L’impatto delle tecnologie digitali ha creato in innumerevoli modi un clima di dinamiche competitive e di consumo in rapida evoluzione, di maggiore imprevedibilità e con sempre nuovi operatori che destabilizzano il mercato, ciò nonostante molte aziende rimangono bloccate.
Bloccate da modi di lavorare obsoleti che impediscono di muoversi velocemente. Da strutture nate in un’altra epoca che ostacolano l’agilità e la collaborazione orizzontale. Da processi che rendono difficile, se non impossibile, un’innovazione coraggiosa. Da culture che premiano il conformismo e lo status invece dell’imprenditorialità e dell’originalità. Da impostazioni che esaltano l’efficienza più dell’apprendimento.
Le strutture attuali e i modi di pensare dominanti sono l’eredità di un ambiente molto differente e non sono più idonei nel mondo attuale. Ogni tipo di azienda ha, secondo l’analisi condotta da Neil Perkin, l’urgente necessità di trasformarsi per diventare molto più flessibile e reattiva di fronte alla rapidità del cambiamento.
Negli ultimi anni, l’esperienza del cliente è al centro dell’attenzione per le organizzazioni dei settori più disparati. Poiché sempre più prodotti diventano servizi e anche i beni fisici vengono arricchiti dall’interazione di servizi guidati da software, l’attenzione operativa di molte organizzazioni si sta spostando dal rendimento della catena del valore a ecosistemi di valore in cui l’esperienza del cliente diventa una componente cruciale.
Sottolinea l’autore come l’attuale trasformazione digitale e aziendale sia ben lungi dall’essere un processo lineare con un inizio, una parte centrale e una fine. La traiettoria dovrebbe invece essere orientata verso la creazione di un nuovo tipo di organizzazione che è, di per sé, progettata intorno al cambiamento continuo e alla capacità di rispondere a contesti in rapida evoluzione.
La trasformazione agile mette le persone al primo posto, la tecnologia al secondo. Ma questo non deve sminuire l’importanza di dati e tecnologia come fattori catalizzatori di agilità e cambiamento. Perkin consiglia alle aziende di riflettere sulle risorse a loro disposizione e sulle strategie tecnologiche non solo rispetto alle capacità di cui hanno bisogno al momento ma anche e rispetto a ciò di cui avranno bisogno in futuro.
È molto importante che le persone riconoscano il senso del loro lavoro, così come è molto dannoso che non capiscano lo scopo di quello che fanno ogni giorno. Quando il personale è consapevole del risultato del suo lavoro, quando sa di creare un valore reale e tangibile, quando può constatare progressi visibili nell’apprendimento e nei risultati, i dipendenti si sentono più motivati, sono più produttivi e sono più soddisfatti.
Il bullshit jobs è una forma di lavoro retribuito che è così completamente inutile, superflua e perniciosa che nemmeno i lavoratori possono giustificarne l’esistenza anche se, come parte delle condizioni di impiego, i lavoratori si sentono obbligati a fingere che non sia così.1
Graeber la considera una grande tragedia. Una situazione che genera risentimento e persino una rabbia silenziosa tra il grande numero di persone che lavorano duramente, più di quanto dovrebbero, svolgendo mansioni che segretamente credono non dovrebbero neanche esistere.
Per Perkin, esisterebbe una regola generale nella nostra società per la quale quanto più è evidente che un determinato lavoro va a beneficio di altre persone, meno è probabile che venga pagato bene.
Nonostante questo quadro tragico, le aziende si permettono di essere significativamente svantaggiate da dipendenti poco coinvolti e sotto-performanti, perché non riescono a dare un senso al lavoro del loro personale e a collegare il suo contributo a risultati visibili, al miglioramento delle prestazioni aziendali, al progresso e all’apprendimento.
Le aziende che riescono a coinvolgere pienamente il personale e a creare questa connessione possono beneficiare di un entusiasmo e di una motivazione che creerà un vantaggio autentico, idee migliori e risultati più creativi e produttivi.
Nella prefazione al libro, Marco Calzolari afferma che in breve si è passati dal considerare l’agile come strumento per identificare e risolvere un problema al ritenerlo un obiettivo per ottenere un successo a prescindere dalla quantità di esperimenti, tempo e sforzo necessari per ottenerlo.
L’unico componente in grado di affrontare efficacemente la complessità attuale delle aziende non è l’agile, sono gli esseri umani.
Toyota riuscì a sviluppare la vettura Prius rendendola disponibile sul mercato in metà del tempo solitamente considerato necessario nel settore automotive per il lancio di un nuovo modello. E ciò è stato possibile grazie al metodo obeya. I principi ispiratori dell’obeya, che derivano dalla filosofia lean, si possono ritrovare in agile.
Toyota ha avuto molto successo nel creare un modo sistematico di lavorare, coltivando la sua cultura del miglioramento continuo e incoraggiando il rispetto per le persone. I leader devono lavorare continuamente al proprio sviluppo, ma anche supportare e incoraggiare i membri del loro team a fare lo stesso.
Fujio Cho – presidente della Toyota – una volta disse: «prima costruiamo persone, poi costruiamo automobili».2
Ricorda Calzolari che, In Italia, la diffusione di agile ha attraversato essenzialmente tre fasi. Dalle aziende che realizzavano prodotti software si è passati all’estensione delle pratiche agili alle startup per giungere così alla terza ondata iniziata a partire dal 2015, all’incirca quando le grandi aziende di consulenza hanno pubblicato i primi casi studio sulle loro applicazioni di framework di agile scaling nelle multinazionali. Una fase ancora in divenire e che porterà alla successiva, più matura e consapevole delle reali potenzialità dell’universo agile.
Il libro
Neil Perkin, Agile transformation. Sopravvivere, svilupparsi e competere nell’era digitale, GueriniNext, Milano, 2023.
Edizione italiana a cura di Marco Calzolari.
Titolo originale: Agile Transformation. Structures, Processes and Mindsests for the Digital Age.
La plasticità della memoria fa sì che essa ristrutturi se stessa per consentirci di giocare con i ricordi a seconda di quel che a noi conviene. È l’informazione genetica a costituire la struttura materiale che consente al sistema di funzionare, e il suo viaggio attraverso il cervello rappresenta la danza essenziale sottesa a ogni ricordo.
La durata della memoria umana è spesso nell’ordine di anni o di decenni, mentre è opinione corrente che tutte le molecole del nostro corpo, con l’eccezione del Dna, abbiano un turnover di giorni, settimane, al massimo mesi.
Come può la memoria essere conservata nel cervello con un meccanismo che sia indipendente dal turnover delle molecole?
Ecco allora che per Andrea Levi risulta sempre più evidente che la memoria, che inizialmente si pensava essere conservata per mezzo del solo rafforzamento dei circuiti neuronali, richiede anche la trascrizione del Dna, oltre la sintesi di Rna e di proteine.
A costituire la materia della nostra identità è dunque l’insieme di ciò che abbiamo appreso e più o meno consapevolmente ricordiamo, in aggiunta al nostro patrimonio genetico e ad alcune caratteristiche innate quali il carattere e le capacità cognitive.
Ogni esperienza è un’educazione, nella misura in cui crea e porta alla luce nuove caratteristiche dell’io, dando loro linfa vitale.
Come le onde marine, i ricordi bagnano il corpo di chi li evoca ma non si lasciano trattenere dalle sue mani. Come il mare, la memoria si estende vasta e indefinita, apparentemente intangibile, ma in verità composta da una materia precisa, ordinata compatta.
Utilizza questa metafora Levi per rendere l’idea di quanto sia in realtà potente la memoria, apparentemente intangibile eppure così concreta. Ci accorgiamo della forza del ricordo ogni qual volta lo vediamo causa del nostro ridere o piangere.
Ma di cosa è fatta la memoria? Anch’essa, come le onde, sembra a prima vista composta di una materia liquida, che ci scivola addosso. D’altra parte, però, il corpo della memoria è perfettamente solido. Ogni ricordo è reso possibile da un vasto insieme di micro-entità vive, reattive e tridimensionali, ognuna delle quali ha una propria specifica fisicità.
I circuiti neuronali costituiscono l’hardware determinato dall’informazione contenuta nel Dna durante lo sviluppo umano. La plasticità sinaptica – ossia la forza delle connessioni tra i neuroni, che varia al variare dell’attività cellulare – rappresenta invece il software, dal quale deriva l’abilità di memorizzare una specifica informazione e non un’altra.
Genetica dei ricordi indaga sul legame tra la parte più immateriale di noi, la memoria, e quella più infinitesimale, le nostre cellule.
Fin dall’antichità, la memoria è stata considerata una delle tre facoltà che caratterizzano l’uomo, insieme alla volontà e all’intelletto. Differentemente dai più semplici riflessi motori, infatti, tutte le attività cognitive necessitano di creare, consolidare e rievocare ricordi. Fin dal secolo scorso è stata postulata l’esistenza di microcircuiti neurali specifici che fungessero da substrato e traccia per la memoria. Grazie agli enormi progressi delle tecniche di neuroimaging degli ultimi dieci anni, tali unità fondamentali – chiamate engram – sono state mappate in vivo in alcuni laboratori.
Il processo di consolidamento della memoria da breve a lungo termine, alla base dell’engram, può essere emulato con successo anche in substrati artificiali. Per ottenere tale risultato, i ricercatori hanno utilizzato connettomi di nanofili (nanowires) memresistivi, cioè reti connesse su scala nanometrica – la stessa delle sinapsi biologiche – che mostrano le tipiche funzioni neurali.1
Lo psicologo americano Endel Tulving ha sostenuto che ricordare significa viaggiare nel tempo, un tempo mentale ovviamente, che segna il trascorrere della nostra vita e determina la continuità della nostra identità personale. L’idea del ricordo come “viaggio mentale nel tempo” mette in luce un aspetto fondamentale del funzionamento della memoria umana: ciò che chiamiamo “ricordo” è fatto di elementi diversi – immagini, suoni, odori, emozioni – che derivano dal funzionamento di sistemi mnestici differenti ma in interazione tra loro. Il collante siamo noi stessi, è la nostra soggettività. Per essere vissuta come “ricordo” l’informazione deve essere recuperata in un preciso tempo e luogo e con un riferimento a se stessi in quanto partecipanti all’episodio.
Nel linguaggio comune, il termine “ricordare” può avere un duplice significato: possiamo recuperare dalla nostra memoria fatti ed episodi del passato, quindi quello che abbiamo già vissuto, oppure possiamo ricordare i piani, le intenzioni, le azioni che svolgeremo in futuro. Tecnicamente si parla di memoria retrospettiva nel primo caso e memoria prospettica nel secondo.2
Ma la memoria non è solo ciò che siamo in grado di ricordare consapevolmente del passato, è l’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato influenzano le risposte future. I circuiti cerebrali “ricordano” e apprendono dalle passate esperienze attraverso un’accresciuta probabilità di attivazione di determinati pattern di eccitazione, cui conseguono delle modificazioni sinaptiche sia in senso quantitativo sia di localizzazioni. Il ricordo è il risultato della costruzione di un nuovo profilo di eccitazione neuronale, che presenta le caratteristiche proprie particolarmente intense e traumatiche.
