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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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Cultura occidentale vs cultura indigena: siamo tutti animali o tutti umani?

10 lunedì Lug 2023

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EduardoViveirosDeCastro, Losguardodelgiaguaro, Meltemi, recensione, saggio

“Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio” di Eduardo Viveiros De Castro

Se ogni cosa, nello stesso momento, può essere e non essere una persona, come poter stabilire i confini dell’antropologia?

Ecco l’importante quesito antropologico che accompagna le pagine del libro di Eduardo Viveiros De Castro, un libro nel quale egli affronta i nodi principali del proprio pensiero e che aiuta il lettore, anche laddove fosse a digiuno di nozioni e conoscenze antropologiche ed etnografiche, a “entrare” nel mondo da sempre etichettato indistintamente come indigeno.

Un universo che, invece, ha al suo interno una infinità di popoli, etnie, culture differenti e uniche. 

Aiuta a conoscere le loro usanze ma, soprattutto la loro spiritualità e, cosa ancor più importante, racconta nel dettaglio le evoluzioni compiute dagli studiosi i quali, partiti carichi di nozioni e aspettative ben precise, hanno poi dovuto fare i conti con la realtà dei vari luoghi e dei differenti popoli incontrati.

Al lettore sembra quasi che essi siano partiti con un film in bianco e nero proiettato dinanzi agli occhi e abbiano poi ben presto realizzato di trovarsi dinanzi a una tale varietà di colori da poterne restare quasi abbagliati. 

Gli europei, soprattutto all’inizio delle loro esplorazioni, si sono “scontrati” con situazioni, eventi, tradizioni, usanze, religioni apparse loro malvagie, incomprensibili, selvagge. 

Ciò che per una cultura è incomprensibile, per un’altra può rappresentare un pilastro fondamentale. Comprendere e rispettare la diversità è l’unica strada percorribile e lo si può fare solo con la conoscenza. 

Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista.

Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Invece della teoria evolutiva (lato sensu), la quale afferma che gli esseri umani sono degli umani che hanno guadagnato qualcosa, per gli amerindi, ad esempio, gli animali sono esseri umani che hanno perso qualcosa. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro copro, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima).

Noi occidentali invece pensiamo di indossare vestiti che nascondano una forma essenzialmente animale. Sappiamo che, quando siamo nudi, siamo tutti animali. Gli istinti, dietro gli strati di questa vernice che chiamiamo cultura, costituiscono il nostro sfondo animale, primate, mammifero.

Nascondere il proprio istinto animale e modificare la diversità. Questi sembrano essere stati obiettivi largamente condivisi da europei e occidentali in generale. Secondo una filosofia, largamente condivisa anche dalla legislazione brasiliana, in base alla quale tutti gli indigeni presenti erano “ancora” tali, nel senso che un giorno avrebbero smesso di esserlo, perché necessario. E bisogna ammettere, purtroppo, che tale modo di vedere è stato e in parte lo è ancora, ampiamente condiviso nelle varie parti del mondo riguardo le tante civiltà precolombiane. 

Attraverso una serie di dialoghi e interviste – che poi sono essenzialmente articoli accademici in un formato dialogico e in un linguaggio leggermente meno formale -, Lo sguardo del giaguaro mostra al lettore come, sostanzialmente, l’antropologia non ha tanto un oggetto di studio quanto un metodo, cioè soggettivare: più si è in grado di attribuire intenzionalità a un oggetto, più lo si conosce. 

Leggendo il libro di Eduardo Viveiros De Castro si è fortemente incoraggiati dalla visione che ne emerge riguardo l’antropologia e il diritto internazionale che possono rappresentare utili strumenti in favore dei popoli indigeni, non solo contro di essi. 

In Brasile, ad esempio, si è passati dalla figura individuale dell’indigeno alla figura collettiva della comunità indigena come soggetto di diritto. Con un peso quindi esponenzialmente accresciuto.

Il percorso certo è ancora lungo prima che si possa parlare se non proprio di parità almeno di equità. E il prospettivismo è anche un dispositivo che permette di mettere etnograficamente in discussione l’opinione comune secondo cui tutti i popoli credono di essere il centro del mondo. 

La nostra cultura pone l’Io come anteriore all’Altro e l’Altro come posizione derivata. Nel mondo indigeno accade molto spesso il contrario. 

Là dove noi vediamo l’umano come una cosa speciale, una sostanza che interviene nell’ordine della creazione, con una posizione privilegiata all’interno dell’universo, gli indigeni vedono l’umano come il punto di partenza. 

Invece del nostro pensiero che pensa quello indigeno si inizia a intravedere il pensiero indigeno che pensa il nostro, in una sorta di antropologia all’incontrario. Roy Wagner è stato il primo a pensarlo e il prospettivismo è un concreto modo per farlo.

Quasi superfluo sembra dire quanto importante sia il lavoro di Viveiros De Castro e dei tanti studiosi contributor diretti e indiretti del libro. Quanto grande sia la “prospettiva” che si apre al lettore grazie alle loro ricerche e riflessioni. Ed ecco che anche al lettore, al pari dei primi studiosi partiti avendo dinanzi agli occhi solo il bianco e il nero, si apre un universo di colori prima inimmaginabile oppure solo sperato. 

Il libro

Eduardo Viveiros De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi Editore, Milano, 2023.

Traduzione di Cecilia Tamplenizza.

Titolo originale: La mirada del jaguar. Introducción al perspectivismo amerindio.

L’autore

Eduardo Viveiros De Castro: antropologo brasiliano e etnologo americanista. Professore al Museu Nacional (l’Università Federale di Rio de Janeiro). È stato direttore di ricerca presso il CNRS in Francia e Simón Bolivar Professor of Latin American Studies presso l’Università di Cambridge. 


