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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Rosalia Alberghina, Diletta

29 giovedì Mag 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Diletta, recensione, romanzo, RosaliaAlberghina, RossiniEditore

Diletta, protagonista del romanzo di Alberghina, non ha girato il mondo eppure, in qualche modo, è stato il mondo ad andarle incontro. Lei lavora come addetta allo scalo aeroportuale, ovvero come hostess di terra e di persone, provenienti da ogni angolo del pianeta, ne ha incontrate e incrociate davvero tante. 

Sin dall’antichità, spedizioni fantastiche verso un altrove reale o immaginario, discese agli inferi e voli estatici nell’ottavo cielo, viaggi al limite del mondo conosciuto, sulla luna o giù negli abissi, oltre i confini del cosmo e del tempo, hanno stimolato l’immaginazione poetica della letteratura mondiale. Sono itinerari di conoscenza attivati dalla curiositas e dal senso di meraviglia dell’eroe, oppure sono percorsi utopici che sondano le possibilità di miglioramento del vivere collettivo. Possono, a volte, assumere la forma di viaggi allegorici, di pellegrinaggi oltremondani o di tragitti mistici, arcani, sacri.1

Il viaggio, dunque, come struttura originaria di ogni opera narrativa è una nozione che evoca un ampio orizzonte antropologico, in grado di spiegarne la straordinaria molteplicità e longevità. Un tema di lunga durata, che attraversa la letteratura dal mondo antico a oggi, e si manifesta in sentieri immaginari come nelle frontiere più tangibili degli spazi geografici, a rappresentare la vocazione umana all’erranza.2

La conoscenza del mondo attraverso il passaggio di tutti i viaggiatori dall’aeroporto dove lavora, rappresenta, in un certo senso, il viaggio allegorico di Diletta. Questa infatti non solo riflette sulle informazioni apprese dalle persone conosciute ma le utilizza per immaginare anche la sua esistenza oltre il viaggio non-viaggio di tutti gli anni trascorsi in aeroporto. 

Scrivere e viaggiare sono entrambe attività che hanno origine da un atto di straniamento e “defamiliarizzazione” che disorienta lettore ed esploratore insieme. Essere testimoni di realtà mai viste prima, meravigliose e sconosciute, favorisce anche una nuova e diversa consapevolezza e ridefinizione dei limiti del linguaggio. In tutte le sue varianti, il viaggio è un’esperienza che mette in discussione visione del mondo e identità abituali, grazie alle conseguenze trasformative dello spostamento in terre incognite e dell’incontro con l’altro. Può essere una ricerca con effetti negativi o positivi, risultare in un guadagno o in una perdita, portare a una nuova conoscenza di sé, e un’espansione della propria coscienza, oppure alla dissoluzione. Dall’idea convenzionale del viaggio come distacco motivato da necessità ed esigenze di vario tipo, si arriva a formulazioni postmoderne e postcoloniali che celebrano, invece, l’erranza nomadica e senza mete stabilite, l’opportunità, insomma, di girare il mondo abbandonandosi alla corrente di modalità dinamiche più relazionali e reciproche di dialogo e scambio, al di là di gerarchie statiche, categorie immutabili e ruoli prefissati.3

Nell’andirivieni di passeggeri viaggiatori si insinua e si incunea anche l’esistenza, un po’ reale e un po’ immaginata, di Diletta la quale prova a costruire, o solo immaginare, anche la sua vita sentimentale rimanendo ferma, a tratti immobile, mentre tutto il mondo sembra girarle vorticosamente intorno. 

L’amore scritto è espressione di una necessità degli uomini (e delle donne), quella di raccontare la tensione verso la propria identità per coglierne il senso e il valore; attraverso il linguaggio si svela la narrazione del sé, si ricerca l’Io mediante la rappresentazione delle sue forme. Scrivere sull’amore sembra allora permettere/promettere un ricongiungimento del soggetto con la natura dialettica dell’identità che la vuole composta dall’alterità, nel momento in cui il sentimento amoroso spinge verso e oltre sé, indicando l’origine e la fine di una ricerca.4

E Diletta ha condotto quasi in maniera spasmodica la sua personale ricerca non tanto e non solo dell’amore in sé quanto, piuttosto, della persona che potesse rispondere a tutte le aspettative, prevalentemente non sue ma di sua madre e che rientrasse appieno nei canoni standard voluti da società e famiglia. Ovviamente queste aspettative hanno ingenerato non poche pressioni nella ragazza. Pressioni che hanno poi influito su scelte, decisioni e indecisioni, ribellioni, emozioni, sentimenti e comportamenti. 

La storia di Diletta diventa così l’itinerario di un lungo viaggio con tanti scali e cambi di destinazione inaspettati, ritardi, cancellazioni, chiusure e riaperture. Un viaggio che la conduce e la fa impattare contro l’emoticon di un cuore rosso fasciato da una benda bianca e la sua mente subito lo raffronta con il kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare le rotture e fare in modo che anche le sue cicatrici diventino qualcosa di prezioso.

Il libro

Rosalia Alberghina, Diletta, Rossini Editore, Milano, 2024


1F. De Cristofaro, R. Antonangeli, Introduzione. Il viaggio immaginario: le terre incognite della scrittura tra epica, fantastico ed ecofemminismo, in StatusQuestions : Language Text Culture, n° 24, 2023.

2D. Capodarca, Viaggi e pellegrinaggi tra storia e letteratura, in Annali Online di Ferrara, Unife – Università di Ferrara, 2012.

3F. De Cristofaro, R. Antonangeli, op.cit.

4A. Taglioli, Fenomenologia dell’amore scritto, in SocietàMutamentoPolitica, vol. 2, n° 4, Firenze University Press, Firenze, 2011.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


Philippe Forest, Il romanzo, il reale e altri saggi

Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

Silvia Giagnoni, Alabama Hunt

Duilio Scalici, L’educazione sbagliata

Sara Mesa, La famiglia

“Proiezioni. Una storia delle emozioni umane” di Karl Deisseroth

Mattia Morretta, Non fu l’amore

La bellezza non basta. L’amore del Rinascimento che ha cambiato il mondo 


© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Liana Zimmardi, L’urlo dei gattopardi

23 venerdì Mag 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Giunti, LianaZimmardi, LurlodeiGattopardi, recensione, romanzo

Il romanzo di Zimmardi conduce il lettore all’autunno 1847, a una manciata di mesi prima lo scoppio dei moti insurrezionali del ’48. Una rivoluzione nella quale in molti hanno creduto ma per ragioni diverse. Isabella di Cabrera, protagonista delle vicende narrate, ci vuol vedere un’opportunità di rivalsa per le donne, una grande opportunità per far valere anche i loro diritti. 

I movimenti rivoluzionari del 1848 rappresentano l’apice di una trasformazione, di un’evoluzione di lungo periodo della società europea, che non si adattava più al quadro istituzionale e territoriale stabilito nel 1814-15 dalle grandi potenze, immediatamente dopo la caduta dell’impero napoleonico. L’assetto deciso dal Congresso di Vienna non aveva, infatti, tenuto conto delle sempre più vive aspirazioni dei popoli all’indipendenza, alla libertà, all’identità nazionale. 

La Sicilia apre l’anno classico del rivoluzionarismo europeo e italiano e la sua insurrezione può essere considerata come il sintomo concreto che darà inizio alla “stagione” delle rivoluzioni del 18481, che da questo estremo lembo d’Europa si sarebbero estese a macchia d’olio, confermando l’esistenza di un comune spirito europeo.2

I riflessi degli eventi rivoluzionari che avverranno a Parigi a partire dal febbraio 1848 saranno recepiti in Sicilia quale occasione rilevante per dare vita a un nuovo sfondo politico in seno all’isola. Si delineò un concetto diverso di autonomia, concepita non più come separatismo ma opposizione al centralismo napoletano e istanza all’autogoverno3 in funzione di un idoneo inserimento del Regno meridionale nel contesto unitario italiano, allora concepito in termini federalistici. 

Muovendosi con disinvoltura all’interno del campo di forze creato dall’esperimento della monarchia amministrativa borbonica, i ceti dirigenti isolani saranno in grado di sfruttare e massimizzare le risorse materiali e simboliche che il nuovo Stato metteva loro a disposizione. L’accumulazione di questo modernissimo capitale politico permetterà alla Sicilia di sfidare i Borboni su posizioni sempre più avanzate passando dal costituzionalismo al nazionalismo, sino alla guerra civile e all’estinzione della monarchia.4

La spinta al cambiamento, generata dalla rivoluzione, avrà una ricaduta sulle donne intellettuali, sulle poetesse e sulle giornaliste, specie tra quante si trovarono schierate con l’ala democratico-repubblicana e laico-socialista: tale componente finì poi per polemizzare aspramente con coloro che ne avevano monopolizzato gli esiti in senso moderato.5 Era opinione ampiamente diffusa che la religione, priva di dogmatismi, intolleranze e violenze, se aperta alle istanze di rinnovamento sarebbe potuta divenire simbolo e modello di unità e di rigenerazione dell’intera collettività, grazie al quale la giustizia sociale avrebbe potuto trarre ispirazione dalla saggezza dell’ordine divino.6 Alla spinta religiosa le donne culturalmente più impegnate univano l’educazione familiare, il senso morale, l’amore per la patria.7

La nobildonna Isabella, protagonista del libro di Zimmardi, sembra incarnare tutti questi aspetti dimostrando il suo impegno non solo nella lotta contro il dominio borbonico ma anche, e soprattutto, per la libertà di tutte le donne. Una libertà che va conquistata nei vari aspetti della società fino ad allora preclusi alla partecipazione femminile come nella sfera privata, emotiva, sentimentale. È l’amore infatti il vero perno intorno cui ruota la narrazione. Storie di amore e passione costruite e modellate sugli eventi di quel periodo storico, di quei giorni, intensi e convulsi che hanno per certo determinato le scelte dei protagonisti. 

