il politologo Aleksei Martynov ha dichiarato: «Ci sono persone che guidano il terrorismo islamico internazionale, e queste persone si trovano negli Stati Uniti d’America». Giulietto Chiesa aggiunge: «Personalmente non credo che siano solo negli Stati Uniti d’America, perché penso che si trovino anche in Israele, in Germania, in Francia, per fare solo alcuni esempi». È una sua opinione certo e lo precisa anche tuttavia, dopo aver letto il saggio, non si può fare a meno di interrogarsi per cercare di capire ed è esattamente questo l’insegnamento o il suggerimento che è nelle intenzioni dell’autore. «Questi eventi non accadono per niente. Avvengono perché si persegue un obiettivo strategico. Più grandi sono, più grande è l’obiettivo strategico. E sicuramente quella di Parigi è un’operazione destinata a segnare a lungo la storia futura dell’Europa e del mondo intero. Questo libro cerca di descrivere qual è l’obiettivo strategico.»

Invece della catastrofe è stato scritto da Chiesa alcuni anni fa ma ciò di cui parla sembra ed è riferibile alla contemporaneità nel modo più assoluto. È vero che l’autore in fase di riedizione ha provveduto a rivedere il saggio ma lo è anche il fatto che gli scenari da lui descritti non fanno altro che concretizzarsi o prospettarsi nell’immediato futuro e nell’accezione più drastica e tragica. Eppure una via per evitare ‘la catastrofe’ ci sarebbe, c’è. Ne parla Chiesa e ne parlano altri, ognuno piegando gli argomenti alle proprie opinioni o riflessioni, ma in ogni caso si tratta comunque di ‘alternative’ volutamente ignorate dai più.

Per comprendere il tutto bisogna partire nuovamente dalla comunicazione, dai sistemi di comunicazione-informazione che giocano un ruolo determinante nella formazione e sull’influenza dell’opinione pubblica. «Se noi non sappiamo è perché non siamo stati informati. Qualcuno che sa, anche se non tutto, anche se non ha capito bene, c’è» ci dice Chiesa, il quale si chiede anche come sia possibile che «pur essendo ormai incommensurabilmente più informati di quanto non lo fossero le generazioni precedenti, non sappiamo le cose più importanti per la nostra stessa esistenza umana, è cioè che ci stiamo suicidando?» La risposta sembra venire da sé: «il sistema dell’informazione-comunicazione che ci circonda, ci pervade, ci accudisce, ci diverte, è quello stesso che ci nasconde le verità fondamentali della realtà in cui viviamo».

Il saggio Invece della catastrofe porta il lettore a cercare la spiegazione degli eventi e delle parole allargando il raggio di riflessione a 360° evitando nettamente di barricarsi dietro posizioni o arroccamenti. Gli eventi come le parole sono legati, consequenziali, non facilmente scindibili e quindi anche gli accadimenti devono essere spiegati tenendo presente questa logica. Abitando un pianeta unico non si può pensare e agire locale, limitatamente ai propri interessi e a al proprio ‘benessere personale’ senza confrontarsi con gli interessi e il benessere degli altri. Il primo mito assolutamente da sfatare è quello del progresso o della crescita infinita, incompatibile con un ‘pianeta finito’.  I procedimenti suggeriti poi da Chiesa sono simili a quelli auspicati dai promotori della Decrescita Felice con la differenza che l’autore rifiuta l’uso dell’aggettivo ‘felice’.  La sua posizione sembra essere dettata dalla perentoria necessità di smettere di fingere di non vedere, cessare i tentativi di abbellimento o di alleggerimento che dovrebbero servire a far ingoiare con più facilità la pillola della certezza che se non si cambia, se non si costringono i governi a prendere seri e risoluti provvedimenti, il nostro pianeta, la nostra casa, collasserà.

«Ora abbiamo bisogno di una “apocalisse”. La parola biblica, come ci viene trasmessa dall’evangelista Giovanni, piegato sul suo scrittoio sull’isola di Patmos, significa “rivelazione”: togliere ciò che impedisce di vedere. Per noi moderni la parola ha assunto il senso di “catastrofe”» e Chiesa sottolinea come la situazione attuale riunisca in sé entrambi i significati: «Se non “vedremo”, andremo alla “catastrofe”. E dovranno essere in molti, e non in pochi, a vedere».

Giulietto Chiesa affronta temi ‘scottanti’ come la moneta, la finanza, le multinazionali e le potenze mondiali, il terrorismo, l’anti-terrorismo, i poteri dei vari stati e degli organismi internazionali, cita i classici, i contemporanei e se stesso ma lo fa con un linguaggio diretto, ai più comprensibile, chiaro, che cerca di essere più efficace possibile per arrivare alla ‘massa’, quella stessa massa tenuta per lo più all’oscuro della ‘conoscenza’ mai come ora che viviamo l’era dello spettacolo e della spettacolarizzazione, l’epoca che ha creato ‘la fabbrica dei sogni’ e di ciò ancora si vanta. È prevedibile e quasi scontato che vada incontro a critiche e accuse. Si può non essere pienamente concordi con il punto di vista dell’autore, si può ritenere alcune cose una forzatura e altre analisi sublimi ma la lettura di È arrivata la bufera è fuori di dubbio auspicabile e dal maggior numero di persone, non foss’altro per stimolare lo spirito critico e razionale troppo spesso pigro e latente nella ‘opinione pubblica’ dell’attuale sistema di comunicazione-informazione e oserei aggiungere anche di quello dell’insegnamento scolastico.

“È arrivata la bufera” di Giulietto Chiesa

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

21 giovedì Mag 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, LaGrandeGuerra, LorenzaodelBoca, MaledettaGuerra, Piemme, saggio

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

L’Italia entra nella Prima guerra mondiale il 23 maggio 1915 e prende parte a quella che papa Benedetto XV definirà un’inutile strage.

Abbiamo voluto celebrare questo centenario attraverso uno speciale che inauguriamo oggi con l’intervista a Lorenzo Del Boca, ex presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e attuale vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, autore di Maledetta guerra. Le bugie, i misfatti, gli inganni che mandarono a morire i nostri nonni, edito da Piemme; un libro che, riportando le testimonianze scritte dei giovani soldati, diventa ancora più penetrante, incisivo, importante. Tutti questi ragazzi, poco più che adolescenti, che hanno combattuto la Grande Guerra, la prima mondiale, la più sanguinaria, che ha registrato un numero di vittime impressionante, strappati alle loro vite, ai loro sogni in nome di una politica, di una Storia e di uno Stato che ancora oggi fatica a riconoscere l’enorme debito contratto nei loro confronti.

In Maledetta guerra, individua i prodromi della Prima guerra mondiale già nella Belle Époque, quasi a sottolineare come, mentre si viveva in un periodo di pace e prosperità, si stesse già delineando lo scenario che poi avrebbe portato alla Prima guerra mondiale, e non solo in termini di spionaggio, diplomazia, alleanze, ma anche di vera e propria propaganda. In quale misura, quest’ultima si rivelò utile per promuovere la guerra presso le popolazioni europee, e si può davvero parlare di un’azione strategicamente orchestrata?

