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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

24 giovedì Nov 2016

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Einaudi, JorisLuyendijk, Nuotareconglisquali, ordinemondiale, recensione, saggio

Per descrivere le sensazioni provate durante e dopo l’indagine condotta tra i banker della City londinese, Joris Luyendijk in Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri, edito in Italia da Giulio Einaudi Editore, utilizza un’immagine di forte impatto emotivo: invoglia il lettore a immedesimarsi in un viaggiatore nel momento esatto in cui scopre che nella cabina di pilotaggio dell’aereo sul quale si trova non ci sono piloti. Vuota. E allora si chiede: chi sta ‘governando’ l’aereo?

Per comprendere a fondo quanto l’autore scrive nella prima parte del testo bisogna attendere di averlo letto per intero. Solo a quel punto infatti il lettore avrà un quadro completo dell’idea e del progetto portato avanti da Luyendijk nonché degli sconvolgenti risultati della ricerca condotta per circa due anni intervistando più o meno duecento banchieri.

Lo studio di Joris Luyendijk è una ricerca antropologica sul campo condotta in maniera indiretta. Gli è mancato ‘il campo’ di indagine. Ha potuto parlare e intervistare, anche più volte, numerosi banchieri che operano a vario titolo nella City ma nessuno di loro ha acconsentito ad aprirgli le porte del proprio ‘regno’. L’autore non è mai stato sul luogo di lavoro degli intervistati, non li ha visti agire e relazionarsi con i propri ‘simili’. Ciò pone dei limiti alla ricerca di cui Luyendijk è consapevole. In più punti del testo ha ammesso di aver cercato il riscontro ad alcune affermazioni, impossibili da verificare di persona, nel confronto tra le varie dichiarazioni degli intervistati.

Joris Luyendijk è un giornalista che ha messo a punto negli anni un proprio metodo per portare avanti le sue inchieste. Lui lo definisce curva di apprendimento. In sostanza egli parte dal presupposto che i lettori e lui stesso, non essendo esperti dell’argomento trattato, devono stimolare il proprio interesse mediante appunto l’apprendimento graduale di informazioni che li rendano sempre più curiosi e bramosi di conoscenza. Ha deciso di applicare questo metodo anche alla finanza in quanto trova assurdo che «tanta gente mostra così scarso interesse a proposito di tematiche direttamente connesse ai loro interessi», ipotizzando tra le possibili motivazioni «indifferenza, o apatia, o forse per l’eccessiva complessità di molti argomenti, ormai comprensibili solo agli addetti ai lavori».

«Se dite a qualcuno che i suoi soldi non sono al sicuro avrete tutta la sua attenzione; pronunciate il termine “riforme finanziarie” e la gente si disconnette.»

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Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri, uscito in Italia nella versione tradotta da Emilia Benghi, sembra avere come parola chiave: semplificazione. L’intricato e misterioso universo della finanza internazionale viene presentato al lettore nella maniera più lineare immaginabile, per renderlo accessibile a quante più persone possibile. Lo scopo dichiarato da Luyendijk era proprio questo.

Una tra le domande più ricorrenti che l’autore porge agli intervistati riguarda la consapevolezza della crisi del 2008 e lo turba non poco il fatto che la quasi totalità dei banker con cui interagisce afferma di non averne avuto coscienza fino alla sua esplosione. Ma pressoché all’unisono ammettono che poteva degenerare in un disastro economico di dimensioni superiori e che potrebbe verificarsi di nuovo e anche in forma più grave. «L’elenco delle misure intraprese è lungo, ma lo schema di base resta identico: la risposta normativa al crac del 2008 ne ha combattuto i sintomi, non le cause».

Le banche, soprattutto quelle grandi, investono molto tempo e denaro nel tentativo di apparire quanto più sicure e organizzate possibile ma in realtà «molti bancari non hanno competenze richieste in altri settori economici». Alcuni hanno ammesso che «magari ti serve un po’ di formazione su qualche argomento tecnico, ma quando ho fatto il primo colloquio io non sapevo nemmeno la differenza tra equity e bond. La cosa indispensabile è credere in se stessi.» La loro ‘preparazione imperfetta‘ la vivono con molto distacco e disinteresse, in fondo, dicono, «non siamo scienziati nucleari.»

Ma i problemi non riguardano solo il singolo operatore, «i suoi lettori resterebbero sconvolti dalle lacune che esistono nei sistemi informatici di molte banche, società e ministeri». L’esperto informatico sembra nutrire «la preoccupazione concreta che un giorno una megabanca non sia più in grado di accedere ai suoi dati». Cosa accadrebbe allora?

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Le banche, grandi o piccole che siano, sono strutturate in compartimenti stagni e sono apertamente scoraggiati i confronti tra vari settori che non siano quelli verticali e istituzionali. Sono il regno e l’emblema della precarietà. Puoi ritrovarti senza lavoro e alla porta nel tempo di un trillo di cellulare. Sono vietati i contatti non autorizzati con la stampa, che nel caso si verifichino vengono puniti con provvedimenti disciplinari. Tutti parlano di un sistema basato sulla meritocrazia ma in realtà vogliono intendere la capacità di far fare soldi e di farli a loro volta. E chi è esterno a questo meccanismo perverso non può fare a meno di chiedersi se davvero conta solo questo e perché.

Non è solo una questione di soldi. È lo status che risucchia inesorabilmente molti nel «tunnel della dipendenza da lavoro», nel mondo dorato dei bonus milionari, dei viaggi in prima classe e delle vacanze in resort di lusso in località esotiche… un «sistema chiuso che ti allontana ancora di più dalla realtà» e per il quale «vendi l’anima al diavolo. Io l’ho venduta per le ricchezze terrene. In cambio il diavolo ha voluto il mio fallimento morale». Tanti banker nel momento in cui realizzano cosa stanno facendo hanno dei crolli emotivi che cercano di riempire con fiumi di alcol. Ragazzi per la gran parte sotto i trent’anni che non possono parlare tra di loro se non di lavoro, la concorrenza è troppa e la debolezza non è ben vista in quell’ambiente. Non possono parlare con famigliari amici affetti perché chi è estraneo a quel mondo stenta a comprendere e a condividerne le dinamiche. Si ritrovano a vivere le loro interminabili giornate di lavoro in un sistema chiuso dove «l’etica è questa: o sei con noi o contro di noi». Un ambiente “amorale” nel quale lo scopo diffuso è “ingannare” i clienti senza infrangere alcuna legge o norma.

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Status privilegi contatti sembra non abbiano risparmiato anche molta della classe e dei partiti politici tra le cui fila «ci devono essere un sacco di personaggi della stessa genia dei “padroni dell’universo” (gli amministratori delegati delle banche, ndr), per i quali la politica è comunque solo un gioco». Gli esempi addotti da Luyendijk sono davvero numerosi, purtroppo.

«L’ex premier labourista Tony Blair guadagna come minimo due milioni e mezzo di sterline l’anno come consulente della Jp Morgan.»

«In America, Francia e Regno Unito le leggi consentono alle banche e ai banker di comprare il potere politico – con l’ennesimo inghippo verbale le chiamano “donazioni per la campagna elettorale”, invece che “corruzione”.»

«Dopo l’incarico, rispettivamente di ministro delle Finanze e di ministro degli Esteri, Timothy Geithner e Hillary Clinton hanno tenuto un certo numero di conferenze per Goldman Sachs dietro un compenso di 200 000 dollari. A discorso.»

Joris Luyendijk esterna l’amara considerazione che lo induce al sospetto che «la democrazia non sia altro che il sistema con cui l’elettorato sceglie quale politico realizzerà i diktat dei mercati», e se si considera che uno dei motti più diffusi tra i banker è “it’s only Opm (Other People’s Money)” – “è solo denaro altrui” non si può non convenire con l’autore quando, giustamente, si indigna e ammette di aver paura perché «le istituzioni finanziarie sono in grado di mettere Paesi e blocchi di Paesi gli uni contro gli altri e lo fanno spudoratamente» operando con “la cabina di pilotaggio vuota”.

La finanza opera a livello globale mentre la politica governativa ha valore a livello nazionale. «Chi governa allora le istituzioni finanziarie che operano a livello globale con dimensioni e poteri giganteschi rispetto alle amministrazioni nazionali? Nessuno può farlo». Ecco le cabine di pilotaggio vuote che hanno permesso, tra l’altro, ai «governi italiano e greco, al fondo sanitario sovrano libico, allo stato dell’Alabama e infinite altre istituzioni e fondazioni» di trovare, negli anni scorsi, «cibo per cani nelle scatole di tonno prodotte dalla Goldman Sachs».

L’autore si dichiara basito per il fatto che il sistema, nonostante la crisi del 2008, ne sia uscito ben poco sconvolto. E non si può neanche continuare nell’illusione del controllo delle agenzie di rating che «sono pagate dalle stesse banche di cui dovrebbero valutare in modo indipendente i prodotti finanziari complessi». Per rendere ancora più chiara l’idea, Luyendijk invita il lettore a immaginare che «gli ispettori della guida Michelin siano pagati dallo chef di cui sono andati ad assaggiare i piatti. Quante stelle prenderà il ristorante?»

I Cdo (prestiti obbligazionari collateralizzati), gli strumenti di debito che hanno fatto esplodere la crisi del 2008 avevano ottenuto la Tripla A di Moody’s, ovvero il punteggio di “estrema qualità” attribuito ai titoli che dovrebbero essere “solo minimamente sensibili alle circostanze avverse”.

Joris Luyendijk ci tiene a sottolineare come, dal suo punto di vista, lo scopo del giornalismo debba essere quello di diffondere le informazioni relative agli argomenti di pubblico interesse su cui il giornalista si è documentato, e di farlo nella maniera più comprensibile possibile. Purtroppo lavori di ricerca come il suo nell’ambito del giornalismo contemporaneo internazionale se ne trovano ben pochi. In genere viene spacciato per giornalismo la riscrittura di comunicati o le notazioni a margine delle conferenze stampa. Quelle che Luyendijk considera delle “messe in scena” dove viene detto ciò che si desidera venga diffuso a mezzo stampa. L’informazione è un’altra cosa.

Il libro Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri unitamente al blog da cui è stato generato sono un ottimo modo per informare i lettori su molti aspetti della finanza e della politica internazionali.

(Fonte Biografia autore: www.einaudi.it)

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l’ex Impero sovietico

05 venerdì Ago 2016

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AnneApplebaum, EstEuropa, Europa, Germania, ImperoSovietico, Lacortinadiferro, Mondadori, recensione, saggio, USA

 

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

È uscito in Italia lo scorso maggio per Mondadori il saggio di Anne Applebaum La cortina di ferro, nella versione tradotta da Massimo Parizzi. Un libro che conduce il lettore negli anni dell’ex Impero sovietico, della Germania divisa tra occidente e “anti-occidente”, quando il Muro di Berlino fu eretto. Il 1961, una data che ha segnato un grande cambiamento.

La Applebaum paragona più volte il regime sovietico a quello nazista. I numerosi punti in comune tra il “tallone sovietico” e quello nazifascista la inducono a ritenere che sconfitto il secondo sia subentrato il primo che però prontamente venne isolato e nascosto al mondo intero dietro una “cortina di ferro” che va considerata tale ben oltre il senso metaforico.

Se da una parte le origini ebraiche della Applebaum sembrano non tanto influenzare quanto indirizzare le sue indagini verso una ricerca storica che avvalori le sue convinzioni, dall’altro tutto ciò lo fa con una tale dovizia di particolari e con un coinvolgimento tale che anche il lettore più scettico o più in contraddizione con le sue idee non può non restarne affascinato. Si tratta naturalmente di un interesse storico, se così lo si vuol definire. Quando si analizzano fatti, eventi accaduti in passato è sempre meglio quantomeno cercare di conoscere e analizzare più interpretazioni possibili, poi viene da sé che ognuno resta libero di pensarla come giusto ritiene. Nel libro della Applebaum l’analisi del dualismo tra capitalismo/consumismo e comunismo/anticonsumismo si somma a quella sulla “pulizia etnica” compiuta dalle autorità sovietiche ai danni di tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi paragonandola più volte a quella compiuta dal regime nazista contro il popolo ebreo. In realtà, quando si parla di genocidi e massacri, sono tanti i casi che possono essere citati come esempio, purtroppo.

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

In La cortina di ferro Anne Applebaum analizza nei minimi dettagli quella che definisce un’opera di “disarticolazione della classe politica e della società civile” compiuta nella Germania orientale in Iugoslavia, Albania, Romania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia per agevolare il “processo di stalinizzazione”. Operazione che fu resa possibile grazie anche all’implacabile “lavoro” svolto dalla polizia segreta il cui compito precipuo era individuare e soffocare ogni forma di opposizione o dissenso.

Agli inizi degli anni Cinquanta il culto di Stalin era dilagante, il suo stesso nome era venerato in URSS come “simbolo della vittoria del consumismo”, l’Europa dell’Est venne letteralmente e materialmente separata dall’Occidente da muri, recinzioni e filo spinato. L’idea comune era che il Muro di Berlino dovesse restare per sempre.

