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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Diluvio: l’opera-mondo che riflette sul futuro dell’umanità

29 venerdì Nov 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Diluvio, Einaudi, recensione, romanzo, StephenMarkley

Fenomeni meteorologici sempre più estremi e governi sempre più divisi e impotenti contro il pericolo che aleggia sul destino dell’umanità. Diluvio di Stephen Markley indaga a fondo la crisi ecologica che è già realtà.

Sulle montagne del Wyoming, Kate Morris, una giovane attivista, dà vita a un progetto che potrebbe cambiare il corso della storia mentre la politica rimane impantanata nei suoi riti stanchi. Intorno a lei, le vita, le speranze e l’impegno di un climatologo, un giovane sbandato e un gruppo di ecoterroristi.

L’approccio costruttivista ha enfatizzato i mutamenti culturali avvenuti nella percezione della sicurezza e del rischio o nella fiducia nel progresso tecnologico. Da una prospettiva realista-materialista, invece, l’accresciuta centralità dei disastri è stata connessa all’intensificarsi di processi economici i cui impatti ecologico-materiali hanno aumentato la vulnerabilità di intere popolazioni e territori. C’è un’accresciuta possibilità di eventi “improbabili” ma dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche (i cosiddetti “cigni neri”) o di raggiungere i tipping point – punti di svolta , ovvero punti di accelerazione repentina di catastrofi o emergenze “lente” (L. Pellizzoni (a cura di), Introduzione all’ecologia politica, Il Mulino, Bologna, 2023).

Negli ultimi cinquanta anni, l’impatto economico degli eventi estremi si è moltiplicato a causa di un aumento sostanziale nei danni causati da ciascuno di questi disastri: alluvioni, tempeste, uragani, ondate di calore estreme, incendi, frane. Si stima che rispetto all’anno precedente, il costo di ogni evento catastrofico tra il 5% dei più dannosi aumenti di circa 5 milioni di dollari (Sant’Anna Magazine, 2021). 

Markley immagina un mondo nel quale uno sparuto gruppo di cittadini dimostra l’importanza della capacità di credere nella natura e nelle abilità dell’essere umano il quale, contrariamente a tutte le altre specie di animali, non ha un habitat proprio, tuttavia, pur privo di un suo habitat specifico, ha fatto di qualsiasi ambiente il suo ambiente (M.T. Pansera, Natura e Cultura in Arnold Gehlen, in Il Tema di B@bel, RomaTre Press, 2020). Ed è proprio in questa sua capacità di adattamento che, forse, l’uomo deve ricercare e ritrovare la capacità di sopravvivenza, di sé stesso e dell’ambiente scelto per vivere. 

Se si accetta la tassonomia luhmanniana, attributiva e costruttivistica, allora è evidente come la nostra epoca si caratterizzi per due fenomeni: lo spostamento progressivo dal pericolo al rischio e l’aumento oggettivo delle situazioni di danno potenziale e di incertezza. Nella società attuale l’accrescimento delle capacità tecniche e scientifiche consente un incremento della possibilità di decisione e quindi innesca un progressivo passaggio da una società del pericolo a una società del rischio. Per cui assumono grande rilevanza le scelte con cui vengono ripartiti rischi e possibilità decisionali tra i diversi attori sociali (R. Sibilio, Alcuni aspetti sociologici dei rischi ambientali: il caso Vesuvio, in Quaderni di Sociologia, 2001). 

Perché allora non vengono messe in campo tutte le risorse possibili e potenziali per preservare l’ambiente e i suoi abitanti? 

Questo sembra essere il quesito alla base del libro di Markley, un’epopea distopica sul cambiamento climatico che abbraccia un lungo arco temporale che va dal 2013 al 2030. Il romanzo è ambientato in Wyoming, nella parte occidentale degli Stati Uniti, caratterizzato da vaste pianure, dalle Montagne Rocciose e dal famosissimo Parco nazionale di Yellowstone, conosciuto come il Cowboy State, dove si contano più cervi che abitanti. Ed è proprio in questo stato che, simbolicamente, l’autore sceglie di ambientare la sua storia tutta incentrata sul tema della natura, dell’ambiente, dell’uomo e dei disastri generati dall’incuria di quest’ultimi e dalla forza dirompente della prima. Pur narrando di argomenti di stretta attualità, il taglio dato al romanzo da Markley rende i protagonisti sempre un po’ borderline, ai margini di una società che sembra rigettarli forse proprio per la loro resilienza, costanza e tenacia nel portare avanti un progetto di vita “globale”. 

La lotta per salvare e salvaguardare l’ambiente dalle minacce incombenti, dai cambiamenti estremi, dalle speculazioni e dall’inerzia, vera o presunta, della politica ha sempre ingenerato opinioni contrastanti tra chi ritiene i problemi e le minacce reali e chi invece le derubrica a mere contestazioni al sistema. Markley ha inserito nella sua storia anche una tra le figure più controverse in questo sistema: l’ecoterrorista. 

La criminalizzazione delle proteste non violente per il clima e il “talismano” del terrorismo finiscono per diventare una profezia che si autoadempie perché serrano in una morsa il dissenso legittimo e pacifico favorendo il ricorso a metodi più aggressivi e financo violenti. Anche per gli ambientalisti/animalisti può verificarsi quel processo di radicalizzazione che poggia sulla constatazione del fallimento dei metodi non violenti per raggiungere gli scopi prefissi, e alcuni studiosi affermano che recenti riscontri hanno mostrato la propensione a intraprendere azioni sempre più aggressive. I movimenti ambientalisti sono stati paragonati alle angurie: verdi fuori e rossi dentro. Che alcuni gruppi ambientalisti siano in contatto, e pure in accordo, con formazioni che invocano una maggiore giustizia sociale è dovuto alla constatazione che i più danneggiati dal disastro ambientale sono i meno abbienti, anche nel senso che i peggiori cataclismi si sono verificati nei paesi del sud del mondo. L’ecoterrorismo può essere indicato come una “criminalità” di tipo ideologico, motivata da ideali politici e di cambiamento sociale, ma difficilmente identificabile come movimento terroristico in senso stretto (I. Merzagora, G. Traviani, P. Caruso, Ecoterrorismo tra conoscenza e percezione sociale, Rassegna Italiana di Criminologia, 2024).

Già sul finire dell’Ottocento, le testimonianze di letterati come Giocosa e Ojetti, oltre a confermare i progressi dell’America moderna, introducono anche una serie di giudizi ostili, determinando una costante compresenza di mito e antimito, di sentimenti contrastanti che rispecchiano la faticosa ricerca di identità della società italiana, che, proprio nell’altro, il diverso, esplicita le proprie paure e le proprie speranze. I narratori americani, portando sulla scena temi e problemi propri delle classi subalterne con un linguaggio fortemente radicato nella parlata comune, sembrano instaurare la democrazia nella letteratura (Beniscelli, Marini, Surdich (a cura di), La Letteratura degli Italiani. Rotte Confini Passaggi, Associazione degli Italianisti, Genova, 2010). L’opera di Stephen Markley sembra il continuum contemporaneo di questo filone letterario.


Il libro

Stephen Markley, Diluvio, Einaudi, Torino, 2024. Traduzione di Manuela Francescon e Cristiana Mennella. Titolo originale: The Deluge.


Articolo pubblicato sul numero di dicembre 2024 della rivista cartacea Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Einaudi per la disponibilità, il materiale e l’invio preprint.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Nikolai Prestia, La coscienza delle piante

26 martedì Nov 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Lacoscienzadellepiante, Marsilio, NikolaiPrestia, recensione, romanzo

Smarrimento, confusione, incredulità, paura. Sono questi i sentimenti che il protagonista del libro, Marco, lascia trasparire, fin dalle prime battute, al lettore che legge il resoconto di un ricovero in pronto soccorso attraverso gli occhi e la mente di colui che, fin da subito, realizza di essere uno dei tanti. Dei troppi in realtà. Marco si trova ancora sulla barella dell’ambulanza perché i posti letto sono finiti, o meglio sono tutti occupati. È ancora incredulo ed evita l’interazione con gli altri degenti. Cerca di fare scudo e si isola, di nuovo. Perché, in fondo, è proprio la solitudine ad averlo condotto in quel luogo. Una solitudine che ha origine non dall’essere o dal sentirsi realmente solo, bensì dal sentirsi inadeguato. Un disagio che non è solo di Marco ma di tutti, perché si tratta di un vero e proprio disagio generazionale e sociale. Un disagio che diventa rabbia allorquando si realizza di vivere un’epoca in cui il risultato vale più del percorso, e dove la velocità è l’unico parametro con il quale tutti, più o meno consapevolmente, giudichiamo il successo.

Quando la fase acuta del suo attacco di panico è rientrata, Marco comprende di dover fare i conti con la propria coscienza, affrontare i traumi del passato. L’unico vero modo per poter guardare con certezza e sicurezza al futuro. Ma per farlo, ha bisogno non dell’ultima bensì delle ultime quattro sigarette, dopodiché si ripromette di smettere di fumare. Questo passaggio non può non sollecitare la mente del lettore al ricordo del celeberrimo personaggio alle prese con la propria coscienza e con l’ultima sigaretta.

Il problema di fondo del protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo non sembra essere il vizio del fumo in sé ma l’incapacità di tenere fede ai buoni propositi. Così egli acquista i tratti dell’inetto sofferente di una malattia morale, incapace di assumersi alcuna responsabilità, un antieroe, un perdente, come indica il suo atteggiamento rinunciatario.1 Ma il romanzo scritto da Svevo non è la storia di Zeno Cosini, bensì la storia che egli racconta. La coscienza di Zeno include dure racconti: quello dell’analista e quello di Zeno. Ma il primo, incastonando il secondo, dà all’insieme un senso particolare: il libro ci dice questa è la storia che Zeno racconta e non questa è la storia di Zeno.2 Un esempio di metanarrativa le cui regole interpretative si possono utilizzare anche nell’analisi del libro di Prestia: La coscienza delle piante non è il racconto della vita di Marco bensì il racconto che egli fa della sua vita attraverso la sua coscienza. 