La propaganda ha sempre avuto un’importanza fondamentale e particolarmente l’ha avuta negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento perché si stava sviluppando un’ideologia e quindi la propaganda della Francia per la Francia, dell’Austro-Ungheria per l’Austro-Ungheria, persino dell’Italia per l’Italia aveva una presa straordinaria. E va sottolineato che questa propaganda era in atto da decenni.

A leggere i libri di storia sembra che la Guerra mondiale nel 1914 sia esplosa all’improvviso o quasi, in realtà si covava da trent’anni perché la Francia aveva in mente la rivincita nei confronti della Germania fin dalla mattina dopo della sconfitta di Sedan, che è avvenuta nel 1870. Parliamo di quarantaquattro anni prima dello scoppio della Guerra.

La Francia che era stata bastonata e aveva dovuto subire l’umiliazione di vedere il proprio imperatore Napoleone III catturato fisicamente dai tedeschi, deportato prigioniero in Germania, addirittura aveva dovuto sottoscrivere un Accordo di pace e in una clausola era prevista la sfilata dei vincitori, cioè dei tedeschi, per le vie principali di Parigi. Ora questa macchia i francesi la volevano cancellare e, in pratica, subito dopo la sconfitta hanno cominciato a lavorare la rivincita. Avevano dovuto cedere l’Alsazia e la Lorena e il loro grido di battaglia era “Lorraine française”. Il Presidente della Repubblica francese Poincaré era uno che veniva dalla Lorena ed è stato eletto Presidente della Repubblica con questo grido, che era di fatto un grido di battaglia.

Tutto questo movimento è stato accompagnato da una propaganda ora sottile, ora più velata, ora più esplicita che ha avuto un peso significativo. Quando è stato il momento di sparare, la gente era preparata a farlo.

 E in Italia? Come si costruì il consenso intorno all’ingresso nella Prima guerra mondiale?

L’Italia non costruì il consenso perché la maggior parte dell’Italia era per la pace. In verità lo era la maggior parte della popolazione, che era formata soprattutto da contadini, l’industrializzazione era poca roba, però anche gli operai che lavoravano nelle fabbriche preferivano continuare a lavorare al tornio piuttosto che imbracciare il fucile ed era neutralista la maggior parte del Parlamento. Al punto tale che alcuni commentatori parlano di un vero e proprio golpe, perché la guerra la vollero una dozzina di politici: Salandra, Sonnino, il re Vittorio Emanuele III, una schiera di riformati che facevano riferimento alla corrente letteraria del Futurismoche voleva rompere con le vecchie regole grammaticali, storiche, persino musicali, dicevano che il miglior concerto era il concerto di una città che si risvegliava, cosa che produceva anche qualche malumore… immaginate uno che va a fare un concerto, la gente che è abituata a sentire Verdi e Puccini, e gli fan sentire i rumori di una fabbrica che si mette in movimento e il più delle volte queste manifestazioni finivano a schiaffi. Ma questi futuristi lanciavano delle idee, alcune balzane, altre nient’affatto innocue perché inneggiavano alla guerra come igiene del mondo. Il campione di questi futuristi fu Papini che firmò un editoriale intitolato Amiamo la guerra. Dopo tanti anni di stucchevole silenzio, di tiepidume, di latte materno, finalmente c’è il sangue, assaporiamo la guerra.

A questo gruppo si aggiunsero anche personaggi significativi, Carducci per esempio disse che da troppo tempo si stava in pace e ci voleva la guerra, e D’Annunzio che si sa fu un vero e proprio promoter della guerra. Mussolini, direttore de «L’Avanti» socialista e inizialmente a favore del neutralismo, poi si lascia convincere dai soldi dei francesi e sposa l’interventismo. Però queste minoranze erano e rimasero tali, la maggioranza della popolazione italiana nella Guerra venne trascinata e la fece controvoglia, anche se poi i soldati al fronte finirono con l’ubbidire agli ordini e si comportarono in modo eroico, i soldati. Ma avrebbero continuato volentieri a zappare la loro terra e a far girare il loro tornio.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

 Lei dedica un intero capitolo alla figura di Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano e sostenitore dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza. Perché ritiene la sua morte così emblematica, oltre che utile per comprendere le modalità della scesa in campo dell’Italia?

Perché Alberto Pollio, che era il Capo di Stato Maggiore, era un convinto triplicista, la sua educazione militare era avvenuta nell’Impero Austro-Ungarico, a Vienna, dove aveva conosciuto la moglie. Non avrebbe mai accettato di combattere contro l’Austria o l’Ungheria insieme alla Francia e quindi era uno che andava tolto di mezzo. È morto due giorni dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando quando già cominciavano a sentirsi gli urli di guerra. Per qualche decennio è stato detto che fosse morto di infarto, che una grande giornata di caldo gli aveva fatto cedere il cuore. Poi si è scoperta una relazione di un certo Traniello, che era il colonnello suo accompagnatore, il quale aveva scritto la relazione per spiegare come era morto Pollio, questa relazione è stata nascosta, non accettata dal comando superiore perché insinuava troppi dubbi, presentava troppi interrogativi e così Traniello fu costretto a scriverne un’altra, più edulcorata, più comprensiva, più giustificazionista. La prima relazione fu poi ritrovata dal nipote di Traniello, il quale la rese pubblica, e leggendola in effetti gli interrogativi emergono in tutta la loro evidenza. La dinamica della morte di Alberto Pollio non fu affatto chiara e sostenere che non fu una morte naturale e ipotizzare che fu avvelenato non è affatto una bizzarria. Per scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra contro l’Austria e l’Ungheria bisognava togliere di mezzo Pollio, che non poteva essere licenziato, perché licenziare il Capo di Stato Maggiore avrebbe generato un chiacchiericcio, uno scandalo militare-politico enorme, bisognava fisicamente farlo fuori e lo fecero fuori.

La guerra italiana sul fronte dell’Austria che portò 700mila morti e 1 milione di feriti cominciò con un morto senza sparatoria, senza spargimento di sangue, ma un morto fondamentale per poter entrare in guerra.

“Disinformatia” è la parola d’ordine di quel periodo, o come si direbbe oggi “costruzione del consenso”, attraverso il consolidarsi di legami e interessi economici. Basti ricordare i rapporti tra i rappresentanti della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa, da un lato, e gli organi di stampa, dall’altro. Quale fu, invece, il ruolo della politica italiana, e in che modo questa subì ingerenze esterne, o si lasciò irretire in qualche modo?

La politica italiana per l’intero 1914 venne sottoposta a un bombardamento di disinformatia appunto di opposte tendenze. Tedeschi e austriaci insistevano affinché l’Italia mantenesse fede all’Alleanza che aveva con loro. L’Italia era alleata con la Germania, l’Austria e l’Ungheria. La Francia e l’Inghilterra, percependo i tentennamenti dell’Italia nei confronti dell’Austria-Ungheria, insistevano perché questa Alleanza venisse rotta e l’Italia cambiasse capo. Per fare questo investirono una gran quantità di denaro, comprarono giornali, li finanziarono, sostennero economicamente azioni di spionaggio… fecero qualunque cosa finché i politici si convinsero che l’Italia doveva abbandonare la neutralità e scendere in campo con la Francia e l’Inghilterra.