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Miti e leggende dell’antica Grecia” di Rosa Agizza

06 giovedì Lug 2023

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MitieleggendedellanticaGrecia, NewtonCompton, recensione, RosaAgizza, saggio

I miti in generale ma quelli dell’antica Grecia in particolare rappresentano un mare vastissimo di trame, frutto di stratificazioni e aggiustamenti avvenuti nel corso dei secoli. Le vicende di eroi, maghe, mostri leggendari e dèi capricciosi sono archetipi che risuonano nel nostro immaginario anche quando non ce ne rendiamo conto. Perché, ricorda Agizza, i motivi che ricorrono nel mito ritornano nel nostro quotidiano ben più di quello che potremmo pensare. 

Nei millenni è avvenuto che un universo mitologico ascrivibile a un orizzonte culturale che andava dall’India all’Iran, al mondo medioasiatico, al mondo germanico e celtico antico, fino ai limiti dell’antica Grecia, dell’Italia e dell’Africa settentrionale, resta attuale e riconoscibile soltanto per i segnali mitologici greci e, evidentemente, per quelli latini e romani. 

È possibile individuare, allo stato attuale, livelli di rilettura diversa del medesimo strato mitologico originario: ellenistico, medievale, arabo, moderno e contemporaneo. In Miti e leggende dell’antica Grecia, Rosa Agizza ha tentato di ricostruire, con uno sforzo davvero notevole di aderenza ai testi originari, un mondo di autenticità mitologica che, nelle ipotesi avanzate, continua ad appartenere all’immaginario, anche linguistico, della nostra attuale cultura. 

Fin dalle prime pagine, anzi addirittura le prime righe, il lettore viene letteralmente catapultato in un mondo davvero mitologico. Riesce l’autrice a rappresentare temi con una struttura così notoriamente complessa, in modo non semplice ma interessante, avvincente e coinvolgente. Così in chi legge si sviluppa quella necessaria curiosità che lo spinge ad andare avanti nella lettura anche quando si imbatte, inevitabilmente per la tipologia di libro, in ostacoli rappresentati da tecnicismi o apparenti ripetizioni, che sarebbe meglio chiamare precisazioni, necessarie proprio perché funzionali allo scopo del testo. 

Ciò che senz’altro traspare fin dalla stessa introduzione è la grande passione dell’autrice la quale, unita alla notevole conoscenza della materia, rendono la lettura un’esperienza davvero interessante. Moltissime sono le informazioni che catturano l’attenzione del lettore, perché sembrano uno stravolgimento del sapere comune ma, ben presto, si realizza che sono le dovute precisazioni a un sapere mal interpretato o pluri-interpretato, adattato e modificato in base a pregiudizi o fraintendimenti. 

Paradossalmente si può anche scegliere di restare fedeli alla proprie conoscenze e di considerarle le corrette interpretazioni e trasmissioni della mitologia ma ciò egualmente non toglierebbe meriti al libro di Rosa Agizzi e alle sue ricerche, perché condotte con metodo e con correttezza professionale.

Il libro

Rosa Agizza, Miti e leggende dell’antica Grecia. La storia mitologica della cultura greca dagli dei dell’Olimpo agli eroi e ai mostri dei poemi omerici, Newton Compton Editori, Roma, 2023.

L’autrice

Rosa Agizza: laureata in lingue presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha condotto lavori sul campo in materia storico-tradizionale e collabora con riviste specializzate. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Trasformare un ambiente magico in opera d’arte. “Napoli velata e sconosciuta” di Maurizio Ponticello (Newton Compton Editori, 2018)

Un viaggio nella Letteratura tra miti e leggende in “Morfisa o l’acqua che dorme” di Antonella Cilento (Mondadori, 2018)


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L’avvento dell’Umanesimo liberomuratorio: Storia della massoneria in Italia. Luci e ombre

29 giovedì Giu 2023

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AldoAMola, Bompiani, recensione, saggio, StoriadellamassoneriainItalia

La massoneria, specie in Italia, sovente viene dipinta come il Male assoluto e scriverne senza pregiudizio comporta di essere considerati complici o addirittura al soldo delle Tenebre.

È questa l’idea alla base delle considerazioni dell’autore riguardo il modo in cui viene considerata la massoneria in Italia e coloro che non la osteggiano. Così, nel tentativo di sfatare miti e pregiudizi, Aldo A. Mola scrive un corposo libro per raccontare la storia di questa istituzione che ha al suo attivo ormai tre secoli di attività. 

Il libro si rivela fin da subito molto interessante, utile per meglio comprendere la nascita, la diffusione e le varie ramificazioni della massoneria in generale e di quella in Italia in particolare. Tuttavia, se lo scopo dell’autore era «avvicinare» il lettore a detta istituzione si teme che un “semplice” libro non possa bastare. È vero che non è compito della storiografia entrare nel merito degli accadimenti, ma lo è anche il fatto che la differenza di trattamento ricevuta da questa istituzione nei vari paesi non può essere di per sé valido motivo per darle automaticamente lustro e valore. 

Ricorda più volte Mola come, fin dalla sua costituzione, la massoneria non abbia mai avuto problemi, per esempio, in Inghilterra. In Italia invece a cadenza quasi regolare si legge di sequestri di liste di nomi di adepti e di scandali vari legati a massoni o presunti tali. 

Si chiede l’autore quale possa essere il motivo per cui nelle Americhe, dal Canada all’Argentina, o in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia e via discorrendo, la massoneria non costituisce “problema”, mentre lo è in Italia, benché gli iniziati siano meno dello 0.5 per mille degli abitanti. 

Il libro è una grande e articolata ricostruzione storica che sembra volere scalfire il pregiudizio generale nei confronti della massoneria. È anche un resoconto dettagliato della storia della massoneria e dell’antimassoneria, ma senza descrivere le azioni e le iniziative, concentrandosi in prevalenza sugli atti costitutivi, le adesioni, la diffusione e la limitazione come conseguenze dirette della tolleranza o meno dei vari governi e stati. Con un’attenzione maggiore rivolta agli intenti degli ordini massonici, così come si trovano descritti negli atti costitutivi o nei resoconti dei congressi della stessa istituzione. 