Personaggi delineati dall’autrice in modo da rappresentare il duplice e spesso opposto significato del termine: Gattopardo è colui che appartiene o è appartenuto al ceto dominante o agiato in un precedente regime ma è anche colui che si mostra promotore o fautore del cambiamento, anche se in realtà lo fa solo per poter conservare potere e privilegi. Idea basata sull’affermazione di Tancredi, nipote del principe di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.8 Eppure, il principe Fabrizio Corbera di Salina ipotizzava che nulla sarebbe davvero rimasto come prima allorquando affermava: noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene. Borghesia senza radici e senza educazione. 

Il romanzo di Liana Zimmardi è una tormentata storia d’amore immersa in un tubolento periodo storico, un libro che riporta il lettore anche ai problemi legati al ceto sociale e alle classi di appartenenza. Si sofferma sugli intrighi di potere, sugli ideali e sulla volontà di inseguirli. Sugli interesse personali che prevalgono sul bene collettivo. Diventa così inevitabile il raffronto con il presente e la constatazione di quante cose siano cambiate da allora. Sembra quasi che tuttosia cambiato. Ma è cambiato davvero, oppure i cambiamenti ci sono stati affinché tutto restasse immutato?

Il libro

Liana Zimmardi, L’urlo dei gattopardi, Giunti, Milano, 2025.


1P. Pieri, Storia militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni, Einaudi, Torino, 1962.

2M. Morello, Per la storia delle costituzioni siciliane. Lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 1848, in Studi urbinati, 2006, fasc. 3.

3C. Valenti, L’adesione dei Comuni dell’Isola allo Stato Costituzionale di Sicilia nel 1848, in Atti del Convegno di Studi 150° Anniversario della Rivoluzione del 1848 in Sicilia (a cura di M. Ganci, R. Scaglione Guccione). 

4A. Blando, La guerra rivoluzionaria di Sicilia. Costituzione, controrivoluzione, nazione 1799-1848, in Meridiana: 81, Viella Editrice, Roma, 2014.

5S. Soldani, Donne e nazione nella rivoluzione italiana del 1848, in Passato e Presente, n° 46, 1999.

6P. Rosanvallon, Le sacre du citoyen. Histoire du suffrage universel en France, Gallimard, Parigi, 1992.

7S. Orazi, Giornalismo al femminile nel Quarantotto francese e italiano, in Cahiers de la Mediterranee, n° 104, 2024.

8G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1958.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


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Silvia Giagnoni, Alabama Hunt

11 domenica Mag 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AlabamaHunt, AlterEgoEdizioni, recensione, romanzo, SilviaGiagnoni

Un tragico incidente di caccia è il motore che innesca una terrificante escalation caratterizzata da estremismo politico e fanatismo religioso. L’asfittica campagna dell’Alabama pre e post 11 settembre, in cui persistono razzismo e xenofobia, rappresenta il teatro nel quale si svolgono le vicende che portano alla traumatica separazione di Markus e Jeff, due cugini cresciuti come fratelli. Il progressivo e volontario allontanamento dalla famiglia condurrà Jeff verso una pericolosa deriva, la parabola di uno spaventoso antieroe, un uomo che nella solitudine emotiva, sociale e psicologica raccoglierà i frutti dell’odio covato per anni, sfogando il proprio disprezzo verso i suoi nemici per eccellenza: i musulmani. 

Alternando flashback che ne ricostruiscono la storia, l’autrice racconta di un uomo che cerca nella violenza la propria redenzione scivolando inesorabilmente verso una fine annunciata.

Tra il romanzo e l’America esiste un nesso intimo e tutto particolare. Nuova forma letteraria quello, nuova civiltà questa. I loro inizi coincidono con gli inizi dell’epoca moderna e invero contribuiscono a definirla.1

Che essere uomo, donna, bambino di colore negli stati schiavisti americani del diciannovesimo secolo equivalesse a occupare l’ultimo gradino della scala sociale dell’epoca è cosa certa. Ciò che non è poi così scontato è la condizione di questi schiavi: sia la letteratura che la cronaca dell’epoca abbondano di testimonianze che mostrano le differenze nel loro stile di vita a seconda di numerosi fattori, tra cui lo stato in cui risiedevano, le mansioni a cui erano addetti e la bontà, o crudeltà, dei loro padroni. Il romanzo americano che, forse più di tutti, analizza le mille sfaccettature dei padroni buoni e di quelli crudeli è l’opera di Harriet Beecher Stowe.2

In Alabama Hunt il periodo dello schiavismo, almeno sulla carta, è ormai lontano. Eppure l’America raccontata da Giagnoni mostra tutti i nodi ancora irrisolti di una società che sa essere tanto buona quanto crudele, esattamente come i suoi padroni.

Oltre 150 anni dopo che il 13° emendamento abolì la schiavitù negli Stati Uniti, la maggior parte degli adulti statunitensi afferma che l’eredità della schiavitù continua ad avere un impatto sulla percezione della comunità afroamericana nella società di oggi.3 Erede del colonialismo europeo, il razzismo degli Usa nasce anche da una volontà di separazione identitaria e culturale con il Vecchio Continente. Lo schiavismo viene da sempre definito il “peccato originale” degli Stati Uniti, un peccato che gli deriva certamente dall’Europa, ma di cui il Vecchio Continente si è purificato molto prima e che, negli Usa, una volta dichiarato illegale, è comunque continuato in altre forme, prima con la segregazione, poi con l’attuale situazione delle comunità afroamericane, che continuano a vivere in ghetti dove il tasso di criminalità è altissimo, come pure quello della disoccupazione, e dove i problemi abitativi e di salute pubblica restano gravissimi.4

L’Alabama è lo Stato simbolo della nascita della battaglia per i diritti civili ma è, al contempo, dove storicamente si è fatta la storia dello schiavismo dei neri dall’Africa e del razzismo più feroce. Ed è proprio in Alabama che, forse simbolicamente, Silvia Giagnoni sceglie di ambientare il suo romanzo il quale non solo tocca ma approfondisce tematiche quali razzismo e xenofobia. 

L’incipit del libro è un trauma, un incidente di caccia che scatena una serie di eventi inaspettati e deleteri, non solo per la vittima diretta ma anche per il cugino, vero protagonista dell’intera vicenda. 

È proprio nel momento dell’impatto traumatico che la realtà si dà al soggetto esperiente prima di qualsiasi tipo di concettualizzazione. Il discorso della letteratura oggi riflette e al contempo costruisce nuovi modi di percepire ed esperire una realtà tardo-postmoderna che spesso è “realfittizia” a causa dell’osmosi di realtà e fiction ma che comunque non si lascia ridurre a rappresentazione o a schemi simbolici e interpretativi. In tale prospettiva, non sorprende che il focussull’esperienza traumatica e sulla sua trasposizione estetica costituisca, a partire dagli anni Novanta, uno dei filoni maggiormente produttivi della letteratura e della teoria letteraria vicina a quei Cultural Studies entro cui si posiziona sempre più saldamente lo studio della letteratura.5 Un filone che Giagnoni sembra aver pienamente abbracciato, cercando, con risultati soddisfacenti, di non precipitare nel paradigma vittimario che caratterizza molta letteratura contemporanea.

L’idea di trauma oggi gode di una fortuna senza precedenti.6 L’epoca in cui viviamo è segnata da una contraddizione paradossale: da un lato le vite scorrono senza alcuna reale possibilità di esperire il trauma, dall’altra, al contempo e proprio in ragione di questa condizione, le persone sembrano non riuscire a occuparsi d’altro. Non vivendo traumi, li immaginiamo ovunque. Come se l’assenza di traumi reali traumatizzasse al punto da costringere a inseguirli in ogni situazione immaginaria possibile. Il punto è che dal trauma immaginario (ovvero dall’immaginario traumatico) attingiamo incessantemente le categorie con cui dar forma a un’esperienza, che in generale di traumatico ha ben poco. Rappresentiamo il non traumatico sotto le spoglie del trauma.7

In Alabama Hunt il trauma rappresenta l’innesco per la serie concatenante di eventi che andranno a determinare non soltanto l’esistenza del protagonista ma anche e soprattutto il suo essere interiore.

Il trauma diventa violenza e la redenzione si pensa debba venire attraverso di essa. È questa la vicenda narrata da Giagnoni ma è questa, in sostanza, la storia americana e, in particolare, quella dell’Alabama dove religione e segregazione su base razziale continuano ancora oggi a essere tratto distintivo. Sono queste tematiche particolari e, a tratti, particolarmente ostiche. Temi sensibili che l’autrice ha cercato di trattare in maniera il più aderente possibile alla realtà eppure traspare, soprattutto nella parte finale del libro, una vena di speranza sul futuro ma anche sul presente. Una nota di ottimismo che si sparge lungo tutto il mare di pessimismo ingenerato dal racconto e dal resoconto del Male, di tutto il male che gli umani riescono a perpetrare ai propri simili, appartenenti alla medesima razza – umana. Operati e posti in essere proprio in nome di questa razza. Della classificazione su base razziale della società. In passato come adesso. 

La speranza di Giagnoni sembra quasi la visione di un mondo quale potrebbe essere la Terra. Ma si tratta pur sempre di un mondo immaginato. Immaginario. 

