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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

28 sabato Nov 2020

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IvanKrastev, Lezioniperilfuturo, Mondadori, recensione, saggio

Una pandemia a livello globale non può non lasciare segni indelebili, non può non costringere governi e cittadini a ripensare alcuni comportamenti. L’emergenza sanitaria in atto sarà fonte, per Ivan Krastev, di almeno sette grandi lezioni per il futuro.

Se da un lato, la prima lezione sarà una rinnovata fiducia nei governi, cui si chiederà sempre maggiore aiuto e sostegno, dall’altro, ovvero la seconda lezione, sarà un ritorno di interesse verso i confini, più marcati e bene definiti, tra i vari Stati con l’intento di tenere fuori e lontano da essi tutto quello che è indesiderato, i virus per primi. Ciò è emerso fin da subito, allorquando si è iniziato a chiudere prima i confini tra gli Stati, poi le regioni all’interno di ogni nazione con lo scopo precipuo di suddividere i territori in compartimenti a tenuta stagna che limitassero circolazione e diffusione del virus.Questo rafforzerà di sicuro il nazionalismo di ognuno ma, si interroga Krastev, cosa accadrà a livello etnico e sociale? Non basterà di certo erigere muri tra stati perché il pericolo viene dalle persone, e non da persone estranee, straniere. No, il “pericolo” è ovunque. Si dovranno erigere muri anche tra le persone? E quali saranno le conseguenze di queste scelte?

Il tema sociale verrà ripreso da Krastev anche nella sesta lezione, centrata sul conflitto generazionale scaturito dalla Covid-19. Contrariamente ad altre problematiche quali clima, lavoro e futuro, questa volta sono gli anziani i più a rischio, vulnerabili e sensibili. Come sta reagendo la società giovane a questa loro difficoltà? L’essere tutti vulnerabili, anche se in maniera differente, contribuirà a ristabilire una sorta di equilibrio esistenziale e sociale?

La terza lezione descritta da Krastev sembra in realtà più una speranza. Ritiene infatti l’autore che la pandemia riuscirà a far ritrovare una più che rinnovata fiducia negli esperti, duramente scalfita negli ultimi tempi a causa della crisi finanziaria prima e di quella umanitaria dopo e su cui i politici populisti hanno calcato molto la mano allo scopo di rinsaldare il malcontento e la sfiducia verso gli esperti e la comunità scientifica in generale per vedere invece rafforzata la fiducia verso se stessi.

In Stati dove si vedrà rinnovato l’interesse per i confini e dove ci si guarderà l’un l’altro con sospetto essendo tutti dei potenziali untori, Krastev teme possa germogliare la passione verso forme di governo autoritarie, capaci di mettere in atto misure più restrittive ma, proprio per questo, più efficaci per contrastare l’epidemia. Ed ecco allora che la quarta lezione invita il lettore a pensare al giorno successivo la crisi, allorquando con ogni probabilità la Cina apparirà come un vincitore e gli stati del blocco occidentale dei perdenti. Perché più impreparati ma anche perché i loro governi hanno dimostrato di avere molto meno polso. Il fascino dell’autoritarismo è un rischio concreto che di certo non va sottovalutato. L’autore infatti invita a una accurata riflessione in merito.

La quinta lezione è strettamente interconnessa alla quarta, solo che osserva il fenomeno con gli occhi di chi in questi lunghi mesi le decisioni le ha prese e non subite.

Nei periodi in cui gli attacchi terroristici sono stati più pressanti per l’occidente, i governi hanno tentato in ogni modo di trasmettere un messaggio che infondesse nei cittadini tranquillità, per evitare panico, caos e, soprattutto, che a causa della paura cambiassero le proprie abitudini magari rinchiudendosi in casa, emarginandosi ed auto-isolandosi. A causa della pandemia i governi hanno dovuto fare l’esatto contrario, ovvero infondere timore per scoraggiare i cittadini a uscire di casa, invogliandoli al contrario a rimanere dentro il più possibile. Il successo dei governi in questo caso, per Krastev, dipende molto dalla loro capacità di “spaventare” la gente e convincerla a rimanere a casa. Tanto più riusciranno a far entrare nel panico la gente tanto prima riusciranno a contenere la pandemia. Il tutto affiancato da cambiamenti radicali nel proprio modo di vivere che, presumibilmente, dovranno protrarsi anche dopo l’emergenza sanitaria.

L’ultima lezione è una finestra sul futuro appena socchiusa, dalla quale l’autore tenta di mostrare al lettore un qualcosa che però ancora non può essere in alcun modo identificabile. Quali saranno le ripercussioni concrete su politica, società ed economia infatti è davvero troppo presto per raccontarlo o scriverlo in un libro.

A conclusione del testo, Krastev rimanda alle parole di José Saramago nel romanzo Cecità: secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

La “perdita della vista” è una costante in ogni epidemia, ci sentiamo ciechi perché non l’avevamo vista arrivare e non abbiamo capito quanto stava accadendo intorno a noi. Per assurdo, anche la seconda ondata sembra aver colto tutti di sorpresa.

Per Saramago, le epidemie non trasformano la società, al contrario ci aiutano a vederle per quello che sono veramente. Èquindi doveroso e necessario riflettere accuratamente su ciò che abbiamo visto in tutti questi mesi.

Le lezioni di Ivan Krastev sembrano non voler presuntuosamente insegnare nulla ad alcuno, piuttosto invogliare a una riflessione generalizzata e collettiva su società, governi ed economie, sul presente e, sopratutto, sul futuro. E farlo in maniera ponderata. E seria.

L’autore non punta il dito e non cerca facili bersagli da incolpare, sembra solo intenzionato a capire. A meglio comprendere e, ove possibile, migliorare.

In un vortice mediatico dove tutti sembrano avere, a parole, la soluzione per qualsiasi problema, il libro di Krastev si distingue proprio per l’umiltà narrativa dell’autore e la sua capacità di mantenere lucidità ed equilibrio nonostante discorra di argomenti che interessano tutti, compreso se stesso.


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Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)  


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’impero irresistibile”: gli Usa di Trump e la fine del dominio americano

22 domenica Nov 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Einaudi, Limperoirresistibile, recensione, saggio, VictoriaDeGrazia

Almeno per la Cina, il presidente Donald Trump è un regalo che non smette di dare soddisfazioni. Sono queste le parole usate da Minxin Pei per introdurre la sua analisi sui rapporti Cina-Usa e sulle ripercussioni di scelte e azioni dei rispettivi governanti, riportata da Internazionale. Tutto il caos ingenerato dalle parole del presidente Trump e dagli scontri sull’esito delle elezioni sono infatti una vera e propria manna per la propaganda cinese.

Ciò, unitamente alle politiche ostili portate avanti in questi anni dal governo americano, non faranno altro che aumentare consenso e popolarità di quello cinese, servendo inoltre a smussare toni e azioni di tradizionali alleati i quali, al grido “prima gli Stati Uniti”, hanno trovato davvero difficile perseverare nella costruzione di un’ampia coalizione che potesse, in qualche modo, contrastare la Cina.

E così, ancora una volta, potrebbero essere stati gli stessi americani, questa volta per tramite del loro presidente, la causa dell’insorgere di incomprensioni, risentimenti e atteggiamenti ostili a livello internazionale. Sono in tanti a guardare e sperare che l’elezione del democratico Biden possa servire anche a scongiurare e mitigare accadimenti di questo tipo.

Sulla scia degli attacchi che Al Qaeda sferrò agli Stati Uniti l’11 settembre 2001, gli esperti di marketing promisero di rivedere la cattiva immagine dell’Impero del Mercato. Gli strateghi della comunicazione si misero al lavoro: il terrorismo islamico era forse la conseguenza di qualche incomprensione di base degli argomenti americani? Forse la “macchina del marketing globale” che aveva pubblicizzato le abitudini e i prodotti tipici dello stile di vita americano aveva in qualche modo alimentato un profondo fraintendimento dei valori positivi inerenti alla cultura materiale occidentale?

Una politica all’insegna del “Prima l’America” in effetti era dagli anni di inizio Millennio che non si sentiva, allorquando la Guerra Globale al Terrore scatenata dagli americani si sarebbe trasformata in una di quelle guerre infinite che hanno luogo nel momento in cui i grandi imperi combattono contro il proprio declino, provocando il caos.