I metodi impiegati per ottenere il “consenso” purtroppo sono più o meno sempre gli stessi di tutti i regimi: violenza, controllo delle informazioni, pulizia etnica. Le autorità sovietiche, in collaborazione con i partiti comunisti locali, espellevano da città e paesi tutti i tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi… e li portavano, a bordo di camion o treni, in campi profughi lontani centinaia di chilometri. Complici di tutto ciò furono, almeno inizialmente e in qualche misura Stati Uniti e Gran Bretagna. La pulizia etnica a danno dei tedeschi, secondo quanto riportato dall’autrice, sarebbe stata sancita dal Trattato di Potsdam.

Il primo ad adottare con entusiasmo il termine “totalitarismo” fu Benito Mussolini, dandone anche, come ricorda la Applebaum nel testo, la migliore definizione mai coniata: «Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato».

“La cortina di ferro” di Anne Applebaum, un viaggio nel tempo per incontrare l'ex Impero sovietico

Per l’autrice l’idea stessa di “controllo totale” voluta dal totalitarismo oggi può sembrare addirittura grottesca, ma per capire la storia del XX secolo bisogna indagare per comprendere come, dove e perché il totalitarismo ha funzionato, sia in teoria che in pratica.

Il saggio della Applebaum anche se si rivela fin da subito una lettura impegnativa, per la mole del testo e per il suo contenuto, non fa mai pentire il lettore della sua scelta di proseguire. Un libro, La cortina di ferro, che crea una “breccia” nel Muro di Berlino quando ancora non si immaginava neanche potesse essere un giorno abbattuto, che aiuta a meglio conoscere e forse comprendere le dinamiche interne e le conseguenze dei totalitarismi del XX secolo che hanno condizionato e a volte determinato i destini di numerosi popoli europei.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-cortina-di-ferro-di-anne-applebaum-un-viaggio-nel-tempo-per-incontrare-l-ex-impero-sovietico

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Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

26 giovedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Carnefici, intervista, Italia, italiani, Piemme, PinoAprile, saggio

 

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Come è nata l’Italia e soprattutto perché? Garibaldi è un eroe nazionale o un mito costruito per giustificare una storia pensata a tavolino? Ne abbiamo parlato in un’intervista con Pino Aprile, autore di Carnefici (Piemme, 2016), un libro con il quale prosegue la sua instancabile volontà di ricostruire una storia più vera e aderente ai fatti di quella raccontata dalla storiografia ufficiale al pari di una bella fiaba studiata per rabbonire ed “educare”.

La storiografia ufficiale ha sempre descritto l’azione dell’esercito sabaudo come la liberazione del Sud dalla dominazione spagnola volta all’unificazione dell’Italia, ma questa è la versione ricostruita in seguito. Cosa è accaduto realmente tra il 1860 e il 1861 nell’attuale Sud-Italia?

Tutte le grandi imprese e la nascita dei Paesi hanno bisogno di quelli che vengono chiamati “miti fondanti”, ovvero delle belle favolette, delle fiabe. Non raccontano la verità. Indicano la direzione del racconto.

La Spagna moderna nasce grazie alle imprese del Cid Campeador, ma questi non è mai esistito. La Svizzera moderna origina dalla sfida di Guglielmo Tell che centra la mela con la balestra, ma è scientificamente provata l’esistenza solo della balestra e della mela, lui non è mai esistito. Il più grande impero, per estensione, della storia dell’umanità, quello sovietico, è nato sul mito della conquista del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo. Ma il palazzo era vuoto, ci sarebbe potuto entrare chiunque.

Noi abbiamo il mito dei Mille di Garibaldi. In realtà questi erano 60.000. Con circa 22.000 soldati piemontesi che figuravano come disertori e colpevoli di aver rubato agli arsenali militari del Piemonte cannoni, esplosivo, armi varie… molti combattevano addirittura con le loro divise, altri con delle decorazioni della guerra di Crimea. Normalmente i disertori vengono fucilati, invece loro vennero ripresi nell’esercito e qualcuno fece anche una bella carriera.

Tutto questo per dire intanto che non c’era nessuno da liberare al Sud perché l’Italia da redimere era quella occupata dagli austriaci, ovvero il Triveneto. Ma al Sud non c’erano gli “spagnoli”, c’erano i meridionali, che non erano meridionali di nessuno. I Borbone erano una dinastia napoletana da 127 anni, parlavano napoletano. In Turchia vige un’espressione: «Storia costruita ufficiale». E, in Italia, viene giustificata la costruzione di questa storia “molto educativa”, affermando che il compito della storia non è di raccontare i fatti ma di servire a creare gli italiani, uno spirito nazionale, unitario.

In Carnefici lei afferma che pochi Paesi hanno fatto uso politico della storia come il nostro. Si riferisce a qualcosa in particolare? Ci sono episodi di vera e propria censura?

Non solo veri e propri casi di censura ma un’intera storia costruita a tavolino, calpestando la realtà concreta degli eventi. Quando pubblicai Terroni (Piemme, 2013) raccontavo di massacri, come quelli di Pontelandolfo e Casalduni. La prima reazione fu il silenzio. In seguito mi accusarono di aver inventato tutto. Va da sé che non è così: i documenti sulla strage di Pontelandolfo sono numerosi; grazie al lavoro extra-accademico svolto da ricercatori volontari fuori dall’Università è diventato uno degli eventi più documentato della storia. La terza reazione fu l’affermare: «Noi lo sapevamo». Allora mi è venuto naturale chiedermi: «E perché non ne avete parlato per un secolo e mezzo?». Quello che fecero i nazisti è niente se confrontato con le azioni dei bersaglieri al Sud.

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Non è che noi siamo peggiori degli altri. Con la rivoluzione industriale sorgeva l’esigenza di creare gli Stati nazionali. Ovvero le Nazioni dovevano costituirsi in Stati. Questo avvenne ovunque con un bagno di sangue. Basti pensare alla guerra di secessione degli Stati Uniti che loro, più onesti di noi, non hanno mai etichettato “di liberazione”. Si è trattato di una guerra che ha fatto più vittime statunitensi delle due guerre mondiali. In Francia la Vandea è stata letteralmente rasa al suolo perché contraria alla rivoluzione. Un esercito guidato dal generale Westermann, in poco tempo, sterminò tutti. Però oggi, in Francia, c’è un Istituto di Stato con un’immensa biblioteca e un centro studi che finora ha prodotto 850 volumi sul massacro della Vandea. Dov’è in Italia il centro studi sul genocidio dei meridionali? Sta nascendo fuori dallo Stato. Quello che stiamo facendo in tanti. Una costruzione collettiva di una memoria vera che possa unire e non dividere.

La guerra condotta dall’esercito sabaudo contro l’esercito borbonico durò pochi mesi. Quella combattuta contro i cittadini e i ribelli durò all’incirca dieci anni. Perché di tutto questo non si fa menzione nei testi e nei saggi della storiografia ufficiale?

Ora viene anche detto esplicitamente: la paura che sapere come è stata unita l’Italia potesse distruggere questa costruzione così fragile. L’Italia, a differenza di altri Paesi, è una comunità molto ricca di culture diverse. Può essere relativamente facile dare uno Stato a una Nazione, ma quando devi dare una Nazione a uno Stato dove sono già presenti più Nazioni non hai altra possibilità che eliminarne alcune. È la ragione per cui in Turchia hanno eliminato gli armeni, massacrano i curdi, sono stati eliminati gli assiri di montagna, sterminati i greci dell’Asia Minore. Una sola Nazione si deve prendere lo Stato.

È un’ideologia molto radicata e potente, che ha fatto centinaia di migliaia di morti, nata già sul finire del Settecento ma è l’Ottocento il secolo della sua massima espressione. In Italia, lo Stato più grande dell’epoca, il più solido economicamente, il primo a essersi avviato verso la rivoluzione industriale era il Regno delle due Sicilie. Se i vinti avessero ricordato come al Sud sono state distrutte le fabbriche tra le più grandi d’Italia, il modo in cui sono stati sottratti i depositi d’oro delle banche – che equivarrebbero oggi a un valore nominale pari a 1.500 miliardi di euro –, se qualcuno ricorda tutto questo prende un’arma e protesta. E così è stato fatto per anni, al Sud. Perciò l’unico rimedio era l’amnesia. Sterminare chi voleva ricordare e chiedere di render conto, e far dimenticare agli altri. E questo è stato fatto.

«L’Italia è un Paese nato sulla menzogna e sull’assassinio della verità». Lo diceva Sciascia, non Pino Aprile.

Il Sud è stato annesso o conquistato?

Lo dicevano loro: «Il Sud è stato annesso e conquistato, non unificato». Tant’è che un parlamentare siciliano, Giuseppe Bruno, nel 1861 in Parlamento protesta contro i giornali e gli stessi colleghi parlamentari del Nord e afferma: «Onorevoli colleghi basta parlare di province conquistate, il Paese è stato unito! Siamo italiani!». Quanto riportato si trova negli atti parlamentari, chiunque può andare a leggerli.

Nel 1866 ci fu un dibattito, sempre in Parlamento, generato dall’elezione di Mazzini a Messina, per dispetto ai Savoia. Lui era un condannato ma siccome era nato un nuovo Stato, l’Italia appunto, tutte le giurisprudenze degli Stati precedenti non avevano più valore. Eppure la risposta del capo del Governo in Parlamento fu: «Mazzini resta condannato perché è vero, signor capo dell’opposizione, che le legislazioni di tutti i Paesi preunitari non valgono più, tranne che per il Piemonte, perché noi non abbiamo fatto l’Italia ma abbiamo allargato il Piemonte». E l’impresa partì con l’ordine di Cavour: «Non perdete tempo a fare prigionieri, fucilate».

Perché la Repubblica di San Marino è rimasta esclusa dal processo di unificazione?

La risposta è: «Boh!». Se tutti gli Stati preunitari vennero invasi, annessi e derubati, perché la Repubblica di San Marino no? Ci sono delle ipotesi. Nella Repubblica di San Marino nascevano banche. Crispi e i figli di Garibaldi, ovvero i duci della spedizione in Sicilia, coloro che portarono via l’oro dei depositi del Banco di Sicilia, potrebbero aver pensato a un porto franco dove depositare il “bottino di guerra”. È esagerato sospettare che un paradiso fiscale non lontano da casa facesse comodo?

Se non c’è un’altra spiegazione plausibile, uno è autorizzato a sospettarlo, a maggior ragione in quanto Garibaldi era un evasore fiscale. In una sua lettera manoscritta si legge: «Signor esattore non sono in grado di pagare le imposte». Poi, sempre lui, fa da garante a un enorme prestito chiesto dal figlio al Banco di Napoli, senza garanzie, e non pagano né lui né il figlio. Come ha fatto a costruire a Caprera le case, le strade, la stalla per 500 capi di bestiame, e ancora comprare un’intera flottiglia di imbarcazioni, compreso un panfilo da 42 tonnellate? Si racconta che dopo aver consegnato il Regno a Vittorio Emanuele si sia ritirato a Caprera con un sacco di fagioli. Forse non erano solo fagioli. È documentato che prendesse soldi da Vittorio Emanuele. Nei documenti è pure testimoniato che prese una grossa somma prima di andare a Caprera.

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia

Nel libro lei entra nel merito anche dei rapporti tra Garibaldi, i Sabaudi, Inghilterra e Stati Uniti. Perché inglesi e statunitensi avevano così a cuore il processo di unificazione dell’Italia?

Da una parte per via dell’ideologia degli Stati nazionali. Gran parte del pianeta è stato disegnato a tavolino da inglesi e americani, vedi il Medio Oriente o l’Africa, per esempio. Dall’altra perché questa ideologia ha origine in ambiente massonico. E loro erano i capi della massoneria mondiale. La nascente civiltà industriale aveva bisogno di Stati nazionali incubatori della stessa industria, che la facessero crescere fin quando non fosse stata in grado di competere alla pari con le altre e a quel punto sarebbero cadute le frontiere. Così è nata l’Europa, che si è unita quando i livelli di industrializzazione sono diventati equiparabili. Un’Italia grande faceva comodo, rappresentava un pugnale sotto la Francia, serviva a schiacciarla, con l’Inghilterra che stava sopra. In più in Italia c’era un Paese, come il Piemonte, che aveva un disperato bisogno di rubare i soldi a qualcuno perché, di fatto, era fallito e diventato di proprietà dei Rochelle di Parigi.

Buoni rapporti però Garibaldi sembra averli avuti anche con Cosa Nostra, il cui patriarca Joe Bonanno narra «[…] che il nonno e i suoi picciotti seguirono Garibaldi perché fu loro garantito di poter condurre più liberamente i propri affari». La trattativa Stato-Mafia è nata con la stessa Italia?

