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Irma Loredana Galgano

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Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

10 giovedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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FrancoCardini, intervista, MarinaMontesano, Mondadori, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, saggio, terrore, Terroreeidiozia, Terrorismo

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

È innegabile che, dopo la strage al Bataclan, siamo scesi in guerra.

Ma chi è il nostro nemico? Qual è il suo scopo? E quello di chi lo combatte? Come si vince la guerra contro il terrorismo? Quali sono i principali errori commessi dall’Occidente? Domande che è opportuno porsi e risposte che potrebbero anche lasciare increduli o irritare ma che è giusto conoscere.

Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista esce domani, 11 dicembre, per Mondadori, scritto a quattro mani da Franco Cardini, docente di Storia Medievale alla Scuola Normale di Pisa, saggista e studioso dei rapporti tra il mondo cristiano euromediterraneo e l’Islam, e da Marina Montesano, docente di Storia Medievale all’Università di Messina, studiosa di storia della cultura medievale e dei contatti tra Oriente e Occidente letti attraverso le fonti della storia delle crociate e del pellegrinaggio.

Poche settimane di lavoro sono bastate a Franco Cardini e Marina Montesano per raccogliere e riunire per iscritto tutti gli errori commessi e le idiozie pensate o dette riguardo quanto sta accadendo e rischia di trascinare tutti nell’ennesima carneficina voluta dagli uomini per “salvare il mondo (occidentale) e condurlo alla pace”.

Proprio di tali errori abbiamo parlato con Franco Cardini, in quest’intervista rilasciata in anteprima a Sul Romanzo, pochi giorni prima dell’uscita di Terrore e idiozia. Tutti i nostri errori contro il terrorismo islamista.

Fin dal titolo, una presa di posizione molto netta. Quali sono le idiozie e gli errori più comuni e pericolosi che l’Occidente sta commettendo nei confronti del terrorismo islamista?

Ve ne sono di più tipi. C’è quella dei politici e dei capi di Stato ad esempio, che in linea di massima fingono di non capire, o non capiscono, che siamo davanti a un movimento politico, che è quello jihadista, che non ha nulla di religioso a parte qualche slogan, che vuole l’unione di tutti i musulmani per combattere l’Occidente.

Ci troviamo dinanzi a un postulato ideologico che sembra fatto apposta per attaccare un ambiente che si sta proletarizzando. L’Islam conta un miliardo e seicento milioni di persone, la maggior parte delle quali appartiene a ceti sociali bassi, sia culturalmente sia economicamente, ma che comunque guardano allo sviluppo europeo. Che hanno presente, seppur in modo molto schematico, le ragioni per cui il mondo occidentale è diventato ricco e si è diffuso con la sua potenza, non soltanto per la forza delle sue invenzioni e delle sue scoperte, ma anche per il sistema coloniale, che è stato un sistema di sfruttamento.

Difronte a questa realtà non si può reagire combattendola come fosse uno sbocco di violenza irrazionale, non si riuscirà a vincere con gli aerei, con i droni o con le truppe di terra.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Perché secondo lei si continuano a impiegare questi metodi indicandoli come risolutivi?

Le potenze occidentali e anche il mondo musulmano alleato delle prime, soprattutto le monarchie del golfo Persico e della penisola arabica, non riescono a mettersi d’accordo. Questo sarebbe già un elemento di stupidità se non venisse anche il sospetto, e nel libro si parla pure di questo, che in realtà non si combatte questo nemico perché tutto sommato non è tale ma fa comodo a qualcuno.

Da un lato c’è la difficoltà dei politici, il loro impantanarsi in dichiarazioni di guerra totale al fenomeno jihadista, che appaiono molto ferme ma non lo sono affatto. Ricordiamo che la coalizione contro il cosiddetto Stato Islamico non è invenzione recente, non è nata dopo l’attentato di Parigi del 13 novembre, è in piedi da un anno e mezzo.

Così una coalizione composta dalle principali potenze occidentali, inclusi noi anche se siamo il fanalino di coda, dai Paesi arabi-musulmani (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Egitto…), compresi Paesi musulmani che non sono arabi, come la Turchia, non ha fatto niente se non impantanarsi in questioni particolari come il caso della Siria.

Cos’è successo in realtà in Siria?

Intorno alla questione siriana è sorta una ferocissima polemica soprattutto in merito al fatto che il presidente Assad resti in carica o si ritiri. Quanto accaduto è dovuto alla grave mancanza di previdenza e intelligenza dei politici… Assad aveva proposto da tempo una riforma costituzionale in Siria che avrebbe portato alle elezioni sulla base di un pluripartitismo. Ebbene la sua proposta non è stata accettata, le potenze occidentali l’hanno ritenuta strumentale e demagogica, quando in realtà sarebbe stato un modo per pacificare, almeno temporaneamente, il Paese e andare a libere elezioni. Ora la Siria è inquinata da forze jihadiste aderenti all’ISIS che hanno in pratica fagocitato tutte le altre formazioni anti-Assad.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Qual è stato il ruolo, se ne hanno avuto uno, dei media internazionali?

I media continuano a non informarci correttamente, parlando un linguaggio per un verso allarmistico e per un altro molto generico. Lasciano intendere che tutto l’Islam è pericoloso, il che non ha il minimo fondamento.

Nel mondo islamico ci sono continue lotte: quelle tra i gruppi religiosi, gli sciiti e i sunniti, e poi tra Stati musulmani, che spesso non si limitano all’aspetto politico diventando veri e propri scontri militari.

I nostri mass media continuano a non informarci di tutto ciò, mostrando invece una sorta di colata lavica che sta avanzando e che può travolgere l’Occidente. Sembra tutto studiato per generare in noi apprensione, disorientamento, per indurci ad azioni inconsulte. E a ben riflettere ciò è proprio quello che vogliono le centrali terroristiche. Se ci lasciamo terrorizzare facciamo il loro gioco. Non capire una cosa così semplice è da idioti.

In quest’ottica, come valuta la reazione del governo francese ai recenti attentati che hanno colpito Parigi?

Lascia senza parole la reazione inconsulta del presidente Hollande. Se ne capisce purtroppo la logica politica ma questa è un’aggravante.

Non si reagisce a una cosa grave come quelle accaduta in territorio francese, fatta da cittadini francesi o belgi che tali restano anche se di fede musulmana, con un’azione unilaterale di bombardamento indiscriminato su un centro urbano, anche se poi hanno sostenuto di aver ucciso solo terroristi, non si capisce bene sulla base di quali fonti o risultanze.

Bombardando un centro urbano non si uccidono solo militari (i terroristi si comportano come tali) ma anche la popolazione civile. Ora noi non siamo in guerra con Raqqa, una città che dipende formalmente dal governo iracheno, un Paese alleato, amico. Noi italiani stiamo addestrando l’esercito e la polizia iracheni. Raqqa è occupata dalle forze dello Stato Islamico, tenuta in ostaggio da una banda di briganti, e non si possono bombardare dei civili che oltretutto sono già delle vittime.

Hollande è presidente di un Paese, la Francia, che fa parte dell’ONU e dell’Unione europea e non può procedere unilateralmente solo sulla base di un bisogno di fare una rappresaglia che, se proprio la vogliamo chiamare col suo nome, è una vendetta, consumata però ai danni di persone del tutto innocenti rispetto a quello che è successo a Parigi.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Quali saranno le dirette conseguenze di queste azioni?

Regalare simpatie al Califfo. Mettiamoci nei panni di una persona a cui sono stati ammazzati dei famigliari a causa dei bombardamenti fatti dall’aviazione di un Paese che sostiene di essere nemico dello Stato Islamico. Le simpatie dei superstiti penderanno sempre più per il Califfo, e ciò è proprio quello che lui vuole.

Prima ha parlato delle influenze della disinformazione. Queste, unitamente alle azioni dei governi, quanto vanno a incidere sull’opinione pubblica?

Non si può spargere disordine, paura indiscriminata, apprensione. È un’idiozia. Equivale a fare il gioco dei terroristi.

Gli operai musulmani picchiati, le facciate delle moschee sporcate con sangue di maiale, le famiglie che rivendicano la tradizione del presepe in odio ai bambini musulmani… Io sono invecchiato sentendo la storia, che annualmente si ripete, di qualche famiglia che protesta per il presepe nella scuola, ma a ben guardare è sempre stato uno scontro tra italiani, i musulmani non hanno mai detto nulla in proposito.

L’Islam considera Gesù un grande profeta e ha una forte venerazione per la Madonna. I musulmani non hanno alcun preconcetto, sono alcuni italiani che portano avanti campagne per una scuola laica o, per contro, azioni motivate dall’intenzione di ferire l’altro che deve essere un nemico per principio.

Come si combatte il terrorismo?

Senza dubbio c’è un pericolo ma, da che mondo è mondo, il terrorismo non lo si batte con i bombardamenti. Lo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione, individuando i centri terroristici, distruggendo alle radici le ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di andare a fare il terrorista.

Ci sono ragazzi che vanno a fare i soldati col Califfo che sono stati allevati da noi, con i nostri valori… sono drogati, spaesati, marginalizzati, si può dire tutto ma bisogna pur chiedersi perché a un certo punto la nostra società li delude talmente da spingerli a unirsi a una banda di tagliatori di teste.

Il Califfo è un nemico che si riuscirà a sconfiggere?

Si riuscirà a batterlo. Insomma il Califfo ha una cinquantina di migliaia di persone al suo seguito, non di più. Certo sono ben armati, sono ben addestrati e bisogna interrogarsi su chi gli dà i soldi per finanziarsi.

Una delle ragioni per cui i turchi hanno abbattuto l’aereo russo sembra riconducibile al fatto che la Russia fosse sul punto di bombardare un convoglio di petrolio pompato dal Califfo che si stava dirigendo verso la Turchia.

In una situazione internazionale come la nostra, nella quale ogni cosa è costantemente monitorata, tutti i movimenti di conti, anche di importo non particolarmente rilevante, sono controllati, ebbene in questo sistema dovremmo credere al racconto che non si riesce a individuare la fonte finanziaria alla quale attinge il Califfo?

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

C’è chi teme che nei prossimi decenni vi sarà una lenta e inesorabile islamizzazione del continente europeo. Che cosa ne pensa e cosa direbbe ai sostenitori di questa ipotesi?

Noi cristiani d’Europa, pur non avendo una forte identità religiosa, siamo cinquecento milioni di persone abbastanza ricche nel complesso, o comunque in rapporto alla media islamica. I musulmani che per il momento sono tra noi, considerando quelli che arrivano e quelli che si convertono, ammontano circa a una decina di milioni di persone in tutta Europa. Quelli che paventano queste teorie qualche calcolo lo hanno mai fatto?

Inoltre bisognerebbe chiedersi: con quali strumenti ci convertirebbero? Io vedo le moschee che sono molto modeste, spesso non gliele facciamo neanche aprire. I loro giornali sono altrettanto modesti. Non hanno un’università…

Capirei che qualcuno avesse paura di essere colonizzato dai protestanti, che hanno moltissimi mezzi. Dagli ebrei, che sono pochi ma hanno molti mezzi e sono molto colti. Io non ho mai visto alcun accenno di colonizzazione da parte degli islamici.

Ritornando alla Turchia, lei ritiene possa essere visto come un Paese-ponte fra Occidente e Oriente oppure un tentativo mal riuscito di integrazione di un territorio di pace fra Cristianesimo e Islam?

La Turchia è un Paese che si è fortemente occidentalizzato, anche in maniera autoritaria. Già nell’Ottocento scelte fatte da sultani andavano in questa direzione, poi c’è stata una grande rivoluzione europeizzatrice condotta da Mustafa Kemal Atatürk.

