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Irma Loredana Galgano

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Tiziano Fratus, Una foresta ricamata. Parole scucite tra selve e silenzi

06 lunedì Ott 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Mimesis, poesia, recensione, romanzo, TizianoFratus, Unaforestaricamata

Arriva sempre un momento nella vita nel quale ci si sente quasi obbligati a fare i conti con ciò che è successo, con i desideri realizzati e quelli disattesi, con le emozioni provate e il dolore subito, le delusioni e le aspettative che ancora animano anche gli animi più provati. Un bilancio emotivo ed esistenziale che Fratus sembra aver messo per iscritto in Una foresta ricamata e voluto condividere con i suoi imponderabili lettori.

È proprio all’imponderabile lettore che l’autore si rivolge fin dal proemio della sua opera, un lettore, un soggetto, una persona che a tratti sembra essere o diventare la coscienza stessa di Fratus, emersa dagli abissi del suo essere per ricordargli del tempo passato e dell’uomo che è diventato.

Ricorda l’autore i tempo andati e si rivede fanciullo in giardino a scoprire il mondo che lo circonda e gli animali che lo popolano. Oppure su uno scoglio a scrutare l’orizzonte e l’infinito. Da quei momenti all’oggi, Fratus sente che è sfumata una vita. Non si dichiara apertamente deluso. Afferma di aver, nonostante tutto, realizzato i suoi sogni. Eppure traspare, dalle sue parole, una sorta di malinconia, afferente più alle perdite subite che agli obiettivi mancati. Vuoti, mancanze che l’autore sembra aver voluto sempre riempire con solitudine e silenzio. Il bosco con i suoi alberi e i suoi “rumori” hanno aiutato Fratus a non sentirsi solo o abbandonato. Parte di quella stessa natura che lo ha da sempre attratto e mai deluso. 

Descrivere svevianamente una vita, partendo dal limen della gioventù e possibilmente sbordando in un accrescimento non tanto materiale quanto psichico, tutto cucito di motivi interiori, ha in sé un’innegabile attrattiva1. E Tiziano Fratus sembra essersi lasciato attrarre dal racconto, in chiave quasi confessionale, del suo essere interiore oltre che della sua esistenza pubblica e privata. 

Stefano Agosti ha definito la scrittura di Flaubert una «poesia della prosa»2. Anche la scrittura di Fratus sembra una poesia della prosa che racconta la natura, nella doppia accezione: botanica e umana. Indaga l’autore il mondo che lo circonda. Esplora il territorio e l’ambiente. E, a ogni sentiero di bosco percorso, sembra ritrovare una parte di sé, del suo essere nascosto. 

La scrittura di Flaubert è servita, invece, a Lalla Romano per realizzare che «la prosa può essere altrettanto rigorosa della poesia, che prosa e poesia anzi sono la stessa cosa»3. Si ritrova, nella prosa di Fratus, quel legame interno tra le parole tipico della poesia. Parimenti, si ritrova nella sua poesia quell’attenzione alla descrizione più che al dettaglio tipica della prosa. 

L’autore sembra guardare anche al Futurismo, laddove ripudia la struttura classica della frase o del verso e lascia che le sue parole si abbarbichino intorno a una struttura centrale, portante e rassicurante come un albero, che assume svariate forme e dimensioni. Più che un avvicinarsi a i temi del Futurismo però, l’opera di Fratus sembra volerne ricalcare la ribellione. Fare propria la volontà di libertà e di liberazione. Dagli schemi certo ma, soprattutto, dal male, dal dolore, dall’inciviltà del viver “civile”. Con lo sguardo sempre rivolto alla Natura amica. Un cammino, quello percorso da Fratus nella vita e nella scrittura, che lo porta dal Futurismo a Naturalismo e Verismo, e viceversa. 

Seguendo le riflessioni di Hyppolite Taine, il narratore non viene più visto come un inventore ma un osservatore che analizza una tranche de vie sottolineando i rapporti di causa-effetto che determinano i rapporti umani. 