E questo, nell’analisi di Victoria De Grazia, è segno inequivocabile della caduta del “grande impero del mercato”, ovvero dell’America che, con la sua democrazia degli affari, ha assunto per decenni la guida della lotta per la conquista del mondo con mezzi pacifici. 

«Fate in modo che le vostre idee e la vostra fantasia si diffondano per il mondo intero e, forti della convinzione che gli Americani siano chiamati a portare libertà, giustizia e umanità ovunque vadano, andate all’estero a vendere beni che giovino alla comodità e alla felicità degli altri popoli, convertendoli ai principi sui quali si fonda l’America»

(presidente Thomas Woodrow Wilson, Detroit 10 luglio 1916)

Come sottolinea più volte nel testo De Grazia, nel suo discorso pubblico, il presidente Wilson pose l’accento su quegli scaltri accorgimenti, su quella comunicazione seduttiva, su quella empatia calcolata che solitamente si identificano con la società dei consumi. Facendo in questo modo propria una nozione squisitamente statunitense della democrazia, quella che si potrebbe definire “democrazia del riconoscimento”, bassata su un minimo di elementi comuni, come indossare la stessa maglietta o le stesse scarpe da ginnastica, oppure ancora le stesse marche.

Un’immagine da esportare calcolata fin nei minimi dettagli. E, quando questa immagine vacilla o risulta essere distorta rispetto alle intenzioni, prontamente si cerca di correre ai ripari.

Il 2 ottobre del 2001, l’amministrazione Bush assegnò a Charlotte Beers, celebrata nel mondo delle relazioni pubbliche come la regina del branding, una nuova carica all’interno del dipartimento di Stato, nominandola sottosegretario per la Diplomazia pubblica e le Relazioni pubbliche. Nel marzo 2003, quando l’amministrazione Bush mosse guerra all’Iraq, Beers rassegnò le dimissioni per motivi di salute. Testimoniando davanti alla Commissione relazioni estere del Senato una settimana prima di dimettersi, concluse: Il divario tra ciò che siamo, ciò che vorremmo apparire e ciò che gli altri vedono in noi è spaventosamente grande.

Fino agli anni Novanta, il progresso della cultura americana del consumo, nel bene e nel male, è sembrato davvero il filo conduttore del progresso globale. Era una forza rivoluzionaria, dotata di invenzioni sociali e di un messaggio sul diritto al benessere efficaci quanto una rivoluzione politica nello scegliere i vecchi legami. Tuttavia, una rivoluzione non è permanente per natura, cambia rotta, si esaurisce. Oppure i principi e le istituzioni che difende si diffondono tanto da non essere più identificati con i promotori originali. Entrano in gioco nuove forze. Accade che le soluzioni del passato si trasformano in problemi del presente.

Anche se forse gli Stati Uniti sono ancora la forza più dinamica che sospinge l’attuale cultura del consumo globale, per certo non esercitano più un’influenza tecnologica tale da monopolizzare le innovazioni né nella produzione né nel consumo. E questo giustifica molte delle preoccupazioni commerciali del presidente Trump. E urlare il primato americano a gran voce non poteva di certo bastare a celare il bluff, esattamente come, agli inizi del nuovo millennio, le iniziative intraprese dal governo per assumere la gestione delle vendite avevano finito per rivelare che l’arte di vendere era diventata non uno strumento dell’arte di governare, bensì un suo surrogato e l’inquietante vetrina dove era esposta la politica dell’Impero, con la sua bellicosità globale.

Allora, tra le incertezze dell’opinione pubblica globale, le aziende statunitensi non sapevano più se fosse proficuo o meno associare la vendita dei propri prodotti alla vendita dell’immagine della nazione americana. E, ora che le multinazionali si sono globalizzate, nulla impedisce ai pionieri del multinazionalismo di cadere vittime dei predatori globali.

Potrà Biden rappresentare una efficace rete di sicurezza per l’immagine, prima ancora dell’operatività, del vecchio irresistibile Impero americano del Mercato?

Bibliografia di riferimento

Victoria De Grazia, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2006 e 2020.

Titolo originale: Irresistible empire. America’s advance through twentieth-century europe.

Edizione italiana tradotta da Andrea Mazza e Luca Lamberti.

Victoria De Grazia insegna Storia europea alla Columbia University di New York. Sull’Italia del Novecento ha pubblicato Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista (1981) e Le donne nel regime fascista (1993). Con Sergio Luzzato ha curato il Dizionario del fascismo (2002).


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

08 domenica Nov 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ilcapitalismodellasorveglianza, LuissUniversityPress, recensione, saggio, ShoshanaZuboff

«Il capitalismo si evolve in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati»

È questo uno dei concetti base da cui Shoshana Zuboff fa partire la sua analisi a tutto tondo dell’attuale evoluzione del capitalismo, una forma di mercato inimmaginabile fuori dal contesto digitale ma che non coincide con esso. Il capitalismo della sorveglianza infatti non è una tecnologia, è una logica che permea la tecnologia e la trasforma in azione.

Il messaggio delle aziende del capitalismo della sorveglianza non è molto dissimile da quello che veniva celebrato nel motto, ricordato dall’autrice, della Esposizione universale di Chicago del 1933: La scienza trova, l’industria applica, l’uomo si adatta.

Il capitalismo della sorveglianza si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. I capitalisti della sorveglianza hanno scoperto e sfruttato che i dati predittivi si ottengono intervenendo attivamente sui comportamenti delle persone, consigliandole o persuadendole ad assumere quelli che generano maggiore profitto.

Il capitalismo industriale era spinto dalla continua crescita dei mezzi di produzione, gli operatori di quello della sorveglianza sono costretti ad accrescere continuamente i mezzi per la modifica dei comportamenti e il loro potere strumentalizzante.

Per Shoshana Zuboff, il capitalismo della sorveglianza rimanda alla vecchia immagine di Karl Marx del capitalismo come un vampiro che si ciba di lavoro. Solo che non è più il lavoro il cibo dei capitalisti, lo è ogni aspetto della vita umana.

I prodotti e i servizi del capitalismo della sorveglianza non sono oggetto di uno scambio di beni. Non pongono un rapporto di reciprocità costruttivo tra produttore e consumatore. Sono, al contrario, esche che attirano gli utenti in operazioni nelle quali le loro esperienze personali vengono estratte e impacchettate per gli scopi di altre persone.

Come le civiltà industriali hanno potuto prosperare a discapito della natura e ora minacciano di distruggere la Terra, così una civiltà dell’informazione segnata dal capitalismo della sorveglianza e dal nuovo potere strumentalizzante prospererà a discapito della natura umana e minaccerà di distruggerla.

Nel capitalismo della sorveglianza, i mezzi di produzione sono al servizio dei mezzi di modifica del comportamento. Il vero potere infatti risiede nella capacità di modificare le azioni in tempo reale nel mondo reale.

Come tutti i capitalisti, anche quelli della sorveglianza vogliono una libertà senza limiti. La concorrenza tra capitalisti della sorveglianza li spinge alla ricerca della totalità. La totalità dell’informazione si avvicina alla certezza, e pertanto a esiti sicuri. Il capitalismo della sorveglianza, pertanto, mette la certezza al posto del mistero, e la renderizzazione in primo piano, al pari della modifica del comportamento e della previsione al posto del vecchio schema insondabile. Si tratta di un’inversione fondamentale dell’ideale classico secondo cui il mercato era intrinsecamente inconoscibile.

Il capitalismo della sorveglianza spinge le persone verso una forma nuova di collettivismo, nel quale è il mercato e non lo Stato a detenere conoscenza e libertà.

Come i manager del primo Ventesimo secolo appresero che per gestire i sistemi gerarchici delle grandi aziende dovevano assumere un “punto di vista amministrativo”, così i sommi sacerdoti applicano l’arte dell’indifferenza radicale, un modello di conoscenza profondamente asociale. Grazie all’indifferenza radicale, essi giudicano i contenuti in base a volume, varietà e profondità del surplus, con criteri anonimi quali clic, like e durate, senza curarsi del fatto evidente che ogni situazione ha un significato diverso.

Sottolinea quindi Shoshana Zuboff come il capitalismo della sorveglianza, appropriandosi di libertà e conoscenza, distaccandosi dalle persone, con le sue ambizioni collettiviste e la sua indifferenza radicale, spinge in realtà verso una società nella quale il capitalismo non è sottoposto a istituzioni politiche o economiche inclusive.