In questo momento c’è una situazione di reflusso e anche di simpatie islamistiche, per un verso di volontà di riforma nei confronti delle tradizioni musulmane e per l’altro proprio di inclinazioni a favore dello Stato Islamico.

Erdogan, che certo non nutre simpatia verso l’IS, è un politico che ha ricevuto vantaggi dal cauto ritorno a una condizione nella quale la fede islamica ha più peso rispetto al passato. In questo momento, non ha più tanto interesse a entrare in Europa come un tempo. Le sue richieste furono bocciate e gli fu addirittura chiesto di condurre delle prove di lealismo verso l’Europa. Noi abbiamo abolito la pena di morte mentre in Turchia ancora c’è, però l’UE si sente parte dell’Occidente e noi sappiamo che Paesi occidentali mantengono la pena di morte, gli Stati Uniti d’America, per esempio, dove viene applicata piuttosto spesso. Per cui si poteva anche venire incontro a questo processo di europeizzazione della Turchia, che era sincero. Non lo è altrettanto adesso, perché il clima è cambiato.

Erdogan ora ha altre possibilità: ha davanti a sé il mondo musulmano in crescita, è diventato, insieme ad altri Stati quali l’Egitto e l’Arabia Saudita, uno dei principali Paesi musulmani sunniti del mondo, ha davanti a sé anche la possibilità di attrarre Paesi musulmani sunniti del centro dell’Asia che hanno una forte componente etnica turca. Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan… grandi produttori di petrolio e di materie prime, verso i quali Erdogan sta facendo una politica di fratellanza etnica volta alla creazione di un potenziale mercato comune. Ovvio poi che ciò lo mette in rotta di collisione con la Russia, ma questi due Paesi sono geo-politicamente destinati a essere nemici.

In questa fase, a Erdogan l’Europa sta stretta, magari è interessato a rimanere nella NATO che attualmente è un’organizzazione paralizzata da una buona dose di ambiguità nei confronti dello Stato Islamico.

La Francia tende a risolvere principalmente la questione siriana eliminando Assad, altri Paesi NATO non sono dello stesso avviso, molti Stati membri ritengono che tra l’IS e alcuni Paesi arabi nostri alleati ci siano dei rapporti. Non si osa dire che c’è un rapporto di amicizia, di collaborazione o di complicità ma questo è nelle cose perché molto probabilmente tra la compagine dello Stato Islamico e quella dell’Arabia Saudita, del Qatar e della stessa Turchia ci sono delle relazioni anche a livello governativo.

Lo stiamo vedendo: se i Paesi occidentali della Nato lo volessero davvero, il Califfo sarebbe spazzato via in pochi giorni.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Cosa andrebbe fatto?

Tanto per cominciare ci vorrebbe una campagna di terra. E proprio su questa gli Stati membri non trovano un accordo.

Erdogan sostiene che sarebbe pronto a farla. Noi sappiamo perché la vuol fare: il suo esercito passerebbe dalla Siria e dal Kurdistan, sistemerebbe secondo gli interessi turchi questi Paesi e poi arriverebbe al Califfo e, a quel punto, chissà cosa farebbe. Naturalmente non possiamo permettere che ciò accada. D’altra parte non si può attaccare il Califfo se non con forze musulmane sunnite, perché questi tiene a presentarsi come il più puro rappresentante dell’Islam sunnita. Attaccandolo con un esercito di soldati musulmani sunniti si dimostra al mondo islamico che non è lui il puro rappresentante dell’Islam sunnita.

Il fatto è che queste forze musulmane noi non le abbiamo e Erdogan non vuole mettercele a disposizione, lo stesso vale per il presidente egiziano. Inoltre sono pochissime. Il Maghreb africano non si vuole impegnare. E allora noi con chi la vogliamo fare questa campagna di terra contro il Califfo? Con gli occidentali che lui chiama crociati? Oppure con gli iraniani? È proprio quello che il Califfo vuole. Essere attaccato dagli occidentali e dagli iraniani per dimostrare all’Islam sunnita che lui è il miglior sunnita del mondo, il più degno di esserne il capo, attaccato dai crociati cristiani e dagli eretici sciiti iraniani.

E le campagne aeree?

Batterlo solo per via aerea non è possibile, in quanto le forze del Califfo non sono tante e per poter attaccare efficacemente un’armata militare piccola in un territorio enorme bisogna prima farla concentrare e per fare ciò occorre un’azione di terra. Altrimenti si uccidono solo dei civili inermi, come è già accaduto e sta ancora accadendo purtroppo in Afghanistan.

Il Califfo, evidentemente, ha forti intelligenze in molti Paesi dell’Occidente e dell’Islam sunnita. Per questo continua a sopravvivere. Costituisce di sicuro un pericolo nel vicino Oriente ma va fatto un discorso diverso, in quanto il Califfo non organizza direttamente attacchi terroristici che invece partono da cellule autonome. Se poi queste forze autonome lavorano nella sua direzione e fanno attacchi terroristici efficaci il Califfo se ne appropria, ci mette il suo marchio, come un franchising, dando così l’idea di avere una forza territoriale nel vicino Oriente compatta e un’altra terroristica diffusa in Europa. Ma si tratta solo di un errore visuale ottico.

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

Eppure è proprio questo errore ottico a spaventare maggiormente l’Occidente. Perché?

È un altro esempio di idiozia il non capire la trappola mediatica nella quale entriamo quando crediamo che il Califfo sia il grande burattinaio del terrorismo europeo.

Il Califfo semplicemente si serve di un terrorismo europeo che è endemico, spontaneo, indipendente da lui che non ci mette un soldo, non ci mette nemmeno uno dei suoi uomini, non fa progetti, lascia che questo terrorismo generi da solo e chiaramente sta riuscendo nel suo intento.

http://www.sulromanzo.it/blog/gli-errori-occidentali-contro-il-terrorismo-islamista-intervista-a-franco-cardini

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l’ultima grande utopia del Novecento

03 giovedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GuerinieAssociati, intervista, Lultimautopia, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, RenzoGuolo, saggio, terrore, Terrorismo

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno richiamato, con maggiore forza, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla questione dei foreign fighter. Cittadini europei o immigrati di seconda generazione che scelgono di abbracciare l’Islam più radicale e combattere per lo jihad, addestrati in campi allestiti in Medio Oriente, spesso ritornano in Europa e il motivo si teme possa essere la realizzazione di attentati kamikaze.

Lo stesso commando responsabile degli assalti di Parigi era composto da nove persone, di cui sei cittadini europei. Allora in molti si chiedono quale sia l’utilità della chiusura delle frontiere auspicata da alcune forze politiche come deterrente all’ingresso in Europa di stranieri considerati potenziali attentatori. Altri invece cercano di focalizzare l’interesse sui foreign fighter perché rappresenterebbero quest’ultimi il reale pericolo da cui difendersi.

Chi sono i foreign fighter? Da dove provengono? A quali ceti sociali appartengono? Perché scelgono di convertirsi all’Islam radicale? Davvero questo rappresenta l’ultima grande utopia del Novecento?

Abbiamo rivolto queste domande a Renzo Guolo, docente di Sociologia della politica e Sociologia della religione presso l’Università degli Studi di Padova e di Sociologia dell’islam nel Master di Studi sull’Islam d’Europa, oltre che autore di L’ultima utopia. Gli jihadisti europei (Guerini e Associati, 2015).

Il dibattito attuale sull’Isis, anche a seguito degli attentati del 13 novembre a Parigi, si sofferma spesso sul fenomeno dei foreign fighter, a cui è dedicato il suo saggio L’ultima utopia. Cos’attrae dell’Islam radicale al punto da decidere di andare a combattere per la sua affermazione? È solo la mancanza di ideologie forti in Occidente?

La dimensione ideologica è un elemento rilevante, conferma il fatto che tra i cosiddetti foreign fighter abbiamo un profilo sociale e culturale molto diversificato. Troviamo giovani che provengono dalle banlieue parigine o da Molenbeek, come nel caso degli attentati di novembre, con situazioni di marginalità sociale alle spalle ma anche giovani che provengono da ceti medi. L’ideologia offre loro una sorta di senso che probabilmente dentro al mare fluttuante della modernità liquida non riescono a trovare. Per cui, in condizioni particolari quali il malcontento per la modernità o per la marginalità, questa ideologia che promette di sovvertire e combattere l’ordine mondiale può apparire un elemento che attrae, che dà una forte identità in situazioni in cui queste persone sembrano averne bisogno.

Nel delineare un identikit dei foreign fighter europei, lei nota una trasversalità di fondo che rende difficile stabilire delle caratteristiche fisse, ma ne individua due comuni: sono in prevalenza giovani e diventano musulmani sunniti. Perché l’integralismo islamico riesce a far presa in modo così forte sui giovani europei?

Parliamo di immigrati di seconda generazione per i quali il bagaglio religioso è considerato o un mero elemento culturale o comunque qualcosa di diverso dall’Islam tradizionale, per cui quando decidono di ritrovarlo come ideologia mobilitante imboccano la via del radicalismo proprio per la sua messa in discussione finanche della religione stessa. Per questo tipo di militanti lo jihad è quasi una sorta di sesto pilastro dell’Islam ma se si va a vedere la dottrina islamica non c’è alcun obbligo del credente rispetto a questa dimensione. È evidente che la religione viene vissuta non più come tradizione ma come sostegno alla mobilitazione politica. Il 90% del mondo islamico è sunnita e il radicalismo islamico si è sviluppato, così come noi lo conosciamo ovvero nella forma dello jihadismo, al suo interno, mentre nel mondo sciita di fatto è diventato Stato con la Rivoluzione iraniana del 1979. Anche nel campo dell’Islam politico-radicale in sostanza sono state riprodotte le fratture confessionali antiche.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Tra i foreign fighter in Siria e in Iraq spiccano anche immigrati di seconda generazione. A quale loro esigenza, che non trova riscontro in Occidente, potrebbe rispondere l’Isis? Si può parlare di un’integrazione mancata?

Sì, l’integrazione mancata è un elemento chiave. Lo vediamo attraverso i percorsi per gli immigrati di seconda generazione per esempio nei sobborghi metropolitani londinesi oppure nelle banlieue francesi. Un’integrazione mancata è evidente nel grande percorso che è stato fatto nel tempo dai giovani di banlieue se pensiamo al Movimento di rivolta della fine degli anni ’80. Rompevano le vetrine e si appropriavano dei beni e, paradossalmente, chiedevano l’integrazione attraverso il consumo. Oppure ancora nella rivolta nelle periferiedel 2005 contro l’idea francese dei valori universali veicolati del modello assimilazionista. Testimonianze tutte del fatto che il processo di integrazione si era fermato.

L’Isis è riuscito, facendosi Stato, a mostrare l’Islam radicale come ultima ideologia capace di sovvertire lo status quo appena descritto. E questi ragazzi hanno maturato una sorta di nichilismo religioso con l’idea di distruggere tutto, rovesciare un ordine in cui non ci si può più riconoscere per cercare di instaurarne un altro.

Per comprendere gli accadimenti e le scelte compiute dai foreign fighter lei suggerisce di ampliare il raggio di azione degli studi verso l’analisi del concetto di radicalizzazione e non fermarsi ai risultati delle osservazioni sul terrorismo. Quali sono i punti sostanziali su cui bisogna focalizzare l’attenzione per scandagliare al meglio il fenomeno?