La memoria esplicita ha tra le sue caratteristiche essenziali il suo opposto: la possibilità di dimenticare. In questo modo non memorizza tutto ciò che ci accade, ma particolari eventi e in questo meccanismo di selezione sicuramente le emozioni svolgono un ruolo fondamentale, perché attivatrici o inibitrici dei complessi sistemi cerebrali.3
In senso stretto, quindi, si intende per memoria la facoltà umana di conservare le tracce delle esperienze passate e di avere accesso ad esse – almeno in parte – mediante il ricordo. Nel senso più ampio possibile, invece, la memoria può essere intesa come la capacità di un sistema complesso – vivente o artificiale – di immagazzinare informazioni relative a situazioni ed eventi che si succedono nel corso del tempo, modificando così la propria struttura in modo tale che la reazione a situazioni ed eventi successivi è influenzata dalle acquisizioni precedenti.
La memoria storica è una forma di memoria “speciale”, quella che conserva rappresentazioni di avvenimenti, persone, situazioni o oggetti di cui il soggetto non ha avuto esperienza diretta, ma che appartengono a un passato che ha preceduto la sua vita, e di cui possiede dunque una memoria mediata da racconti altrui. La memoria storica svolge la funzione di collocare i soggetti nel tempo della storia.4
È possibile che ci sia una regione del Dna – o forse un Rna – che codifica per ciascuna spina sinaptica e che questa sia modificata quando è necessario alterare la forza di quella sinapsi. Per Levi, questa ipotesi di Francis Crick, Nobel per la medicina nel 1962, non è tanto lontana dal vero.
Esistono casi in cui quei cambiamenti strutturali e funzionali delle sinapsi che sono alla base della Ltp – Lipid transfer protein – possono essere persi e poi riformati, garantendo tuttavia il mantenimento dell’engramma e quindi dell’evento memorizzato. Questo implica che l’informazione necessaria per potenziare il circuito in questione deve essere immagazzinata in qualche modo dai neuroni, ma non nelle sinapsi in quanto, una volta persi, i cambiamenti funzionali e strutturali non potrebbero rigenerarsi da soli.
Gli esperimenti più convincenti a sostegno dell’esistenza di meccanismi molecolari per la conservazione delle memorie presenti all’interno dei neuroni ma al di fuori delle sinapsi sono stati compiuti utilizzando topi modificati con opportune tecniche di ingegneria genetica, i Trap – Target recombination in active populations.
Bisogna guardare ai meccanismi epigenetici. Stando all’ipotesi epigenetica della memoria, questi stessi meccanismi molecolari possono permettere ai neuroni che fanno parte di un engramma di “ricordare” quali proteine specifiche essi avevano sintetizzato durante la Ltp e in che modo avevano modificato le sinapsi. In altre parole, permetterebbero di riformare le connessioni rafforzate tra i neuroni che incarnano la memoria.
Tutte le cellule del nostro corpo, con poche eccezioni, condividono il medesimo patrimonio genico, ossia la sequenza del Dna, ma ogni tipo di cellula esprime il suo repertorio specifico di proteine.
Una lunga serie di esperimenti ha dimostrato che interferire con meccanismi epigenetici nell’animale inibisce la L-Ltp e, più in generale, la formazione di memorie a tempi lunghi.
Col tempo, l’engramma di una memoria esplicita è maturato in modo tale da far sì che parte dell’informazione finisca per risiedere in regioni diverse dell’ippocampo.
Secondo la teoria standard del consolidamento di sistema, rievocare più e più volte delle memorie di antica fattura consentirebbe di ristrutturare i circuiti neuronali al punto tale da automatizzarli rispetto all’ippocampo. Le memorie di nascita più recente, al contrario, non riuscirebbero a completare il consolidamento, mantenendosi perciò dipendenti dall’ippocampo e alterandosi in caso di un suo danneggiamento.
La teoria delle molteplici facce – multiple trace theory – afferma che ricordare un evento equivale a riscriverlo, cosicché a ogni rievocazione corrisponde la nascita di nuovi engrammi. E ciò si avvicina molto all’idea dell’autore per cui ricordo e vita sono affini. Il ricordo è una vita reiterata.
Il libro
Andrea Levi, Genetica dei ricordi. Come la vita diventa memoria, Il Saggiatore, Milano, 2023.
1G. Milano, A. Cultrera, L. Boarino, L. Callegaro, C. Ricciardi, Tomography of memory engrams in self-organizing nanowires connectomes, Article number: 5723 (2023), Nature Communications.
2M.A. Brandimonte, Sistemi di memoria, in V. Girotto, M. Zorzi (a cura di), Manuale di Psicologia generale, Il Mulino, Bologna, 2016.
3S. Domenichetti, La memoria: tra il ricordo e la perdita, Journal of Psychopathology, 4-2003
4P. Jedlowski, Memoria, esperienza, modernità. Memorie e società nel XX secolo, Franco Angeli, Milano, 2002.
Cosa significa lasciare il luogo in cui siamo cresciuti? Chi diventiamo? Com’è spostarsi e vivere regolarmente fra più luoghi, paesi, persone? Esistono identità senza dimora?
Partendo da questi interrogativi e dalle proprie esperienze gli autori compiono un viaggio all’interno dei loro spostamenti continui attraverso l’Italia, che li hanno condotti dal luogo di nascita a quello di lavoro, e viceversa, per anni, decenni. Esperienze che hanno maturato in loro certezze diverse da quelle che avevano originariamente. Servite ad abbattere stereotipi e formare coscienze. A livellare aspetti del nostro paese solo in apparenza diversi e, in un certo qual modo, ad unire le differenti zone. Protagoniste dell’annosa e farraginosa contrapposizione tra Nord e Sud Italia.
Ma il libro di Jedlowski e Cerulo non parla, se non marginalmente, della questione meridionale. È un libro sul viaggiare. Sulle vite mobili di coloro che si spostano frequentemente per lavoro, affetti, famiglia. Non pendolari quotidiani ma viaggiatori regolari. Un libro che parla dell’attaccamento alla propria terra, qualunque essa sia, e al malessere dell’allontanamento.
Lévi-Strauss ha più volte dimostrato l’importanza “vitale” per un gruppo etnico del proprio spazio culturalmente concepito e interiorizzato, del proprio landscape, punto di orientamento e piano capace di sostenere il sapere, le relazioni e la memoria storica di una comunità.1
Il legame comunità-villaggio è rapporto esistenziale, il quale mette in gioco fattori emotivi e affettivi: lo sradicamento da esso comporta un malessere, un “male del ritorno”, un’assenza di luogo che De Martino indica come “angoscia territoriale”.2
Il “male del ritorno” colpisce gli individui costretti a lasciare il proprio luogo di nascita, il proprio spazio del vissuto facendo così l’esperienza di una presenza che non si mantiene davanti al mondo, davanti alla storia.3
Il nucleo fondante della riflessione demartiniana è rappresentato dal concetto di “crisi della presenza”, vale a dire quel rischio di dissoluzione dell’equilibrio esistenziale a cui si è legati e che, culturalmente, può trovare un orizzonte di risoluzione in un insieme di tecniche volte a riscattare l’uomo dalla crisi, per riaffermare il proprio “esserci al mondo”.4
La “crisi” che hanno affrontato Jedlowski e Cerulo non è solo e non è tanto personale quanto generale, connessa con il periodo storico, iniziato nella seconda metà del Novecento e che ancora continua, che ha prodotto questi lavoratori in viaggio continuo, soprattutto ma non solo professori e ricercatori universitari, in perenne spostamento fra i vari atenei, nelle diverse città, nelle differenti zone del Paese. Anche oltre confine.
Il legame con il luogo natio non cessa ma l’incontro con il nuovo spesso diventa occasione di “rinascita”, se non altro scoperta di un altro modo di essere. E allora il ritorno può avere un impatto ancor più forte, dal punto di vista emotivo. Perché si è diventati altro rispetto a prima. E si guarda al proprio mondo con occhi diversi, nuovi. Come accaduto per Cerulo.
Uno dei motivi più ricorrenti che spinge le persone a spostarsi è il desiderio di migliorare la propria posizione lavorativa, in modo da avere l’opportunità di costruirsi un futuro migliore. Alla base degli spostamenti degli autori vi è anche questo. Studio e lavoro sono stati i principali propulsori. Il futuro l’obiettivo.
Il futuro oggi assume nuova dimensione e diverse forme. Suscita molte paure ma, visto che l’uomo, come creatura simbolica, non può vivere senza una certa coscienza degli altri e dell’avvenire, suscita anche attese ricorrenti, speranze e utopie. Se è vero che sempre meno abbiamo a disposizione proiezioni socio-politiche di ampio respiro cui riferirci, probabilmente proprio per questo l’assenza di rappresentazioni del futuro precostituite ci offre un’effettiva possibilità di concepire dei cambiamenti alimentati dall’esperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a convertirci a una sorta di esistenzialismo politico e pratico.5
E così che Jedlowski, vincendo tutti i tentennamenti magari anche un po’ viziati dal pregiudizio, decide di lasciare il suo Nord e raggiungere l’estremo Sud, accettare un lavoro all’Università della Calabria e scoprire di essere riuscito a dare di più ai suoi figli, in termini di qualità della vita, rispetto alla scelta opposta che lo avrebbe visto rimanere a Milano. Non che non ci siano problemi o difficoltà ma vedere i suoi figli giocare liberi nell’orto botanico dell’Università con entrambi i genitori a pochi metri di distanza, sempre tutti insieme è per certo qualcosa che li ha aiutati ad avere un’infanzia serena.
L’ambiente in cui si vive costantemente sottopone le persone all’influenza di diversi stimoli e sensazioni, in grado di produrre effetti differenti sul modo di agire e, di riflesso, sul modo di essere. Dal momento che noi siamo esseri incarnati e che il nostro abitare il mondo è innanzitutto un abitare il corpo, è fondamentale reimparare a esserci con il corpo. Attraverso l’attività sensoriale che lo tiene intimamente intrecciato al mondo, il corpo vivente è fonte della forza vitale dalla quale la vita cognitiva trae il suo nutrimento. Quando la vita fluisce attraverso il corpo sta in una relazione eco-sistemica equilibrata con l’ambiente circostante, si traduce in un arricchimento della vita della mente.6
A coloro i quali gli chiedevano come fosse vivere al Sud, Jedlowski ha sempre risposto con una precisazione: dove intendi esattamente? Il Sud non è un marasma indistinto, ma un collage di realtà, luoghi, tradizioni, culture. Ambienti che regalano gioia o dissapori in chi li vede, anche per il modo stesso in cui vengono osservati e percepiti.
Cerulo sottolinea come, vivendo al Nord, si costruisce una identità sociale e professionale che rischia di essere confusa o addirittura venire meno quando si ritorna al Sud. Qui, infatti, si riscoprono i ruoli di figlio, fratello, nipote. Ci si ritrova esposti al rischio di una disgregazione delle altre identità costruite viaggiando e vivendo in altri luoghi.