E se è vero che l’immaginazione non è reale lo è pure che non si riesce proprio a pensare una realtà senza immaginazione.


Il libro

Silvia Giagnoni, Alabama Hunt, Alter Ego, Viterbo, 2024.


1L.A. Fiedler, Amore e morte nel romanzo americano, Longanesi, Milano, 1963. Traduzione di C. Izzo e V. Poggi.

2H. Beecher Stowe, Uncle Tom’s Cabin (La capanna dello zio Tom), 1852. 

3Report: Race in America 2019, Pew Research Center. 

4A.M. Cossiga, I peccati originali d’America hanno radici in Europa, in Limes, 16 luglio 2020.

5M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Bari, 2012.

6D. Giglioli, Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Quodilibet, Macerata, 2011.

7A. Scurati, Letteratura dell’inesperienza. Il romanzo della Dopostoria, Enciclopedia Treccani, 2017.

Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Liao Yiwu, Wuhan. Il romanzo documentario

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Duilio Scalici, L’educazione sbagliata


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Duilio Scalici, L’educazione sbagliata

02 venerdì Mag 2025

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CapponiEditore, DuilioScalici, Leducazionesbagliata, recensione, romanzo

Fin dalla sua apparizione il termine “utopia” presenta un carattere volutamente ambiguo e polisemico.1 “Utopia” è, in effetti, la forma contratta che si riferisce tanto a eu-topos, luogo della felicità e della perfezione, che a ou-topos, luogo che non esiste in nessun luogo.2

Duilio Scalici ne L’educazione sbagliata sembra fare propri entrambi i significati del termine utopia. Egli immagina un Eden artificiale quale rifugio per l’umanità che, nella realtà, non esiste in nessun luogo e che deve rappresentare un modello di perfezione e purezza. 

Nell’opera di More, il narratore racconta di un paese e un popolo immaginari le cui istituzioni differiscono, più o meno radicalmente, da quelle delle società esistenti: essi non conoscono l’infelicità di queste ultime e perciò offrono un modello di Città felice. Nelle due isole denominate Colonne d’Ercole che vanno a comporre l’Eden immaginato da Scalici ogni regola è studiata per prevenire il male e scongiurare gli errori che avevano portato alla rovina del pianeta. 

Il paradigma utopistico non nasce dal nulla: le rappresentazioni utopistiche costruiscono le comunità della felicità realizzate nello spazio simbolico già occupato dal mito del paradiso perduto. Gli autori non sono né profeti né indovini. Non sognano di ritrovare il paradiso ma, attraverso il loro lavoro intellettuale, creano qualcosa di artificiale. Le utopie sono costruzioni moltiplicabili e modificabili. Il sogno di felicità che esse offrono è opera puramente umana e profana.3L’utopia generata dalla creatività intellettuale di Duilio Scalici sembra rientrare appieno in quest’ottica. 

Per Italo Calvino l’utopia non è sistemica né teologica, non consiste in un modello completo e ideale da perseguire in un altrove “assoluto”, bensì piuttosto discontinua e pulviscolare, fatta della stessa materia della realtà.4 La città, luogo umano per eccellenza e, per tradizione culturale, luogo di proiezione ideale, sfugge alla primaria percezione sensoriale, la vista, e diviene un luogo non visibile, di cui è difficile constatare l’esistenza, diviene un luogo altro, possibile, ideale.5 Le Colonne d’Ercole di Scalici sono state progettate proprio per rimanere invisibili al caos e alla corruzione del vecchio mondo. Eppure, esattamente come nell’analisi di Calvino, esse finiscono per diventare un altrove, discontinuo e pulviscolare, fattodella stessa materia della realtà, da cui hanno tanto cercato, invano, di nascondersi. 

I Fratelli protagonisti del romanzo hanno entrambi il nome di un fiore: Anemone e Calendula. Trascorrono le loro giornate lavorando la terra in un legame quasi simbiotico con essa al punto da assorbirne anche il colore che diventa il loro colorito “naturale”. Anemone e Calendula hanno un’indole diversa che li porta ad affrontare l’esperienza all’Eden in maniera diametralmente opposta, con risultati che rispecchiano il loro essere e che sembrano quasi scritti nel loro destino, incisi nei loro stessi nomi: il fiore anemone simboleggia speranza e perseveranza, al contrario la calendula è associata a tristezza e pene d’amore. È ricorrente nel testo di Scalici che le persone abbiano il nome di un fiore. È presente anche Ginestra, il nome di un fiore che, nella simbologia, rappresenta la rinascita, l’ottimismo, l’amore e il desiderio. Ma, pensando alla ginestra, non si può non ricordare i versi a essa dedicati da Leopardi.6 La ginestra soccomberà ancora, come ha fatto da che se ne ha memoria, dinanzi alla furia del Vesuvio. Piegherà ancora il suo capo innocente quando il fiume di lava la inonderà per l’ennesima volta. Ma lo farà senza suppliche inutili e codarde alla Natura che ha armato il vulcano contro di lei. Il vero nemico, per Leopardi, in questo caso non è l’uomo ma la Natura, considerata dai suoi contemporanei madre benigna e dal poeta, razionalista e materialista, matrigna.7

Gli utopiani vivono secondo natura e la natura prescrive all’essere umano la ricerca di una vita pacifica e piacevole. L’uomo è per l’altro uomo aiuto e conforto, è questo il principio stesso dell’umanità: nessuna virtù è più connaturata all’uomo che quella di addolcire il più possibile le pene altrui, di far scomparire la tristezza, di far conoscere a tutti la felicità e la gioia di vivere.8 Ma è davvero questa la natura degli uomini? Oppure è altra l’indole degli umani e questi finiranno o finirebbero per distruggere anche il loro Eden artificiale esattamente come hanno mandato in rovina il mondo tradizionale? Ne L’educazione sbagliata Scalici immagina un Eden ipotecato dal peso di verità proibite e bugie ben celate. Ed ecco allora riproporsi anche l’antico quesito: la natura dell’uomo è buona o cattiva? E la Natura cui l’uomo utopico vuol ritornare è buona o cattiva? 

Leopardi considera la Natura come la personificazione delle forze, dei fenomeni, perennemente in contrapposizione all’uomo. Fonte di illusioni, incurante degli uomini. L’uomo deve rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato. È la sofferenza che Leopardi reputa la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo. 

Nel libro di Duilio Scalici, gli artefici delle Colonne d’Ercole, nella loro ricerca di purezza assoluta, hanno ignorato la complessità dell’animo umano, esponendo i protagonisti a un conflitto che minaccia di far riemergere le stesse colpe dei loro antenati. Anemone e Calendula, sospesi tra desideri e dilemmi, scopriranno quanto anche un “paradiso”, laddove ignora o rifiuta le proprie ombre, più trasformarsi in una “prigione”. E così, nell’inconsapevole ripetizione degli errori del passato, il sogno utopico delle Colonne d’Ercole si trasforma in un fragile equilibrio pronto a spezzarsi in qualsiasi momento. A polverizzarsi e mescolarsi alla stessa materia di cui si compone: la realtà. 

Il libro

Duilio Scalici, L’educazione sbagliata, Capponi Editore, Ascoli Piceno, 2025


1T. More, UTOPIA, 1516.

2Etimologia di “utopia/utopie” in Treccani Enciclopedia.

3ib.

4G. Gribaudo, Utopia e illusione in immagine nella letteratura di Italo Calvino, in Italies – littérature, civilisation, société, n°25, 2021.

5I. Calvino, Le città invisibili, 1972.

6G. Leopardi, La ginestra, o fiore del deserto, 1836.

7G. Patota, Il fiore di Bella Ciao e La Ginestra di Leopardi, in Treccani100, 25 gennaio 2019.

8Etimologia di “utopia/utopie” in Treccani Enciclopedia.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringraziano l’autore e l’Ufficio Stampa per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Alessandro Orofino, Senƨo

27 domenica Apr 2025

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AlessandroOrofino, PathosEdizioni, recensione, romanzo, Senƨo

Michelangelo è un uomo deluso dalla vita, che conduce oramai un’esistenza solitaria in cui la passione per la lettura rappresenta l’unico momento di conforto. Travolto da una serie di insuccessi personali, sembra essere destinato a un epilogo tragico che lo liberi dai suoi tormenti, ma l’incontro con il proprio autore preferito lo costringerà a interrogarsi sul vero senso delle cose e a comprendere che rinascere è un’opzione sempre praticabile. 

Cesare Pavese è considerato, con Elio Vittorini, fondatore del neorealismo, ma a differenza di quasi tutti gli esponenti del neorealismo, tipicamente aletterati, Pavese è molto colto. Egli sviluppa il tema della solitudine inquieta, perpetuamente ripiegata su sé stessa in un’analisi che trova la sua forma congeniale nella rievocazione retrospettiva e nel diario intimistico. 

Le componenti letterarie e filosofiche del periodo neorealistico si rifanno al contesto socio-culturale contemporaneo. L’esistenzialismo che pone l’accento sulla concreta esistenza umana, e in particolare l’esistenzialismo di Sartre e di Camus, si cala nel grigiore del quotidiano comunicandogli il senso del disagio, della solitudine e obbligando l’uomo ad accettare il proprio limite terreno e assurdo secondo la linea esistenziale in uno squallore di incomunicabilità e di non amore. Analizzando il mondo che ci circonda, si può notare quanto pessimismo infirma la vita e il tragico della situazione dell’uomo moderno, e il motivo fondamentale del suo complesso di solitudine sta proprio nel fatto di non provare nessuna comunicazione spirituale, di non avere interlocutori, e non si possono negare il fatto e gli effetti disastrosi di questa solitudine. Chiunque si sia sollevato al di sopra della banalità quotidiana, come Pavese, non può far altro che sentirsi solo e abbandonato.