Nell’opera di Fratus i rapporti posti sotto la lente d’ingrandimento sono soprattutto quelli dell’uomo con la natura. E i rapporti di causa-effetto sono perlopiù le conseguenze dell’agire umano: «chiedo scusa al filo d’erba e chiedo scusa all’usignolo che batte le ali in gabbia e chiedo scusa al ruscello di cui ho deviato il corso e chiedo scusa al mare che ho inquinato».

Il rapporto uomo-natura è stato declinato in maniera diversa nelle differenti culture ma, nel corso del tempo vi è stata una progressiva accentuazione della visione antropocentrica. 

Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo i meno animali di tutti. Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro corpo, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima)4.

Negli scritti di Fratus si ritrova, innata, questa filosofia. Egli sembra esserci arrivato mediante l’osservazione di ogni essere abitante il bosco, la cui esistenza ha incontrato quella dello stesso autore, cambiandola radicalmente. Gli occhi di Fratus sembrano diventare quelli di Pascoli, ed egli stesso veste i panni del fanciullino osservando il mondo che lo circonda con lo stupore e la naturalezza che solo l’essere in bilico tra infanzia e maturità può dare. 

Un equilibrio da cui l’autore sembra subito prendere le distanze, in uno slancio di ribellione che diventa volontà di diniego del passato e tensione verso il futuro.

«c’è questo mio silenzio e c’è il silenzio che abita i grandi alberi, e ci sono le vaste foreste, che sono grandi silenzi suddivisi e ordinati. e poi c’è la vastità dell’esistere, del pulsare, del nascere e del morire. E, alfine, c’è il pensiero, che non si adagia un attimo, che anche quando medito galoppa e invade e si incunea.»

Un pensiero, quello descritto da Fratus, che inneggia alla velocità, al dinamismo. In contrasto con il silenzio del bosco e della persona, statici, quasi fermi, passivi. Il pensiero in movimento si allinea di più con la vastità dell’esistere, del pulsare, del nascere e del morire. I versi di Fratus ricordano a tratti il manifesto futurista di Marinetti, lo scontro aperto con il latino, quel classico imbecille che ha testa, ventre, gambe e piedi piatti, ma non due ali per volare. Cerca, invece, Marinetti la velocità e il movimento5. Egli volveva chiudere i ponti con il passato, distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie. Fratus vuole chiudersi nel bosco. Il fruscio degli alberi e il cinguettio degli uccelli divengono allora l’elica turbinante di un aereo sopra Milano che ha ispirato il Manifesto tecnico della letteratura futurista, ed è questo nuovo “rumore” a ispirare Tiziano Fratus nella scrittura del suo personalissimo manifesto che egli immagina e descrive come un’opera d’arte, prima ancora che letteraria, e la suddivide in “quadri”. 

Anche Fratus, come Marinetti e i futuristi, abbandona e ripudia le vecchie regole grammaticali e di sintassi creandone di proprie, tessendo i suoi versi come un vero e proprio ricamo che parte da alberi e natura e si sviluppa intorno a essi. Una tela nutrita e curata dai sentimenti e dalle emozioni dello stesso autore. Dalla sua stessa esistenza che galoppa intorno al pensiero incessante di questo autore il quale, in questo modo, urla tutto il suo silenzio.

Il libro

Tiziano Fratus, Una foresta ricamata. Parole scucite tra selve e silenzi, Mimesis, 2025.


1A. Fraccacreta, Crescere sempre con il romanzo di formazione, su Maremosso. Il magazine dei lettori, 22 marzo 2023.

2S. Agosti, Tecniche della rappresentazione verbale in Flaubert, Milano, Il Saggiatore, 1981.

3L. Romano, Vi racconto una storia. Itinerari nella narrativa italiana contemporanea, in Scuola e Territorio, Rimini, 1985, p. 155.

4E. Viveiros De castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Milano, Meltemi, 2023.