L’autrice elenca il parere di numerosi studiosi i quali parlano di recessione democratica e disgregazione delle democrazie occidentali, un tempo ritenute al sicuro da minacce. La portata e la natura di tali minacce non è ben definita, ma è evidente la saudade causata dai rapidi cambiamenti sociali e la sensazione che le nuove generazioni si troveranno a dover affrontare sempre maggiori difficoltà. Come preoccupante è l’indebolimento dell’amore per la democrazia negli Stati Uniti e in molti Paesi europei.

Il capitalismo della sorveglianza è entrato in scena quando la democrazia era già in difficoltà, ed è cresciuto grazie alle cure del neoliberismo, che chiedendo sempre maggiore libertà lo allontanava dalle vite delle persone. I capitalisti della sorveglianza hanno capito ben presto come approfittare della situazione, e hanno svuotato di forza e significato la democrazia. Malgrado le sue promesse democratiche, ha dato vita a un’Età dell’oro segnata da grandi diseguaglianze economiche e a nuove forme di esclusione imprevedibili, separando chi regola gli altri e chi viene regolato.

Shoshana Zuboff auspica che in ogni società democratica il dibattito e il contesto garantito dalle istituzioni ancora solide possa orientare l’opinione pubblica contro forme inattese di oppressione e ingiustizia, per mostrare la strada a leggi e giurisprudenza. È proprio in questa società dell’informazione che le notizie devono essere o diventare una risorsa non per capitalisti e capitalismo della sorveglianza, bensì per gli stessi cittadini e costituire la nuova potente “arma” in difesa didiritti, libertà e conoscenza nonché della democrazia.

È un libro impegnativo, Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, che “costringe” il lettore a pensare e ripensare forme e atteggiamenti oramai considerati fin troppo naturali per poterli analizzare sotto la giusta prospettiva. Eppure necessario per non smarrire quell’imprescindibile desiderio di conoscenza e libertà che deve caratterizzare ogni cittadino e cittadina, non solo del mondo democratico occidentale.

Bibliografia di riferimento

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Traduzione di Paolo Bassotti. Titolo originale: The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, Stati Uniti d’America, 2019


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per le immagini tranne la copertina libro credits www.pixabay.com


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“Il capitalismo oggi e la sua incidenza su popoli ed economie” 

“Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (ilMulino, 2020) 

L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019) 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Siamo stati fascisti. Il laboratorio dell’antidemocrazia in Italia 1900-1922” (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2020)

18 domenica Ott 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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DavidBidussa, FondazioneGiangiacomoFeltrinelli, GiuliaAlbanese, JacopoPerazzoli, politica, recensione, saggio, Siamostatifascisti

Per riuscire a comprendere fino in fondo cosa è stato il fascismo in Italia è necessario studiare, analizzare, comprendere l’humus politico e sociale nel quale esso ha avuto origine, quella “nuova stagione politica” che ha avuto inizio prima della Grande Guerra, prima della costituzione del Partito fascista, prima del consolidamento della “dittatura a viso aperto”.

Studiare quella che Philippe Burrin ha definito la “preistoria” del fascismo e farlo per mezzo di un’indagine che evidenzi non le differenze bensì le analogie, volta cioè a mettere a fuoco i molti volti di una “famiglia politica” di cui il fascismo italiano è parte.

Ed è esattamente ciò che hanno fatto Giulia Albanese, David Bidussa e Jacopo Perazzoli nel saggio Siamo stati fascisti, composto a partire dalle testimonianze scritte dirette di personaggi protagonisti del tempo e legate insieme dai contributi introduttivi degli stessi autori.

Scritti di Pascoli, Papini, Tolomei, Salvemini, Tamaro, Nenni… e dello stesso Mussolini inducono il lettore a riflettere sul periodo storico oggetto di indagine, sulla mentalità del tempo, sulle idee politiche ma anche sulle azioni poste in essere, sul malessere diffuso e il malcontento generale della popolazione. Focalizzano l’attenzione sulle rivolte e le ribellioni, sulle repressioni, tentate o poste in essere, e sulle azioni intraprese o auspicate.

Il quadro che emerge dalla lettura del testo è uno spaccato dell’Italia di inizio Novecento, la narrazione che di essa si faceva e l’immaginario intorno al quale il fascismo ha rafforzato le sue basi.

Un immaginario costruito in risposta a un rinnovamento profondo del rapporto tra società e istituzioni. Un primo aspetto di questa trasformazione coincide con la progressiva sfiducia nei confronti della democrazia come luogo e come pratica di cittadinanza. Un secondo aspetto, legato al primo, è conseguenza del processo di democratizzazione giunto a un punto di svolta con la Prima guerra mondiale e con il varo del suffragio universale maschile. Un terzo aspetto è raffigurato dal ruolo di costruzione dell’opinione e del discorso antiparlamentare e antidemocratico che assumono e svolgono le avanguardie artistiche e culturali nell’Italia giolittiana.

Molto interessante risulta l’indagine condotta da Giulia Albanese volta al racconto di come il fascismo abbia determinato e cambiato la vita della minoranza socialista costretta all’esilio, interno o esterno, all’adattamento oppure alla rivoluzione. Una storia che si lega a quella, più generale, della trasformazione degli italiani da afascisti o antifascisti a fascisti.

Sottolinea infatti Albanese che, se la maggior parte degli italiani si adeguò progressivamente al fascismo, in gradi e con modalità diverse, o evitò di guardare in faccia ai vinti del fascismo, il fascismo agì però in maniera profonda nella comunità socialista (o comunista) – e in un pezzo del mondo popolare – disarticolandoli grazie ai bandi che colpirono capi lega e singoli esponenti.

L’intervento di Jacopo Perazzoli è focalizzato su quello che doveva essere lo stato d’animo degli italiani nel decennio compreso tra il 1911 e il 1921, cittadini di uno stato che, seppur annoverato tra i vincitori, era uscito decisamente sconfitto e provato dal Primo conflitto mondiale. Difficoltà che andavano a sommarsi a un quadro generale già gravato da profondi squilibri interni (sviluppo industriale non sistemico, alta disoccupazione, gestione latifondista delle terre da coltivare…).

D’altra parte, evidenzia Perazzoli, fu proprio il conflitto a trasfigurare la società italiana che, a guerra conclusa, ambiva a divenire protagonista, superando le rigidità di uno Stato, plasmato dalla classe dirigente liberale a partire dal 1861, incapace di includerla appieno nei suoi meccanismi e nei suoi processi decisionali.

L’attivismo dei ceti popolari si risolse in una risposta da parte della classe dirigente non declinabile in senso forzatamente reazionario; essa cercò di dare soluzioni a quelle inquietudini, a quelle insoddisfazioni, non ricorrendo alla democrazia parlamentare, bensì all’uomo forte, l’unico capace, per lo meno secondo i sostenitori di questa tesi, a dare ordine e speranza al Paese, così da trasformare l’«italietta liberale» in una potenza globale.

David Bidussa riprende le considerazioni di George L. Mosse su quel “nuovo” modo di fare politica di cui il fascismo fu iniziatore. Una politica che si riconosce per il fatto che segna un passaggio: più importante della parola scritta è la parola parlata. Più precisamente: la parola gridata, o forse ancora più precisamente la parola amplificata. Quel linguaggio ha molti autori, vive di molte fonti e del loro intreccio, e si forma nel corso della crisi italiana che non coincide con la guerra o con i turbamenti successivi, no è un qualcosa di precedente, che nasce prima, come ampiamente illustrato nel testo.

Lo scopo del libro è un invito a riflettere sul fatto che quello del fascismo non è ovviamente una parentesi o una deviazione. Ma non è, neppure, un luogo di per sé irripetibile, con forme rinnovate, nella storia italiana.

Bibliografia di riferimento

Giulia Albanese, David Bidussa, Jacopo Perazzoli, Siamo stati fascisti. Il laboratorio dell’antidemocrazia in Italia 1900-1922, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2020


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per la disponibilità e il materiale


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La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020) 

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage 

La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017) 

“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti (Imprimatur, 2014)


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” di Franco Garelli (ilMulino, 2020)

25 venerdì Set 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FrancoGarelli, Gentedipocafede, IlMulino, recensione, saggio

Cosa è cambiato nella religiosità e, soprattutto, nella spiritualità degli italiani del nuovo millennio? Quanto contano oggi i valori di fede ed etica? Il multiculturalismo ha inciso anche sugli aspetti più intimi della spiritualità?
Questi e tanti altri interrogativi trovano una valida ed esaustiva risposta nel saggio pubblicato dalla Società Editrice ilMulino Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio. Un testo nel quale il professor Franco Garelli raccoglie e analizza i risultati di un’ampia indagine, quantitativa e qualitativa, su religiosità e spiritualità oggi in Italia. Uno studio accurato che riporta al lettore un dettagliato resoconto e una approfondita analisi della società italiana, indagata attraverso la spiritualità e la religiosità ma elaborata nel suo vivere “civile” e quotidiano.