Svevo si è spesso rivolto alla letteratura non come semplice mezzo di evasione dalla realtà, ma come vero e proprio strumento conoscitivo con il quale esplorare e spiegare la natura umana e la vita. Egli è convinto che la mente e il comportamento umani abbiano molte caratteristiche universali che si osservano in tutti gli individui a prescindere dalle contingenze storiche, sociali e culturali delle loro vite, e che molte dinamiche sociali umani riflettano la competizione (che egli chiama “lotta”) per la sopravvivenza e per la riproduzione.3 Una competizione difficile da affrontare per il protagonista del romanzo di Prestia al punto che egli si nasconde dietro una vita immaginata, sognata, mentita, perché costruita intorno alle menzogne che racconta allo scopo di nascondere i fallimenti. O meglio quelli che la società identifica come tali e che ricadono su di lui come macigni. 

Zeno Cosini aveva scelto il distacco ironico come terapia per l’ineludibilità della natura umana, Marco tenta invece la strada della confessione e, dinanzi al suo terapeuta, si apre al racconto vero della sua coscienza.

L’adolescente ha fame di esperienza, è animato da una voracità psicologica che lo spinge a vivere la sua realtà esistenziale con irruenza, con la percezione di non esserne mai sazio; l’adulto, invece, ha bisogno di digerire, ovvero di accettare la sua dose di esperienza assimilata per renderla conforme a una realtà che scopre essere “altro da sé”, una realtà di cui non può disporre in modo indiscriminato, onnivoro: l’adulto che non riesce in questo adattamento, restando adolescente, ancora affamato, rientra nell’ambito del patologico. Gli adolescenti di un secolo fa, pur apparendo ribelli agli occhi degli adulti, venivano da questi ridotti alla sottomissione, al rispetto della volontà dei padri imposto con la forza. Oggi le dinamiche sono cambiate. Da alcuni decenni il mito dominante in Occidente, e ormai si può dire in tutto il pianeta, è quello di Narciso. L’Ideale dell’Io ha più spazio nella dimensione psichica della persona rispetto al Super-Io. L’adolescente, distratto da uno scontro con un adulto che non si oppone alla sua individuazione con la forza, si specchia nel confronto intenso con i suoi pari. Vivono insieme la loro crescita, non più ristretti nel contesto familiare, danno sfogo alla loro fame di esistenza, vivono emozioni e sentimenti, condividono la loro energia vitale senza più le forme repressive dell’epoca precedente, eppure la frattura resta, resta l’incomprensione fra adulti e adolescenti, e persiste un disagio evidente vissuto dagli adolescenti.4

Le trasformazioni sociali e culturali che, da oltre un trentennio, stanno caratterizzando la struttura delle società occidentali hanno contribuito, tra le altre cose, ad accentuare la rilevanza del cosiddetto “disagio giovanile”, la cui diffusione è stata favorita sia dai profondi mutamenti intervenuti nella struttura delle relazioni sociali (in larga parte legati all’avvento della società digitale), sia dalle difficoltà che, in seguito alla crisi economico-finanziaria della fine degli anni duemila, hanno interessato alcune parti della popolazione, con accentuazione delle diseguaglianze e amplificazione delle incertezze, non solo lavorative, legate al passaggio dei giovani all’età adulta. Le cause sociali (come quella del disagio giovanile) sono a volte strumentalizzate per legittimare cambiamenti che di fatto potrebbero inasprire le disuguaglianze, anziché ridurle.5Gli studenti universitari sembrano sentire sempre più la pressione sociale, le aspettative familiari e la paura del fallimento. «Non siamo più disposti ad accettare senso di inadeguatezza, depressione o persino suicidi a causa delle condizioni imposte da un sistema malato che baratta la persona con la performance», sono state le parole di una studentessa all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Ferrara nel 2023. Un aspetto evidenziato dagli studenti, in termini negativi, è la percezione che all’Università si faccia riferimento a un modello di prestazione che fa sentire molto a disagio chi è fuori corso.6

Isolamento volontario o indotto, aspettative reali o presunte dei genitori, senso di vergogna e inadeguatezza sono tra i sintomi principali del malessere provato dagli studenti che vivono il percorso universitario come un vero e proprio insuccesso. Ed è esattamente intorno a queste tematiche che Nikolai Prestia ha costruito la struttura portante de La coscienza delle piante. Un libro che parla di un percorso interrotto e poi ripreso (quello universitario) e di un altro percorso (quello terapeutico) che Marco intraprende per analizzare non tanto il primo quanto il suo essere interiore, il tutto in un libro che è esso stesso un percorso che conduce il lettore ad analizzare luci ed ombre di una società che progredisce è vero ma che a volte lo fa nel verso sbagliato.

Il libro

Nikolai Prestia, La coscienza delle piante, Marsilio, Venezia, 2024. 


1I. Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Oglio, Milano, 1981.

2P. Jedlowski, R. Màdera, Racconti di racconti. Una conversazione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2014.

3F. Suman, Scienza e letteratura: la natura umana nei romanzi di Italo Svevo, IlBoLive – Università di Padova, 2019.

4P. Di Biagio, L’eterna storia del disagio giovanile nell’era di Internet. Come evolvono le dipendenze patologiche, link – Rivista Scientifica di Psicologia, volume ½ 2019.

5CNG, Il disagio giovanile oggi – Report del Consiglio Nazionale dei Giovani, Sapienza Università Editrice, 2022.

6L. Mannino, Stress da università, STATE OF MIND di inTHERAPY, 2023.



Articolo pubblicato su LuciaLibri


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Caterina Perali, Come arcipelaghi

21 giovedì Nov 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CaterinaPerali, Comearcipelaghi, NeoEdizioni, recensione, romanzo

Con proposta di modifica all’articolo 12 della legge 40/2004, il Parlamento italiano ha dichiarato la maternità surrogata, già vietata da detta legge, reato universale. Ciò significa che è perseguibile come reato non solo se praticata in Italia ma anche all’estero, da cittadini italiani ovviamente. Il dibattito che ha preceduto e seguito la votazione in Parlamento è stato connotato da toni molto accesi e posizioni dualistiche che non si incontreranno mai. In base ai dati raccolti nel RapportoItalia 2024 Eurispes, il 62.9% degli italiani si dichiara contrario alla maternità surrogata, con una percentuale in crescita rispetto al 2021, allorquando era favorevole il 59.8% dei rispondenti. Per quanto riguarda, invece, la fecondazione eterologa che richiede l’utilizzo dei gameti donati da individui esterni alla coppia, 6 italiani su 10 si dichiarano favorevoli. Lo sono soprattutto i cittadini italiani di età compresa tra i 18 e i 44 anni. Aumentando l’età degli intervistati progressivamente cala la percentuale di consenso. 

In Italia, sia la fecondazione omologa che quella eterologa sono consentite. A disciplinarle è la medesima legge, ovvero la 40/2004. I requisiti per accedere alla fecondazione eterologa sono chiari, è necessario che si tratti di una coppia eterosessuale e convivente, anche se non coniugata, e che l’età della partner femminile sia ancora in epoca fertile, orientativamente al di sotto dei cinquanta anni. 

«Mi basta il tuo sperma!» è la frase che apre il romanzo di Caterina Perali centrato sul tema della fecondazione assistita. Il racconto preciso di un percorso che la medicina oggi può offrire a chiunque voglia avere dei figli. 

Da sempre la maternità è stata considerata un evento naturale da ascriversi al destino femminile; se la collochiamo tra i comportamenti naturali rischiamo di non cogliere il senso profondo della sua essenza e ne appiattiamo la sua molteplicità storica e antropologica. D’altra parte, se le attribuiamo una esclusiva valenza sociale, rinneghiamo il suo radicamento corporeo e inconscio. La donna è sempre stata ritenuta la depositaria dell’amore materno; questo affetto incondizionato presuppone l’annullamento del sé in funzione del figlio e l’abbandono di qualsiasi aspetto individualista che non sia in armonia con le cure del proprio bambino. Tale concezione, tuttavia, se trascura il contesto culturale, i vissuti e la fragilità connessi alla trasformazione psichica della donna, durante la gravidanza, perde di vista tutta la complessità della situazione. Attualmente, le donne si confrontano con nuovi fantasmi che influenzano, inevitabilmente, il processo che le conduce a divenire madre. In passato la maternità “come destino” era determinata dall’impossibilità di controllare le nascite. Oggi il progresso biomedico e le trasformazioni sociali e culturali hanno prodotto nell’immaginario femminile nuove possibilità e nuove configurazioni di genitorialità, conducendo le donne alla sublimazione del desiderio e all’assunzione della responsabilità della scelta.1

Il confronto delle donne con la nuova idea di maternità, caratterizzata dal controllo della fecondità e dalla possibilità di intervenire medicalmente su di essa attraverso la procreazione assistita le pone al cospetto di scelte un tempo impensabili. Scelte che le costringono a confrontarsi con nuovi fantasmi che possono condurre a forti vissuti depressivi. La nascita psicologica della madre corrisponde a quella situazione psichica in cui la donna si trova a creare in sé uno spazio mentale nel quale riorganizzare la nuova identità e contenere l’idea del proprio bambino.2 Infatti, alla metamorfosi corporea corrisponde una crisi di identità che la conduce a ridefinire il proprio assetto mentale. Perdere il confine della propria identità, diventando doppia, è un passaggio evolutivo molto complesso che dovrebbe concludersi, dopo la nascita, con il ritorno alla propria individualità. Il cambiamento dell’identità, presente nella maternità, implica un grande lavoro psichico che dovrebbe condurre le donne a pro-seguire nell’itinerario della propria esistenza, inoltrandosi nel presente, separandosi dal passato e camminando verso il futuro. In questo complesso percorso esistenziale è necessario attuare delle reti di sostegno, che siano capaci di accogliere le silenziose richieste di aiuto delle madri sia nel periodo gestazionale sia dopo la nascita del bambino.3

La protagonista del romanzo di Caterina Perali è una donna single che ha scelto di diventare madre con la fecondazione assistita. La sua storia viene raccontata attraverso lo sguardo, prima incredulo poi indagatore, di un’altra donna, sua coetanea, la quale sulle prime non comprende la scelta di Chiara ma poi sembra addirittura entrare in piena sintonia con la stessa. L’ambiente in cui il tutto si svolge è uno stabile di ringhiera che evoca immagini da vecchia Milano, quasi una location dei tempi che furono. E invece la vicenda narrata dall’autrice è molto attuale. Questo contrasto sembra quasi incarnare il dualismo che aleggia sempre intorno a tematiche del genere, delicate sensibili e complesse. Il percorso che Chiara deve seguire per portare avanti la sua scelta di sottoporsi alla fecondazione eterologa non è semplice e sarà proprio una iniziale scettica Jean ad assistere la donna, addirittura accompagnandola fino a Valencia, perché in Italia non le viene consentito di accedere a tale procedura.