Sia la pratica del restare sia la riflessione su quelli che restano potrebbero apparire l’antitesi del viaggiare, del mettersi in discussione, della disponibilità alla scoperta, all’incontro. È davvero possibile separare l’esperienza del viaggiare da quella del restare e davvero il restare significa arroccarsi in un fortino chiuso o esiste anche una maniera spaesante di restare?
L’emigrazione è da sempre una strategia evolutiva fondamentale, sia sotto il profilo biologico che culturale. Non bisogna però pensare all’uomo migrante sempre consapevole del luogo in cui sta andando e di quello che accadrà.
Con l’emigrazione, gli abitanti del paese uno e quelli del paese due diventano altri altri rispetto a prima. Il paese due si trasforma in luogo reale e mitico a cui sono rivolti sogni, desideri, speranze, paure, pensieri di coloro che non sono partiti. La nostalgia assume contorni rigenerativi. Gli emigrati che sembrano guardare al passato, in realtà creano un nuovo mondo. A partire non sono soltanto gli emigrati, ma anche quelli che restano. Non si resta, non si parte e non si torna mai del tutto. Proprio la lontananza e l’erranza di chi è rimasto possono favorire oggi un nuovo modo, critico, problematico, di intendere la relazione tra sé e il mondo. Per mille ragioni anche il restare – di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare.7
La particolarità del libro di Jedlowski e Cerulo non risiede tanto nel fatto che si tratta di un’indagine, una ricerca che indaga i territori, gli spostamenti, le implicazioni locali e nazionali attraverso il racconto del proprio vissuto. Quanto nel modo in cui essi affrontano l’indagine stessa e la sua narrazione. A una lettura poco attenta potrebbe sembrare un libro “semplice” o un “semplice” libro che racconta due storie. In realtà, in Spaesati non vi è nulla di così semplice. Si tratta di un libro che nasconde un mondo di conoscenze e di esperienze che aspettano solo di essere svelate, di essere lette.
Il libro
Paolo Jedlowski, Massimo Cerulo, Spaesati. Partire, tornare tra Nord e Sud Italia, Il Mulino, Bologna, 2023
1Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, Il Saggiatore, Milano, 2015.
2Gianluca Ceccarini, Antropologia del paesaggio: il landscape come processo culturale, Diritti Mediazione e Psiche – Rivista di Scienze Sociali, n° 9 anno 2014.
3Ernesto De Martino, Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito Achilpa delle origini, Dedalo Libri, Bari, 1951.
4Alessandro D’Amato, La domesticità demartiniana. Un caso di “resistenza” culturale, Dialoghi Mediterranei – Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, 1 maggio 2019.
6M. Antonietti, F. Bertolino, M. Guerra, M. Schennetti (a cura di), Educazione e natura. Fondamenti, prospettive, possibilità, Franco Angeli, Milano, 2022.
7Vito Teti, La restanza, Scienze del Territorio, n° 7, Firenze University Press, 2019.
I rapporti tra Cina, Europa e Stati Uniti sono diventati cruciali per il mondo intero e il confronto con il grande Paese asiatico sta ridefinendo la stessa identità dell’Occidente.
In Occidente, al centro di molte narrazioni c’è l’ascesa cinese. Il XXI secolo si dice sarà, anzi è già il secolo dell’Asia.
L’altra faccia di questa ascesa cinese, nelle medesime narrazioni, è il declino dell’Occidente.
Per Giovagnoli e Giunipero si tratta di narrazioni che, per lo più, ispirano paura, spingono alla diffidenza, alimentano l’ostilità.
Emblematico il caso che vuole il raffronto tra la situazione odierna e i contrasti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Si parla quindi di nuova Guerra fredda, proponendo un’analogia con un precedente storico ancora presente nella memoria collettiva. Ciò suggerisce una continuità che invece è stata spezzata dalla caduta del Muro di Berlino e dalle dinamiche impetuose di grandi processi globali.
Per gli Stati Uniti è ancora più importante che parlare di Guerra fredda evochi una stagione di indiscussa egemonia degli Usa sull’Occidente e su gran parte del mondo.
Inoltre, la Guerra fredda si è conclusa con l’implosione dell’antagonista storico – il blocco sovietico – in un apparente trionfo occidentale, di buon auspicio in una nuova stagione di confronto tra grandi forze contrapposte.
Ma le differenze tra le due situazioni storiche, nonostante i tentativi di confronto, permangono.
Il teatro principale della grande contrapposizione tra Est e Ovest del XX secolo è stato l’Europa, mentre il terreno cruciale dell’attuale conflitto tra Occidente e Cina è soprattutto in Asia.
Pur avendo tenuto il mondo in sospeso per decenni con la possibilità di uno sbocco disastroso, la Guerra fredda ha plasmato un sistema di relazioni internazionali, provvisorio ma relativamente stabile, finalizzato a evitare il disastro di una terza guerra mondiale. Tale esito, invece, ricordano i curatori, non è garantito dalla nuova situazione del XXI secolo e l’inattesa guerra in Ucraina ha rappresentato un inquietante segnale di allarme in questo senso.
Indubbiamente, diversi problemi politici, economici, strategici che rendono difficili i rapporti sino-occidentali sono davvero di grandi proporzioni e di difficile soluzione ma appaiono per certo aggravati e a volte resi irrisolvibili da un crescente rifiuto di conoscere e accettare le differenze culturali.
Negli ultimi anni un crescente senso di rigetto ha indotto i Paesi occidentali a raffreddare i contatti culturali e a ostacolare le istituzioni che perseguono la conoscenza storica, linguistica, culturale dell’universo cinese, vedendo in tali contatti e in tali istituzioni strumenti di propaganda e di spionaggio da parte della Repubblica popolare cinese. Non meno diffuso è un senso di forte antagonismo da parte cinese in particolare verso gli Stati Uniti, e anche in Cina sono numerosi i pregiudizi e gli stereotipi che impediscono di comprendere il mondo occidentale.
Tutto ciò complica in modo pericoloso grandi questioni che sono già in sé molto difficili, come la cooperazione nel campo della trasformazione energetica, la digitalizzazione – in particolare riguardo la raccolta e il controllo dei dati personali -. la questione di Taiwan e la guerra in Ucraina.
Nessun paese al mondo, neanche una superpotenza può pensare di affrontare da solo questioni come il climate change o la trasformazione energetica. Oppure di risolvere questione territoriali solo in apparenza locali.
Nella prospettiva di Pechino, l’indipendenza de facto di Taiwan come Repubblica di Cina è un’anomalia che deriva da un passato coloniale e nel lungo termine andrà inevitabilmente cancellata.
Per gli Stati Uniti invece rappresenta uno snodo cruciale per il mantenimento della loro proiezione nel Pacifico, a presidio della prima catena di isole.
Taiwan ha una rilevanza fondamentale anche sotto il profilo commerciale. Nonostante le piccole dimensioni, Taipei è il nono partner commerciale di Washington. Nonostante le tensioni politiche e militari, anche tra Taipei e Pechino il legame commerciale è saldissimo. La maggior parte dei quasi 200 miliardi di dollari di esportazioni taiwanesi verso la Cina sono componenti poi utilizzati nelle esportazioni cinesi. L’importanza economica di Taiwan non è solo quantitativa, ma anche qualitativa. Soprattutto sul fronte tecnologico, con il fondamentale settore dei semiconduttori che è letteralmente dominato a livello globale dai colossi taiwanesi che controllano da soli il 60 per cento dello share globale del comparto di fabbricazione e assemblaggio. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, che collabora sia con Washington sia con Pechino, pesa da sola oltre il 50 per cento.
Dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno individuato nella Cina la più seria sfida contro loro stessi e l’ordine internazionale a guida americana. Per questo motivo, gli Usa hanno dato avvio a una competizione contro la Cina, al fine di contenerla e prevalere su di essa. Per fare ciò, hanno provato a ritirare le proprie forze armate dalle altre aree per concentrarle nella zona dell’Indo-Pacifico in funzione anti-cinese. Il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan è l’esempio migliore di questa politica.
Dopo l’elezione di Joe Biden, l’amministrazione americana ha realizzato che gli Stati Uniti da soli non sono in grado di contenere la Cina, ma necessitano del sistema di alleanze da loro guidato, perché in questo risiede la loro forza e potenza.
Questa situazione ha creato un grande divario tra le aspirazioni strategiche di Washington e le sue capacità strategiche. In altre parole, continua Huang Jing nel suo contributo, quello che gli Stati Uniti sono in grado di fare è inferiore a ciò che vogliono fare.
Putin e i suoi consiglieri hanno visto in questo una buona opportunità per lanciare un’offensiva e difendere la linea rossa della sicurezza nazionale russa.
Dal momento che la Guerra fredda è finita non vi sarebbe necessità di continuare a mantenere operativa la Nato visto che il Patto di Varsavia, ovvero il motivo per cui essa è stata fondata, è crollato agli inizi degli anni Novanta. La perdurante persistenza della Nato e il suo ampliamento verso Est sono interpretati dalla Cina come un comportamento da Guerra fredda. Ovvero, per la Cina gli Stati Uniti e la Nato hanno tanta responsabilità quanta ne ha la Russia per la tragedia che si sta verificando nel cuore dell’Europa.
La Cina sta provando a proiettare nel mondo esterno un’immagine e una percezione di se stessa come distributore di bene pubblico, un Paese costruttore e amante della pace che sta tentando di contribuire al villaggio globale.
Per contro la Russia è una potenza globale non tanto per le sue capacità di contribuire costruttivamente, quanto piuttosto per il suo potenziale di distruzione di massa.
Dal punto di vista cinese, l’intero villaggio globale deve lavorare insieme. I paesi europei, in particolare, devono giocare un ruolo decisivo e di guida per condurre alla fine di questa guerra e tentare ciò attraverso negoziati.
Il libro curato da Giovagnoli e Giunipero è un collettivo di contributi che analizzano il tema partendo da varie angolazioni, alcuni in maniera diacronica, altri sincronica. Dal quadro complessivo emerge comunque la rete di collegamenti e interdipendenze, ormai pressoché ineliminabili, tra i vari attori e agenti del villaggio globale. Con gli operatori culturali e accademici basiti dai tentativi di escludere e marginalizzare l’una o l’atra cultura come conseguenza diretta di azioni politiche, strategiche o militari. Addirittura tentativi di strumentalizzare politicamente le relazioni culturali e accademiche, nonostante la resistenza degli attori culturali e accademici che rivendicano l’indipendenza e l’internazionalità di un libero mercato.
Il libro
Agostino Giovagnoli, Elisa Giunipero (a cura di), Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare, Guerini e Associati, Milano, 2023.
I curatori
Agostino Giovagnoli: docente di Storia della storiografia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Elisa Giunipero: docente di Storia della Cina moderna e contemporanea e direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Quando è iniziato il fenomeno dell’incarcerazione di massa e perché? Ha risolto o migliorato in qualche modo i problemi legati a violenza e criminalità?
L’incarcerazione porta alla penitenza e alla redenzione? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?