Esatto. Quella fu la prima trattativa Stato-Mafia. Grazie anche ai buoni uffici del barone Sant’Anna della Massoneria inglese, che mise al servizio di Garibaldi i suoi picciotti.

A chi come lei cerca un’altra verità viene spesso chiesto quale sia il senso di tanto rivangare. Invece io le domando perché, secondo lei, a tanta gente spaventa poter conoscere una verità diversa da quella ufficiale?

Perché tocca rivedere tutto quello che si sa, che si è. La propria identità. Tocca ricostruire, letteralmente, la propria anima. Le ragioni per stare insieme. Ormai, in un certo senso, un equilibrio, sia pure malato, è stato raggiunto. Io ritengo che gli equilibri malati portino brutte cose, meglio affrontare, come in una cura psicoanalitica, la verità e ripartire da basi più vere e più solide.

Lei dedica un capitolo, in Carnefici, anche all’interpretazione di Matteo Simonetti del Piano di Kalergi, indicato dalla Merkel come «il padre dell’Europa», dove si prospetterebbe, prima della seconda guerra mondiale, «[…] la trasformazione dell’Europa in un continente meticcio, con l’invasione di migranti, specie dal Sud». Era stata prevista o predetta anche l’emigrazione interna italiana verso il Nord?

È stata organizzata. Dopo la seconda guerra mondiale il Sud, contrariamente al Nord, ne uscì devastato. Gli alleati risarcirono l’Italia. L’allora presidente di Confindustria Costa impose che il risarcimento dato per il Sud venisse investito al Nord, per finanziare la ripresa industriale. Peppino di Vittorio protestò e la risposta fu: «Se vogliono mangiare, vengano al Nord».

http://www.sulromanzo.it/blog/quanti-erano-i-mille-di-garibaldi-la-vera-storia-dell-unita-d-italia

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Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber

11 mercoledì Mag 2016

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flussimigratori, immigrazione, LilliGruber, migranti, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, PrigionieridellIslam, recensione, Rizzoli, saggio, stroncatura, terrore, Terrorismo

 

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

Prigionieri dell’Islam (Rizzoli, 2016) della giornalista Lilli Gruber è un libro ambizioso, che si propone di creare un po’ di ordine nel caos delle informazioni, che circolano in un Occidente in piena crisi, riguardo quanto sta accadendo nel mondo arabo «in pieno naufragio».

Un libro che accoglie in sé: la cronistoria degli attacchi terroristici all’Occidente, a partire dall’11 settembre 2001; un’analisi geopolitica della situazione occidentale, mediorientale, delle primavere arabe, dell’Iran, della Turchia, della Siria… il resoconto dettagliato delle esperienze dirette dell’autrice come inviata; la trascrizione delle interviste fatte come giornalista; riferimenti diretti alla trasmissione televisiva che conduce; episodi e riflessioni legati alla propria vita privata e sentimentale.

Un intreccio di informazioni e stili che a volte funziona altre meno. La struttura del testo è circolare, l’autrice ritorna spesso sullo stesso punto o argomento, arricchendo di volta in volta quanto detto di nuovi particolari oppure analizzando il tutto da un’angolazione diversa.

Il discorso che la Gruber vuole portare avanti in Prigionieri dell’Islam sembra chiaro fin dal principio: non si possono incolpare tutti i musulmani per quanto sta accadendo nel mondo arabo e in Occidente, dobbiamo riconoscere le responsabilità dello stesso Occidente. La situazione in oggetto è molto complessa, colpe ed errori vanno imputati a entrambe le parti in causa (Occidente e anti-Occidente) e naturalmente l’autrice non ha una soluzione ai problemi in corso né per quelli prospettati dal prosieguo o dalla degenerazione delle attuali circostanze.

Ma il vero limite di un libro come questo è l’ostinazione al voler definire una situazione globale analizzandola dal solo punto di vista occidentale. Ammettere in qualche modo le responsabilità delle grandi potenze ma fermarsi nell’esatto momento in cui ci si rende conto che un mondo diverso equivale anche a un Occidente diverso, alla rinuncia dei tanti, troppi, privilegi accaparratisi da chi il mondo lo ha sempre conquistato non solo abitato.

Nel Prologo di Prigionieri dell’Islam la Gruber racconta di aver assistito alla conversione di una giovane ragazza napoletana presso la comunità islamica di viale Jenner a Milano. «Non passa giorno senza che bussi alla porta un nuovo aspirante musulmano», le dicono.

Perché l’Islam attrae sempre più nuovi proseliti? Questo quanto si connette alla diffusione del terrorismo islamico?

Per l’autrice «nel caos di un mondo arabo in pieno naufragio e nelle incertezze di un Occidente in crisi, l’Isis rappresenta un’alternativa concreta».

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Nell’Introduzione al libro l’autrice si sofferma sul resoconto dettagliato di come gli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 siano entrati con irruenza nel suo privato lasciando esterrefatti lei e il compagno, il quale proprio mentre gli attacchi avevano luogo era su un volo diretto a Roma e partito da Parigi.

Racconta di come tutto ciò l’abbia riportata indietro nel tempo, all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 e a due giorni dopo l’accaduto, quando l’allora presidente degli Stati Uniti d’AmericaGeorge W. Bush «accende la fiaccola che darà fuoco al mondo: quella della “guerra al terrore”».

Viene da chiedersi se quindici anni di “guerra al terrore” non abbiano portato solo altra guerra e terrore.

La Gruber ipotizza, timidamente, che faccia tutto parte di una sorta di piano, organizzato e giostrato per il potere e il denaro. «Nulla è impossibile nel mondo parallelo delle guerre segrete» “combattute” tra governi e servizi di spionaggio, fatte di embarghi, destabilizzazioni, minacce dirette o indirette, palesi o latenti, infiltrazioni e corruzioni varie… In punta di piedi allude a come il potere decisionale, in fin dei conti, sia sempre e solo nelle mani delle grandi potenze e che a muovere i loro gesti non sia sempre il mero desiderio di proteggere i popoli.

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I limiti di queste “guerre segrete” si sono visti già nel marzo 2011, quando «le capitali occidentali sperano che Assad alzi bandiera bianca», come Ben Ali e Mubarak, ma «gli occidentali sono molto meno influenti in Siria che in Tunisia o in Egitto. L’esercito è corrotto, ovvio, ma l’infiltrazione da parte di potenze straniere è meno capillare che in altri Paesi arabi».

Le operazioni di ingerenza occidentale nel mondo arabo sembrano essersi rivelate dei fallimenti sia dove l’estirpazione del regime è riuscita, come in Tunisia ed Egitto, sia dove non è andata a buon fine, come in Siria. Allora il lettore si chiede il motivo per cui si portano avanti azioni e politiche già rivelatesi fallimentari oppure se nel “mondo parallelo” si sono registrate delle vittorie che non è dato a tutti conoscere.

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

In Prigionieri dell’Islam si legge che, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno intrapreso la guerra contro il terrorismo per annientare al-Qaeda ma anche «per trasformare il mondo musulmano al grido di “esportare la democrazia”».

Con quali risultati? A costo di sacrificare cosa?

In seguito all’uccisione di Osama Bin-Laden e allo smantellamento di gran parte delle cellule che componevano l’organizzazione tutto l’Occidente ha creduto, su input di capi di stato, di governo e organi di stampa, che il terrorismo di matrice islamica fosse stato sconfitto. L’Isis e non solo hanno dimostrato al mondo intero che non è così.

Per la Gruber dall’inizio di aprile 2016 i miliziani dell’Isis sono in difficoltà, le operazioni speciali americane stanno eliminando uno dopo l’altro tutti i capi e ciò lo si può interpretare come l’inizio della fine di questo “mostro” che ha preso il posto di al-Qaeda come nemico numero uno degli Occidentali. Ma c’è poco da esultare perché ci si deve aspettare che, da un momento all’altro, possa «resuscitare altrove e tornare a seminare paura.»

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La Gruber conclude il suo Prigionieri dell’Islam con l’esortazione alla disobbedienza, ma non quella di Gandhi bensì quella di Obama.

«Le dimostrazioni più evidenti della sua disobbedienza sono il riavvicinamento con l’Iran e il rifiuto di muovere guerra alla Siria».

Parla anche dell’umiltà di papa Francesco, dell’ultimo sermone del profeta Maometto nel quale invitava i suoi fedeli a trasmettere il proprio messaggio, di Gesù Cristo e del fatto che cacciasse i mercanti dal tempio, dell’ingresso di nuovi attori (Cina e Russia) pronti a dire la loro sugli squilibri del pianeta, ma soprattutto tiene a sottolineare che «il Medioriente, il Golfo e i loro tormenti non devono minacciare le relazioni tra i colossi del mondo globalizzato».

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Con le sue 352 pagine il libro di Lilli Gruber si presenta al lettore carico di informazioni, di nozioni, di citazioni… ma la situazione analizzata è talmente complessa che tanti sono i dubbi e gli interrogativi che restano.

Ci si chiede chi siano i veri prigionieri dell’Islam: gli arabi o gli occidentali? È l’Islam l’unico vero carceriere di cui aver paura? Che relazione c’è tra il terrorismo di matrice islamica e le “guerre segrete” combattute nel “mondo parallelo” di governi e servizi di spionaggio?

Per la Gruber terrorismo, Islam e immigrazioni «congiungendosi in un triangolo, formano una trappola mortale» che «cambia la nostra vita». Ma chi ha fatto scattare questa trappola? Se i tre vertici del triangolo sono una conseguenza dell’ingerenza occidentale nel mondo arabo non dovrebbe essere l’Occidente il primo a invertire la rotta?

La verità è che l’Occidente è “prigioniero” anche di sé stesso, come ricorda pure l’autrice parlando della disobbedienza del presidente degli Stati Uniti d’America: «Mi colpisce il fatto che l’uomo più potente del mondo abbia il coraggio di riconoscere che è lui stesso prigioniero delle convenzioni, dei preconcetti, dei diktat dell’ideologia».

La morsa che stringe l’Occidente e il mondo intero sembra essere alimentata quindi da molto altro oltre il terrorismo, le migrazioni e l’integrazione, ovvero i vertici del triangolo che per la Gruber ci rendono tutti “prigionieri dell’Islam”.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-mondo-parallelo-delle-guerre-segrete-in-prigionieri-dell-islam-di-lilli-gruber

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Come difendersi dall’odio online?

03 martedì Mag 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Come difendersi dall’odio online?

Nell’era di internet è aumentata la libertà di espressione oppure la Rete rende tutti bersagli più esposti e meno tutelati?

Cyberbullismo, troll e haters sono tra le più diffuse manifestazioni di odio online. Ma cosa le caratterizza rispetto alle tradizionali forme di odio razziale, politico o religioso?

Giovanni Ziccardi è professore alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, dove tiene anche corsi post-laurea in Informatica Giuridica, Computer Forensics e Investigazioni Digitali. È autore di libri e scritti sul tema della libertà e delle sue violazioni, sui crimini informatici e le nuove tecnologie.

In L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete (Raffaello Cortina Editore, 2016) descrive le varie forme di manifestazione di odio in rete, le sue peculiarità nonché le differenze rispetto a quelle tradizionali.

Le forme di odio online originano una “immaginaria piramide”. Come riconoscerle? Come difendersi?

Abbiamo chiesto informazioni e delucidazioni direttamente a Giovanni Ziccardi in un’intervista.

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Tra cyberbullismo, troll e haters il mondo dell’odio online sembra davvero molto variegato. Proviamo a circoscriverne le caratteristiche specifiche anche rispetto all’odio offline e le ragioni della diffusione?

Nel mio libro ho diviso l’odio in tre grandi categorie, sia online sia offline.

La prima è quella delle espressioni d’odio in senso stretto, richiamandomi alla tradizione giuridica e politica post seconda guerra mondiale. In tal senso per espressioni d’odio vanno intese quelle espressioni volte a istigare odio politico, razziale o religioso e anche, nei tempi più recenti, omofobico o, comunque, contro minoranze ben individuate.

Il secondo, grande ambito dell’odio è il cosiddetto odio interpersonale, dove a generare espressioni d’odio da una persona verso un’altra (o da più persone verso una singola) sono temi non solo correlati alla politica, alla razza o alla religione ma anche argomenti comuni.

Il terzo ambito è il terrorismo che si basa, in tutto il mondo, anche sulla propaganda d’odio, ossia da un lato l’esaltazione delle azioni e degli attentati nel tentativo di trovare adepti e di radicalizzare i simpatizzanti e, dall’altro, la denigrazione dei nemici politici.

Le caratteristiche specifiche dell’odio online sono la capacità di amplificazione del danno, la persistenza delle espressioni d’odio in rete, la capacità di “tornare” in maniera imprevista e la possibilità che sia trattato con sistemi automatizzati di natura semantica. Nel primo caso, l’amplificazione del danno, non sempre chi odia in rete è consapevole della potenza che hanno le espressioni circolanti in internet. Nel secondo caso, la persistenza, l’odio rimane per sempre in rete, una volta pubblicato, e ha successo a seconda di quanto la discussione diventi “di tendenza”.