La natura come realtà biologica e il sistema sociale e culturale, ciascuno con le proprie regole, sin dall’inizio dell’età moderna sono stati soggetti a un processo, al tempo stesso di distanziamento e di compenetrazione, in continuo divenire: di volta in volta, la natura è stata vissuta come amica o come sfida per la razionalità dell’uomo. In questa prospettiva, se è vero che il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita è un procedimento fondamentalmente culturale, è altrettanto vero che anche le norme che configurano il rapporto di filiazione naturale sono, nelle diverse società, profondamente influenzate dalla cultura propria di ciascuna di esse e rappresentano, quindi elaborazioni culturali dei diversi sistemi sociali. La contrapposizione tra natura e artificio, allora, costituisce sotto alcuni aspetti un falso problema, mentre sotto altri si rivela inidonea a descrivere esaurientemente il rapporto che intercorre tra dato naturale e dato culturale (artificiale) in molti ambiti dell’esistenza umana, tra i quali non si può certo non ricordare la procreazione. In effetti, naturale e artificiale sono sempre stati separati solo dalla convenzione sociale. 

Nella procreazione oggi prevale l’aspetto della scelta volontaria. Tuttavia detta “scelta” se da un lato contiene positivi aspetti di libertà (individuabili in una migliore possibilità di raccordo tra tempo biologico, tempo psicologico e tempo sociale personale e di coppia) e di responsabilizzazione dell’uomo e della donna, dall’altro porta con sé il rischio di un’eccessiva soggettivizzazione e privatizzazione del vissuto genitoriale. In senso più generale lo spostamento del confine tra natura e artificio appare strettamente correlato alla progressiva medicalizzazione dell’esistenza che caratterizza la nostra società e che comporta una sorta di delega all’apparato sanitario scientifico riguardo ad ambiti e momenti decisivi della vita umana, tra i quali appunto la procreazione.4

È inevitabile domandarsi cosa spinga le coppie sterili che si rivolgono alle tecnologie di procreazione assistita a cercare un figlio “proprio” a tutti i costi, piuttosto che ricorrere all’adozione. Quest’ultima, che rinuncia al legame biologico, pone il partner fecondo e quello sterile sullo stesso piano nei riguardi del bambino e maschera la responsabilità della sterilità all’esterno della coppia. L’adozione inoltre sembra riproporsi, per il soggetto sterile ma soprattutto per l’uomo, come permanente verità del proprio limite. D’altro canto, però, le tecniche eterologhe costringono i partner a confrontarsi, seppur solo a livello psicologico, con la figura del donatore. Si è constatato che il significato immaginario di cui il donatore può essere investito innesca frequentemente, nei soggetti che devono ricorrere a pratiche eterologhe, complessi meccanismi di difesa, che si esprimono, per esempio, nei timori per le reali condizioni di salute del donatore o nel dubbio sulla possibilità della trasmissione di malattie ereditarie non riconosciute o non riconoscibili all’atto della donazione. 

La procreazione assistita non può essere affrontata unicamente sul piano di realtà. Esiste un altro registro, quello dell’inconscio, che non può essere in alcun modo disconosciuto. Basti pensare alle fantasie relative al significato profondo che le varie procedure assumono agli occhi dei pazienti, agli investimenti emotivi di tutte le persone coinvolte, compresi i donatori, gli operatori, il bambino concepito. Gli effetti di ciascuno vanno valutati nel tempo, soprattutto per quanto concerne il nascituro.5

Caterina Perali racconta la storia di una donna single che si approccia alle pratiche di procreazione assistita eterologa. Una donna quindi che ha scelto di far nascere e crescere un bambino senza la figura paterna. 

L’assenza del padre nella scena psicologica del bambino compromette gravemente la risoluzione della relazione simbiotica con la madre e il graduale transito verso una condizione di separazione-individuazione. Il rischio è quello che il bambino resti imprigionato in una relazione fusionale con la madre (il che può implicare anche la sua assunzione di identità di genere). Per la madre il rischio è quello di vivere il figlio come proprio prodotto, un figlio fatto da sola, con un’accentuazione delle aree narcisistiche.6

La struttura del libro di Perali sembra voler invitare il lettore a riflettere su cosa sia veramente egoistico e narcisista tra il desiderare un figlio a ogni costo e il non desiderarlo affatto.

La voce narrante di Come arcipelaghi è Jean, donna che vive di rendita e che per sentirsi utile al mondo conduce una trasmissione radiofonica, una sorta di melting pot nel quale chiunque può intervenire e dire la sua riguardo qualunque argomento, e coltiva sonnecchiante una relazione d’amore con Carlo. Jean è una donna la quale, nonostante le innumerevoli domande intorno alle quali ruota la sua professione, sembra non volersi interrogare sulla vita. Questo almeno fino all’incontro con Chiara che diventa un vero e proprio scontro con i costrutti sociali metabolizzati negli anni e che le erano sempre sembrati, fino a quel momento, certezze assolute. 

Il libro

Caterina Perali, Come arcipelaghi, Neo Edizioni, Castel di Sangro (AQ), 2024.


  • 1T. Schirone, Identità e trasformazione di identità: la maternità, in Journals UniUrb, 2010.

2D.N. Stern, Il mondo imterpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1985.

3T. Schirone, op.cit.

4CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, La fecondazione assistita, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1995.

5CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, op.cit.

6CNB – Comitato Nazionale per la Bioetica, op.cit.


Articolo pubblicato su LuciaLibri


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Maria Elisa Aloisi, Sto mentendo.Un caso per Ilia Moncada

15 martedì Ott 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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MariaElisaAloisi, Mondadori, recensione, romanzo, Stomentendo, thriller

In epoca di fake news, di post-verità e di nuovo realismo, il tema della verità, e per contro della menzogna, è diventato talmente centrale da essersi imposto negli ultimi anni come oggetto di riflessione e indagine. Bugie, inganni e menzogne in letteratura abbondano in tutte le forme e sfumature. La lista di bugiardi e mentitori sembra davvero infinita: l’Odisseo omerico, il Miles Gloriosus latino, i bugiardi di Dante del canto XXX dell’Inferno, quelli di Boccaccio e di Chaucer, i mentitori di Corneille e di Goldoni. Per citarne alcuni. Menzogne, inganni, bugie e bugiardi, solitamente condannati tanto dalla morale filosofica quanto da quella comune, sono in letteratura così onnipresenti non solo o non soltanto perché la menzogna è un fenomeno umano rivolto agli umani, come è pure la letteratura, bensì perché strutturalmente, e da un punto di vista squisitamente narrativo, essi sono indispensabili e irrinunciabili affinché la storia stessa, il plot dell’opera, si avvii o si complichi, proceda o si risolva, o comunque si concluda; affinché, insomma, l’opera stessa diventi in qualche modo, e nel suo specifico modo, possibile.1

Maria Elisa Aloisi sembra aver costruito l’intera struttura portante del suo legal-thriller intorno al bisogno o necessità o volontà di mentire di ognuno dei protagonisti che, a vario titolo, entrano nella scena principale dell’opera, ovvero il tribunale dove si svolge il processo per omicidio, vero palcoscenico di tutta la narrazione. Ognuno di loro sembra avere un buon motivo per mentire. Per certo, Ilia Moncada ha la determinazione per costringere tutti e ognuno di loro a dire la verità. 

Sovente l’opera stessa può esistere solo grazie alle bugie che essa contiene e su cui si basa, e questo vale addirittura per il genere letterario di appartenenza e le convenzioni che lo regolano, se solo si pensa al thriller, al detective story. Anche da una prospettiva ermeneutica, inoltre, credere o non credere a bugie e bugiardi da parte degli altri personaggi in senso intradiegetico e da parte dei lettori in senso extradiegetico, oppure essere in grado di smascherare o meno menzogne e mentitori, implica importanti e talvolta decisive conseguenze sia a livello di storie e narrazioni, sia – in maniera molto più complessa – a livello di interpretazione del testo.2

«Però quando credi che il tuo cliente sia innocente, anche senza volerlo ti impegni di più. O no? – È vero – Fui costretta ad ammettere mio malgrado». Sono Ilia Moncada e sua zia Ofelia a raccontarsi gli sviluppi sul caso di omicidio che la ragazza sta seguendo come legale dell’imputato. Al quale non crede. Il quale non le piace. Eppure svolge lo stesso il suo lavoro. Non con lo stesso impegno di quando segue un cliente che ritiene innocente ma lo fa, ponendo in essere, in un certo qual modo, un grande inganno basato sulla menzogna. 

