Nonostante la Polonia sia stata tra i primissimi paesi al mondo a regolamentare l’aborto per legge, ancora oggi continuano le proteste. Conseguenze delle continue limitazioni nonché delle richieste di divieto assoluto di aborto.
La legge attuale, intorno alla quale si discute e si combatte quotidianamente, rappresenta un’ulteriore limitazione a quella approvata nel 1993, frutto di un compromesso tra Stato e Chiesa intervenuto dopo la caduta del Muro, che però finì per scontentare entrambe le parti.
Lo #StrajkKobiet e tutta la gestione del movimento fa parte di una rinascita globale del movimento per i diritti, ispirandosi alle sue pratiche, forme organizzative e comunicative, ai suoi simboli e immaginari e, al tempo stesso, arricchendoli di nuovi elementi.
Le proteste contro il divieto d’aborto in Polonia non sono una vicenda principalmente polacca. C’è un legame forte con le proteste dei paesi vicini, la Bielorussia e l’Ucraina – il movimento contro Lukasenko e l’Euromaidan – , ma le donne polacche e i moltissimi uomini, soprattutto giovani, che le hanno affiancate nelle piazze, grandi e piccole, di tutto il paese, hanno attinto anche alle esperienze di altri movimenti: Primavere arabe, caceroladas argentine, proteste degli ombrelli a Hong Kong, #OccupyGeziPark, #OccupyWallStreet, proteste degli Indignados spagnoli, contestazioni greche di piazza Syntagma.
Le statistiche ufficiali relative agli aborti legalmente avvenuti in Polonia nel 2020 indicavano, su 1074 casi complessivi, 1053 interventi in seguito a indagine prenatale, che indicava un’alta probabilità di compromissione fetale grave e irreversibile, o una malattia incurabile pericolosa ai fini della stessa sopravvivenza; in 21 casi la gravidanza è stata interrotta in quanto rappresentava una minaccia per la vita della madre.
Rendere l’aborto completamente illegale, ucciderebbe più essere umani. Oltre al fatto che veicolerebbe sempre più donne verso interventi illegali o da effettuarsi in paesi stranieri. Come già accade. Stando ai dati forniti da Aborga bez granic – Aborto senza confini, le donne polacche, malgrado le dure restrizioni imposte dalla nuova legge, continuano a esercitare una scelta grazie alle associazioni che le seguono e alla mobilità europea.
Frida Kahlo, Ospedale Henry Ford – Il letto volante, 38×30.5 cm, olio su metallo, 1932, Collezione di Dolores Olmedo, Città del Messico.
La Polonia contemporanea è un paese in cui la lotta per la modernità si svolge a spese delle donne. Per la prima volta, in seguito alla battaglia scatenatasi intorno alla legge sull’aborto, queste hanno l’opportunità di fermare e ribaltare il meccanismo arrugginito dall’usura del patriarcato.
Leggendo della capillarità della protesta, dell’inventiva delle organizzatrici e dei suoi sviluppi, si palesa tutta la sua innata forza, generata dalla “paura” di non essere ascoltate, di essere calpestate come i diritti conquistati, di essere zittite, di essere dimenticate. È la forza che può generare solo la disperazione, o la speranza.
L’analisi condotta da Alessandro Ajres riguarda principalmente il linguaggio e la comunicazione della protesta, che passa attraverso suoni, parole, immagini, e riguarda gli slogan, i comunicati, i post sui social, i cartelli e i simboli utilizzati. Un linguaggio e una comunicazione che hanno indagato a fondo anche musica, letteratura e arte, focalizzando su alcuni aspetti stereotipati che lanciano messaggi obsoleti o deleteri. Oppure obsoleti e deleteri. Immagini inadeguate e lontane dalla vita reale che attraversano trasversalmente tutti i campi della cultura. Basti pensare ai leitmotiv di molta comunicazione, letteratura, cinema, pubblicità, musica e arte.
L’autore, attraverso l’indagine sulle proteste, svolge un approfondito lavoro di studio al riguardo, mostrando al lettore aspetti poco noti dell’interpretazione artistico-letteraria di simboli e motivi.
Frida Kahlo, L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 70×60.5 cm, olio su tela, 1949, Collezione Jacques&Natasha Gelman, Città del Messico.
Il libro
Alessandro Ajres, Aborto senza frontiere. Il movimento polacco e i suoi modelli, Rosenberg&Sellier, Lexis Compagnia Editoriale, Torino, 2022.
L’autore
Alessandro Ajres: professore a contratto di Lingua polacca alle Università di Torino e Bari. Si occupa principalmente di letteratura polacca moderna e contemporanea.
A trent’anni da Tangentopoli siamo ben lontani dal progetto di ripristinare, ove ci sia mai veramente stata, la legalità nelle istituzioni. La corruzione non è diminuita. Ma per Nordio l’effetto più pernicioso è stato portare la magistratura al controllo dei partiti e alla tutela del Paese, fino al punto di sovvertire il responso delle urne e modificare gli equilibri parlamentari.
In Italia, il rapporto tra magistratura e politica è stato, negli ultimi venticinque anni, del tutto anomalo. In uno Stato democratico che, come tutti gli ordinamenti moderni, si fondi sul principio della divisione dei poteri, questa conflittualità dovrebbe essere esclusa in radice.
Occorre quindi, per l’autore, una rivoluzione copernicana del sistema giudiziario, perché il tempo sta per scadere. Siamo all’ultimo atto.
Tangentopoli è stata la malattia e Mani Pulite la cura. Eppure, per Nordio, quest’ultima si è rivelata essere più dannosa della prima, sul lungo termine.
Da un lato la corruzione è continuata e continua, sia pure sotto forme assai diverse. Dall’altro l’accumulo di prestigio e quindi di potere da parte della magistratura ha determinato sia la subordinazione della politica, sia la degenerazione della stessa corporazione giudiziaria.
Il primo fallimento della cosiddetta rivoluzione del 1992-1994 è stato il ripetersi di crimini che alcuni speravano tramontati, o comunque diminuiti. I processi e le sentenze sui vari episodi hanno dolorosamente dimostrato l’estensione e l’intensità di questo fenomeno pernicioso, che offende la legalità, umilia la concorrenza, aumenta i costi e gli sprechi, e si insinua in modo tentacolare persino tra gli organi di controllo che dovrebbero impedirlo e combatterlo.
Il secondo fallimento riguarda i rimedi impiegati: inutili. Rimedi che Nordio sintetizza in una dissennata proliferazione normativa, un’enfatizzazione burocratica, un’innocua severità. Dal 2012 in poi, soprattutto, i provvedimenti anticorruzione si sono succeduti con «periodica e minuziosa bigotteria ammonitoria», nel senso che a ogni legge si attribuiva un intento insieme etico e risolutivo.
L’autore sottolinea come spesso si tende a dimenticare che, quando la corruzione assume proporzioni estese e infiltrazioni capillari, contagiando allora come oggi tutti i settori della vita civile e germinando dai settori più modesti dell’impiegato comunale a quelli più elevati dell’alta amministrazione, subisce una trasformazione genetica. Non perde il suo connotato criminoso, ma lo altera e lo decompone. Diventa, in definitiva, un fenomeno culturale.
Più uno Stato è corrotto, più le leggi sono numerose, e più le leggi sono numerose, più alimentano la corruzione. Per cambiare questo sistema corroso e obsoleto occorre modificare la Costituzione, ormai «vecchia culturalmente» secondo Nordio, perché basata sul compromesso di due ideologie – la comunista e la cattolica – che hanno subito, negli ultimi decenni, profonde trasformazioni. Bisogna inoltre ridurre e semplificare le leggi esistenti, perché il corrotto, prima ancora di essere punito o intimidito, va disarmato. È questo il succo fondamentale della rivoluzione copernicana invocata dall’autore.
Carlo Nordio analizza a fondo il problema della corruzione nelle istituzioni e il modo in cui è stato affrontato dalla politica e dalla magistratura negli ultimi quarant’anni. Anche riguardo la magistratura, come per la politica, consiglia di non generalizzare mai troppo né, per contro, tentare di ridurlo a eventi legati solo a singoli individui, magari in vista, i quali finirebbero per diventare inutili capri espiatori di un fenomeno che non sarebbe comunque risolto, anche in seguito a una eventuale condanna.
L’autore è un liberale, e non tenta certo di nasconderlo. Si può concordare o meno con le sue posizioni e anche con alcune delle sue vedute, ma non si può certo obiettare quando egli compie una dettagliata ricognizione dello stato dell’arte. Un’analisi attenta, lucida e, tutto sommato, obiettiva. Sicuramente competente in materia.
Il libro
Carlo Nordio, Giustizia. Ultimo atto. Da Tangentopoli al crollo della magistratura, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2022.