L’immagine certamente evocativa di tutti questi iniziati che si riuniscono per parlare del bene del mondo è certamente suggestiva, ma non al punto da fugare i dubbi su quale siano in realtà gli scopi di queste associazioni. Di sicuro è bello e rassicurante pensarle come i bucolici del Parnaso ma verosimilmente poco credibile. Opinione non necessariamente viziata dal pregiudizio, mossa piuttosto dalla curiosità. 

Qual è lo scopo ultimo della massoneria? È questo, forse, l’interrogativo che in tanti si pongono. Il libro di Mola non risponde a questa domanda. Lo scopo del libro non è quello. L’autore vuole solo raccontare tutta la storia della massoneria in Italia, un’istituzione che non essendo illegale egli ritiene possa legittimamente esercitare la sua attività. E lo fa, ovviamente, molto bene. 

Il libro

Aldo A. Mola, Storia della massoneria in Italia. Dal 1717 al 2018. Tre secoli di un ordine iniziatico, Bompiani – Giunti Editore, Firenze – Milano, 2018.

L’autore

Aldo A. Mola: storico e saggista. Contitolare della cattedra Théodore Verhaegen dell’Università Libera di Bruxelles, nel 1980 è stato insignito della Medaglia d’oro di benemerito della cultura. 

Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Bompiani – Giunti Editore per la disponibilità e il materiale.

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“Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli, 2020)

“Pecorelli deve morire” di Valter Biscotti (Baldini+Castoldi, 2019)

Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

“Ammazzati l’onorevole”. L’omicidio di Francesco Fortugno dieci anni dopo. La nostra mala-Italia. Intervista a Enrico Fierro (2015)


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La psicoanalisi nel Terzo Millennio: “Freud e il mondo che cambia” di Bolognini e Nicoli

15 giovedì Giu 2023

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EnricoDamianiEditore, Freudeilmondochecambia, LucaNicoli, recensione, saggio, StefanoBolognini

La psicoanalisi ha compiuto centoventi anni. Per certi versi è molto cambiata, per altri conserva stretti legami con le sue origini. Qual è la sua eredità più preziosa?

Ne parlano, in una sorta di dialogo scritto, Bolognini – tra i più noti psicoanalisti italiani – e Nicoli – notevole analista e divulgatore. 

Filo conduttore del loro dialogo è il rapporto tra la psicoanalisi contemporanea, più attenta di un tempo alla relazione emotiva che si instaura nella coppia analitica, e i disagi di oggi, incentrati sulle fragilità narcisistiche e sulla diffidenza nel rapporto con l’altro. 

Gli autori riflettono sulla genesi della sofferenza mentale, e sui modi in cui la psicoterapia analitica si offre come chiave di lettura e insieme come cura. Allargano lo sguardo anche a temi di triste attualità, come la guerra, i totalitarismi e la sostenibilità ecologica della civiltà umana. 

Centrale nel libro è l’attenzione al nucleo costitutivo dell’esperienza analitica: lo sviluppo, nella relazione terapeutica, di una particolare intimità, funzionale alla cura, tra un essere umano che diventa “paziente”, con la sua sofferenza e la sua richiesta di aiuto, e un altro essere umano, l’analista, dotato di una competenza professionale coniugata alla sua più autentica presenza personale. 

La psicoanalisi ha ancora molto da offrire, nell’interpretazione degli autori, e la sua sfida è quella di intercettare nuovi bisogni e nuove forme di sofferenza, e di proporre modalità di intervento meglio percorribili dalle soggettività contemporanee. 

Freud e il mondo che cambia è strutturato in diversi capitoli, ognuno dei quali focalizza su un tema particolare, introdotto dalla domanda che Nicoli di volta in volta porge a Bolognini. Interrogativi molto argomentati che fungono da input per l’elaborazioni delle idee e delle tesi che poi Bolognini analizza a fondo. Gli argomenti trattati spaziano dal rapporto con la tecnologia ai cambiamenti sul luogo di lavoro, dal rapporto con se stessi alle relazioni con gli altri e l’ambiente. 

La struttura che gli autori hanno scelto di dare al libro tutto sommato funziona, perché la domanda iniziale serve da apripista, da introduzione dell’argomento che verrà trattato in modo molto articolato. La presenza di numerosi termini tecnici potrebbe risultare un po’ ostico per un lettore non esperto in materia, il glossario messo alla fine del libro però aiuta a meglio comprendere anche quelle espressioni che altrimenti sarebbero risultate poco comprensibili. 

Leggendo il libro di Bolognini e Nicoli si comprende appieno l’importanza della psicoanalisi, oggi come ieri, nonché l’ampio raggio di azione e interessi che ad essa afferiscono. Ma ciò che meglio si comprende è la relazione tra il paziente e il suo analista il quale, durante tutto il percorso della terapia rimane, sempre e comunque, un essere umano, una persona, con le sue emozioni, i sentimenti, le idee, i tormenti e le paure. Ed è proprio l’intreccio con quelli del pazienti che rappresenta una finestra d’indagine che intriga moltissimo il lettore e lo invoglia ad approfondire la conoscenza in merito.

Un libro, quindi, davvero utile e interessante. 


Il libro

Stefano Bolognini e Luca Nicoli, Freud e il mondo che cambia. Psicoanalisi del presente e dei suoi guai, Enrico Damiani Editore, Brescia, 2022.

Prefazione di Stefano Tugnoli.

Gli autori

Stefano Bolognini: membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana. È stato presidente della Società Psicoanalitica Italiana e della International Psychoanalytical Association. Autore di numerose pubblicazioni.

Luca Nicoli: membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana. Autore di saggi e romanzi. 