L’uomo Pavese non trova alcun ancoraggio sicuro a cui poter affidare una residua aspirazione di bontà già scossa dall’esperienza della guerra, un senso di stanchezza e di delusione, perché rileva che il richiamo a una fratellanza umana manca di un’intrinseca forza interiore, incapace di penetrare e di risolvere i problemi.1

Michelangelo, il protagonista del libro di Orofino, è tormentato nell’animo in maniera non dissimile. Egli riesce, però, a trovare conforto nei libri e nella lettura. In maniera intimistica, non umanitaria. Al punto che il lettore inizialmente si chiede se sia stata la cultura, nella forma della lettura, a salvarlo oppure una forma di puro egoismo.

Il millennio scorso ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. È stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto-libro prendere la forma che ci è familiare. Il futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. 

È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine. Il romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere: non solo della condizione d’oppressione disperata e all-pervading che è toccata in sorte al suo sventurato paese, ma d’una condizione umana comune anche a noi, infinitamente più fortunati. Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna. 

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra essere quella di evitare che il peso della materia ci schiacci.2 Oppressione e liberazione, disperazione e via d’uscita. Come la strada intrapresa da Michelangelo che, attraverso la lettura, si allontana dal “peso della materia” e ritorna alla vita.

Molto radicato è stato in Pirandello il senso della morte, non foss’altro perché il suicidio e le sue metafore, quali la perdita d’identità, la follia, non solo rappresentano il fulcro della sua tematica narrativa, ma si costituiscono come una vera è propria uscita di sicurezza dagli ingranaggi di questa esistenza assurda. Pirandello aveva un pensiero ambiguo, facendo coincidere l’attaccamento alla vita e il desiderio di morte, mistificando e ribaltando la pena di vivere nel coraggio di vivere, lasciando intravedere nella sua nudità la differenza tra l’uomo Pirandello e lo scrittore Pirandello. Si narra che in più occasioni Pirandello sia scampato al suicidio. In realtà egli si è suicidato un’infinità di volte, delegando per lui i personaggi della sua opera.3

Il mondo per i personaggi di Pirandello è senza alternative, senza tregua e a essi non sono e non saranno mai concessi rientri in mitici “stati di natura”.4

Alcuni di questi tratti si ritrovano anche nell’opera di Orofino, laddove i due personaggi principali, Michelangelo e Antonio, sembrano interpretare due differenti visioni di una medesima esistenza. Misera. Condannata. Se non fosse per i libri, per la letteratura, per la cultura che corre in loro aiuto. Sarà davvero la letteratura a salvare Michelangelo? Il racconto di Orofino sembra avere lo stesso scopo delle narrazioni di Ferdinando Camon: un mito dove l’uno è in realtà l’archetipo dei molti. E quando si consegna, attraverso la scrittura, un’esperienza del passato al futuro, essa diventa uno strumento di sopravvivenza in grado di alleviare la sofferenza facendola meno irreparabile, nel momento stesso in cui la ferma sulla carta.5

Il libro

Alessandro Orofino, Senƨo, Pathos Edizioni, Torino, 2024.


1G. Armellin Secchi, Il suicidio di Cesare Pavese (1908-1950), in Revista de Filologia y Lingüistica de la Universidad de Costa Rica, agosto 2015.

2I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo futuro.

3P. Meli, Luigi Pirandello “tentato” dal suicidio non ebbe il coraggio, La Sicilia, 29 aprile 2014.

4P. Benigni, Pirandello “mediterraneo” tra in non-luoghi e contro-luoghi della Sudmodernità, in A. Campana e F. Giunta (a cura di), Natura, società e letteratura, Atti del XXII Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Bologna, 13-15 settembre 2018), Roma, Adi Editore, 2020.

5V. Berengo, Camon: quando la letteratura è un rito di salvezza, in Il BoLive – Università di Padova, Padova, 31 ottobre 2013.


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Massimiliano Scudeletti, La laguna del disincanto

28 venerdì Mar 2025

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ArkadiaEditore, Lalagunadeldisincanto, MassimilianoScudeletti, recensione, romanzo

Il fenomeno delle violenze e degli abusi sui minori è un problema complesso, caratterizzato da una pluralità di sfaccettature, per affrontare il quale sono necessari un esame accurato e un approccio complessivo, che prendano le mosse da un’effettiva conoscenza del fenomeno, nelle sue dimensioni e nelle sue tendenze evolutive. 

Nel primo semestre del 2024, quindi nel solo periodo compreso tra gennaio e giugno, in Italia sono stati registrati 20.502 reati commessi ai danni di minori. Si rileva, inoltre, un sensibile aumento di alcuni reati in particolare: abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, maltrattamento contro familiari e conviventi, sottrazione di persone incapaci, violenza sessuale di gruppo. Dalla disamina dei dati emerge che, anche tra i minori, sono soprattutto i giovanissimi infra-quattordicenni quelli che continuano a veder minacciato il proprio sviluppo psico-fisico dagli odiosi reati in argomento. Sono delitti che intaccano profondamente la sfera emotiva e psicologica, con ovvie conseguenze dannose a breve, medio e lungo termine non solo sulla personalità dell’abusato, ma anche sull’intero sistema relazionale e sociale con il quale il soggetto si troverà a interagire. Un ulteriore conseguenza a lungo termine, frequentemente riscontrata, riguarda la reiterazione dei comportamenti violenti, osservati durante l’infanzia, nelle relazioni vissute in età adulta. Il minore, quindi, potrebbe tendere a subire simili violenze anche nelle relazioni future, ovvero a metterle in atto, interpretando il ruolo di carnefice. Gli episodi di violenza sono perpetrati sui minori prevalentemente da parte di uomini italiani, di età compresa tra i 35 e i 64 anni (63% dei casi) e per il restante 37% da parte di stranieri. Si tratta di dati ricorrenti negli ultimi anni, che individuano soprattutto negli uomini, con requisiti anagrafici abbastanza definiti, i soggetti verosimilmente più intrisi di quella “sottocultura” che affonda le proprie radici nell’ignoranza, nella negazione della ragione, e che traduce la paura del confronto nella violenza, fisica e psicologica, riproponendo modelli passati, che si credevano ormai superati.1

Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza dell’esistenza di fenomeni di maltrattamento, sfruttamento sessuale e abuso a danno di minorenni, effettuati da persone appartenenti a organizzazioni umanitarie, associazioni, istituzioni religiose, scuole e quindi in posizione fiduciaria e autorevole. La scuola è un’istituzione educativa dove il principio universalmente riconosciuto del “non fare alcun male” (do not harm) dovrebbe raggiungere la sua massima espressione; pertanto ha la precisa responsabilità sia di minimizzare il rischio di nuocere ai bambini e agli adolescenti ai quali si rivolge, sia di saper rispondere efficacemente in caso di preoccupazioni e sospetti.2 E, in generale, ciò avviene. Fortunatamente. Ma i casi di cronaca che raccontano il contrario, purtroppo, aprono una dolorosa feritoia su rischi a volte troppo sottovalutati. 

Scudeletti sceglie di indagare proprio questo aspetto della violenza sui minori, facendolo diventare la colonna portante dell’intero libro. 

Il protagonista Alessandro Onofri, ex videoreporter di guerra, viene chiamato in causa dall’amica Sarah la quale è preoccupata per il particolare e apparentemente inspiegabile comportamento dei figli. Quello che scopre lo porta a indagare più a fondo di quella che sembra sempre più una ramificazione strutturata di un piano ben congegnato, ma votato al male e all’orrore. 

Un male e un orrore che sono già entrati nella vita di Onofri, un tormento della sua esistenza che egli ora rivive tra sogni e flashback che si mescolano alla narrazione degli accadimenti recenti.

L’indagine sembra ingrandirsi sempre più coinvolgendo persone che si trovano anche in luoghi fisici distanti fra loro e collegando punti oscuri sulla rete del mondo sommerso del Deep web. 

Il Deep web è costituito dall’insieme di tutti i contenuti presenti sulla rete che non sono indicizzati dai motori di ricerca. Le risorse web sommerse rappresentano il 96% dell’intero world wide web, per un volume 500 volte superiore a quello del Surface web. Il Dark web è un sottoinsieme del  Deep web, a cui è possibile accedere solo tramite particolari software, poiché si basa su tipologie di reti sovrapposte alla rete internet tradizionale, individuate generalmente con il nome di Darknet. Il  Dark web racchiude al suo interno un insieme di contenuti accessibili pubblicamente, ospitati in particolari siti web dall’indirizzo IP nascosto (la navigazione è quindi anonima), o contenuti privati scambiati in un network chiuso di computer. Il lato oscuro della rete è composto principalmente da attività di natura illecita.3

Negli abissi della rete si nasconde l’illecito e con esso, molto spesso, il male. Il medesimo indagato a fondo da Scudeletti il quale, ne La laguna del disincanto, sembra invitare il lettore a una profonda riflessione su quanto sta accadendo oggi, su dove si nasconde il male e su quanto esso può moltiplicarsi all’infinito pur rimanendo pressoché invisibile. 

Possibile che la progressione tecnologica e digitale invece di “portare avanti” anche la cultura e la conoscenza si trascini antichi rituali e credenze che sembrano riportare tutti indietro di millenni?