Ogni avvocato, nell’esercizio della sua professione, mente. Ciò accade tutte le volte che sostiene le ragioni del proprio assistito che sa essere dalla parte del torto. 

«Cicerone dopo dato un consiglio al senato o al popolo, da mettersi in opera anche il medesimo, dopo perorata e conchiusa una causa, ancor di una piccola eredità, si poneva a tavolino, e dagl’informi commentari che gli avevano servito a recitare, cavava, componeva, limava, perfezionava un’orazione formata sulle regole e i modelli eterni dell’arte più squisita, e come tale, consegnavala all’eternità. Così gli oratori attici, così Demostene di cui s’ha e si legge dopo 2000 anni un’orazione per una causa di 3 pecore: mentre le orazioni fatte oggi a’ parlamenti o da niuno si leggono, o si dimenticano di là a due dì, e ne son degne, né chi le disse, pretese né bramò ne curò ch’elle avessero maggior durata.»3

È una lamentela comune in epoca di classicismo, resa icasticamente dal giovane Leopardi: il sostanziale silenzio dei moderni retori è contrapposto agli artifici, destinati all’eterno, cesellati dagli antichi, fosse pur col pretesto di una causa intorno a poche pecore. Sempre in Italia, a Novecento inoltrato, la fortuna dell’oratoria avvocatesca si assestò al livello della cultura popolare, soprattutto al Sud.4

«Il diritto, gli avvocati, le cause in tribunale lo colmavano di estasi e delizia. Sapeva a memoria i nomi di tutti gli avvocati della provincia, e i brani delle loro cause più celeri; e in questo non era il solo, perché l’amore per l’oratoria forense è quaggiù abbastanza generale.»5

L’avvocato è in tutto e per tutto un uomo di teatro, di volta in volta istrione, guitto, fine dicitore.6 Il causidico fu spesso, lungo i secoli, assimilato all’attore: un modo forse per nobilitare il secondo e mettere in dubbio la lucidità argomentativa del primo.7

Quasi ovunque nei testi letterari ci imbattiamo in private o pubbliche arringhe che sanno d’aula di tribunale e molto familiare in Italia è la satira di avvocati e notai avidi ma, nel libro di Aloisi, è intorno alle parole di rei e correi che si potrebbe lungamente argomentare. Egualmente adirandosi. 

Sto mentendo è un legal-thriller ambientato tra luoghi che devono essere molto cari all’autrice. Traspare una Sicilia ricca di tradizioni, cultura, folklore, umanità. Anche nell’opera di Aloisi si ritrova la singolarità presente in molti scrittori siciliani che hanno saputo coniugare l’esterofilia e l’apertura al mondo con la tensione, all’inverso, centripeta che domina le loro opere, ossessivamente legate al tema dell’isola, e le loro vite, crocefisse a quella terra amata e odiata, o quanto meno condannate a concludervisi, in sconsolati ritorni che hanno talvolta lo stesso senso, di bruciante sconfitta e di astiosa diffidenza, dell’attaccamento delle “ostriche” verghiane allo “scoglio”.8

Nel testo sono presenti numerosi dialoghi, le descrizioni sono poche e brevi, seppur esaustive. Sembra quasi volontà dell’autrice lasciare siano gli stessi protagonisti a raccontare la storia, attraverso il resoconto della loro vita, delle esperienze, le emozioni, i sentimenti, gli accadimenti. Che siano sempre loro a trascinare il lettore nelle anse di una storia che si snoda tra le vie e le mura di una città che trasuda la sua sicilianità cosmopolita da ogni angolo, da ogni poro. Esattamente come accade per i suoi personaggi, protagonisti del romanzo. 


Il libro

Maria Elisa Aloisi, Sto mentendo. Un caso per Ilia Moncada, Mondadori, Milano, 2024.


1L. Pelaschiar, Quella bugiarda della letteratura! Il caso William Shakespeare, in Nuova Informazione Bibliografica, arTs – Università degli Studi di Trieste, Trieste, 2019.

2L. Pelaschiar, op.cit.

3G. Leopardi, Zibaldone, 1823.

4F. Arato, Parola di avvocato: L’eloquenza forense in Italia tra Cinque e Ottocento, Giappichelli Editore, Torino, 2015.

5C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1945.

6G. Marotta, San Gennaro non dice mai no, Longanesi, Milano, 1948. F. Arato, op. cit.

7C. Vicentini, La teoria della recitazione. Dall’antichità al Settecento, Marsilio, Venezia, 2012.

8A. Di Grado, Memoria e utopia: la vocazione europea della letteratura siciliana, in Fragmentos, numero 36, 2009.


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Erica Mou, Una cosa per la quale mi odierai

23 lunedì Set 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EricaMou, Fandango, recensione, romanzo, Unacosaperlaqualemiodierai

Una cosa per la quale mi odierai è un romanzo che racconta la vita attraverso la narrazione della malattia e della morte. La protagonista trova il coraggio di leggere il diario scritto da sua madre, un resoconto degli ultimi nove mesi di vita. E lo fa proprio quando sta vivendo l’esperienza della gravidanza. Nove mesi che la renderanno madre. Orfana e madre. Sua madre Lucia ha preferito affidare al diario le parole per i suoi cari e, attraverso di esse, Erica riscoprirà il suo rapporto con lei. Le sembrerà quasi di conoscerla di nuovo, quantomeno in una maniera differente. 

Una cosa per la quale mi odierai

Erica sta per compiere un grande passo, a breve andrà a convivere con l’uomo che ama e, quando sua madre le chiede di parlare, è convinta voglia tentare di dissuaderla. Invece Lucia vuole raccontarle “una cosa per la quale mi odierai”. Vuole parlarle della malattia. 

Il senso di colpa è una delle più comuni reazioni alla diagnosi di cancro. C’è chi si sente in colpa perché pensa di aver fatto qualcosa che ha favorito l’insorgenza della malattia. Chi pensa avrebbe potuto riconoscere prima i sintomi. Chi perché non può più svolgere il suo ruolo nella famiglia o sul lavoro. Chi perché si sente un peso per i suoi cari.1

È spaventata Lucia ma, nel raccontare la situazione a Erica, minimizza. Ha paura. Ma teme anche la sofferenza della figlia. 

Il paziente oncologico ha necessità di elaborare il trauma psicologico dovuto alla diagnosi di tumore e di acquisire elementi che gli consentano di rompere l’equazione cognitiva cancro=morte.2 Lucia sembra aver trovato aiuto e sfogo scrivendo il suo diario. 

Le parole possono contribuire all’efficacia delle cure. Presumibilmente hanno aiutato Lucia ad affrontare la malattia e il distacco dagli affetti. Di sicuro hanno aiutato Erica ad affrontare il lutto, la perdita. 

Le pagine del libro di Erica Mou sono articolate secondo uno schema che vede alternarsi parti del diario di Lucia a riflessioni proprie della figlia. Riflette Erica. Legge. Rilegge e riflette. La sua mente ritorna a quei momenti. Poi sovviene al presente. Sono emozioni forti quelle che la assalgono. Pensieri e parole avvolti da un dolore sordo, lancinante, crudele, che sembra non avere mai fine. Ripensare ai momenti della malattia di sua madre le dà il tormento ma ritornare al presente non sembra donarle alcun sollievo perché quello che è stato è ancora lì, nelle crepe del suo cuore, tra le pagine di quel diario, nel profondo della sua mente, nel suo stesso corpo che soffrendo per la perdita, per la morte di sua madre è riuscito comunque a trasformarsi in grembo materno, ha accolto la nuova vita e con essa la speranza. Nel futuro certo. Ma anche nella stessa vita. Con le sue gioie e i suoi dolori. Perché la morte fa paura ma anche la vita allorquando ti costringe ad affrontare il dolore, quello vero, quello che richiede tanta forza per essere elaborato, superato. 

Il racconto di Erica Mou è un inesorabile e sincero resoconto di quanto veramente accade. Non ci sono fronzoli, non ci sono iperboli né edulcorazioni. È la malattia. È la quotidianità. È semplicemente la vita. La quotidianità di una vita completamente stravolta. La sofferenza di chi è malato e quella dei suoi cari. La rabbia. Il dolore. La paura. Il timore di soffrire e veder soffrire. La scrittura di Erica Mou è egualmente lineare, pulita, quotidiana. Una lingua parlata, o meglio “musicata” perché il suo fraseggio ha un non so che di musicale, armonioso, come se leggendo le parole se ne avvertisse quasi il suono, il rumore oppure il silenzio. 

Una cosa per la quale mi odierai non racconta solo un’esperienza o la storia di una persona, o meglio di una famiglia, ne racconta l’intera esistenza, la vita. 


Il libro

Erica Mou, Una cosa per la quale mi odierai, Fandango Libri, Roma, 2024.


1Ci si può sentire in colpa per essersi ammalate di cancro?, Fondazione Veronesi Magazine, settembre 2020.

2S. Paladini, La sindrome Psiconeoplastica, PSICOFORM – Psicologia e Formazione, gennaio 2024

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Mika Biermann, Tre donne nella vita di Vincent van Gogh

28 mercoledì Ago 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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recensione, romanzo, TredonnenellavitadiVincentvanGogh

Un libro. Un artista. Tre capitoli. Tre donne. Non sono però solo questi i numeri del breve romanzo di Mika Biermann dedicato alla figura emblematica di Vincent van Gogh. A tratti, l’opera di Biermann sembra un conto alla rovescia, laddove sottolinea il tempo che rimane da vivere all’artista e il tanto lavoro ancora da ultimare, i quadri da dipingere. 

«Gli restano trentasette anni da vivere e ottocentosettantuno quadri da dipingere. Un quadro ogni quindici giorni. Un gioco da ragazzi.»