«Viviamo in un’epoca che coltiva un’idea debole e plurale della verità:

la religione non fa eccezione.»

Franco Garelli è stato ordinario di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia delle religioni all’Università di Torino ed è membro dell’International Society for the Sociology of Religion. Ha svolto l’indagine con il supporto dell’Apsor (Associazione piemontese di sociologia delle religioni), dell’Ipsos, dell’Università di Torino, della Cei.
Uno studio che si rivela fin da subito interessante per il lettore. Per la capacità di aver abbracciato, inglobato e indagato tutti, o quasi, i temi di fede, spiritualità, etica e bioetica i quali, spesso, sono al centro del dibattito pubblico ma solo perché riferiti o conseguenza di eclatanti fatti di cronaca. Nel libro di Garelli invece, sono sviscerati con occhio critico sì ma obiettivo e, dalla attenta lettura dei dati e delle riflessioni riportate, il lettore riesce davvero a prendere coscienza di dove stanno andando Italia e italiani in questo Terzo Millennio ormai rodato.

Da alcuni anni a questa parte, l’Italia religiosa è in grande movimento: per la crescita dell’ateismo e dell’agnosticismo tra i giovani, per l’aumento di fedi diverse da quelle della tradizione, per la ricorrente domanda di forme nuove o alternative di spiritualità.
A farne le spese sembra essere “quel cattolicesimo che per molto tempo ha rappresentato la cultura comune della nazione, ma che appare in difficoltà a raccordarsi con la coscienza moderna, nonostante la presenza a Roma di papa Francesco”.
In Italia non sta avvenendo quello che alcuni definiscono rottura silenziosa della tradizione religiosa, cosa che starebbe accadendo in altri paesi del Centro-Nord Europa, tuttavia “su tutto il discorso c’è un warning generazionale, che getta una luce sinistra sulle sorti del cristianesimo, ma fors’anche sul futuro della religione”.
Gli indici di religiosità presentano un andamento a scalare direttamente proporzionale al diminuire dell’età.

Inoltre, tutti oggi – credenti e non credenti – interpretano e vivono la loro condizione in modo più libero e aperto rispetto al passato. “È il lato soggettivo della vita umana che prende il sopravvento anche sulle questioni religiose e informa il modo in cui le persone si definiscono e percepiscono in questa sfera della vita”.

Oltre ad essere più incerto, il credente di oggi sembra anche più solitario. Affronta in solitudine le vicende della vita, ma anche le sfide che l’epoca attuale pone alla fede religiosa.
Sfide che derivano, ad esempio, dal contatto con quanti professano altre fedi o credono laicamente. Oppure dalla difficoltà di orientarsi in una sfera etica e bioetica in continua evoluzione. Oppure ancora dal vivere in un mondo globale, “ricco di inquietudini e paure, di disuguaglianze e di squilibri, di spettacoli del dolore”.

Garelli ricorda ai lettori che, fin dagli anni della contestazione – ’68 e dintorni – , alcuni studiosi evocano l’idea che nella chiesa “sia in atto uno scisma sommerso”, per la distanza di molti cattolici dalla dottrina ufficiale nella sfera dei comportamenti sessuali e famigliari. Ora l’autore si domanda se si stia delineando uno scisma analogo attinente la dottrina sociale della chiesa.

Al di là del differente giudizio sul pluralismo religioso, che si snoda tra coloro che quasi auspicano un allineamento al “mondo globale” e chi, invece, si dichiara preoccupato per l’aumento di “simboli religiosi che modificano il paesaggio abituale e sfidano le certezze consolidate”, si osserva negli italiani una preoccupazione diffusa: “la difficoltà di far convivere nella stessa società gruppi che esprimono credenze e culture diverse, portatori di domande – religiose e sociali – non facilmente componibili in un quadro unitario”.
Le riserve maggiori sono rivolte all’islam e quello con i musulmani “resta un rapporto scomodo”, perché sovente connesso al discusso fenomeno dell’immigrazione nonché per le tensioni che accompagnano la presenza dell’islam in tutto l’Occidente.
Diverso approccio invece si denota nei confronti del cristianesimo ortodosso e delle fedi orientali, verso le quali si ritiene svilupparsi un interesse culturale e spirituale che tende ad arricchire la nazione.

Pur non mettendo in discussione l’idea di una “verità religiosa”, si attenua, rispetto al passato, la convinzione che vi sia una verità assoluta, custodita da una sola confessione religiosa, mentre tutte le altre sarebbero portatrici di mezze verità o di verità parziali o false, in un contesto in cui molti ritengono che tutte le religioni esprimano delle verità importanti per la condizione umana, e che ognuna di esse offra un percorso di avvicinamento a quella “verità ultima che tutti ci sovrasta”.

In poco più di due decenni, il gruppo dei non credenti è aumentato di circa un terzo, a fronte di una riduzione di circa l’8% dei credenti. I più coinvolti nel fenomeno dell’ateismo sono i giovani. Inoltre, la non credenza aumenta anche in maniera inversamente proporzionale al livello di scolarizzazione, passando da un 13% per le persone con licenza elementare o prive di titolo, a un 35% per i laureati.
I maggiori ostacoli al credere derivano, per atei e agnostici, dalla presenza del male nel mondo e dal dissidio tra scienza e fede, ragione e religione.

Una parte dei “senza religione” sembra farsi carico di una particolare missione: “contrastare la pretesa della chiesa di rappresentare i sentimenti più autentici della popolazione”, ovvero uscire dall’equivoco di identificare l’Italia tout court con l’Italia cattolica e rivendicare pari dignità di considerazione sia per le idee dei credenti sia per quelle dei non credenti.
E ciò, specificatamente, sulle questioni calde oggi al centro del dibattito pubblico: i temi di vita, famiglia, bioetica, gender, diritti degli omosessuali, laicità dello stato…

Oltre il 70% degli italiani condanna, almeno come dichiarazione di principio: evasione, sfruttamento della manodopera, lavoro nero, favoritismi, assenteismo, infrazioni e via discorrendo. Una percentuale che però scende notevolmente tra i 18-34enni, tra i quali vi è una più elevata percentuale di accettazione di tali comportamenti che dovrebbero essere anomali. E stupisce un ulteriore gruppo sociale per cui risulta egualmente difficile l’accettazione e il rispetto delle regole base della convivenza civile: i divorziati e separati.
In situazioni di forte disagio, sia esso generazionale o personale, sembra quindi svilupparsi una maggiore sfiducia istituzionale e marginalizzazione che porta a una disaffezione rispetto alle regole e a minori aspettative e speranze per il futuro, nonché alla rarefazione della volontà di impegnarsi per la realizzazione di progetti e per il raggiungimento di obiettivi.

Negli ultimi decenni si è sensibilmente ridotto lo stigma nazionale nei confronti della pratica dell’omosessualità e si è anche attenuato il giudizio negativo sul consumo delle droghe leggere.
Ieri come oggi, invece, è rimasto pressoché invariato il numero di italiani (circa un quinto) che negano la liceità dell’aborto.
Largo consenso riscuotono le pratiche della riproduzione assistita, sia omologa che eterologa, mentre dividono ancora l’utero in affitto, la maternità oltre l’età feconda, gli esperimenti su embrioni umani a fini terapeutici e gli interventi sulle cellule umane per determinare alcune caratteristiche (statura, colore degli occhi…) su cui si registra il dissenso dei due terzi degli italiani.

Garelli sottolinea che non tutti gli aderenti alle principali fedi si comportano e la pensano allo stesso modo ma ciò è ancora più vero all’interno dell’appartenenza cattolica, differenze di “stile religioso” che delineano diversi e plurimi modi di interpretare l’identità cristiana o cattolica.
Inoltre, va ricordato, che da società a monopolio cattolico l’Italia si sta trasformando in una società permeata dalla varietà di fedi.
Il pluralismo culturale e religioso, non dovuto meramente al fenomeno migratorio, sembra porre ai credenti di ogni fede “una sfida più sottile e destabilizzante di quella della secolarizzazione”. Una sfida che introduce nella mente degli individui l’idea che vi sono diversi modi di credere – e di rispondere ai quesiti dell’esistenza -, che ogni società e cultura ha le sue forme del sacro, che è difficile ritenere vi sia un’unica fede depositaria della “verità”.