L’autore
Carlo Nordio: editorialista ed ex magistrato. Ha condotto le indagini sulle Brigate rosse venete e quelle sui reati di Tangentopoli, ha poi coordinato l’inchiesta sul Mose. È stato consulente della Commissione parlamentare per il territorio e presidente della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale. Dal 2018 fa parte del Cda della Fondazione Luigi Einaudi. Collabora con numerose testate nazionali ed è autore di diversi volumi sul tema della giustizia. Attuale ministro della giustizia nel governo Meloni.
Se bastasse la bellezza, il Rinascimento non sarebbe mai nato.
La bellezza non basta. È questa, nell’analisi di Busi e Greco, la grande scoperta del Rinascimento.
Gli artisti e gli scrittori rinascimentali scavano il marmo, stendono la pittura, infilano collane di parole. Ma il loro segreto non è fatto di pietra, di colori, d’inchiostro. Assieme alla bellezze, impastano emozioni. E le mettono per iscritto. Le dipingono. Le disegnano. Le modellano. E l’enorme quantità di scritti, schizzi, dipinti, affreschi, statue rendono omaggio al loro amore, vissuto, immaginato, sognato, desiderato, subito.
Il Rinascimento esplora il desiderio, lo trasforma in forme che si librano nello spazio, si torcono, si congiungono, si amano. Si amano di un amore diverso, sperimentale, egregiamente indagato dagli autori il cui scopo è portare alla luce proprio il nuovo modo di dire, vedere e fare l’amore. E la ragione principale per la quale lo hanno fatto è che i modelli amorosi del Rinascimento, i percorsi di seduzione, l’affinamento psicologico dei sentimenti messi a fuoco in Italia in quest’epoca inimitabile sono ancora dominanti oggi.
Incisioni e libri a stampa divulgano posizioni erotiche, liberano la sessualità, la portano dal chiuso delle alcove sotto gli occhi di molti, se non di tutti. Questa libertà, contro cui si schierano ben presto le autorità ecclesiastiche, ha naturalmente anche i suoi lati oscuri. Il Rinascimento escogita nuove forme di mercificazione del desiderio.
È in quest’epoca che si afferma il fenomeno delle «cortigiane oneste». Eredi delle etère dell’antichità classica, le cortigiane rinascimentali uniscono l’avvenenza a una conversazione brillante, uno stile di vita sofisticato e a talenti artistici. Hanno spesso un’ottima educazione, superiore alla media, e la loro compagnia, unità a disponibilità sessuale, è ambita dagli esponenti dell’élite. Chiamarle prostitute d’alto bordo, sottolineano gli autori, non rende ragione del loro ruolo, che ha profonda influenza culturale.
Se il modo di concepire l’amore cambia, è anche grazie alle donne che entrano, in maniera prima impensabile, nel discorso pubblico e che sanno colloquiare alla pari con gli esponenti del mondo umanistico. Non soltanto cortigiane, di solito impegnate in un’ascesa sociale che, da condizioni relativamente modeste, le porta a contatto con il potere economico e politico. Parecchie scrittrici e qualche artista visiva, spesso di estrazione alto borghese o nobiliare, interpretano seduzione e desiderio con accenti nuovi, ed evocano un altro eros, più ricco di sfumature, di quello che viene dall’universo maschile.
Correggio, Giove e Io, 1532-1533, olio su tela, 163,5x72cm, Vienna, Kunsthistorisches Museum.
Il femminile acquista, nel Rinascimento, maggiore profondità, una più nitida consapevolezza psicologica. Non è ancora la piena autonomia a cui punterà l’età moderna, ma il passaggio è comunque fondamentale. L’amore, il desiderio, la passione che sembrano esplodere oppure implodere allorquando si scontrano con le recrudescenze del passato, del maschilismo, dei dogmi della religione. Allora come ora.
Pietro Bembo è stato uno dei paladini più determinati dell’amore platonico, della dicotomia: amore infelice-amore fisico vs amore felice-amore ideale. E lo è stato nei suoi scritti, nei suoi libri. Nei salotti, in camera, in tante lettere eleganti e in spiegazzati, frettolosi bigliettini, fu invece amatore seriale di donne in carne, ossa, occhi, volti e corpi. Con alterne fortune, naturalmente, ma con una melodica arte di seduzione, che non gli impedì di giungere fino al cardinalato.
Vicende che riportano alla mente le tante analogie tra il periodo rinascimentale e quello attuale. Ai tanti “scandali” che riempiono le cronache con la stessa facilità e velocità con la quale finiscono nel dimenticatoio generale.
Il grande Michelangelo Buonarroti sempre schivo nel raccontarsi ha lasciato uno dei più suggestivi esempi di pathos amoroso rinascimentale. Un messaggio composto per «Tomao», ovvero Tommaso Cavalieri, il giovane che Michelangelo incontra a Roma, nell’autunno-inverno 1532-33 e per il quale prova ammirazione, attrazione, imbarazzata affinità. Più che parlar d’amore, quello michelangiolesco è amore in parole, e in immagini.
Accanto al bello, il Rinascimento scopre l’emozione, la vicinanza dei corpi, persino le loro imperfezioni. Nelle relazioni fra donne e uomini, in quelle omoerotiche, tra ceti diversi, la rivoluzione amorosa del Rinascimento cambia per sempre la società. Per certi versi la sconvolge, di turbamenti i cui strascichi sono, in parte, ancora irrisolti.
Anziché un Rinascimento dell’individuo, che vuole affermarsi contro tutti, Busi e Greco immaginano una trasformazione guidata dai sensi, un modo nuovo di orizzontarsi nel reale. Gli uomini e le donne del Rinascimento sono, come vuole Burckhardt, più individualisti dei loro predecessori, ma sono anche immersi in una sensorialità diversa. Si mostrano in maniera più tangibile, si muovono nello spazio con migliore consapevolezza dei loro corpi, affinano con maggiore cura il loro sentire.
Analizzano a fondo scritti e dipinti gli autori, guidando il lettore attraverso letteratura e arte rinascimentale. Un’immersione in un mondo dall’oggi non così distante così si può ipotizzare o sperare. Un percorso che elude critiche e pregiudizi, abbracciando invece la sete di conoscenza e comprensione del lettore e degli stessi autori. Comprendere come le persone si rapportano con le proprie pulsioni intime per certo aiuta a capire il loro modo di comportarsi in pubblico. Esiste una stretta interrelazione tra il modo in cui una persona ama se stessa, ama un altra persona e la maniera in cui poi esse si ameranno tra loro. Ed è su questo punto affatto scontato che il libro di Busi e Greco svela tutta la sua grandiosità.
Il libro
Giulio Busi, Silvana Greco, Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento, ilMulino, Bologna, 2022.
Gli autori
Giulio Busi: esperto di mistica ebraica e di storia rinascimentale, professore alla Freie Universität di Berlino. Collabora alle pagine culturali de «Il Sole 24 Ore».
Silvana Greco: studiosa di sociologia della cultura e dell’arte, professoressa alla Technische Universität di Dresda.
Insegnare, per Bell Hooks, è condividere la crescita intellettuale e spirituale degli studenti. Impegnarsi per porre fine al razzismo nell’istruzione è l’unico cambiamento realizzabile a beneficio degli studenti neri e, in generale, di tutti gli studenti.
Se i neri americani hanno dovuto, e devono ancora, lottare contro la discriminazione e la segregazione, di fatto i neri d’Italia, pur trovandosi in scuole libere, pubbliche e aperte a tutti, spesso sono stigmatizzati come stranieri, anche se nati e cresciuti qui. Altre volte sono etichettati come alunni con «bisogni educativi speciali» solo perché non parlano ancora la lingua italiana o sono traumatizzati per i trascorsi, per la fuga da paesi in guerra o povertà estrema.
A differenza della generazione di Bell Hooks, che ha comunque avuto nelle scuole segregate insegnanti-modello a cui ispirarsi e che spronavano a impegnarsi e a eccellere, nelle scuole italiane non ci sono ancora insegnanti con lo stesso retroterra degli alunni. Ovviamente ciò non vuol dire che si auspica la realizzazione di scuole segregate, tutt’altro. La creazione di una scuola multietnica e multiculturale a ogni livello.
L’educazione funziona e favorisce l’autostima degli studenti bianchi, neri e di colore (intesi come “non bianchi”) solo se chi educa è antirazzista nelle parole e nei fatti.
Una delle situazioni più ricorrenti, sottolineata da Hooks nel testo, riguarda proprio il fatto che la gran parte di coloro che si dichiarano antirazzisti, nel loro quotidiano, non frequentano persone nere o di colore. Non hanno grandi rapporti con loro. La loro cerchia si compone, alla fin fine, di persone bianche.
L’insegnamento può essere un’attività gioiosa e inclusiva, ma deve essere assolutamente ripensato per affrontare in maniera risolutiva le discussioni su razza, genere, classe e nazionalità. Hooks sostiene che l’insegnamento può avere luogo in diverse e molteplici situazioni quotidiane di apprendimento: nelle case, nelle librerie, negli spazi pubblici e ovunque le persone si riuniscano per condividere idee capaci di influenzare la loro vita.