Questi sono gli interrogativi principali a cui Victoria Law cerca di dare una risposta indagando a fondo su quelli che sembrano ormai solo dei vecchi miti da sfatare legati all’utilità dell’incarcerazione e dell’isolamento laddove a questi non seguono o concorrono ulteriori e approfonditi percorsi di reintegro sociale e comunitario, di studio e formazione, di riabilitazione e, soprattutto, di aiuto alle vittime e alla comunità che hanno subito i danni di azioni violente e/o criminali.
Sebbene gli Stati Uniti rappresentano solo il 5 per cento della popolazione mondiale, detengono quasi il 25 per cento dei prigionieri del mondo, con circa 2.3 milioni di persone detenute dietro le sbarre.
Al 31 gennaio 2022, erano 981.575 i detenuti negli Stati membri del Consiglio d’Europa, dato equivalente a un tasso medio di popolazione carceraria pari a 104 detenuti ogni 100mila abitanti. In generale, i paesi dell’Europa orientale e della regione del Caucaso, mostrano tassi di popolazione carceraria notevolmente elevati rispetto alle loro controparti dell’Europa occidentale e settentrionale.1
Sin dagli anni ’80, i paesi scandinavi sono spesso citati come esempi di politiche carcerarie efficaci, in particolare la Finlandia viene indicata come un modello per ridurre la popolazione carceraria.2
Victoria Law sottolinea, invece, che si può facilmente constatare, osservando la storia delle carceri negli Stati Uniti, quanto il sistema di incarcerazione di massa non abbia dei problemi o sia corrotto, piuttosto che funzioni esattamente per come è stato progettato: spazzare via i problemi della società e tutti coloro che sono giudicati problematici, nasconderli dietro a cancelli e mura dove saranno visibili a pochi.
La reclusione come punizione è iniziata con l’apertura della prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773. Nel 1790 la prigione aggiunse un nuovo blocco di celle, la Penitentiary House. Ecco allora, sottolinea Law, l’inizio di un nuovo modello: l’incarcerazione come penitenza.
Il penitenziario fu progettato per ispirare o costringere la penitenza in coloro che avevano infranto la legge, prevalentemente mediante l’isolamento completo. Ancora oggi, le prigioni e le carceri negli Stati Uniti, e non solo, ricorrono regolarmente alla pratica dell’isolamento prolungato per punire più severamente le persone detenute.
Già nel 2011 un Rapporto del CPT del Consiglio d’Europa sottolineava quanto l’isolamento potesse avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale delle persone sottopostevisi. L’indicatore più significativo è il tasso notevolmente più elevato di suicidi tra i detenuti sottoposti a tale regime rispetto a quello riscontrato nella popolazione carceraria generale. Tale misura deve o dovrebbe essere sempre giustificabile, proporzionata, legittima, necessaria, non discriminatoria.3
Del resto, questa lenta e quotidiana manomissione dei misteri del cervello è infinitamente peggiore di qualsiasi altro supplizio corporale.4
Sebbene l’opinione pubblica e alcune politiche siano un po’ cambiate, l’incarcerazione di massa rimane tuttora un metodo di controllo sociale su base razziale, che, nell’analisi di Law, trascina nel vortice coloro che sono già stati emarginati a causa di disuguaglianze sociale, chiudendoli dietro sbarre e mura. Un modo per nascondere i problemi piuttosto che affrontarli.
Al punto che le prigioni sembrano essere diventate dei buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.5
Il che, ovviamente, non vuol dire che non bisogna intervenire quando la violenza avviene, ma che le prigioni hanno ripetutamente dimostrato di essere un metodo inefficace.
Victoria Law ipotizza l’utilizzo più intensivo della giustizia riparativa. Un processo che coinvolge non solo la persona che ha subito un danno e la persona che lo ha commesso, ma anche tutti coloro che sono stati coinvolti indirettamente, come famigliari, vicini e membri della comunità.
Bisognerebbe infatti chiedersi, per l’autrice, se l’incarcerazione tenga davvero al sicuro da danni e violenze o se, invece, questo non sia solo un mito che distoglie l’attenzione e la politica dalle risorse che realmente mantengono la società al sicuro: alloggio, istruzione, lavoro ben retribuito e appagante, assistenza medica e psichiatrica, prevenzione della violenza, coesione della comunità e meno criminalizzazione.
Nel 2018 a New York la polizia ha effettuato 808 arresti per stupro e oltre 5000 arresti che aver viaggiato senza biglietto. In che modo questo contribuisce alla sicurezza pubblica?
Oltre la metà dei crimini violenti negli Stati Uniti non viene denunciata. Di questi, meno della metà si traduce in un arresto e meno della metà di questi arresti si conclude con una condanna.
In che modo questo rende giustizia alle vittime?
Nell’ambiente tradizionale dell’aula di tribunale una persona può parlare delle circostanze che hanno condizionato la propria vita come sostegno alla difesa o può richiedere una sentenza meno punitiva. In ogni caso, però, le circostanze sottostanti che hanno portato a commettere un reato non cambiano.
La seconda strada percorribile per Law è la giustizia trasformativa, laddove questa tenta di integrare sia la responsabilità personale sia i cambiamenti sociali.
Differisce dalla giustizia riparativa in quanto l’obiettivo non è solo quello di affrontare i bisogni e gli obblighi richiesti per iniziare il processo di guarigione, ma anche di trasformare le condizioni che hanno generato o permesso il danno.
La dipendenza di lunga durata dalla polizia e dalle carceri avrebbe offuscato la capacità e la volontà di intervenire in caso di violenza. La dipendenza dall’incarcerazione distoglierebbe quindi l’attenzione dalle condizioni politiche, economiche e culturali che generano la violenza, ingannando le persone, facendo loro credere che qualsiasi tentativo di prevenzione o di cambiamento delle cause che stanno alla radice sia inutile. La giustizia trasformativa non è certo un sostituto della reclusione. È un modo per affrontare il danno e le condizioni che favoriscono e continuano a consentire la violenza.
Il numero considerevole di persone incarcerate per reati legati al terrorismo e/o considerate radicalizzate o a rischio di radicalizzazione, le quali mediamente non trascorrono molto tempo in carcere, ha spinto vari governi dell’Unione Europea a concentrarsi sull’esigenza di un lavoro correlato sulla risocializzazione.Restare in contatto con i famigliari, evitare la doppia stigmatizzazione, offrire buone contro-narrative o comunque narrative alternative, ottenere maggiore sostegno e partecipazione dalla società sono i principi base ispiratori dei Veo (programmi di riabilitazione per autori di reati estremisti violenti) fuori dal carcere6 i quali rimandano molto alle forme alternative di giustizia auspicate da Victoria Law.
Per l’autrice infatti, man mano che l’incarcerazione di massa è andata crescendo anche il mito della reclusione come metodo che costringe le persone ad assumersi la propria responsabilità ha continuato a vivere nell’immaginario collettivo. L’idea di responsabilità individuale ha radici profonde nella cultura americana, ma si potrebbe anche dire della cultura occidentale in generale. È una forma di moralismo che distoglie l’attenzione dalle ingiustizie del sistema – come il razzismo, le disuguaglianze economiche, la misoginia e la discriminazione dilagante – e che ci fa concentrare sulle mancanze del singolo individuo, anziché contestare e sradicare forze sistemiche più grandi.
In che modo infatti, si chiede l’autrice, mettere qualcuno in carcere per anni, se non per decenni, lo spinge ad assumersi le proprie responsabilità?
La società è convinta che la gente che entra in carcere ne esca migliore. Spesso però è l’esatto opposto.
Cosa significa riabilitare una persona facendola tornare quella di prima, se essere quella persona vuol dire vivere in uno stato di povertà (educativa oltre che economica), razzismo, disoccupazione, precarietà di alloggio e/o violenza? Può davvero una persona essere riabilitata se non è mai stata “abilitata” o resa adatta o in grado di vivere in società?
Numerosi studi hanno dimostrato che la migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione.
Ma quali potenzialità sono racchiuse in un’istruzione penitenziaria e quanto questa si riferisce a modelli educativi capaci di problematizzare il presente e ampliare gli scenari futuri di ogni detenuto? Attraverso l’accesso al diritto allo studio, la persona privata della libertà – al pari di chiunque altro – ha la possibilità di colmare le proprie lacune conoscitive, ma l’istruzione incide anche sullo sviluppo della personalità umana e, in tal senso, deve essere indirizzata al suo pieno sviluppo, anche per il rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come ricorda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.7
Il libro
Victoria Law, Le prigioni rendono la società più sicura. E altri venti miti da sfatare sull’incarcerazione di massa, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2023.
Traduzione di Arabella Soroldoni.
Titolo originale: Prisons make us safer and 20 other myths about mass incarceration.
L’autrice
Victoria Law: giornalista freelance e autrice di vari libri. Attivista anarchica di origini cinesi, nata e cresciuta nel Queens.
1Aebi, M.F. Cocco, E. & Molnar, L. (2023). Prisons and Prisoners in Europe 2022: Key Findings of the SPACE / report. Serie UNILCRIM 2023/2. Council of Europe and University of Lausanne.
2J. Pratt, Scandinavian exceptionalism in an era of penal excess. Part I: The nature and roots of Scandinavian exceptionalism, The British journal of criminolofy, 48 (2), 2008.
3Consiglio d’Europa – Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), Detenuti posti in isolamento, Estratto dal 21° Rapporto Generale del CPT, pubblicato nel 2011: https://rm.coe.int/16806cccbd
4Charles Dickens, America; tr. it. Di M. Buitoni, G. Corsini, G. Miniati, Feltrinelli, Milano, 2008.
5Angela Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale; tr. it. Di G. Lupi, Edizioni Minimum fax, Roma, 2009.
6Commissione Europea, Lavoro di riabilitazione con autori di reati condannati fuori dal carcere, Luisa Ravagnani, membro del pool di esperti RAN – Radicalisation Awareness Network, 2021: https://home-affairs.ec.europa.eu/system/files/2022-07/ran_ad-hoc_rehab_outside_of_prison_20201120_it.pdf
7Luca Decembrotto, Lo sviluppo di paradigmi trasformativi nell’incontro tra le università e le persone private della libertà, Formazione&Insegnamento XVIII – 1- 2020, Università di Bologna, Bologna: https://cris.unibo.it/retrieve/handle/11585/763696/648831/487-496%20-%2041%20Decembrotto.pdf
Nel mondo contemporaneo l’eccesso si affranca dal territorio dell’effrazione della legge e della trasgressione per presentarsi in forma sempre più “ordinaria” nelle diverse varianti psicopatologiche del senza-limite.
L’eccesso ha a che fare con il nucleo reale della pulsione, con la sua dimensione di godimento irredimibile integralmente dal simbolico e dall’azione della parola. A questo livello, l’eccesso costituisce il cuore della clinica psicoanalitica come tale, intesa come trattamento del nucleo fuori-senso della pulsione.
La dimensione contemporanea del sintomo è caratterizzata dalla spinta verso un godimento non parziale, non in perdita – come è proprio quello del nevrotico -, piuttosto tendente alla propria infinitizzazione. E quindi esposto agli effetti più devastanti della pulsione di morte.