Il confronto con la diversità religiosa rende dunque più incerto e precario il credere di molti, mette in discussione la fede abituale, erode l’assunto (comune a molte religioni) che vi sia una forma superiore di conoscenza, che esista una “verità cognitiva e normativa assoluta”.
Circa metà della popolazione italiana si riconosce nell’idea – assai enfatizzata nell’attuale clima politico – che la presenza di fedi e culture diverse da quelle della tradizione costituisca una minaccia per l’identità culturale, a dire il vero già un po’ incerta, della nazione. L’altra metà invece ritiene sia o possa rappresentare una fonte di arricchimento culturale.
Pressoché universale è la condanna dell’estremismo religioso, che in tanti riconducono direttamente alla radicalizzazione e al terrorismo di matrice islamica. Altri, invece, si soffermano a pensarlo come esistente o possibile per qualsiasi fede religiosa, riportando l’attenzione, per esempio, “ai guasti provocati dalle crociate”.

Concludendo si può affermare con Garelli che questa è un’epoca che, anche nel campo religioso, è più segnata da flussi che da blocchi, caratterizzata da una ricerca di senso ondivaga, che si spinge sovente oltre i confini e fatica a riconoscersi nelle definizioni convenzionali.
Incerto e solitario, il credente di oggi sembra affidarsi a “un Dio più sperato che creduto”.
La poca fede, la fede debole può anche rappresentare, secondo Garelli, un tratto che accomuna i credenti di ogni confessione religiosa, che “esprime la perenne difficoltà della condizione umana a rapportarsi con un grande messaggio religioso”. Un tratto comune che, forse, potrebbe anche arrivare a diventare un tratto caratteristico e caratterizzante delle nuove forme, ora embrionali, di società multietniche, multiculturali e plurireligiose.

Bibliografia di riferimento

Franco Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, ilMulino, Bologna, 2020


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale


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La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020)

31 lunedì Ago 2020

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ElizabethWarren, Garzanti, Questalottaelanostralotta, recensione, saggio

Per Elizabeth Warren, l’America ha costruito il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto e lo hanno fatto gli stessi americani, con il duro lavoro e il supporto di politiche governative volte a creare maggiori opportunità per milioni di persone. Utilizzando tutti i mezzi possibili: politiche fiscali, investimenti nell’istruzione pubblica, nuove infrastrutture, sostegno alla ricerca, regole di protezione per i consumatori e gli investitori, leggi antitrust.

Ma ora tutta le gente è, giustamente, preoccupata. Preoccupata e arrabbiata. Giustamente.

Lo è perché, nonostante si ammazzi di lavoro, non vede praticamente crescere il proprio reddito. Perché le spese per la casa e l’assistenza sanitaria erodono quasi completamente il suo bilancio. Perché pagare l’asilo o l’università dei figli è diventato impossibile. Perché gli accordi commerciali sembrano creare posti di lavoro e opportunità per la manodopera in altre parti mondo, lasciando le fabbriche in territorio americano abbandonate. Perché i giovani sono strozzati dai prestiti studenteschi, la forza lavoro è fortemente indebitata e per gli anziani la sicurezza sociale non riesce a coprire le spese della vita di tutti i giorni.

L’attuale situazione sta impoverendo sempre più il ceto medio e distruggendo la democrazia. Una condizione che risulta essere molto simile a quanto sta accadendo in altri paesi occidentali, Italia compresa, ovvero in tutte o quasi le potenze del vecchio mondo.

Warren sottolinea come i meccanismi di questa democrazia così duramente conquistata e infinitamente preziosa sono stati in realtà fortemente alterati.

Il sistema oggi funziona ancora bene per chi si trova ai vertici. Per ogni azienda abbastanza grande da assumere un esercito di lobbisti e avvocati. Per ogni miliardario che in proporzione paga meno tasse rispetto a un semplice dipendente. Per tutti coloro che hanno abbastanza soldi per comprare favori a Washington.

Si tratta di un tipo di corruzione molto più insidioso e pericoloso di quella “tradizionale”, vecchio stile, con bustarelle piene di denaro contante, perché sta trasformando il governo in uno strumento nelle mani di quanti già possiedono ricchezze e influenze.

L’autrice elenca tutta una serie di dati su cui è bene riflettere:

  • Più del 70% degli americani crede che gli studenti dovrebbero avere accesso all’istruzione senza doversi indebitare.
  • Quasi tre quarti degli americani sono a favore di un ampliamento della previdenza sociale.
  • Due terzi degli americani sono a favore dell’avvento del salario minimo federale.
  • Tre quarti degli americani vogliono che il governo federale aumenti la spesa per le infrastrutture.
  • Un numero di americani pari al doppio degli elettori di Trump vorrebbe salvaguardare e rafforzare l’Ufficio per la tutela finanziaria dei consumatori.

E sembra avere ben chiaro in mente anche il modo con cui riuscire ad ottenere tutto ciò: aumentando le tasse di chi sta ai vertici.

Il punto però è che ciò è quello in cui crede la grande maggioranza degli americani: democratici, repubblicani, indipendenti, libertari, vegetariani… E ognuno di questi gruppi è convinto che saranno i rispettivi leader ed esponenti politici a perseguire gli obiettivi una volta raggiunti i palazzi del potere.

Nel 2016, è la stessa Warren ad ammetterlo nel testo, proprio mentre montavano tutte queste preoccupazioni e questa rabbia, arrivò un imbonitore che fece grandi promesse. Un uomo che giurava avrebbe bonificato la palude della politica.Un uomo a cui hanno creduto tanti americani. Un uomo che è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America.

Quello che vogliono gli americani è chiaro. Su chi hanno puntato per ottenerlo nel 2016 anche. La domanda è su chi cadrà la scelta alle prossime imminenti elezioni presidenziali. 

Nel saggio Elizabeth Warren racconta numerosi aneddoti e testimonianze che ha personalmente raccolto nel mondo del ceto medio americano. Storie anche molto tristi di persone che hanno perso il lavoro, la casa, la stabilità, la sicurezza, la possibilità di studiare, la speranza in un futuro migliore. Storie vere senza ombra di dubbio alcuno. Storie più diffuse di quanto normalmente si pensi, anche.

Ma la gente si compone, in America come altrove, in maniera molto variegata. Magari non le persone intervistate dall’autrice ma altre, con storie simili, potrebbero anche appoggiare quelle idee e quelle scelte che per Warren sono inconcepibili, e magari arrivare davvero a pensare che un muro lungo il confine messicano avrebbe risolto chissà quanti e quali problemi. E forse, nonostante tutto, lo pensano ancora.

È successo anche altrove. È successo anche in Italia.

Il 20 gennaio 2017 a Washington l’autrice narra di essere rimasta molto turbata da uno striscione tenuto da alcuni manifestanti. Un rettangolo di stoffa su cui figuravano grandi e poche lettere, un’unica parola scritta tutta in maiuscolo: FASCISTA.

Warren afferma di aver già sentito usare quella parola quando era solo una bambina, una parola che era un’offesa. Ma che quel giorno le risuonò nella mente in maniera differente, per certo più incisiva.

Ci sono posti che invece quella parola la conoscono bene, ne conoscono gli effetti, eppure sembra che, proprio in quei luoghi, l’accezione negativa non sia più tanto tale.

In Europa, in molte parti di essa, sembra quasi che si guardi a quel periodo con nostalgia e a farlo non sono sette o gruppi segreti, è la gente, la stessa di cui racconta anche la Warren, quella arrabbiata e preoccupata, giustamente, per il proprio futuro. Molto arrabbiata e molto preoccupata e, forse, proprio per questo facilmente permeabile dalle idee di coloro che mostrano loro i “reali” colpevoli della triste situazione in cui versano.

Ma la soluzione non è mai così semplice, e più i problemi sono grandi più il percorso da compiere è lungo e difficile. Ed è esattamente questo che vuol fare Elizabeth Warren: perseverare, resistere, insistere, lottare, ogni giorno, e farlo per il dono sorprendente che abbiamo ereditato dalle generazioni di americani che ci hanno preceduto: la nostra democrazia.

Perseverare, resistere, insistere, lottare.