Un’espressione che può sembrare inquietante ma che sembra servire, in realtà, per sottolineare l’inquietudine di fondo che accompagna l’intera esistenza del van Gogh narrato dall’autore. Un uomo descritto in tre fasi distinte della sua esistenza, attraverso la narrazione dei suoi incontri o delle sue relazioni con tre delle donne che maggiormente hanno segnato la sua vita, indirizzandone o deviandone il cammino. 

L’incontro con Saskia simboleggia anche il primo contatto di Vincent con l’altro sesso, con la nudità femminile, la provocazione e, in un certo qual modo, l’erotismo. Non accade nulla di fisico nell’incontro descritto da Biermann nel primo capitolo del libro ma da quel giorno il giovane van Gogh non sarà più lo stesso. Custodirà un segreto che pesa come un macigno. Figlio del pastore, Vincent ha ricevuto un’educazione molto rigida e religiosa e la sfrontatezza della ragazza lo mette in seria difficoltà, soprattutto per il timore che in famiglia possano scoprire quanto accaduto, quello che i suoi occhi hanno visto, e la certezza di non essere in grado di spiegarlo con razionalità e distacco.

«Suo padre gli ha spiegato che Dio ha creato la terra, il cielo, le piante, gli animali e gli uomini rigorosamente in bianco e nero, e che è stato il diavolo, in seguito, ad aggiungere i colori, l’azzurro di un lago, il verde di una prateria, l’arancione di un tramonto, il rosa sulle guance delle donne, il rosso sulle labbra, l’oro sui capelli, affinché i poveri uomini sedotti si allontanassero dall’Onnipotente, smettessero di cercare la salvezza nell’aldilà e si occupassero soltanto delle cose terrene.»

E allora il lettore si chiede come sia stato possibile, per un artista, conciliare una simile educazione con la vocazione alla pittura? 

I dipinti di Vincent van Gogh trasmettono la grande capacità dell’artista di cogliere l’anima delle cose semplici e quotidiane: le banchine sul Tamigi o le distese di campi di grano. «L’arte è sublime quando è semplice», scrive in una lettera indirizzata al fratello Théo. Un’arte che esprime il quotidiano e la sua bellezza ma anche un’estrema solitudine, quella dell’artista, una tristezza che non gli ha impedito di continuare a produrre bellezza: «all’epoca in cui preparavo i fiori di mandorlo. Se avessi potuto continuare a lavorare, avrei realizzato altri alberi da fiore, come potete immaginare. Ora gli alberi da fiore sono quasi finiti.» L’artista sembrava nutrire un profondo desiderio di conoscere se stesso, oltre che il mondo, affrontando i turbamenti dell’anima e le passioni che lo assalivano soprattutto durante i primi tempi nei quali l’amore per Dio era il suo rifugio.1 Sono i tempi dei primi approcci alla pittura, allorquando viveva un vero e propriomisticismo religioso, coltivato sul modello del padre. Tra il 1879 e il 1880 van Gogh visse la sua prima grande crisi spirituale dalla quale scaturì anche il primo punto di svolta della sua esistenza: si convinse di poter servire Dio anche come artista.2

L’incontro con l’ex modella Agostina avviene invece quando l’artista è ormai un uomo maturo e consapevole se non del proprio potenziale, quantomeno della propria indole. Una fase dell’esistenza di van Gogh nella quale egli ha raggiunto degli obiettivi e delle certezza, accanto alle quali però persistono i turbamenti di un uomo inquieto, irrequieto, malinconico e perennemente insoddisfatto anche della propria esistenza. Biermann dà voce a questi turbamenti immaginando per l’artista e l’ex modella un futuro diverso, una vita differente da quella che poi invece è stata, in Italia e non a Parigi. Ma è solo la fantasia dell’autore che vola al pari, forse, di quella dello stesso artista. L’italienne è il nome del ritratto dipinto da van Gogh e che sembra racchiudere tutto il contrasto di questo amore presto finito e della vita insieme mai veramente vissuta.

Molti elementi richiamano le stampe giapponesi: il bordo asimmetrico, la stilizzazione del personaggio in un ritratto privo di ombra e di prospettiva e lo sfondo monocromatico. Tuttavia, alla raffinatezza dell’estetica orientale, van Gogh sostituisce una lavorazione energica, che restituisce un’impressione di potenza quasi primitiva. I neoimpressionisti giustappongono i colori complementari per intensificarne la percezione. In questo caso l’artista fa lo stesso, unendo i rossi e i verdi, i blu e gli arancio. Tuttavia, egli non ricorre alla tecnica puntinista di Signac o di Seurat. La sua modella è raffigurata tramite tratteggi nervosi che si incastrano e si separano. I colori sono violenti, espressivi e mostrano in van Gogh un precursore del fauvismo. Il viso di Agostina Segatori, dove predominano il rosso e il verde, illustra il progetto formulato dal pittore un anno dopo ad Arles, ovvero essere capace di esprimere le terribili passioni dell’umanità per mezzo del rosso e del verde.3

«Questo dipinto è uno dei più brutti che abbia mai realizzato». A dirlo, anzi a scriverlo è lo stesso Vincent van Gogh, in una lettera indirizzata al fratello Théo nel settembre del 1888. «Ho cercato di dipingere le terribili passioni umane con il rosso e con il verde. È ovunque una lotta e un’antitesi dei verdi e dei rossi più diversi, nei personaggi di piccoli teppisti che dormono, nella sala vuota e triste. Nel mio quadro ho cercato di esprimere l’idea che il caffè è un posto dove ci si può rovinare, diventare pazzi, commettere dei crimini». Si tratta di una bruttezza coscientemente ricercata: van Gogh sfrutta la potenza emotiva del colore, soprattutto attraverso l’uso dei complementari rosso e verde, per comporre un’immagine angosciante e allucinata, descrivendo il bar come un luogo di sofferenza e disagio.4

Il terzo capitolo del libro di Biermann, che è anche quello conclusivo dell’esistenza di van Gogh, vede come co-protagonista, insieme all’artista, una giovane donna incontrata per caso. Gabrielle è una ragazza determinata che ha anche imparato il lavoro del padre, il maniscalco, e lo pratica di nascosto perché vietato alle donne. Gabrielle ha appena perso il suo amato cane quando incontra il moribondo Vincent, lo riconosce e si intenerisce alla vista di quell’uomo ormai in fin di vita. È il momento in cui entrambi sembrano realizzare che tutto ciò che nella vita è stato ormai non conta più. Non serve. Non cambierà di una virgola ciò che sta per accadere. È la caducità della vita certo, ma anche la forza di portare avanti le proprie scelte, non guardarsi mai indietro, non avere rimorsi ma solo ricordi. 

I colori che l’autore utilizza per descrivere la natura, ciò che van Gogh osserva nei suoi ultimi istanti di vita, sono l’azzurro del cielo e bianco delle nuvole, il giallo dei campi e la ruggine dei tetti. 

È il “dipinto” di un paesaggio noto, ordinario, confortevole e rassicurante come solamente ciò che ci è caro nella mente può essere. 


Il libro

Mika Biermann, Tre donne nella vita di Vincent van Gogh, L’orma Editore, Roma, 2024.

Traduzione dal francese di Chiara Licata.

Titolo originale: Trois femmes dans la vie de Vincent van Gogh.


1J. Nubiola, Van Gogh, alla ricerca dei colori di Dio, in Omnes, 13 maggio 2016.

2Vincent van Gogh, vita e opere del pittore olandese da record, in Finestre sull’arte, categorie AB Arte Base.

3Analisi estetica de L’italienne del M’O – Musée d’Orsay: www.musee-orsay.fr

4E. Puschak, video-saggio Il caffè di notte. Il “quadro più brutto” di Vincent van Gogh, su Artribune 1 aprile 2019.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Nunzio Primavera, Gibildonna

07 mercoledì Ago 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Gibildonna, LauranaEditore, NunzioPrimavera, recensione, romanzo

Lavoro, fatica, resilienza. E ancora riscatto, passione, dignità. Sono solo alcune delle caratteristiche della famiglia Labò, piccoli coloni che, nel dopoguerra, con la Riforma agraria, diventano coltivatori diretti, piantando filari di vigne e mettendo anima e cuore nella produzione di vini pregiati. 

Il periodo storico raccontato da Nunzio Primavera in Gibildonna è certamente rappresentativo ed emblematico di un grande cambiamento avvenuto in Italia all’epoca della ricostruzione, allorquando la terra fu redistribuita ai contadini con la più grande redistribuzione di ricchezza mai avvenuta in Italia.1 Cessate le ostilità il 25 aprile del 1945 l’Italia era liberata, ma restavano gli effetti della guerra in un Paese che tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 conosceva il peso della distruzione prodotta sia dalle truppe tedesche in ritirata, sia dai numerosi e violenti bombardamenti alleati. L’agricoltura era sconvolta.2 Scarseggiavano, o mancavano del tutto, fertilizzanti, carburante, macchinari per la ripresa del settore agricolo. Di fronte alla situazione generale e alla difficoltà di ripresa della produzione, i governi postbellici guidati da De Gasperi tra il dicembre 1945 e l’agosto 1953, impostarono una serie di provvedimenti per ricondurre con relativa rapidità il Paese fuori dall’emergenza. In agricoltura le scelte per la ripresa del settore si posero tre obiettivi principali: il raggiungimento dei livelli prebellici, il recupero della normalità sociale e la definizione di un differente assetto del rapporto tra terra e proprietà. La nascita della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti nel 1944 e la serie nutrita di provvedimenti a favore della piccola proprietà coltivatrice, nel giro di qualche anno riuscirono con fatica a contenere i vasti fermenti del mondo rurale.3

In alcune zone del Paese, in particolare in Sicilia, alla protesta per motivi contrattuali si sovrapponeva lo scontro politico per l’autonomia dell’isola e il punto più elevato delle ostilità fu rappresentato dagli episodi delittuosi di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, apice di altri episodi di scontro violento protrattisi per anni. La mediazione del presidente del Consiglio attenuò la fase violenta e sanguinosa della lotta nelle campagne sia attraverso l’accordo tra proprietari e coloni pattuito nel “lodo” e definito “tregua mezzadrile”, sia nella successiva attivazione della legge di proroga dei contratti di mezzadria in cui venivano stabilite le nuove percentuali di divisioni tra le parti. La spinta alla formazione della piccola proprietà coltivatrice era dunque una caratteristica delle scelte politiche.4

Ma il racconto di Primavera non è solo un resoconto della situazione storica o politica, è la storia di una famiglia. Nel baglio Labò, nucleo da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna, nascono e tramontano amori lunghi e travagliati. È la storia di un luogo attraverso i suoi abitanti. Come tutti i coltivatori, nel corso degli anni, la famiglia Labò si troverà ad affrontare ogni tipo di ostacolo: dalla crisi energetica alla siccità e ai cambiamenti climatici, confrontandosi con le emergenze alimentari, l’allarme metanolo, il caporalato e l’integrazione degli immigrati. 