Per Bell Hooks, gli insegnanti imparano mentre insegnano e gli studenti imparano e condividono la conoscenza e, in tale conoscenza, tutti si riconoscono come membri di una comunità.
Nella prefazione, Rahma Nur condivide con Hooks la presa di coscienza dell’assenza di altre donne nere negli ambienti di lavoro frequentati e ricorda che, se negli ambienti accademici vissuti dall’autrice si era arrivati a sdoganare i discorsi su razza e razzismo, in Italia si è ancora ben lontani da ciò. Nel senso che sono discorsi ripresi e sviluppati dagli stessi neri, in svariati luoghi, ma l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione fanno ancora molta fatica ad accettare certi argomenti.
Invece bisogna far capire che il «modello suprematista bianco plasma le nostre percezioni quotidiane» in ogni momento, e questo succede negli Stati Uniti come in Italia. Necessita un lavoro di decolonizzazione e auto-decolinazzione mentale.
L’Italia è stato un paese colonizzatore e certi pensieri e atteggiamenti suprematisti fanno parte di questo retaggio. Se le persone bianche non possono liberarsi dal pensiero e dall’azione suprematista bianca, le persone nere e di colore non saranno mai veramente libere: questo vale anche per noi e per chi ha dimenticato o non conosce le violenze impartite ai popoli del Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia) che l’Italia ha colonizzato.
La cultura dominante ha paura ad approcciarsi a nuove idee e nuovi modi di vedere il mondo. Eppure è importante sostenere la giustizia sociale trasformando il sistema scolastico ed educativo in modo che la scuola non sia il luogo in cui chi studia subisce un vero e proprio indottrinamento volto a sostenere il patriarcato capitalista imperialista e suprematista bianco o qualsiasi altra ideologia, ma piuttosto dove impara ad aprire la mente, a impegnarsi nello studio rigoroso e a pensare in modo critico. Generando in tal modo una vera e propria «pedagogia della speranza».
Mentre il mondo accademico diventa sempre più un luogo in cui le aspirazioni umanitarie possono realizzarsi attraverso l’educazione come pratica della libertà e la pedagogia della speranza, il mondo esterno insegna ancora, purtroppo, la necessità di mantenere l’ingiustizia, la paura e la violenza. La critica al concetto di alterità, capeggiata dall’educazione progressista, non è potente quanto l’insistenza dei mass media conservatori sul fatto che tale alterità debba essere riconosciuta, braccata e distrutta.
L’odio incarna un complesso insieme di paure che riguardano la differenza e l’alterità. Rivela ciò che alcune persone temono in sé stesse, le proprie differenze. Inoltre, sottolinea ancora Hooks, l’odio si forma intorno all’ignoto, alla differenza percepita come alterità.
I cittadini di tutto il mondo sono attraversati dal cinismo mortale che normalizza la violenza, che fa la guerra e sussurra che la pace non è possibile, che non può esistere pace tra individui diversi, che non si assomigliano né parlano allo stesso modo, che non mangiano lo stesso cibo, non adorano gli stessi dei o non parlano la stessa lingua.
Bell Hooks sottolinea come spesso chi insegna si dimostra riluttante a riconoscere fino a che punto il pensiero suprematista bianco informa ogni aspetto della nostra cultura, comprese le modalità di apprendimento, il contenuto di ciò che si apprende e il modo in cui viene insegnato. E ciò vale anche per tutti gli altri che insegnanti non sono.
Ricorda l’autrice un test che somministrava durante le sue conferenze: quale identità sceglieresti se potessi reincarnarti? Le opzioni sono: maschio bianco, femmina bianca, maschio nero, femmina nera.
Ogni volta andava per la maggiore l’opzione “maschio bianco” e per ultima “femmina nera”.
Perché? La gran parte delle risposte dava come motivazione il privilegio basato sulla razza. E sul genere.
Chiunque compirà questo test con sé stesso dovrà ammettere che è un dato di fatto.
Nella nostra cultura quasi tutti, indipendentemente dal colore della pelle, associano la supremazia bianca al fanatismo conservatore ed estremo, ai naziskin che predicano tutti i vecchi stereotipi razzisti della purezza. Eppure, sottolinea Hooks, questi gruppi estremisti raramente minacciano il quotidiano. Sono le credenze e i pregiudizi suprematisti della compagine bianca “moderata”, più facili da nascondere e dissimulare, che sostengono e perpetuano il razzismo quotidiano come forma di oppressione di gruppo.
Diventare razzisti o meno è una scelta che facciamo. Nel corso della nostra vita siamo costantemente chiamati a scegliere da che parte stare rispetto al razzismo.
La cultura dominante ci vuole spaventati e desiderosi di scegliere la sicurezza al posto del rischio, l’identità invece della diversità. Superare la paura, scoprire cosa ci unisce e saper apprezzare le differenze è il grande messaggio che dona al lettore il libro di Hooks. Un movimento che ci avvicina e ci offre un mondo di valori condivisi, e un senso significativo di comunità.
Un messaggio intenso e potente come il libro che lo racchiude e lo diffonde.
Il libro
Bell Hooks, Insegnare comunità. Una pedagogia della speranza, Meltemi, Milano, 2022. Prefazione di Rahma Nur. Traduzione di Feminoska. Titolo originale: Teaching community: a Pedagogy of Hope.
L’autrice
Bell Hooks: è stata una studiosa femminista afroamericana. Il suo lavoro esamina l’intersezionalità di razza, capitalismo e genere e il modo in cui questa contribuisce a perpetuare i sistemi di oppressione e il dominio di classe.
Solo sul mercato africano esistono più di 150 marche di creme, unguenti e altri gel sbiancanti1, facilmente acquistabili, ma quasi sempre illegali, e dannosi per la salute. E allorquando un prodotto sparisce dal mercato, perché dichiarato troppo nocivo, subito viene sostituito da rimedi fatti in casa. Spesso definiti “naturali”, non per questo meno tossici.
Il problema non è solo medico e non riguarda solo il continente africano. Un’inchiesta di «Le Monde» del 2008 rivelava una tendenza sempre più diffusa: il desiderio di sbiancarsi la pelle anche da parte delle cittadine francesi di origine africana. E lo storico Pap Ndiaye – che nel 2022 ha assunto l’incarico di ministro dell’educazione nazionale in Francia – sostiene si tratti di un problema tout court, risolvibile solo attraverso una lotta più efficace contro le discriminazioni, le gerarchie sociali e quelle “mélaniques”, basate sulla melanina, ereditate dalla colonizzazione.
Lo studio e la ricerca condotti da Faloppa ripercorrono i tratti salienti della nascita della “necessità” di «sbiancare un etiope» (un moro, un nero, …) da cui deriva direttamente la “volontà” odierna di farlo.
Dal vecchio al nuovo continente, la superiorità della razza bianca è stata sbandierata per e dalla maggior parte della popolazione, da gruppi estremisti quali i membri del Ku Klux Klan ma, paradossalmente, anche da molti afferenti la stessa NAACP (National Association for the Advancement of Coloured People), convinti che i neri non avrebbero mai ottenuto la pienezza dei diritti civili e politici senza modificare le loro abitudini e il loro modo di presentarsi, seguendo i modelli, anche estetici, dei bianchi.
La prima ambizione di un colonizzato è di diventare come il colonizzatore, il quale assurge a modello di riferimento.2 Si tratterebbe di una vera e propria sottomissione psicologica per gli ex colonizzati, che andrebbe superata con un rovesciamento totale non soltanto dei valori ma delle categorie analitiche.3
Ma quando nasce davvero la “necessità” di sbiancare i neri e perché?
«The two pioneers of civilation, Christianity and commerce, should ever be inseparable.»
La civilizzazione e i suoi messaggi sembrano essere indissolubili non soltanto dal commercio ma anche dalla cristianità e dalla missione civilizzatrice di entrambi. È questa la celebre sentenza pronunciata dall’esploratore David Livingstone.4
Il concetto di fondo della sentenza Livingstone sembra aver ispirato diverse campagne pubblicitarie, in particolare quelle di aziende che producevano saponi talmente efficaci da riuscire a sbiancare finanche la pelle di un nero.
La pulizia non era solo un fatto fisico, ma anche e soprattutto – fin dalla prima metà dell’Ottocento – un fatto morale: un sigillo di rettitudine, una benedizione della proprietà domestica e un dovere civile.5 La pulizia era vista come un bene assoluto, usato spesso inconsciamente come una sorta di “scorciatoia simbolica” per una serie di altri “beni” immateriali e valori: dalla rispettabilità pubblica all’ordine domestico, dalla probità economica all’onestà sessuale (la monogamia, ovvero il clean sex).6
La sporcizia, per contro, era vista come un male in sé, specchio e indizio di altri mali, tanto fisici quanto morali. Andava lasciata fuori casa e fuori dalla società, allontanata, negata.