Articolo pubblicato su OublietteMagazine


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Enrico Damiani Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti” di Pietro Roberto Goisis

Melanconica deliria multiformia: “L’anatomia della malinconia” di Robert Burton


© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’igiene decisionale contro il “Rumore”: il difetto del ragionamento umano

03 sabato Giu 2023

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bias, CassRSunstein, DanielKahneman, OlivierSibony, recensione, Rumore, saggio, Utet

Il rumore è la variabilità indesiderata dei giudizi, e la sua presenza è dilagante. Nonostante ciò si sente molto più spesso, quasi esclusivamente, parlare dei bias. 

Il tema del bias è stato affrontato in migliaia di articoli scientifici e decine di testi divulgativi. Nel libro invece si parla quasi esclusivamente del rumore.

In qualsiasi tipo di giudizio umano c’è, con ogni probabilità, un certo grado di rumore, cercare di debellarlo, così come eliminare il bias, è, per gli autori, l’unico modo per migliorare la qualità stessa del giudizio espresso. 

Se dieci critici cinematografici guardano lo stesso film, se dieci assaggiatori valutano lo stesso vino, se dieci persone leggono lo stesso romanzo, non ci si aspetta che tutti abbiano la stessa opinione. La diversità di gusto è benaccetta e del tutto prevista. Ma la stessa diversità può aiutare a spiegare gli errori che nascono quando il gusto personale viene confuso con il giudizio professionale. 

Per esempio, nelle cosiddette questioni di giudizio, il rumore sistemico è sempre un problema. Se due medici effettuano due diagnosi diverse, almeno uno avrà sbagliato. Se due giudici emettono una sentenza diversa per il medesimo caso, almeno in un caso il giudizio può risultare essere viziato. 

Il libro di Kahneman, Sibony e Sunstein pone il lettore difronte all’oggettiva diffusione del rumore e sulla necessità di porre in essere azioni concrete per la sua riduzione almeno, se non proprio per la sua eliminazione. 

Si provi a immaginare il danno che può causare un rumore nel giudizio di un investigatore in un caso di omicidio. O in un caso di sparizione.

L’investigatore portoghese che ha indagato sulla sparizione di Maddie McCann ha sempre sostenuto di nutrire forti sospetti sui famigliari della bambina, motivati dalle impressioni percepite dal racconto dei movimenti immediatamente successivi alla scoperta della scomparsa, durante i quali, la madre in particolare avrebbe agito in modo strano o, quantomeno, inusuale. Dopo quindici anni le indagini sul caso si sono intrecciate con quelle inerenti un cittadino tedesco detenuto per cinque delitti di violenza sessuale e già noto agli inquirenti per reati connessi a droghe e stupefacenti.1

Sono decenni ormai che Pietro Orlandi racconta quanto accaduto nelle ore immediatamente successive alla sparizione di sua sorella, Emanuela, allorquando i suoi genitori si affrettarono a denunciarne la scomparsa alle autorità le quali, sottovalutando l’accaduto, rubricarono la scomparsa come allontanamento volontario, incoraggiando i famigliari a non preoccuparsi in fondo la ragazza “non è neanche bella”, ragione per cui non dovevano esserci così tanti motivi di preoccupazione. 

Questi sono esempi di rumori molto forti e, purtroppo, non è così azzardato ipotizzare ce ne siano altri. Ma anche su quelli meno evidenti o incisivi conviene effettuare quantomeno una riflessione accurata. 

Per esempio, cosa accade quando un insegnante corregge e valuta il tema di un alunno con un rumore, dettato magari da una semplice opinione personale divergente o da un pregiudizio di qualsiasi natura? 

Ovvio, e gli autori lo sottolineano in diversi punti del testo, che non si riuscirà mai a eliminare tutto il rumore, ma imparare a riconoscerlo è già un ottimo punto di partenza per riuscire a meglio gestirlo. 

Ciò che essi auspicano e consigliano è mettere in atto una vera e propria igiene decisionale: 

  • Obiettivo del giudizio è l’accuratezza, non l’espressione individuale.
  • Pensare in termini statistici e assumere la visione esterna del caso.
  • Strutturare i giudizi in diversi compiti indipendenti.
  • Resistere alle intuizioni premature.
  • Ottenere giudizi indipendenti da più valutatori, per poi eventualmente aggregarli.
  • Preferire giudizi e scale relativi.

Iniziando la lettura del libro di Kahneman, Sibony e Sunstein non si riesce a focalizzare bene cosa ci si debba aspettare, man mano che si va avanti si comprende appieno l’interessante sviluppo dell’esposizione, frutto dell’attenta analisi degli autori. E si capisce anche l’importanza di una ricerca di tale portata. Un libro che riesce a eliminare anche il rumore del lettore nei confronti del libro stesso.

Il libro

Daniel Kahneman, Olivier Sibony, Cass R. Sunstein, Rumore. Un difetto del ragionamento umano, Utet, DeA Planeta Libri, Milano, 2021.

Traduzione di Eleonora Gallitelli.

Titolo originale: Noise: a flaw in human judgement.

Gli autori

Daniel Kahneman: professore emerito di Psicologia e Public Affairs alla Princeton University. Nobel per l’Economia nel 2002 e Presidential Medal of Freedom nel 2013.

Oliver Sibony: professore di Strategia all’HEC di Parigi e membro associato presso la Saïd Business School dell’Università di Oxford.

Cass R. Sunstein: professore di Harvard, fondatore e direttore del programma di ricerca in Economia comportamentale e Politica pubblica. Autore di numerosi articoli e libri. 