Tossicodipendenze, anoressia, disturbi alimentari, e altre forme di dipendenza patologica pervasiva proprie della società contemporanea, dominata dalla spinta senza limite al godimento, sono indagate a fondo dall’autore in un libro che è sì indirizzato a un target specifico di lettori, ma per certo utile anche a un pubblico generalista, per così dire.
Il volume si rivolge in particolare a coloro che sono interessati ad approfondire – sia come studenti universitari e allievi in formazione in ambito clinico, sia come terapeuti praticanti nel campo della cura del disagio psichico – l’approccio psicoanalitico nella lettura e nel trattamento dei sintomi contemporanei, ma è anche una fonte notevole di informazioni e consigli anche per coloro che sono professionalmente fuori da questo target, perché aiuta a meglio comprendere le dinamiche alla base di queste patologie.
Il libro propone una rilettura della psicopatologia contemporanea, orientata dalla psicoanalisi di Freud e Lacan, che trova il suo fulcro nella dimensione dell’eccesso come tratto unificante che struttura, in diverse declinazioni, le forme sintomatiche più caratterizzanti della nostra epoca.
Nella seconda parte del testo, l’autore si dedica pressoché completamente al tema dell’adolescenza, affrontato a partire dalla decisiva esperienza della riemergenza pulsionale e del suo trattamento a partire dalla pubertà.
Si tratta di un tema cruciale se si tiene conto che, in larga misura, le cosiddette patologie dell’eccesso – quindi tossicodipendenze, anoressie, bulimie, … – trovano nell’orizzonte temporale tra l’avvio della pubertà e il processo dell’adolescenza il tempo logico del loro esordio e del successivo consolidamento.
Nell’analisi di Cosenza, le patologie dell’eccesso si presentano come soluzioni alternative al fallimento del processo adolescenziale di iniziazione.
L’adolescente, in diversi casi, sviluppa un sintomo che tratta in una modalità di compromesso la propria difficoltà, soluzione già propria alla nevrosi, dinanzi all’assunzione della castrazione – intesa come la paura inconscia di perdere gli organi sessuali, come punizione per il desiderio sessuale che prova- e dell’assenza di garanzia.
Nei quadri più propri a quelle che diventeranno delle patologie dell’eccesso vere e proprie, il problema si situa già nell’entrata in adolescenza, laddove il soggetto non struttura un velo fantasmatico in grado di facilitare il proprio corpo, di rendere possibile l’esperienza inconscia della perdita e l’entrata nella dialettica del desiderio, e di rendere meno devastante l’incontro con il trauma della castrazione.
Le soluzioni che il soggetto trova, come alternative alla distruttività pura e diretta e alle soluzioni psicotiche più classiche, sono date da queste forme patologiche della contemporaneità.
Le forme più radicali del disagio giovanile, che Cosenza inserisce nel quadro di una clinica dell’eccesso, non rispondono al disagio con il conflitto dialettico, bensì con il rifiuto dell’Altro.
È la sconnessione dall’Altro genitoriale a caratterizzare il disagio giovanile. Si pensi non solo alle dipendenze patologiche ma anche a forme di ritiro più radicali, come l’Hikikomori. Sconnessione dall’Altro a cui si associa solitamente un’iperconnessione con l’oggetto messo al centro del circuito libidico senza-limite: cibo, droga, gadget tecnologico, o il corpo stesso assunto come luogo di un trattamento del godimento che prende forme devastanti, dalla privazione anoressica alla pratica del cutting.
In questa nuova clinica il soggetto è esposto a un rapporto con il godimento senza argine simbolico, è in preda al godimento. Il rapporto con l’oggetto investito libidicamente tende a infinitizzarsi, a non bastare mai. La mancanza dell’oggetto diventa insopportabile, il suo trattamento simbolico diventa precario quando non impossibile.
E in questo si può riconoscere il tratto di perversione che caratterizza sempre più, in modo trasversale e trans-strutturale, il rapporto contemporaneo con gli oggetti di godimento nell’epoca attuale. L’incontro con l’imprevisto – anche nella sua forma banalmente quotidiana, come un appuntamento mancato – diviene un trauma non soggettivabile ma qualcosa da cui difendersi, edificando barriere difensive e circuiti di godimento autarchici che evitano l’impatto di tali incontro.
Il fatto che gli esordi di queste patologie avvengono in buona parte nel crocevia della pubertà deve dare adito a profonde riflessioni. L’adolescenza contemporanea è caratterizzata per il fatto che il velo che copre il mistero del sesso è stato tolto nel discorso sociale. Il velo fantasmatico, che introduce all’enigma della sessualità ma insieme protegge parzialmente dall’incontro con la sua dimensione traumatica, si presenta in questi casi come lacerato, se non del tutto assente. Questo può chiarire meglio sulle condizioni di scatenamento di queste soluzioni proprie della clinica contemporanea che spesso esordiscono in seguito a disavventure della vita sessuale o amorosa.
Al di là del campo strettamente psicopatologico, la condizione dell’adolescente contemporaneo mostra un cambiamento radicale di alcune coordinate classiche rispetto al passato. Se il discorso del capitalista espone gli adolescenti al contatto continuo con oggetti di godimento con cui tappare continuamente il dolore dell’incontro con la dimensione traumatica della vita, le nuove tecnologie cambiano le loro relazioni classiche con il sapere. Sembra che non necessitino più del supposto sapere del maestro freudiano come metafora del padre, alternativa all’infantile paterno per la costruzione di una nuova identità dopo il tramonto del complesso edipico, come indicava invece Freud. Il sapere sembrano incontrarlo già esposto nel grande schermo enciclopedico di internet e di Google.
Tuttavia, sottolinea Cosenza, il sapere che conta di più per il soggetto si trova precisamente nel punto in cui fallisce il supposto sapere universale: è precisamente nell’incontro con l’orrore del buco in questo sapere, riguardante l’enigma del proprio godimento singolare, che può riaprirsi la via verso una ri-agalmatizzazione del sapere inconscio.
L’analista del XXI secolo può incontrare l’adolescente contemporaneo precisamente in questi punti in cui fallisce per loro il sapere universale che hanno in tasca.
Per la quasi totalità dei ragazzi di oggi la fonte unica, primaria e assoluta di insegnamento, apprendimento e ispirazione per la propria sessualità è la pornografia attraverso il web.
La pornografia basa i propri bias sulla carnalità e l’assenza di contesti, emozioni, sentimenti, responsabilità, maturità… le persone diventano corpi-oggetto atti a soddisfare pulsioni.1
Appare poi abbastanza chiaro che questi ragazzi, educati alla sessualità attraverso la pornografia, non si accontentano di esserne semplici fruitori passivi ma la trasformano in azioni concrete nelle quali si fondono e si confondono desideri e pulsioni sessuali, risentimento e vendetta, aggressività e violenza.2
I giovani di oggi sembrano vivere una vera e propria “emergenza sociale” in ambito di salute mentale e benessere psicosociale. A livello internazionale, 1 adolescente su 7 di età compresa tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato. In Italia, nel 2019, il 16.6% dei ragazzi e delle ragazze di età compresa nel range indicato soffrivano di problemi di salute mentale.3
Nel periodo della pandemia vi è stato un boom di accessi al pronto soccorso di minori per motivi neuropsichiatrici. In particolare sono aumentati gli accessi per “ideazione suicidaria”, depressione, disturbi della condotta alimentare, ansia.4Un trend che era già in salita ma che, negli anni pandemici, è per certo peggiorato.
Il libro
Domenico Cosenza, Clinica dell’eccesso. Derive pulsionali e soluzioni sintomatiche nella psicopatologia contemporanea, Franco Angeli, Milano, 2022.
L’autore
Domenico Cosenza: psicoanalista, è AME della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP) e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP). Professore a contratto di Psicopatologia dello Sviluppo all’Università degli Studi di Pavia, docente dell’Istituto Freudiano, è presidente di Kliné, sede milanese della Federazione Italiana Disturbi Alimentari (FIDA).
1M. Lanfranco, Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità. Pornografia, sessismo, Centro Studi Erickson, Trento, 2019.
2S. Fontana, Dentro il più grande network italiano di revenge porn, su Telegram, WIRED: https://www.wired.it/internet/web/2020/04/03/revenge-porn-network-telegram/
3United Nations Children’s Fund, The State of the World’s Children 2021: On My Mind – Promoting, protecting and caring for children’s mental health, UNICEF, New York, October 2021.
4Le ferite della mente, «Pediatria – Magazine della Società italiana di Pediatria», volume 12, numero 4-5, aprile-maggio 2022.
Raccontare le molestie sessuali è un libro che nasce dall’esigenza di squarciare il velo di silenzio sulle molestie sessuali, mettendo a fuoco il disagio quotidiano che rende più faticoso l’impegno, lo studio, il lavoro, la vita.
Nasce dalle ripetute denunce di gesti offensivi che accompagnano i tragitti abituali e dalla necessità di sbriciolare l’indifferenza che circonda atti ritenuti banali, ma capaci di generare profondo disagio e persistente sofferenza.
Le molestie sessuali riescono in un’impresa apparentemente inconciliabile: essere invisibili e, al contempo, sotto gli occhi di tutti.
Un’indagine, condotta nel 2018 su un campione statunitense rappresentativo della popolazione generale, ha rilevato che le molestie rappresentano un problema significativo soprattutto per le donne. L’81% delle donne ha infatti dichiarato di aver subito una qualche forma di molestia e/o aggressione sessuale nel corso della propria vita. Il 57% delle donne ha dichiarato di averle subite prima dei 17 anni.
Un’indagine, condotta dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) nel 2014, su un campione di 42000 donne che vivevano nei 28 Stati membri dell’Unione Europea al momento dell’inchiesta, ha stimato che una donna su due (più precisamente il 55%) aveva subito una forma di molestia sessuale a partire dall’età di 15 anni.
Interessante, come fa notare la stessa curatrice, la differenza tra i tassi elevati di Svezia, Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Finlandia (71-81%) e quelli bassi di Portogallo, Polonia, Romania e Bulgaria (24-32%). Non è tuttavia chiaro se tale scarto rispecchi un’effettiva discrepanza nella frequenza degli episodi. Differenze culturali e pratiche socio-politiche influiscono sull’atteggiamento verso la violenza e sulla diversa probabilità che le vittime identifichino la molestia come tale e dichiarino di averla subita.
Secondo l’inchiesta ISTAT Violenza sul luogo di lavoro del 2016, in Italia sono circa un milione e 400 mila le donne che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro.
Per la prima volta in Italia l’indagine ISTAT Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro del 2018 ha rilevato anche molestie a sfondo sessuale ai danni di uomini, stimando che poco meno di 4 milioni di uomini le abbiano subite nel corso della vita e più di un milione nei precedenti tre anni.
Gli autori delle molestie a sfondo sessuale continuano comunque a essere in larga prevalenza uomini: lo sono per il 97% delle vittime femminili e per l’85.4% delle vittime maschili.
Ciò che colpisce particolarmente dell’indagine curata da Chiara Volpato sono i racconti delle molestie subite da bambine di età inferiore ai 13 anni. Spesso si tratta dei casi più gravi, perché lasciano un segno indelebile in memoria e le loro conseguenze negative durano nel tempo.