Dopodiché la vera disinformatia fu quella dei giornali che raccontavano la guerra sul Carso. Perché non si poteva raccontare alla gente che stava a casa che c’erano degli assalti che costarono i primi 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi e gli ultimi 100mila tra feriti e dispersi e quindi dovettero dire che c’erano degli atti di eroismo, che c’erano delle battaglie vinte, che c’erano delle perdite, dei caduti, ma in modo sempre edulcorato così da non urtare la suscettibilità dell’immaginario collettivo, però che la guerra andava avanti, che la guida era sicura, che i generali sapevano il fatto loro. Al punto tale che alcuni commentatori dicono cheper 50 centesimi, che era il prezzo del giornale di allora, gli italiani venivano inondati di valanghe di bugie. Basti dire che la sconfitta di Caporetto, del 24 Ottobre 1917, venne conosciuta dal pubblico italiano nove giorni dopo.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Gran parte del libro restituisce l’immagine dell’Italia in guerra attraverso le parole di chi era al fronte, parole raccolte in diari e lettere che restituiscono la durezza della guerra, come non mai. Ma davvero, lontano dal fronte, si riuscì a oscurare il lato più nero dell’azione bellica?

Mi sono concentrato e ho valorizzato lettere, diari, resoconti e memoriali dei soldati perché mi sembrano il racconto più autentico della Guerra mondiale. I generali hanno scritto migliaia di pagine, Cadorna, Cavaciocchi, Capello… un fiume di parole che però servivano più per giustificare i propri errori che per raccontare davvero quello che era successo. La guerra dei generali era una guerra che avveniva nel migliore dei casi a una dozzina di chilometri di distanza dal fronte, loro la guerra la vedevano dal monte Matajur col binocolo ed era una guerra persino esteticamente appagante. Perché era fatta di una grande macchia di colore grigio-azzurra che era la divisa austro-ungarica che si avvicinava, qualche volta si toccava a una macchia di colore verde, grigio-verde che era invece il colore della divisa italiana, colori che per un po’ si mescolavano, si sovrapponevano, poi ritornavano nel proprio punto di riferimento come respinti da una forza centrifuga ed era senza sangue, perché il sangue a 12 km di distanza non si vede col binocolo, era una guerra senza morti, perché il pudore o forse l’ipocrisia della guerra li faceva chiamare caduti ed erano cifre statistiche del tipo “ci sono 27mila perdite” e finiva così.

I soldati conoscevano e vivevano un’altra guerra, perché non avevano la dimensione d’insieme dei battaglioni e dei corpi d’armata, la loro dimensione erano i 50 metri quadrati di trincea che occupavano dove cercavano di vivere ma più spesso non riuscivano che a morire. E lì c’era la guerra vera, lì non ci sono i nomi dei battaglioni, non ci sono le grandi strategie ma c’è il sangue e la morte. C’è il tenente Quinterno che viene investito da una raffica che gli taglia le gambe, i commilitoni, dicono i soldati, non sapevano come prenderlo e lui pregava che lo si ammazzasse. Era un’altra guerra. Una guerra che indispettiva i soldati, perché coloro che avevano scelto la carriera militare, cioè che avevano scelto di fare i guerrieri, di fatto non combattevano, ordinando agli altri di combattere da dietro le trincee, chi invece sarebbe stato tranquillamente a casa sua  ad accudire i propri animali, a lavorare la terra, a faticare sulla terra perché il lavoro dei contadini allora era un lavoro infame, erano costretti ad andare all’assalto rispondendo a degli ordini che qualche volta erano strampalati e qualche altra fuori dal mondo.

E le lettere di questa gente ci restituiscono un’umanità dolente che in qualche modo va valorizzata. Adesso per esempio mi ritornano alla mente le parole di uno che racconta di aver fatto una marcia di 60 km, «appesantiti dallo zaino che pesava in un modo che adesso non si caricano neanche gli animali e ci siamo ritrovati in sei in una tenda per due, e stavamo tutti groppati l’uno all’altro, la puzza non può essere descritta, uno sputava, l’altro vomitava, io stavo pensando a te ma ho scacciato il pensiero del tuo viso e del tuo volto perché pensarti in questo contesto mi sembrava di farti un’offesa», dice scrivendo alla sua fidanzata.

È un’altra guerra e mi sembra che finora la storiografia ufficiale i diari del fronte li abbia poco valorizzati e poco presi in considerazione.

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Anche volendo restare solo sui numeri, la prima guerra mondiale si tradusse in una vera e propria carneficina: 5 milioni e 900 mila arruolati, 777.000 morti nel fronte o in prigionia, senza contare i reduci morti a seguito delle ferite riportate. Quale fu il ruolo, e la responsabilità, di Cadorna dinanzi a quest’eccidio?

Enorme. Aveva un’idea in testa e quell’idea era sbagliata, ma a quell’idea era cocciutamente affezionato. L’idea che aveva in testa era l’attacco frontale. In sostanza si trattava di andare all’assalto con un numero di uomini maggiore delle pallottole e delle mitragliatrici avversarie, perché se c’erano più uomini che pallottole, qualcuno di questi uomini sarebbe arrivato sulla trincea avversaria. Il fatto è che per quattro anni c’erano più pallottole che uomini e quindi ogni assalto, che lo chiamavano la spallata… ogni spallata produceva inizialmente 30mila morti e 30mila tra feriti e dispersi, le ultime spallate, la decima o l’undicesima battaglia dell’Isonzo, arrivarono a 150-180mila fra morti, feriti e dispersi. Un massacro inumano del quale la responsabilità è naturalmente sua.

Gli storici ufficiali l’hanno trattato per 100 anni con i guanti bianchi dicendo e non dicendo, com’è loro costume, ma facendolo figurare come un personaggio tutto d’un pezzo, apprezzato dai comandi, addirittura amato dalla truppa.

Allora il giudizio più autentico ma anche più severo viene da mio nonno, il quale mi raccontò la Guerra mondiale quando ero un ragazzino. Mi portò davanti al Monumento dei Caduti del mio paese di origine e mi disse che lì troviamo scritti 27 nomi di morti che in un comune che aveva 1100 abitanti significa un morto per famiglia. Mi dice che otto sono parenti diretti e nove indiretti. E mi chiede: «Hai capito perché io questo forsennato di Cadorna non lo posso sopportare e perché il sentimento che ho di lui è soltanto quello dell’odio?».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Chi ha tratto giovamento da tutto questo?

Credo nessuno. Perché la guerra che è finita con un grande massacro, con 20milioni di morti, ha messo in crisi tutti quanti i Paesi. La Germania si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Nazismo, l’Italia si è ritrovata come figlio diretto della guerra mondiale il Fascismo, l’Austro-Ungheria è stata dilaniata e sparpagliata, la Francia e l’Inghilterra hanno vissuto momenti di grande difficoltà. Una carneficina che per usare le parole di Papa Benedetto XV è stata «un’inutile strage».