Come difendersi dall’odio online?

È possibile definire un identikit dell’odiatore online? Come possiamo riconoscerlo e difenderci?

È molto difficile perchè l’odio è diventato, in un certo senso, “comune”. Non è più solo correlato a grandi temi quali il razzismo, la religione o la politica, ma si può generare da ogni tema. Quindi a diffondere espressioni d’odio può essere, come una volta, l’estremista (di qualsiasi fazione politica) ma anche il semplice utilizzatore di internet che decide di alimentare un dibattito con toni violenti. La difesa può essere o evitando la discussione, o segnalando alle forze dell’ordine o ai gestori della piattaforma le espressioni offensive o, infine, cercando, con la “controparola” (non d’odio, ovviamente) di fare ragionare l’altra parte.

Quale ruolo svolgono i social network nella diffusione e radicalizzazione dell’odio online?

I social network sono oggi una piattaforma importante sulla quale circolano la maggior parte delle espressioni d’odio semplicemente per il fatto che su di esse circolano la maggior parte delle espressioni online umane in generale. Questo è il motivo per cui i gestori di tali piattaforme sono da anni attenti a cercare di capire come fare per contribuire a limitare la circolazione delle espressioni d’odio senza intervenire sul diritto fondamentale di libertà di manifestazione del pensiero o a come riuscire a intervenire in tempi rapidi sulle segnalazioni degli utenti. In alcuni Stati, ad esempio la Germania e la Francia, si sostiene da tempo che i gestori delle piattaforme non facciano abbastanza per contenere l’odio (e in alcuni casi, anzi, lo agevolino perché genera profitti), per cui cercano di concordare insieme alle grandi società delle politiche di “reazione” che siano efficaci e che tutelino le minoranze, soprattutto in periodi di forti sconvolgimenti politici.

Nella “immaginaria piramide” dell’odio digitale lei colloca al vertice «le espressioni e le azioni di odio così come sono disciplinate a livello internazionale, politico e normativo, spesso con accordi tra stati». In cosa consistono esattamente queste manifestazioni di odio e perché le colloca in cima alla piramide?

È l’idea di odio che si è diffusa nel mondo dopo l’olocausto e la soluzione finale programmata dai nazisti. Mai, prima, si era visto l’odio dell’essere umano nei confronti dei suoi simili arrivare a simili livelli, non si credeva possibile. Da allora, dopo le ceneri di Berlino e della seconda guerra mondiale, si elaborò un’idea di odio e di propaganda che voleva punire, in primis, le espressioni d’odio correlate alla razza, alla politica o alla religione. Ciò perché si erano rivelate “sul campo” le più idonee a creare totalitarismi, a generare persecuzioni e stermini, a funzionare da propaganda razzista, ad accendere genocidi. Questo è il motivo per cui tali espressioni sono anche definite “espressioni d’odio in senso stretto”: per la loro capacità nociva.

Alla base di detta piramide invece si trovano quelle espressioni non considerate di odio né offensive. Di cosa si tratta e in base a quali criteri è possibile stabilire se qualcosa sia offensivo o meno?

Si tratta di tutte quelle espressioni che possono essere accese, o violente, o offensive, ma che non sconfinano nell’istigazione all’odio o alla violenza politica, religiosa e razziale. In questo caso la percezione della offensività è soggettiva, e sono espressioni che possono dar vita ad altri reati (ad esempio la diffamazione) ma che non si ritengono idonee a generare, ad esempio, discriminazione nei confronti di minoranze o a istigare violenza nei loro confronti.

Nel testo lei sottolinea l’importanza di non divulgare espressioni tecnicamente scorrette e cita tra i vari esempi «le parole del presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, con la suggestiva idea di “taggare” i potenziali terroristi» e «l’approccio di Donald Trump nel corso della campagna presidenziale statunitense del 2016, con la surreale proposta di chiudere internet negli Stati Uniti d’America». Perché alcuni capi di Stato e/o di governo, in carica o candidati, tendono a una generica criminalizzazione della rete?

La politica ha sempre, nel corso degli anni, criminalizzato la rete, perché la rete è spesso il primo soggetto visibile in una catena di responsabilità e, soprattutto, perché vi è un timore diffuso, in tutti i legislatori, nei confronti dell’informatica e nei confronti del sapere tecnologico (meglio: di chi ha più sapere tecnologico dei politici). Ciò ha portato a norme che criminalizzano comportamenti, che prevedono responsabilità oggettive, che non stimolano l’imprenditoria e l’evoluzione tecnologica ma che, anzi, tendono a frenarla. Alcuni aspetti della rete quali, ad esempio, la crittografia, o un possibile anonimato, sono storicamente i punti che più preoccupano la classe politica.

Come difendersi dall’odio online?

In L’odio online lei si sofferma a lungo sulla differenza tra l’approccio nordamericano e quello europeo. Perché, dopo il nazismo, gli europei tendono a limitare la protezione delle espressioni di odio?

Vi sono due grandi approcci, quello all’europea e quello all’americana. In Europa abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale sul nostro territorio, con milioni di ebrei sterminati e con partiti totalitari che hanno fatto dell’uso delle espressioni d’odio la loro forza politica. Vi è quindi un approccio più concreto, volto a far sì che il governo possa intervenire per regolare anche un aspetto così delicato come quello della parola e della opinione al fine di impedire che determinate situazioni si ripetano.

Negli Stati Uniti invece vi è l’idea, tutelata dalla Corte Suprema, che il governo non debba intervenire nel mercato delle idee altrimenti si rischia una alterazione degli equilibri del mercato stesso, dal momento che comunque l’idea “buona”, anche nel confronto con le idee d’odio, alla fine riuscirà a emergere. Qui vi è l’idea che il legislatore non si possa permettere di intervenire come “guardiano della mente” del cittadino.

Sono due aspetti – e approcci – molto diversi tra loro ma con entrambi una grande tradizione costituzionale.

Come difendersi dall’odio online?

L’odio razziale, pur essendo una delle espressioni maggiormente lesive della dignità umana, rimane purtroppo una delle manifestazioni di odio più diffuse. Cosa è cambiato al riguardo oggi rispetto al passato? L’uomo bianco continua consciamente o inconsciamente a lavorare per mantenere inalterata la propria superiorità?

Oggi non è cambiato molto rispetto agli inizi del Novecento se non nell’uso dei mezzi per diffondere le idee di superiorità. Una cosa molto particolare, che si nota, è che l’odio razziale oggi è strettamente connesso a eventi politici e di cronaca, per cui in momenti di emergenza (ad esempio: una crisi politica di gestione di flussi migratori) si notano picchi d’odio (che spesso si sgonfiano in pochi giorni). È come se l’odio razziale in rete fosse fluido, strettamente connesso agli eventi.

Inoltre è abbastanza comune la generazione di odio razziale anche in casi non politici ma, ad esempio, di costume. Un caso clamoroso furono gli attacchi razzisti a Miss America di alcuni anni fa, la cui unica colpa era quella di avere sangue indiano nelle vene.

http://www.sulromanzo.it/blog/come-difendersi-dall-odio-online

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

27 mercoledì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Putinofobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l’Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l’Unione Sovietica, ora diventata Russia.

Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.

Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte… come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.

Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell’Occidente con l’Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.

Nicolai Lilin, che ha curato la prefazione a Putinofobia, scrive che: «la politica dell’Occidente, che con tutte le forze cercava di frantumare il multiculturalismo ereditato dal regime sovietico per poter manovrare meglio le piccole regioni staccate dal grande polo legato al Cremlino, da subito ha sfruttato la propaganda russofoba come l’elemento principale su cui poter costruire i nazionalismi locali».

Perché lo ha fatto? Quali sono i motivi alla base della russofobia 2.0? Ne abbiamo parlato con Giulietto Chiesa nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La russofobia occidentale non è un fenomeno nuovo. Quali sono le peculiarità della “russofobia 2.0 o Putinofobia”?

La russofobia risale ad almeno tre secoli fa, da quando esiste la Russia come grande Paese e questo dice già molte cose. La Russia viene vista come un avversario. La russofobia 2.0 è qualcosa di nuovo nel senso che è anche una forma di astio dei gruppi dirigenti europei e occidentali in genere nei confronti di una Russia che si credeva fosse ormai stata conquistata definitivamente e invece si rivela altra cosa da quelle che erano le nostre illusioni o speranze. C’è una sorta di rivincita dell’Occidente contro questa Russia incomprensibile.

Più che essere un ragionamento è una malattia. Una sorta di violenta ripulsa di ciò che è diverso da noi tanto più violenta quanto più i russi, a prima vista, sembrano uguali a noi. Sono uguali a noi. In questo sta il paradosso. E scopriamo spesso, in ritardo, con nostro disdoro e fastidio, che in realtà, sebbene siano così uguali a noi, sono anche molto diversi. Il tutto confluisce in questa specie di ripulsa che riguarda però solo i gruppi dirigenti o da quella parte costituita dagli opinion maker, cioè dai mass media. Non credo che questo sentimento sia molto diffuso, in Occidente, tra la gente comune, normale, piuttosto che sia un’operazione politica guidata dai gruppi dirigenti occidentali che vogliono tenere la Russia diciamo in disparte e usano tutti i mezzi a disposizione per farlo.

Quali sono i reali motivi alla base della character assassination alla quale la stampa occidentale ormai da anni sottopone Vladimir Putin?

Si usa il 2.0 in quanto qui c’è una differenza rispetto alle altre forme di russofobia della Storia. Adesso c’è un grande personaggio, di valore mondiale che può facilmente essere preso a bersaglio nel fuoco dei riflettori e accusato di tutte le nefandezze che servono per esemplificare il rifiuto dell’Occidente nei confronti della Russia. È accaduto altre volte, nel corso della storia, che la Russia schierasse personalità di grande calibro, ma Putin è questo 2.0, è il ventunesimo secolo che dimostra, indirettamente e involontariamente, che l’Occidente non è capace di accettare la Russia quale essa è.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Nell’introduzione a Putinofobia Roberto Quaglia afferma che di solito i russofobi non sono consapevoli di essere tali. Da dove deriva questa fobia inconsapevole per la Russia?

In parte deriva dal fatto che l’Occidente non riesce a capire dove sta il problema, nel senso che guarda i russi e li vede uguali a sé stesso. Qui sta parte della verità. La loro cultura, come anche la letteratura, ha impregnato la nostra. Basti pensare a Tolstoj, a Dostoevskij…

Quando si va poi al contatto diretto di questo Paese, nella vita quotidiana, nel modo di pensare, di sentire il tempo e lo spazio, le dimensioni del pianeta… lo spirito dei russi è diverso da quello occidentale. E qui si arriva alla contraddizione. L’Occidente non capisce dove sta la differenza, che invece è molto semplice: la Russia non è solo Europa.

La Russia non è né prevalentemente europea né prevalentemente asiatica. Nel corso della storia è stata a volte più europea altre più asiatica. Ogni volta che diventa più asiatica l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi.

Se la russofobia attuale è «una lente di ingrandimento» sulla nostra civiltà, lei che ci ha guardato profondamente attraverso cosa ha visto?

Ho visto che la Russia, se noi fossimo in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

E io qui ho ampiamente attinto alla riflessione che faceva Arnold Toynbee nel suo purtroppo non molto famoso libro intitolato Il mondo e l’Occidente (Sellerio, 1992). Già il titolo è pieno di significati.

L’Occidente si è contrapposto a tutto il resto il mondo da quando è diventato “occidente”. Questo è il problema: l’Occidente sta aggredendo il resto del mondo. Non è capace di fare altro che aggredire anche la Russia. Per tre secoli, come dice Toynbee, l’Occidente ha potuto giovare di questa sua caratteristica, ma oggi, nel ventunesimo secolo, la tattica aggressiva non funziona più.

Stiamo assistendo all’inizio della fine di questi dominatori occidentali. Il che è molto grave, perché l’Occidente è anche il più armato. La tentazione di utilizzare la propria forza per continuare la dominazione diventerà sempre più concreta finché non vi sarà una riflessione di grande respiro culturale. Riflessione che, in verità, non vedo all’orizzonte.

Con il Madison Valleywood Project il governo americano vuole unire le forze di Hollywood e Silicon Valley per attuare una strategia contro l’Isis o per portare avanti la propaganda contro il nemico designato, in maniera analoga alle numerose azioni di cui si parla nel libro e messe in campo contro i russi?

Sarò più brutale. L’Occidente che si propone di fare ciò che dice lei è un sogno. Ignora il fatto l’Isis e il terrorismo islamico sono il prodotto dello stesso Occidente. Quindi tutte le strategie che vengono elencate per spiegare come questo è contro il terrorismo islamico sono in realtà delle fantasie che servono a manipolare l’opinione pubblica.

Il terrorismo islamico è un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando.