Fin dal 1500 l’opposizione simbolica tra il bianco e il nero assunse e sviluppo concetti legati anche alla tradizione classica, soprattutto cristiana, di bianchezza e oscurità. Il bianco associato a purezza, verginità, virtù, bellezza. Il nero alla bruttezza fisica e spirituale, alla mostruosità, alla collera divina.
Uno dei feticci nella costruzione della polarizzazione (colonizzatori-civili versus colonizzati incivili da civilizzare) fu il sapone, che negli ultimi decenni del XIX secolo diventò il “talismano della modernizzazione”,7 simbolo e strumento di una vera e propria “tecnologia di purificazione sociale”,8 il “principio della civilizzazione”, dal cui consumo si potevano misurare la ricchezza, il livello di civiltà, la salute e la purezza di un popolo.9
L’uso e il consumo del sapone come di altri prodotti detergenti è, ovviamente, legato in primis a questioni di salute, igienico sanitarie, ma non è né esente né lontano da tutti questi aspetti simbolici egregiamente indagati da Faloppa nel libro.
Un simbolismo quasi escatologico che si sovraccarica di aspettative al punto da arrivare ai dati odierni relativi ai tentativi di sbiancamento della pelle. Un tema che le aziende hanno sfruttato, per fini commerciali e di immagine.
Nel 2017 una pubblicità della Dove fu al centro di polemiche: grazie al potere del brand, una ragazza nera si trasformava in una ragazza bianca dai capelli rossi. Per l’azienda si trattava di un omaggio alla diversità, Ma l’effetto sbiancante del docciaschiuma appariva nella migliore delle ipotesi, sottolinea l’autore, un inspiegabile scivolone, nella peggiore un messaggio razzista, neanche tanto velato.
Nel 2011 la stessa azienda aveva lanciato una pubblicità nella quale le immagini di tre ragazze – una riccia e nera, la seconda con i capelli scuri e la pelle olivastra e infine la terza con i capelli biondi e la pelle chiarissima – erano accompagnate dal claim «Prima e dopo».
La ricerca condotta da Faloppa va avanti da oltre venti anni e, naturalmente, non è conclusa. Purtroppo, verrebbe da dire. Perché episodi di discriminazione, di presunta manifesta superiorità da parte dei bianchi sono tutt’ora all’ordine del giorno. Tuttavia ciò che l’autore è riuscito a far emergere e che va a comporre il libro è davvero impressionante, notevole e illuminante.
Molto incisiva anche la parte della dedica iniziale dedicata alle generazioni di domani, alle quali l’autore augura di poter rubricare il libro non tra quelli di attualità bensì di storia, perché razzismo e discriminazione saranno ormai superati.
Il libro
Federico Faloppa, Sbiancare un etiope. La costruzione di un immaginario razzista, Utet, De Agostini Libri, Milano, 2022.
L’autore
Federico Faloppa: professore di Linguistica e Italian Studies presso l’Università di Reading, in Gran Bretagna. Da oltre venti anni la sua ricerca ruota intorno alla costruzione del “diverso” nelle lingue europee, alla rappresentazione mediatica delle minoranze, alla produzione e circolazione del discorso razzista e discriminante, al rapporto tra lingua e potere, ai discorsi d’odio.
1C. Simon, Un réve de blancheur, in «Le Monde», 29 agosto 2008
2A. Memmi, Portrait du colonisé, portrait du colonisateur, Ed. Buchet/Chastel, Paris, 1957.
4J. P. Nederveen Pieterse, White on Black. Images of Africa and Black in Western Popular Culture, Yale University Press, New Haven-London, 1992. La sentenza di David Livingstone è tratta dalla lecture che l’esploratore tenne a Cambridge il 5 dicembre 1858.
5G. Giuliani, C. Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, Le Monnier, Firenze, 2013.
6A. McClintock, Soft-soaping empire: Commodity racism and imperial advertising, in Aa. Vv., The Gender and Consumer Culture Reader, J.Scalon (a cura di), New York University Press, New York, 2000.
7K. van Dijk, J. G. Taylor (eds), Cleanliness and Culture: Indonesian Histories, Brill, Leiden, 2011.
8A. McClintock, Imperial Leather: Race, Gender and Sexuality in the Colonial Contest, Routledge, London, 1995.
«Mondanità spirituale»: è l’espressione teologica e morale di un peccato che riguarda tutti ma, in particolare, gli uomini di Chiesa. Lo ha descritto per primo dom Vonier, proprio nel libro Lo Spirito e la Sposa.
Papa Francesco, dalla sua prima omelia in poi, ripetutamente ha parlato della mondanità spirituale per una riforma della Chiesa che parta da una conversione proprio di coloro che si sentono già convertiti. Come cattolici, cediamo alla mondanità spirituale tutte le volte che facciamo il bene, rifiutiamo la ricchezza, il lusso e la mondanità materiale, ma lo facciamo per umanitarismo, per moralismo, per una religione dell’uomo che sembra avere accenti nobili, ma che non è la fede in Gesù. Una Chiesa così, secondo papa Francesco, diventa una «una ONG assistenziale» dietro di cui, come insegna dom Vonier, può nascondersi il diavolo.
Si sente spesso ripetere, ai nostri giorni, che il mondo è scristianizzato, che è spento perfino ogni interesse per i problemi religiosi.
Tale affermazione, innegabilmente fondata rispetto all’atteggiamento delle masse, appare invece troppo pessimistica quando si consideri che non poche coscienze, tra le più sensibili, accusano un acuto disagio e, dopo aver sperimentato i frutti desolanti del progressivo distacco da ogni idea del soprannaturale, si affannano a risalire l’abisso scavato da oltre due secoli di cultura laica e di indifferenza religiosa. L’uomo nel quale si affacciano tali istanze, che per dom Vonier è il più delle volte l’uomo di cultura, trova nella realtà viva della propria esistenza l’oggetto immediato di una grave meditazione. Ma egli si volge naturalmente anche ai libri, ai quali domanda una impalcatura logica e teoretica, non tanto per sovrapporla alle proprie esperienze, quanto per convalidare e armonizzare, nel rigore del sistema, i dati dell’intuizione e della propria sensibilità.
Nella religiosità concreta e quotidiana, come anche in quella meditativa ed escatologica, dom Vonier intravede una costante azione, un continuo operare dello Spirito Santo, attraverso cui operano le altre Persone della Santissima Trinità. Un’opera che si vede e quasi si tocca con mano all’interno della Sposa, ovvero della Chiesa, la cui costituzione e vita è avvenuta alla luce dello Spirito. In realtà, quando si sente parlare della Chiesa come della Sposa di Cristo di fatto si pensa a una vaga immagine mistica, senza un preciso corrispondente nella vita reale. Mentre per dom Vonier la Sposa è reale, è concreta, indipendentemente dalle mura che la vanno a comporre e delimitare.
«How could the children of the Bridegroom be sad?»
Come possono i figli della Sposa essere tristi? Si chiede dom Vonier. Chi accoglie dentro di sé la fede in Dio, in Cristo e nello Spirito e la coltiva dentro e insieme alla Sposa non può che essere ottimista. È anche un appello, quello lanciato da dom Vonier, a un superiore ottimismo, rivolto al mondo scettico e rassegnato, alla crisi che lo pervade, all’angoscia degli stessi cristiani che, presi dal comune contagio, hanno finito col perdere di vista le immutabili glorie della Chiesa.
Quando i cattolici dichiarano di essere una Chiesa, si assumono una ben grave responsabilità. È come se un gruppo di persone, costituitesi in una società ben definita e inconfondibile, proclamassero di fronte al mondo intero di formare un’accolta invincibile di eroi, una società che nessuna potenza del mondo potrà distruggere. Agire così, sottolinea dom Vonier, significa assumersi una spaventosa responsabilità: suscitare fermenti, provocare ostilità, attirarsi le più amare critiche, aprire il varco, nel resto dell’umanità, agli attacchi spietati di chi agisce per partito preso. E allora si chiede l’autore: chi non esiterebbe, con aria di trionfo, a denunciare le miserie di una società che si proclama divina?
L’odio nasce nel momento stesso in cui si manifesta il potere o la pretesa del potere. Quando la comune fede in Cristo stringe in vincolo di unità ed anima del suo soffio vitale un gruppo di uomini, allora la benevola tolleranza degli estranei si cambia in feroce ostilità.
Ma questa ostinata determinazione dei cattolici a proclamarsi Chiesa, si è attirata qualcosa di peggio della furia dei persecutori: ha provocato quel grande scandalo, che ha origine dalla evidente constatazione che la società la quale si arroga un carattere divino, appare ben diversa nella sua vita e nelle sue manifestazioni.
Sicuramente, secondo dom Vonier, se il Cristianesimo avesse conservato quella semplicità primitiva, per la quale ognuno è libero di trovare il Cristo seguendo la propria strada, di volgersi a lui secondo l’inclinazione del proprio sentimento, molte miserie dello spirito sarebbero state risparmiate.