5A. Cipolloni, Marinetti e il Futurismo: il Manifesto, in Maremosso. Il magazine dei lettori, 18 novembre 2022.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Necessità e conoscenza: i cardini del rapporto tra uomo e natura

04 martedì Giu 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Alberodonti, Feltrinelli, GribaudoEditore, recensione, saggio, TizianoFratus

Il bosco e il suo respiro hanno un posto significativo nell’esistenza umana. L’uomo si è allontanato dalla natura per necessità ma, per Fratus, essa non ci ha mai abbandonati.

La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo. Nell’immaginario comune, ai diversi livelli della formazione culturale e della competenza letteraria, attorno all’immagine del bosco si coagula una serie di connotati e suggestioni tutto sommato simili e comuni, che spaziano fra un’idea positiva, quella di contesto rigoglioso, brulicante di vita e incontaminato, gradevole e riposante, e un’idea negativa, di luogo oscuro e misterioso, di entità impenetrabile, inquietante, ostile (Manzo, 2013). Alberodonti di Tiziano Fratus è un viaggio di conoscenza, dei grandi alberi d’Italia certo, ma soprattutto del legame che unisce uomo e albero. Nella tradizione giudaico-cristiana gli alberi sono una rappresentazione dello spirito, nel paradiso terrestre infatti vi era l’albero della vita, fonte della conoscenza universale e della vita eterna. Ci si chiede allora se, allontanandosi dalla natura, l’uomo scelga di rinunciare, in qualche modo, alla conoscenza. Ma per Fratus l’uomo non si è mai davvero allontanato da essa e la natura, dal canto suo, non l’hai mai del tutto abbandonato.

«L’uomo si è allontanato dalla natura per necessità, ha affrontato un percorso di liberazione e di protezione di sé e dei propri cari elevandosi dalla condizione di uomo cacciatore e raccoglitore, diventando capace di conoscere, di elaborare una tecnica e di edificare intere città. Ma questa natura non l’ha del tutto respinta, capisce bene di farne parte, di essere parte di questo disegno. Certo correggere la corsa sfrenata di otto miliardi e mezzo di persone che cercano la sicurezza economica, così come abbiamo imparato a pensarla, a desiderarla, a comporla, non è facile, e oggi siamo di fronte a questa grande sfida. Ma la natura non ci ha abbandonati, ci nutre, ci sfama, ci alimenta, ci rinnova…»

Nella filosofia jüngeriana il bosco è il luogo metafisico di raccoglimento del ribelle, il quale si dissocia dalla società e le sfugge scegliendo appunto di “passare al bosco”, bosco che diventa dimora dell’essere nella quale l’io torna a vincere sulla massa, su un noi collettivo sempre più impersonale e spersonalizzante. La grande esperienza del bosco, sostiene Jünger, è l’incontro con il proprio io, con il nucleo inviolabile, l’essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale. Porta verso quello stato sul quale poggia l’intera vita sociale e che fin dalle origini è sotteso a ogni comunità (Trattato del ribelle, Adelphi, 1990).

Fratus non sa se, nel corso della sua esistenza, abbia incontrato più persone o più alberi. Di sicuro c’è qualcosa che continua a sfuggire alla presa platonica delle parole e che lo commuove quando incontra un albero dall’aspetto vissuto. Sembra che il suo relazionarsi con gli alberi non solo vinca sulla massa ma anche sugli altri, singolarmente presi. Eppure egualmente ci si chiede se il suo “passare al bosco” davvero lo isoli dalla massa oppure, in ultima analisi, gli consenta di vivere meglio anche la comunità di appartenenza.

«Il mio approccio al bosco è stato innanzitutto autobiografico, nasce da bambino, quando mio padre mi ci portava, e da giovane uomo, quando i legami radicali con la mia famiglia si sono recisi e allora gli alberi, i boschi, al contrario delle persone, mi hanno accolto. Mi hanno dato la fiducia che non trovavo nel cuore complesso delle persone. Poi, sono tornato tra gli umani ma, quando cerco conforto ristoro energia, quando cerco di guarire le mie contraddizioni, è al bosco che vado. Non per ribellarmi, bensì per crescere. Per “farmi silenzio”, come dicono i patriarchi del buddismo che cerco, nei miei sbandamenti, di seguire, di praticare. La guerra prima bisogna sanarla dentro di sé, poi semmai fuori. Chi si porta dentro la guerra, prima o poi la fa. Non c’è scampo a questa antica regola del vivente.»