Un libro, Questa lotta è nostra lotta di Elizabeth Warren che è un manifesto per i diritti umani e civili dei lavoratori americani, che dovrebbe essere sottoscritto dai lavoratori di ogni parte del mondo.


Bibliografia di riferimento

Elizabeth Warren, Questa lotta è la nostra lotta, Garzanti, Milano, 2020.

Traduzione dall’inglese di Paolo Lucca.

Titolo originale dell’opera This fight is our fight. The battle to save America’s middle class

L’autore

Elizabeth Warren ha insegnato diritto commerciale presso l’Università di Harvard prima di essere eletta senatrice del Massachusetts e candidata alle primarie del partito democratico per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Garzanti Editore per la disponibilità e il materiale

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“L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi” a cura di Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo (Guerini e Associati, 2020)

04 martedì Ago 2020

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GuerinieAssociati, LimmigrazioneinItalia, MarcoImpagliazzo, recensione, saggio, ValerioDeCesaris

Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo si occupano da anni del tema, con tutto il carico emotivo che ne deriva, e hanno deciso di raccogliere dati, analisi e riflessioni nel libro edito da Guerini e Associati a giugno di quest’anno: L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi.

La scelta del titolo naturalmente non è casuale. Vuole fin da subito portare o riportare la mente del lettore ai tragici fatti dell’agosto del 1989, allorquando gli italiani non poterono più nascondere di non essere né migliori né diversi dagli altri. Un episodio grave, gravissimo, aveva costretto tutti a fare i conti con la propria coscienza.

Non si poteva più fingere di non sapere chi in realtà fossero le persone che si occupavano della raccolta del cibo che quotidianamente confluiva sulle tavole dei cittadini italiani e, soprattutto, il triste grado di sfruttamento cui erano sottoposte.

Lo spirito di sdegno che si elevò subito dopo l’uccisione di Jerry Masslo poteva anche lasciare adito a sentimenti di speranza affinché le cose cambiassero e, quanto accaduto, non si ripetesse mai più.

Speranze. Vane.

Basta leggere i dati delle indagini, delle inchieste e dei reportage per realizzare quanto lunga sia invece la strada ancora da percorrere.

Marco Omizzolo, nella sua inchiesta diventata un libro1, ricorda che in Europa sono circa 880mila i lavoratori costretti a varie forme di subordinazione e ricatto e che negli 80 distretti agricoli italiani sono presenti, tranne rare eccezioni, condizioni di lavoro, di alloggio e sanitarie in costante violazione dei diritti umani.

Ma sono in tanti a pensare che, in fondo, se le condizioni non gli stanno bene questi lavoratori se ne possono anche ritornare da dove sono venuti.

Già da dove sono venuti.

Jerry Masslo era originario dello stesso bantustan di Nelson Mandela ed era fuggito da un Sudafrica in piena apartheid a soli 29 anni. Prima di intraprendere il lungo viaggio verso l’Europa, aveva portato sua moglie e due figli nello Zambia, perché ritenuto luogo più sicuro. Un altro suo figlio era stato ucciso da una pallottola vagante durante una manifestazione per i diritti dei neri. Il suo sogno era riuscire a raggiungere il Canada e ricongiungersi con il resto dei famigliari.

Il lavoro nei campi a Villa Literno, dove è stato poi ucciso, era una necessità. Non un piacere o una scelta.

Ma tutto questo, ovvero le esistenze che ci sono dietri i numeri di cui tanto si parla, ancora oggi, molto spesso, si preferisce ignorarle. Meglio disumanizzarle rendendole meramente cifre, numeri, statistiche, problemi o emergenze da affrontare. Solo che così facendo a disumanizzarsi non sono loro.

La verità è che ha ragione Marco Aime quando scrive che è triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo2.

Nonostante l’evidenza dei fatti, tutt’ora si continua ad affrontare il tema delle migrazioni come fosse un’emergenza, un problema la cui soluzione va ricercata in accordi e trattative più o meno lecite che poco o nulla tengono in considerazione le vite, le esistenze dei migranti stessi. Lo scopo molto spesso è accontentare l’elettorato o peggio guadagnarci qualcosa.

Secondo Iain Chambers, il razzismo non è una semplice patologia individuale o di gruppo, ma una struttura di potere che continua a generare la gerarchizzazione del mondo3.

Il testo curato da De Cesaris e Impagliazzo si compone di numerosi contributi, nei quali i rispettivi autori trattano il tema dell’immigrazione da varie angolazioni che vanno dall’aspetto umano e sociologico a quello politico e geopolitico e, pur essendo una pluralità di voci, ben sembrano armonizzarsi tra di loro regalando al lettore una interessante e riflessiva lettura.

1Marco Omizzolo, Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019

2Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2020

3Iain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Milano, Meltemi Editore, 2018


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Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità. Recensione a “Classificare, separarare, escludere” di Marco Aime (Einaudi, 2020) 

L’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sta diventando il mondo. “Paesaggi migratori” di Iain Chambers (Meltemi, 2018) 

La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Editori Laterza, 2018) 

“Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina” di Maurizio Pagliassotti (Bollati Borignhieri, 2019) 


 

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“Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo (Donzelli, 2020)

26 domenica Lug 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CiviltaAppennino, Donzelli, GiuseppeLupo, RaffaeleNigro, recensione, saggio

La Storia ci ha insegnato e abituato a un’Italia divisa, frammentata nei vari stati e contesa da stirpi, rami, dinastie e imperi che l’hanno sempre pensata come composta da tre ampie zone: un Nord, un Centro e un Sud. Ancora oggi questa distinzione, più di tanto altro, sembra esserne una delle caratteristiche più ampiamente riconosciute.

Si chiede però Raffaele Nigro perché debba essere così suddivisa l’Italia e non, per esempio, in senso opposto, ovvero come egualmente tre zone ma disposte in senso verticale. Avremo quindi una fascia tirrenica, una adriatica e una lunga e sinuosa lisca centrale formata dalla dorsale che per intero l’attraversa. Ecco allora apparire la catena montuosa degli Appennini non solo e non tanto nella sua accezione geo-morfologica più classica, ma come vera e propria anima di una civiltà che ad essa si conforma, da essa prende forma e con essa si trasforma.

Ogni luogo natio imprime nel carattere e nella mente dell’individuo il suo tratto peculiare ma l’Appennino, nelle parole di Giuseppe Lupo, fin da subito insegna ai suoi “figli” a vivere in uno stato di sospensione, «non appartenere più alla geografia che ci ha originati e tuttavia non essere legati nemmeno al luogo dove ci si ferma per mettere radici».

Uno stato di sospensione che sembra caratterizzare anche la narrazione dell’intero saggio: tra passato, presente e futuro; tra antico, rurale e moderno; tra suggestione, tradizione e innovazione; tra identità, somiglianza e ribellione.

Ma qual è lo scopo di una visione verticale dell’Italia appenninica?

Lo scopo degli autori, come anche della Fondazione cui il loro lavoro di scrittura è legato, non sembra essere tanto quello di ricercare un’affinità, un’omologazione che renda l’Italia tutta uguale, unita e indistinta, quanto piuttosto quello di trovare l’unione proprio nella diversità, in quelle differenze che, a ben guardare, acquistano il sapore della somiglianza. In quello spirito di adattamento a un territorio che sa essere impervio e ostile, almeno quanto può essere dolce e ospitale. Un adattamento diverso, che ha generato luoghi diversi eppure affini, nell’animo di chi li abita.

È un’idea, quella di Civiltà Appennino. Un’idea cui ha fatto seguito un progetto. Un’idea e un progetto ambiziosi ma non presuntuosi. Una ricerca che vuol condurre la civiltà a ripensare questi luoghi, a riabitare, a rivivere l’Appennino ma non nel senso, o almeno non soltanto, di una riscoperta del passato, dell’antico, del rurale. Piuttosto nel pensare un modo nuovo di abitarli, che non sia slegato dalla contemporaneità e, soprattutto, che sia proiettato verso il futuro.

Un sogno forse, che ad alcuni potrebbe anche apparire come un’inutile utopia eppure nel senso profondo che spinge gli autori a portare avanti le loro idee si intravede una potente resilienza che non è animata da nostalgia bensì da una grande passione, per la vita, per un’esistenza che sia scandita dai ritmi dell’uomo e perché no, anche della natura, fermo restando il suo essere una vita moderna.