Il concetto di radicalizzazione ci consente di capire cosa succede prima che queste persone scelgano di aderire all’Islam radicale e quindi, in qualche modo, di mettere in atto azioni di prevenzione da parte delle istituzioni, delle società. Proprio perché la radicalizzazione è un processo, si tratta di comprendere quali sono i fattori sociali che possono indurre queste persone ad aderire. Oggi ammontano a circa 5000 gli europei tra i foreign fighter in Siria e Iraq o che ci sono stati in questi anni. Il numero è altissimo. Capire i processi che portano alla radicalizzazione permette anche di comprendere quali scelte politiche e sociali compiere per cercare almeno di ridurre il fenomeno.

Lei indica tra i luoghi della radicalizzazione le moschee, il carcere e soprattutto la Rete. Non è la prima volta che a questa viene imputata una responsabilità in tal senso. Quanto ha inciso sullo jihadismo attuale e quanto lo ha condizionato l’essere nell’era della digitalizzazione?

Ha inciso moltissimo perché un tempo per leggere, ad esempio, il testo di un predicatore islamista radicale bisognava conoscere qualcuno che potesse renderlo disponibile, oppure procurarselo… ma diventava difficile. Oggi invece se voglio leggere i teorici radicali o certe interpretazioni specifiche, la Rete offre un’enorme possibilità di accesso. In più questa è interattiva e ciò consente anche di comunicare con ambienti islamisti radicali. La capacità di proliferazione è molto più accentuata. Basti pensare all’attenzione spasmodica che l’Isis assegna alla costruzione non solo del messaggio ma della produzione mediatica dei docu-film fino ai reportage di combattimento e ai videogiochi di guerra in versione islamista radicale.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Uno dei temi più sentiti dello jihadismo è quello di Shahīd, cioè l’essere testimone della fede attraverso concrete operazioni di testimonianza. Spesso ciò equivale a trasformarsi in veri e propri martiri. Come si inseriscono i foreign fighter in questo? E come interpretano il martirio?

Nell’ideologia radicale il cosiddetto martirio ha un ruolo centrale. Nel momento in cui si aderisce a questi gruppi si dà per scontato che ci sia la consapevolezza a considerare lo jihad come un obbligo personale. Per molti giovani che provengono dalle periferie disagiate questo elemento può diventare un gesto che va a riscattare una vita vissuta come sbagliata, segnata da condotte illecite o poco legate ai principi religiosi. Per altri l’idea di diventare martiri coincide col testimoniare, con la propria scelta, un percorso in cui si dimostra che si è stati coerenti fino in fondo. È evidente che la credenza del martirio deve essere fatta propria in pieno. Non è escluso il ripensamento. Pensiamo al caso, probabilmente, dell’ultimo membro del commando di Parigi che sembra essersi sottratto a questo compito. In fondo si tratta di togliere la vita ad altre persone e a se stessi.

Restando in tema, alcuni giornalisti sostengono che il martirio, ovvero l’immolarsi per la causa, spesso equivalente al diventare un kamikaze, in realtà abbia poche valenze religiose o spirituali ma sia dettato da un bisogno economico estremo. In altre parole i martiri acconsentono a diventare tali perché in cambio hanno ricevuto la promessa di un indennizzo/risarcimento per i familiari. Ritiene che questa si possa effettivamente spiegare solo ricorrendo a tale motivazione? Ed è possibile formulare una tale ipotesi anche per i foreign fighter? 

Ci sono casi molto diversi, può esserci anche l’elemento della compensazione materiale. Ma non è questo l’elemento determinante, che io penso sia legato all’idea di sacrificio di sé per una causa superiore. Lo abbiamo visto anche con i tanti casi di suicidio in Iraq e Siria: molti foreign fighter che si sono fatti saltare in aria lo hanno visto come la logica conclusione di un percorso di rifiuto dell’esistenza precedente ed è come se si cercasse, con questa scelta, di tagliare i ponti con tutto quello che era terreno per porsi in un piano extra-mondano. Il motto che ripetono spesso è: non c’è altra ricompensa più grande del martirio, visto come un qualcosa che regala una forte identità personale e consente di metterla al servizio della causa.

Chi sono i foreign fighter? Il radicalismo islamico, l'ultima grande utopia del Novecento

Il titolo del suo saggio è molto emblematico, ma “ultima” è da intendersi nel senso di “definitiva” o nel senso di “più recente”, l’ultima in ordine cronologico? Cioè, ritiene possibile pensare a un’utopia in grado di fronteggiare quella proposta dall’Isis?

Le utopie si presentano ciclicamente, quando ho scelto il titolo “ultima” l’ho legata sia al fatto che io leggo il radicalismo islamico come l’ultima grande utopia del Novecento, anche se i suoi effetti si vedono nel nuovo millennio, e al contempo è come se fosse l’ultima perché oltre questa sembra non esserci più niente. Questa può essere l’ultima utopia che si realizza anche attraverso la morte, per cui diventa una dimensione in cui la vicenda extra-terrena ha altrettanta e forse maggiore rilevanza di quanto accade nel regno del qui e ora.

http://www.sulromanzo.it/blog/chi-sono-i-foreign-fighter-il-radicalismo-islamico-l-ultima-grande-utopia-del-novecento

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico

27 venerdì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FrancescoSpagna, Linfinitoantropologico, Mimesis, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Mimesis editore ha pubblicato i risultati del lavoro di ricerca condotto da Francesco Spagna, che insegna Antropologia Culturale all’Università di Padova, sull’infinito antropologico. Nella prefazione, curata da Giangiorgio Pasqualotto, già si evincono le teorizzazioni dell’autore contenute nel testo. Andare oltre l’antropologico e gli ‘oggetti’ delle sue indagini. Includere come oggetto di osservazione anche il soggetto che osserva, col rischio è vero di una deriva soggettivistica ma necessario per aprire nuovi orizzonti e nuove avventure.

Abbandonare la neutralità senza lasciarsi troppo tentare dall’autobiografia ma volgendo lo sguardo e l’interesse all’interpretazione, ecco la strada indicata da Spagna per la definizione di un concetto di infinito antropologico, che può legittimarsi solo coniugandosi a quello di intercultura, non di multicultura.
Spagna non si ferma in discussioni di carattere metodologico interne alla disciplina ma ricerca e interagisce con la Filosofia, Bruno e Fichte in particolare, e il risultato è meno sconcertante di quanto possa apparire a prima vista. Risulterà essere proprio il concetto spinoziano di ‘infinito’ come ‘innumerabile’ il sostegno principale alle teorizzazioni dell’autore.

I numerosi tentativi di classificazione sistematica dei dati etnografici non hanno prodotto altro che il rischio di tradurre l’immagine del mosaico in quella del labirinto. Spagna sottolinea chenon è questo l’infinito antropologico a cui vogliamo arrivare.

Interessanti anche le considerazioni di Alexian Santino Spinelli riportate nella postfazione.

La popolazione romanì, costituita da cinque grandi gruppi principali (rom, sinti, Kale, manouches e romanichals) e da una moltitudine di sottogruppi e comunità diversissime fra loro, rappresenta un esempio di ‘infinito antropologico’.
Una popolazione, quella romanì, alle prese con un costante processo di mutazione e negazione col mondo esterno per evitare l’annientamento e per ‘resistere’ attraverso un’intensa attività interculturale assorbendo elementi vitali dal mondo circostante per rivitalizzarsi e per attualizzarsi.
Spinelli sottolinea gli errori interpretativi del passato e in parte anche contemporanei che hanno voluto vedere nella mobilità coatta delle comunità romanès una sorta di nomadismo, motivo spesso alla base dei conflitti generatisi con le società sedentarie ospitanti.

Questa dinamicità, unita all’interscambialità e alla flessibilità dei modelli di vita è il segreto della lunga esistenza nel tempo e nello spazio di comunità semplici e prive di difese e di coperture politiche, senza eserciti e senza terrorismi.

Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico di Francesco Spagna

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L’Italia, colonia degli inglesi

26 giovedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Chiarelettere, ColoniaItalia, GiovanniFasanella, intervista, MarioJoseCereghino, NWO, ordinemondiale, saggio

L'Italia, colonia degli inglesi

Perché per tutto il Novecento gli inglesi hanno considerato l’Italia una loro “colonia”? Perché hanno messo in moto una vera e propria “macchina della propaganda occulta” per pilotare le decisioni dei governi attraverso il condizionamento dell’opinione pubblica? Cosa sarebbe accaduto se così non fosse stato? Cosa è diventata l’Italia oggi?

Ne abbiamo parlato con Giovanni Fasanella, co-autore con Mario José Cereghino, di Colonia Italia. Giornali, Radio e Tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top-secret di Londra (Chiarelettere, 2015).

Tramite lo studio incrociato dei documenti desecretati, custoditi negli Archivi di Stato di Londra, e di articoli e reportage dell’epoca, Fasanella e Cereghino hanno ricostruito i vari passaggi seguiti, e a volte precedenti, ai grandi eventi della Storia italiana del secolo scorso nonché delle vicende legate a grandi personaggi, uomini politici e membri noti della classe dirigente: la Disinformatia che ha preceduto l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, la propaganda fascista, gli scandali De Gasperi e Piccioni, Mattei e la politica energetica dell’Eni, il caso Moro, la strage di piazza Fontana… focalizzando su ciò che ha rappresentato il mezzo per arrivare alla società contemporanea, il motore dello sviluppo industriale e capitalistico, il motivo di tanti conflitti, il destino di intere popolazioni: l’oro nero.

Il titolo del libro è tanto preciso quanto inquietante. Davvero possiamo parlare dell’Italia come di una vera e propria colonia inglese?

Così l’Italia è stata considerata dagli inglesi. Perché la posizione geografica del nostro Paese, proprio al centro del Mediterraneo, era di fondamentale importanza strategica per gli interessi inglesi in mare, nel Nord e nell’Africa tutta, nel Medio Oriente. Quindi, dal punto di vista britannico, controllare l’Italia significava controllare meglio i propri interessi, le proprie rotte commerciali e i propri domini coloniali. Per esercitare con più efficacia questo controllo sulle scelte politiche dei partiti e dei governi italiani, era necessario innanzitutto avere il controllo dei mezzi di comunicazione: giornali, radio, televisioni, ma anche intellettuali e opinion leader. Controllare i mezzi di comunicazione di massa che potevano influenzare l’opinione pubblica la quale, a sua volta, poteva condizionare le scelte dei governi.

L'Italia, colonia degli inglesi

A partire da quale momento storico si comincia a parlare di “colonia Italia”?

Va precisato che questo ovviamente non significa che tale, ovvero “colonia”, si sentisse e operasse la classe dirigente italiana del dopoguerra.

L’idea che gli inglesi avevano dell’Italia come di un loro protettorato nasceva dai tempi del Risorgimento visto il contributo offerto dagli inglesi al processo unitario italiano, ma anche e soprattutto dall’esito della seconda guerra mondiale. Dal punto di vista britannico, l’Italia questa guerra l’aveva persa e c’è una differenza tra il modo in cui americani e inglesi hanno considerato il “problema italiano”. Per gli americani eravamo un Paese co-belligerante, con cui insieme si era sconfitto il fascismo. Mentre gli inglesi ci consideravano vinti, battutti. Quando, dopo la guerra, le potenze vincitrici si divisero il mondo in aree di influenza, da un lato i Paesi-satellite dell’Unione sovietica, dall’altro la Nato, dentro il contesto atlantico l’Italia venne considerata dagli inglesi, con il beneplacito degli americani, un loro protettorato, una loro “colonia”.

Con quali mezzi veniva effettuato il controllo?

Dai documenti visionati è emersa l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta attraverso la quale gli inglesi controllavano il sistema italiano dell’informazione e quindi l’opinione pubblica. Documenti custoditi negli archivi di Stato di Londra, desecretati, anche se non completamente. Da questi abbiamo appreso anche i meccanismi di reclutamento e di funzionamento. Questa “macchina” produceva veline vere e proprie, analisi sui grandi fatti, sulle situazioni… e, a volte, persino articoli già preconfezionati destinati alla pubblicazione sui giornali italiani.

