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Irma Loredana Galgano

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Patrizia Debicke, Figlia di re: un matrimonio per l’Italia

24 venerdì Mag 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AliRibelliEdizioni, Figliadire, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico

Figlia di re è il nuovo romanzo storico di Patrizia Debicke la quale indaga, questa volta, sulla figura emblematica di Maria Clotilde di Savoia, le cui nozze si trasformano in un fil rouge per raccontare la storia franco-italiana dal luglio 1859 al gennaio 1861. La regina del Cinquecento sembra quindi aver abbandonato, o messo temporaneamente da parte, la narrazione acuta e attenta dei personaggi di quell’epoca per addentrarsi in un periodo storico più vicino al nostro. Anche se, a voler essere sinceri, Debicke riesce, per entrambi i periodi storici, a ingenerare interessanti spunti di riflessione per il lettore che gli permettono, indagando il passato, di comprendere il presente. 

Il lasso temporale preso in considerazione dall’autrice è denso di accadimenti e di cambiamenti epocali per la Francia, il Regno di Sardegna, la penisola italica, l’Europa, l’Africa e l’America, che vedeva Nordisti e Sudisti impegnati nella guerra di successione. Un frangente di tempo i cui eventi hanno segnato il destino di interi continenti. Che poi è esattamente quello che sta accadendo anche oggi. 

Come per gli altri suoi precedenti romanzi storici, Patrizia Debicke non si dilunga in resoconti storici, spiegazioni o introduzioni al periodo storico, bensì entra fin da subito nel vivo della narrazione e lascia che sia la sua storia a raccontare quella generale. Il lettore si sente così immediatamente coinvolto nelle vicende narrate perché entra subito nelle vite dei protagonisti e, tramite il loro vivere, scopre gli accadimenti politici, gli eventi storici, gli sviluppi privati e pubblici della vicenda. Una tecnica narrativa che ha sempre funzionato e che funziona anche in questa nuova produzione.

Il libro parte dagli accordi stipulati tra Cavour e Napoleone III a Plombières. Accordi politico-militari che si intrecciano con quelli dinastici ed ecco che entra in gioco la giovanissima Clotilde, data in sposa a un uomo già adulto. Un uomo sconosciuto che diventerà a breve suo marito. E che si aspetta dalla ragazza un erede quanto prima. Nulla di così sconvolgente, per le usanze dell’epoca. Neanche per la stessa Maria Clotilde che accetta il suo nuovo ruolo vivendone appieno gioie e dolori. Leggere le vicende della figlia di Vittorio Emanuele II ricorda al lettore quanto quel periodo storico sia al contempo vicino e lontano, quanto è accaduto da allora e quanto, invece, è rimasto fermo come immobile e impassibile. Accordi, intrighi, strategie, tattiche che il passar del tempo non hanno per nulla scalfito, forse rinvigorito, alimentato. 

Il ritmo della narrazione è molto incalzante, Debicke aggiunge dettagli, retroscena, colpi di scena, particolari e dettagli ma la lettura non diventa mai confusionaria o confusa. Il suo è uno stile di scrittura che riesce a raccontare il passato, con il suo carico di usanze e tradizioni, senza mai appesantire la lettura stessa. 

È evidente che dietro un libro come Figlia di re c’è un lungo e certosino lavoro di indagine, studio e ricerca. Un impegno e una capacità che consentono a Patrizia Debicke di narrare complessi periodi storici come fossero semplici racconti e singole vicende come fossero accadimenti epocali e dare a entrambi una tale dignità da far concretizzare nel lettore la certezza di avere tra le mani un grande romanzo. 

Il libro

Patrizia Debicke van der Noot, Figlia di re: un matrimonio per l’Italia, Ali Ribelli Edizioni, Gaeta, 2024


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per l’immagine in evidenza credits www.pixabay.com


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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Yolaine Destremau, Il rumore bianco

28 domenica Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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BartaEdizioni, Ilrumorebianco, recensione, romanzo, YolaineDestremau

Nel descrivere le persone autistiche spesso si usa l’espressione “isolato dal resto del mondo”, quasi come se costoro vivessero in un proprio. Non è così. Vivono nello stesso mondo di tutti. Vedono, sentono, ascoltano, assimilano, registrano suoni, rumori, voci, eventi. Il loro non è un altro mondo, bensì un altro modo di vivere questo mondo. 

Yolaine Destremau ha immaginato di essere nella testa di un ragazzo autistico, Pablo, protagonista del suo racconto lungo e di raccontare una storia attraverso lui. Pablo non parla, non ha mai parlato. Ma registra tutto ciò che accade nella sua mente. Lo elabora. E lo racconta. A modo suo. 

Una voce narrante che non parla potrebbe sembrare un ossimoro eppure l’autrice ha mostrato al lettore un altro modo di vedere il mondo e di raccontarlo. La mente di Pablo appare al lettore come una immensa scatola che egli ha riempito di suoni, odori, sapori, ricordi, gesti, voci, che ruotano vorticosamente all’interno di essa quasi a formare un intreccio indistricabile. Un vortice che cerca la sua via di fuga e, non trovandola attraverso il suono delle parole, si ingegna come può aggrappandosi strenuamente all’ordine creato che mai va cambiato. 