Lo Spirito si è incarnato nella Chiesa, così come Cristo si è incarnato nella natura umana. Tuttavia, per dom Vonier, è necessario distinguere fra la santità della Chiesa e la sua innocenza. La santità è l’abbondanza delle opere di carità nella Chiesa, l’innocenza è l’assenza del peccato, o almeno del peccato mortale. La fecondità della Chiesa in ogni genere di opere buone tende a sfuggire agli occhi di molti mentre le colpe, reali o immaginarie, dei membri della Chiesa generano scandali e morbosità.
L’attacco aperto del protestantesimo contro il cattolicesimo conta ormai oltre quattrocento anni; l’assalto della incredulità moderna dura da oltre due secoli. Quest’onda di veleno ha forse contaminato la Chiesa?
Per dom Vonier l’azione missionaria è una via di grande speranza per la Chiesa e per lo Spirito.
L’autore è un teologo e un uomo del suo tempo. Oggi, quella che egli definisce “incredulità moderna” per certo si è estesa e rinforzata ma l’analisi condotta da dom Vonier è molto acuta e attuale. Molto interessante risulta anche la lettura della introduzione dei curatori dell’opera, che aiuta il lettore nella comprensione della reale portata di uno scritto di simil fattura.
Il libro
Dom Anscario Vonier O.S.B., Lo Spirito e la Sposa (Renzo e M. Cecilia Poggi, a cura di), Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2015.
Titolo originale dell’opera: The Spirit and the Bride, Burns Oates&Washbourne Ltd., London 1935.
L’autore
Dom Anscar Vonier O.S.B. (1875-1938): benedettino, poi abate dell’abbazia di Buckfast, considerato tra i maggiori teologi del suo tempo e autore di manuali di vita spirituale.
Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Libreria Editrice Fiorentina per la disponibilità e il materiale.
Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com
Viviamo in un regime customer-centrico, che pone il consumatore al centro del nuovo ecosistema digitale, per due motivi principali: perché esso produce dati che sono sempre più il vero prodotto della nuova economia dell’attenzione; perché grazie a questi dati è possibile conoscere, prevedere e coinvolgere sempre più le scelte del consumatore.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella moda espanderà enormemente il processo di centralizzazione e customizzazione dell’offerta, tanto da coinvolgere anche la parte più ideativa e creativa, che storicamente spettava allo stilista.
Ma tutto questo quali ripercussioni avrà sull’aspetto cognitivo del consumatore?
Agli albori degli anni Settanta, il futurologo Alvin Toffler esordì con il libro Future Shock, nel quale elencava con estrema precisione le principali trasformazioni che la tecnologia avrebbe indotto nella società e nel mercato da lì a pochi anni.
Tra queste aveva già insistito sulla problematica dell’iperscelta per evidenziare come il nuovo capitalismo stesse implementando strategie di offerta altamente complesse e diversificate che sfruttavano l’automazione e rivoluzionavano il rapporto tra aziende e consumatori. Per Barile già allora appariva chiaro il passaggio che dalla microsegmentazione del mercato avrebbe condotto all’integrazione attiva del consumatore nella filiera produttiva, le cui dirette ripercussioni sulla sfera culturale mettevano in discussione le teorizzazioni che invece avevano insistito sulla crescente omogeneizzazione delle pratiche di consumo.
Anche se alcuni aspetti della «profezia» di Toffler erano troppo suggestionati dalla fantascienza, il suo nocciolo sostanziale si è realizzato tanto che oggi, sottolinea Barile, parliamo di un nuovo regime customer-centrico gestito dalle piattaforme digitali.
Tale regime è in qualche modo stato preparato dalla mass customization degli anni Novanta, come momento culminante del cosiddetto postfordismo che ha introdotto innovazioni di tipo tecnico e organizzativo al fine di erogare prodotti e servizi a elevato livello di differenziazione.
Il presupposto decisivo in tale rivoluzione sta nell’esigenza delle aziende di coltivare un concetto olistico di qualità che arriva a coinvolgere la relazione con il consumatore. Questi, infatti, ha dimostrato nel corso degli ultimi decenni una sempre maggiore perizia nelle indicazioni di consumo quando invece tale attività, nel periodo dominante del fordismo-taylorismo, era intesa come passiva e automatica.
Nella produzione di massa la relazione con il cliente – fondata sul suo anonimato – era sacrificata a vantaggio della reperibilità immediata e diffusa dei beni. Nella mass customization, al contrario, ogni transazione rappresenta un accrescimento di conoscenza da parte dell’azienda delle caratteristiche idiografiche del cliente. Un feedback che può essere mediato dal punto vendita oppure disintermediato tramite la rete.
Il principio tramite il quale sono nate le prime strategie di questo genere è quello della modularizzazione, che ha consentito alle aziende di produrre merci sempre più personalizzate. Esso si basa sulla fabbricazione tramite economie di scala di componenti basilari che possono essere riassemblate in modalità differenti per offrire prodotti relativamente diversificati.
Ciò avviene con il supporto decisivo delle tecnologie digitali le quali, precisa l’autore, non sono semplici mass media aggiunti ai media tradizionali quali televisione, radio e cinema.
Il digitale è più di ogni altra cosa un nuovo ambiente capace di inglobare tutti i media precedenti e di riconfigurare le relazioni sociali ed economiche sia in termini quantitativi che, soprattutto, in termini qualitativi.
Il digitale pervade completamente e profondamente ogni ambito della cultura, dell’economia e della creatività contemporanea. Per Barile, nel prossimo futuro, l’uso dei chatbot tenderà a sostituire il rapporto tra brand e consumatore con quello tra sistemi di intelligenza artificiale e assistenti digitali. I chatbot consentono di automatizzare il rapporto con un cliente sempre più profilato. In questo modo aiutano a spostare il focus della moda dallo stile del designer alla performatività del consumatore-utente.
Secondo Luce, nella moda l’intelligenza artificiale può rappresentare una tecnologia «distruptive», nel senso di dirompente, di sostituzione, non solo rispetto ai processi di comunicazione, ma anche con quelli creativi. Come in alcune applicazioni di IBM/Watson e Google che mirano a sostituire il ruolo del progettista proponendo modelli disegnati sulle caratteristiche dei consumatori trasformati in flussi di dati.
Si passa dall’epoca del single channel, ovvero del singolo negozio fisico come unico canale di acquisto dei prodotti moda, a quella del multi-channel in cui si aggiungono nuovi canali di vendita, come l’e-commerce, passando per il cross-channel in cui diversi canali si integrano offrendo all’utente un’esperienza unica, per giungere poi all’omnichannel in cui diversi canali integrati si trasformano in un ambiente che circonda l’utente-generatore di dati.
Il vero problema, sottolinea Barile, che l’omnichannel tenta di risolvere è l’anello mancante tra esperienza online, di cui si sa pressoché tutto, ed esperienza off-line di cui si sa ben poco.
La possibilità di collegare i due livelli offrirebbe alle aziende uno strumento ancor più potente di conoscenza e previsione delle scelte del cliente.
Il futuro del retail è un problema che desta grande interesse non solo dal punto di vista dei brand di moda e delle aziende hi-tech, ma anche da parte delle amministrazioni locali, preoccupate dal processo di desertificazione dei luoghi pubblici, come conseguenza della nuova egemonia commerciale delle piattaforme e ancor più recentemente alla crisi pandemica.
Il case study del concept store di Manhattan, chiamato Story, è particolarmente significativo dell’integrazione tra tecnologie e spazio fisico nel cosiddetto retail esperienziale.
Lo stesso nome gioca semanticamente con i termini store e storytelling, ovvero un luogo fisico allestito per coinvolgere il visitatore in una narrazione composita.
Secondo Rachel Shetchman, sua fondatrice, il negozio del futuro dovrebbe avere un taglio curatoriale capace di coinvolgere l’interesse del cliente, inoltre dovrebbe cambiare ogni 4-8 settimane come se fosse una galleria d’arte, offrendo un’esperienza che permane nella memoria. Infine vendere i propri prodotti. In Story i brand raccontano se stessi a partire dalla loro unicità.
L’utilizzo di tecnologie intelligenti, basate sul machine learning, consente di monitorare il comportamento del consumatore: sistemi di riconoscimento facciale anonimo, emotions tracking, fitting room technologies, mobile identification tracking, RFID, video analytics.
Si tratta di tecnologie innovative che vengono classificate da McStay come «media empatici», ovvero capaci di riconoscere le emozioni umane e di interagire con esse.
Così, dal retail esperienziale descritto da Stephens, si passa a quello «aumentato», che utilizza realtà aumentata e media empatici per potenziare l’esperienza del consumatore.
Il concetto di Metaverso, formulato dalla letteratura Cyberpunk negli anni Novanta, è oggi al centro di un grande interesse da parte di consumatori e aziende per vari motivi:
È un’occasione di rilancio di piattaforme in crisi.
È il collettore di una serie di servizi innovativi e a pagamento come gli NFT e le nuove strategie di gamification.