Ci sono testimonianze dell’effettivo impiego di questi articoli?

Purtroppo sì e portano anche la firma di autorevoli giornalisti. È necessaria però una precisazione: nel libro noi raccontiamo il punto di vista degli inglesi e, in appendice, pubblichiamo una lista di trecento nomi, che rappresentano la mera punta dell’iceberg di quelli che gli stessi inglesi chiamano “clienti” della propaganda occulta, cioè i destinatari diretti dei loro materiali, avvicinati e/o attenzionati. Parliamo di giornalisti, opinionisti, direttori di testate… Ma non è dato stabilire il grado di consapevolezza con cui hanno agito, fino a prova contraria dobbiamo immaginare che sia avvenuto a loro insaputa.

L'Italia, colonia degli inglesi

Ci sono stati dei periodi in cui questa “macchina della propaganda occulta” ha agito con più fervore?

È successo alla vigilia della prima guerra mondiale, quando attraverso la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, le nostre autorità politiche furono indotte a rompere l’alleanza con gli imperi centrali, Germania e Austro-Ungheria, e passare prima alla neutralità e poi a entrare direttamente in guerra al fianco degli Alleati.

Saltiamo il periodo fascista e la seconda guerra mondiale, che sono contesti molto particolari, ma nell’immediato dopoguerra, ad esempio, questa macchina della propaganda fu trasformata addirittura in “macchina del fango” contro Alcide de Gasperi e il suo erede politico Attilio Piccioni.

Nel submandato britannico il governo italiano mise Enrico Mattei alla presidenza dell’Agip per scioglierla, perché gli inglesi non volevano che l’Italia avesse una compagnia petrolifera di Stato. Perché alla fine il filo che attraversa tutta questa storia è il petrolio.

Senonché Mattei, con l’appoggio di De Gasperi, fonda l’Eni che da subito inizia una politica molto aggressiva in Nord Africa e Medio Oriente, aree che gli inglesi consideravano «seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa».

La reazione di Winston Churchill, premier del governo britannico allorquando l’Eni violò l’embargo imposto dalla Gran Bretagna all’Iran di Mossadeq, il quale aveva espulso dalla Persia le compagnie petrolifere britanniche, come si legge in un documento, fu di imporre ai propri apparati una lezione agli italiani per far loro capire quanto quella politica disturbasse gli interessi del governo inglese. Mentre in Iran organizzavano il colpo di Stato per rovesciare Mossadeq, contemporaneamente in Italia attivarono la macchina del fango contro De Gasperi e Piccioni.

Due grandi scandali del dopoguerra che esplosero contestualmente furono quello delle false lettere Guareschi-De Gasperi e il casoWilma Montesi che vide coinvolto Piero, figlio di Attilio Piccioni. Alla fine sia De Gasperi che Piccioni, travolti dalla macchina del fango, furono entrambi costretti a uscire dalla scena politica italiana.

L'Italia, colonia degli inglesi

Noi abbiamo ricostruito, con lo studio dei documenti inglesi, tutte le varie fasi di quegli scandali e abbiamo scoperto come a innescarli prima e alimentarli poi fossero stati giornali anglofili, giornali e giornalisti in contatto con la macchina della propaganda occulta britannica e, quando questi scandali scemavano, a riaccenderli ci pensavano ancora giornali e giornalisti di area anglofila.

Tutto ciò è successo con Enrico Mattei, negli anni della presidenza Eni, ed è successo anche con Aldo Moro. C’era una grande parte della classe dirigente italiana che non accettava l’idea di essere un protettorato britannico e conduceva una politica, soprattutto energetica, in contrasto con i diktat degli interessi britannici.

Mattei nei documenti viene definito «un pericolo mortale per gli interessi nel mondo, una verruca, un’escrescenza da rimuovere con ogni mezzo». Nel 1972, tre mesi prima che morisse nell’incidente aereo, che incidente non fu bensì un sabotaggio, in un documento si legge: «abbiamo tentato di fermare Mattei in ogni modo, non ci siamo riusciti, forse è arrivato il momento di cablare la pratica alla nostra intelligence».

L'Italia, colonia degli inglesi

E lo stesso trattamento venne riservato poi ad Aldo Moro. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, diversi furono i tentativi di colpo di Stato per fermare la politica morotea, compreso il famoso golpe borghese bloccato sul filo di lana dagli americani. Nella prima metà del 1976 dopo l’ennesimo tentativo fallito, a causa dell’intervento americano e tedesco non francese, leggiamo ancora nei documenti: «Impossibile attuare un colpo di Stato militare classico, approccio a una diversa azione sovversiva contro Moro». Quale potesse essere questa diversa azione sovversiva non è dato conoscere perché quella parte di documento è ancora secretata.

Un ruolo simile possono averlo avuto anche in quella che è stata definita “strategia della tensione” seguita alla strage di piazza Fontana?

Nel libro adombriamo il sospetto, direi anche qualcosa di più di un sospetto, sul ruolo di una mente britannica, con ovviamente una mano o una manovalanza italiana, nella strage di piazza Fontana e in tutto quello che venne dopo. Fra i tanti documenti che pubblichiamo, ce n’è uno importante, del capo della macchina della propaganda occulta dell’Ambasciata britannica a Roma nel quale si sottolineano gli scarsi effetti avuti, paragonati a «una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Bisogna passare ad altri metodi e spetta a noi architettarli».

Quali altri metodi? Ancora una volta non ci è dato conoscere. Siamo nel 1979 e sappiamo quello che accadde successivamente. Ricostruendo la Storia tramite i quotidiani e i documenti dell’epoca dimostriamo nel testo che già una settimana prima della strage di piazza Fontana la stampa britannica dà la chiave di lettura politica di quello che sarebbe successo dopo.

La strategia della tensione è strage di Stato, cioè un fenomeno tutto interno che esclude completamente il contesto internazionale. Questo fu una sorta di depistaggio preventivo teso a dare un’interpretazione distorta dei fatti.

Senza l’influenza britannica come sarebbe stata la storia dell’Italia del secolo scorso?

È difficile fare la Storia con i se e con i ma. Possiamo dire tuttavia che, nonostante tutto, si annoverano tanti nomi di grande spessore nella classe dirigente italiana del Novecento. Grazie a loro il nostro Paese è cresciuto, ha fortificato il proprio tessuto economico, ha avuto un grande prestigio internazionale, capace di esercitare la propria egemonia e la propria leadership nel Mediterraneo, un punto di riferimento per i Paesi in via di sviluppo. Grazie a quella politica l’Italia, un Paese che secondo gli inglesi si sarebbe ripreso dalla guerra ma moderatamente, è arrivata a un certo punto ad essere la quarta, la quinta potenza economica a livello mondiale, scavalcando persino la Gran Bretagna. Mentre l’Italia cresceva, la Gran Bretagna perdeva via via il proprio status di impero coloniale, di grande potenza globale.

Poi tutto questo si è interrotto bruscamente, drammaticamente col sequestro e l’assassinio di Aldo Moro a cui ha fatto seguito un periodo di crisi, sempre più profonda, politica, istituzionale, economica, di leadership. L’Italia ha perso prestigio sia dal punto di vista interno che internazionale. Quello che è oggi lo vediamo tutti: il Paese più povero, che ha smantellato gran parte del proprio apparato produttivo nei settori di eccellenza, svenduto attraverso le privatizzazioni gestite dalle grandi banche d’affari anglosassoni, con una classe dirigente mediocre, povera sotto ogni punto di vista, incapace di una visione strategica e screditata sulla scena internazionale.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-colonia-degli-inglesi

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’Isis”, intervista a Sergio Romano

19 giovedì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Laquartasponda, Longanesi, monocolooccidentale, Occidente, Oriente, saggio, SergioRomano, terrore, Terrorismo

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

A meno di un anno dall’assalto alla redazione della rivista satirica «Charlie Hebdo», il 13 novembre 2015 Parigi subisce un nuovo attacco terroristico, questa volta diffuso. Sei volte in 33 minuti, almeno129 morti e oltre 300 feriti. Questi i numeri della carneficina di venerdì notte.

Perché Parigi? Perché la Francia? Tutto l’Occidente si interroga, chiedendosi se la scelta caduta su la Ville Lumière sia motivata oppure se il commando kamikaze abbia agito all’impazzata, a caso, e questo significa che potrebbero colpire chiunque, dovunque, in qualsiasi momento. Minacce vere o presunte all’Italia e alla sua capitale mettono in allerta anche gli italiani alla soglia del Giubileo.

Il presidente Hollande ha così indicato lo schema d’attacco: «ideato in Siria, pianificato il Belgio, eseguito in Francia. Un modello usato in precedenza su scala minore che ora rischia di essere riprodotto anche in altre parti d’Europa e non solo».

Ne abbiamo parlato con Sergio Romano, già ambasciatore NATO e a Mosca, attualmente editorialista del «Corriere della Sera» e di «Panorama», in occasione della pubblicazione, per Longanesi, nella nuova edizione, aggiornata, de La quarta sponda. Quella compiuta dall’autore è un’attenta analisi volta a capire i conflitti tra Occidente e Islam, gli scontri interni al mondo islamico nonché gli errori strategici dei Paesi europei e degli Stati Uniti.

Gli attentati di Parigi confermano il tentativo dell’ISIS di portare la guerra in Occidente, concretizzando un obiettivo ampiamente dichiarato. Come s’inserisce questo all’interno dell’attuale scenario geopolitico internazionale?

Credo che l’attacco di Parigi sia un contrattacco, provocato dalle difficoltà in cui si trova l’Isis nei territori di Iraq e Siria. In queste ultime settimane, l’Isis ha subito una serie di disfatte, alcuni suoi leader sono stati uccisi, sta perdendo una parte del territorio che aveva conquistato… la coalizione che si è formata nel corso degli ultimi mesi sta quindi producendo dei risultati piuttosto positivi. I bombardamenti aerei sembrano funzionare. Ed è questa la ragione per cui io credo che l’Isis, a un certo punto, abbia deciso di cercare di rovesciare la situazione colpendo il fronte interno.

Ha colpito la Francia perché questa è, da un certo punto di vista, il Paese più vulnerabile. Ha la maggiore comunità musulmana in Europa, con l’eccezione della Russia naturalmente, dove i musulmani sono molto più numerosi ma il Paese è più lontano.

Questa comunità musulmana agli occhi dell’Isis è un serbatoio di volontari. Sono le comunità musulmane nei Paesi occidentali che possono maggiormente fornire quelli che sono stati definiti foreign fighters.

Credo che la tattica, o strategia, dell’Isis vada vista sotto questa luce: sta combattendo, o sta cercando di combattere in Francia perché sta perdendo terreno in Iraq e in Siria dove ha il suo territorio. La debolezza dell’Isis in questo momento offre alla coalizione la possibilità di agire con maggiore efficacia, soprattutto se riuscisse a diventare più omogenea e più organica.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

In molti sostengono che quella dell’Isis sia una guerra interna all’Islam. Fino a quale misura possiamo ritenere fondata una tale affermazione?

L’Isis è un movimento sunnita e noi sappiamo che in questi ultimi anni la destabilizzazione del Medio Oriente ha provocato il risveglio di un vecchio conflitto religioso tra le due anime dell’Islam, i sunniti e gli sciiti. Non c’è dubbio che questa vecchia ruggine fra le due maggiori componenti dell’Islam ha in qualche modo contribuito a rendere il conflitto ancora più aspro.