In generale, le molestie sessuali hanno un impatto negativo sul benessere psicologico delle vittime, le quali riportano una vasta gamma di effetti, come rabbia, paura e tristezza, fino a sentimenti di depressione, umiliazione e sfiducia. In molti casi, è stata provata l’esistenza di una relazione tra episodi di molestie sessuali e stress, di natura sia fisica sia emotiva, malattie fisiche e disturbi mentali.
Le molestie sessuali possono, inoltre, interferire con le prestazioni accademiche, lavorative e le aspirazioni di carriera. Esse, infatti, contribuiscono a creare un ambiente intimidatorio, ostile e offensivo che riduce la soddisfazione lavorativa, aumenta l’assenteismo e il turn-over e danneggia le relazioni con i colleghi e le colleghe, ostacolando l’impegno e rendendo più difficile raggiungere risultati gratificanti.
La paura di essere toccati dall’ignoto segna profondamente l’esperienza umana, al punto da costringerci a trovare delle soluzioni per tenere la giusta distanza dagli altri. Eppure, nonostante la distanza, la paura può riattivarsi solo per l’uso di parole che evocano la possibilità di un contatto indesiderato. Nel passaggio dal possibile all’imminente si riversano angosce che segnano l’esistenza e persino i corpi. A volte è proprio l’attesa del male che potrebbe accadere a peggiorare sensibilmente la qualità della vita.
Se è vero che, come sosteneva Elias Canetti in Massa e potere, nulla l’uomo teme di più che essere toccato da ciò che gli è estraneo, la paura di un contatto indesiderato è una realtà quotidiana per molte donne, le quali vivono in luoghi intrisi di richiami evocativi di eventi spiacevoli che potrebbero accadere loro.
L’indagine narrata nel libro curato da Chiara Volpato è un modo esemplare per dare voce alle vittime di molestie, per comprendere il silenzio di chi vi assiste passivamente e di coloro i quali, nonostante tutto, continuano a negare o sminuire l’esistenza stessa del fenomeno.
Ma, soprattutto, aiuta a comprendere i meccanismi mentali che creano il fenomeno e quelli che ne sono diretta conseguenza.
Risulta essere un’indagine e una narrazione non scontata che approfondisce tematiche di cui solo in apparenza si sente tanto parlare e che raramente vengono indagate e narrate con tanta competenza e correttezza.
Il libro
Chiara Volpato (a cura di), Raccontare le molestie sessuali. Un’indagine empirica, Rosenberg&Sellier, Torino, 2023.
La curatrice
Chiara Volpato: già docente di Psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Lo Stato-nazione e lo Stato coloniale si sono creati vicendevolmente. Il colonialismo e lo Stato moderno hanno la stessa data di nascita dello Stato-nazione, che l’autore individua nel 1492 e non nel 1648 come sovente indicato. Il nazionalismo non ha preceduto il colonialismo. Né il colonialismo fu lo stadio più alto o finale nella formazione di una nazione. Si costituirono reciprocamente.
Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli Stati coloniali e gli Stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze.
Il modello di tutto ciò, una sorta di prototipo, è emerso in Nord America, dove il genocidio e l’internamento nelle riserve hanno creato sia una sottoclasse permanente di nativi sia gli spazi fisici in cui le nuove identità di immigrati si sono cristallizzate come nazioni di coloni.
In Europa poi, sostiene Mamdani, questo modello sarebbe stato utilizzato dai nazisti per affrontare la questione ebraica e, dopo la caduta del Terzo Reich, dagli Alleati per ridisegnare i confini degli Stati nazionali dell’Europa orientale, ripulendoli dalle loro minoranze. Attraverso la marginalizzazione degli arabi palestinesi, i coloni sionisti hanno seguito l’esempio americano: il risultato è stato un altro ciclo di violenza che ancora non ha fine.
In Né coloni né nativi Mamdani rigetta il modello affermato a Norimberga, che individua i singoli responsabili senza mettere in questione il nazismo come progetto politico e quindi la violenza stessa dello Stato-nazione.
Non una giustizia penale per i colpevoli ma un ripensamento della comunità politica per tutti i sopravvissuti: vittime, colpevoli, spettatori, beneficiari. A partire dal progetto incompiuto della lotta anti-apartheid in Sudafrica, l’autore invita a immaginare uno Stato senza nazione.
Lo Stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli Stati e al loro interno.
In Europa, la tolleranza emerse dopo Vestfalia come la chiave per assicurare la pace civile all’interno dello Stato-nazione. Le minoranze in patria venivano tollerate in cambio della loro lealtà politica, il che in pratica significò che venivano tollerate nella misura in cui erano percepite dalla maggioranza nazionale non come una minaccia.
Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello Stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. È questa struttura di tolleranza a essere considerata la definizione del carattere liberale della modernità politica in Europa. Nelle colonie d’oltremare e negli insediamenti di coloni, dove non c’era una chiara divisione spaziale tra nazione e non nazione, la modernità politica e il suo liberalismo significarono qualcos’altro. Significarono conquista. Occupazione.
Abbracciare la modernità significa abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come “civilizzata”, e quindi giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.
La violenza della modernità postcoloniale rispecchia la violenza della modernità europea e del dominio diretto coloniale. La sua manifestazione principale è la pulizia etnica.
Il Sudan è il principale esempio di modernità postcoloniale in cui le strutture razziali e tribali imposte dagli inglesi sono diventate la base per esplosive guerre civili dopo l’indipendenza.
Come altri progetti nazionalisti, il nazionalismo postcoloniale è stato profondamente violento. In effetti, la violenza del progetto militante nazionalista è spesso percepita come una seconda occupazione coloniale.
Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omogeneizzata per costruire una nazione.
Ecco allora che Mamdani si chiede se la violenza impiegata nella costruzione della nazione sia un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure sia un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista.
Egli considera la violenza estrema come politica e, quindi, ritiene che un approccio «delitto e castigo» abbia maggiori probabilità di aggravare, piuttosto che disinnescare, questa violenza.
La tendenza a pensare tutta la violenza come criminale, e la conseguente risposta a ogni violenza come tutela della legge, può essere ricondotta all’euforia intorno al presunto trionfo del modello liberaldemocratico alla fine della Guerra fredda.1Poiché si presumeva che questo tipo di sistema politico costituisse la fase finale dello sviluppo politico, tutta la violenza sarebbe apparsa, da quel momento in poi, criminale.
Il movimento anti-apartheid in Sudafrica ha contrastato la tendenza del dopo-Guerra fredda. La grande conquista di questo movimento è consistita nel comprendere la violenza dell’apartheid come politica, cercando una soluzione politica piuttosto che criminale. Questa fu la fine negoziata dell’apartheid, che portò all’emergere della democrazia non razziale.
Ovviamente l’autore non afferma che le società debbano o possano fare a meno della giustizia penale, ma che la riforma politica deve avere la precedenza, perché la richiesta di giustizia penale entro i parametri dell’ordine politico esistente lascia quest’ultimo intatto. Solo quando il sistema politico sarà decolonizzato, cioè quando le identità saranno svincolate da status permanenti di maggioranza e minoranza, esso sarà in grado di garantire equità.
Il che non vuole certo dire che le varie identità devono scomparire, tutt’altro. Ovvero che, per il sistema politico, tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti e doveri, indipendentemente dalla loro etnia di appartenenza, dalla loro identità, dalla loro cultura, religione o altro.
Decolonizzare la politica attraverso il riconoscimento di un’identità condivisa di sopravvissuti non richiede che tutti fingano di essere uguali. Richiede invece che si smetta di accettare che le differenze identitarie debbano definire chi beneficia dello Stato e chi ne resta escluso.
Uno degli obiettivi principali del libro è descrivere nelle sue implicazioni la colonizzazione del politico e come potrebbe essere raggiunta la sua decolonizzazione.
Il politico, per esempio, è colonizzato nel Nord America.
L’eliminazione fisica degli indiani dell’emisfero occidentale fu il primo genocidio della storia moderna ed è probabilmente il più brutale e il più completo mai compiuto, perché ha causato la morte di circa il 95per cento di una popolazione precolombiana di almeno 75milioni di persone.2
Piuttosto che cittadini uguali negli Stati Uniti, gli indiani d’America sono persone sotto tutela del Congresso. Nelle riserve sono governati da una legge separata, proprio come i popoli ritenuti tribali in Sudafrica erano storicamente governati da una legge distinta da quella che governava la maggioranza nazionale bianca.
Come i sud sudanesi, gli indiani d’America hanno interiorizzato la tribalizzazione e le strutture legali che ne derivano.
La colonizzazione poi prosegue in Israele attraverso la caratteristica ideologia coloniale moderna del sionismo. I coloni ebrei, sostenuti dallo Stato, proseguono aggressivamente la conquista nei territori occupati, il cui risvolto è l’espropriazione dei palestinesi. All’interno del territorio di Israele, lo Stato concentra i cittadini non-ebrei in città che sono escluse dallo sviluppo, proprio come gli Stati Uniti concentrano gli indiani nelle riserve e il Sudafrica concentrava i nativi nei Bantustan.
Anche in Israele la missione civilizzatrice è stata cruciale per la formazione e il mantenimento dello Stato-nazione. L’élite europea di Israele, gli ebrei ashkenaziti, ha cercato di civilizzare gli ebrei “orientali”, in particolare i mizrahim, o «ebrei arabi». Sono stati de-arabizzati, spogliati della cultura che condividevano con altri arabi e ora rappresentano alcuni dei più fervidi sionisti in Israele. Dimostrando, ancora una volta, come le vittime della modernità interiorizzino quella medesima mentalità. Israele è uno Stato-nazione la cui maggioranza nazionale, gli ebrei, è stata espulsa dall’Europa, dove erano l’Altro disprezzato, l’etnia di cui si doveva fare pulizia per fare spazio alla nazione.
Non è assolutamente necessario, sottolinea Mamdani, che maggioranze e minoranze siano obbligate a cambiare posto. La trasformazione del nativo in colono, della vittima in carnefice, non è qualcosa da celebrare, come tristemente attesta la storia di Israele. Piuttosto il punto risiede nel fatto che la storia fornisce risorse per rivedere le identità passate di maggioranza e minoranza, colono e nativo, carnefice e vittima. Le persone del presente, attraverso un impegno congiunto con i fatti della modernità politica si possono convincere della necessità di scartare le identità divise che ancora caratterizzano questa modernità.
Tutte e tutti possono imparare a considerarsi «sopravvissuti» alla modernità politica, in altre parole prodotto di essa, ma non per questo necessariamente condannati a ripeterla e perpetrarla.
Ma allora come ha fatto a persistere così a lungo la modernità politica e perché è così difficile decolonizzare il politico?
Mamdani ritiene esserci un considerevole numero di forze che preservano la modernità politica rendendola, di fatto, invisibile. Queste forze sono epistemiche, sono idee che scoraggiano il riconoscimento di ciò che dovrebbe essere ovvio.