È il punto di raccordo tra mondo fisico e virtuale che implicherà ulteriori problemi di protezione dei dati personali dei suoi utenti.
Una delle caratteristiche dominanti della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale è l’integrazione dinamica tra la dimensione digitale/virtuale e quella fisica o, per utilizzare le parole di Klaus Schwab, l’interazione tra tre principali megatrend: fisico, digitale, biologico.
Per Barile, una delle tecnologie caratterizzanti la Quarta Rivoluzione Industriale, è la blockchain, nota perlopiù per essere l’infrastruttura tecnologica che dà vita al mercato delle criptovalute.
Essa è in grado di certificare proprietà e autenticità del NFT (Non-Fungible Token), in tal modo conferendo a un mero insieme di dati, generalmente riproducibili, una sorta di unicità. Non vi è quindi, di fatto, alcuna differenza tra la copia e l’originale nell’ambito dei prodotti digitali, se non il codice della Blockchain che ne certifica l’unicità.
Secondo Karinna Grant, cofondatrice di The Dematerialised – piattaforma in cui stanno entrando diversi brand di moda, come Gucci, Prada, Rebecca Minkoff – ci sono sostanzialmente tre modi di utilizzare gli indumenti digitalizzati:
Indossarli tramite Realtà Aumentata.
Vestire i tuoi avatar.
Coniarli come NFT da collezionare e scambiare.
Se la moda attuale insiste principalmente sugli NFT, in futuro la flessibilità del Metaverso mirerà a incorporare e integrare sempre più lo spazio fisico.
Meta in questo caso realizza il sogno iniziale di Zuckerberg, ma lo espande a un livello finora impensato, non solo di sfruttamento della moda virtuale, ma anche di integrazione tra spazio virtuale e fisico, ovvero di ulteriore invasione, sfruttamento e monetizzazione della vita quotidiana dei suoi utenti.
Il dibattito attuale sul Metaverso è molto combattuto ma l’autore ritiene la moda destinata ad approdare definitivamente ad esso, per la sua innata capacità di simulazione e dissimulazione, anche se le modalità con le quali ciò avverrà sono al momento sperimentali e solo parzialmente ipotizzabili.
Del resto la moda ha sempre dimostrato la sua capacità di apprendere e di prendere dai vari strati della società nella quale è presente, come ha ampiamente illustrato Barile nel corso del testo, analizzando, per esempio, i casi rappresentativi della relazione costante tra le forme della moda e quelle dello street style. Nonché l’abilità di adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali con estrema facilità e versatilità. Oggi, gran parte della moda e del lusso reinterpretano, citano o semplicemente saccheggiano lo street style. Ma uno street style globalizzato, divenuto ormai logica ed estetica dominante nelle mani dei grandi brand che ha perso molto del suo contenuto originario.
Si chiede Barile quanto etico sia o debba essere l’atteggiamento della moda nei confronti delle cose del mondo e trova per certo solidarietà nel lettore allorquando palesa quanto flebile sia in realtà la volontà di minare la nostra dipendenza cognitiva dall’impero dell’effimero, dalla quintessenza della spettacolarizzazione del corpo nel quotidiano.
Un libro, Dress Coding di Nello Barile, che in realtà ne sembrano dieci, per la vastità degli argomenti trattati e, soprattutto, per la precisione con cui vengono trattati dall’autore, il quale aiuta il lettore nell’esplorazione di un mondo poliedrico che affascina e stordisce, cattura e incanta eppure, al contempo, pone tutti noi difronte alle nostre più grandi debolezze, al nostro “disumanizzarci” scientemente ma con gioia vedendo il nostro avatar tronfio nella sua nuova “skin”.
Il libro
Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso, Meltemi Editore, Milano, 2022.
L’autore
Nello Barile: docente di Sociology of Media e Sociologia della moda all’Università IULM di Milano. Autore di monografie, articoli e contributi nazionali e internazionali sui media digitali, sul consumo e sulla comunicazione politica.
È la massimizzazione dei profitti l’obiettivo cui dovrebbero tendere aziende e dirigenti per garantire la sopravvivenza della stessa azienda e servire il benessere non solo dei suoi azionisti ma anche, più in generale, degli stakeholders.
Quando un’impresa ottiene un profitto, di solito ne beneficiano i dipendenti, i partner dell’azienda lungo la catena del valore, le banche, il governo e in definitiva la società nel suo complesso.
Questa è, in sintesi, la tesi sostenuta con passione da Simon e Fiorese. Una determinazione che neanche l’avvento della digitalizzazione sembra poter mettere a rischio. Gli autori si mostrano infatti convinti che, al pari di quanto accaduto per la New Economy, anche la digitalizzazione prima o poi dovrà fare i conti con il profitto.
Circa due decenni dopo lo scoppio della bolla della New Economy, si assiste a una nuova era di euforia in cui l’84 per cento delle aziende che si quotano in borsa non ottengono profitti, ma in alcuni casi godono di valutazioni di mercato ridicolmente alte. Questi sono i reali rischi di sostenibilità temuti ed evidenziati da Simon e Fiorese, non il profitto in sé, se lecito ovviamente, perché esso rappresenta e deve rappresentare il naturale obiettivo di un’azienda sana e prosperosa.
Per le aziende private, non c’è alternativa all’orientamento al profitto. Dopo tutto, nessuna azienda è mai andata in bancarotta per aver guadagnato.
La massimizzazione del profitto – o forse peggio «la massimizzazione del valore per gli azionisti» – è considerata da molti osservatori come la radice di tutti i mali del nostro sistema economico.
Eppure, secondo Simon e Fiorese, nella sua essenza la massimizzazione del profitto è semplicemente l’antitesi dello spreco.
I critici sostengono che la massimizzazione del profitto e del valore per gli azionisti è responsabile dello sfruttamento delle risorse e dei lavoratori, delle disparità di reddito e di patrimonio, della delocalizzazione dei posti di lavoro in paesi a basso salario, del trasferimento delle sedi aziendali in paradisi fiscali e di molti altri abusi.
Ma queste critiche sono, per gli autori, in netto contrasto con le basi teoriche della microeconomia, fermo restando che l’etica è e dovrebbe rimanere la pietra angolare della leadership di lungo termine. Concetto sintetizzato dalle parole del secondo decano della Harvard Business School: «a decent profit decently» (un profitto soddisfacente in modo corretto).
Nella realtà però esistono le zone grigie e allora non ci si può non interrogare su cosa rientra effettivamente nella definizione di decently e cosa no.
Il profitto è la ricompensa che spetta a un’azienda per l’assunzione del rischio imprenditoriale. È ciò che rimane dopo che sono stati pagati gli stipendi, i dipendenti, i fornitori, le banche e altri creditori, oltre alle tasse dovute a governi statali e locali. Il profitto è quindi un residuo legittimo che appartiene solo ed esclusivamente ai proprietari dell’azienda.
Viene da sé comunque che questi imperativi degli autori si riferiscono alle aziende che regolarmente pagano i dipendenti, onorano i propri debiti e versano le tasse e i contributi. Condizione estremamente differente dalle società fittizie che nascondono capitali all’estero, in aree off-shore appositamente per bypassare il fisco.
Vero è anche che una delle leggi fondamentali dell’economia ci dice che profitto e rischio hanno una correlazione positiva. In altre parole, le opportunità di un profitto più elevato comportano un maggior rischio. Si può usare questa legge in una semplice regola pratica per il processo decisionale: per un dato livello di profitto, si dovrebbe scegliere l’alternativa con il rischio più basso. Al contrario, si dovrebbe scegliere l’opzione con il più alto profitto potenziale se i rischi sono uguali. I mercati di capitali però valutano le opportunità di investimento a più alto rischio.
Tutti parlano di un sistema basato sulla meritocrazia ma in realtà vogliono intendere la capacità di fare soldi e di farli fare a loro volta. E chi è esterno a questo meccanismo perverso non può fare a meno di chiedersi se davvero conta solo questo e perché.
Non è solo una questione di soldi. È lo status che risucchia inesorabilmente molti nel «tunnel della dipendenza da lavoro», nel mondo dorato dei bonus milionari, dei viaggi in prima classe e delle vacanze in resort di lusso in località esotiche… un «sistema chiuso che ti allontana ancora di più dalla realtà» e per il quale «vendi l’anima al diavolo. Io l’ho venduta per le ricchezze terrene. In cambio il diavolo ha voluto il mio fallimento morale». Tanti banker nel momento in cui realizzano cosa stanno facendo hanno dei crolli emotivi che cercano di riempire con fiumi di alcol. Ragazzi per la gran parte sotto i trent’anni che non possono parlare tra di loro se non di lavoro, la concorrenza è troppa e la debolezza non è ben vista in quell’ambiente. Non possono parlare con famigliari amici affetti perché chi è estraneo a quel mondo stenta a comprendere e a condividerne le dinamiche. Si ritrovano a vivere le loro interminabili giornate di lavoro in un sistema chiuso dove «l’etica è questa: o sei con noi o contro di noi». Un ambiente “amorale” nel quale lo scopo diffuso è “ingannare” i clienti senza infrangere alcuna legge o norma. Uno dei motti più diffusi tra i banker è “it’s only Opm (Other People’s Money) – è solo denaro altrui”.1
I margini di profitto tendono a essere più bassi nei paesi grandi e viceversa ma, in generale, i margini di profitto netto nei paesi dell’Unione Europea tendono a essere più bassi. Le aliquote fiscali più alte aiutano a spiegare questo fenomeno.