Il principale obiettivo dell’Islam sono i Paesi occidentali ma non escludo effettivamente che questa sorta di guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti esplosa nuovamente sia diventata importante, soprattutto per i grandi Paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran, vale a dire i Paesi che sono la maggiore espressione delle due grandi anime dell’Islam.

Oggi, in molti rimpiangono il regime di Gheddafi, quasi fosse l’unica soluzione possibile ad arginare l’avanzata dell’Isis. Lei stesso sottolinea i danni generati dall’interventismo francese. Quali sono le conseguenze più significative?

Anzitutto la spedizione anglo-francese fu sbagliata perché non avevano preso in considerazione quale sarebbe stato l’assetto politico-costituzionale della Libia dopo la scomparsa di Gheddafi. Quando si vuole eliminare un regime, bisognerebbe sempre avere delle idee abbastanza chiare su ciò che dovrà accadere il giorno dopo, e questo non è accaduto. In quel momento, nel 2011, l’Isis non rappresentava un problema. Non avevano preso in considerazione il fatto che la struttura della società libica è tribale, con conflitti interni che sarebbero, come è accaduto, riesplosi.

Poi l’Isis ha approfittato di questa situazione caotica in Libia dopo il fallimento dell’operazione anglo-francese per intervenire. È così che in genere il radicalismo, l’integralismo islamico appare sulla scena. È già accaduto nel caso di Al-Qaeda.

Non c’era Al-Qaeda in Iraq nel 2003 quando gli Stati Uniti invasero e occuparono il Paese, apparve nel momento in cui, avendo disintegrato il regime di Saddam Hussein, trovarono spazio per le loro ambizioni, per i loro piani strategici.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Ne La quarta sponda, inquadra la questione libica anche all’interno del contesto delle rivolte di Tunisia ed Egitto del 2010. Queste rivolte rappresentano la “primavera araba” come indicato dalla stampa internazionale? E come s’inseriscono nel processo di diffusione dell’Isis?

Credo che non dovremmo più parlare di “primavera araba”, piuttosto constatare che quei movimenti, quelle piazze piene di gente che protestava contro il regime di Ben Ali in Tunisia e contro quello di Mubarak in Egitto erano il segno di una protesta reale, non c’è dubbio che c’era una grande insoddisfazione, soprattutto generazionale. Nuove generazioni che avevano in qualche modo ambizioni suscitate anche dal fatto che potevano, a differenza dei loro padri e dei loro nonni, vedere meglio grazie alle nuove tecnologie quello che stava accadendo altrove, quello che la modernità rappresentava in altri Paesi.

Però in quelle piazze non c’erano movimenti o partiti politici quindi sono certamente riusciti a cacciare Ben Ali e far dimettere Mubarak ma non sono stati in grado poi di istituire un regime nuovo, creare nuove stabilità basate su progetti organici e quindi i paesi sono in modo diverso precipitati nel caos.

Le rivolte arabe, se vogliamo continuare a chiamarle così, non furono vere rivoluzioni, bensì manifestazioni di disagio economico e sociale. Riuscirono a distruggere il regime esistente ma quel regime venne poi sostituito da altri e, nel caso dell’Egitto, abbiamo un regime di carattere militare.

Lei sottolinea il filo diretto che lega «lo sbarco a Tripoli e il colpo di pistola sparato a Sarajevo il 28 giugno 1914» ma precisa che questo legame si «intreccia con altri più antichi che imprigionano l’Europa in una fitta trama». A cosa si riferisce in particolare?

La tesi secondo cui la guerra libica ebbe l’effetto di provocare le guerre balcaniche e una serie di avvenimenti che si conclusero sì con quel colpo di pistola sparato a Sarajevo, ma le cause furono altre e numerose. Anzitutto vi era il declino di tutti gli imperi, che già da molto tempo davano segni di grande malessere.

Il primo, l’impero ottomano, che stava declinando ormai da molto tempo. L’altro, l’impero austro-ungarico, che proprio per salvare se stesso volle trasformare l’attentato all’arciduca nell’occasione per regolare i conti con la Serbia e ricostituire la propria influenza nei Balcani.

Quindi la Libia giocò la sua parte, come tanti altri eventi, ma non possiamo stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Lei paragona quanto sta accadendo in Libia ora a quanto accaduto in Iraq nel 2003. Alcuni ritengono che l’idea di Stato islamico sia sorta proprio dai deposti membri dello sconfitto esercito di Saddam. Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile anche in Libia?

La Libia è molto più frammentata, è un Paese tribale. In Iraq la situazione non è così. Esistono dei grandi gruppi etnico-religiosi che sono per l’appunto la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, i curdi nel Nord, ma non credo che sia facile e giusto stabilire un confronto troppo stretto tra gli avvenimenti libici e quelli iracheni. In Iraq le strutture statali preesistenti non sono mai state completamente distrutte. Ancora oggi rimane traccia di strutture statali importanti: le università, i tribunali, la gestione politico-amministrativa delle varie province. In Libia non c’è nulla. Quel poco che c’era è praticamente scomparso. Il Paese è in preda a una sorta di caos, di anarchia.

Nel caso dell’Iraq è certamente vero che il corpo degli ufficiali e dei sotto-ufficiali dell’esercito iracheno, l’esercito di Saddam Hussein per intenderci, quando è stato licenziato, congedato dalla primissima amministrazione americana, dopo la fine del conflitto, ha in qualche modo cercato di ricollocarsi, sia per ragioni di disoccupazione professionale sia anche per ragioni politiche, all’interno di un’altra organizzazione.

L’estremismo religioso di Al-Qaeda prima e dell’Isis dopo si è servito di queste competenze professionali, erano ufficiali e sotto-ufficiali che conoscevano il loro mestiere. Per otto anni avevano combattuto contro l’Iran quindi erano eserciti, non all’altezza di quelli europei, ma avevano una loro struttura che poteva tornare utile a qualcun altro, come poi effettivamente è accaduto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Rispetto alla crisi siriana, lei individua nell’atteggiamento dei Paesi europei e degli Stati Uniti un elemento di debolezza, dovuto al loro essere «tormentati e paralizzati da opposti sentimenti». In che modo, secondo lei, si sarebbe potuta affrontare la questione siriana?

Nel regime di Bashar al-Assadvi erano componenti di opposizione di grande importanza.Era un regime clientelare però basato sulla fedeltà di un grande gruppo, l’alauita, e quindi già dagli anni del padre di Bashar al-Assad esisteva un’opposizione sunnita, che era stata repressa sanguinosamente da Hafiz al-Assad. Il regime aveva una sua intrinseca instabilità ma era anche in grado di difendersi e lo ha dimostrato e lo sta dimostrando con una guerra che si è protratta per molto tempo.

Non farei confronti troppo stretti tra Siria e Libia. Dopotutto Bashar al-Assad sta sempre lì e può sempre contare su sostegni internazionali importanti, che sono quelli dell’Iran e della Russia.

Il regime di Bashar al-Assad, come quello di Saddam Hussein, era un regime laico; entrambi avevano cercato di fondare la loro esistenza su principi desunti dall’Occidente. Il partito al potere, sia in Iraq che in Siria, era il partito Ba’th, nazionalista e socialista, con una forte componente laica. Saddam Hussein non ha mai avuto rapporti con Al-Qaeda, anche se questa era l’accusa da parte degli Stati Uniti, l’argomento o il pretesto per cui hanno deciso di fargli la guerra.

Paradossalmente era più simile a uno stato europeo quello di Bashar al-Assad, ma anche quello di Saddam Hussein insieme all’Egitto, di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Alcuni schieramenti politici italiani richiedono a gran voce l’adozione di due soluzioni: il bombardamento della Siria e la chiusura delle frontiere bloccando il flusso migratorio in entrata. Questa può essere una soluzione per difenderci dagli attacchi dell’Isis in Europa, oppure presenta pericoli ancora peggiori?

Chi ha questi obiettivi? C’è di sicuro un desiderio turco di creare delle zone di interdizione aerea che se decise su scala internazionale, nell’area occidentale, avrebbero significato naturalmente aiutare, sostenere Erdogan e la Turchia a meglio colpire il regime di Bashar al-Assad.

I turchi continuano a proporre questa soluzione ma mi sembra con minore insistenza, anche perché si sono resi conto che il nemico non è più veramente Bashar al-Assad, il nemico adesso è l’Isis.

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“Avarizia” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2015)

18 mercoledì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Avarizia, EmilianoFittipaldi, Feltrinelli, intervista, saggio, Vatileaks

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

Il 4 novembre è uscito nella collana Serie Bianca di Feltrinelli il libro del giornalista Emiliano Fittipaldi, Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco, che ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda

Base di partenza dell’inchiesta condotta dall’autore sono i documenti a lui consegnati da un monsignore per «Francesco. Che deve sapere» che:

  • Lo Ior ha quattro fondi di beneficenza avari come Arpagone.
  • La Santa Sede per guadagnare più soldi ha distribuito tesserini speciali a mezza Roma.
  • Non è solo Bertone che vive in trecento metri quadri.
  • Il Vaticano ha investito pure in azioni della Exxson e della Dow Chemical, multinazionali che inquinano e avvelenano.

Il monsignore chiede a Fittipaldi di scrivere un libro perché Bergoglio deve sapere che lo Ior nonostante utili per decine di milioni, con «il fondo per opere missionarie ha regalato quest’anno la miseria di 17 mila euro. Per tutto il mondo».

Emiliano Fittipaldi, giornalista de «L’Espresso», accoglie la richiesta e inizia a studiare tutti i dossier le cui pagine più rappresentative sono riportate inAvarizia.

Il monsignore voleva fare in modo che papa Francesco sapesse anche che «i salesiani investono in società in Lussemburgo, i francescani in Svizzera, che diocesi all’estero hanno comprato società proprietarie di televisioni porno», noi, desiderosi di conoscere molto altro ancora e concordi con l’autore il quale sostiene che «se il denaro è lo sterco del diavolo, in Vaticano sembra valere il detto pecunia non olet», gli abbiamo rivolto delle domande sul libro e in generale sullo scandalo definito da alcuni Vatileaks 2.

 Avarizia è un titolo molto forte, che colpisce direttamente al cuore dei lettori. Quanto è pericolosa una Chiesa avara verso gli indigenti?

Non credo che tutta la Chiesa sia avara. Credo, come dimostro nella mia inchiesta, che in Vaticano ci sia ancora un rapporto distorto con il denaro. Se Papa Francesco auspica una «Chiesa povera per i poveri» e poi si scopre che i soldi della Fondazione del Bambin Gesù vengono usati per ristrutturare la casa del cardinale Tarcisio Bertone o che la beneficenza dei fedeli dell’Obolo di San Pietro finisce «per esborsi di curia e dicasteri», come sottolinea un rapporto di MoneyVal, è chiaro che siamo ancora molto lontani dalprogetto pauperistico di Bergoglio.

Ma l’avarizia è solo una faccia della medaglia, l’altra sembra essere rappresentata dall’ingordigia e dalla vanagloria. La Chiesa di Papa Francesco sarà ricordata per quest’ambiguità oppure per aver fatto chiarezza?

Prima dell’uscita del mio libro tutta la stampa mondiale, grazie alla propaganda vaticana, aveva deciso che Francesco era riuscito a risolvere scandali e imbarazzi in due anni di pontificato. Ora qualcuno, dopo la mia inchiesta, parla già di fallimento. Io propenderei per giudizi meno affrettati: la volontà riformatrice del Papa non è in discussione, ma le resistenze interne sono molto più forti di quanto pensassimo. Di certo nessuno deve avere paura della trasparenza: solo così, a mio parere, la trasformazione della Chiesa in senso evangelico potrà proseguire la sua strada.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

«Devi scrivere un libro. Devi scriverlo anche per Francesco. Che deve sapere». Sono le parole pronunciate dal monsignore prima di consegnarle i documenti alla base del libro, che sembra essere nato, o almeno essere stato ispirato, proprio da quest’urgenza. Secondo lei, perché la necessità di informare il Papa dall’esterno?