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

Leggendo il libro di Lorenzo del Boca e ascoltando le sue risposte, sentirlo raccontare le tragedie, le paure, le sofferenze dei soldati arruolati nelle trincee della Grande Guerra, riflettere sulle decisioni, sulle politiche, sulle conseguenze di queste porta istintivamente a chiedere e a chiedersi perché l’hanno voluta, questa come le altre, a ogni costo la Maledetta guerra, e soprattutto perché l’Italia abbia deciso di entrare nella Prima guerra mondiale.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-nella-prima-guerra-mondiale-un-inutile-strage

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Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio

10 domenica Mag 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlMulino, IstituzioniesistemapoliticoinItalia, Italia, italiani, MauroVolpi, recensione, saggio

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Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio, edito da Il Mulino (febbraio 2015) e curato da Mauro Volpi, raccoglie gli interventi del Convegno su «Istituzioni e politica in Italia: bilancio di un ventennio e prospettive» tenutosi a Perugia l’8-9 novembre 2013. Le relazioni sono state riviste dagli autori e in alcuni casi attualizzate essendo l’argomento trattato indiscutibilmente contemporaneo e in continuo divenire.

Volpi, apre con il suo ‘Bilancio’ sugli ultimi venti anni di Repubblica, sul passaggio dalla prima alla seconda e la chiusura di quest’ultima fissandone anche i limiti temporali nelle elezioni politiche del 1993 e quelle del 2013. L’unico parallelo che si sente di avanzare è con la vicina Francia, che per numero di ‘Repubbliche’ è andata ben oltre il due, pur rimarcandone le differenze.

«In Italia invece sono venuti meno tutti i partiti che avevano caratterizzato la vita della Repubblica nella lotta antifascista, nella fase costituente e nel dopoguerra e sono nate nuove forze politiche, alcune delle quali non avevano alcun rapporto con quelle “costituenti” o derivavano da partiti che avevano contestato la Costituzione repubblicana.»
Un ‘Bilancio’ quello di Volpi che tiene in considerazione il rapporto tra gli effetti auspicati e quelli realmente prodotti. «I primi sono stati in larga misura “effetti immaginari”, basati sui miti fondativi del ventennio che non si sono realizzati o si sono realizzati solo in misura contenuta.»

Il più inflazionato tra questi “miti fondativi” è quello della governabilità, intesa come stabilità e capacità di durata dei governi. In conclusione comunque un ‘Bilancio’, quello di Volpi, che non sembrerebbe tanto positivo, al punto che lo stesso per chiarire la situazione cita Diamanti «sulla nostra democrazia rappresentativa tira una brutta aria, derivante dalla assuefazione all’anormalità politica e istituzionale che alimenta il disincanto se non l’indifferenza verso la democrazia».

Mario Dogliani, esordisce evidenziando la discrasia esistente tra la «enorme quantità di scritti che hanno ad oggetto la giurisprudenza costituzionale» e la «molto minore quantità di scritti dedicati alla forma di governo e ai singoli organi costituzionali politici».

Senza entrare nel merito della necessità o della bontà delle riforme costituzionali, Dogliani focalizza l’attenzione del lettore sulla ‘originalità’ di quanto accaduto. «Che un governo chiedesse un mandato pieno per chiudere una discussione di merito in realtà mai aperta per pilotare con i poteri governativi, e con quelli di disciplinamento di partito, una serie di revisioni costituzionali ed elettorali fondamentali per la forma di governo e per l’equilibrio dei poteri, non lo si era francamente mai visto.»

Massimo Villone concentra le sue riflessioni sull’evoluzione della forma di governo e sul ruolo svolto dal Capo dello Stato «chiamato più o meno affettuosamente dalla stampa nazionale e da quella estera King George. […] La nomina di Monti, la mancata nomina di Bersani, la formazione di governi delle larghe intese, l’anticipazione esplicita del suo orientamento sullo scioglimento anticipato delle Camere, la convocazione al Quirinale di forze politiche della sola maggioranza, l’insistenza sulle “necessarie” riforme, l’iniziativa del Comitato di “saggi”, le esternazioni su temi propri dell’indirizzo di governo, hanno segnato un intenso protagonismo del Presidente della Repubblica» che per Villone è iniziato forse in precedenza, con la sollecitazione a rinviare il voto sulla mozione di sfiducia di Franceschini presentata il 16 novembre 2010.  Con Fini fuori dalla maggioranza, la dilazione diede a Berlusconi il tempo di «recuperare una manciata di voti».

Cesare Pinelli ritorna sul problema della formazione e della stabilità di governo analizzando la situazione italiana con occhi europei e adducendo spunti di riflessione molto interessanti. «Dopo le ultime elezioni tedesche sono passati molti mesi prima che si sia formato il governo e non mi risulta si sia gridato allo scandalo. Perfino nel Regno Unito i partiti che avevano deciso di coalizzarsi hanno lavorato per un po’ di tempo prima di raggiungere un accordo, e anche lì non vi sono state affatto proteste da parte dei cittadini. Il problema, dal punto di vista democratico, non è di sapere quanto tempo occorra per varare una coalizione all’indomani delle elezioni, ma di porre i cittadini in condizione di capire, alla fine della legislatura, come il Governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno esercitato il potere di cui sono stati investiti dai cittadini stessi.»

Oreste Massari invita il lettore a riflettere su quale sia effettivamente lo scopo primario di un buon sistema elettorale. Secondo la dottrina è quello di assicurare un giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità, tra voto alla lista e voto alla persona, tra rappresentanza nazionale e rappresentanza territoriale, tra potere dei partiti e potere degli elettori. Almeno secondo quanto riportato da Massari e Pasquino già nel 1994, mentre «se guardiamo alla finalità insita nella logica di funzionamento di tutti i sistemi elettorali, maggioritari, proporzionali o misti, nei paesi occidentali o perlomeno europei, troviamo che la finalità è di ridurre la frammentazione partitica sul versante rappresentanza-governabilità».

Anche gli interventi di Massimo Luciani, Mauro Calise e Carlo Galli vertono sui temi della Legge elettorale, sul ruolo del Presidente del Consiglio e su quello del Presidente della Repubblica cercando di rispondere o almeno chiarire alcuni dei tanti interrogativi al riguardo. La Costituzione deve essere oggetto di una «manutenzione» che ne faccia salvo l’impianto di fondo o va radicalmente modificata? La forma di governo più adeguata è quella parlamentare o quella incentrata su un capo dell’esecutivo eletto direttamente dal popolo? Il sistema elettorale attualmente in discussione è innovativo o ripercorre strade discutibili volte a produrre maggioranze certe ma artificiali? Quale può essere la via d’uscita da questa situazione?

Alfio Mastropaolo allarga lo sguardo, nella sua relazione, ai concetti di politica, iperpolitica e populismo, alla critica della politica e all’opinione diffusa che della politica si ha. «Com’è dunque accaduto che la reputazione della politica sia così vistosamente decaduta e che tale decadenza non abbia finora conosciuto alcun rallentamento? La spiegazione di senso comune rinvia a una sopravvenuta – o intrinseca, ma in precedenza sottovalutata – immoralità e inadeguatezza della classe politica.»

“Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio” – di Mauro Volpi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La Repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi” di Marco Damilano (Rizzoli, 2015)

09 giovedì Apr 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Italia, italiani, LaRepubblicadelselfie, MarcoDamilano, recensione, Rizzoli, saggio

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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Sembra essere la domanda che si è posto Marco Damilano quando ha iniziato ad analizzare la situazione politica e sociale dell’Italia contemporanea, che è l’argomento principale de La Repubblica del selfie (Rizzoli, 2015). E per trovare le risposte è partito dalle origini, da quando la nostra Italia repubblicana è nata, apparentemente risorta dalle ceneri devastanti di una guerra e di una monarchia che si è cercato di scacciare e tenere lontane il più possibile dal ‘Nuovo Stato’.

«Il mio ideale politico è l’ideale democratico. Ciascuno deve essere rispettato nella sua personalità e nessuno deve essere idolatrato. Per me l’elemento prezioso dell’ingranaggio dell’umanità non è lo Stato ma è l’individuo creatore e sensibile, è insomma la personalità. È questa che crea il nobile e sublime, mentre la massa è stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti». Così Albert Einstein definisce il suo ideale politico e il come i politici sfruttino la massa stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti per affermare la propria personalità ben lo descrive Damilano ne La Repubblica del selfie. Per il fisico tedesco nessuno deve essere idolatrato invece la storia politica della Repubblica italiana è piena zeppa di ‘idoli’ i quali indistintamente hanno cercato di captare i bisogni e i malesseri della massa per propagandarli come obiettivi e finalità. Destra, sinistra, centro-destra e centro-sinistra senza distinzione alcuna e se c’è un punto in cui tutte le forze politiche si sono sempre incontrate è proprio nell’aver ‘sfruttato’ il popolo per le personali scalate ai vertici del potere.

Damilano in più punti e per più personaggi evidenzia le analogie come le differenze dei vari leader ma ciò che tristemente emerge dal suo resoconto è la reazione pressoché invariata della gente che immancabilmente ha finito con il credere alle parole del Ciceronedi turno, piena di speranze e aspettative, immancabilmente deluse. E succede anche questa volta con un vero e proprio assalto alla diligenza nel tentativo di salire quanto prima sul carro del vincitore e ciò accade non solo tra gli elettori.

«Dall’uno contro tutti, come appariva Renzi nel 2012, al tutti per uno attuale, quando nella Roma dei palazzi è diventato impossibile trovare un emergente, o un consumato gattopardo, che non si dichiari preventivamente renziano.»

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? «La Prima Repubblica era la Repubblica dei partiti. Con l’ossessione della rappresentanza. Nessuno doveva sentirsi escluso dal gioco: nessuna ideologia, nessuna categoria. Tutti dovevano sentirsi coinvolti nella partita. […] La Seconda Repubblica è stata la Repubblica della rappresentazione. Il suo simbolo è stata la tv commerciale che già negli anni Ottanta, prima che il berlusconismo prendesse forma politica, proponeva modelli di vita, rappresentazioni cui uniformarsi. […] La Terza Repubblica, la Repubblica di Renzi, sarà la stagione dell’auto-rappresentazione. Saltare i canali di comunicazione del passato. La Prima Repubblica aveva la Rai, la Seconda la tv commerciale, la Terza Twitter.»

Damilano riprende e ripercorre la storia delle ‘origini politiche’ di Matteo Renzi, dei suoi amici, collaboratori, dei presunti finanziatori e presumibili recruiter. Passaggi importanti, determinanti per analizzare ciò che è stato e soprattutto ciò che sarà, tappe fondamentali della sua ascesa politica che sembrano non interessare alcuno dei suoi fan o followerimmancabilmente pronti a ritwittare ogni cinguettio del selfie-made-man nazionale, come lo ha definito il giornalista Marco Travaglio scrivendo la prefazione a L’Intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014).

«Il renzismo è figlio del berlusconismo? Per provare a rispondere bisogna recuperare un documento destinato a restare segreto e rivelato dall’Espresso nell’estate 2012. Il progetto denominato “Rosa tricolore” era stato preparato da esponenti del cerchio magico che circonda Berlusconi vicini al toscano Denis Verdini, il potente padrone dell’apparato forzista. Si prevedeva in breve tempo l’azzeramento di tutto il gruppo dirigente del Pdl (Verdini escluso) e l’ingresso sulla scena di un nome nuovo. Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi, si leggeva nel titolo.»

D’altronde che Renzi sia ben visto e ben voluto dalla cerchia filo-berlusconiana ben lo si evince dalle dichiarazioni di Giuliano Ferrara: «E volete che un vecchio berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della Provvidenza?». Un ‘amore’ così forte da sopravvivere anche al ‘tradimento del Patto’ perché, scrive Damilano, «Renzi per Ferrara è qualcosa di più del semplice prediletto del berlusconismo: è il discendente di una cultura che vede l’essenza della politica nella Realpolitik, nell’analisi feroce e spietata dei rapporti di forza, nel cinismo dei patti traditi e dei capovolgimenti di pensiero».

Non dovrebbero stupire e trovare largo consenso a questo punto le accuse di chi punta il dita sul ‘vuoto’ creatosi negli ideali tanto professati dalla Sinistra italiana, la mancanza pressoché assoluta di politiche che rimandano al welfare, al sociale, al collettivo, le accuse di chi vede completamente svuotati di valori e di ideali questi partiti diventati a tutti gli effetti degli uffici di collocamento del business della politica e invece sono veramente pochi gli italiani che ammettono il fallimento e ancor di meno sono gli operatori del settore dell’informazione che scrivono o dicono esattamente come stanno le cose e perché, quelli che il Presidente del Consiglio in carica chiama i “gufi”. Meglio non dire, meglio non riflettere, senza analisi e senza critiche profonde si va avanti a colpi di tweet e selfie che sono o sembrano dei veri e proprio lanci pubblicitari. «Un selfie moltiplicato per milioni di italiani. Auto-scatto, auto-promozione sui social network, auto-identità, auto-referenzialità. Auto-rappresentazione, appunto».

Ne La Repubblica del selfie Marco Damilano scava a fondo nella storia politica contemporanea illuminando quei personaggi o quegli eventi apparentemente distanti, lontani, volutamente o casualmente passati nel dimenticatoio collettivo e li riporta in prima fila, allineando pensieri e riflessioni e regalando al lettore uno spaccato della nostra Repubblica che invita molto alla riflessione e perché no all’autocritica, come italiani ma soprattutto come elettori e, nella «Repubblica di Renzi», anche come follower. L’autore non manca di ricordare che alle scorse elezioni europee il partito democratico ha superato il 40% e ottenuto un consenso che neanche Berlusconi aveva raggiunto, eguagliando la popolarità dei tempi d’oro della Democrazia cristiana.

Per tutte le 270 pagine che compongono il libro Damilano racconta, da giornalista e narratore, una considerevole mole di fatti, accadimenti, riportando dati, informazioni, nomi e luoghi ma lo fa con un linguaggio molto discorsivo, non pesante che, unitamente alla curiosità che nasce nel voler saperne ancora, conduce il lettore voracemente fino alla conclusione che in realtà rappresenta solamente l’inizio di un qualcosa che, nonostante tutto, non si è riusciti a definire fino in fondo.