La routine, le abitudini sono, per la mente di Pablo, una certezza. Gli appigli sicuri cui aggrapparsi per scalare la montagna della vita. L’altro granitico pilastro dell’esistenza di Pablo è sua madre alla quale però nasconde quello che gli è successo, quello che ha visto, quello che ha preso. Un segreto e la vita di Pablo cambia totalmente direzione. 

La storia raccontata da Destremau va avanti e diventa sempre più complessa ma il punto di vista non cambia, il lettore continuerà a vedere attraverso Pablo per tutto il tempo. Sarà sempre egli la voce narrante e il tutto verrà raccontato sempre attraverso il filtro della sua mente. 

Il libro di Yolaine Destremau racconta una storia certo. Una storia che parla anche di un omicidio e della relativa indagine. Ma è un libro che vuole narrare soprattutto dell’esistenza dell’autismo. Un modo davvero particolare per ricordare al lettore che lo spettro autistico non cancella la persona in cui si annida. E lo fa con una delicatezza estrema. Riesce l’autrice a raccontare una storia complessa in maniera non solo e non tanto semplice, quanto delicata appunto. Con rispetto. 

Il rumore bianco è un piccolo libro articolato in brevi capitoli che corrispondono ai pensieri di Pablo relativi a quanto sta accadendo o alle riflessioni su quanto accaduto. Vista anche l’impostazione stessa del libro, lo stile di scrittura scelto è molto semplice, lineare, scorrevole e quasi parlato. In realtà pensato. Perché rispecchia perfettamente la trascrizione di pensieri e riflessioni. 

Un piccolo libro ma veramente intenso. 

Il libro

Yolaine Destremau, il Rumore bianco, Barta Edizioni, San Giuliano Terme (Pisa), 2023. 

Traduzione di Marta Giusti. Titolo originale White noise.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Giuseppe Valenti, Un furto incredibile

15 lunedì Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiuseppeValenti, recensione, romanzo, SpazioCulturaEdizioni, Unfurtoincredibile

Oggi la ricerca sulla genetica ha fatto enormi passi avanti eppure è lecito presumere che ci sia ancora molta strada da percorrere. L’egg freezing è una tecnica di fecondazione assistita, mediante la quale si procede con la crioconservazione in laboratorio, tramite congelamento, degli ovociti, al fine di preservare la fertilità della donna e consentirle di posticipare la gravidanza per ragioni mediche o personali. Nel momento in cui la paziente desideri una gravidanza, può utilizzare i propri ovociti crioconservati, i quali vengono sottoposti a scongelamento prima e fecondazione in vitro poi, con il seme del partner tramite una tecnica di Procreazione Medico Assistita (PMA), ovvero la microiniezione dello spermatozoo (ICSI).1 Esiste un acceso e intenso dibattito relativo alla fecondazione assistita che focalizza sulla questione etica o medica di tali scelte. Valenti va oltre questa discussione e immagina una situazione che solo in apparenza può sembrare fantascientifica. 

Rachele e Gabriele si sentono ormai pronti a diventare genitori per cui decidono che è il momento di riprendere gli ovociti crioconservati dalla donna anni prima. Decisione legittima se non fosse che un’amara scoperta li attende: qualcuno ha sottratto gli ovociti. Parte un’indagine molto complessa e dai risvolti inaspettati i cui sviluppi aiutano a mantenere alta l’attenzione del lettore. Un intreccio articolato e una fitta trama rendono il libro molto interessante, soprattutto nella sua parte gialla, di suspense, mistero, sospetti e intrighi. 

In realtà il libro scritto da Giuseppe Valenti sembra un giallo all’incontrario. Leggendo classici quali Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, S. S. Van Dine, Ellery Queen – solo per citarne alcuni, il lettore trova, a fine libro, le risposte a tutti gli interrogativi che hanno accompagnato la lettura. Ogni tessera del puzzle ha trovato la sua giusta collocazione e il mistero è chiarito in ogni sua parte. Leggendo Un furto incredibile succede praticamente il contrario: durante tutta la lettura il lettore è convinto di avere le risposte necessarie a svelare l’arcano, e in parte è così ma, a fine libro, nuovi interrogativi si materializzano. Quesiti non necessariamente legati al crimine su cui si è indagato nel libro. Piuttosto considerazioni su tematiche secondarie, o meglio indirette, trattate da Valenti: l’integrazione razziale, l’emancipazione femminile, la libertà di scelta sessuale e di procreazione. 

Valenti ha ambientato il suo romanzo in un futuro prossimo: il 2033. Una data non molto lontana nel tempo ma molto distante dalla realtà attuale. Sembra quasi che egli abbia voluto condensare nel testo le sue personali speranze, condivise sicuramente da molti, di vedere un domani diverso dall’oggi, migliore. Più inclusivo, partecipativo, nel quale razzismo e sessismo sembrano un lontano ricordo del passato. Eppure, forse inconsciamente, è lo stesso Valenti a ricordare al lettore, attraverso proprio la trama del libro, che l’umanità di umanità ne ha sempre poca, anche in un futuro apparentemente migliore. 