Le crisi petrolifere del 1973 prima e del 1979 poi sono considerate la scintilla e il comburente della deindustrializzazione dell’Occidente, ivi compresa l’Italia. In Sicilia si presenta uno scenario caratterizzato per lo più da dismissione degli impianti, disimpegno delle grandi imprese industriali, tentativi di riconversione e accenni di bonifica. Le zone investite dall’insediamento di poli industriali nel secondo dopoguerra vengono inserite tra le aree ad alto rischio di crisi ambientale e in conseguenza di ciò si apre la stagione, partita a stento e lungi dall’essere conclusa, delle bonifiche come intervento ambientale tardivo, solo perché l’industria arretra senza neanche rimettere a posto ciò che aveva scombinato.Ma il lascito dell’industria cosiddetta pesante, con ritmi elevati di crescita economica, la ricchezza dovuta a migliaia di posti di lavoro e investimenti pubblici mai visti primi, è ancora più controverso perché nel complesso tutto ciò ha finito per plasmare un ambiente sfavorevole allo sviluppo autonomo, cioè l’ubriacatura da tanto benessere improvviso ha limitato la capacità di pensare a percorsi di crescita alternativi e capaci di autosostenersi.5

Non si può costruire nulla di solido che sia esule o estraneo al territorio nel e sul quale si intende portare avanti un progetto. È esattamente quello che sembra voler trasmettere al lettore Primavera con il suo racconto della famiglia dell’anziano Nino e di sua moglie Rosa. Due mondi che si incontrano e si fondono con il territorio, con il terreno sul quale si trova il vigneto primigenio da cui nascerà il loro vino, fulcro dell’intera azienda. Le conoscenze e le capacità di Rosa, piemontese di origine, si uniscono alla passione e alla tenacia di Nino. Insieme all’azienda i due costruiscono anche la loro famiglia. Ed è sulle vicende di quest’ultima che ruota il secondo fulcro del libro, intrecciato al primo. Cosicché Gibildonna risulta una vera e propria saga familiare che racconta le storie dei vari componenti la famiglia in un lasso temporale che va dal secondo Novecento ai nostri giorni. 

I componenti la famiglia Labò sono riusciti a cambiare le loro vite, passando dall’essere coloni a coltivatori diretti, grazie alla Riforma agraria del dopoguerra. Hanno vissute numerose difficoltà e affrontato diversi problemi interni ed esterni all’azienda fino ad arrivare a oggi. Un periodo storico in cui il problema dello sfruttamento dei lavoratori della terra si ripropone con più forza che mai. 

Il caporalato è un fenomeno che nel dibattito politico italiano è collegato esclusivamente all’immigrazione nel Mezzogiorno, ma di fatto è una pratica che esiste in Italia, almeno dagli anni ’70, e riguarda tutto il territorio nazionale. 

Il tema della Riforma fondiaria, della distribuzione della terra ai contadini, ha attraversato tutto il Novecento. Lo smembramento del latifondo appare lo strumento principale per trasferire le terre dai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, verso la piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura, preferita a soluzioni di tipo cooperativistico ritenute meno affidabili dal punto di vista politico.6

I dati forniti da ISTAT-RCFL rivelano che l’indicatore di irregolarità complessivo è pari all’11.3%, ma sale al 23.2% in ambito agricolo mentre nel lavoro domestico raggiunge addirittura il 51.8%. I lavoratori stranieri sono inseriti in settori in cui è più frequente il ricorso a forme di irregolarità e sfruttamento.7 Per cui è abbastanza chiaro che, all’incirca settanta anni dopo la Riforma, i terreni e l’agricoltura in Italia hanno visto una redistribuzione e un ammodernamento eppure sfruttamento lavorativo e caporalato persistono. 

Ma dietro e al di là di queste storture c’è tutto un mondo contadino che lavora, giorno dopo giorno, la terra e lo fa da generazioni. Come la famiglia Labò raccontata da Nunzio Primavera. Quattro generazioni che hanno sempre lavorato e lottato contro le avversità principalmente per restare nella legalità. Una determinazione che non conosce limiti, esattamente come la forza delle donne raccontate dall’autore, che hanno una tempra tale da riuscire a farsi artefici del proprio destino. Una forza silenziosa. Una marea che avanza e può cambiare il mondo. Per contro poi, ci sono i giovani, le nuove generazioni che invece urlano a gran voce la loro voglia di emergere. Due mondi opposti che, alla fin fine, a ben guardare, viaggiano sullo stesso binario. 

Il sottotitolo del libro di Primavera enuncia quello che sembra essere il fine ultimo del libro: raccontare l’evoluzione dell’agricoltura in Italia attraverso quanto accaduto a una famiglia molto legata alla terra e al vigneto e farlo per sottolineare l’importanza e l’utilità delle “vecchie” generazioni, la necessità della loro saggezza, la tenacia e la forza di una terza età che non desiste. E che non può proprio permettersi di farlo in un Paese, come l’Italia, dove il tasso di natalità è sotto i minimi storici e l’età media della popolazione è salita a livelli mai visti finora. Una terza età che proprio non può permettersi di mollare perché sulle cui spalle ancora grava il peso di buona parte del Paese. 


Il libro

Nunzio Primavera, Gibildonna. La terza età che non desiste, Laurana Editore, Milano, 2024.


1N. Primavera, La terra restituita ai contadini, Laurana Editore, Milano, 2020. 

2M. Ferrari Aggradi, La svolta economica della resistenza. Primi atti della politica di programmazione, Forni, Bologna, 1975. 

3T. Fanfani, La ricostruzione in Italia nel secondo dopoguerra. Provvedimenti e linee guida per la ripresa dell’agricoltura, Rivista di storia dell’agricoltura, vol.44, n°2, 2004.

4T. Fanfani, op.cit.

5G. Petino, Il tardo industrialismo in Sicilia, tra coesistenze e conflitti, AGEI – Geotema, 69, aprile 2023.

6F.C. Nigrelli, I paesaggi della riforma agraria dalla storia al progetto, in Quaderni 13 – I paesaggi della riforma agraria. Storia, pianificazione e gestione, F.C. Nigrelli e G. Bonini (a cura di), Edizioni Istituto Alcide Cervi, Gattatico (RE), 2017.

7Dati e info del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.



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Domenico Starnone, Il vecchio al mare

Massimiliano Città, Agatino il guaritore


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Domenico Starnone, Il vecchio al mare

05 lunedì Ago 2024

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DomenicoStarnone, Einaudi, Ilvecchioalmare, recensione, romanzo

Riflettere sulla vecchiaia è un resoconto di se stessi o dell’umanità? Per Domenico Starnone sembra ruotare tutto intorno alla fragilità umana.

Leggendo il titolo del romanzo di Starnone non si può non pensare all’opera quasi omonima di Ernest Hemingway (The old man and the sea – Il vecchio e il mare). Presumibilmente ci deve essere stato un rimando a quella letteratura, di cui Hemingway è stato un grande esponente, che molta importanza dava alle riflessioni, alle considerazioni, ai sentimenti e alle emozioni che sono tutti fattori importanti e determinanti dell’esistenza umana. Ne vanno a determinare, al contempo, la forza e la fragilità. Ed è proprio intorno a quest’ultima che l’autore sembra aver costruito il suo romanzo, il quale vede come protagonista uno scrittore ottuagenario alle prese con due tra i maggiori misteri dell’esistenza umana: la relazione con se stessi e quella con l’umanità. 

A tormentare lo scrittore ottandaduenne Nicola c’è anche il suo rapporto con i propri scritti che vorrebbe potessero sparire, essere cancellati e dimenticati. Ha sempre annotato tutte le sue riflessioni su dei quaderni con la matita ma la certezza, tale fino a poco tempo prima, di poter cancellare le sue parole è ormai labile. L’ennesima illusione disattesa che genera in lui uno sconforto profondo.

Da giovane, il suo maggior desiderio, la sua più grande illusione era scrivere le pecche di questo mondo per riuscire a cambiarlo, a migliorarlo. Ora lui è invecchiato e il mondo non ha fatto che peggiorare, diventando sempre più imperfetto. 

Imperfetto proprio come la spiaggia che fa da sfondo alla narrazione, vuota di turisti e di tutto il circo che ne deriva, appare a Nicola e al lettore luogo perfetto dove cercare e trovare i piccoli segni della vita nascosti tra i granelli di sabbia, sotto i sassi, tra le rocce o in mezzo al mare. Questo stesso mare che, nel libro di Starnone, appare al contempo come l’orizzonte verso cui tendere e l’immensa distesa d’acqua nella quale perdersi. 