Bibliografia di riferimento

Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, Roma, Donzelli Editore, 2020


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale


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“Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (ilMulino, 2020)

10 venerdì Lug 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FabrizioBarca, IlMulino, PatriziaLuongo, recensione, saggio, Unfuturopiugiusto

Divario e ostacoli sembrano essere i termini caratterizzanti l’attuale società italiana e occidentale in generale. Un sistema nel quale il capitalismo è tutt’altro che in crisi, magari osteggiato ma di sicuro non in retrocessione, e l’ingiustizia sociale e ambientale segnano alla fin fine lo stato generale delle cose.

In questo contesto nasce il progetto di Forum Disuguaglianze Diversità, di cui Fabrizio Barca è coordinatore, centrato su 15 proposte che sono anche il tema portante del libro Un futuro più giusto edito dalla Società Editrice ilMulino e curato dallo stesso Barca con Patrizia Luongo, ricercatrice del Forum.

Da dove ha origine queste sentimento diffuso di rabbia che sembra spandersi a dismisura avvolgendo intere popolazioni e paesi? Dalle ingiustizie sociali ed economiche. Dallo sfruttamento lavorativo e professionale. Dalle disparità di genere e di razza. Dalle difficoltà che sono costretti ad affrontare quotidianamente un numero sempre crescente di cittadini… Tutto questo, oltre alle negatività oggettive, si trascina dietro anche il serio rischio che la rabbia si trasformi in odio. Rancore e odio verso gli altri, soprattutto deboli e stranieri, cui agevolmente viene addossata la responsabilità per delle colpe che risiedono altrove, a monte e non certo a valle. Qui si cumulano solo i danni e le conseguenze negative degli errori e delle dimenticanze.

Cosa serve allora? Un cambiamento. Un’inversione di tendenza. Un drastico cambio di rotta.

Sono in molti a chiederlo. Anche i promotori del progetto di Forum Disuguaglianze Diversità lo fanno e in maniera molto decisa, ferrea. Con un piglio che appare irremovibile. Con 15 proposte che riguardano nel dettaglio:

  • Conoscenza e Bene comune.
  • Imprese pubbliche europee.
  • Imprese pubbliche italiane.
  • Università e Giustizia sociale.
  • Finanziamento delle imprese.
  • Piccole e medie imprese.
  • Dati personali e algoritmi.
  • Strategie per aree marginalizzate.
  • Servizi e appalti pubblici.
  • Giustizia ambientale.
  • Amministrazioni pubbliche rinnovate.
  • Dignità del lavoro.
  • Consigli di lavoro e cittadinanza.
  • Lavoratori e lavoratrici proprietari/e.
  • Eredità universale.

Studiando nel dettaglio i vari punti appare ancora più chiaro ciò che è ormai da tempo sotto gli occhi di tutti: piuttosto che progressi, le società occidentali, e l’Italia forse più di tutte, hanno fatto troppi passi indietro. Prima importante conseguenza di ciò è la discesa sociale di giovani istruiti e colti, formati e in grado di svolgere professioni altamente qualificate ma mal ricompensati, sfruttati e costretti a un tenore e stile di vita che li riporta indietro anche rispetto, in molti casi, alle proprie famiglie di origine.

Quale futuro si prospetta per delle società che non investono o investono poco sui giovani e, ancor meno, sui giovani molto formati?

Domanda che in molti si pongono, anche nell’ambito del dibattito pubblico e politico, ma a cui nessuno sembra voler dare veramente una risposta. Ciò potrebbe significare una irreversibile presa di coscienza, più che di conoscenza, della reale situazione che rischia di diventare sistemica.

È evidente che certe dinamiche sono sbagliate e basta, nonostante si cerchi su più fronti di farle passare per cosa appetibile e moderna, attraverso un linguaggio poco forbito e ricco di anglicismi. Ed ecco allora che i fattorini diventano rider, i precari diventano part-time, chi è costretto a più lavori per raggiungere un reddito accettabile è multitasking… ma, alla fin fine, si tratta solo e semplicemente di sfruttamento, divario e ostacoli. Una situazione che rischia davvero di implodere. E non solo in Italia.

Ad accentuarne e aggravarne gli effetti si è aggiunta di recente la pandemia di Covid-19 che ha mostrato, inesorabilmente, quanto sia precario e in bilico l’intero sistema.

Cosa fare allora?

Il libro curato da Barca e Luongo viene da questi inteso come una base di partenza su cui costruire un progetto quanto più largamente diffuso e condiviso, con le tante associazioni di cittadinanza attiva con cui il Forum è già in contatto ma anche con enti, università e con chiunque sia ben preparato e motivato ad affrontare i temi del dibattito, propenso a un cambiamento che sia tangibile e concreto e universale.

Evitano, per esempio, gli autori di analizzare l’annosa questione meridionale nei medesimi termini di cui si sente da sempre e inglobandola invece in un discorso più generale di distanza, sociale ed economica, tra centri e periferie, zone centrali e zone marginalizzate. In virtù anche del fatto che ormai la cosiddetta “questione meridionale” ha travalicato i suoi confini storici estendendosi su tutto il territorio nazionale, in tutte le periferie e aree interne.

L’imperativo categorico dell’opera di Barca e di Luongo, ma in realtà dell’intero Forum, è la messa a terra di tutte le proposte, ovvero la loro trasformazione in azioni concrete. Impresa titanica senz’altro ma, laddove si parla di iniziative volte a contrastare lo sfruttamento, le disuguaglianze, la disoccupazione… non si può fare altro che auspicarne l’attuazione nella massima sinergia e condivisione possibile.


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Ognuno guarda il mondo convinto di esserne il centro: Razzismi e Identità

07 martedì Lug 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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ClassificareSeparareEscludere, Einaudi, MarcoAime, recensione, saggio

«È triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo.»

È con questa significativa frase che si apre al lettore il saggio di Marco Aime. Un libro che approccia il problema da differenti angolazioni, non da ultimo quella storica. È importante comprendere e analizzare, almeno cercare di farlo, perché in epoche diverse e in luoghi differenti sorgano sentimenti di repulsione verso certi gruppi e, soprattutto, come mai tali pulsioni possano trasformarsi in eventi tragici di esclusione, reclusione e anche di morte.

Aime ricorda che, escludendo la sua variante istituzionale – basata su leggi esplicitamente discriminatorie ̶ , e gli eccidi commessi in suo nome, molto spesso il razzismo si presenta come un atteggiamento strisciante, fatto di piccoli gesti, troppo spesso sottovalutati, e di sentimenti diffusi che finiscono talvolta per gettare le basi di un vero e proprio sistema.

Oggi sembra muoversi lungo il labile confine che lo separa dall’etnocentrismo, malattia diffusa che colpisce ogni gruppo umano, facendolo sentire superiore agli altri.

Riporta l’autore la definizione datane da William Graham Summer nel 1906: Etnocentrismo è il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto a esso.

Il razzismo infatti, per Aime, nasce dalla non volontà di conoscere e dall’ansia di classificare, di incasellare, ma di farlo nel modo più semplice e rassicurante, così come classifichiamo piante, animale, rocce. Un apartheid preventivo insomma, che ci allontana senza conoscerci e allo stesso tempo ci fa sentire vicini e simili, altrettanto senza conoscerci.

Oggi ci ritroviamo a dover fare i conti con alcune delle mille sfaccettature del razzismo, declinato in chiave identitaria. Sembrava impossibile che si potesse ritornare a quei deliri eppure sono bastati pochi decenni per assistere a un rifiorire di idee di stampo razzista, espresse in forme diverse ma sempre basate sullo stesso principio: la difesa ossessiva di una presunta purezza del Noi.

Un pregiudizio snobistico e autoreferenziale che sembra davvero essere una debolezza umana universale, evidenziata anche da Claude Lévi-Strauss.

«L’umanità cessa alla frontiera della tribù, del gruppo linguistico, talvolta persino del villaggio, a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli “uomini” (o talvolta – con maggiore discrezione, diremmo – “i buoni”, “gli eccellenti”, “i completi”), sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggi, non partecipino delle virtù – o magari della natura – umane, ma siano tutt’al più composti di “cattivi”, di “malvagi”, di “scimmie terrestri” o di “pidocchi”.»

Le narrazioni sulla razza tentano di radicare la cultura nella natura e di equiparare i gruppi sociali con le unità biologiche. Essenzializzando sul piano somatico-biologico il diverso, l’Altro, ricorda Aime, si giunge a definire i puri (ovvero Noi) e gli impuri (Loro). Ed è nel momento stesso in cui differenze che potevano essere considerate culturali, religiose, etniche vengono percepite come innate e immutabili che inizia il razzismo vero e proprio.