Il libro

Giuseppe Valenti, Un furto incredibile. Chi ha rubato i miei ovociti?, Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2023


1E. Papaleo, Crioconservazione degli ovociti: quando si fa e come funziona, HSR – Ospedale San Raffaele, 2023: https://www.hsr.it/news/2023/luglio/crioconservazione-ovociti-come-funziona#:~:text=L’Egg%20Freezing%20è%20una,per%20ragioni%20mediche%20o%20personali.


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti.eu


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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Sara Mesa, La famiglia

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Elisabetta Carbone, La voce e le cicale

04 giovedì Apr 2024

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ElisabettaCarbone, Lavoceelecicale, ProsperoEditore, recensione, romanzo

La voce e le cicale è il primo romanzo di Elisabetta Carbone ma, fin dalle prime pagine, emerge con chiarezza quanto l’autrice sia in realtà una veterana della scrittura. Il fraseggio è chiaro, lo stile narrativo pulito, l’alternanza tra dialoghi e descrizioni molto ben articolata. 

Il romanzo è ambientato nella contemporaneità. La protagonista è una giovane donna di oggi la cui vita è stata inventata, modellata e poi narrata da Carbone in maniera notevole. Riesce l’autrice a focalizzare su tutti i punti di maggiore interesse in maniera tale non solo da agevolare la lettura ma anche di tratteggiare uno spaccato del presente molto interessante. 

La protagonista è Tamara, una giovane donna che aspira a diventare cantante lirica e che spera di realizzare i suoi sogni vivendo una condizione famigliare in apparenza singolare ma, in realtà, molto diffusa nella contemporaneità. Una famiglia allargata con tanti legami, affetti, parenti ma che ruota sempre e comunque intorno alla figura del capofamiglia. Uomo dal carattere burbero, dai modi spicci e dalle idee ben definite, fermo su quello che vuole. Non altrettanto significative, per lui, sono le aspirazioni e i desideri degli altri componenti la famiglia. 

Tamara ha paura di perdere la sua voce, senza di essa non potrebbe mai realizzare il sogno più importante della sua vita. Ma questo sembra essere, fin dall’inizio, un racconto simbolico intorno al quale l’autrice ha costruito la narrazione. Ogni personaggio sembra essere alla ricerca della propria voce, intesa come simbolica volontà di trovare il coraggio di essere se stessi, di portare avanti le proprie idee e vincere le paure. 

La pesante, a tratti opprimente figura paterna non incombe solo su Tamara, ma su ogni singolo componente il nucleo famigliare. 

Giacomo viene indagato da Carbone sia nella veste di padre che in quella di uomo, nel suo longevo rapporto con Debora, iniziato ai tempi dell’università. Una visione e un comportamento in apparenza molto dissimili ma che celano, in profondità, i medesimi tratti di una persona forte e decisa intorno alla quale, alla fine fine, ruota l’intera vicenda narrativa. Perché tutti gli altri protagonisti, compresa Tamara, vengono raccontati sempre in relazione a lui.

La città di Bologna non è solo uno sfondo alla vicenda narrata, ne è parte attiva, quasi come se quello che accade alle vite dei personaggi sia reso possibile proprio dall’abitare una città storica, misteriosa, dai cui portici sembra trasparire la passione per la cultura e la musica che pervade lo spirito e le membra anche di Giacomo e Tamara. Una città che è anch’essa una voce della storia, un’eco della musica che corre veloce lungo gli spazi ampi o angusti dei palazzi che tramandano storia ma anche storie, come quella narrata da Elisabetta Carbone ne La voce e le cicale. 

Il libro

Elisabetta Carbone, La voce e le cicale, Prospero Editore, Novate Milanese – Milano, 2024.

Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Sara Mesa, La famiglia

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Sara Mesa, La famiglia

06 mercoledì Mar 2024

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Lafamiglia, LaNuovaFrontiera, recensione, romanzo, SaraMesa

Il senso di formare una famiglia è fare dei figli? Per il Padre della famiglia raccontata da Sara Mesa è esattamente questo lo scopo del progetto: apportare al mondo altri esseri umani. Perché sono proprio i legami di sangue a fare più famiglia.

Le convinzioni di Damiàn sono per certo un costrutto sociale e religioso anche molto condiviso. Per alcuni quasi un dogma che rappresenta la natura. Ma ogni cosa acquista un differente valore a seconda della prospettiva da cui la si analizza.

La famiglia è un’invenzione sociale e non puramente un fenomeno naturale (Lévi-Strauss, 1969). È fondamentalmente un prodotto culturale e come tale in continua trasformazione ed evoluzione. Ne consegue che le sue caratteristiche strutturali e i modelli relazionali al suo interno cambiano nel tempo e nello spazio. Variano con il mutare dei contesti sociali, in quanto il rapporto tra società e famiglia è assolutamente diretto e imprescindibile. L’una è il prodotto dell’altra e viceversa (De Luise, 2010). 

La dimensione privata e privatistica della famiglia si intreccia indissolubilmente con quella pubblica e pubblicistica, a riprova del fatto che famiglia e società sono l’una il prodotto dell’altra e rispecchiano i modelli culturali predominanti in un determinato periodo storico (Luzi, 2015). La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse (Durkheim, 1888). 