L’uomo è “un animale cerimoniale”.4 Allora ogni tentativo di spiegare il rituale come forma di vita cerimoniale non può ignorare questo fatto: che il rituale, come forma di un rito, si connette sempre in modo problematico e un atto – magico, miracoloso, politico, spirituale, o altro – che si presume efficace.5 I rituali sono anche un efficace metodo di condizionamento mentale, uno strumento per fare proselitismo e indottrinamento. La mente umana è facilmente influenzabile. Quella di un minore lo è anche di più di quella di un adulto. 

La manipolazione mentale agisce su processi, strutture e sistemi che garantiscono a un individuo il senso di unicità e continuità nel tempo e danno stabilità alla relazione con il sé e con l’ambiente, minando la sua volontà e riducendo il suo senso critico. Occorre creare un canale privilegiato di comunicazione che veicoli le informazioni distorsive nella mente del manipolato in modo tale che queste vengano accolte acriticamente e inserite nella narrativa personale, sostituendo quella autentica, entrando così a far parte della sua identità.6 Fatto già di per sé grave ma che acquista connotazioni ancor più inquietanti allorquando il “manipolato” è una persona sotto la cui responsabilità si trovano dei minori. Uno scenario allarmante su cui il libro di Scudeletti accende i riflettori. 

Il libro

Massimiliano Scudeletti, La laguna del disincanto, Arkadia Editore, Cagliari, 2024.


1Report: Minorenni Vittime di Abusi, Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale della Polizia Criminale, Roma novembre 2024.

2Report: A scuola si cresce sicuri! Una guida per costruire un Sistema di Tutela di studenti e studentesse da ogni forma di abuso e maltrattamento, Save The Children in collaborazione con E.D.I. Accendiamo i diritti, aprile 2018.

3I. Antozzi, Cosa sono Deep Web e Dark Web: navigare in sicurezza, in Osservatori.net – digital innovation, 23 ottobre 2024.

4L. Wittgenstein, Bemerkungen über Frazers “The Golden Bough”, D. Reidel Publ. Co., Dordrecht, 1967. 

5S. Benvenuto, Il rituale ossessivo e sul rituale in generale, in Psychiatry on line Italia, 10 marzo 2017.

6E. Tizzani, A.M. Giannini, La manipolazione mentale nei gruppi distruttivi, in Rivista di criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. V – N° 2 – Maggio-Agosto 2011.


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Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico

Libertà di culto e manipolazione del pensiero: “Nella setta” di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango, 2018)

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018)

Giovani e società: la violenza come trasgressione o richiesta di aiuto?

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018)

“Rituali si resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017)

“Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo” di Monica Lanfranco (Erickson, 2019)


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Oscar Di Montigny, Un nuovo equilibrio

21 venerdì Mar 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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La vita, gli impegni, il lavoro, le emozioni, le relazioni… tutto corre lungo un sottilissimo filo chiamato equilibrio. Cosa accade quando questo si spezza, si rompe, si frantuma? Si perdono i riferimenti e tutto viene rimesso in gioco e in discussione. Una rottura, una separazione. Ecco il punto di disequilibrio che ha scosso l’autore al punto da cercare in sé stesso prima e nel mondo poi una nuova origine. 

Per guardare in sé stesso con uno sguardo nuovo Oscar Di Montigny sente il bisogno di allontanarsi dai luoghi a lui noti e inizia il suo viaggio verso mete sconosciute e paesaggi inesplorati ma, sopratutto, verso il suo io interiore.

Un viaggio di cinquantotto giorni sulle vette himalayane alla ricerca di risposte lo hanno condotto, invece, verso domande più grandi. La sua vita era sempre stata caratterizzata da una bulimia del fare, anni interi trascorsi nella ricerca costante di una performance il cui risultato comprovasse il suo presunto valore. 

Nelle remote regioni dell’Himalaya egli riscopre invece il potere della riflessione e della solitudine, i veri motori che hanno stimolato la sua trasformazione personale. 

La solitudine è un’assenza di tempo. Non è l’isolamento di fatto, né l’incomunicabilità di un contenuto di coscienza, ma l’unità indissolubile fra l’essere umano e l’atto del suo esistere. Il mondo odierno sembra ossessionato dalla velocità: centrare sempre più obiettivi in sempre meno tempo.

La nostra idea di tempo come unità quantizzabile e misurabile è piuttosto recente e legata all’idea di produttività. Il concetto di «il tempo è denaro» spiega molto bene la concezione di una vita consacrata alla produzione di beni e al guadagno. E il tempo dedicato alla produzione quantificabile dei beni, diventa esso stesso un qualcosa da misurare. Società ed economia sembrano ruotare, quindi, intorno al concetto di tempo proprio mentre in fisica esso viene del tutto annullato. 

I fisici sono addirittura arrivati a sostenere l’idea dell’inesistenza del tempo. La teoria loop quantum gravity descrive come si muovono le cose l’una rispetto all’altra, senza alcuna necessità di parlare di tempo. Concepito per la vita quotidiana, il tempo smette di essere necessario quando si studiano le strutture più generali del mondo. Si ha quindi una soggettivazione del concetto di tempo.1 Anche in antropologia il tempo è un costrutto sociale. Il fondamento delle categorie di tempo è il ritmo della vita sociale. Le attività organizzate in ciò che usiamo chiamare “lo scorrere del tempo” sono un costrutto storico-culturale e il calendario scandisce il ritmo delle attività collettive regolarizzandole.2

Dietro tutto questo c’è un distacco, della cultura occidentale, dalla natura e una paura del suo arresto. Ciò che manca alla nostra civiltà è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica delle auto-sospensioni. E potrebbe essere proprio questa brama dell’oltre ogni limite, chiamata anche “il male dell’infinito”, la fonte dei problemi che affliggono la società moderna. 

I lockdown in piena pandemia hanno arrestato gli ingranaggi di questa poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e intoccabile.3 Eppure allora tutti hanno dovuto ripensare i propri spazi e tempi all’insegna di un’unico e collettivo scopo: rallentare.

Una vita slow dettata dalla necessità che richiama un differente stile di vita praticato da sempre più persone in tutto il mondo ormai. Un approccio lento alla vita che promuove benessere e sostenibilità ambientale. 

Oltre il novanta per cento degli italiani si dichiara pronto a cambiare il proprio stile di vita per una società più sostenibile, di questi, circa il quaranta per cento è pronto ad attuare un cambio radicale delle proprie abitudini, dalla mobilità ai consumi alimentari.4

Ma l’identità non è soltanto l’atto di partire da sé per attuare un cambiamento, essa è anche un tornare a sé. La necessità di occuparsi di sé. Che è una responsabilità enorme, a volte un peso schiacciante. E allora ci si chiede se “fuggire” alla solitudine, intesa come la cura di sé, non rappresenti anche un alleggerimento di questa responsabilità.5 Discorso valido sia a livello individuale che collettivo.

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. Una convivenza utile tra gli esseri umani è possibile solo a patto di realizzare una convivenza utile con la natura. Aspetto questo da sempre trascurato nell’Antropocentrismo imperante nella società dei civilizzati.6

A parte il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, la società italiana, prima dei lockdown pandemici, non aveva mai avuto esperienza diretta di provvedimenti così drastici e restrittivi. Per noi le chiusure o sospensioni sono abitualmente ascrivibili a periodi di riposo, svago, ferie, vacanze. Sono una pausa dalla routine a scopo ricreativo. In genere, un momento piacevole, atteso e gradito.

L’ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo shabbath degli ebrei sono invece “traumi” che una cultura impone a se stessa. Auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà – la terra, la foresta, … – da cui si ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza gli esseri umani. 

L’ekyusi è molto simile allo “shabbath della terra” ebraico. Sono fasi necessarie e ineludibili della visione che BaNande ed ebrei hanno – o avevano – della propria storia. In entrambi i casi, si tratta della conquista di un territorio, di una sorta di progresso, e in entrambi i casi è previsto non solo il suo arresto, ma un ritorno alle condizioni iniziali, pre-agricole, pre-culturali. Per tutto il periodo della sospensione è vietato coltivare la terra, si possono solo raccoglierne i frutti spontanei. Un retrocedere a un’economia della raccolta.

Se le vie di fuga sono la soluzione che alcune culture hanno trovato per salvare se stesse, la ricerca introspettiva potrebbe essere la via di fuga necessaria all’uomo per salvare sé stesso.

Lo scopo della meditazione zen, per esempio, è molto introspettivo: conoscersi di nuovo, riscoprire se stessi al netto degli schemi e delle convenzioni sociali. L’azione della pratica della meditazione è riscontrabile su più piani: fisico, emozionale, psicologico. Studi e ricerche hanno evidenziato benefici oggettivi quali la diminuzione della frequenza del respiro e della pressione sanguigna, un aumento della funzionalità cognitiva, della stabilità emotiva, e un diffuso senso di benessere.7

Se fisici e antropologi hanno cercato di ridimensionare l’importanza attribuita al tempo, i sostenitori del vivere lento sembrano invece focalizzarsi sul dargli un ritmo diverso. E così la lentezza si contrappone alla frenesia, ma il tempo rimane comunque il punto centrale dell’esistenza. A esso viene attribuito un valore immenso. E proprio alla qualità del tempo la capacità di determinare il benessere. 