1https://www.rainews.it/articoli/2023/05/maddie-mccann-a-16-anni-riprendono-le-indagini-sulla-bimba-inglese-scomparsa-in-portogallo-1303f29d-90fe-4ae9-8fbb-03ac699fbd74.html


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa Utet DeA Planeta per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Le regole di condotta: il comportamento in pubblico tra impegno e partecipazione. “Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione” di Erving Goffman (Einaudi, 2019)

Perché proprio questo è il secolo della solitudine? “Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni” di Morena Hertz (Il Saggiatore, 2021)

“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti” di Pietro Roberto Goisis (Enrico Damiani Editore, 2020)

Sars-Cov-2: la mutazione genetica della vita. “Lock-mine. Due diari della pandemia” di Goisis e Moroni (Enrico Damiani Editore, 2022)


© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La riforma esterna liberal-capitalista che unisce la vecchia Inghilterra, gli Stati Uniti e la nuova Europa: “Riformare i vinti” di Giampaolo Conte

20 sabato Mag 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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capitalismo, economia, GiampaoloConte, GuerinieAssociati, GueriniScientifica, recensione, Riformareivinti, saggio

Le trasformazioni indotte nei paesi della semi-periferia dai paesi capitalisticamente avanzati, in associazione con le élite locali, hanno plasmato il mondo extraeuropeo nel corso del lungo diciannovesimo secolo e stanno, di fatto, trasformando il mondo europeo in questo nuovo secolo.

Tali riforme dimostrano che il processo di liberalizzazione economica non è frutto di una spontanea evoluzione del mercato, bensì è il risultato di un’azione diretta operata dagli attori economici che più ci guadagnano da tali grandi trasformazioni. 

Il problema non è il liberal-capitalismo in sé, che indubbi meriti in termini di prosperità è riuscito a ottenere in molti paesi, ma il principio secondo cui la sua replica istituzionale possa avere lo stesso successo in termini di benessere materiale in paesi che non hanno il medesimo background sociale, culturale ed economico. 

Eppure lo schema che si è presentato sembra essere sempre lo stesso, egregiamente analizzato da Giampaolo Conte nel libro: prima gli inglesi, poi gli americani e infine gli europei capitanati dalla Germania hanno esportato, o tentato di farlo, attraverso l’azione pacifica di una proposta riformista, un modello, un contratto sociale, spesso sotto la retorica della modernizzazione, funzionale alla riproduzione del proprio sistema economico di ispirazione liberal-capitalista. 

Siffatte riforme, concentrate specialmente nel settore finanziario, rimescolano gli stessi equilibri sociali perfino all’interno dei paesi avanzati, che devono a loro volta subire i costi di esternalizzazione che in passato non hanno mancato di scaricare su paesi della semi-periferia. Non essendo funzionali al processo di accumulazione finanziaria, anche le società nei paesi avanzati diventano vittime della trasformazione del capitalismo sostenuta dall’ideologia neoliberista. 

Molti libri sul capitalismo e sulla sua crisi si sono rivelate essere interessanti letture per comprendere un fenomeno la cui portata va intesa come epocale, laddove incide sulla vita e sull’esistenza di intere popolazioni. Ma Riformare i vinti di Giampaolo Conte è un libro che non ti aspetti, per la profondità dell’analisi e la metodica applicata. Dati alla mano, l’autore compie un’indagine sincronica e diacronica sul capitalismo e le sue riforme, sul liberalismo e sull’ideologia neoliberista che ha ispirato gran parte di dette riforme, definite eterne proprio perché applicate in stati, imperi o entità territoriali non inglesi, non statunitensi o quantomeno non appartenenti al club esclusivo delle grandi potenze capitaliste. 

All’interrogativo sulla necessità di leggere un libro come quello di Conte si deve necessariamente rispondere che il punto di rottura di un sistema economico-finanziario, qual è stato ad esempio la crisi del 2007, non è l’inizio di un nuovo periodo bensì il punto di arrivo di tutto ciò che prima è stato. Per evitare l’insorgere di nuove gravi crisi è quello che bisogna indagare e comprendere, ed è esattamente ciò che l’autore ha fatto. Egregiamente.

Il libro

Giampaolo Conte, Riformare i vinti. Storia e critica delle riforma liberal-capitaliste, Guerini Scientifica, Edizione Angelo Guerini e Associati, Milano, 2022.

L’autore

Giampaolo Conte: docente di Storia economica e Storia del capitalismo presso l’Università Roma Tre. In precedenza ha insegnato il Olanda presso l’International Institute of Social Studies ISS. Inoltre, ha avuto incarichi di ricerca ed è stato fellow all’Università di Cambridge e alla London School of Economics LSE.


Articolo pubblicato su Articolo21.org


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Edizioni Angelo Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)

L’Altra-Africa: come l’Afromodernità sta diventando una condizione globale. “Teoria dal sud del mondo” di Jean e John Comaroff (Rosenberg&Sellier, 2019)

Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“Il capitalismo oggi e a sua incidenza su popoli ed economie”

© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Prossimità aumentata e pandemia: come gestire relazioni e isolamento nel Terzo Millennio

16 martedì Mag 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Attraversareladistanza, FrancoAngeli, GabrieleGabrielli, recensione, saggio

“Attraversare la distanza” a cura di Gabriele Gabrielli

La pandemia, il lockdown, il distanziamento fisico, chiamato impropriamente sociale, hanno generato sofferenza e disorientamento, una inedita mancanza e un vuoto generato dalla sospensione.

Una sospensione inattesa e inaspettata. La nostra cultura non prevede fughe o sospensioni ed è, forse, questo uno dei motivi per cui si è andata a schiantare dritta contro la pandemia. 

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa. L’Ekyusidei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbathdegli Ebrei sono “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà (la terra, la foresta, …) da cui gli esseri umani ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza il lavoro degli uomini. Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile. Ciò che manca alla nostra civiltà è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita “il male dell’infinito”, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno loro vedere la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura. Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti.1

All’avvento della pandemia da Covid-19 tutto è cambiato: il mondo con il quale avevamo organizzato la vita, la scuola, l’economia, il lavoro. E ora va ripensato anche il futuro. 

Per Gabrielli, tutto ciò è servito a capire che l’esperienza umana non è tale senza le relazioni che la sospensione dell’isolamento ha tolto quasi per intero. 