Il racconto che l’autore affida al suo anziano protagonista è confuso come lui, è spossato come il suo corpo, annebbiato come la sua mente. Oggetti che diventano simboli e simboli che diventano emozioni in questo solitario gioco che coinvolge Nicola e la sua mente, sia quando è sveglio sia quando è sopito. Il dualismo sembra essere stata una componente predominante nella scrittura di Nicola, nella quale egli sempre inseriva uno sguardo rivolto al passato e, contemporaneamente, al futuro. Il tempo della narrazione sembra però quello della resa dei conti. Di Nicola con la vita. Un processo descritto da Starnone con dovizia di particolari, senza veli e senza remore mettendo a nudo l’anima di questo anziano scrittore rassegnato e combattivo, che mantiene in ogni fibra del suo essere il dualismo che lo caratterizza e che ha segnato la sua scrittura. Il suo essere scrittore. Narratore della vita. Che ha cercato di rappresentare la grandezza dell’esistenza umana attraverso la banalità del viver quotidiano. 

Il libro di Starnone si apre al lettore con il racconto di un accadimento che vede il protagonista rincorrere una carta dorata, una sorta di figurina. Prosegue con la narrazione di fatti e pensieri lungo una spiaggia fatta di nuvole, sabbia, spruzzi, schizzi, vento… Appare chiaro fin da subito che si tratta di simboli, utilizzati dall’autore per trasmettere al lettore il suo racconto. Il suo messaggio.

La corsa della figurina scintillante sulla rena asciutta ha determinato il destino, almeno quello nell’immediato lasso temporale, di Nicola. L’illusione di essere ancora agile e vigoroso lo ha riportato alla realtà, al suo essere annichilito.

“Quando le carte affiancate a caso mi davano una storia in cui riconoscevo un senso, mi mettevo a scriverla; accumulai così parecchio materiale. Bastava lasciare che prendessero forma altre storie che s’incrociavano tra loro e ottenni così una specie di cruciverba fatto di figure anziché di lettere, in cui per di più ogni sequenza si può leggere nei due sensi” (I. Calvino, Il castello dei destini incrociati).

Le numerose storie raccontate o ascoltate dal protagonista possono essere lette e interpretate in mille modi che vanno dalla disfatta alla contemplazione della bellezza assoluta della vita.

L’evocazione del mare costituisce, nella produzione letteraria italiana delle Origini, un elemento inserito in un insieme spesso metaforico o, per lo meno, in un insieme di tropi che puntualmente consentono all’autore di indicare uno spazio, un limite o un confine. 

In numerose tradizioni religiose un’amorfa estensione d’acqua precede l’esistenza delle molteplici sostanze che riempiono l’universo, quasi che tutte le forme non siamo altro che la manifestazione di un liquido primordiale. L’acqua non è semplicemente il primo elemento: per il pensiero simbolico essa è una forza capace di sciogliere e unificare in sé ogni determinazione, come nei diari di viaggio le immagini della comunione dei beni non rivelano soltanto il desiderio del venir meno dell’ingiustizia, ma costituiscono anche lo schema dinamico in grado di fluidificare tutte le distinzioni, non solo nella società ma nell’intera materia del cosmo. Quando il tempo ha reso esauste le forze della natura, esse hanno bisogno di sciogliersi nel loro principio, per attingere di nuovo la potenza vitale dalla sostanza liquida di un sogno divino. Una pozza d’acqua è stata il primo specchio in cui l’uomo ha osservato tutto all’inverso. Il riflesso è un fattore di rovesciamento. Guardando il riverbero in superficie potremmo vedere il mondo come lo vede Dio e accorgerci che la più autentica ascesi è, in realtà, una discesa, forse una discesa nel profondo dell’acqua. A questo allude il simbolismo del battesimo. È l’acqua, infatti, a insegnare la reversibilità della morte. Nella fonte battesimale muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo. Il simbolismo indica il dissolversi di un ente corrotto perché riemerga un essere incontaminato (G. Bossi,  Il simbolismo dell’acqua tra immaginario di viaggio e dimensione del sacro, DIALEGESTHAI – Rivista di Filosofia, 25 aprile 2007). 

Il protagonista del libro sembra un anziano-bambino che osserva il mondo per la prima volta, o quantomeno sembra essere la prima volta che riesce a guardarlo con occhi disincantati, liberi. 

Il racconto di Starnone è un viaggio intimistico nell’anima, nei ricordi e nei desideri di Nicola ma anche un viaggio intenso nelle persone da lui ricordate, incontrate, forse immaginate. Un viaggio simbolico certo ma non per questo meno rischioso di quello intrapreso davvero per mare.

Secondo Auden, uno degli elementi che caratterizzano in modo più netto la cultura della modernità, e la differenziano rispetto a quelle dei secoli precedenti, è costituito dall’atteggiamento assunto nei confronti del viaggio per mare. Se fin dall’età classica, per arrivare ai secoli immediatamente precedenti la “rivoluzione romantica”, il viaggio per mare è considerato un male necessario, l’attraversamento di ciò che separa ed estrania, l’uomo moderno, al contrario, sa che il mare è il luogo in cui avvengono gli eventi decisivi, i momenti di eterna scelta, la tentazione, la caduta e la redenzione (V. Di Martino, Figure del moderno: il viaggio per mare. Da Baudelaire a Gozzano, XII Congresso nazionale dell’ADI – Associazione degli italianisti, Roma, 17-20 settembre 2008).

Il libro di Starnone sembra raccontare il viaggio di Nicola nel suo “mare” mentale, senza spostarsi per luoghi e limiti ma non per questo privo di ostacoli, insidie e pericoli.


Il libro

Domenico Starnone, Il vecchio al mare, Einaudi, Torino, 2024


Articolo pubblicato sul numero 179 – agosto/settembre 2024 della rivista cartacea Leggere:Tutti.


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


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Massimiliano Città, Agatino il guaritore

24 mercoledì Lug 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Agatinoilguaritore, IlRamoelaFogliaEdizioni, MassimilianoCittà, recensione, romanzo

Un antico adagio afferma che la necessità aguzza l’ingegno. Di necessità il protagonista del libro di Città ne ha tanta. Fin dalla prima infanzia ha dovuto imparare a cavarsela da solo e, unitamente all’autonomia, ha imparato quanto può essere difficile stare al mondo se non si ha una rete di protezione. Senza l’affetto e la tutela di una vera famiglia, Agatino inizia a diventare sempre più creativo. Si inventa una vita e trova il suo posto nella società. Un piccola realtà quella che lo ospita. Un paesino di provincia non meglio identificato che, banalmente, può trovarsi in qualunque parte del mondo. Ed essere anche reale. Nel libro è una piccola realtà di provincia siciliana.

Nel libro l’autore racconta molte vite in realtà, ovvero quelle di tutti gli abitanti di Boschetto che intrecciano la loro con quella di Agatino. Persone che hanno difficoltà economiche o sociali, ferventi credenti o donne e uomini che hanno assoluto bisogno di credere in qualcosa, o in qualcuno. E Agatino riesce a capire le loro necessità, a essere ciò di cui hanno bisogno. Amico, confidente, usuraio, manipolatore, guaritore, santone… egli è tutto questo ma in realtà è tutt’altro che questo. 

Se molti credono di conoscerne il presente, del suo passato si sono perse le tracce. Chi è davvero Agatino il guaritore? Egli riesce sempre a trovare la soluzione ai problemi che le persone gli sottopongono. Ma cosa accade allorquando non ci riesce? Ecco allora che si intravede l’Agatino vero. Il personaggio che Massimiliano Città voleva raccontare e intorno al quale ha costruito la sua storia. Una narrazione intrecciata, come le vicende narrate, come le realtà piccole dove le vite, le storie sono legate le une alle altre, esattamente come le stesse esistenze. Man mano che nel libro si conoscono gli accadimenti di coloro che cercano l’aiuto di Agatino diventa sempre più evidente quanto poco si sa di lui. E se da un lato ciò contribuisce a creare un’aura di mistero intorno alla sua persona, dall’altro si insinua il sospetto o la paura che qualcosa di oscura possa accadere o sia accaduto. Dove condurranno questi presagi? Al male o al miracolo? Soccomberà Agatino sotto il peso delle responsabilità da lui stesso volute? Oppure riuscirà a essere all’altezza del compito e del risultato che tutti ormai si aspettano da lui? 

La trama del libro è molto fitta, intrecciata come le storie narrate. Riesce l’autore a tenere tutto insieme con uno stile narrativo chiaro e tutto sommato lineare, se si considerano anche i continui salti temporali che portano la narrazione ripetutamente avanti e indietro nel tempo. 

La funzione taumaturgica delle azioni di Agatino sembra servire soprattutto a lui e solo in seconda analisi alle persone che si dichiarano bisognose del suo aiuto. Alla fine tutti sembrano trarre beneficio dalle “guarigioni” di Agatino ma è un benessere non tanto e non solo fisico e/o mentale quanto “sociale”. Per questo egli diviene ben presto una necessità all’interno della piccola comunità nella quale si è rifugiato e dalla quale è stato il primo a trovare giovamento. Perché se è vero che tutti i suoi clienti/amici ricevono il suo aiuto e si illuminano di una luce nuova, lo è anche che Agatino stesso sembra illuminarsi attraverso le loro storie e brillare ancor di più all’interno della storia, del romanzo. La vicenda che Città ha voluto narrare parte senza dubbio da Agatino ma, quando sembra distaccarsene per parlare della vita e delle vicende degli altri personaggi, è sempre verso di lui che converge, grazie anche o forse proprio per le storie di vita narrate che si intrecciano con la storia di Agatino e la arricchiscono. 