Perché alcuni, in Vaticano e fuori, consideravano fondamentale che il Papa conoscesse ogni dettaglio dei risultati di alcune commissioni d’inchiesta che lui stesso aveva voluto. Perché non l’hanno fatto usando canali interni e riservati? Forse perché le loro indicazioni non sono state ascoltate, o la loro voce non è arrivata al soglio pontificio. O forse perché, a torto o a ragione, speravano che scoperchiare il vaso di Pandora potesse accelerare l’attività riformatrice. Ma non sta a me dare un risposta: io sono un giornalista che ha il dovere di verificare le notizie e, se vere e di interesse pubblico, di pubblicarle.

La gran parte dei documenti in suo possesso è il frutto del lavoro svolto da Cosea, la Commissione voluta da papa Francesco per far luce sulle finanze della Chiesa. Perché secondo lei Cosea è stata sciolta? Ha portato a compimento i suoi obiettivi?

Solo una parte dei documenti viene da Cosea. Altre informazioni sono frutto del mio personale lavoro d’inchiesta. Cosea è stata sciolta dopo che il suo lavoro di raccolta dati è terminato. La commissione ha anche scritto delle raccomandazioni sulle riforme economiche da effettuare per eliminare gestioni improvvide, scandali e sprechi, ma solo in parte sono state finora seguite.

Nonostante la «leggenda anticlericale che vuole la Chiesa cattolica proprietaria del 20% dell’intero patrimonio immobiliare italiano», si fa un gran parlare in questi giorni di appartamenti e attici lussuosi. In Avarizia, però, si leggono passaggi anche più interessanti, come il fatto che «Apsa e Ior conservano lingotti d’oro per svariati milioni di euro presso la Federal Reserve, il caveau sotto il torrione e qualcuno sospetta che altra parte delle riserve sia conservata nei forzieri svizzeri». Non è che concentrandosi sul “mattone” si alzi solo un gran polverone che potrebbe far dimenticare o passare inosservato tutto il resto?

Il patrimonio immobiliare del Vaticano vale 4 miliardi di euro. Una stima enorme, a cui vanno sommati gli investimenti finanziari dell’Apsa e dello Ior. Nel mio libro però parlo di tutto: gli investimenti all’estero in Lussemburgo e Svizzera, le società immobiliari a Parigi e Londra, il business degli ospedali, gli sprechi di denaro della curia, anche di uomini scelti dal Papa come il cardinale George Pell. I conti segreti dello Ior, che dicevano essere stati eliminati, i trucchi per vendere benzina e tabacchi e fregare il fisco italiano.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

«La promessa informale di girare all’Italia la lista di tutti i clienti sospetti nascosti allo Ior non è stata mantenuta». Ma anche se si riuscisse a ottenerla non si corre il rischio che diventi un’informazione ormai vana visto il tempo intercorso?

No, sarebbe importantissimo che l’Aif, l’autorità finanziaria vaticana, girasse ai nostri investigatori la lista dei presunti evasori. Indicando la cifra detenuta un tempo alla Banca Vaticana e, ovviamente, il Paese e l’istituto su cui è stata bonificata. Con queste informazioni Bankitalia e procure avrebbero la possibilità di riportare qualche bue nella stalla. Non tutti, ma qualcuno si.

Lei scrive di una «partita anti-italiana». Si riferisce solo all’estromissione di tutti i cinque membri italiani dal direttivo Aif o anche ad altro?

Non solo. Se i membri del direttivo Aif sono stati cacciati dopo aver scritto una dura lettera di contestazione contro il presidente dell’Aif, lo svizzero René Brülhart, tutti i cardinali italiani (a parte Calcagno, a capo dell’Apsa) sono stati allontanati dal governo vaticano. Rei, secondo Francesco e i suoi grandi elettori, di aver provocato gli scandali finanziari e mediatici che portarono alle dimissioni di Benedetto XVI. Il fatto è chi li ha sostituito la vecchia guardia non sembra molto diverso.

Quando la Chiesa diventa una holding finanziaria. “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi

È del giornale per cui lavora, «L’Espresso», la denuncia delle frasi choc del direttore di Radio Maria, don Livio Fanzaga, presumibilmente rivolte a lei e a Gianluigi Nuzzi. Don Fanzaga, però, ritorna sulle parole di Bergoglio e chiosa: «Ma siccome il Papa ieri ha parlato di perdono, per carità perdoniamoli». Lei ritiene di avere qualcosa da farsi perdonare?

 Non ho niente da farmi perdonare. Ho fatto solo il mio lavoro.

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Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

09 venerdì Ott 2015

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Democraziadiretta, Eleuthera, MurrayBookchin, NWO, ordinemondiale, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Nella versione tradotta e curata da Salvo Vaccaro, Elèuthera ha pubblicato già nel 1993, e in ristampe successive,Democrazia diretta di Murray Bookchin, autore anche diL’Ecologia della libertà (The ecology of freedom).

Bookchin può a buon diritto essere considerato uno degli studiosi che maggiormente ha approfondito il tema della partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica delle comunità di cui fanno parte. È anche uno dei più “imitati” senza essere quasi mai citato.

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme.»

In Democrazia diretta Bookchin sottolinea la differenza tra l’economia di mercato «avida ed espansiva» e i mercati pre-capitalisti «non tesi all’accumulazione dell’altro». L’autore ricorda che nell’antichità la compravendita «lungi dall’essere esaltata, era percepita come opera del demonio e dunque il commercio era tenuto sotto controllo», oggi invece viene quasi idolatrata e la mentalità monetaria e speculativa, sebbene non inedita nella storia, diventa unica quando consegue una tale centralità: «persino la terra, un tempo rifugio di vecchi capitalisti dopo una vita dedicata al commercio, divenne semplicemente una merce tanto che il suo acquisto, in particolare nel Nuovo Mondo, non conferiva più alcuno status speciale al nuovo ceto mercantile».

E così da «associazione etica di mutuo soccorso», la comunità si trasforma in un «tessuto imprenditoriale teso alla concorrenza e alla manipolazione». Si potrebbe obiettare che pure nella comunità intesa come “associazione etica di mutuo soccorso” erano presenti predatori e di ciò l’autore tiene conto citando nel testo ad esempio i pirati e i briganti. Ma subito sottolinea la differenza tra questi, che consideravano intoccabili le proprie comunità, e i mercanti e gli industriali che le considerano invece territorio di conquista.

I pirati erano fondamentalmente degli anti-colonialisti. Si diventava pirata per vari motivi ma più di frequente per la miseria o per il desiderio di rivalsa contro i soprusi subiti come ceto meno abbiente.

Una nutrita schiera di briganti era costituita da pastori e contadini che si davano alla macchia come gesto di ribellione per le ingiustizie e lo sfruttamento subito.

Ci sono le eccezioni certo ma la Storia ci insegna che quando un popolo, o parte di esso, si ribella viene sempre additato come ingrato, ribelle, rivoluzionario, terrorista… dai governi, dai ceti alti, dalle gerarchie militari, ma a ben guardare il motivo da cui scaturiscono questi moti è un grande desiderio di riscatto sociale, un bisogno disperato di dignità per sé e soprattutto per i propri figli. Accadeva in passato e accade ancora oggi.

Per Murray Bookchin l’urbanizzazione rappresenta il modo con cui il processo destrutturante delle comunità ha assunto visibilità. «Mi riferisco a quello sviluppo industriale, commerciale e residenziale che chiamano centro urbano.» Gli effetti devastanti del capitalismo che maggiormente si osservano nei centri urbani per l’autore si possono così sintetizzare:

  • Dissolvimento di tutti i vincoli sociali.
  • Mercificazione di tutti i valori.
  • Monetizzazione di tutti gli ideali.
  • Sfide incontrollate del mercato con acquirenti e venditori anonimi.

Pienza, la cui progettazione fu affidata da papa Pio II a Leon Battista Alberti doveva rappresentare la città ideale, nella quale l’uomo potesse vivere in armonia con se stesso e con la natura. La modernità ha generato un’idea di urbanistica invece in cui l’uomo è a servizio della città e non il contrario.

Maurizio Pallante nel suo saggio Monasteri del terzo millennio cerca di focalizzare l’attenzione del lettore su un problema reale della modernità: «nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza». Ipotizziamo che per una qualsiasi ragione il ‘mercato’ non fosse più in grado di soddisfare le richieste degli acquirenti-consumatori. Cosa accadrebbe?

«Il nazismo, con il suo cianciare sull’auspicabilità di una Volksgemeinschaft germanica, svendette il contenuto utopico di questa aspirazione popolare al localismo comunitario in nome del “principio di leadership” con il quale subordinò completamente il localismo al centralismo, la comunità alla nazione, il conservatorismo tecnologico all’innovazione industriale, particolarmente quella finalizzata alla progettazione bellica e ai metodi di sorveglianza politica.»

Paradossalmente, ma neanche poi tanto, a ben guardare le intenzioni e soprattutto i risultati della politica comunista si sono rivelati non molto dissimili. Salvo Vaccaro nell’introduzione al testo di Bookchin li identifica soprattutto in due punti focali:

  • Massimo sostegno all’autorità centrale dello Stato.
  • Nazionalizzazione della proprietà come unica alternativa alle forme capitalistiche di proprietà privata.

«Il peso che Marx e i marxisti di ogni risma hanno dato al ruolo “progressista” dello Stato-nazione sebbene comprensibile nel contesto delle lotte popolari del diciannovesimo secolo contro i residui del feudalesimo, si sono rivelate a posteriori una rovina per la quale siamo ancora oggi penalizzati.»

Una possibile soluzione secondo Murray Bookchin è «una politica senza partiti», in considerazione anche di ciò che è successo dove questi hanno agito e fallito, ripetutamente, e invita il lettore a qualche riflessione su quanto accaduto e a tutti noto in paesi come l’ex Unione Sovietica dove il partito costituiva lo Stato stesso. Una politica di decentramento e di assemblee popolari quella auspicata dall’autore. Una politica che non sia un «sistema di rapporti di potere gestito per lo più in modo professionale da persone in ciò specializzate, i cosiddetti “politici”» bensì, com’era prima dello Stato-nazione, «gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario».

«Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega a un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione.»

Vaccaro ancora nell’introduzione si sofferma sul grande problema della collusione tra politici e poteri economico-finanziari, ricordando lo scandalo Watergate e quello Irangate, raccontando dell’ingerenza che hanno questi poteri, queste lobby, sui vari governi, inducendo il lettore a interrogarsi su quali siano o possano essere poi le conseguenze della loro influenza sulle decisioni che riguardano la popolazione della comunità che di fatto controllano.

La politica e la cittadinanza sono state, per Bookchin, le vittime di questo processo corrosivo che è il capitalismo, «ma possono rappresentare anche l’antidoto». Per l’autore è necessario dare agli ideali del localismo, del decentramento e dell’auto-sufficienza un significato più ampio e completo e propone le eco-comunità morali basate sul confederalismo che «non segna una chiusura della storia sociale bensì il punto di partenza di una inedita storia ecosociale segnata da una evoluzione partecipativa nella società e tra la società e il mondo della natura».

Secondo Bookchin, l’economia confederata di una comunità grande o piccola gestisce le proprie risorse in una fitta rete di relazioni intercomunitarie ed è una economia redistributiva, cioè capace di dare alle comunità secondo le loro necessità, al contrario delle cooperative di segno capitalista che affondano nell’equivoco dei rapporti di scambio.