È un sistema largamente sperimentato nella storia di questo ultimo secolo e che ha sempre funzionato. Si usano, di volta in volta, dei capri espiatori che credono di lavorare per i propri interessi ma in realtà lavorano per “il re di Prussia”.

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L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetto in questo senso. Era il Comunismo sovietico il nemico mortale da combattere. Una volta abbattuto o suicidatosi, a seconda delle interpretazioni, l’Occidente è rimasto senza nemico. Ha proceduto per circa un decennio non solo senza nemici ma con un nuovo gigantesco alleato e vassallo e in pratica non è riuscito a spiegare, al resto del mondo, come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli.

Ha mostrato che il problema non è esterno all’Occidente, è interno, nel modello di sviluppo. Così nell’anno 2001 i dominatori dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, hanno prodotto il mutamento di rotta della storia politica del mondo.

Hanno creato l’11 settembre del 2001 per mettere dinanzi agli occhi di tre miliardi di persone il nuovo nemico, cioè l’estremismo islamico.

Così è iniziata la guerra contro il terrorismo islamico che dura ormai da quindici anni. Sia il Presidente di allora, George Bush jr, sia il suo Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, affermarono: «comincia una guerra che durerà 50 anni» e l’altro «durerà un’intera generazione». Questo era il piano: sostituire il terrore rosso con il terrore verde.

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Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Papa Francesco, e con lui tanti analisti, hanno parlato di una terza guerra mondiale combattuta in tutto il mondo senza un focolaio preciso. Siamo anche in una nuova versione della Guerra Fredda?

Io non parlo per conto terzi. Parlo per me stesso. Sono stato uno dei primi analisti al mondo a dire apertamente che stiamo entrando nella terza guerra mondiale. Quando si parla di questo non si può che riferirsi a una guerra atomica. Una guerra mondiale fatta a pezzettini non ha alcun senso, c’è sempre stata.

Durante la Guerra Fredda si sono combattute, per conto terzi, decine e decine di guerre locali che servivano per mantenere l’equilibrio tra le due potenze. Nel momento in cui è finito il bipolarismo ed è finita la Guerra Fredda, queste sono continuate ma non sono conflitti mondiali.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Una guerra mondiale è lo scontro tra l’Occidente (Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e pochi altri) e l’Asia. In questo senso l’Asia è tutto il resto il mondo. Solo che tutto il resto del mondo è impreparato a questo conflitto, lo sono solo gli Stati Uniti d’America e la Russia che dispongono del potenziale nucleare necessario.

Quando si scontreranno questi due Stati sarà lo scoppio della terza guerra mondiale. Ritengo sarà anche la fine dell’attuale civiltà umana. Ma molti non lo vedono perché non capiscono o non sanno qual è il carattere della guerra moderna, se lo sapessero non direbbero le sciocchezze prive di fondamento che dicono quando si parla di guerra diffusa e via discorrendo.

Il primo segnale di non-democrazia è il tentativo di ostacolare le opinioni divergenti. Possibile che gran parte della “massa democratica occidentale” non riesca a cogliere questo segnale nell’informazione dominante?

Purtroppo è possibile e reale. Nel libro precedente a questo, intitolato È arrivata la bufera (Piemme, 2015), spiego nel capitolo dedicato a Matrix cosa è già accaduto da quaranta-cinquanta anni a questa parte.

L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo.

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Ritengo realistico affermare che gran parte della popolazione vive dentro Matrix, dentro una prigione virtuale nella quale crede di essere libera, come accade appunto nel film, ma che è un universo irreale. Il mondo reale è altrove, fatto in un altro modo, è furibondo, feroce, senza tregua.

L’importante è non far capire alla gente in che situazione vive, lo capirà soltanto quando sarà il momento di finire tutti abbrustoliti. A quel punto molti se ne renderanno conto ma sarà un po’ tardi.

La grande massa della gente non sa nulla di ciò che la circonda. È stata bombardata da una miriade di proiettili che attraversano ogni secondo, ogni attimo della nostra vita e sono spesso non solo non percepiti e indolori ma addirittura piacevoli. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

La più grande arma costruita dall’Occidente per annichilire il senso comune, il buon senso, la razionalità, la solidarietà, la cooperazione, la consapevolezza della limitatezza delle risorse… tutto questo è stato cancellato dalla visione di miliardi di persone.

Parliamo di un’arma che spegne l’intelligenza e quindi, alla lunga, non potrà che produrre mostri. Come ci indica l’acquaforte di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». L’Occidente è stato trasformato in un gigantesco formicaio di persone la cui ragione è stata addormentata.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Lei paragona le inquietanti sensazioni che proviamo noi oggi, che viviamo un’epoca di grande cambiamento, a quanto devono aver provato i dinosauri. Siamo destinati all’estinzione?

Destinati no. Non credo in un qualche destino preordinato, è un qualcosa che forgiamo noi sempre, in un modo o nell’altro. Devo questa mia convinzione guarda caso alla lettura di uno straordinario romanzo russo, Guerra e Pace di Tolstoj, citato più volte in Putinofobia.

Noi popolo siamo protagonisti e, quando siamo in tanti, produciamo un movimento, un muoversi delle idee, delle correnti profonde della storia. Non esistiamo inutilmente. Esistiamo con la nostra forza fisica, con la presenza fisica e intellettuale.

Non credo ai complotti. La trasformazione in automi sta avvenendo ma non è il risultato di un complotto bensì della commistione tra l’informazione manipolata e il potere. E avviene in modo quasi automatico ormai. Il coordinamento dei nostri movimenti dall’esterno è avvenuto su un sesto della popolazione, che è l’Occidente. Il resto del mondo, secondo me, non è stato neanche minimamente scalfito da questo meccanismo.

Non credo che l’Occidente arriverà a dominare il mondo al punto che non ci possa più essere speranza. C’è ancora un grande movimento nel mondo. Non esiste un Nuovo Ordine Mondiale, non è mai esistito, esiste invece un “piccolo disordine occidentale”.

Riusciranno i popoli a organizzarsi e fermare la follia omicida e suicida dell’Occidente? Beh, la questione è aperta.

L’Occidente pensa di essere invincibile e questo è il suo tallone d’Achille. Se tale consapevolezza si farà strada in importanti settori intellettuali e dirigenti, sulla spinta di altri popoli non occidentali, noi potremo salvarci.

Noi europei non troveremo la soluzione del problema. Noi abbiamo creato il problema. Noi siamo il problema. Non credo potremo comprendere quanto sto dicendo in termini tali da modificare il corso delle cose che precipita verso lo scontro e cioè verso la terza guerra mondiale. Lo potremo fare solamente insieme agli altri popoli, alle altre culture, alle altre civiltà, alle altre religioni, alle altre tradizioni…

La soluzione la possiamo trovare solo tutti insieme. Chiunque progetti l’uscita da questa crisi, che è mondiale ed epocale, da solo, qui in Europa… beh si fa una grande illusione.

Se dovessi riassumere in poche parole, che restassero impresse nel lettore che legge Putinofobia, il senso di questo libro, direi: smettiamola di ritenere l’Occidente il centro del mondo. Non lo è più. Non perché sia buono o cattivo. Semplicemente non lo è più. Quanto più riusciranno a liberarci da questa idea tanto più potremo salvarci e preservare la nostra civiltà.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-putin-ci-fa-paura-intervista-a-giulietto-chiesa

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

08 martedì Mar 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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BeatriceMautino, ControNatura, DarioBressanini, intervista, Rizzoli, saggio

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

Come può la scienza combattere la cattiva informazione che, nel gran calderone dell’informazione globale, sembra proliferare come una coltura in laboratorio? Quali mezzi ha a disposizione affinché false scoperte o finte teorie vengano passate come scoop scientifici quando in realtà altro non sono che colossali bufale?

Ne abbiamo discusso con Dario Bressanini, ricercatore presso il dipartimento di Scienze chimiche e ambientali dell’Università degli studi dell’Insubria a Como e autore, insieme a Beatrice Mautino, del saggio Contro Natura. Dagli OGM al«Bio», falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola (Rizzoli, 2015), tra i titoli finalisti al Premio Galileo per la divulgazione scientifica edizione 2016.

Contro Natura è stato pensato e strutturato per fornire non certezze ma dubbi. Far ricredere le persone sulle loro convinzioni. Proprio come si fa in un normale processo scientifico: si parte analizzando i fatti per poi verificare se i preconcetti, le idee concordano. Se i fatti contraddicono le opinioni queste vanno cambiate.

Avvicinare i giovani alla scienza e abituarli al metodo scientifico è, per Bressanini, fondamentale. Utile per diventare cittadini critici in grado di sviscerare le informazioni e scovare le bufale mediatiche.

Medicina omeopatica, soluzioni fai da te, cibo biologico, alimenti geneticamente modificati e geneticamente mutati, mutazioni naturali e operazioni di laboratorio, paure, pregiudizi, preconcetti, bufale e divulgazione scientifica… ne abbiamo parlato con Dario Bressanini in un’intervista.

Nel testo, scritto a quattro mani con Beatrice Mautino, avete dichiarato di voler scrivere un libro alla Micheal Pollan, il giornalista americano noto per i suoi reportage sul campo. Perché?

Riteniamo sia un modo molto efficace di fare divulgazione scientifica. Il saggio tipico di divulgazione scientifica, in Italia ma anche all’estero, di solito si concentra sulla scienza, sui dettagli tecnici, invece l’approccio di Pollan l’abbiamo un po’ adottato perché parte dalle storie. Raccontare delle storie che hanno, in questo caso, uno sfondo scientifico ma in maniera tale da far arrivare il messaggio a un numero maggiore di lettori. Comprensibile anche ai non specialisti della materia.

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

I “laureati alla Google University” hanno trovato il loro colpevole mentre gli scienziati ancora cercano di trovare i fondamenti dell’esistenza o meno della sensibilità al glutine. È colpa dei “laureati alla Google University”, dell’informazione, spesso sommaria e contraddittoria, oppure della mancanza, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, di un canale di diffusione diretta e globale di una corretta divulgazione scientifica?

Le cause sono molteplici. C’è una fetta di lettori-commentatori che ora con i social network hanno più possibilità di dare sfogo alle loro teorie complottiste o ascentifiche. Cattiva informazione sul web ce n’è tanta. Quello che manca, per chi non è addetto, è la capacità di distinguere le stupidaggini dalle ricerche serie. E a questo punto, siccome non si può pretendere che il pubblico sia esperto di tutto, nessuno lo è, si sente la mancanza, almeno in Italia, di quel filtro del giornalismo scientifico. Nel nostro Paese l’informazione scientifica la fa il giornalista generalista.

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La varietà di piante create con la tecnica della mutagenesi ammonta a oltre 2200 specie e innumerevoli sono i mutamenti avvenuti direttamente in natura. Qual è il rapporto tra la naturale evoluzione genetica e le mirate operazioni compiute nei laboratori di tutto il mondo?

Quello che si fa nei laboratori di tutto il mondo, con qualsivoglia tecnica, in realtà non è nient’altro che una emulazione di quello che accade in natura. Non c’è alcun motivo razionale nel ritenere una modifica avvenuta in natura per forza migliore di una fatta in laboratorio.

Qual è la reale differenza tra i cibi geneticamente modificati e quelli geneticamente mutati? Perché in Italia si demonizzano i primi e si accettano i secondi?

Non c’è una risposta scientifica, nel senso che per la scienza non importa come è stata ottenuta la modifica genetica ma contano le proprietà dell’alimento. La legislazione europea distingue invece il modo in cui sono ottenuti i vari vegetali e questo ha generato una diffidenza nelle persone che ritengono i cibi modificati diversi dal resto di ciò che mangiamo. Con la tecnica della modificazione genetica si possono fare cose molto più avanzate, precise e potenti e forse è anche questo che scatena un po’ di paura.

Come la scienza combatte la cattiva informazione? Intervista a Dario Bressanini

Contro Natura è tra i cinque saggi finalisti al Premio Galileo edizione 2016, è fuori di dubbio positiva l’attenzione dei ragazzi verso questa tematica ma, in generale, l’interesse sembra molto scarso se non addirittura inesistente. Ritiene ciò sia imputabile ai ragazzi stessi o al sistema di educazione e formazione?

Sinceramente non sono molto d’accordo. Mi reco spesso negli istituti superiori, lo stesso fa la mia co-autrice Beatrice Mautino, e riscontro sempre molto interesse. Certo i ragazzi sono bombardati da tantissime cose ma non li ritengo così apatici e disinteressati come spesso vengono descritti.

Quanto è importante, secondo lei, avvicinare i giovani alla scienza e abituarli a ragionare secondo un metodo scientifico?

Secondo me è fondamentale. L’approccio al metodo scientifico diventa un modo di approcciare i problemi e le questioni che ci interessano come cittadini. È importante studiare la scienza ma lo è parimenti apprenderne il funzionamento. L’idea di non prendere per buono tutto ciò che ci viene detto o tramandato ma metterlo alla prova, fare dei test, dei ragionamenti. Lo studio delle scienze non deve essere finalizzato al diventare uno scienziato, lo diventa una piccolissima parte. La conoscenza del metodo scientifico ci permette di essere dei cittadini migliori, capaci di distinguere la cattiva dalla corretta informazione, le bufale da ciò che invece è scientificamente provato.