«“Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retro pensieri: basta una sera alla tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia” scrive mentre sta guardando Piazza Pulita. “Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia e la politica” aggiunge. Cambiare il modo di raccontare l’Italia per cambiare l’Italia. Proposito vagamente inquietante, se a esprimerlo è il presidente del Consiglio.»

Mahatma Gandhi sosteneva che «l’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici».

Marco Damilano, “la repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi”

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“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

14 sabato Mar 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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AngeloMincuzzi, Chiarelettere, HerveFalciani, intervista, LaCassafortedegliEvasori, NWO, ordinemondiale, saggio

 

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La cassaforte degli Evasori, scritto a quattro mani daHervé Falciani e Angelo Mincuzzi ed edito dalla casa editrice Chiarelettere, è il libro che racconta «la verità dell’uomo che ha svelato i segreti dei paradisi fiscali». Rendendo pubblica la cosiddetta ‘Lista Falciani’ è stato sferrato un duro colpo al segreto bancario svizzero. 100mila nomi di cui 7.499 italiani: politici, imprenditori, capitani d’industria, uomini d’affari, vip… «in banca esisteva una struttura per aiutare i clienti a evadere le tasse e io volevo impadronirmi delle prove» (cit. Hervé Falciani). Angelo Mincuzzi è un giornalista italiano, caporedattore e inviato de «Il Sole 24 Ore», autore di importanti inchieste su politica ed economia.

Partiamo dalle conseguenze. Dal 2010 a oggi l’inchiesta ‘Lista Falciani’ si è sviluppata sottobanco in diversi Paesi europei, all’interno di Procure che hanno continuato a indagare sui dati e sui nomi. Gli sviluppi però sono molto variabili e strettamente dipendenti dalle leggi di ogni Stato. Quale sarà l’esito in Italia?
L’esito in Italia purtroppo credo che sia già scritto, nel senso che i vari fascicoli che sono stati aperti dalle Procure sono stati poi chiusi, archiviati, quasi tutti per problemi legati sia alle leggi sia alle prescrizioni, che spesso hanno tempi molti rapidi. Ma anche ai condoni che ci sono stati negli ultimi anni. Per cui non si poteva procedere. La Procura che sta lavorando ancora è quella di Torino, che dispone di materiali nuovi, materiali che sono stati chiesti e ottenuti dai giudici della Procura anticorruzione di Madrid, per cui credo che gli sviluppi potrebbero arrivare da Torino.

Il whistleblowing si sta diffondendo a macchia d’olio sia nel settore pubblico che in quello privato ed è sicuramente uno strumento utile per rassicurare i lavoratori intenzionati a denunciare garantendo loro l’anonimato. Ed è proprio grazie alla diffusione di simili piattaforme che lo stesso Hervé Falciani si è dichiarato convinto del fatto che swiss-leaks rappresenti in realtà solo la punta di un grosso iceberg. Secondo lei gli istituti bancari e finanziari lasceranno che ciò accada?
Sicuramente no. Faranno qualcosa per evitare che questo accada, perché in gioco ci sono miliardi e miliardi di euro e quindi la gestione di questi soldi è una questione molto importante per le banche. I mezzi che queste usano sono soprattutto quelli di lobbing, di pressione verso i politici per far approvare delle leggi che contengano delle scappatoie. Delle leggi che magari a prima vista possono sembrare dei passi avanti nella lotta al segreto bancario ma che in realtà hanno delle falle, dei buchi che consentono poi alle banche di poter utilizzare degli strumenti per continuare a fare ciò che hanno sempre fatto.
Questo lo si vede molto bene dai documenti interni della HSBC, perché nel 2005 fu approvata una Direttiva europea sul risparmio per tassare i guadagni delle persone fisiche, allora i gestori della HSBC proponevano ai clienti di trasferire i soldi da conti intestati a loro individualmente, quindi alla persona fisica, a delle società, società panamensi il più delle volte o domiciliate nelle Isole Vergini britanniche, perché in questo modo non avrebbero pagato la ritenuta fiscale, non avrebbero pagato questa imposta europea sul risparmio. Quindi come si vede, fu approvata una legge che serviva a far pagare le tasse ma il rimedio all’interno delle banche fu trovato in maniera molto rapida.

La Lista Falciani conta 100mila nomi di clienti della Banca Svizzera HSBC che secondo lo stesso Falciani «cercano il segreto, per nasconder qualcosa». Gli italiani sono 7.499. Politici, uomini d’affari, capitani d’industria, vip e imprenditori vari… ce n’è per tutti i gusti e per tutti gli importi. Alcuni hanno asserito di aver già provveduto a regolare i conti con il fisco, altri di non essere i diretti titolari e di esserne stati all’oscuro fino alla pubblicazione della lista, altri ancora accusano Falciani di essere un truffatore. Le recenti leggi italiane, come ad esempio lo scudo fiscale, a parer suo giocano a favore o contro questi sistemi di deposito e spostamento di capitali?
Gli scudi fiscali così come stati approvati nel 2009 e anche prima, sempre dai governi Berlusconi – Tremonti, non hanno fatto altro che favorire l’evasione fiscale. Perché innanzitutto si sono dimostrati un flop per i soldi che sono stati recuperati, secondo hanno dato un salvacondotto agli evasori fiscali. Gli evasori dichiarando quello che avevano, rimanendo anonimi tra l’altro, avevano questo salvacondotto nel senso che pagavano il 5% o il 6% a seconda dei condoni di imposte e non erano più perseguibili, né fiscalmente né penalmente e gli effetti appunto si sono visti sulla lista Falciani, per cui appunto, come dicevo prima, i magistrati non hanno potuto far niente.
La nuova voluntary disclosure dell’ultimo governo è sicuramente molto meglio rispetto ai condoni del passato però in qualche modo è sempre una sanatoria. Alla fine non fa altro che perpetrare il principio secondo cui i grossi evasori o comunque chi commette un reato alla fine, in qualche modo, la fa franca. Mentre i cittadini onesti sono costretti a pagare fino all’ultimo centesimo.
Rispetto ai cittadini onesti che se non pagano un euro vengono multati con una cifra sproporzionata i grandi evasori, quelli che portano i soldi all’estero e che quindi hanno più soldi, riescono in qualche modo a farla franca o comunque hanno un trattamento privilegiato. Ci sono due pesi e due misure.