Una di queste idee, che emerge dal discorso anticoloniale, è che l’indipendenza dal controllo straniero sarebbe condizione sufficiente per garantire la fine politica della colonizzazione. Un’altra è la confusione tra immigrazione e insediamento coloniale: gli immigrati si uniscono alle comunità politiche esistenti, mentre i coloni ne creano di nuove.
Si cerca poi di far “scomparire” la storia e di sostituirla con un impulso universale chiamato «diritti umani».
Quando vengono commesse delle atrocità, gli attivisti per i diritti umani cercano i colpevoli, li nominano e li svergognano, magari riescono anche a farli mettere in prigione. Ciò che questi attivisti raramente cercano di fare è capire perché siano avvenute le atrocità o cosa ci dicano della comunità politica entro cui sono state commesse.
Nella condizione postcoloniale, la violenza estrema è molto spesso una violenza nazionalistica, poiché i gruppi etnici, organizzati come unità tribali separate sotto il colonialismo, si contendono l’accesso privilegiato ai beni pubblici. I diritti umani ignorano questo sfondo storico, depoliticizzando così la violenza e trattandola come mera criminalità.
Il modello criminale dei diritti umani contemporanei è stato inaugurato dai Tribunali di Norimberga dopo la Seconda guerra mondiale. I Tribunali si basavano sulla convinzione neoliberista avant la lettre secondo cui ogni violenza è un atto di individui. Norimberga ha effettivamente depoliticizzato il nazismo, attribuendo la responsabilità della violenza a persone particolari (perlopiù uomini) e ignorando il fatto che questi fossero impegnati in un progetto della modernità politica per conto di un corpo sociale: la nazione, il Volk.
Inoltre, sottolinea Mamdani, gli alleati che perseguirono i singoli nazisti a Norimberga si sono impegnati a ignorare le radici politiche del nazismo, perché queste radici sono anche quelle americane. Sia gli Stati Uniti sia il Terzo Reich erano progetti di costruzione della nazione. Gli alleati hanno anche cercato di proteggersi per le azioni che essi stessi hanno compiuto.
Ricorda l’autore di come, dopo la guerra, gli alleati si siano resi responsabili di molte atrocità simili a quelle che i tedeschi avevano compiuto, tra cui la pulizia etnica di milioni di tedeschi per tutta l’Europa centrale e orientale. La giustizia delle vittime in Europa, inoltre, ha inaugurato la modernità coloniale in Palestina, poiché la colpa dell’Occidente per l’omicidio di massa degli ebrei è diventata una giustificazione della fondazione dello Stato di Israele.
Se il nazismo fosse stato inteso non come un crimine, ma come un progetto politico dello Stato-nazione, avrebbe potuto esserci ancora un posto per gli ebrei in Europa, in Stati denazionalizzati vincolati all’eguale protezione di ogni cittadino. Invece, per Mamdani, il processo di Norimberga è stato disegnato tanto per proteggere gli alleati quanto per perpetuare un progetto di costruzione della nazione e dei suoi obiettivi di omogeneizzazione.
I tribunali per i diritti umani, espressione emblematica del trionfalismo del post-Guerra fredda che ha annunciato la Fine della Storia sotto forma di conquista neoliberista, portano avanti questa tradizione nel presente.
L’obiettivo della denazificazione a guida statunitense era affermare la colpevolezza del popolo tedesco. E questo fu un errore, per due ragioni almeno:
La nozione di colpa ha reso la violenza della guerra e dell’Olocausto una questione criminale e, pertanto, un’offesa contro lo Stato. Ciò ha precluso una resa dei conti con le radici politiche del nazismo e ha indebolito la possibilità di riforma, poiché i reati contro lo Stato non richiedono alcuna riforma, ma solo il ripristino della sua autorità attraverso azioni correttive contro i trasgressori.
Mentre molti tedeschi erano in realtà nazisti e molti altri beneficiavano delle politiche naziste, i tedeschi non erano, di fatto, colpevoli collettivamente.
Dopo la guerra, gli alleati si unirono ai loro ex nemici nel promuovere un nuovo sforzo di omogeneizzazione e di costruzione nazionale che procedeva proprio dal presupposto alla base dell’ideologia nazista. La base del pensiero nazista, non ripudiato da Norimberga, era che gli ebrei costituivano una nazione straniera in Europa. I tedeschi del dopoguerra, non meno degli americani e dei britannici, potevano facilmente abbracciare l’idea che Israele fosse la patria degli ebrei, separata dalla Germania e dall’Europa in generale. L’istituzione dello Stato di Israele fu la soluzione alla questione ebraica in Europa.
Con l’esperienza europea impressa in modo indelebile nella loro psiche, i coloni ebrei del dopoguerra in Palestina erano determinati a non essere mai più una minoranza, né lì né altrove. Per diventare una maggioranza, hanno condotto una campagna di pulizia etnica. Conosciuta in arabo come la Naqha (catastrofe), essa consisté nell’esilio di circa metà della popolazione araba del territorio che sarebbe poi diventato Israele, nel 1948. I palestinesi rimasti, o tornati dall’esilio, avrebbero formato una minoranza permanente in Israele.
Nell’analisi di Mamadani, è stata proprio l’esperienza storica dell’America con gli indiani a rendere pensabile il genocidio e la pulizia etnica in Germania e la pulizia etnica in Israele.
Il tempo trascorso dalla Seconda guerra mondiale ha visto un fiorire di discorsi intellettuali anticoloniali. Eppure, afferma Mamdani, quei ragionamenti non sono stati in grado di dare un senso all’estrema violenza postcoloniale. Gli intellettuali anticoloniali hanno preso spunto dalle riflessioni di Marx sulle rivoluzioni del 1848 in Europa.
La rivoluzione politica avrebbe dovuto spianare la strada alla rivoluzione sociale.3 La rivoluzione politica (o indipendenza politica) avrebbe conferito uguaglianza politica formale e cittadinanza, ma allo stesso tempo affinato l’esperienza e quindi la coscienza della disuguaglianza sociale, allargando gli orizzonti della lotta dal politico al sociale. Lo stadio finale di questo processo, secondo la teleologia della teoria anticoloniale, avrebbe dovuto essere la rivoluzione epistemologica, attraverso cui trasformare la coscienza stessa dell’essere, il vocabolario con cui comprendiamo il mondo che ci circonda. Eppure, sottolinea più volte Mamdani, in un numero crescente di casi, il raggiungimento della indipendenza politica e della cittadinanza formale non ha portato a mobilitazioni per l’uguaglianza sociale. Piuttosto, guerre civili ricorrenti sono seguite nel corso della costruzione delle nazioni.
I partecipanti a queste guerre civili non chiedono in primo luogo la redistribuzione e l’uguaglianza sociale, bensì combattono a favore dell’inclusione nella comunità politica o contro di essa.
Ciò è accaduto e accade perché ancora si segue la teoria di Marx, secondo la quale l’uguaglianza politica e sociale si sarebbe realizzata entro i limiti di una comunità politica preesistente. Mamdani afferma invece che è proprio questa comunità politica a dover essere modificata se si vuole raggiungere l’uguaglianza sociale.
Per ottenere giustizia per le vittime è necessario porre fine alle condizioni che le hanno consegnate a un trattamento ingiusto, e questo, per l’autore, significa finalmente decolonizzare. Ripensare non solo la giustizia ma anche l’ordine politico in cui viene perseguita. Ottenere giustizia non è solo il progetto normativo di immaginare un mondo migliore. Per realizzarlo, questo mondo migliore, è necessario comprendere la costruzione del mondo in cui viviamo, composto da minoranze permanenti, riprodotte attraverso la politicizzazione dell’identità sotto la struttura dello Stato-nazione.
Il disfacimento della permanenza delle identità politiche inizia con il riconoscimento che esse non sono naturali e non sono per sempre. Se un numero sufficiente di persone riflette a fondo sulle conseguenze violente di queste lotte di potere identitarie, allora avrà l’intuizione di ripensare e rifare il mondo. Mamdani non conosce i termini di questo cambiamento, nessuno può. Egli si sente solo di avanzare delle raccomandazioni:
Riformare la base nazionale dello Stato garantendo un solo tipo di cittadinanza e facendolo sulla base della residenza piuttosto che dell’identità.
Denazionalizzare gli Stati attraverso l’istituzione di strutture federali in cui l’autonomia locale permette alla diversità di crescere.
Allentare la morsa dell’immaginazione nazionalista insegnando la storia dello Stato-nazione, contrapponendo il modello politico a quello criminale e rafforzando la democrazia al posto dei rimedi neoliberali sui diritti umani.
Né la storia né l’identità devono essere permanenti e la decolonizzazione non deve essere un’illusione romantica.
Il libro
Mamhood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.
Traduzione di Claudio Feliziani.
Titolo originale: Neither siettler nor native. The making and unmaking of permanent minorities.
L’autore
Mahmood Mamdani: Herbert Lehman Professor of Governement alla Columbia University. Dedito allo studio comparativo del colonialismo tra scienze politiche e antropologia.
1F. Fukuyama, The end of History and the Last Man, Free Press, New York, 1992; tr.it. di D. Ceni, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, Torino, 2020.
2D.E. Stannard, American Holocaust: The Conquest of the New World, Oxford University Press, Oxford, 1992; tr.it. di C. Malerba, Olocausto americano: La conquista del nuovo mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2021.
3K. Marx (autore), D. Fusaro (curatore), Sulla questione ebraica – Testo tedesco a fronte, Bompiani, Milano, 2007.
Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.
Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com
Partendo dalla vita quotidiana, senza falsi pudori e con sguardo partecipante, il libro di Monica Lanfranco offre, come evidenzia Tiziana Valpiana nella prefazione, esempi di relazioni significative ed equilibrate, calde e coraggiose, non violente, non solo con i figli maschi generati ma con i tanti incontrati dall’autrice nel campo dell’educazione e della formazione.
Un percorso di consapevolezza che valorizza le differenze e le diversità, offre immagini inconsuete di uomini nello spazio della cura, affinché anche il bambino o il ragazzo si riappropri di desideri, sogni, paure e fragilità. Perché scopra che la differenza tra maschile e femminile è ricchezza, esplorazione, ampliamento, non subalternità dell’una e/o potere dell’altro.
Oggi tendiamo a dire alle nostre figlie che possono essere tutto ciò che vogliono: un’astronauta e una madre, un maschiaccio e una ragazza molto femminile. Ma non facciamo lo stesso con i figli maschi. Alleviamo le ragazze a combattere gli stereotipi e a perseguire i loro sogni, ma non facciamo lo stesso con i ragazzi.1 Perché?
Una madre femminista, indica Lanfranco, offrendo al figlio maschio più ampie possibilità di scelta, dà origine a uomini disubbidienti alle logiche della maschilità, traditori degli stereotipi.
Il sentire condiviso è ancora massicciamente percorso da cultura e luoghi comuni che sono fortemente scoraggianti nei confronti dei ragazzi che manifestano interessi considerati femminili.