Riprendendo i concetti espressi da Bruce Baum, Aime sottolinea come l’idea stessa di razza contenga già i germi del razzismo. Infatti la classificazione su base razziale, per esempio, non è che un’applicazione sistematica dell’etnocentrismo a tutta la specie umana. E, citando Karen e Barbara Fields, evidenzia come quella della razza sia a tutti gli effetti un’ideologia la quale, al pari di ogni altri ideologia, non ha vita propria. Se la razza sopravvive ancor oggi non è perché ci è stata tramandata o perché l’abbiamo ereditata, bensì perché continuiamo a crearla. E il tutto continua a essere coltivato anche sulla base di contraddizioni e ipocrisie, proprio come accaduto in passato.

Interessante ed emblematico l’esempio, riportato nel testo dall’autore, inerente la Dichiarazione d’Indipendenza americana nella quale si legge: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal (Noi riteniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali). Bellissime parole. Scritte e sottoscritte da persone che, con ogni probabilità, possedevano schiavi neri.

Oggi però il razzismo non si presenta sotto la forma di un’ideologia esplicita e definita, espressa in tesi facilmente condannabili. Il nuovo razzismo si è riformulato sul piano della differenza culturale e, aggirando così il vecchio biologismo, opera con o senza riferimento alla razza nel senso stretto del termine. Aime descrive nel dettaglio come esso, pur non basandosi più sulla razza, in realtà utilizza lo stesso atteggiamento rispetto alle differenze, mirato a svalorizzare l’altro. Questo neorazzismo fonda le proprie spiegazioni nella storia e nella cultura invece che nella biologia e, a volte, si maschera da nazionalismo o da sovranismo.

La nostra infatti è un’epoca postrazziale (ma non postrazzista), caratterizzata da nuove dinamiche di inclusione e di esclusione che si reggono non solo sui segni tangibili e visibili, come il colore della pelle, ma anche e soprattutto sulla cultura e sulla provenienza.

Ecco allora che un termine è rapidamente diventato leit motiv ed espressione chiave delle retoriche politiche postmoderne: identità.

A contribuire alla fortuna delle proposte identitarie sono concorsi diversi fattori tra cui il progressivo decentramento delle produzioni industriali, il passaggio da un modello capitalistico fondato sul lavoro a un’economia sempre più incentrata sulla finanza, la precarizzazione del lavoro, l’erosione progressiva dei servizi e del welfare… in breve, tutto quello che ha contribuito alla nascita di quella che Zygmunt Bauman ha definito società liquida e gravida di incertezze.

Fattori tutti che hanno ingenerato ansia e paure, portando a vedere minacce derivanti da una globalizzazione che vorrebbe omologare tutti attaccando cultura e identità locali.

La crisi economica e la sempre più snervante competizione sul mercato del lavoro offrono un terreno quanto mai fertile ai populisti, che tentano di incanalare rabbie, angosce, frustrazioni lungo la strada della xenofobia e dell’esclusione.

Atteggiamenti e prese di posizione che a volte, purtroppo, vengono sfruttate anche dagli stessi Stati i quali, depauperati della loro tradizionale sovranità, temono di dover prima o poi ammettere debolezze e limitazioni e, motivati dalla volontà di celare l’inganno e proseguire nella finzione, assumono atteggiamenti repressivi nei confronti di coloro che intaccano potenzialmente ma inevitabilmente questa finzione: gli stranieri, gli esclusi.

Aime ricorda al lettore come il pensiero di Stato abbia talmente condizionati i cittadini al punto da far ritenere davvero “loro” il territorio nazionale. Le nuove circolazioni internazionali stanno invece mettendo in crisi tale pensiero, togliendo il velo di ipocrisia che esista un territorio abitato da gente identica. La verità è che oggi, come in passato, il pianeta è costellato da diversi insiemi di quelli che Mbembe definisce territorio mosaico e l’appartenenza a una nazione non è più solo una questione di origine, ma anche di scelta.

Una cosa che accomuna oggi gran parte degli elettori è la rabbia e il risentimento contro chi governa o ha governato fino a ieri. Un qualcosa che a Marco Aime ricorda i rituali di ribellione, ovvero le manifestazioni collettive in cui i rappresentanti dell’autorità e del potere possono essere oggetto di schermo e di irriverenza, ma solo nei termini e nel contesto specifico del rituale. Una sorta di ribellione ritualizzata, come l’ha descritta, dopo averla studiata in Africa meridionale, Max Gluckman.

Il cittadino postmoderno è sempre più solo e solitario e pervaso da un senso di rabbia crescente e indistinta, che non riesce più a tradursi in proposta politica. Allora si limita a chiedere ciò a cui pensa di avere diritto in un modo sempre più incontrollabile, e il colpevole di ogni perdita diventa chi tale mondo ha governato fino al giorno prima: l’élite, la casta o la politica in generale. I populisti non hanno un vero progetto per risolvere i problemi, ma sono in grado di intercettare e fare proprio quell’immaginario rancoroso, che cerca una sorta di vendetta.

Il sentimento politico si trasforma in rancore e il voto diventa il rifugio del disagio e delle pretese privatistiche. In buona sostanza, uno sfogo più che una scelta.

Senza una progettualità vera e propria la politica si ribella a se stessa ma lo fa con un cambiamento apparente. Ecco allora che Aime vede il nesso con i rituali di ribellione. Il sentimento è diventato risentimento. Ciascuno esprime la propria scelta, spesso rabbiosa, senza però inquadrarla in un qualsivoglia orizzonte futuro.

Queste paure, queste solitudini, questo risentimento, avverte l’autore, sono il brodo di coltura di cui si nutrono i diversi movimenti xenofobi che stanno raccogliendo più consensi in tutto il mondo occidentale, presentandosi come l’antipolitica nel momento in cui occupano tutti gli spazi della politica.

E, ancora una volta, lo si fa sulla base di un grande paradosso: i nemici, causa di tutti i mali, sono l’Europa, intesa come Unione Europea e, al contempo, coloro che ne sono chiamati fuori, gli extracomunitari, ovvero i non europei.

C’è senz’altro del vero nelle parole di George David Aiken: se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno. Perché, come sottolineava Umberto Eco, avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro.

Quando consideriamo diverso l’Altro è perché lo misuriamo sul nostro metro ed è qui che nascono i problemi. Abbiamo tutti bisogno, sottolinea Aime, di uno specchio che non rifletta l’immagine di noi stessi, ma quella di colui o coloro da cui vogliamo distinguerci.

I giovani identitari si ritagliano addosso un abito da guerriero Come i loro padri cinquant’anni prima, mettono in discussione chi li ha preceduti ma non per chiedere pace, libertà, uguaglianza e diritti per tutti, al contrario, per limitarli a loro stessi, esponenti bianchi nati in Europa.

Il mito dell’identità ha il vantaggio di presentarsi come nuovo, senza il peso della storia e senza il carico negativo che il razzismo si porta dietro. Ma è ben noto dove porta l’anelito alla “purezza” della razza o, in questo caso, della cultura. Eppure, sottolinea con rammarico Aime, oggi sembra che i termini “fascista” o “razzista” stiano perdendo sempre più la loro carica di stigmatizzazione e quasi non ci si vergogna di proclamarsi, anche pubblicamente, tale. Nella quasi totale indifferenza o rassegnazione.

«Non temo le urla dei violenti, ma il silenzio degli onesti.»

Martin Luther King

A margine dell’analisi di questo straordinario saggio mi sia consentita una breve nota. Nei ringraziamenti Marco Aime elenca tra i suoi “maestri” Vanessa Maher. Nel leggerlo tanti sentimenti sono riemersi, all’improvviso. Mia docente per la seconda annualità del corso di antropologia culturale e relativo esame ho avuto modo di vedere, e ricordare, la preparazione, la dedizione, la serietà… l’incarnazione della grandezza e della potenza della Cultura, quella vera che non ha bisogno e non cerca nemici, che vuole abbatterli i muri invece di costruirli, che vuole capire e non giudicare. La Cultura vera che si basa sulla Conoscenza e non il suo falso alter ego basato su pregiudizio, ignoranza e arroganza.

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2020


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa Einaudi per la disponibilità e il materiale


Disclosure: per la prima immagine, credits www.pixabay.com


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