Molti interrogativi si pongono ora che tutto sta ritornando alla tanta agognata “normalità” perché mai bisogna dimenticare che la pandemia ha accelerato dei processi in atto e che, forse, anche se più lentamente, si sarebbero manifestati comunque.

L’isolamento è stata una necessità e il digitale uno strumento oppure la pandemia è stata un accelerante per “rifugiarsi” ancora di più nel mondo virtuale? Inoltre, come rimettere al centro del palcoscenico organizzativo le relazioni senza buttar via i benefici della tecnologia? La digitalizzazione come sta cambiando le relazioni tra umani? Come ci fa guardare l’altro? Come ci fa guardare e sentire noi stessi?

Da molto tempo prima della pandemia la quarta rivoluzione, ovvero quella legata alla diffusione di un’infosfera, sempre più delocalizzata, sincronizzata e correlata, ha aperto la strada alla nuova esperienza onlife, con il quale si sta mescolando.2

Si sta andando sempre più velocemente verso un mondo intero a portata di click, dove tutto è più semplice, veloce e immediato. Una realtà virtuale sempre più mescolata al reale piena, però, di insidie e di lati oscuri. Una vera e propria “prossimità aumentata” nel campo delle relazioni, anche nel mondo del lavoro, che possono svilupparsi sia attraverso la compresenza fisica sia mediante la compresenza digitale. 

Ed è proprio sulle relazioni che indagano a fondo gli autori, scrutandone i diversi aspetti, sociali e professionali. Un’indagine che parte dell’essere umano e ad esso ritorna, evidenziandone così il ruolo, che deve restare centrale, anche nelle connessioni virtuali. 

Il libro

Gabriele Gabrielli (a cura di), Attraversare la distanza. Per una nuova prossimità nella società, nelle imprese, nel lavoro, Franco Angeli, Milano, 2022.

Con contributi di: Luca Alici, Maurizio Franzini, Gabriele Gabrielli, Raoul C.D. Nacamulli, Luca Pesenti e Silvia Pierosara.

Il curatore

Gabriele Gabrielli: ideatore e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona, è imprenditore, executive coach e consulente. Professore a contratto di Organizzazione e gestione delle risorse umane alla Luiss Guido Carli. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative. 


1M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

2L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2017.


Articolo pubblicato su Articolo21.org


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Franco Angeli per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il nuovo Illuminismo nelle City School de “L’impresa enciclopedia” di Gianfranco Dioguardi

11 giovedì Mag 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GianfrancoDioguardi, GuerinieAssociati, gueriniNext, Limpresaenciclopedia, recensione, saggio

L’impresa per Dioguardi non è un sistema solo per generare profitti ma un’istituzione che produce ricchezza e benessere sociale per il Paese, che si prende carico degli interessi di tutti i propri stakeholder – azionisti, dirigenti, lavoratori, consumatori, territori -, che opera in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

L’imprevedibile e turbolenta complessità del Terzo Millennio ha capovolto la tradizionale dinamica dell’impresa. Non è più possibile impostare, come prima, una strategia imprenditoriale definita e su quella costruire, poi, una struttura imprenditoriale in grado di portarla avanti. Per Dioguardi, si tratta di un cambiamento epocale, che rende necessario realizzare strutture organizzative just in time e, quindi, attuare conseguenti strategie operative che tengono sempre conto delle esigenze emergenti di sostenibilità e resilienza. 

Ragioni per cui è necessario puntare sulla ricerca, da rendere priorità per le organizzazioni complesse – istituzioni, imprese città – valorizzando soprattutto i giovani, vettori di cambiamento. 

I principali protagonisti di questo Terzo Millennio dovranno necessariamente riscoprire valori fondamentali – fra i quali un nuovo modo di acquisire cultura – oggi assopiti se non addirittura annullati, sottolinea l’autore con un velo di tristezza misto a incoraggiamento e determinazione. 

Ed ecco allora che entra in gioco il concetto di impresa enciclopedia, che importa ed esporta conoscenze, soluzioni, benessere, in una continua permeabilità con il territorio, anch’essa città-impresa. L’organizzazione va concepita non come un sistema di gerarchie e di divisione dettagliata del lavoro come nei modelli novecenteschi, ma come una “organizzazione reale”, un organismo vivente composto da reti multiple di soggetti collettivi che combinano e integrano insieme strutture formali, regole, tecnologie digitali, sistemi professionali, comunità di pratiche, prassi, culture, valori, sistemi sociali e, soprattutto, persone in vista di scopi e permeabile con l’ambiente esterno. 

L’impresa enciclopedia di Gianfranco Dioguardi, il cui riferimento alla più grande opera scientifica del Settecento prodotta da Diderot e D’Alambert e dall’esperienza illuminista è trasparente, connota l’impresa come un organismo, un soggetto vivente che importa ed esporta con il territorio e con il mondo esterno conoscenze, pratiche, soluzioni, artefatti di prodotti e servizi, valore economico e sociale, benessere. Quindi, come conclude Butera nella prefazione, non solo adattamento, agilità ma anche capacità di plasmare l’ambiente esterno. Organizzazione come strategia, appunto. 

I burrascosi tempi che stanno vivendo le imprese oggi sono iniziati, per l’autore, tra la fine del Novecento e gli inizi del Terzo Millennio. Una vera e propria bufera provocata da innovazioni tecnologiche divenute di giorno in giorno sempre più preponderanti e di troppo rapido utilizzo, tanto da venire definita come «distruptive innovation» – innovazione dirompente in grado di provocare un “cambiamento turbolento”, assolutamente difficile da programmare e causa di una generale complessità di difficile governabilità che ha finito per diventare endemica. 

Tutto questo ha cambiato ogni regola in ambito organizzativo imprenditoriale e, per questo, Dioguardi sottolinea la necessità di una nuova forma di impresa, l’impresa enciclopedia appunto, più impegnata culturalmente e più adatta alle attuali condizioni di operatività. 