La “guerra”, ovvero il buio dell’esistenza umana. Il bosco è l’idea forza, nel senso soreliano del termine, è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Il bosco è segreto. Ma, allo stesso tempo, anche clandestino inquietante perturbante. In questa accezione di significato risuona l’eco della grande antitesi e dell’equazione ancora più grande di vita e morte, alla cui soluzione si dedicano i misteri. In questa luce il bosco è la grande casa della morte, la sede del pericolo di annientamento. Il viaggiatore nel bosco muore e risorge simbolicamente. A un passo dall’annientamento c’è il trionfo. Chi ha inteso questo, sa rialzarsi al di sopra della violenza temporale. L’uomo impara che questa violenza non ha alcun potere su di lui (Manzo, 2013). E questo è ciò che sembra accadere all’io di Fratus allorquando raggiunge il bosco per ritrovare il suo equilibrio e allontanare il male, il dolore e la sofferenza, che insieme albergano nel complesso cuore umano.

L’animo umano ha bisogno di spazio. Lo spazio che solo la natura può offrire. Nella sua esperienza di vita tra i boschi, Thoreau tenta di uscire da un proprio senso di solitudine che gli schemi di pensiero e la società hanno generato. Estraniandosi dal contesto sociale egli tende a valorizzare la dimensione interna, calandosi in una solitudine particolare. Una massiccia esposizione al “selvatico” riesce a rieducare l’individuo e a riportarlo in grado di sentire la vita (Thoreau, 1845). L’esperienza di vita tra i boschi, a pieno contatto con la natura, lo porta a vivere una “solitudine gioiosa”, fatta di contemplazione estatica della natura, di lunghi periodi di tempo dedicati alla meditazione distaccata e serena, che gli hanno permesso di lasciarsi invadere dalla pace interiore. Per Fratus, di fatto, stiamo già vivendo e osservando i frutti culturali di quello che è stato definito l’umanesimo elvetico, poi indicato come silvestre e additato dall’autore stesso come “terrestre” addirittura. Intriso di spiritualità religiosa, di riferimenti al francescanesimo delle origini, al buddismo zen e alle pratiche d’immersione o bagno di foresta, nonché alla nuova consapevolezza scientifica. Ma come descrive Fratus l’esperienza di solitudine nei boschi?

«Molti di noi, un secolo e mezzo dopo, rivivono le esperienze che Thoreau tentava e vivificava ai suoi tempi, abbandonando di tanto in tanto il consorzio civile e i mille obblighi della nostra quotidianità arruffata, talora sembrerebbe più per arricchire il nostro profilo social che non per vivere a fondo la condizione contemplativa che i boschi e le foreste favoriscono, ma diciamo anche per meditare, per isolare e isolarci, per irrobustire le proprie radici, per ritrovare la solitudine gioiosa, sempre che non ci si trovi di fronte a qualche pericolo, il che resta uno degli ingredienti dell’avventura composita che ogni natura selvatica e talora selvaggia ci offre là fuori.»

Ferrarotti (Atman. Il respiro del bosco, Empiria, 2012) si chiede se mai l’uomo della società industriale saprà mettersi in dialogo con la natura e il paesaggio ma Fratus ha un’idea diversa del rapporto che lega l’uomo all’albero, al paesaggio, alla natura.

«In ogni tempo ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno saputo dialogare con la natura e col paesaggio. Certo, esistono enormi contraddizioni, ma sembra anche che possiamo imparare e poco alla volta a migliorare.»

Il libro

Tiziano Fratus, Alberodonti d’Italia. Cento capolavori della natura, Gribaudo – IF – Idee editoriali Feltrinelli, Colognola ai Colli (VR), 2024.


Articolo pubblicato sul numero di giugno 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa di Gribaudo – IF e l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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