Se l’obiettivo è contribuire a visioni della differenza sessuale più creative e solidali e creare una società equa, in cui sin dall’infanzia bambine e bambini possano costruire il loro futuro al di fuori degli schemi patriarcali, bisogna dare anche ai ragazzi più scelte. Questo perché, ribadisce più volte Lanfranco, i ruoli delle donne non possono espandersi se non lo fanno anche quelli degli uomini.
Si chiede l’autrice cosa accadrebbe se i ragazzi fossero educati a percepire come perfettamente normale e naturale il fatto che ogni uomo debba, a tutti gli effetti, occuparsi delle faccende domestiche, visto che si tratta di prendersi cura dello spazio comune della famiglia?
Ben il 46.6 per cento delle donne giudica positivamente il modello tradizionale di famiglia in cui l’uomo lavora e la donna si occupa della casa.2
Per riuscire a trasmettere una cultura di condivisione tra i sessi della gestione domestica, è necessario quindi che le donne lavorino prima su sé stesse come donne e come madri.
Il libro di Monica Lanfranco fa parte di un percorso che la stessa sta seguendo da anni, fatto di educazione, di formazione, di conoscenza e divulgazione sui temi della parità di genere, sulla violenza e sulla sessualità. L’autrice si dichiara femminista e non perde occasione per rimarcarlo. Sicuramente è nato tutto da lì ma il suo lavoro va anche oltre. Questo come gli altri suoi libri, sono un’apertura al dialogo, al confronto, alla condivisione e alla collaborazione. L’unico modo, tra l’altro, per sconfiggere luoghi comuni e stereotipi.
Lanfranco riporta innumerevoli esempi di vita vissuta, di quotidianità. Infatti è proprio da questo che nasce e cresce la sua esperienza ed è a questo che bisogna tornare. Perché, per sconfiggere gli stereotipi, è su ogni piccolo gesto o parola che bisogna lavorare. Non servono grandi teorie o teorizzazioni, slogan a effetto che poi sortiscono solo l’effetto di diventare battute sarcastiche o vengono trasformati in volgarità di un mondo che si ostina a non voler cambiare, a non farlo mai fino in fondo.
Il libro
Monica Lanfranco, Mio figlio è femminista. Crescere uomini disertori del patriarcato, VandA. Edizioni, Milano, 2023
L’autrice
Monica Lanfranco: giornalista, scrittrice e formatrice, conduce corsi sulla comunicazione e il linguaggio non sessista, la risoluzione non violenta dei conflitti nel lavoro e nelle dinamiche collettive. Dal 1994 dirige il trimestrale femminista Marea e nel 2008 ha fondato Altradimora, luogo di seminari e incontri femministi.
1C.C. Miller, How to Raise a Feminist Son, New York Times, giugno 2017.
2Istat: Rapporto Annuale 2023. La situazione del Paese.
Il vero virus è il Covid-19 o la dittatura cinese? È questa la domanda principale che Liao Yiwu pone al lettore.
Se il regime non avesse zittito il medico ( Li Wenliang) che scoprì il coronavirus e cercò di raccontare al mondo la verità e i giornalisti (Zhang Zhan, Chen Quishi, Li Zehva) che provarono a denunciare che cosa stava accadendo a Wuhan, forse il mondo non avrebbe mai avuto a che fare con il Covid-19. Questa, invece, rappresenta la tesi che Liao Yiwu vuole dimostrare nel suo libro.
Liao Yiwu è considerato un «nemico del popolo» in Cina, colpevole di aver scritto un poema, e di averlo recitato in pubblico, per commemorare le vittime del massacro del 4 giugno 1989, allorquando il governo represse nel sangue le proteste di piazza Tian’ammen1. È stato arrestato, incarcerato per quattro anni e sottoposto a tortura perché, davanti ai giovani stritolati sotto i cingoli dei carri armati, al silenzio ha preferito la narrazione.
Proprio come allora, anche oggi Liao Yiwu ha scelto di non voltarsi dall’altra parte di fronte all’origine e alle conseguenze della pandemia di Covid-19, per la quale tutto il mondo ha sofferto, ma che in Cina è stata sfruttata dal regime per imporre la più importante, imponente, omnipervasiva e tecnologicamente avanzata forma di controllo su ogni aspetto della vita della popolazione.
L’autore, attraverso la voce del protagonista, descrive la violenza con cui il governo cinese ha imposto il lockdown, trasformando tutto il paese «in una enorme prigione». Riunisce tutte le impensabili vicende di dolore, sofferenza e soprusi avvenute in Cina, che in qualche modo hanno superato la grande censura. Indaga l’origine del virus di Wuhan, sottolineando tutti gli elementi ambigui che riguardano il laboratorio P4 (laboratorio di microbiologia con un altissimo livello di sicurezza), elencando le diverse teorie scientifiche sul virus e raccontando della feroce repressione posta in essere dal governo ai danni delle poche voci libere che hanno cercato di informare il Paese.
Le misure di confinamento poste in essere in Italia e in Europa non hanno nulla a che vedere con il «modello cinese» applicato a Wuhan o Shanghai:
Divieto assoluto di uscire di casa, per qualsiasi ragione.
Tamponi obbligatori ogni due o tre giorni.
Quarantene infinite.
Abitazioni sigillate e inchiodate dall’esterno.
Quartieri chiusi da recinzioni di ferro alte tre metri.
Trasferimento coatto dei positivi in strutture governative per settimane.
Droni dotati di altoparlante che si aggiravano tra i condominii per ammonire la popolazione.
E ancora: arresti, pestaggi e vessazioni per chi ha protestato tramite internet, per chi ha denunciato sui social la sorte di chi è morto di fame o per la mancanza di medicine, per i tanti suicidi motivati dalla disperazione.
Liao Yiwu sottolinea come in Cina qualsiasi voce dissidente o anche solo vagamente critica veniva immediatamente messa a tacere. Il coro della narrazione doveva assolutamente risuonare come un’unica voce.
Racconta anche di scene raccapriccianti, di morti, di malati che non hanno ricevuto le cure perché gli ospedali erano in sofferenza, sovraffollati e impossibilitati ad accogliere tutti i malati. Di persone decedute perché giunte o accompagnate in ospedale quando era ormai troppo tardi.
In Italia, contrariamente alla Cina, il coro di opinioni, pareri e consigli non è mai stato unanime. Piuttosto mutevole e, a volte, persino contraddittorio.
Ciò che invece ci avvicina al paese asiatico sono i tanti morti, le file lunghissime fuori dai pronto soccorso, le persone giunte in ospedale tardivamente.
Il 22 febbraio 2021 la prima pagina del New York Times è ricoperta di puntini neri, cinquecentomila. Ogni puntino rappresenta un americano ucciso dal «virus di Wuhan».
Indipendentemente dal fatto che il virus sia uscito o meno dal laboratorio P4, i risultati sono stati in linea con le caratteristiche di una «guerra senza limiti».
La definizione «virus di Wuhan», che l’autore ritiene essere la più corretta, non è un’accezione politica, piuttosto un’espressione che rispecchia la realtà fattuale: Wuhan è il luogo d’origine del potente virus che ha scatenato la pandemia da Covid-19. Analogamente a espressioni quali:
Incidente nucleare di Černobyl.
Disastro nucleare di Fukushima.
Virus Ebola (dal nome del fiume Ebola in Africa occidentale).
In un primo momento, le autorità locali hanno usato il termine «polmonite di Wuhan», in seguito severamente vietato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Il nome «Coronavirus Disease 2019», abbreviato in «Covid-19», adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è, per Liao Yiwu, frutto di un compromesso. Evita deliberatamente di fare menzione dell’origine del virus, proprio come accadde per l’epidemia di Sars in Cina del 2003. Conseguenza diretta è stato che la maggior parte dei cinesi ha dimenticato o sempre ignorato che il primo caso di Sars era stato scoperto a Foshan, nella provincia di Guanddong.
La Sars del 2003 è stata la prima epidemia, in questo secolo, ad avere un impatto reale sulla salute pubblica della Cina. Oltre 10.000 infezioni in patria e all’estero e 1459 morti.
A partire dal 2004, Shi Zhengli e il suo team hanno lavorato assiduamente per rintracciare la fonte del coronavirus Sars con il pieno supporto dell’Istituto di Virologia dell’Accademia Cinese delle Scienze scoprendo, tra l’altro, che un cluster di coronavirus del tipo Sars che circola nei pipistrelli mostrava il potenziale per un contagio nella specie umana.2
Anche i gatti hanno un virus Hiv, comunemente noto come Fiv, ma pur vivendo a stretto contatto con le persone, il Fiv non contagia le persone perché non ha il codice per farlo.
Ecco allora il quesito fondamentale che si pone l’autore: quali sono le condizioni necessarie per mutare il coronavirus trasportato da un pipistrello nel Covid-19?
Due sono le possibilità:
Mutazione naturale.
Mutazione in laboratorio.
La prima non può riguardare il Covid-19 perché manca l’ospite intermedio che avrebbe consentito al virus di trovare gradualmente il codice genetico della mutazione umana.
Per quanto riguarda la seconda ipotesi, Liao Yiwu ricorda che nel database di Shi Zhengli sono conservati almeno cinquanta tipi di coronavirus ma nessun database di coronavirus da pipistrello.
Un virus con proteina S (spike) modificata si diffonde tra gli ospiti, e questi diventano animali Spf (liberi da agenti patogeni) selezionabili: topi, ratti e scimmie.
Le comuni modalità di trasmissione del virus sono:
Trasmissione di droplet, come accade per esempio per il virus dell’influenza.
Trasmissione ematica, come l’Hiv.
Trasmissione da madre a figlio, come nel caso dell’epatite B.
Con i ricettori ACE2 nella proteina S del pipistrello modificati, il virus può essere trasmesso immediatamente all’uomo.3
Il laboratorio diretto da Shi Zhengli possiede i campioni di virus originale ospitato dai pipistrelli e un intero database di coronavirus e per certo, sottolinea Liao Yiwu, ha studiato il modo di trasformarlo nel Covid-19. Tuttavia, nonostante la sua straordinaria audacia, l’autore è convinto che mai Zhengli avrebbe lasciato che il virus si diffondesse nella società. Nessun operatore scientifico lo farebbe perché contrario ai principi su cui tutti hanno giurato.
È convinto inoltre che la pandemia non sia frutto di una cospirazione cinese. Il progetto portato poi avanti solo da Shi Zhengli e dal suo team è stato inizialmente finanziato dagli Stati Uniti e un gruppo medico della Carolina del Nord ha collaborato con i virologi cinesi fino al 2014.
Al 10 marzo 2023 i decessi totali per Covid-19 sono 6.881.955, dei quali oltre i milione solo negli Stati Uniti. In Italia sono 188.322 mentre in Cina 101.056.4
Il libro
Liao Yiwu, Wuhan. Il romanzo documentario, Leone Grotti (a cura di), Guerini e Associati, Milano, 2022.
Traduzione di Camilla Balsamo.
Titolo originale: When the Wuhan virus came.
L’autore
Liao Yiwu: scrittore, musicista e poeta. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e il suo è stato uno dei nomi emersi per la candidatura al Premio Nobel per la Letteratura 2021. È fuggito dalla Cina nel luglio 2011 e oggi vive a Berlino.
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