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Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi… Intervista a Maurizio Pallante

25 giovedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DestraeSinistraaddio, intervista, Italia, italiani, Lindau, MaurizioPallante, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Per Maurizio Pallante siamo in una fase di chiusura di un’epoca storica, cominciata 250 anni fa con la Rivoluzione industriale. La crisi attuale è la somma della crisi ecologica, di quella climatica, morale, occupazionale… Quando un’epoca storica si chiude cominciano a vacillare la cultura, il sistema dei valori, i modelli di interpretazione della realtà che la società ha sviluppato e sui quali ha conquistato il consenso delle popolazioni. In questo momento nasce l’esigenza di iniziare a costruire un paradigma culturale diverso.

Destra e sinistra addio (Lindau, 2016) ha nel titolo la definizione della crisi, ma c’è nel sottotitolo la parte del construens, “per una nuova declinazione dell’uguaglianza”. La sconfitta storica della sinistra non è la sconfitta dell’idea di uguaglianza ma il fallimento dell’interpretazione che la sinistra ne ha dato. Per recuperare questa idea occorre declinarla in maniera diversa, estendendola a tutti i viventi, perché tutte le forme di vita sono in relazione tra di loro. L’uguaglianza inoltre non può essere limitata a un reddito monetario ma deve coinvolgere nel loro complesso gli stili di vita delle persone.

«Anche le persone meno interessate alla politica si sono rese conto che nei Paesi democratici le differenze tra i partiti più rappresentativi della destra e della sinistra si sono progressivamente attenuate fino a scomparire quasi del tutto.»

Destra e sinistra addio è il nuovo saggio di Maurizio Pallante, ne abbiamo parlato con l’autore in un’intervista.

Fin dalle prime pagine del libro, lei afferma con chiarezza che la destra è rimasta ferma sulle sue posizioni e la sinistra le si avvicina sempre più. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di questo slittamento della sinistra?

La sconfitta storica che ha subito, testimoniata dall’abbattimento del muro di Berlino nel 1989 e dovuta al fatto che la sinistra si poneva gli stessi obiettivi di fondo della destra, ovvero la crescita economica, con delle finalità diverse. Per la sinistra lo scopo era una più equa redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali. Ma la Storia ha dimostrato che l’economia di mercato, sostenuta dalla destra, era in grado di far crescere l’economia più delle scelte della sinistra. Per cui la sinistra si è trovata a sostenere lo stesso tipo di obiettivo con degli strumenti meno efficaci per raggiungerlo.

Questo ormai rende molto esigua la differenza tra partiti politici di destra e di sinistra. Perché allora sembra tanto difficile da accettare? E per quali ragioni si continua a fomentare nell’opinione pubblica l’idea di una differenza tra destra e sinistra al punto che l’appartenenza politica viene intesa e vissuta come tifo da stadio?

Perché ormai la politica è gestione di posti di lavoro, di appalti, di attività economiche… e ci sono dei gruppi di potere che cercano di conquistare il consenso della popolazione per poter gestire le somme legate ai posti di lavoro, agli appalti, alle attività economiche, ai privilegi che hanno i politici… Ormai la distinzione tra destra e sinistra è più formale che sostanziale e la politica ha perso completamente la carica etica e di ricerca del bene comune ed è diventata uno strumento per intervenire nelle attività economiche e produttive gestite dalla collettività, dallo Stato e dagli Enti locali.

A proposito di opinione pubblica, lei nota come le scelte di politica interna ed estera di destra, se gestite dalla sinistra, registrano meno opposizione sociale. È solo una diffidenza quasi atavica verso la destra, oppure ci sono altre ragioni?

Nell’immaginario collettivo è ancora radicata l’idea che la sinistra sia quella parte politica che fa gli interessi di una più equa redistribuzione delle risorse. Se una politica di destra viene gestita dalla destra, che ha sempre amministrato le risorse in maniera meno equa, le classi popolari possono essere spinte dalla sinistra a protestare. Ma se è la sinistra che fa la stessa politica economica della destra, manca la spinta alla protesta. Lo prova ad esempio il fatto che le Riforme costituzionali, proposte dal governo attuale, non suscitano la stessa reazione negativa avuta a suo tempo dalle medesime Riforme proposte dal precedente governo di centro-destra.

Cosa rappresentano Siryza, Podemos e Movimento Cinque Stelle nell’attuale scenario politico europeo?

Io farei una distinzione tra Siryza e Podemos, espressione politica di una sinistra non convenzionale, non legata alla storia del Novecento, e Movimento Cinque Stelle, che fin dall’inizio ha dichiarato di non essere né di destra né di sinistra.

Siryza, presentatosi come una reincarnazione diversa della sinistra, oggi sta facendo delle politiche di destra per cui sta suscitando l’opposizione popolare.

Podemos non sappiamo ancora cosa farà, per ora ha avuto buoni risultati elettorali, si vedrà se sarà in grado di gestire una politica di sinistra andando al governo ma, se ciò non accadesse, l’alleanza con i socialisti gli imporrà di portare avanti una politica di centro-destra e allora a quel punto in Spagna andranno di nuovo alle elezioni.

I Cinque Stelle invece stanno, in questo momento, rendendosi conto di tutto il malcontento che la popolazione ha accumulato nei confronti della casta politica, stanno cavalcando la carta morale, della politica gestita nell’interesse della collettività. Il consenso da loro ottenuto sembra derivare più che dalle proposte che fanno, dall’insoddisfazione della popolazione riguardo la gestione del potere da parte dei partiti tradizionali.

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Secondo lei, per superare la crisi e lo stallo in cui versano i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, bisogna riscoprire una finalità più ragionevole da assegnare alle attività produttive. Cosa intende?

Oggi il fine dell’attività economica e produttiva è la crescita della produzione di merci, e gli esseri umani sono il mezzo per raggiungere questo fine. Bisogna invertire questo rapporto. Il fine deve tornare a essere il benessere degli esseri umani e le attività produttive il mezzo per raggiungere questo scopo. Questo è il cambiamento che va fatto per superare la crisi.

Il Capitalismo si è servito anche della spiritualità trasformando i fedeli in consumatori?

Sì. E questo è stato uno degli elementi di fondo. La sinistra è stata sconfitta anche perché la sua posizione nei confronti della Chiesa e della religione le ha alienato il favore e la simpatia delle masse. Mentre il Capitalismo ha usato, strumentalmente, la religiosità della popolazione per cambiare il sistema dei valori in senso materialistico. Da questo punto di vista ha avuto anche un appoggio, in Italia, da parte della Chiesa cattolica. Questa, da una parte, continuava a predicare che bisognava non essere succubi del materialismo e del consumismo, dall’altra sostenendo, attraverso il partito della Democrazia Cristiana, la crescita economica, dicendo che era un bene, si è posta in una posizione di grande contraddizione.

Mantenendo l’attuale sistema economico, anche se dovesse registrarsi una reale ripresa i problemi ambientali persisterebbero. E ciò come può essere visto come un bene?

I problemi ambientali si aggraverebbero. Questi sono causati dal fatto che la crescita economica prevede un consumo crescente di risorse ed è arrivata a esaurire molte delle risorse non rinnovabili, a consumare le risorse rinnovabili di un intero anno entro la metà di agosto. Per cui la crescita economica mette in discussione la capacità dell’ecosistema terrestre di fornirgli le risorse di cui ha bisogno. Vengono inoltre immesse nell’ambiente di sostanze non metabolizzabili dai cicli biologici o perché sono troppe, come l’anidride carbonica e quelle derivanti dall’effetto serra, o perché sono sostanze di sintesi chimica o non biodegradabili, come la plastica. In tutti gli oceani ormai galleggiano masse di rifiuti di plastica grandi come dei continenti. L’aumento della produzione, ammesso che possa avvenire, comporterebbe un aumento delle emissioni e del consumo delle risorse. E questo sicuramente non è un bene.

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Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

17 domenica Gen 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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BUR, CarloPanella, IllibronerodelCaliffato, intervista, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, saggio, terrore, Terrorismo

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

La Storia, si sa, è fatta di cicli che si ripetono; Giambattista Vico li chiamava ricorsi. Ma quando sono gli errori a essere commessi ripetutamente cosa viene da pensare? Albert Einstein aveva etichettato come follia la propensione dell’uomo a fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso.

Carlo Panella ne Il libro nero del Califfato, edito da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) ad aprile 2015, pone l’accento sugli errori commessi dall’Europa nel 1939 allorquando non capì la gravità del disegno progettato da Hitler e quelli, identici, commessi oggi nell’interpretazione del fenomenojihadista.

«Non rendersi conto che qualcuno ti fa la guerra per imporre la sua “cultura” è un errore. Errore ancora più grande è non capire perché ti vuole annientare».

Perché Hitler ci ha fatto guerra? Perché voleva annientare il popolo ebreo? Perché il Califfo ci fa guerra? Perché vuole annientarci? «Un abisso separa la nostra totale dimenticanza, la stupita ironia, il nostro scherno nei confronti dell’Apocalisse, dalla loro certezza che è immanente e imminente. Schiaccio il detonatore, mi uccido e uccido gli infedeli perché domani, tutti insieme, siamo chiamati al Giudizio Universale».

Il libro nero del Califfato è un testo che vuole focalizzare sulla centralità dello scisma islamico in atto nelle tragiche vicende che hanno visto coinvolto anche il territorio occidentale nei recenti attacchi di Parigi. Ne abbiamo parlato in un’intervista con l’autore Carlo Panella.

«L’Europa ha commesso gli stessi errori nel 1939 e ora li ripete»: il non capire che qualcuno ci combatte per affermare il predominio della propria civiltà e il non cogliere le ragioni per le quali qualcuno vuole annientarci. Cosa spinge il Califfo verso la volontà di annientare l’Occidente? E quali sono i termini di questa guerra di civiltà?

La ragione fondamentale alla base delle azioni del Califfato, come di tutti i movimenti jihadisti, è quella di conquistare potere politico ovunque, in particolare nelle zone che furono sottoposte al dominio islamico in passato, per imporre la legge divina, la sharia. È quello che sta facendo non soltanto in Mesopotamia e in Libia ma anche attraverso atti che noi, erroneamente, definiamo di terrorismo, come gli attentati di Parigi, e che invece sono solamente delle punizioni shariatiche per delle trasgressioni alla legge di Dio.

«Charlie Hebdo» per blasfemia, il Bataclan perché la musica, qualsiasi non solo quella occidentale, è proibita, colpiti bar e ristoranti per punire la promiscuità tra uomini e donne. Tutti segnali molto chiari che l’Occidente non interpreta anche perché abbiamo una visione “egoistica” del mondo. Pensiamo che loro ci vogliano fare paura o che siano dei terroristi. È scontato dire che vogliono farci paura, in realtà tutte le loro azioni mirano a far applicare la sharia.

Non rendersene conto vuol dire ignorare lo scisma religioso interno al mondo islamico. Non è tutto l’Islam ma un Islam scismatico quello che ci attacca. Che ci fa la guerra e quindi noi dobbiamo farla a lui. Farla sul serio però, non quello che l’Occidente sta facendo ora, ovvero bombardando in Siria e Iraq, ma andando a combattere sul terreno o comunque appoggiando chi sta combattendo. Non lo facciamo per varie ragioni ma principalmente perché l’Occidente non ha ideali, quindi non ha coscienza di sé stesso.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel testo sottolinea gli errori del direttore della Cia, di Cameron, di Hollande e della Mogherini i quali affermano che il terrorismo non è Islam. «È Islam, invece: è uno scisma musulmano». Ci spiega i caratteri di questo scisma?

Brennan, Mogherini, Obama… pensano si tratti di una banda di criminali e la trattano come tale, una sorta di bounty killer, quando invece è uno scisma dei Saud e Muhammad al-Wahhab, un teologo islamico. Fece un’azione militare all’inizio dell’Ottocento andando a occupare La Mecca e Medina, si alleò con le tribù dell’Anbar, in pratica le stesse di oggi. È stato l’asse portante della rivolta indiana del 1857 e di quella sudanese del 1880 pur restando nell’ombra e riemergendo con forza durante la rivoluzione khomeinista. Perché l’elemento fondamentale di questo scisma è la pratica liquidatoria di tutte le dottrine idolatriche.

Loro ritengono che i cristiani e gli sciiti siano idolatri perché mentre loro hanno un solo Dio, questi adorano anche i santi o gli imam. Hanno questo atteggiamento persecutorio nei confronti degli idolatri, che verifichiamo anche in questi giorni in Iraq, mosso dalla volontà di venerazione di un unico Dio.