Tra i clienti della HSBC si contano almeno 2.000 commercianti di diamanti. Michael Gibb ha affermato che «i diamanti sono legati a conflitti e violenze. La facilità con cui possono essere convertiti in strumenti di guerra è sorprendente». In Belgio sarebbero già in corso delle indagini relative a questi tipi di traffici. In queste situazioni, al di là della gravità economica, finanziaria e legale di dette operazioni, entra in gioco anche l’aspetto umano o umanitario, la coscienza, il senso civico di responsabilità che dovrebbe gravare come un macigno e che invece viene scansato come un moscerino per far largo all’avidità, agli interessi… è scontato ma neanche poi tanto affermare che bisogna agire per cambiare le cose, esattamente come avete fatto voi. Che idea si è fatto di tutta questa situazione?
In Belgio è in corso un’indagine molto delicata e molto importante sul commercio dei diamanti. Potremmo dire ‘diamanti insanguinati’ perché nel libro spieghiamo il meccanismo che veniva usato per commercializzare i diamanti insanguinati, attraverso triangolazioni in Africa e a Dubai, il tutto chiaramente avveniva grazie ai canali messi a disposizione dalla banca. Tant’è vero che in Belgio la banca è sotto inchiesta per riciclaggio. Ma non è l’unico Paese che ha messo sotto inchiesta per riciclaggio la banca, lo ha fatto anche la Francia, lo ha fatto anche l’Argentina, l’India sta lavorando in maniera molto veloce su questo fronte e anche la Svizzera recentemente, dopo lo scandalo, dopo la diffusione delle liste il mese scorso ha aperto un’inchiesta per riciclaggio aggravato nei confronti della HSBC e addirittura hanno perquisito, con un’azione eclatante che in Svizzera è davvero eccezionale, la sede di Ginevra della HSBC in cerca di documenti per trovare queste prove di riciclaggio.
Le inchieste che sono in corso in diversi paesi del mondo stanno mettendo in evidenza come attraverso i canali della HSBC, ma voglio aggiungere una cosa che è importante: questo non riguarda solo la HSBC perché questi meccanismi li potremmo ritrovare in tutte le grandi banche internazionali. Chiudo questa parentesi… hanno messo in evidenza come questi canali venissero utilizzati da trafficanti di diamanti, trafficanti di droga, mafiosi, dittatori e così via… quindi è una cosa enorme quella che si è messa in moto.

Per la lista di nomi trafugata alla HSBC Hervé Falciani ha ricevuto delle denunce e nei suoi confronti sono stati spiccati dei mandati di cattura, è stato in prigione anche se questo si è rivelato un boomerang contro chi lo voleva fermare e lui si dichiara sempre più intenzionato ad andare avanti. Invece per lei, che comunque lavora insieme a Falciani dal 2010 per la realizzazione del libro, quali sono state, se ce ne sono state, le conseguenze della sua decisione?
Non ci sono state conseguenze nel senso che io continuo a fare liberamente il mio lavoro di giornalista. Questi cinque anni sono stati caratterizzati da momenti anche di difficoltà, io sono stato seguito, il mio telefono è stato controllato e per comunicare dovevamo utilizzare delle precauzioni di un certo tipo, dovevamo insomma stare molto attenti perché Falciani era in costante pericolo. Tant’è vero che a un certo punto per alcuni mesi si è dovuto nascondere, è stato protetto con una persona che lo seguiva costantemente. Le difficoltà sono state più che altro quelle.
La spinta che mi ha portato a occuparmi di questa vicenda per cinque anni è l’amore verso la verità, cioè cercare di capire effettivamente cosa era successo e raccontarla. Perché, per tutte le cose che abbiamo detto prima, questa è una storia che ha moltissime implicazioni.
Questo libro noi lo abbiamo dedicato ai deboli perché l’evasione fiscale ha come prime vittime loro, perché non fa altro che drenare risorse che dovrebbero essere utilizzate per costruire ospedali, scuola, assistenza ai disabili… risorse che ci sono in realtà ma che vengono nascoste nei paradisi fiscali da chi ha molti soldi ma comunque non li vuole condividere con la comunità nella quale vive. Tra i documenti della banca risulta chiaramente come i clienti della HSBC preferissero perdere i soldi in operazioni finanziarie sbagliate a volte anche venire truffati dai gestori ma la cosa che non volevano assolutamente era pagare le tasse su quei soldi. Ecco io questa la trovo una cosa aberrante, credo che in ogni Paese, soprattutto in Italia dove l’evasione fiscale è una piaga enorme, le coscienze debbano svegliarsi perché l’evasione fiscale distrugge il tessuto democratico di un paese. E deve essere una priorità la lotta all’evasione.

Il recente Accordo siglato da Italia e Svizzera avrà dei concreti sviluppi positivi in materia di trasparenza bancaria?
Rappresenta sicuramente un passo avanti ma non è la fine del segreto bancario. Io trovo molto ingenui i titoli dei giornali che sono stati fatti in questi giorni sulla fine del segreto bancario tra Italia e Svizzera. Ingenui e fuorvianti, perché non si può pensare che questo accordo metta fine all’evasione fiscale quando ci sono interessi miliardari in gioco. I soldi, come dice qualcuno, sono come l’acqua, trovano sempre una fessura nella quale incanalarsi e questo è il motivo per cui l’evasione fiscale continuerà e non smetterà. Questo per quanto riguarda l’ingenuità e fuorvianti in quanto lasciar credere che d’ora in poi sarà impossibile evadere le tasse e che quindi non hanno più nulla da temere, questi soldi rientreranno in Italia… ecco non si fa un’operazione di verità dicendo questo. Basta vedere quello che succede in queste grandi banche internazionali per capire che, come dicevo prima, le scappatoie le hanno già trovate e ne troveranno ancora. Probabilmente sarà più costoso evadere le tasse, quindi forse i piccoli evasori saranno scoraggiati, ma la grande evasione che è in grado di spendere soldi per creare strutture societarie e fondazioni nei paradisi fiscali continuerà a esserci… dovrà solo pagare un po’ di più. Le banche riceveranno solo più benefici, probabilmente, perché chiederanno più soldi ai clienti per creare queste strutture societarie nei paradisi fiscali.

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014)

13 sabato Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Chiarelettere, Davide Vecchi, Lintoccabile, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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A Ottobre di quest’anno la Chiarelettere ha pubblicato la prima edizione de L’intoccabile di Davide Vecchi, giornalista de «Il Fatto Quotidiano».

Il libro non vuole essere una critica, in esso infatti non si trovano opinioni personali o commenti dell’autore, piuttosto un resoconto, dettagliato e sistematico, delle vicende che hanno portato all’ascesa politica dell’attuale Presidente del Consiglio, gli incontri, i fondi, le amicizie, le nomine, le cariche e anche le sue parole. Non solo e non tanto quelle che espone pubblicamente davanti a un microfono o dietro una telecamera, quanto quelle trascritte dagli inquirenti relative alle intercettazioni, ambientali e telefoniche, sue e di persone a lui molto vicine.

Basta già la lettura della prefazione, firmata da Marco Travaglio, a far capire al lettore l’importanza di un libro come questo. La necessità di raccontare ciò che per ovvie convenienze viene taciuto, per capire i retroscena del ‘palco luccicante della politica’.

«Solo gli ingenui possono pensare che un boy scout di provincia, noto fra gli amici come il ‘Bomba’ per la spiccata attitudine a spararle grosse, possa scalare il potere in un paese come l’Italia con una tale rapidità e facilità, e soprattutto da solo. A spiegare la strepitosa arrampicata non bastano le sue innegabili doti di coraggio, prontezza, velocità, abilità comunicativa e sintonia con la pancia del paese, rimasta a digiuno dopo il ventennio berlusconiano. Il self-made man è roba americana, non italiana. Il nostro italianissimo selfie mad man ha, dietro le spalle, robusti appoggi. La qual cosa non sarebbe affatto uno scandalo se fosse tutto dichiarato e alla luce del sole. Purtroppo non lo è» (dalla prefazione).