Dunque la filosofia dello slow living sembra essere: ogni cosa ha il suo tempo. Non più corse in affanno e ansia per riuscire ad adempiere a tutte le mansioni ma dare il giusto tempo e spazio per ogni attività e, soprattutto, per curare se stessi. Sembra dunque il tempo di ritrovare se stessi, da soli, in quello che Levinas chiamava la solitudine dell’esistente. Isolarsi per il fatto di esistere, ecco il vero significato dell’essere. E allora anche il concetto di tempo cambierà, perché esso non fa parte del modo d’essere di un soggetto isolato e solo, ma è la relazione stessa del soggetto con altri.8

Eppure rallentare non è facile come sembra. La velocità tutto sommato affascina. È una scarica di adrenalina. È uno strumento utile a distrarci dalle domande più grandi e profonde sulla propria esistenza, sul proprio essere. 

Ed è esattamente quello che è accaduto a Di Montigny: isolarsi per ritrovarsi. Perdersi nell’ignoto per incontrare sé stesso. Cercando risposte a domande originarie scoprire la necessità di rincorrere interrogativi più grandi.

Studiando l’antica arte kintsugi di riparare gli oggetti con l’oro per valorizzarne le imperfezioni, l’autore apprende la capacità di valorizzare, in qualche modo, anche tutte le esperienze negative della vita, trasformandole in parti integranti e preziose della propria esistenza. In effetti questa è proprio l’essenza dell’arte kintsugi: ricostruire un oggetto assemblando le parti rotte, evidenziando le incrinature e creando una nuova forma ancora più forte della precedente. Lo stesso lavoro che l’individuo può svolgere su sé stesso, sviluppando la propria capacità di resilienza e trasformando le proprie ferite in punti di forza di un percorso di superamento.9

Nonostante il trauma della sua rottura, grazie alle sapienti mani dell’artigiano il vaso è divenuto l’occasione per una nuova creazione. I punti di rottura sono stati dipinti d’oro, le cicatrici sono diventate poesie.10

Oscar Di Montigny scrive un libro sotto forma di diario. Un registro narrativo molto intimistico che inizia già nelle parti narrative che introducono ogni capitolo. 

Tenere un diario costituisce una pratica molto diffusa proprio perché lo scrivere di sé risponde al bisogno di sopravvivenza, al di là della memoria.11 Rispetto al vivere inteso come un flusso ininterrotto di eventi inafferrabili nella loro singolarità, infatti, affidare sé stessi alla scrittura significa sottrarsi alla fugacità, in virtù del carattere indelebile della parola scritta. Il diarista cattura e descrive circostanze particolari, idiosincratiche di un tempo e di una cultura, rilette dal suo sguardo personale. Questo intimo bisogno di dare forme all’informe, di selezionare un momento ritagliandolo dal vivere quotidiano, accompagna da sempre l’esistenza dell’uomo.12 I diari raccontano la storia dell’individuo intessuta di legami affettivi e familiari, del contesto culturale di riferimento, delle norme sociali condivise, dei vincoli e delle opportunità del suo tempo.

Il bisogno di intimità si ricollega a sua volta alla solitudine: il diario, infatti, costituisce o sostituisce amici, affetti, amori, “presenze assenti” o da proteggere assumendo su di sé scoperte, messe a nudo che, se venissero esplicitate, provocherebbero ferite.13

A tratti sembra che Montigny non abbia intrapreso il suo viaggio e la scrittura del diario per nascondersi bensì per aprirsi al mondo ma, soprattutto, a sé stesso. Imparare a conoscersi e a riconoscersi, anche e soprattutto attraverso i luoghi visitati che entrano nella sua anima e un po’ anche in quella del lettore attraverso le numerose immagini che vanno a comporre il libro. Istantanee di un pezzo di vita nel quale l’autore ha deciso e preferito la sospensione all’effervescenza.

Nella nostra cultura l’attaccamento dei corpi individuali all’ordine simbolico della società dipende dall’effervescenza collettiva legata a riunioni di gruppo e all’interazione che ne consegue. I simboli collettivi hanno la capacità di entrare nelle menti e nei sentimenti degli individui e di conservarsi qui efficacemente: ciò perché le energie in gioco sono legate a quello che le persone sentono come sacro per la vita del gruppo.14

Il sistema capitalistico ci spinge a vedere gli altri come concorrenti o nemici generando così una sorta di solitudine strutturale. Ma, in questo mondo in cui la comunità sembra essere sempre più sfuggente, il bisogno di appartenenza è rimasto. E, laddove l’individuo non riesce da solo a creare l’effervescenza collettiva, sono intervenute le imprese a colmare questo vuoto. 

La cosiddetta “economia della solitudine” ha iniziato a espandersi sempre più per donare a chiunque ne faccia richiesta quel lieto inebriamento che otteniamo quando facciamo qualcosa con gli altri. Attività di ogni tipo, che spaziano dallo sport ai viaggi, necessarie a inebriarsi e non avere neanche il tempo di pensare alla propria solitudine. 

Dunque la filosofia dello slow living sembra essere: ogni cosa ha il suo tempo. Non più corse in affanno e ansia per riuscire ad adempiere a tutte le mansioni ma dare il giusto tempo e spazio per ogni attività e, soprattutto, per curare se stessi.

Esattamente ciò che sembra aver fatto Oscar Di Montigny durante il suo viaggio, raccontandolo nel suo diario, diventato poi il libro Un nuovo equilibrio. 

Il libro

Oscar Di Montigny, Un nuovo equilibrio. Viaggio nell’ultimo luogo segreto, Rizzoli Libri – Mondadori Libri, Milano, 2024.


1L. Armano, Il significato umano del tempo. Categorizzazioni culturali, Dialoghi Mediterranei, 1 novembre 2018.

2M. Mauss, É. Durkheim, De quelques formes primitives de classification, Presses Universitaires de Framce, Paris, 2017.

3M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

4Il sistema di welfare, dal 56° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, 2022.

5E. Levinas, Il Tempo e l’Altro, Mimesis Editore, 2021.

6M. Aime, A. Favole, F. Remotti, op.cit.

7A. Sardi, Cervello e Meditazione. Gli Effetti Psicofisici delle Tecniche di Meditazione, Neuroscienze, 27 agosto 2020.

8E. Levinas, op.cit.

9A. Grazzini, Kintsugi: l’arte di riparare le ferite, in State of Mind, 14 maggio 2020.

10M. Recalcati, Mantieni il bacio, Feltrinelli Editore, Milano, 2019.

11M. Cucchi, A proposito di diari, in AAVV, Leggere i diari, Gruppo di Lettura la luna, Ass. Casa della donna, Pisa, 1996.

12A. Micalizzi, Il diario personale come testimonianza di sé e del proprio tempo, in M@gm@ Rivista, vol.7 n°1 Gennaio-Aprile 2009.

13T.R. Sarbin, Narrative psychology, Peager Publishers, NY, 1994.

14É. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse. Le systéme totemique en Australie, Presses Universitaires de France, Paris, 1960.


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Maria Cristina Buoso, Vorrei dirti

17 lunedì Feb 2025

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Le emozioni disegnano il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale.1 In esse è racchiuso un profondo significato, che affida alla dimensione sensibile un importante ruolo nelle esperienze di ogni individuo. A ogni emozione sono associate modificazioni fisiologiche, cognitive e/o motorie. Mentre le emozioni possono essere temporaneamente circoscritte, i sentimenti sono disposizioni d’animo relativamente stabili. Sono rappresentazioni mentali dei cambiamenti fisiologici che caratterizzano le emozioni. Sia le emozioni che i sentimenti hanno un impatto significativo sul comportamento, sono interdipendenti tra loro, possono essere copresenti e possono influenzare il modo in cui interagiamo con gli altri.2

Uno dei rapporti che maggiormente risente dei sentimenti e delle emozioni è quello tra genitori e figli. Già dal mito, l’immagine del rapporto padri/figli è stato delineato nella sua costitutiva conflittualità: connesso com’è, per un lato, al possesso e, per un altro, alla ribellione, al distacco, al rifiuto. La cultura occidentale porta di tale conflitto i segni e appare come un luogo di espressione, oggettivazione, riconoscimento di tale conflitto e radicale e originario. Conflitto che non esclude l’amore, il legame affettivo, ma che viene vissuto e rappresentato, in letteratura, come un vincolo, un problema, una situazione drammatica.

Le lettere di Giacomo Leopardi al padre, pur amato, pur suo maestro-interlocutore, pur sempre ricercato, testimoniano di un rapporto carico di risentimenti, di rimproveri, di accuse rivolte al “Monarca delle Indie”, autoritario, insensibile, di fatto lontano. La Lettera al padre di Franz Kafka è una requisitoria limpida e atroce, un’accusa senza affetto, un distacco radicale testimoniato da uno scritto sofferto e implacabile.3

Anche Diva, la protagonista del libro di Buoso, affida a una lettera la confessione dei dettagli del conflittuale rapporto con il padre, le emozioni, i sentimenti e le speranze. E sarà proprio dal mancato recapito della missiva che subentra nel libro l’aspetto noir-investigativo. 

Il libro di Buoso è narrativa ma il mistero appartiene o è appartenuto anche alla sfera della poesia. La grande poesia di Giovanni Pascoli, per esempio, è quella del mistero. Il mistero di Pascoli è come l’inconoscibile di Spencer: l’esistenza di una realtà assoluta che non si può mai conoscere perché supera l’umano intendimento. Egli ha vissuto intensamente lo stato d’animo, la realtà spirituale in cui la vita, la natura e la storia erano viste come diversi aspetti dell’universale e vano mistero. La prima origine della visione misteriosa dell’universo, così propria di Pascoli, a prescindere dal particolare temperamento psicologico del poeta, va ricercata in un tragico evento familiare: l’assassinio del padre.4 Diva non sa cosa sia affettivamente accaduto a suo padre quando inizia la ricerca ma su un punto si dimostra fin da subito intransigente: vuole scoprire tutta la verità.