Oltre che da paese a paese, i margini di profitto variano in maniera significativa anche tra i diversi settori industriali. Nelle industrie pro-cicliche – ossia molto legate all’andamento dell’economia in generale – come quella petrolifera e del gas, le fluttuazioni dei prezzi possono avere un forte effetto sui margini di profitto annuali. Al contrario, altri settori come quello farmaceutico, ovvero anti-ciclici, conservano margini elevati sostenuti.
L’industria farmaceutica è seconda, dopo software/entertainment, per margine di profitto.2
I profitti elevati sono moralmente discutibili? Per certo non si può negare che esistono casi delicati e complessi – da un punto di vista etico – soprattutto in settori particolari, tra i quali rientra a pieno titolo l’industria farmaceutica. Farmaci innovativi e salvavita dai costi esorbitanti pongono dure sfide etiche alle aziende e alla società intera.
«Siamo fermamente convinti che le terapie debbano essere pagate in base al loro valore. Siamo determinati a fissare i nostri prezzi secondo questo principio.»3
Si tratta di aziende private. È un loro diritto orientare la politica aziendale al profitto. Ma tutto questo non può non rispolverare l’annosa questione sul concetto di salute pubblica e accessibilità alle cure mediche.
Kymriah, una terapia genetica sviluppata da Novartis, può curare una certa forma di leucemia con una sola iniezione. Negli Stati Uniti, un’applicazione di quel farmaco costa fino a 475mila dollari. Il servizio sanitario britannico ne copre una parte del costo, in determinati casi. In Germania il prezzo è di 320mila euro. Ed è solo uno dei numerosi esempi che si possono riportare e che riguardano tutte le case farmaceutiche, non solo Novartis.
Ovvio che il costo di queste terapie non è dipendente solo dal profitto, in larga parte dal lavoro che ha portato alla sua creazione. Il punto è quanto sia etico che salute e guarigione siano affidate al settore pubblico lecitamente votato al profitto.
Singolare poi, per non dire paradossale, che le industrie farmaceutiche e quelle del tabacco siano così vicine nella classifica dei profitti.
Gli autori sottolineano come la critica all’orientamento al profitto provenga, in gran parte, dagli intellettuali e non solo quelli riconducibili ad ambiti politici di sinistra.
Questi generalmente pensano di essere più intelligenti degli uomini d’affari e, se si prende in considerazione il quoziente intellettivo, questa auto-percezione potrebbe effettivamente essere esatta. Ma guadagnano decisamente di meno e, siccome non imputeranno mai ciò a qualche loro carenza, additano il sistema come responsabile al pari e in correità al comportamento spregiudicato degli stessi uomini d’affari. E anche su questo versante esplorato dagli autori si apre un mondo di interminabili discussioni sul valore da attribuire alla cultura, alla formazione, alle competenze, alla meritocrazia.
«I ricchi sono bravi a guadagnare soldi ma di solito non sono persone decenti (rispettabili).»4
A onor del vero, va ricordato che lo scetticismo verso la filosofia del profitto alberga anche all’interno della stessa comunità degli economisti. Tuttavia gli autori rammentano al lettore che, nel mondo reale, è raro che qualcuno sappia in anticipo quale comportamento consentirà di raggiungere i più alti profitti possibili, o quanto effettivamente alti potrebbero essere i loro utili.
Bisogna infatti sempre tenere presente che un numero considerevole di aziende – presumibilmente più della metà – non genera alcun profitto economico e quindi non recupera i propri costi di capitale.
Nella personale esperienza di Simon e Fiorese, solo pochi imprenditori e manager danno la massima priorità al profitto. A dominare sono invece gli obiettivi di reddito, volume o quota di mercato. Ancora una volta a primeggiare, per orientamento al profitto, sono le aziende farmaceutiche e dell’healthcare in generale.
Sulla questione della discutibilità morale dei profitti gli autori sono perentori: dipende più da come vengono realizzati che dal loro ammontare. Il profitto è il prezzo della sopravvivenza. Se un’azienda non guadagna, prima o poi fallirà.
Simon e Fiorese sono dei tecnici del settori per cui il loro orientamento, anche di scrittura, è economico, non politico né sociale. Tuttavia hanno cercato di mantenere sempre una certa obiettività nell’esporre perlopiù fatti e dati piuttosto che opinioni personali. Molto utile, per i lettori generici, anche la parte iniziale del testo, dove vengono analizzati i vari aspetti della formazione del profitto aziendale e ne vengono indicati anche i copiosi fraintendimenti di senso che si diffondono lungo tutti i canali della comunicazione e dell’informazione.
Un libro la cui tesi si può anche tentare di confutare ma che rimane comunque molto interessante e veritiero.
Il libro
Hermann Simon, Francesco Fiorese, Profitto. Come massimizzarlo per un’impresa e una società davvero sostenibili, Guerini Next, Milano, 2022.
Gli autori
Hermann Simon: fondatori e Honorary Chairman di Simon-Kucher&Partners. Tra i maggiori management thinkers contemporanei, ha insegnato come accademico al MIT, Insead, Harvard, Stanford e London Business School.
Francesco Fiorese: partner dell’ufficio di Milano della Simon-Kucher&Partners. Autore di numerosi articoli e studi dedicati alla strategia e al marketing.
1Joris Luyendijk, Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri, Einaudi, Torino, 2016
2New York University: http://pages.stern.nyu.edu/~adamodar/New_Home_Page/datafile/margin.html
3Jörg Renhardt, presidente del CdA di Novartis, Frankfuerten Allgemeine Zeitung, 17 ottobre 2018
4Rainer Zitelmann, The Rich in Public Opinion, Cato-Institute, Washington, 2020.
Il 13 settembre 2022, Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla polizia morale iraniana. Testimoni oculari hanno riferito di violenti percosse subite dalla donna durante il trasferimento nel centro di detenzione. Da dove, poi, sarebbe stata trasportata in ospedale già in stato di coma.
Le autorità hanno sempre negato qualsiasi illecito. Per la morte di Mahsa Amini e dei tanti altri giovani che hanno perso la vita durante o in concomitanza delle manifestazioni di protesta che da quel momento imperversano in Iran.
Si tratta delle manifestazioni più importanti dall’istituzione della Repubblica islamica all’indomani della rivoluzione del 1979, diverse da quelle degli scorsi anni per portata, significato e istanze.
Il severo codice di abbigliamento della Repubblica islamica è stato reso ancora più rigido, rispetto al passato, dal presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi. Un codice di abbigliamento anche per i ragazzi, che possono essere fermati se i capelli sono troppo lunghi e le magliette troppo attillate o con maniche troppo corte.
Ma Farian Sabahi precisa fin da subito che la causa del risentimento di tanti iraniani verso la Repubblica islamica non è l’obbligo del velo di per sé, ma l’approccio violento delle autorità – nelle loro diverse declinazioni – nei confronti dei cittadini che vorrebbero poter scegliere liberamente.
Per l’autrice, la violenza sistematica delle forze dell’ordine è la prova della perdita di legittimità di un sistema politico corrotto, che non ha altra scelta se non la repressione che finisce per allontanare sempre di più i giovani e il popolo in generale.
Le iraniane e gli iraniani scendono in strada, nonostante i rischi, e non solo affinché il velo sia una libera scelta. Contestano la mala gestione della cosa pubblica ed esprimono preoccupazione per la disoccupazione e l’inflazione galoppante.
Nel settembre 2022 le proteste non hanno un leader e sono prive di coordinamento. E queste, per Sabahi, non sono debolezze ma punti di forza in quanto non essendoci una leadership non la si può decapitare per scoraggiare o sedare le rivolte.
Fin dall’inizio delle proteste, le autorità iraniane accusano l’Occidente di istigare il dissenso. Il presidente Ebrahim Raisi continua a biasimare «i nemici dell’Iran, colpevoli di fomentare le proteste per fermare il progresso del Paese».
Sulla lista nera degli ayatollah e dei pasdaram ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele: Paesi che hanno tutto l’interesse a un cambio di regime.
Ma, secondo l’acuta analisi di Sabahi, le proteste non andrebbero mai avanti da settimane se non fosse per una profonda insoddisfazione degli iraniani.
L’obiettivo di Raisi sembra essere quello di portare avanti l’adesione dell’Iran alla SCO (Shangai Cooperation Organization), di cui fanno parte Russia, India, Cina e i Paesi dell’Asia Centrale, per rompere l’isolamento dell’Iran dovuto alle sanzioni statunitensi. Un isolamento che ha generato, nel tempo, molta instabilità sociale e politica.