La Costituzione italiana considera la famiglia come un fatto naturale, istituzionalizzato attraverso il matrimonio. Ècertamente un modo di considerare il modello famigliare, che è molto distante da quello attuale. La famiglia, infatti, non viene più considerata un’istituzione ma un’unione di affetti (Fruggeri, 2005). 

Il libro di Mesa indaga la famiglia nel suo aspetto privato e privatistico. L’intera narrazione si concentra sul rapporto tra i famigliari e su ognuno di loro preso singolarmente. L’autrice si sofferma su ogni dettaglio, ogni seppur minima sfumatura che possa consentire al lettore di ben percepire il dramma di ognuno e la complessità della famiglia intera. Anche se non viene indagata nel libro di Mesa, la stretta correlazione con la società è implicita. L’autrice è di origini spagnole. In Spagna, rispetto anche all’Italia, i progressi fatti, sul piano legislativo, a vantaggio di una parità di fatto per le diverse tipologie di famiglie sono notevoli eppure non si può non domandarsi se, in concreto, questo progresso sia davvero presente a livello sociale e culturale. Leggendo tra le righe del romanzo di Sara Mesa la risposta è no. Il libro infatti sembra sottendere una volontà di denuncia, un anelito di ribellione, uno spirito di rivalsa. Contro il patriarcato. Contro l’autoritarismo. Contro le costrizioni. Contro l’ipocrisia. 

Sara Mesa ha scelto un’impostazione corale per il suo romanzo, un modo per raccontare gli stessi accadimenti sfruttando differenti punti di vista. Ed è proprio seguendo le molteplici angolature che il lettore riesce a percepire quel forte desiderio di libertà e critica ai pilastri che hanno sostenuto e sostengono l’istituzione famigliare: autoritarismo e obbedienza, vergogna e silenzio. 

Già. Si parte proprio dal silenzio. Il romanzo si apre al lettore con l’affermazione del padre circa la trasparenza della sua famiglia nella quale, a suo dire, non ci sono segreti. In realtà i segreti ci sono. A mancare è la comunicazione. A regnare è il silenzio. 

Una famiglia che pratica una dinamica di comunicazione prevalentemente incongruente induce i suoi membri a interiorizzare e a far propria questa modalità di agire, al punto che anche il viaggio dei singoli componenti alla ricerca del sé viene progressivamente falsato fino a condurre spesso a un processo di alienazione da se stessi (Ullrich, 2019).

Una comunicazione incongruente, quella della famiglia raccontata dall’autrice, frutto anche dei timori per l’autoritarismo del capofamiglia e della volontà, perlopiù inconscia, di ottenere la sua approvazione continua.

Il Padre, per esser certo che Il Progetto funzioni, ha stabilito regole rigide. In teoria ciò non sarebbe neanche sbagliato ma bisogna chiedere qual è il confine che separa l’ordine dalla psicosi e, soprattutto, qual è il livello di sopportazione per ogni singolo componente il nucleo famigliare. Sara Mesa indaga a fondo questo aspetto, raccontando in dettaglio le conseguenze subite da ognuno dei componenti la famiglia. I figli ne risentono molto ma anche il padre e la madre finiscono con il subire le regole, sotto il cui peso l’intera famiglia rischia di soccombere soffocata anche dal claustrofobico spazio della loro abitazione.

Non è lo spazio fisico in quanto tale a mancare ma lo spazio per vivere, creare, sognare, liberarsi da obblighi e timori e lasciarsi andare alla vita. 

Il libro

Sara Mesa, La famiglia, La Nuova Frontiera, Roma, 2024.

Traduzione dallo spagnolo di Elisa Tramontin.

Titolo originale: La familia


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno, Io ricordo tutto

20 martedì Feb 2024

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Ioricordotutto, Marietti1820, PierangeloSapegno, PierdantePiccioni, recensione, romanzo

Memoria e amnesia sono i punti focali intorno ai quali nasce, con ogni probabilità, l’idea che ha ispirato Io ricordo tutto di Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno. Si tratta di un romanzo dai risvolti crime e investigativi ma anche di un libro che indaga la mente umana. Gli autori affrontano vari temi che spaziano dall’identità alla memoria, dalla malattia al potere di sentimenti e ricordi. Un’indagine che riguarda la vita delle persone, i piccoli gesti, gli accadimenti quotidiani, gli incidenti, le malattie, la morte e l’elaborazione di un lutto, di una perdita che, a volte, coincide con la difficoltà di ritrovare se stessi, il proprio equilibrio, la ragione della propria esistenza. 

Il protagonista è Ernesto Ferrari. Una mente brillante messa a dura prova dagli ostacoli della vita. Disagio e malattia sono ampiamente trattati nel testo ma da un punto di vista non strettamente clinico. È l’aspetto umano a prevalere nella narrazione. Il racconto di ansia, depressione, Alzheimer passa sempre attraverso il vissuto e la mente dei protagonisti in modo tale che il disturbo o la malattia non siano solo contestualizzati bensì proprio personificati, umanizzati. 