Questa nuova forma di impresa si inserisce nell’evoluzione storica che dall’impresa castello tayloristica è approdata via via nelle varie forme di impresa flessibile, macroimpresa, impresa rete e via discorrendo. 

Si impone quindi la necessità di realizzare strutture organizzative just in time sempre tenendo presente il territorio, reso sistema complesso, nel quale un ruolo fondamentale svolgono le città che si stanno nuovamente imponendo, per l’autore, come i luoghi più idonei alla convivenza in quest’epoca. Necessarie si rendono allora le City School, nuove istituzioni di formazione manageriale da immaginare, progettare e realizzare per fornire un’educazione urbana adeguata alle attuali esigenze. 

L’impresa è fuor di dubbio centrale nel sistema socioeconomico, deve allora imparare a diventare strumento fondamentale per la conquista della frontiera culturale, e deve farlo, per Dioguardi, diffondendo il sapere e stimolando creativamente la curiosità per la conoscenza sia nel proprio ambiente sia, sul territorio, nei confronti delle organizzazioni con le quali interagisce. 

Deve diventare un veicolo importante, addirittura il principale per l’autore, di diffusione della conoscenza rendendosi capace di stimolare, in parallelo all’istruzione relativa alle singole professionalità, anche un sapere di carattere più generale, tale da promuovere un neo Illuminismo culturale. Un nuovo Illuminismo che deve però generare anche un nuovo Rinascimento, per un ritorno dell’individuo come protagonista della città e dell’impresa. 

L’analisi di Dioguardi è assolutamente condivisibile laddove insiste sulla necessità di aprire le imprese a una cultura generale e profonda, non più meramente settoriale e professionale, in modo tale da agire da stimolo e da monito per l’intera società. Un’impresa al servizio dell’individuo e del territorio, che rispetti l’uomo e l’ambiente. Una necessità per la quale l’autore delinea interessanti linee guida applicabili per ogni forma di impresa. 

Il libro

Gianfranco Dioguardi, L’impresa enciclopedia. Organizzazione come strategia per il Terzo Millennio, GueriniNext, Milano, 2022.

Prefazione di Federico Butera.

L’autore

Gianfranco Dioguardi: ingegnere e professore di Economia e organizzazione aziendale presso il Politecnico di Bari. Svolge attività imprenditoriale e consulenziale nei settori dell’edilizia, dell’engineering, dell’innovazione tecnologica, della comunicazione e della formazione professionale. È inoltre presente in diversi consigli di amministrazione, riviste, organizzazioni culturali, istituzioni pubbliche e private. Cavaliere al merito del Lavoro dal 1989 e Cavaliere della Legion d’Onore dal 2004. Autore di numerose pubblicazioni. 


Articolo pubblicato su Articolo21.org


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini&Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Accessibilità alla conoscenza e società civile: “L’università a modo mio” di Nanetti e Monteduro

08 sabato Apr 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CentroStudiErickson, GiuseppeMonteduro, Luniversitàamodomio, recensione, saggio, SaraNanetti

L’approccio dei giovani rispetto all’emergenza Covid-19 è stato, ed è, un nodo-chiave per capire l’impatto della malattia, le sue conseguenze e le sue implicazioni mediche, economiche e sociali anche nel medio-lungo termine. La pandemia, per le nuove generazioni, non è stata solo la minaccia alla salute, ma anche una chiamata importante a un senso condiviso di responsabilità.

In grande prevalenza giovani, gli studenti universitari rappresentano la futura classe dirigente e la “prima linea” sul fronte del progresso. Sono giovani impegnati nello studio e nella ricerca, cioè in quegli ambiti che hanno fatto i conti con la pandemia e che dovranno affrontarne le conseguenze nel tempo, misurandosi con il rischio di nuove possibili emergenze sanitarie, ora una ipotesi non più tanto remota e astratta. 

Per Messa, la società si adatta e cambia con efficacia se l’università riesce ad avere un ruolo guida, e se di questa duttilità sa esserne consapevole interprete. 

Tornare indietro al periodo pre-Covid non è un’opzione tanto semplice: alcune delle opportunità/vincoli vissute in pandemia ci accompagneranno ancora. Soprattutto daranno, o hanno dato, forma a nuove radicate abitudini mentali. Per esempio, immaginare di non poter partecipare a una riunione collegandosi da casa sarà quantomeno visto come “fuori tempo”. 

L’università chiusa, o meglio l’università anche digitale non è stata per tutti un danno o per tutti un beneficio. Per certo però, durante i due anni di lockdown alternato, la frequenza alle lezioni è andata aumentando in proporzione significativa. 

Ne hanno giovato gli studenti lavoratori e quelli economicamente più fragili, i fuori sede e quelli con vari carichi di impegno. Ma l’università non è solo luogo del sapere scientifico, è anche un luogo di formazione delle coscienze individuali e collettive. 

La società civile deve molto a chi afferisce al mondo universitario perché in esso gli individui interagiscono condividendo idee, progetti, speranze e orizzonti valoriali comuni o in costruzione comune. 

È doveroso, sottolineano gli autori, riflettere sul concetto di parità di condizioni per l’accesso al diritto allo studio. Mentre il diritto allo studio tradizionale si pone l’obiettivo di permettere a un numero più ampio di persone di essere uguali all’interno del sistema universitario, la didattica a distanza prelude alla creazione di un doppio sistema, in realtà fortemente classista, in cui gli spazi universitari – di crescita umana e sociale, oltre che professionale – il rapporto con i colleghi e con i docenti e la vita delle città universitarie sarebbero riservati solo a chi può permettersi le spese per frequentare in presenza. 

Lo scopo è quello di allargare la concettualizzazione del diritto allo studio per garantire l’accesso all’università in termini di sostegno economico e anche nei termini di accessibilità tout court.