Eppure, proprio nel loro essere interconnesse le storie di vita raccontate da Città potrebbero benissimo essere separate le une dalle altre, e funzionare egualmente bene. In questo il libro ricorda pubblicazioni di un genere caro a Strout o Steinbeck. Un intreccio di storie che sembrano funzionare perché legate insieme ma che, in realtà, singolarmente potrebbero funzionare anche meglio. O egualmente bene. Tutte insieme però contribuiscono a creare quell’atmosfera tipica e caratterizzante il libro, quasi fiabesca, surreale seppur molto concreta e verosimile alla realtà. 

Ed è proprio intorno alle riflessioni sulla realtà che Massimiliano Città sembra aver studiato i tratti del suo romanzo, un libro sociale, scritto raccontando una comunità con uno sguardo vagamente antropologico che ha messo in evidenza l’aspetto folkloristico dei luoghi e dei personaggi. 


Il libro

Massimiliano Città, Agatino il guaritore, Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2024.


Articolo pubblicato su LeggereTutti.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il ramo e la foglia edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Duilio Scalici, Ore cutanee

04 giovedì Lug 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AUGH!, DuilioScalici, Orecutanee, recensione, romanzo

Una favola moderna dal sapore retrò e con risvolti contemporanei. Così potrebbe essere definito il libro di Duilio Scalici. Un libro particolare, per genere e stile, che per essere compreso forse va riletto oppure letto lentamente, intervallando la lettura con pause utili a districare i nodi del racconto e della scrittura.

Quasi come se il lettore stesse percorrendo anch’egli il lungo corridoio dalle porte grigie. Anche a lui quindi serve tempo per assaporare le potenzialità della porta rossa, ovvero del libro di Scalici. Non che debba diventare un’ossessione anche per il lettore ma, a ben guardare, può rappresentare un’apertura su un mondo diverso, inaspettato, incompreso e spesso equivocato. 

Duilio Scalici ha scritto la sua storia intorno a un unico tema principale: l’unicità. Delle persone. Dell’amore. Per laprotagonista, seguire questa strada, ha rappresentato la scoperta di nuovi mondi ma, soprattutto, la possibilità dell’incontro che ha cambiato la sua vita e forse anche il suo destino. 

Scalici inizia la narrazione introducendo la porta rossa ma raccontando anche nel dettaglio l’ambiente lavorativo dellaprotagonista. Una casa di riposo dove soggiornano degli anziani. La panoramica sulla vita e sul mondo e, per forza di cose, osservata da un’ottica di decadimento. Ed è proprio in queste anse buie che si insinua ben presto l’interesse verso la porta rossa, sempre chiusa, volutamente tenuta chiusa a celare un qualcosa che diviene l’interesse maggiore di Ninfa.

Quella attuale è una modernità che in un tempo limitato ha conosciuto molteplici trasformazioni. Alle disuguaglianze tradizionali, definite in termini di potere e di risorse materiali e simboliche, si aggiungono altre fragilità, spesso legate alle risorse relazionali dell’individuo e alla capacità di utilizzare tali risorse come contrasto alle difficoltà e come chance per migliorare le proprie condizioni di vita. Questo accade perché le appartenenze – quelle relazioni che danno a ognuno la dimensione del senso e costituiscono un sistema di orientamento, quelle ascritte e quelle che si cercano – si sono modificate e possono produrre effetti imprevisti. Per un verso infatti aumentano: nel senso che l’individuo moderno non si inserisce più in una sola comunità o in un unico gruppo di riferimento, ma anche nel senso che la multiaffiliazione risponde a un’utilità o a un’opportunità. Piuttosto che confermare l’accresciuta libertà individuale, questo modo di esperire l’appartenenza crea frammentazione. Per altro verso, a volte, le relazioni più autentiche possono diventare delle legature, dei vincoli, degli ostacoli rispetto alle possibilità che la vita moderna offre.1

Esattamente come accade al personaggio di Scalici, intrappolato tra le strette maglie di un’esistenza e di un ruolo costruiti per lei da una società precostituita e nei quali proprio non si riconosce. Osserva il mondo con gli occhi di chi ancora vuole inventarsela la propria esistenza. Simbolico a tale riguardo è il dialogo con il partigiano, ospite della struttura, il quale invece non avverte più l’esigenza di indagare per cambiare consigliando addirittura anche a Ninfa di lasciar perdere la porta rossa. Consiglio che ovviamente lei non segue. A vincere è la curiosità così, tassello dopo tassello, scopre il mistero che si cela dietro la porta rossa. Chiusa e misteriosa.

Le mura urbiche hanno avuto sempre il senso e il significato di una cesura, di un rapporto interrotto tra territorio e insediamento racchiuso. Questo valore più generale e di partenza, per quanto filtrato e quasi interpolato dalla funzionalità militare e difensiva che tali strutture dovevano per lo più istituzionalmente avere, lo si ritrova costante ovunque, si può dire in ogni epoca, esasperato poi nel fenomeno dell’incastellamento medioevale e delle cittadelle fortificate coeve. Ma le cortine di cinta non potevano essere di per sé solo diversità ed esclusione, separatezza. Significano anche, necessariamente, un termine di mediazione e di correlazione, evidente per la stessa indispensabile presenza delle aperture degli ingressi, che si pongono come un riferimento naturale e “determinato” di scambio e di rapporto. La porta si carica in questo senso, oltre che del semplice ruolo funzionale di passaggio, pure di un valore traslato, di occhio e di diaframma rivolti a inquadrare e a fornire, quasi fotografandola, l’immagine della realtà interno/esterno nella doppia sua direzione.2

Anche nella simbologia cristiana la porta ha una valenza molto caratterizzante: «Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (capitolo 10 del vangelo secondo Giovanni). Per la comunità cristiana, la Porta Santa non è solo lo spazio del sacro, al quale accostarsi con rispetto, con comportamenti e con vestiti adeguati, ma è segno della comunione che lega ogni credente a Cristo: è il luogo dell’incontro e del dialogo, della riconciliazione e della pace che attende la visita di ogni pellegrino, lo spazio della Chiesa come comunità dei fedeli.

Nel romanzo di Scalici la porta rossa sembra condurre la protagonista alla riconciliazione con se stessa. Ma prima ancora di questo, ciò che ha ingenerato è un vortice emotivo che neanche lei riusciva a spiegare.

«La vista dell’anonima porta di vetro e metallo della palazzina dove si trovava il mio appartamento fu la prima cosa che mi distrasse da quanto accaduto quel giorno, Era anch’essa una porta, ma non mi suscitava alcuna emozione. Nessun mistero celava, se oltrepassata. Non so perché, ma un vuoto si aggrappò ai miei pensieri.»

L’oscurità rappresenta una paura fondamentale dell’esistenza. Il buio è la manifestazione dell’ignoto, e questo è ciò che l’uomo teme sopra ogni cosa: la consapevolezza di non sapere cosa si annidi nello spazio appena più in là. Superare l’incertezza e prevedere l’utilità a partire da dati apparentemente inutili è verosimilmente il compito fondamentale che il cervello umano, come pure quello di altre specie, si è evoluto per assolvere, ragione per cui il fatto di stare nell’incertezza è esattamente ciò che il nostro cervello si è evoluto per evitare. Non è soltanto l’oscurità vera e propria che si cerca di evitare, ma anche il timore che assale quando si entra nell’incertezza, quando cioè si è all’oscuro in senso metaforico.3

Scalici immagina che la paura mista a curiosità per l’ignoto e l’incertezza, rappresentati dalla porta rossa, ingenerino nella ragazza un turbinio di emozioni tali da ripercuotersi sul corpo, sul fisico provato già di primo mattino. Stanco, spossato. Dubbioso e intimorito. 

«L’ossessione per la porta rossa e il programma di fantasmi che mi aveva conciliato il sonno erano più che sufficienti. Era meglio non pensarci più. La sensazione che mi aveva lasciato in corpo non era affatto piacevole.»

Il malessere fisico e psichico di Ninfa continua fino al momento in cui varca la soglia della stanza fino a quel momento chiusa dalla porta rossa. 

Il ritmo della narrazione di Ore cutanee è lento. Scalici scandisce ogni gesto della protagonista come anche ogni suo pensiero. Ogni azione segue un ordine cronologico ben definito, il ritmo della vita quotidiana di Ninfa. Ordinario. Abitudinario. Eppure il tutto appare sempre indefinito, sospeso. Come appartenente a un ordine fuori dall’ordinario, lontano dal quotidiano. Esule finanche dalla stessa vita. Esattamente come appaiono Zoe e le sue storie. 

Il libro racconta dell’amore certo ma non è una semplice storia d’amore. È la narrazione della bellezza, in tutte le sue forme, del tempo e, soprattutto, del coraggio. Di scegliere. Di vivere. 

La bellezza non basta. È questa la grande scoperta del Rinascimento. Gli artisti e gli scrittori rinascimentali scavano il marmo, stendono la pittura, infilano collane di parole. Ma il loro segreto non è fatto di pietra, di colori, d’inchiostro. Assieme alla bellezza, impastano emozioni. E le mettono per iscritto. Le dipingono. Le disegnano. Le modellano.4 Duilio Scalici le ha raccontate queste tanto necessarie emozioni.


Il libro

Duilio Scalici, Ore cutanee, Augh Edizioni, Viterbo, prima edizione 2022. Prefazione di Marina Rei.


1S. Licursi, Gli anziani nella modernità, in P. Fantozzi, S. Licursi, G. Marcello, A partire dagli anziani, Liberetà, Roma, 2013.

2G. Rosada, Mura, porte e archi nella decima regio: significati e correlazioni areali, Atti del convegno di Trieste (13-15 marzo 1987), Publications de l’École Française de Rome, Roma 1990.

3B. Lotto, Percezioni. Come il cervello costruisce il mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2017.

4G. Busi, S. Greco, Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento, Il Mulino, Bologna, 2022.


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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