Il libro di Piccioni e Sapegno è uno scritto sulla ricerca, intesa come ricerca scientifica spirituale umana. Ma è anche un libro sulla scoperta, di se stessi prima di ogni altra cosa. Il percorso compiuto da Ernesto Ferrari è un cammino simbolico dell’uomo attraverso la propria esistenza, una riflessione sul dolore e sull’amore, sulla perdita e sul ritrovamento, sull’ambizione professionale e la semplicità del viver quotidiano. Ma non è un libro sui contrasti, sugli opposti. No, è un libro sulla vita e sul suo essere imprevedibile. 

La scrittura a quattro mani del libro sembra una necessità nel momento in cui il libro si rivela essere un percorso di conoscenza che ha aiutato, prima ancora del lettore, gli stessi autori. A conoscersi vicendevolmente, a conoscere la storia e poi raccontarla. L’alternarsi di parti narrative che descrivono il presente e flashback di un passato che, attraverso la mente del protagonista, irrompe nella narrazione rendono per certo la storia più avvincente e contribuiscono a mantenere alto l’interesse del lettore. Durante la lettura dei numerosi dialoghi presenti nel testo il tutto sembra rallentare senza però mai fermarsi. I discorsi aiutano il lettore a meglio entrare nella vicenda narrata ma, soprattutto, a figurarsi i personaggi e i luoghi in cui essi vivono, parlano, chiacchierano, si raccontano. Un qualcosa che, in genere, è prerogativa delle parti descrittive e che gli autori sono riusciti a trasporlo nei dialoghi.

Ricorre spesso nel dibattito pubblico la preoccupazione per terapie invasive, esperimenti al limite, disumanizzazione delle cure. Tutte tematiche che si ritrovano in Io ricordo tutto. Nella parte crime del libro certo, ma anche in quella che indaga l’aspetto umano della professione medica. La necessità e la volontà di ritrovare il contatto con i pazienti, la personalizzazione delle cure mediche. In sintesi, il bisogno della medicina di ritrovare l’umanità. Ciò naturalmente non vuol dire che la ricerca debba fermarsi o che le sperimentazioni cessino, ma che non venga mai distolto lo sguardo dalle persone a cui queste cure sono destinate. Esseri umani la cui vita è unica, diversa dalle altre, la cui persona necessita di un’attenzione che deve essere anch’essa unica, personalizzata. Questo sembra essere l’obiettivo di Ernesto Ferrari. E questo sembra essere lo scopo del racconto di Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno. 

Mai dimenticarlo. E ciò è davvero simbolico perché l’intera storia sembra ruotare intorno al concetto di memoria, intesa come la capacità umana di ricordare. Il protagonista, un ipermnesico diventato un famoso neuroscienziato che sceglie di lavorare per le persone colpite dal morbo di Alzheimer. Un cerchio. Come la stessa vita. 

Piccioni, a seguito di un incidente ha perso parte della memoria. Riduttivo e semplicistico affermare che questo lo abbia fatto sentire più vicino a chi, anche se per ragioni differenti, affronta il suo stesso disagio. Piccioni è un medico ma è anche e soprattutto un uomo, una persona. Leggendo il libro non solo uno o alcuni aspetti emergono bensì tutta la complessità dell’esistenza umana con i suoi sentimenti, le emozioni, le delusioni, le sfide, il coraggio e la determinazione. La fragilità e la forza. L’egoismo e l’altruismo. Il tutto fuso in quel vortice inscindibile che avvolge l’esistenza, la scuote e la trascina come un treno delle montagne russe.

Il realismo della vicenda narrata è di sicuro uno dei punti di maggiore forza del libro e appare chiaro fin da subito quanto questo sia il risultato di esperienze, testimonianze dirette, informazioni e nozioni ben note. Come anche di sogni, desideri e speranze. La realtà che aiuta la fantasia.

Il libro

Pierdante Piccioni, Pierangelo Sapegno, Io ricordo tutto, Marietti 1820, Bologna, 2024.

Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Cronache da Dinterbild” di Peppe Millanta

27 venerdì Ott 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CronachedaDinterbild, NeoEdizioni, PeppeMillanta, recensione, romanzo

Una storia che racconta tante storie. Questo sembra Cronache di Dinterbild di Peppe Millanta. Solo che la narrazione di queste “cronache” viene affidata, in maniera decisamente singolare, alle conchiglie. In senso figurato ovvio. Queste conchiglie che assumono una valenza simbolica davvero importante: da una parte sono lo strumento per trasmettere i ricordi del passato e, dall’altro, rappresentano il mezzo per comporre l’imbarcazione che porterà gli attori del presente lontano, nel futuro. Oppure vicino, in un passato/presente che è lo stesso io dei protagonisti. Perché il viaggio che stanno per affrontare Ned e Biton, gli ultimi rimasti sull’isola, sembra proprio un cammino alla riscoperta di se stessi. È sorprendente come sia riuscito l’autore a costruire un intreccio così articolato su una trama apparentemente lineare. 

Ma l’originalità di Millanta sorprende anche per l’impostazione stessa dell’opera. Un romanzo che egli stesso ha definito: sprequel. Un misto tra prequel e sequel. L’ambientazione del nuovo romanzo è la stessa del suo libro di esordio, Vinpeel degli orizzonti, dove si trovano l’isola di Dinterbild e la locanda di Biton. Il punto è che davvero leggendo il libro non si riesce a comprendere se si tratta di un prequel o di un sequel. O di un gioco che l’autore si è divertito a costruire per il lettore. 