Per Chiapparino, si tratta di valutare e costruire una rete di trasporti locali adeguata e funzionale, di riconoscere i carichi di cura degli studenti che hanno responsabilità come caregiver famigliari, e di offrire servizi bibliotecari/spazi di studio che siano funzionali agli orari didattici e alle esigenze degli studenti. 

Il tutto nell’ottica di ridurre il divario che separa l’Italia dal resto d’Europa, che vede la prima con una percentuale di laureati ferma a quota 28 contro la media europea che sfonda la soglia del 40. 

L’università a modo mio è un’opera collettiva che mira a dare uno sguardo panoramico della condizione degli studenti universitari italiani anche oltre l’emergenza sanitaria della pandemia da Covid-19. Un lavoro destinato e programmato per continuare, con l’intento di monitorare l’andamento della situazione. Una ricerca davvero interessante che invita alla riflessione sul mondo universitario e sui giovani che lo animano. 

Il libro

Sara Nanetti e Giuseppe Monteduro (a cura di), L’università a modo mio. Esperienze e stili di vita degli studenti universitari, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2022.

Prefazione di Maria Cristina Messa (già Ministro dell’Università e della ricerca).

Postfazione di Luigi Leone Chiapparino (Presidente del Consiglio Nazionale Studenti Universitari – CNSU).

Gli autori

Sara Nanetti e Giuseppe Monteduro (curatori), Michele Bertani, Matteo Moscatelli, Daria Panebianco, Livia Petti, Davide Ruggeri.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Edizioni Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Giovani del Sud: Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno d’Italia” di Del Pizzo Leone e Sironi (Vita e Pensiero, 2020)

Virus Antropocene e Reincantamento del Mondo “Il mondo che avrete” di Aime Favole e Remotti (UTET, 2020)

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018)

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare i suburbi di periferia (Giulio Perrone Editore, 2017)


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Un singolare esempio di politica dell’oblio: “Gli spettri del Congo” di Adam Hochschild

04 martedì Apr 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AdamHochschild, Garzanti, GlispettridelCongo, recensione, saggio

Nel momento esatto in cui Adam Hochschild scopre l’esistenza del movimento mondiale contro la schiavitù in Congo – di cui ha fatto parte, tra gli altri, lo scrittore Mark Twain – si chiede come sia stato possibile che ne fosse rimasto tanto a lungo all’oscuro. Una pratica che aveva mietuto da cinque a otto milioni di vittime. Le statistiche sugli stermini sono spesso difficili da confermare. Se la cifra esatta fosse anche solo la metà il Congo sarebbe comunque stato il teatro di una delle maggiori stragi dell’epoca moderna. Eppure non ha mai fatto “tanta notizia”. 

Gli spettri del Congo di Adam Hochschild è la storia di quel movimento, del selvaggio crimine che ne rappresenta il bersaglio, del lungo periodo di esplorazioni e conquiste che lo precedette e del modo in cui il mondo ha dimenticato, o ignorato, una delle grandi stragi del recente passato. 

Dietro l’entusiasmo europeo si celava non di rado la speranza che l’Africa diventasse una fonte di materie prime per la Rivoluzione industriale. Ma agli europei piaceva pensare di avere motivazioni più nobili. In particolare, i britannici credevano fermamente di dover portare la “civiltà” e il cristianesimo agli indigeni. 

L’autore sottolinea come una delle esperienze più inquietanti per chi si recava nell’allora Unione Sovietica era passeggiare lungo le ampie gallerie del Museo della rivoluzione in via Gorky, a Mosca. Vi erano esposte centinaia di fotografie e dipinti di rivoluzionari con il colbacco che facevano capolino da dietro barricate coperte di neve, innumerevoli fucili, mitragliatrici, bandiere e vessilli e una vasta collezione di altre reliquie e documenti, senza che vi fosse alcuna traccia dei venti milioni di cittadini sovietici morti nei sotterranei delle esecuzioni, durante carestie provocate dall’uomo e nei gulag.

Oggi quel museo moscovita ha subito cambiamenti che i suoi creatori non avrebbero mai immaginato. All’altro capo dell’Europa, invece, ce n’è uno che non è cambiato affatto: il Museo reale dell’Africa centrale e Bruxelles. In nessuna delle venti ampie gallerie del museo ci è traccia dei milioni di congolesi rimasti vittime di una morte crudele. E Bruxelles non è la sola. 

A Berlino non vi sono musei o monumenti in ricordo degli herero massacrati, mentre a Parigi e Lisbona nulla rievoca il terrore della gomma che decimò metà delle popolazioni di alcune zone dell’Africa francese e portoghese. 

Il Congo diventa nel libro di Hochschild un esempio di politica dell’oblio. Un simbolo, un faro che va a illuminare anche le altre innumerevoli “dimenticanze”. 

Dopo aver letto Gli spettri del Congo viene naturale chiedersi quanto siamo diversi noi occidentali oggi, rispetto agli inglesi convinti di dover civilizzare il mondo. 

Quella compiuta da Adam Hochschild è un’approfondita e dettagliata analisi di un sostanzioso periodo storico, che inizia sul finire del 1800, e riguarda molteplici popoli dislocati in varie parti del mondo, uniti da una linea rossa che li lega insieme e, al contempo, li divide. Un libro che racconta la Storia che molti non hanno mai voluto vedere e altri hanno preferito dimenticare. Un libro tanto cruento e brutale quanto veritiero e necessario.

Il libro

Adam Hochschild, Gli spettri del Congo. La storia di un genocidio dimenticato, Garzanti, Milano, 2022.

Titolo originale dell’opera: King Leopold’s Ghost.

Traduzione dall’inglese di Roberta Zuppet.

L’autore

Adam Hochschild: è uno scrittore, giornalista e storico statunitense. Con Gli spettri del Congo ha vinto il Duff Cooper Prize.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Garzanti Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


Articolo pubblicato su Articolo21.org


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