Non conoscere questi elementi, fare dei comodi appelli al bene contro il male o frasi del tipo non si uccide in nome di Dio è una difesa culturalmente miserrima che, ahimè, coinvolge anche il Papato che, peraltro, difronte alla persecuzione dei cristiani in atto da parte di questo movimento islamico, fa ben poco, nonostante le migliaia di martiri cristiani che questi scismatici uccidono ogni anno in tutto il mondo.

Come si colloca in questo scisma l’irrisolto conflitto israeliano-palestinese?

Una delle tante verità che ha spiegato questa vicenda è il fatto che la centralità del conflitto israelo-palestinese per sistemare il Medio Oriente era una bufala. Anzi spiega il contrario. Quanto sta avvenendo in Mesopotamia, in Yemen… in posti in cui mai c’è stato l’intervento occidentale, dimostra che la ragione per cui questo conflitto non si risolve non è in una dimensione di terra contro pace,come si è detto per decenni, ma in un non possumus di tipo islamico dentro, peraltro, questo scisma, per cui i palestinesi musulmani non sono disposti ad accettare l’esistenza dello Stato di Israele. Il tutto concretizzato dalla gestione fatta da Hamas.

Hamas e parte dello scisma non discutono minimamente della questione territoriale. Hanno avuto Gaza gratuitamente nel 2006 da Sharon, ma non fanno la pace con gli ebrei perché devono imporre la sharia su tutto Israele.

Il conflitto israelo-palestinese andrebbe risolto ma ciò non può avvenire perché nel mondo musulmano esiste da sempre il rifiuto della coesistenza tra uno Stato ebraico, uno Stato arabo e uno radicale e non a caso questo rifiuto inizia con una leadership religiosa, Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

L’altro grande nodo delle aspirazioni universalistiche dell’Islam è rappresentato dall’Iran. Ora che le sanzioni sono state revocate lei affermerebbe che la «deterrenza atomica per esportare la rivoluzione» ha funzionato?

Direi di sì. Sono riusciti a convincere le classi dirigenti occidentali della loro volontà di non destabilizzare il Medio Oriente nel momento stesso in cui con strumenti tradizionali lo facevano in maniera parossistica. In Iraq, in Siria appoggiando Assad, in Yemen, a Gaza, in Libano…

Gli iraniani non sono arabi, hanno delle èlite dirigenti estremamente raffinate, pongono all’Occidente il problema di una rivoluzione popolare vincente, hanno un’ideologia di morte basata sul martirio, di nuovo di tipo nazista, gestiscono il Paese in maniera autoritaria però l’incapacità di affrontare la situazione iraniana fa sì che l’Occidente chiami Rouhani affidabile riformista nonostante lo stesso premio Nobel Ebadi continui a dire che da quando c’è lui le condanne a morte in Iran sono duplicate. Assisitiamo al paradosso del riformista che duplica le condanne a morte formalmente per reati comuni, ma per la gran parte sappiamo tutti essere dovute a reati politici o di semplice dissidenza ideologica o verbale.

Contrapposto a quello wahabita c’è questo scisma khomeinista basato sulla ideologia del martirio e obbligo del musulmano di uccidersi per uccidere gli infedeli e, esattamente come per il fenomeno wahabita, non vogliamo prendere atto della radicalità culturale di questa ideologia autoritaria.

Lei ritiene che l’Occidente si rifiuti di comprendere «che queste migliaia di “John” sono uomini di fede» in quanto prenderne coscienza comporterebbe implicazioni terribili. Quali sono queste “implicazioni terribili”?

Affrontare il problema del consenso di massa che tutti gli inviati dicono… leggete cosa scrive Cremonesi sul «Corriere della Sera» intorno a Mosul. Ripete più volte: «La popolazione sunnita appoggia in maniera convinta gli uomini dell’Isis».

Dovrebbe bastare per rendersi conto che c’è un’adesione di massa a un’ideologia di morte, autoritaria e violenta, e ciò costringe a prendere atto che dentro l’Islam c’è uno scisma operante. E che questa parte scismatica, che uccide in nome di Dio, non viene contrastata a sufficienza se non con poche dichiarazioni verbali, proprio perché molti dei valori che i jihadisti difendono sono simili se non proprio uguali a quelli di gran parte del mondo islamico.

Elemento questo che non viene preso debitamente in considerazione, sfugge, si mistifica la realtà e si risponde in maniera meccanica con dei bombardamenti che, peraltro, non fanno che aumentare il consenso delle popolazioni civili colpite verso questa nuova forma di autoritarismo, non maggioritario ma di massa.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

In un altro passaggio del libro, definisce i terroristi islamici «simbolo di un male dell’anima che penetra in profondità persino nelle nostre metropoli». In cosa consiste questo male?

Noi non siamo figli di Set ma di Caino. C’è questo rifiuto dei contemporanei di affrontare di petto quello che è l’insegnamento non soltanto della Bibbia ma anche della mitologia greca: la propensione dell’uomo al male, all’assassinio, addirittura al fratricidio.

Ormai l’ideologia che gira, anche ad alti livelli della nostra cultura, è molto simile a quella delle Miss. «Vogliamo la pace nel mondo» è il corale desiderio espresso. Invece questa capacità di attrazione che ha una nuova ideologia di morte dentro un corpo religioso millenario pone dei problemi enormi per quanto riguarda la comprensione dell’uomo e della sua dimensione.

Problemi questi che sono contrapposti al politically correct, al mainstream buonista che pervade tutti gli ambienti della nostra cultura. Siamo difronte a una manifestazione del male dell’animo umano sviluppatasi ora in ambito musulmano, nel Novecento esplose in ambito europeo, che è inquietante e pone problemi drammatici.

Voi amate la vita, noi la morte è il messaggio che lanciano i jihadisti e questo alla nostra cultura, oltre che alla nostra sicurezza, pone dei problemi che si preferisce evitare.

Si sofferma a lungo nel libro sulle differenze tra Al-Qaeda, Isil e Califfato eppure tutte attirano «migliaia di giovani come falene». Perché? E perché l’Occidente stenta a capirne le motivazioni?

Al-Qaeda differisce dal Califfato per una ragione molto semplice: è essenzialmente una struttura organizzativa di tipo classico, non ha avuto la capacità di fare il salto di qualità che il Califfato ha fatto proclamandosi Stato e gestendo un territorio.

Attirano tanti giovani foreign fighter. Una grande capacità di attrazione di questa ideologia di morte che è dentro il corpus dottrinario dell’Islam. Il loro primo teologo di riferimento, Ibn Taymiyya, vissuto alla fine del 1200, sosteneva che il jihad è il sesto principio dell’Islam, più importante del Ramadan e della preghiera stessa. La loro sharia è identica a quella applicata in Arabia Saudita. I loro presidenti storici risalgono al 1800.

Da noi tutto questo viene frainteso, si fa finta che sia colpa nostra. Non c’entra niente l’Occidente. Questo non è un fenomeno di reazione a vere o presunte colpe dell’Occidente. È un fenomeno che nacque, all’interno del mondo musulmano, nel 1740 con lo scismawahabita, è diventato carsico per quasi un secolo e ora è riemerso con una capacità di attrazione di consenso che ebbe non soltanto il nazismo ma anche l’applicazione e la gestione della shoah. L’uccisione, lo sterminio di sei milioni di ebrei fu possibile perché c’era consenso in larga parte del popolo tedesco. Lo stesso fenomeno lo rileviamo oggi.

Quali sono stati i veri errori commessi da Bush e Blair nel 2003? E quanto si è rivelato efficace in realtà il cambio di strategia voluto da Obama?

L’errore fondamentale gravissimo compiuto da Bush e Blair nel 2003 è stato quello di sottovalutare la radicalità del conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq e in Mesopotamia, il non aver compreso che questo elemento religioso era ed è centrale.

In Iraq è stato messo alla guida un personale tecnico-amministrativo che non aveva la minima idea di dove si trovasse e questo ha avuto conseguenze disastrose perché ha radicato, nella componente sunnita, un rifiuto totale dell’amministrazione americana e ha favorito l’impianto dei jihadisti. Ciò è stato in parte risolto dal cambio di strategia imposto dal generale Petraeus ma non ci sono stati comunque grandi risultati, a causa della disastrosa dottrina Obama. Il totale abbandono dell’area ha consentito la persecuzione dei sunniti da parte degli sciiti. Parossistica conseguenza di ciò è la caduta dei sunniti nelle braccia del Califfato.

Pur con gli errori detti, la politica di Bush ci ha lasciato in eredità l’unico alleato affidabile, il Kurdistan iracheno, mini-Stato democratico di fatto nascente e crescente, affidabile sia dal punto di vista politico che militare. Non a caso alleato dell’Italia che, giustamente, lo aiuta.

Il non-interventismo di Obama ci ha lasciato senza alleati, senza interlocutori e con un numero di morti civili che raggiunge la cifra di 300-400mila unità, tra Iraq, Siria e Yemen.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Il 2011 è stato un anno di grande fermento nel mondo arabo, con le rivolte in Tunisia, Siria, Egitto. Quali sono stati i reali motivi, secondo lei? E in seguito cosa è successo durante i mesi di governo della Fratellanza Musulmana?

I motivi erano gli stessi della Rivoluzione iraniana del 1979. Dopo la decolonizzazione, i “cattivi imperialisti” hanno cercato di instaurare in tutto il Medio Oriente delle democrazie, subito destabilizzate da gruppi militari di provenienza filo-nazista, che si sono poi alleati con l’Unione Sovietica, che hanno instaurato dei regimi all’insegna della corruzione e dell’autoritarismo. Incapaci di fare fronte alle richieste di partecipazione e alle tensioni sociali che venivano soprattutto dai giovani.

Le Primavere arabe hanno avuto la capacità di abbattere dei regimi ma, quando si è trattato di gestire direttamente, hanno dimostrato che nel mondo arabo-musulmano non c’è una élite in grado di amministrare lo Stato e così sono andati al potere uomini dei vecchi regimi che hanno saputo riciclarsi.

Lei sostiene ne Il libro nero del Califfato che il vuoto di potere che è derivato dall’eliminazione del regime di Gheddafi in Libia ha contribuito alla «germinazione di terrorismo e jihadismo». Perché?

Non si è minimamente pensato, né nel momento in cui è stato fatto l’intervento né negli anni successivi, a quale potesse essere la gestione della Libia una volta battuto Gheddafi.

Si è fatto finta che sia stato ucciso da una rivolta popolare, il che non è vero in quanto Gheddafi è stato ucciso da forze militari della Nato, e si è lasciato il Paese nel caos con un livello di incompetenza e di non comprensione del territorio spaventosi, soprattutto a fronte dell’arretratezza delle classi dirigenti libiche.

Ora si è cercato di rettificare questo abbandono ma l’idiozia euro-americana nell’abbattere il regime di Gheddafi senza poi minimamente gestire le fasi successive credo andrà studiata nei secoli come manuale di quello che non va fatto in generale nel mondo.

Una lunga e saggia esperienza americana di Nation building nei Paesi in cui sono intervenuti sta ormai scemando verso un dilettantismo drammatico e tutto ciò crea terreno di coltura per la nascita e il radicamento dell’Isis e dei jihadisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel 2006 fu lanciato l’anatema contro la rivista satirica «Charlie Hebdo» e nel gennaio del 2015 c’è stato l’attentato. Pochi giorni dopo, il 14 febbraio 2015, il Califfato minaccia l’Italia: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma… in Libia». Cosa dobbiamo aspettarci?

Dobbiamo aspettarci degli attentati. Tanto più perché facciamo guerra all’Isis. Fortunatamente finora la fase è stata quella di attentati fatti da volontari, islamici di seconda generazione che sono andati a cercare il jihad in Afghanistan, in Yemen o in Mesopotamia e poi sono tornati. Non abbiamo avuto alcun attentato per mano di una centrale operativa specifica creata ad hoc dall’Isis, ma questo passaggio verrà a maturazione a breve.

Non possiamo prevedere dove, se in Italia o in Inghilterra o altrove, ma di sicuro ci saranno attentati, anche perché, a differenza di Al-Qaeda, l’Isis ha una valenza anti-cristiana molto marcata.

Come si combatte il terrorismo?

Creando una rete di alleati nel campo avverso. La follia della gestione obamiana della crisi è tale per cui noi non abbiamo alleati.

Siamo alleati con gli uni e con gli altri, vogliamo fare la pace, far fare la pace a sciiti e sunniti, tra i khomeinisti e gli anti-khomeinisti. In Yemen Obama bombarda gli sciiti con i sauditi e in Iraq e Mesopotamia invece a essere bombardati sono gli alleati dei sauditi e ciò va a favore degli sciiti.

È un quadro parossistico, vergognoso che farà sì che questa crisi complessiva continuerà a svilupparsi fino a quando, finalmente, un nuovo o una nuova presidente non prenderà incarico nel gennaio 2017. Abbiamo davanti oltre un anno di tempo durante il quale questa crisi diventerà sempre più ampia.

http://www.sulromanzo.it/blog/combattere-l-isis-sul-campo-le-ragioni-intervista-a-carlo-panella

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein

29 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

A ottobre è uscito per Mondadori Il Califfo e l’Ayatollah di Fiamma Nirenstein, un libro che osserva «quello che abbiamo di fronte con gli occhiali dell’analisi e non con quelli dell’illusione» per cercare di capire cosa in realtà sia il terrorismo internazionale.