Inoltre l’autore mescola principalmente due generi letterari: il romanzo e il racconto. Il romanzo dà la struttura alla narrazione del presente, alle vicende dei due protagonisti. Mentre il racconto è rappresentato dalle storie legate agli altri abitanti dell’isola, ormai lontani perché hanno già affrontato il viaggio che loro si accingono a fare. Solo che i “racconti” di Millanta sono ora fiaba ora horror e, se da un lato sembrano destabilizzare il lettore che non sa mai a cosa andrà incontro, dall’altro contribuiscono a tenere alto il livello di interesse per le vicende del passato narrate, proprio perché capisce fin da subito che saranno originali e inaspettate.

Pur rappresentando una sorta di cammino alla ricerca di se stessi, con tutto il carico simbolico che il viaggio rappresenta e ha sempre rappresentato in letteratura, Cronache da Dinterbild appare quasi un romanzo sociale che vuole indagare la vita e la società, attraverso l’uso di una grande metafora, proprio come nelle più classiche delle fiabe. Il viaggio stesso nel romanzo di Millanta è per certo una metafora, con destinazione L’Altrove dove la “civiltà” di Dinterbild troverà il suo sviluppo. 

Il romanzo affronta diverse tematiche importanti che vanno dall’amore alla truffa, dalla guerra alla paura. Affrontate dall’autore con una notevole capacità nascosta dietro una stuzzicante ilarità. 

Troverà il lettore in Cronache da Dinterbild anche disegni, onomatopee, cartelli, parti scritte in versi, alternanza dei caratteri e del font. Un capovolgimento delle regole che mentre sembra trasportare il lettore verso il “passato” Modernismo lo scaraventa verso il futuro immaginato dallo stesso autore. Rimane un solo dubbio: cosa si inventerà Millanta per il prossimo libro?

Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Anna Maria Riva e l’editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credit www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Ordine e caos: “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino

18 mercoledì Ott 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ilcastelodeidestiniincrociati, ItaloCalvino, Mondadori, recensione, romanzo

Il 15 ottobre 2023 Italo Calvino avrebbe compiuto 100 anni. Poliedrico e rivoluzionario, racconta e insegna a ogni rilettura. 

Spingendosi oltre la rielaborazione della fiaba, ne Il castello dei destini incrociati inventa nuove strutture letterarie, gioca con il linguaggio e con la materia dei segni, lancia nuove sfide al lettore portandolo al centro di una narrazione cangiante caratterizzata da innumerevoli prospettive. Il processo intrapreso da Calvino sembra volesse portarlo verso una scrittura che non è più solo raccontare bensì nel dire che si racconta. 

Sono i Tarocchi, o meglio le varie combinazioni delle sue carte a generare i diversi racconti. Nell’intreccio delle vicende e dei personaggi si intravedono gli studi che Calvino conduceva sull’Orlando furioso, ma sono lo strutturalismo e la semiologia ad averlo per certo ispirato. E proprio laddove sembra ricondursi agli studi di Propp e Lévi-Strauss traspare il suo interesse e la sua volontà di rinnovare i modelli usati da Cervantes e Boccaccio. 

Lo stile narrativo di Calvino è particolareggiato e preciso, con una grande attenzione per i dettagli e anche quando mostra la sua inevitabile ripetitività, dovuta proprio alla struttura scelta dall’autore per la narrazione, mostra comunque la sua originalità. 

Carta dopo carta la storia prende forma e si trasforma, rallegrando oppure emozionando i commensali. Invitandoli a riflettere sui significati palesi o nascosti delle carte, delle storie, della vita. Molto importante l’aspetto simbolico racchiuso nel testo. Gli stessi Tarocchi ne sono esempio: oltre al valore numerico ne nascondono un altro simbolico. 

La costruzione degli otto episodi sembra vertere sul dualismo tra ordine e caos: nel mondo della natura, indistinto e caotico, sembra aprirsi uno spiraglio di speranza allorquando vi giunge la presenza umana che promette ordine e razionalità. Ovviamente non è semplice come appare e ordine e caos si mescolano e si confondono al punto che sembrano quasi invertirsi. Sembrano perdere i riferimenti ed ecco allora che l’autore vuol invocare l’aiuto del lettore, la sua partecipazione può creare nuove storie, nuove interpretazioni, nuovo ordine nel caos. Oppure nuovo caos nell’ordine stabilito. 

Il dualismo tra ordine e caos caratterizza anche i due racconti che vanno a comporre il libro – Il Castello dei destini incrociati e La Taverna dei destini incrociati -. Ordinato e aristocratico il primo, caotico e popolano il secondo. Esattamente come i rispettivi mazzi di Tarocchi utilizzati. 