Hegel sosteneva che la verità è soggettiva e con ciò negava l’ipotesi che esistesse una qualche verità al di sopra e al di fuori della ragione umana. Per Heidegger, che insisteva sul senso etimologico della parola che in greco significa verità (alétheia: alla lettera, “non nascondimento”), essa consiste in una sorta di autorivelazione dell’Essere, che tuttavia non è mai completa.5 Per la Buoso le verità sono sempre due e spesso non coincidono. Ecco la ragione del suo indagare: raggiungere e scoprire la verità finale.

Secondo Panikkar, la verità è un’esperienza profonda che abbraccia molteplici dimensioni, andando oltre la comprensione limitata di una verità oggettiva o soggettiva. È un’esperienza che coinvolge l’intero essere umano, includendo le dimensioni cognitiva, emotiva, spirituale e relazionale, è un processo di incontro e relazione tra l’individuo, gli altri, il mondo e il trascendente. La verità, quindi, è intrinsecamente legata alla dimensione dell’incertezza e del mistero e accettarlo è essenziale per abbracciare la verità in tutta la sua complessità.6

La lettera non recapitata è l’input necessario a Diva per iniziare la ricerca fisica del padre. Il momento in cui scrive la lettera è l’inizio di una ricerca più intima, che riguarda sempre loro due ma in maniera differente. Il loro rapporto si è interrotto allorquando ella ha rifiutato un matrimonio combinato. Non si vedono da tempo tempo eppure Diva continua a credere che il legame che li unisce è l’amore. Diverso da quello tra uomo e donna ma pur sempre amore. 

Se l’ordine sociale, fondato sull’organizzazione esogamica della famiglia, allontana e cela la trasgressione reale e simbolica, la letteratura, al contrario, per quanto espressione per eccellenza della cultura, dà tuttavia voce alla natura, liberando le pulsioni umane e mostrando anche le arcaiche, misteriosi radici dell’arte. Ciò che è un fatto di natura e un valore: essere donna, viene trasformato in cultura con valenze complesse e, storicamente, negative. Principalmente, dallo statuto culturale di figlia del padre consegue la privazione di quello naturale di donna e delle sue prerogative sessuali e riproduttive. Ma la storia della letteratura dimostra che, in cambio e con conseguenze che sfuggono al controllo dell’ordine patriarcale e, ovviamente, ricadono in quello simbolico la figlia può avere voce e penna che la immettono nella dimensione del logo e le consentono di proclamare diritti che non attengono solo al discorso razionale maschile e sedicente universale.7

Maria Cristina Buoso in Vorrei dirti ha scritto una storia nella quale la protagonista Diva ha trovato voce prima e pennapoi e, insieme a queste, il coraggio non solo di cercare la o le verità ma, soprattutto, di vivere.

Il libro

Maria Cristina Buoso, Vorrei dirti, PlaceBook, Rieti, 2024.


1M.C. Nussbaum, L’intelligenza nelle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2004.

2A. Moroni, Emozioni e sentimenti: sovrapposizioni e differenze, in Stateofmind, 6 dicembre 2022.

3F. Cambi, Tra padri e figli: un rapporto conflittuale… in trasformazione, in Rivista Italiana di Educazione Familiare, n°1, 2008.

4L. Castagnola, La poesia del mistero in Giovanni pascoli, in Revista Letras, 1957.

5C. Ippoliti, Il concetto di verità nella storia della filosofia, Pratiche Filosofiche in Officina Filosofica, 23 luglio 2018.

6M.I. Giangiacomo, La verità come ricerca, in Bottega filosofica. 

7G. Caltagirone, Maria Serena Sapegno, Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Lectures in Laboratoire Italien – Politique et Societé, 2019.


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale


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© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Greta Cerretti, Andrea Gualchierotti, Il mio posto tra i lupi

03 lunedì Feb 2025

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Il libro di Cerretti e Gualchierotti porta il lettore indietro nel tempo. A un periodo molto impegnativo dal punto di vista politico e sociale. Siamo agli sgoccioli del secolo scorso, in un tempo caratterizzato dagli anni di piombo e dagli accadimenti che hanno riconfigurato l’intera area balcanica. 

La protagonista Liliana viene presentata al lettore come una giovane donna impegnata nello studio e nelle ricerche sul ripopolamento dei lupi insieme al collega Maksim. Vive a Trieste e, ben presto, la sua storia si intreccia con quelle dei profughi istriani. Accadimenti inaspettati sconvolgeranno la vita e la mente di Liliana ma sarà l’incontro/scontro con la guerra che scatenerà in lei un vero e proprio “conflitto”.

Nell’espressione poetica più recente le figure animali paiono assumere un ampio ventaglio di connotazioni simboliche, in alcuni casi assai distanti dalle rappresentazioni convenzionali, e pertanto agiscono in senso figurato all’interno di un campo referenziale che richiede il ricorso a strumenti e codici interpretativi in grado di setacciare i grumi del passato al fine di evitare di rileggere tendenziosamente ogni ripresa letteraria attraverso il filtro di quell’anxiety of influence, teorizzata da Harold Bloom.1

Cerretti e Gualchierotti sembrano aver fatte proprie queste premesse, nell’introdurre un tipo narrativo tanto pregno di simboli e simbolismo ma “utilizzato” per tutt’altro scopo perché non sarà certo il lupo il male indagato dagli autori nel libro. 

Nel Rapporto del 1999 delle Nazioni Unite su quanto accaduto in Bosnia-Erzegovina durante il conflitto armato, l’allora segretario generale Kofi Annan ha affermato che «è stato un errore, un giudizio errato e l’incapacità di riconoscere la portata del male che si aveva dinanzi, la causa per cui l’Onu non è riuscita a fare bene la sua parte e mettere in salvo il popolo di Srebrenica dalla campagna serbo-bosniaca di omicidi di massa».2 Come uno specchio riflettente, i Balcani ricordano ciò che l’Europa è stata nel Novecento, che ora non è più ma potrebbe tornare a essere, che in parte è tornata a essere. 

La situazione geopolitica attuale dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia deriva dalla dissoluzione della Jugoslavia, avvenuta gradualmente a partire dal 1991, con la conseguente nascita delle Repubbliche di Slovenia e di Croazia. La maggior parte dei territori ex italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia appartiene oggi alla Croazia, mentre solo una piccola parte dell’Istria settentrionale è sotto la sovranità slovena. La nascita dei due nuovi Paesi ha portato alla creazione di un nuovo confine in Istria, dividendo in due distinti tronconi un territorio che ha avuto per secoli una storia comune. 

Il 12 novembre del 1920 i Governi italiano e jugoslavo firmarono a Rapallo un Trattato con cui i confini tra i due paesi venivano fissati in maniera consensuale: l’Italia otteneva la quasi totalità della Venezia Giulia (ma non Fiume), mentre rinunciava a quasi tutta la Dalmazia (tranne Zara e l’isola di Lagosta). La città di Fiume divenne Stato Libero e il Governo italiano dovette, in rispetto al trattato, intervenire militarmente contro i legionari di Gabriele D’Annunzio che avevano occupato Fiume sin dal 1919. Nel 1924 l’Italia si annesse Fiume mentre il Porto Baros e una parte dell’entroterra fu assegnata alla Jugoslavia. 

I nuovi confini orientali dell’Italia avevano determinato l’esistenza all’interno del regno di un elevato numero di cittadini di etnia slovena e croata. L’amministrazione italiana dell’immediato dopoguerra evidenziò sin da subito una notevole impreparazione nell’affrontare i problemi specifici relativi alla presenza di consistenti nuclei di minoranze linguistiche autoctone. L’avvento del fascismo portò poi rapidamente a un peggioramento della situazione degli sloveni e dei croati del confine orientale. 

Il clima nella Venezia Giulia nei primi giorni del settembre 1943 era del tutto simile a quello del resto d’Italia. Buona parte della popolazione aveva sopportato con rassegnazione i tre lunghi anni di guerra che avevano portato lutti, sofferenze e privazioni e sperava che, dopo la caduta del fascismo, il conflitto si sarebbe concluso quanto prima. Tuttavia, la presenza dei tedeschi da un lato e l’esistenza di un movimento di resistenza capeggiato dall’elemento slavo induceva a fare i conti con una realtà del tutto incerta.3

La violenza, le deportazioni, le uccisioni, nonché l’esodo umano avvenuti in quei territori è discretamente noto eppure quello che rimane sconosciuto, o peggio ignorato, è il dolore ingenerato da tanto male. 

Dal momento in cui la teodicea fu sostituita con la filosofia della storia, nel XVIII secolo, fino ai nostri giorni in cui il relativismo riporta a posizioni pre-illuministiche di dogmatismo feroce, ma assolutamente dissimulate dietro il “multiculturalismo” e le teorie della “liquidità”, il concetto di male, così come quello di bene è rimasto indeterminato e problematico. Del male, che ovunque e sempre pullula e si ripete in forme sempre uguali e sempre nuove, rimane impossibile dire cosa sia, quale sia la sua causa prima o se abbia un senso nell’esistenza del mondo.4 Per certo, l’innovazione radicale introdotta dalla filosofia dei Lumi è stata la critica radicale del male come prodotto del diavolo, quindi di un agente esterno, mitico, inscritto nelle potenze extra-umane, con la conseguente interiorizzazione e trasformazione del male in una categoria psicologica, un aspetto della natura umana.5

La protagonista del libro è troppo giovane per aver potuto conoscere il male, quel tipo di male che ha dilaniato un intero territorio e diverse etnie. Eppure Liliana è ben determinata a scoprire tutto quello che è successo e che ora rimane ben nascosto nella mente di sua nonna, malata di Alzheimer. Una malattia che sembra averle fatto “dimenticare” tutto il dolore ma che, in realtà, lo tiene semplicemente nascosto al mondo intero. È sempre lì, dove Tecla lo ha “conservato” per tutti quegli anni. Anche questo aspetto della narrazione sembra ricordare al lettore quanto accaduto. In effetti non è solo il dolore di nonna Tecla ad essere “nascosto” al mondo intero. Quasi ignorato. 