Il terrorismo si presenta agli occhi degli occidentali come un enigma, una sfinge, al punto che siamo stati persino «incapaci di darne una definizione sancita dall’Onu tanto alligna in noi l’incertezza sia sulla sua ragionevolezza sia su come combatterlo». Una situazione, quella medio-orientale, complessa e di difficile interpretazione per cui facilmente si cade nell’inganno del fraintendimento, come nel caso delle rivolte della Primavera araba, le quali mostrarono molti segnali della loro vera natura «che noi abbiamo ignorato del tutto nel nostro infinito egocentrismo».

Eppure sarà proprio da uno scenario tanto tragico quanto lo scontro fra sunniti e sciiti «che può nascere la speranza di una nuova stabilità». È questo il messaggio che vuol lanciare Fiamma Nirenstein con il suo libro, scritto per dimostrare che gli errori occidentali (sfruttamento, opportunismo legato al mercato petrolifero, colonialismo) comunque non legittimano il terrorismo né tantomeno ne sono la causa. Ne abbiamo parlato nell’intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

L’immagine che più colpisce all’interno del suo libro è quella dell’Occidente accerchiato da una tenaglia a due ganasce: l’ISIS sunnita e la Repubblica Islamica Iraniana di stampo sciita, entrambe accomunate però da un’aspirazione universalistica in nome dell’Islam. Al di là delle divergenze teologiche, cosa li accomuna?

Li accomuna il progetto di conquista del mondo intero e la volontà di convertirlo alla loro dottrina, l’Islam, anche se uno è sunnita e l’altro sciita.

Li accomuna poi la maniera con cui cercano di portare a compimento il progetto. L’assoluta mancanza di rispetto per i diritti umani che, come descrivo nel libro, si riscontra nelle azioni dell’Isis ma anche nella Repubblica Islamica Iraniana dove vige la shari’a.

Le azioni dell’Isis sono più visibili e più terrificanti ai nostri occhi ma la situazione è da film dell’orrore anche in tutto il mondo iraniano.

Entrambi inoltre hanno ambizioni imperialistiche. L’Iran ormai controlla il Libano, parte della Siria tramite l’assistenza ad al-Assad con l’aiuto degli Hezbollah, lo Yemen, l’Iraq… la sua aspirazione possiamo convenire che sia diventata, almeno in parte, una realtà. Mentre l’Isis ha fondato lo Stato Islamico che comprende una parte della Siria e una dell’Iraq, che tende a espandersi.

L’Isis lo fa in maniera più evidente, dichiarando di voler combattere contro l’Occidente e sottometterlo ai capi e all’ideologia islamista.

È lecito pensare a una futura alleanza tra Isis e Iran o almeno a un accordo, oppure prevarranno la controversia religiosa e l’impossibilità della convivenza tra due universalismi islamici che hanno la loro base in Medio Oriente?

Il terrorismo ha consentito già molte alleanze ai danni dell’Occidente. Basti pensare che si dice che Osama Bin-Laden, sunnita e fondatore di Al-Qaeda, si è nascosto a Teheran per un periodo. Hamas, sunnita, si è appoggiata per molto tempo all’Iran e parte dei suoi capi vivevano a Damasco.

Gli esempi da poter fare sono molti… Ora l’elemento guerra è più forte tra sunniti e sciiti perché c’è il campo di battaglia siriano che spinge in questa direzione. Ma sì, è relativamente realistico pensare a possibili alleanze.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Restiamo un attimo in Medio Oriente. Nell’epigrafe del libro, ringraziando Bernard Lewis, lei afferma che occorrono coraggio e sapienza per comprenderlo. Perché?

È evidente nell’odio irragionevole che caratterizza una parte dell’opinione pubblica, anche occidentale, nei confronti di Israele. Molto spesso si cercano delle scappatoie, la mente rifugge dal vedere le cose come stanno veramente. Inoltre ci vuole molto anticonformismo e tanto buonsenso, come quello che ci ha insegnato il professor Lewis, per non indulgere in fantasie che vedono l’Occidente colpevole e responsabile di chissà cosa nei confronti del Medio Oriente. Ciò non fa che allontanarci dalla comprensione della realtà, la quale è comunque molto complessa e di ardua interpretazione.

Troppe ancora sono le immagini stereotipate. Pensiamo alla figura di Yasser Arafat, da molti visto come un eroe che si è battuto per la libertà del popolo palestinese quando in realtà non è che l’inventore del terrorismo internazionale.

Troppe le cose che in fondo si finge di non capire, come il fraintendimento della Rivoluzione Islamica Iraniana considerata una rivoluzione sociale dovuta alle terribili condizioni in cui era stato ridotto l’Iran. Nessuno era in grado di leggere i testi di Khomeini, in cui si spiegava chiaramente quale era il disegno perseguito, ovvero la creazione di uno Stato Islamico Integralista. Soltanto Bernard Lewis, che conosceva il persiano e che aveva letto quei testi, sapeva con precisione cosa stava accadendo.

Occorrono conoscenza, pazienza, capacità di discernimento, intento e buona volontà per sbrogliare la Storia dai nostri pregiudizi.

«Il Medio Oriente e l’Africa si prendono la loro vendetta per essere stati tanto incompresi». Si tratta solo d’incomprensione o è anche il frutto di politiche occidentali non proprio attente alle conseguenze?

Certamente ci sono state delle politiche occidentali di sfruttamento, di opportunismo legato al mercato petrolifero, di colonialismo… guai a dimenticarsene. Ma ciò di certo non legittima il terrorismo.

L’intento del mio libro è proprio dimostrare questo, cercare di spiegare i motivi di quanto accaduto a Parigi, attentati non legati al fatto che l’Occidente è o è stato colonialista, bensì motivati dall’intento imperialista che il terrorismo nutre a sua volta. E non sono animati né da ragioni sociali né da ragioni storiche, solo da una spinta ideologica. I terroristi sono mossi da una volontà religiosa di dominio.

In Israele accade la stessa cosa. Il terrorismo che c’è nello Stato non ha nulla a che vedere con lo scontro territoriale, altrimenti si sarebbe già giunti a un accordo. Una proposta che prevede due Stati per due popoli fatta decine di volte, a cui io personalmente sono favorevole. Ma gli estremisti hanno un’altra idea, ovvero che Israele deve appartenere solo alla umma musulmana e che gli ebrei se ne devono andare.

Cosa significa oggi per il Medio Oriente trovarsi in balia dell’Isis e della minaccia atomica dell’Iran? Si tratta davvero di un conflitto interno al mondo mediorientale, come ritengono alcuni, oppure l’intervento dell’Occidente è ineludibile e necessario?

L’Occidente non deve combattere solo per intervenire nello scontro tra sunniti e sciiti, ora più evidente che mai, ma deve farlo soprattutto per difendersi.

Siccome il disegno di entrambe le fazioni è imperialista e il mezzo che hanno deciso di impiegare è il terrorismo, è chiaro che noi o restiamo vittime del terrorismo oppure dobbiamo difenderci. Se ciò si tradurrà poi nello andare boots on the ground, come si dice “con gli stivali sul terreno”,o meno è solo una questione tattica non strategica. Una cosa è certa: c’è da combattere e da difendersi.

Si tratta di fare una guerra difensiva, di necessità, senza alcun carattere imperialista. Noi occidentali, siccome abbiamo avuto le terribili esperienze delle guerre mondiali, siamo molto restii a questo, giustamente. Rimane sempre un dubbio, un sospetto sulle intenzioni… la paura del riaffacciarsi delle guerre di conquista. Ma ora non si tratta di questo.

Il mondo è punteggiato, in maniera sempre più virulenta, da attentati terroristici che ormai coprono tutta la carta geografica e l’intenzione viene dichiarata continuamente dall’Isis. Da parte dell’Iran è meno esplicita ma tutti gli studi e tutta l’esperienza confermano la minaccia.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Banche, pozzi petroliferi, finanziatori stranieri, acquisto di armi dall’Occidente, una casa di produzione (Al-Itisaam establishment for the Media Production), una casa cinematografica (Al-Hayat Media Center) e una società di comunicazione (Al-Furqan): più che un gruppo terroristico, l’Isis sembra una holding della guerra santa. Le sembra esagerata una tale lettura?

No, lei dice benissimo. Le cifre di cui l’Isis gode, per finanziare il proprio progetto, sono enormi. Centinaia di migliaia di dollari di budget. Questa è infatti una grande differenza rispetto ad altre organizzazioni, quali Hamas. L’Isis non dipende da donazioni, ha dato vita a un sistema di guadagno che va dalle rapine alle richieste di riscatto, al commercio di opere d’arte, occupa territori dove ci sono pozzi petroliferi importanti e vende petrolio.

In Iran, d’altra parte, proprio mentre noi parliamo cadono le sanzioni, daranno al Paese centinaia di migliaia di dollari e non abbiamo alcuna garanzia che tutto questo denaro non venga poi impiegato per progetti antagonisti innanzitutto a Stati Uniti e Israele, indicati come il grande e il piccolo Satana. Definizione mai smentita, anzi più volte ribadita da Khamenei sia durante che al termine dellaTrattativa 5+1.

Inoltre una Commissione apposita istituita dagli americani, di cui sono stati pubblicati i risultati pochi giorni fa, ci dimostra che tutte le condizioni dell’Accordo ancora non sono state poste in essere. L’Iran doveva mantenere solo 3000 centrifughe di vecchia costruzione e invece ha ancora centrali di ultima generazione che in breve possono produrre uranio arricchito necessario per una bomba, non ha ancora liquidato le sue riverse di uranio, non ha distrutto le fabbriche di plutonio arricchito… e l’elenco è ancora lungo, lo si trova facilmente anche nel mio libro.

Lei sostiene che dobbiamo guardare all’Isis «come all’affacciarsi su di noi di un’apocalisse in senso tecnico», con gli attentati che rispondono a una strategia ben precisa che lega insieme terrorismo e propaganda. Insomma, una guerra vera e propria?

Sì, la si può considerare una guerra non convenzionale vera e propria. C’è un uso spietato dei civili, l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa contemporanei, come i social network, sia per diffondere informazioni che per trovare adesioni.

Purtroppo funziona. Basti guardare ai giovani foreign fighter che scelgono di arruolarsi tra le loro fila, non per motivi sociali, molti di loro hanno studiato, hanno famiglie che li amano, hanno un lavoro… sono mobilitati, vittime di malattie ideologiche esattamente come noi occidentali lo siamo stati nel secolo scorso, pensiamo al Nazismo, al Comunismo…

Dobbiamo ammettere di trovarci di fronte a una malattia ideologica e affrontarla come tale, oltre che con le armi, altrimenti non riusciremo a vincere.

Un esempio molto importante è quello palestinese. Si parla sempre della loro volontà di creare un proprio Stato, se ciò fosse vero l’avrebbero fatto da tempo. Tante volte gli è stata offerta questa possibilità. Ciò che li spinge, come si vede anche durante l’ultimaIntifada definita dei coltelli, è un’incredibile macchina della propaganda. Consiglio di visionare il materiale che si trova sul sito Palestinian Media Watch per vedere tutto quello che viene trasmesso dai media palestinesi, altrimenti non si comprende questa macchina dell’odio che spinge tanti giovani ad accoltellare, a investire con le automobili…

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Nel suo libro, c’è un’altra immagine che colpisce molto, quando paragona la paura del Vecchio Continente a quella «avvertita quando l’immortale Impero romano ha cominciato a sgretolarsi». Fino a che punto possiamo parlare di sgretolamento del Vecchio Continente?

Possiamo far cominciare lo sgretolamento del Vecchio Continente, ma in realtà di tutto l’Occidente, da quando l’Onu ha cambiato completamente la sua natura.

All’interno delle Organizzazioni Unite si sono formate delle maggioranze legate prima all’Unione Sovietica, quella dei Paesi denominati “non allineati” e dei Paesi arabi e musulmani in generale, che hanno completamente rovesciato l’idea originaria dell’Onu. Nata in seguito agli orrori della seconda guerra mondiale avrebbe dovuto combattere per la difesa della libertà, per la promozione dei deboli e delle donne, per l’uguaglianza dei cittadini e per la diffusione di tutte le idee, indipendentemente da chi appartenessero. È accaduto l’esatto contrario. Tutti i nostri valori sono stati minati da un’organizzazione internazionale che ha cominciato palesemente a combatterli.

Da presenza compatta e morale in difesa della libertà e della democrazia siamo diventati una comunità incerta e impaurita, con un fortissimo senso di colpa legato al continuo fraintendimento e stravolgimento delle proprie idee da parte avversa.

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