Per comprendere appieno il significato e l’importanza dell’opera di Calvino bisogna, innanzitutto, abbandonare i pregiudizi riguardo i Tarocchi. È necessario imparare a guardarli come strumento necessario per comprendere le scelte che ognuno fa, in base alle quali poi si costruisce il futuro. Solo guardando dentro se stessi si può comprendere e dare senso alle varie interpretazioni delle carte. I Tarocchi non indovinano il futuro ma aiutano a scegliere, saranno poi le scelte e le azioni a creare il futuro oppure, nel caso del libro, le storie da raccontare. 

Il castello dei destini incrociati non è, quindi, solo il racconto delle storie narrate bensì la costruzione delle stesse, il dire la loro costruzione, la condivisione delle stesse e la partecipazione del lettore il quale, guardando nelle storie del libro, vede anche dentro se stesso e costruisce anch’egli una storia, che può diventare la propria. 

Molto significativo appare fin da subito al lettore il fatto che l’io narrate, lo stesso Calvino, al pari di tutti gli altri ospiti del maniero hanno tanta voglia di parlare, di raccontare se stessi ma, a causa dell’incantesimo che li ha colpiti tutti, non possono esprimersi a parole. La strada che trovano è quella dei Tarocchi. Basti solo questo che rappresentare la potenza della simbologia e dei significati racchiusi in questa grande opera letteraria. 

Il libro

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, Milano, 2023

Articolo pubblicato su OublietteMagazine


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Possibilità e Necessità: “Il Processo” di Franz Kafka


© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Possibilità e Necessità: “Il processo” di Franz Kafka

18 lunedì Set 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FranzKafka, IlProcesso, IlSaggiatore, recensione, romanzo

Il 2024 sarà l’anno del centenario dalla morte di Franz Kafka, avvenuta a Kierling nel 1924. La sua nascita è avvenuta a Praga nel 1883. Ma è a un’altra città, ovvero Berlino, che è legata una vicenda la quale, plausibilmente, ha rappresentato la spinta propulsiva alla scrittura de Il processo. Un libro di cui egli sembrava essersi pentito e che non voleva pubblicare. Il romanzo infatti è stato pubblicato postumo. 

Nel luglio del 1914 Kafka si reca a Berlino per sciogliere il fidanzamento che lo lega a Felice Bauer. L’incontro avrà luogo in una camera d’albergo, alla presenza della sorella e di un’amica di lei. Nei suoi diari, l’autore lo paragona a un «tribunale». Poche settimane dopo, Kafka inizierà la scrittura del Der Proceß – Il Processo.

Una mattina Josef K. Viene dichiarato in arresto. Non ha fatto nulla, sa di non aver commesso alcun reato, eppure è proprio lui che cercano. Josef K. pensa subito a un malinteso, un disguido e così sceglierà di agire secondo ragione. Ma la ragione nei romanzi di Kafka serve a poco o nulla. La colpa di Josef K., qualunque essa sia, richiede un castigo, che si dispiega nella sua arbitrarietà non solo nella condanna finale, ma in tutto ciò che avviene in mezzo: deve lottare ogni giorno tra avvocati, interrogatori e udienze per raggiungere la libertà. 

E, paradossalmente, spesso sembra dover combattere anche contro se stesso, contro la sua mente, la sua stessa ragione su cui tanto ha fatto affidamento. 

Josef K. sembra non comprendere gli eventi ma, solamente, subirli. Con questo schema scelto da Kafka il lettore riesce a entrare nella storia come ne fosse parte attiva, o meglio “passiva”, proprio come il protagonista. E, insieme, sembrano scoprire cosa accade. Ma, ovviamente, non è così. Perché Josef K., inventato ad uopo da Kafka, di riflesso sa per certo cosa accade e cosa accadrà. Nel libro. Ma potrebbe Kafka essersi sentito nella stessa identica maniera del suo protagonista durante il suo di processo, quello svoltosi nel tribunale della camera di albergo. Tutto questo intricato intreccio non fa altro che catturare il lettore e stupirlo, meravigliarlo e lasciarlo gioire della grandezza artistica dell’autore. 

Come fosse tutta una percezione: il mondo in cui sta vivendo Josef K. è reale ma è anche una beffa. Un complicato intreccio di inganni ordito da menti superiori, nascoste, che controllano Josef K. e controllano il mondo che lui vorrebbe controllare con la ragione. 

Rileggendo oggi Il Processo il lettore nuovamente si stupisce di quanto Kafka sia riuscito a creare con le parole. Spesso la mente rimanda alle immagini di Matrix1, con le sue acrobazie fatte con la mente e al tentativo di dare una ragione a ciò che senso proprio non ne ha. 

L’angoscia di Josef K., pagina dopo pagina, assorbe anche il lettore il quale sembra venire risucchiato da questa surreale claustrofobia che sottende all’intera vicenda. E così pare anche a lui ormai impossibile una vita libera dalle circostanze esterne, dalle convenzioni sociali, dal potere dell’Altro su di noi. 

Una narrazione che riesce a far guardare al mondo con occhi diversi e, al contempo, “costringe” a indagare se stessi con la stessa crudele e dolorosa e necessaria precisione.