I Balcani stanno scomparendo. Politicamente dimenticati da un’Europa che negli ultimi vent’anni ha preferito aprirsi a Est fino a inglobare gli ex satelliti sovietici, lasciando così un grande vuoto nel proprio cuore geografico e storico. Dentro quest’apparente vuoto si agitano forze in grado di condizionare il futuro dell’intero continente.6

Cerretti e Gualchierotti hanno dato, almeno in parte, voce a queste forze, per tramite della grinta e della determinazione di Liliana, dimostrando che tutti, prima o poi, devono fare i conti col passato per riuscire realmente a guardare avanti, al futuro. 


Il libro

Greta Cerretti, Andrea Gualchierotti, Il mio posto tra i lupi, Bertoni, Marsciano, 2024.


1S. Sibilio, La rappresentazione dei lupi in recenti opere di poeti palestinesi tra intertestualità e innovazione, in Quaderni di Studi arabi, vol. 14, 2019.

2 https://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/a_549_1999.pdf

3G. Rumici, Istria, Fiume e Dalmazia. Profilo storico, Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati – 2009.

4G. Cinelli, P. Piredda, (a cura di), La letteratura e il male – Atti del Convegno di Francoforte, 7-7 febbraio 2014, Sapienza Università Editrice, Roma, 2015.

5P.A. Alt, Ästhetik des Bösen, Beck, Monaco, 2010. 

6F. Ronchi, La scomparsa dei Balcani. Il richiamo del nazionalismo, le democrazie fragili, il peso del passato, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Cz), 2023.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringraziano gli autori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Francesco Ronchi, La scomparsa dei Balcani

Costruire una solida memoria storica dei mali causati dall’odio umano per non dimenticare neanche “Le verità balcaniche” (Andrea Foffano, Kimerik 2018)

Prigioni mentali e dittature politiche in “193 gabbie” di Rezart Palluqi (Ensemble, 2016)

La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)


© 2025, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Giuliano Brenna, L’odore dei cortili

06 venerdì Dic 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiulianoBrenna, IlRamoelaFogliaEdizioni, Lodoredeicortili, recensione, romanzo

Nel 1926 un colpo di Stato militare diede inizio a un lungo periodo di dittatura. Il Portogallo fu dominato, a partire dal 1932, da Antonio de Oliveira Salazar, il quale diede vita a uno Stato di stampo fascista, corporativo e molto legato alle gerarchie della Chiesa cattolica, per diversi aspetti assimilabile al franchismo spagnolo. Salazar rimase al potere sino al 1968, in un contesto di persistente arretratezza economica e sociale. Ma la dittatura, seppure con alcune moderate aperture, sopravvisse fino al 1974, quando fu abbattuta, nel contesto delle difficoltà poste dal processo di decolonizzazione, dalla rivoluzione dei garofani (un colpo di Stato messo in atto da forze militari progressiste).1

Quello appena descritto è esattamente il Portogallo che fa da sfondo all’intera vicenda narrata da Brenna ne L’odore dei cortili. Un intenso romanzo nel quale si intreccia la storia di un intero Paese con quella di umili cittadini i quali subiscono scelte non proprie e accadimenti tragici che cambiano il corso delle loro vite, le modificano, le distruggono e, proprio quando sembra che tutto sia perduto, ecco la speranza che nasce silenziosa e cresce come un piccolo fiore sbucato dal cemento. Improbabile eppure reale. 

Nella prima parte del libro protagonisti sono Mattia e sua madre, Serena, una donna segnata dalla vita e dal tempo.

«Le sembra che le sue giornate siano diventate come le foglie di tiglio (per la tisana, ndr), all’inizio fragranti, dense di profumo e promettenti un gusto delizioso, ma col trascorrere delle ore le acque della vita ne sottraggono l’essenza, fino a che, giunta la sera, si ritrova con una poltiglia tiepida e amarognola.»

Serena trasmette un senso di angoscia esistenziale che sembra l’opposto di quello del figlio. Ella sembra svegliarsi pronta ad accogliere la vita per poi ritrovarsi, a fine giornata, stremata da eventi e sentimenti. Mattia sembra avere, invece, come unico obiettivo quello di nascondersi, agli altri, alla vita e finanche a sé stesso. Un atteggiamento che manterrà fino all’età adulta, allorquando all’isolamento volontario sostituirà una certa voglia di autopunirsi per colpe non sue. L’inquietudine esistenziale di Mattia, rimpolpata da un vortice altalenante di emozioni, lo porterà a cercare il brivido della vita in situazioni dove la stessa è, in realtà, in grave pericolo. 

«Il dolore ha finito per sopraffarla, si sente come un corpo che ha galleggiato su di una superficie di acqua gelida e lentamente, giorno dopo giorno, impregnata del liquidi è affondata. Invece il dolore ha fatto la cosa opposta nella vita di Mattia che, al di là della parete, sembra ora sfuggirgli dopo una lunga immobilità, quasi una reclusione volontaria. Il nipote usa la terribile sofferenza, con cui ha imparato a convivere, come forza interiore che lo spinge a cercare la sua strada.»

O meglio, questo è quello che pensa Clara, sua zia. In realtà Mattia non ha proprio idea di cosa significhi una vita senza dolore. Ma Clara non è obiettiva, guarda e cerca di capire il suo dolore attraverso gli occhi del proprio. Quello mostrato da Clara sembra un vero e proprio disagio empatico. La paura che il dolore di Mattia possa aggravare il proprio la blocca al punto che sminuisce il primo altrimenti non riuscirebbe mai a reggere il peso emotivo di entrambi. 

Serena e Mattia sono vittime del regime dittatoriale, del clima di sospetto che questi ha ingenerato nell’intera popolazione, sono vittime perché privati delle libertà alla base dei diritti umani. 

«Serena pensa alla dittatura che rende tutto ciò così difficile, la censura filtra ogni cosa che giunge da fuori, e trova mille giustificazioni al silenzio dell’amato scomparso, per quanto ne sa, nel ventre di Parigi, città che lei immagina bellissima ma temibile, come una piovra che imprigiona che le si avvicina con tentacoli invincibili e al contempo deliziosi.»

Per anni Serena si è nutrita di un amore che forse ha solamente “nutrito” il suo cuore e tormentato Mattia per la cui assenza ha sempre vissuto come un paria. Il diverso senza un padre. Una diversità che poi non è neanche tale, ma nella dittatura in cui vivono diventa un vero flagello. 

«Il regime ha talmente avvelenato gli animi delle persone che anche i semplici cittadini, nel tentativo, perlopiù vano, di essere risparmiati dalle angherie della polizia politica, diventano delatori, al punto che tutti sospettano di tutti, in un gioco al massacro di informazioni reali o fittizie, dove anche banali sospetti vengono comunicati agli incaricati della repressione.»

La dittatura colpisce tutti i cittadini, anche quelli che pensano di essere dalla parte dei “forti”, dei “giusti”. Ecco allora che Brenna costruisce il personaggio del capitano Green proprio intorno a questo concetto. Una persona molto diversa da Mattia ma che con questi ha in comune la ricerca di sé stesso. 

La trama e il suo sviluppo del romanzo di Brenna hanno una direzione propria, tuttavia le scelte compiute da HoraceGreen ricordano, per alcuni versi, quelle di Adriano Meis ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello. Anche se, a dirla tutta, è un altro l’aspetto della poetica pirandelliana che sembra più affine alle tematiche trattate da Brenna. In particolare il tema del doppio. Fin dall’inizio, le opere di Pirandello sono il frutto dello spirito del tempo in cui è vissuto, e testimoniano il passaggio dal naturalismo alla modernità. Anche i personaggi de L’odore dei cortili vivono in un periodo di grande cambiamento politico, economico, ma soprattutto sociale. E questi stravolgimenti per certo hanno influito e influenzato le scelte e i comportamenti sia di Mattia che di Green. Tuttavia, mentre quest’ultimo non reggerà il peso per lui troppo ingombrante dell’io privato sull’io pubblico, Mattia invece attraverso l’estremizzazione dell’io pubblico riuscirà a trovare l’equilibrio nel suo io privato. 

Un altro aspetto interessante del libro è la presenza di un narratore esterno il quale in più occasioni sembra dialogare direttamente con il lettore. È un corretto espediente per coinvolgerlo non solo nella lettura ma nelle stesse vicende raccontate, soprattutto nei punti in cui cambia la scena e più alto è il rischio di perdere concentrazione e attenzione. 

L’odore dei cortili è un romanzo intenso perché non si limita a raccontare una storia. Parla dell’esistenza dei personaggi i quali fin da subito assumono, agli occhi del lettore, valenza di persone.


Il libro

Giuliano Brenna, L’odore dei cortili, Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2024.


1Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.


Articolo pubblicato su LuciaLibri


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Liao Yiwu, Wuhan. Il romanzo documentario

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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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