In L’Ecologia della libertà Bookchin analizza i comportamenti dell’umanità verso la natura che vanno o andrebbero osservati all’interno di una cornice più ampia «in cui l’umano dispone dell’altro umano in senso prettamente politico, dando luogo a una specifica forma di vita che noi definiamo società». E tale costruzione sociale delinea il campo della politica che non deve o non dovrebbe essere l’arte del governare ma una «modalità di organizzazione sociale volontariamente progettata e costruita nel concorso conflittuale di soggetti consapevoli e rischiarati nel dialogo permanente di ragioni, argomentazioni e obiezioni critiche». Per questo Bookchin anche in Democrazia diretta ritorna sul concetto deragliante di classe politica eletta, quasi a voler identificare in modo professionale persone in ciò specializzate. Mentre per l’autore necessita un ritorno alla situazione pre-capitalista, quando «la popolazione gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette».

Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

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“Come scrivono gli adolescenti. Un’indagine sulla scrittura scolastica e sulla didattica della scrittura” di Boscolo e Zuin (IlMulino, 2015)

17 lunedì Ago 2015

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Comescrivonogliadolescenti, ElviraZuin, IlMulino, PietroBoscolo, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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A marzo di quest’anno la Società Editrice Il mulino pubblica Come scrivono gli adolescenti di Pietro Boscolo e Elvira Zuin, con prefazione di Italo Fiorin. Un testo che racchiude e al contempo delucida la ricerca Scritture di scuola, «realizzata da IPRASE con la supervisione scientifica del professor Pietro Boscolo» e indirizzata sia agli studenti sia agli insegnanti.
L’indagine svolta da Boscolo e Zuin si è concentrata su 39 istituti del Trentino e ha coinvolto 1500 studenti di 15 anni e 450 insegnanti di italiano, ma nel testo si può leggere anche un’approfondita cronistoria e analisi delle varie ricerche in materia eseguite in Italia e all’estero negli ultimi cinquanta anni.
«Le comparazioni consentite dalle indagini mettono in evidenza come il sistema di istruzione del nostro Paese non solo non sia omogeneo, ma presenti delle differenze al suo interno che non è eccessivo definire scandalose e che non dovrebbero essere più tollerate», sottolinea Italo Fiorin nella prefazione, rimarcando la distanza che separa il nostro sistema scolastico d’istruzione da quello finlandese, quest’ultimo da sempre ai primi posti nelle classifiche internazionali: «la risposta è nel suo eccellente sistema di selezione degli insegnanti, nella qualità della loro formazione, nello spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca».
“Eccellente sistema di selezione degli insegnanti, qualità della loro formazione, spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca”: non stupisce la distanza abissale che separa la scuola italiana da quella finlandese. Ancora nell’indagine svolta da Boscolo e Zuin a essere messi al microscopio sono i ragazzi, giovanissimi, del primo e secondo anno del 2° ciclo d’istruzione, ‘invitati’ a svolgere una prova scritta e a rispondere a un questionario.
L’intento dichiarato dagli autori è quello di voler coinvolgere sia gli alunni che gli insegnanti, ma per quest’ultimi è stato previsto il solo questionario.
Appare utile monitorare la preparazione degli alunni del nostro sistema d’istruzione pubblico ma, soprattutto ove ciò evidenzi lacune e mancanze protratte, non sarebbe il caso di cominciare a ‘testare’ anche la preparazione di chi ha il compito di formare e istruire?
Il 59% dei docenti coinvolti nella ricerca Scritture di scuola ha dichiarato di essersi auto-formato sulla scrittura e sulla didattica della scrittura. Se ne deduce quindi che pur essendo l’80% convinto dell’importanza dello «insegnare a scrivere» si presume che le tecniche apprese per farlo siano eterogenee e tali di conseguenza saranno i metodi applicati. Inoltre il 36% degli insegnanti ha dichiarato di aver appreso le tecniche con «esperienze dello scrivere» al di fuori della scuola. Chi ha valutato questi metodi?
Il libro Come scrivono gli adolescenti di Boscolo e Zuin si suddivide in quattro parti; nella prima si leggono due saggi introduttivi sulle ricerche in ambito internazionale e nazionale sulla scrittura seguiti dalla presentazione di Scritture a scuola e degli strumenti utilizzati, la seconda parte è dedicata agli esiti della “sezione insegnante” mentre la terza all’analisi dei risultati degli elaborati prodotti dagli alunni. Chiudono il testo le considerazioni conclusive.
Per Fiorin il quadro generale del sistema nazionale italiano di formazione e ricerca non brilla certo per eccellenza ma «il Trentino è un’eccezione, molto più vicino al modello finlandese in tanti suoi tratti».
A dirlo non è solo lui ma i risultati dell’indagine OCSE-PISA che hanno evidenziato la competitività della scuola trentina non solo rispetto al resto dell’Italia ma a livello internazionale.
Ed è alla luce di questi dati che gli esiti della ricerca Scritture a scuola divengono più allarmanti.
Al di là dei vari errori di punteggiatura e ortografia riscontrati negli elaborati, incuriosiscono e stupiscono quelli rilevati e inseriti nelle categorie concordanze e lessico e singoli termini usati impropriamente.
Gli errori di concordanze raggiungono una percentuale del 20,48% mentre quelli sul lessico superano la metà (54,10%). E per quanto riguarda la seconda categoria ci è parso più eloquente riportare alcuni esempi di errori riscontrati: «La terra è in fase di aumento della temperatura sia per cause naturali, sia per la manodopera dell’uomo; Gli osservatori climatici hanno approvato che l’anno 2007 è stato l’anno più caldo registrato dal 1860; Inoltre nel 2007 è stato scritto un documento che parla degli adattamenti da prendere nei confronti dei cambiamenti climatici; La terra infatti sta attraversando una fase di alzamento della temperatura».
Rappresentano una piccola parte ma questi errori lasciano comunque basiti trattandosi, tra l’altro, di termini di uso comune riferiti ad argomenti di stretta attualità.
Boscolo e Zuin affermano che «i primi anni della scuola secondaria di secondo grado rappresentano un momento importante nello sviluppo delle abilità di lettura e scrittura», tuttavia nel nostro sistema d’istruzione finisce che la lettura assume una funzione prevalentemente “efferente”, volta a ricavare informazioni e concetti, mentre la scrittura viene considerata una “materia” a sé stante, formalmente inserita nella materia “Italiano”. Eppure pressoché all’unisono gli insegnanti coinvolti hanno dichiarato che lettura e scrittura sono propedeutiche e che per imparare a scrivere il primo esercizio da fare è leggere. Posizione tra l’altro che non sembra errato presumere essere largamente condivisa anche fuori la scuola.
Allora perché nel nostro sistema di istruzione la lettura continua a essere considerata un esercizio finalizzato all’apprendimento e spesso alla memorizzazione delle nozioni orali?
Stando all’ufficio studi AIE che si basa su dati ISTAT nel 2014 il 51,1% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni ha letto «almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti». Se consideriamo che la media italiana si aggira sul 41,4% si può affermare che la lettura piace a molti ragazzi di quella fascia di età. Lettura di testi non scolastici però. Inoltre osservando i siti di scrittura e/o di fanfiction si può notare quanto piaccia ai giovani scrivere oltre che leggere.
Perché allora nel test effettuato dagli autori si è notata una certa ‘resistenza’ da parte dei ragazzi evidente ancor di più nelle risposte frettolose e abbozzate del questionario? Potrebbe essere riconducibile al fatto, come ipotizzato dagli stessi Boscolo e Zuin, che gli alunni hanno visto nell’elaborato e nel questionario l’ennesima prova valutativa, oppure il discorso va fatto in maniera più ampia. Quali sono gli argomenti di cui piace leggere e scrivere ai ragazzi di quindici anni? Perché gli adolescenti che sentono il perenne bisogno di comunicare tra di loro, chattare, messaggiare, scambiare opinioni e segreti nella scuola si chiudono a riccio e fingono di non interessassi a nulla?
In base a quanto si legge nella prima Raccomandazione dell’UE, riferita alla comunicazione nella madrelingua, gli studenti, al termine dell’obbligo scolastico, devono aver acquisito la «capacità di esprimere e interpretare concetti, pensieri, sentimenti, fatti e opinioni in forma sia orale che scritta, […] l’abilità di distinguere e di utilizzare diversi tipi di testi, di cercare, raccogliere ed elaborare informazioni». In buona sostanza, qualora decidano di non proseguire gli studi al termine dei cicli obbligatori, devono essere dei cittadini pronti a vivere in società. I quindici-sedicenni italiani lo sono? Stando ai risultati della ricerca condotta da IPRASE in Trentino no.
L’82% dei docenti coinvolti in Scritture a scuola esprime la convinzione che «sia non solo utile ma doveroso promuovere una partecipazione intenzionale e consapevole da parte degli studenti al processo di apprendimento della scrittura». Prospettiva condivisibile ma ancora limitata nel concreto alle attività scolastiche straordinarie che in genere vengono strutturate come ‘lavori di gruppo’ e che quindi proprio nella loro organizzazione strutturale potrebbero trovare le motivazioni che ne vanificano gli effetti. Un dato molto interessante della ricerca infatti dimostra come «lo scrivere in gruppo, collettivamente, sia in realtà apprezzato solo da una minoranza degli studenti e delle studentesse».
Boscolo e Zuin hanno notato «uno scarto tra ciò che gli insegnanti scelgono di realizzare, che di norma è coerente con ciò che pensano, e ciò che ritengono sia veramente funzionale all’insegnamento della scrittura». Incongruenze, distanze tra la convinzione e l’efficacia dell’attività, «con la convinzione che permane nonostante l’attività che ne deriva non sia ritenuta efficace».
Albert Einstein sosteneva che è «follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso», ma gli insegnanti del Trentino coinvolti nella ricerca di Boscolo e Zuin non sono il fisico e filosofo tedesco e preferiscono a quanto pare seguire una differente filosofia.
I docenti lamentano scarsità di tempo, frammentarietà, disfunzionalità dei dipartimenti disciplinari, «spesso impegnati in adempimenti burocratici anziché in attività di studio e ricerca comune», frattura tra il 1° e il 2° ciclo d’istruzione, nonché la «difficoltà a collaborare con i colleghi». Ma per Boscolo e Zuin «il fattore veramente decisivo rimane la formazione iniziale e in servizio».
Uno dei tre obiettivi che gli autori si erano prefissati con la ricerca Scritture a scuola era quello di aprire un dibattito intorno al tema trattato, soprattutto interno al sistema d’istruzione scolastico. È certamente auspicabile un confronto che preveda la partecipazione attiva di tutti gli attori: dirigenti, docenti, alunni, genitori.
Uno scopo non previsto invece della ricerca e che ha meravigliato gli stessi autori è stato il «contribuire all’elaborazione di indicazioni, esempi, strumenti didattici e valutativi», a cui fanno accenno Boscolo e Zuin nella parte conclusiva di Come scrivono gli adolescenti.

Come scrivono gli adolescenti

 

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Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori

05 mercoledì Ago 2015

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IlSaggiatore, Italia, italiani, PierfrancoPellizzetti, recensione, saggio, Societaobarbarie

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori di Pierfranco Pellizzetti, edito nell’aprile di quest’anno da Il Saggiatore nella collana La Cultura, è un testo corposo, ben strutturato che sembra voler inquadrare il “problema della politica” con un’analisi ad ampio spettro spazio-temporale.