Kafka non è una lettura semplice. Non lo è per quasi nessuno dei suoi scritti. Eppure leggendolo ci si accorge ogni volta di quanto sia necessaria. Utile a comprendere il mondo, di allora come di oggi. Per comprendere anche se stessi. A tratti, leggere Kafka, potrà sembrare una lettura incomprensibile ma non è così. È il racconto della vita reale e complicata che porta la scrittura a essere o diventare complessa. Perché è proprio la vita, spesso, a essere incomprensibile, insopportabile, esattamente come le ingiustizie di cui Kafka racconta. Ingiustizie che neppure l’accettazione, voluta o subita, della Legge può giustificare. Per certo, nell’analisi di Kafka, non può giustificare l’esistenza del mito sacrificale, del tipo di quello cui è stato sottoposto Josef K.

Il nesso fondamentale che lega l’ingiustizia al diritto è quello della Necessità: la Necessità è il grande altare su cui viene sacrificato il Possibile, là viene spaccato il cuore del Possibile escluso nascondendo il sangue scorso nella spazzatura del pensiero. E, quando Josef K. rifiuta di lasciarsi sacrificare con la sponte sua, si rifiuta di dare ragione alla «necessità», accade qualcosa di inspiegabile: nel momento in cui Josef K. riconosce la possibilità che può spezzare la necessità, e la riconosce nel suo prossimo apparso fragile e indifeso nel gesto della muta offerta d’aiuto delle braccia levate, proprio in quel momento un guardiano gli affonda il coltello nel cuore e Il processo si chiude.2

È triste, certo. Ma non è pessimismo. Piuttosto una visione della vita e della realtà oltre le immagini simboliche e stereotipate. In poche parole: è Kafka. 


Il libro

Franz Kafka, Il processo, Il Saggiatore, Milano, 2023. Traduzione di Valentina Tortelli.


1Film di Fantascienza diretto da Lana e Lilly Wachowski, anno 1999.

2Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove, Giunti Editore, Firenze, 2016.



Articolo pubblicato su OublietteMagazine


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Delitto sull’isola di ghiaccio” di Eeva Louko

13 mercoledì Set 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Delittosullisoladighiaccio, EevaLouko, NewtonCompton, recensione, romanzo

Cosa può mai accadere di brutto sull’isola della felicità? Perché è in questo modo che tutti conoscono la piccola isola di Lauttasaaari, a pochi chilometri dal centro di Helsinki. Un’isola, una città e una nazione – la Finlandia – pressoché perfette sotto molti aspetti. Eppure Eeva Louko immagina una storia nella quale i tormenti della giovane protagonista la spingono a fuggire da quei posti, lontano, per ricominciare una nuova vita. Vi farà ritorno, Ronja, perché l’isola della felicità le ha portato via il padre, uccidendolo. Beh non proprio l’isola ma quello che vi accade e rimane nascosto.

Indagando a fondo su quanto accaduto, nel tentativo di far luce sugli eventi che hanno portato alla morte del padre, Ronja scopre un mondo sommerso, un uomo completamente diverso da quello che sapeva o immaginava essere suo padre, e tanti segreti e bugie in una piccola e isolata comunità. Ed è proprio su questo grande isolamento che il lettore viene invogliato, più volte, a riflettere. Sulla vita delle persone che vivono queste piccole realtà lontane dal resto del mondo, isolate per lunghi periodi, costrette, in un certo qual modo, a vivere insieme e condividere tutto. Anche i segreti. Che diventano di tutti per restare di nessuno. 

Si è trattato di vendetta, regolamento di conti o di un brutale omicidio a sangue freddo? Ronja indaga sempre con maggiore foga nella speranza che, svelando il mistero, scopra anche chi fosse stato in realtà suo padre. E, soprattutto, che legame o ruolo avesse avuto nella scomparsa di due bambini dalla spiaggia di Kasinonranta nel 1975. 

Perché la madre di quei bambini vuole far del male a lei? Che rapporti aveva con suo padre?

Domande che diventano veri e propri tormenti per la protagonista del libro costretta anche a fare i conti con un passato che credeva dimenticato, che pensava di aver superato con la sua nuova vita a Londra. 

Indagando sull’omicidio di suo padre, Ronja si ritrova più volte a indagare se stessa, realizzando di non essere mai stata la figlia perfetta che sempre aveva creduto essere e così, non senza tribolazioni, la ricerca della verità diventa anche una forma di redenzione personale. Di riscatto dai propri sensi di colpa. 

Delitto sull’isola di ghiaccio è il romanzo d’esordio di Eeva Louko ma, per certo, ella dimostra di conoscere a fondo il mondo della comunicazione e del “male”. La storia è costruita e narrata in ogni dettaglio con una capacità di scrittura che rendono notevole la lettura di questo libro. Una concatenazione di eventi nella quale ogni singolo momento trova la sua casella a formare il mosaico perfetto regalando al lettore suspence e intrattenimento. Un viaggio nella fantasia degli eventi ma sempre con i piedi ancorati al territorio di cui sembra quasi poter godere di odori e sapori. Svelando i misteri della storia che si è inventata l’autrice regala al lettore anche spaccati di vita reali dei luoghi narrati.


Il libro

Eeva Louko,  Delitto sull’isola di ghiaccio, Newton Compton Editori, Roma, 2023. Traduzione di Paola Brigaglia.

L’autrice

Eeva Louko: reporter esperta di comunicazione, specializzata nelle storie crime e horror.


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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