Il testo di Vecchi lascia intendere che dietro ci sia stato un grande lavoro di ricerca e indagine, sia documentale che sul campo, per ricostruire e allineare tutti i tasselli della vicenda. La scrittura è molto attenta e curata, l’autore soppesa le parole conscio del fatto che sta raccontando di una ‘bomba a orologeria’ e non desidera certo gli scoppi in mano. Cita sistematicamente le fonti, le date e i nomi, e riporta inoltre tutta la documentazione atta a testimoniare non soltanto le sue parole ma gli accadimenti di cui parlano. L’ultima parte del libro infatti è una carrellata di documenti, interessantissimi da visionare.

L’intento informativo del testo è evidenziato dal fatto che l’autore ha stilato una lista di dieci domande, le cui risposte potevano tornare molto utili per confermare, smentire o spiegare alcuni avvenimenti riportati nel libro, e l’ha fatta pervenire a Matteo Renzi tramite il suo portavoce. Non vi è stata risposta alcuna. Gli interrogativi comunque sono riportati per esteso.

È recentissimo, risale infatti ai primi mesi di questo 2014, lo scandalo dell’attico di via degli Alfani  8 sito a pochi passi da Palazzo Vecchio e abitato da Matteo Renzi dal marzo 2011 «nulla di male, se non fosse che a pagare l’affitto per il primo cittadino è Marco Carrai, all’epoca amministratore delegato della controllata del Comune Firenze Parcheggi». La libertà di stampa come a pari-merito quella di opinione sono indiscutibilmente diritti inviolabili, tuttavia qualche perplessità sorge nel momento in cui ci si è ritrovati a leggere su un quotidiano a tiratura nazionale qual è  «La Stampa» l’opinione in merito di Massimo Gramellini «di tutte le forme di favoritismo questa mi sembra, se non la migliore, per lo meno la più umana».

Invece a noi questo modo di fare informazione sembra tutt’altro che il migliore o il più umano. Ed è anche per questo che è importante leggere libri come L’intoccabile di Davide Vecchi, poi ognuno potrà scegliere in tutta libertà la strada o l’opinione da seguire e fare propria.

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Monasteri del Terzo Millennio” di Maurizio Pallante (Edizioni Lindau, 2014)

22 venerdì Ago 2014

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Maurizio Pallante, Monasteri del terzo millennio

Maurizio Pallante, autore di Monasteri del terzo millennio, edito da Lindau, è il fondatore del Movimento per la Decrescita Felice. Alle conferenze e attività varie sul territorio affianca il suo lavoro di saggista, con lo scopo precipuo di diffondere e far condividere il più possibile le idee del MDF. «La crescita incessante della produzione di merci consentita dalle innovazioni tecnologiche ha indotto a confondere il ben-essere col tanto-avere».

Consumismo, spreco di risorse, inquinamento in tutte le sue forme sono i baluardi da abbattere per Maurizio Pallante, il quale suggerisce in Monasteri del terzo millennio di riprendere vecchi modi di abitare, vecchi modi di vivere, fatti non solo di lavoro, acquisti e corse forsennate contro il tempo, bensì di auto-produzione del necessario, di collaborazione, di rapporti sociali, con i vicini, con i parenti, con gli amici e anche con se stessi… un modo di vivere diverso che egli identifica con quello delle comunità interne ai monasteri del primo e del secondo millennio e dei piccoli paesi, ora per la gran parte disabitati. «Dal punto di vista economico e produttivo, i monasteri erano strutture tendenzialmente autosufficienti. […] Oggi, nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce nulla di ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza».

Il “tempo” per Maurizio Pallante è stato uno dei principali valori schiacciati e rubati alle persone che hanno finito coll’identificare la propria vita con il lavoro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività “passatempo”. La conseguenza è stata la perdita di spiritualità, intesa non solo come valore religioso ma anche come passione di coltivare il proprio io, le relazioni interpersonali e soprattutto come contemplazione di quanto ci circonda. «Nei sistemi economici finalizzati alla crescita della produzione di merci, i rapporti umani sono mediati dal denaro, per cui diventano impersonali. […] Mentre gli scambi fondati sul dono e sulla reciprocità creano legami sociali, gli scambi mercantili li distruggono. […] La prevalenza della produzione di valori di scambio, oltre a distruggere i legami sociali, modifica anche radicalmente il rapporto degli uomini con il mondo perché scioglie i legami con il territorio».

DopMaurizio Pallanteo un’accurata analisi della società attuale, del sistema economico su cui si basa, delle conseguenze ambientali e sociali che essa sta generando, Pallante indica in una repentina inversione di marcia l’unica alternativa possibile per evitare di soccombere all’inquinamento, all’isolamento ambientale e sociale che caratterizzano il nostro vivere odierno.Per Pallante bisogna «Guardare nello specchio del passato per fare scelte che abbiano una capacità di futuro».

Il cambiamento auspicato da Maurizio Pallantein Monasteri del terzo millennio non è solo quello riferito al riabitare vecchie strutture, i monasteri appunto, ormai in disuso da tempo, o piccoli paesi arroccati per lo più sulle colline della dorsale appenninica, ma dare vita anche a nuove comunità abitative dove il motore dell’economia sarà rappresentato non dal denaro ma dalla solidarietà reciproca, dal dono, dallo scambio e dalla collaborazione. Dal 7 settembre 2013 a Vicofertile di Parma è iniziata la costruzione del primo agrivillaggio italiano, che ospita anche la Scuola della Decrescita Felice. Lo scopo è quello di «ottenere un’impronta ecologica uguale a 1 con un’alta qualità della vita e un costo della vita inferiore alla media». L’agrivillaggio di Vicofertile sarà realizzato senza finanziamenti pubblici e sperano di completarlo entro aprile del 2015, in concomitanza con l’apertura dell’Expo di Milano, dove verrà presentato come «contributo alla realizzazione dell’obiettivo a cui la rassegna è dedicata: Nutrire il pianeta. Energia per la vita».

Non si tratta solo di  un saggio analitico-descrittivo della società contemporanea, dei suoi problemi e delle loro cause, ma, dal momento che il modo migliore per cambiare il mondo è cambiare se stessi, Monasteri del terzo millennio di Maurizio Pallante è anche una linea guida da poter seguire se si vuole apportare un cambiamento.

http://www.sulromanzo.it/blog/monasteri-del-terzo-millennio-di-maurizio-pallante

© 2014 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Stefano Santachiara per “Calcio, carogne e gattopardi”

19 sabato Lug 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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CalcioCarogneGattopardi, intervista, saggio, StefanoSantachiara

unnamedDopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti,  Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato, per il momento unicamente in ebook, Calcio, carogne e gattopardi, (Google Play e Amazon, 2014) un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam è accusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2014/07/18/un-intervista-con-stefano-santachiara-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

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