Pierfranco Pellizzetti, genovese di nascita, scrive per «Il Fatto Quotidiano», «MicroMega», «Critica Liberale» cercando di raccontare e al contempo motivare la sua ormai profonda consapevolezza, ovvero che la «politica quale l’abbiamo conosciuta è in profonda crisi».

Già nell’introduzione di Società o barbarie Pellizzetti dichiara qual è lo scopo del libro: «un invito a trasformare l’espressione denigratoria “antipolitica” nel suo contrario “altrapolitica”». Per l’autore gli ultimi quaranta anni sono stati il periodo in cui l’Economico ha marginalizzato il Politico e la corsa al benessere del singolo ha soppiantato ogni forma di solidarietà collettiva. Nel testo vengono analizzate le origini storiche, i risvolti socio-economici e le tecniche propagandistiche di questo “sistema” ormai in crisi. Conseguenze dirette di tutto ciò: le disuguaglianze, la recessione, la disoccupazione, la disgregazione sociale.

Il problema non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa e potrebbe essere valido per tutte le democrazie occidentali.

Nell’analisi condotta da Pellizzetti saltano all’occhio se non vere e proprie contraddizioni, piccole falle che lasciano perplessi. Per l’autore il declino è cominciato quando gli ex-sessantottini hanno deposto striscioni e baluardi e sono diventati parte integrante di questo sistema politico in crisi ma un attimo dopo cita le «cinque regole auree» che Richelieu eleggeva a fondamento dell’agire politico: «simula, dissimula, loda tutti, non dire mai la verità, non credere a nessuno» e leggendo ci si ritrova a pensare che o l’autore vede o vedeva nei sessantottini l’unica espressione possibile della “altrapolitica” oppure che ha preso un abbaglio e il “degrado politico” in realtà c’è sempre stato, considerando anche ciò che poi riferisce egli stesso riguardo l’evoluzione di questi “rivoluzionari mancati”, le illusioni e le disillusioni, le ribellioni di allora e la conformazione di oggi.

“Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” di Pierfranco Pellizzetti

Gli interrogativi che il libro pone sono molteplici, primo fra tutti quello della scelta direzionale della politica che potrebbe essere orientata verso un discorso pubblico deliberativo che abbracci la «savia follia» propugnata da Erasmo oppure destinata alla dimensione di tecnologia del potere professata da Machiavelli. Si chiede poi Pellizzetti quali saranno le forme organizzative che dovranno assumere gli “attori del cambiamento” e come dovranno orientare gli sforzi volti alla comunicazione di idee, pensieri, speranze e valori nell’era del digitale, della “Rete”.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Artur Schlesinger Jr. «Ci è stato spesso detto che la politica è potere, e naturalmente questo è vero. Più recentemente ci è stato detto che la politica nell’epoca dei mass media è immagine: ho paura che ci sia qualcosa di vero anche in questo. Ma in una democrazia la politica è qualcosa di più che la lotta per il potere e la manipolazione dell’immagine. È soprattutto ricerca dei rimedi. Nessuna somma di potere e pubbliche relazioni servirà se, alla fine della giornata, la politica non funziona».

Ormai è chiaro a tutti che la politica così com’è proprio non funziona e verrebbe da aggiungere che il suo ruolo più che di «ricerca di rimedi» dovrebbe essere quello di “impedimento di danni”, nel senso che chi amministra e chi governa dovrebbe fare in modo di evitare danni e conseguenze negative, non limitarsi a cercare solo i rimedi soprattutto perché per la gran parte di questi danni ne è stato anche l’artefice.

Il simbolico viaggio che Pellizzetti compie nella “politica” dell’Europa e del mondo ritorna spesso «tra i palazzi e i carruggi» della sua città, Genova, «un luogo che in queste pagine funge sovente da punto di osservazione specifico per ricavare considerazioni e valutazioni generali». Queste considerazioni e valutazioni sembrano essere ben condensate nella citazione di Pasquino, riportata a margine del libro: «Più di duemila anni dopo Aristotele, mezzo millennio dopo Machiavelli, il nostro rapporto con la politica è diventato simile a quello con una persona che abbiamo molto apprezzato e molto amato e che ci ha infine delusi», tuttavia rimane in chi legge un senso di incompiutezza che potrebbe essere generato dal fatto che l’autore tende un po’ troppo a “personificare” la Politica, indicandola come responsabile della situazione, della crisi, parla del suo ‘decadimento’ ma così facendo sembra renderla però troppo impersonale, in fondo questa non è un’entità indefinita bensì il frutto di azioni e scelte concrete. Sarebbe più corretto affermare che non è la Politica ad aver deluso ma i Politici, cioè le persone che hanno rivestito cariche pubbliche lavorando solo per il proprio tornaconto, che hanno sacrificato il benessere collettivo, l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’informazione, l’educazione… barattandoli con denaro e potere. Non è la Politica a dover cambiare ma l’atteggiamento e il comportamento delle persone. La Politica come l’Economia non sono entità a sé, rappresentano e le ritroviamo in ogni quotidiana azione compiuta o scelta effettuata e non è possibile scinderle dall’agire di tutti e di ognuno. Anche scegliere di fare la spesa al mercato piuttosto che al supermercato è una scelta politica che influenza l’economia ed è di fondamentale importanza comprendere che l’altrapolitica propugnata da Pellizzetti in Società o barbarie non si potrà mai raggiungere continuando a scegliere amministratori e governanti come si sceglie una squadra di calcio.

http://www.sulromanzo.it/blog/societa-o-barbarie-il-risveglio-della-politica-tra-responsabilita-e-valori-di-pierfranco-pelliz

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“Contro natura” di Bressanini e Mautino (Rizzoli, 2015)

25 sabato Lug 2015

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BeatriceMautino, ControNatura, DarioBressanini, recensione, Rizzoli, saggio

OGM e bio: cibo contro natura?

Contro natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola di Dario Bressanini, chimico, e Beatrice Mautino, biotecnologa, è uscito lo scorso maggio per Rizzoli. Un libro non va mai giudicato dalla copertina, né dai primi capitoli… vero in questo caso più che mai. Per le prime cinquanta pagine non si riesce bene a comprendere il senso del discorso portato avanti dagli autori e il lettore quasi si indispone, avallato anche dal forte bagaglio di pregiudizi e preconcetti sui tanto famigerati, ma al contempo pressoché sconosciuti, “organismi geneticamente modificati”. Poi la tela costruita da Bressanini e Mautino per sostenere le loro tesi si dipana e, a ogni pagina, la lettura si fa più interessante. Il registro linguistico utilizzato dagli autori è volutamente poco tecnico, molto discorsivo e pieno di esempi tratti dalla quotidianità. Un metodo efficace per raggiungere una fetta di lettori più ampia possibile.

Le domande a cui il libro cerca di dare una risposta sono molteplici: «Cosa sono gli OGM? E cosa i mutagenesi? Cosa possiamo o dobbiamo considerare “contro natura”? I media e le autorità ci stanno dicendo la verità al riguardo?». Nelle primissime pagine viene citato un articolo di Tullio Regge,Spaghetti geneticamente modificati, apparso su «Le Scienze» del gennaio 2000, come spunto per riflessioni e considerazioni riguardo al clamore che ha generato. «Il messaggio che Tullio Regge voleva far passare era che gli OGM non sono poi così diversi da quel che mangiamo tutti i giorni, e che nessuno dopo tutto aveva mai avuto problemi con gli spaghetti o i fusilli. Invece il messaggio che è passato è che era proprio il CRESO a essere diverso da ciò che mangiamo tutti i giorni».

Il CRESO è un grano ottenuto dall’incrocio tra la linea messicana del CIMMYT e il mutante del Cappelli Cp8144, sottoposto a una lunga serie di prove agronomiche in varie località dell’Italia centrale e ottenuto trattando il Cappelli con raggi X. Non ci sono errori di lettura o scrittura, è proprio così che si ricavano le tipologie di grano più diffuse per la produzione di paste alimentari. «Piante trattate in reattori nucleari o sui campi di coltivazione con cannoni al Cobalto 60 o con raggi X». Le piante create con la “tecnica della mutagenesi” nei laboratori di tutto il mondo sono all’incirca 2250, compresi i grani duri come il CRESO e le varietà di mandarino senza nocciolo. «Numeri che avrebbero dovuto aiutare a mettere nella giusta prospettiva le cose: le piante mutate sono tantissime, molte più di quelle che immaginiamo, e le mangiamo ogni giorno senza avere problemi»; invece il risultato delle affermazioni di Regge è stato il tacciare il CRESO come il “nemico numero uno” e alimentare costantemente una politica e, al contempo, una propaganda contro gli OGM.

È a questo punto che viene chiarito il discorso portato avanti dagli autori: «La scelta legislativa di definire una classe di organismi in base al modo in cui sono stati ottenuti e non in base alle loro caratteristiche, che alla fine sono le uniche cose che ci interessano quando le dobbiamo coltivare e mangiare, è a nostro parere la radice di tutti i mali, perché ha dato luogo a una legislazione irrazionale e a caratteristiche simili in modo diverso». In Italia sono vietati gli organismi “geneticamente modificati” ma sono consentiti quelli “geneticamente mutati”, come il grano CRESO. Gli autori e non solo loro si chiedono il perché. Stando ai resoconti dei gruppi di ricerca istituiti dall’UE «le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante», ma allora perché trattarle diversamente?

Va inoltre puntualizzato, e Bressanini e Mautino lo fanno benissimo, che se anche è stata dichiarata illegale la coltivazione degli OGM, in Italia non si è fatto lo stesso per il loro utilizzo. «E sì, perché gli OGM in Italia non si coltivano, almeno ufficialmente, ma si “utilizzano” eccome. Alla luce del sole. Legalmente e senza alcuna opposizione». Ammontano a 4 milioni le tonnellate di farina di soia importate ogni anno dall’industria mangimistica. Gli autori hanno calcolato che equivalgono a «55 chili di soia OGM per ogni italiano, deputati, ministri e attivisti compresi».

OGM e "bio": cibo contro natura?

Ecco allora che emerge un quadro chiaro della situazione: dopo aver più o meno inconsapevolmente prodotto, distribuito e mangiato per quasi cinquant’anni “pasta radioattiva”, si regala agli italiani un nemico da combattere, gli OGM, e allo stesso tempo si continua la sperimentazione e la coltivazione dei mutagenesi. Da un punto di vista legale questi continuano a essere consentiti, come lo è l’importazione e la lavorazione di piante o cereali OGM. Ufficialmente in Italia è vietata solo la loro coltivazione. Ma mentre per il legislatore i grani come il CRESO non sono OGM e quindi la loro coltivazione non è illegale, per l’opinione pubblica il CRESO e simili sono diventati OGM e responsabili tra l’altro di “malattie” come la celiachia. Bressanini e Mautino in Contro naturasi soffermano a lungo nell’esposizione di quanto accaduto nel circo mediatico della televisione e della stampa, sottolineando gli errori, le superficialità e a volte la facile speculazione che ha portato gli italiani verso una dannosa disinformazione riguardo gli OGM, i mutagenesi e i prodotti biologici.

OGM e "bio": cibo contro natura?

Gli autori non sono per principio favorevoli o contrari agli OGM, ai mutagenesi oppure ancora ai prodotti “bio”; cercano solo di fare un po’ di chiarezza in “universi” di cui si fa un gran parlare ma che in fondo restano poco conosciuti.

Si può anche persistere nella convinzione che gli OGM siano dannosi, che i mutagenesi lo siano di più o di meno, che i prodotti biologici siano “naturali” ma il libro è comunque interessante. Contro natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola di Dario Bressanini e Beatrice Mautino è, insomma, un’analisi di tutto rispetto.

http://www.sulromanzo.it/blog/ogm-e-bio-cibo-contro-natura

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