Il 15 novembre 2019, il governo di Hassan Rohani tagliò i sussidi al carburante. Questa decisione era motivata dal fatto che, a causa delle sanzioni internazionali e dell’embargo sul petrolio iraniano, tra il gennaio e l’agosto 2019 le esportazioni in Europa erano crollate del 94% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In oltre cento città e cittadine iraniane scoppiarono le proteste. Dapprima per motivi economici poi, sottolinea Sabahi, sfociate in ribellione politica contro la leadership religiosa.
Un altro elemento rilevante sullo scenario internazionale, degno di nota per l’autrice, è «il sostegno dei vertici di Teheran alla Russia di Putin in occasione dell’aggressione all’Ucraina».
In più punti del libro, Farian Sabahi tiene a precisare o meglio a smentire quelli che sono i più diffusi luoghi comuni occidentali su Iran e iraniani. Per esempio, il continuare a considerarli arabi quando in realtà sono un popolo indoeuropeo. Oppure ancora nel voler vedere l’Iran come un paese chiuso, isolato e radicale. L’Iran è invece un paese multietnico, multiculturale e multireligioso. Da sempre al centro di tante vie carovaniere: la via della seta, la via delle spezie, la via delle pietre preziose.
Quello che oggi viene definito «mondo iranico» è uno spazio culturale, che va dall’est dell’Iraq all’India del nord, passando per l’Asia centrale. Un mondo difficile da cogliere e per certi versi paradossale.
Sabahi paragona l’Iran a un mosaico: di genti, etnie, lingue e religioni.
Teheran non è né Oriente né Occidente. È il punto d’incontro di civiltà contigue e indipendenti, ma è diversa. Per l’autrice ciò rappresenta l’emblema della schizofrenia culturale degli iraniani. Sospesi, tra Oriente e Occidente.
Teheran è una città con due anime. Una città in cui si vive sospesi. Tra modernità e tradizione. Cittadini di una Repubblica… islamica, di quella che dovrebbe essere una democrazia… religiosa, ma in realtà si tratta di un’oligarchia di ayatollah e pasdaram.
Il non riuscire a inquadrare perfettamente l’Iran a gli iraniani in Occidente dà, per certo, facile adito al proliferare di luoghi comuni e pregiudizi. Etichette facili e spesso errate utili a illudersi di comprendere ciò che in realtà non si capisce.
Situazione simile a quella descritta da Giulietto Chiesa con riguardo alla visione occidentale della Russia e dei russi e alla fobia che ne deriva.1
Farian Sabahi sottolinea il fatto che i quotidiani occidentali parlano spesso delle donne iraniane ma non sempre scrivono, per esempio, che a Teheran il livello di istruzione è tra i più alti dell’Asia. La scuola è gratuita e obbligatoria fino a quattordici anni. I bambini e le bambine vanno a scuola. Il lavoro minorile è vietato. All’università, due matricole su tre sono donne.
Nel 2006 il governo ha imposto le quote azzurre, per dare uguali opportunità ai ragazzi, nelle facoltà di Medicina, Odontoiatria e Farmacia.
Le autorità stanno cercando di imporre la segregazione dei sessi nelle università. Una sgradita novità perché, fin da quando è stata inaugurata l’università di Teheran nel 1937, potevano iscriversi tutti, uomini e donne, e sedersi vicini.
Da ottobre 2012 alle donne è vietato frequentare Ingegneria mineraria all’Università di Teheran. Scienze politiche ed Economia aziendale a Isfahan sono riservate ai maschi. Maschi che, però, a Isfahan, non possono più iscriversi a Storia, Linguistica, Letteratura, Sociologia e Filosofia.
I diritti delle donne sono una battaglia continua, ricorda Sabahi. Le donne iraniane hanno il diritto di voto dal 1963. Ma il diritto di voto non basta a fare una democrazia.
Barometro della democrazia sono, per l’autrice, i diritti delle donne, di coloro che hanno un diverso orientamento sessuale, delle minoranze religiose ed etniche. Una lotta continua.
Parole verissime, quelle di Farian Sabahi. A tutte le latitudini. Valide per tutti i Paesi. Anche per le democrazie occidentali. Perché anche in esse i diritti sono stati conquistati dopo anni di lotte e dure battaglie. A colpi di manifestazioni e proteste. Esattamente come accade in Iran. Come accaduto nei Paesi protagonisti delle recenti Primavere arabe.
I giovani, maschi o femmine che siano, manifestano, protestano, chiedono a gran voce i diritti che sono loro negati o ignorati. E ovunque hanno il diritto e il dovere di farlo. Come le minoranze. Come coloro che hanno un diverso orientamento sessuale. Perché i diritti sono realmente riconosciuti quando vi è la piena libertà di essere se stessi. Di seguire la propria indole e le proprie passioni. Di condurre un’esistenza dignitosa e soddisfacente.
Noi donne di Teheran di Farian Sabahi è una lettura molto interessante, sia nella parte iniziale, laddove l’autrice fa una ricostruzione storica del suo Paese, raccontando la vita reale delle donne e degli uomini di Teheran. Sia nella seconda parte del libro, dove vengono riportate le diverse interviste effettuate da Sabahi a Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, che della difesa dei diritti umani ha fatto la sua ragione di essere.
Un libro che svolge una funzione culturale fondamentale: smontare luoghi comuni e pregiudizi. Un lavoro egregio e sempre necessario.
Il libro
Farian Sabahi, Noi donne di Teheran, Jouvence, Mim Edizioni, 2022.
L’autrice
Farian Sabahi: insegna Middle East: History, Religion and Politics alla Bocconi di Milano. Editorialista per il Corriere della Sera, scrive di questioni islamiche per le pagine culturali del Sole24Ore. Autrice di diversi volumi sull’Iran e sullo Yemen.
La malattia mentale è una delle maggiori cause di sofferenza umana. Ma cosa provoca sentimenti intensi nella persona sana o malata? O, più direttamente, cosa sono in realtà quei sentimenti, in senso fisico, fino al livello delle cellule e delle loro connessioni?
Karl Deisseroth racconta casi clinici provenienti dalla sua esperienza di medico di psichiatria d’emergenza e li spiega alla luce di scoperte scientifiche ottenute da tecnologie inedite, che lui stesso a contribuito a sviluppare.
Unendo in un unico racconto le intuizioni provenienti dall’impiego delle tecnologie, le storie dei suoi pazienti e la storia evolutiva dell’umanità, Deisseroth dipana la grande avventura delle emozioni umane.
Proiezioni pone il lettore difronte all’essenziale bisogno di interrogarsi sulla condizione stessa di essere umano, sui sentimenti universali di perdita e dolore che scaturiscono dalle relazioni e sulle fratture profonde dei modi in cui possiamo percepire la realtà.
Per Deisseroth, quando si tratta di descrivere l’esperienza interiore umana, la medicina e la scienza da sole si rivelano inadeguate, e dunque egli racconta alcune delle storie non dal punto di vista di un medico o di uno scienziato ma dalla prospettiva di un paziente. Le tre prospettive insieme riescono a inquadrare lo spazio concettuale necessario.
Ognuna di queste prospettive agisce come una lente, focalizzata in modo diverso sul mistero della mente, fornendo una visione diversa della stessa scena.
Nella malattia psichiatrica, l’organo di per sé non è danneggiato in un modo che si possa vedere. Il problema nasce dal suo processo di comunicazione nascosto. Non c’è niente che possiamo misurare, se non con le parole: la comunicazione del paziente e quella dello psichiatra.
Tuttavia, sottolinea l’autore, per quanto complicato possa sembrare, il cervello umano è solo un ammasso di cellule come ogni altra parte del corpo umano.
Come è stato necessario per il recente avanzamento di altri campi della biologia (come la biologia dello sviluppo, l’immunologia, …), anche per le neuroscienze si sarebbero dovuti trovare nuovi metodi che consentissero una comprensione più profonda, a livello cellulare, del funzionamento di un cervello intatto.
Una delle prime tecnologie poste in essere nel laboratorio guidato da Deisseroth ha affrontato proprio questo limite: riuscire a causare o sopprimere una precisa attivazione in specifiche cellule. E si chiama la metodologia optogenetica.
La scienza, sottolinea nel testo Deisseroth, proprio come le canzoni e la letteratura, è una forma di comunicazione umana, anche se si differenzia per il fatto che inizialmente sembra una conversazione che riguarda soltanto quella parte di esseri umani addestrati ad apprezzarne il pieno significato. Significato che viene dagli esseri umani ai quali gli scienziati immaginano di rivolgersi, con la consapevolezza che queste conversazioni non saranno a senso unico.
Una comunicazione che, esattamente come accade per le canzoni e la letteratura, abbraccia anche un aspetto che alberga appena sotto la superficie: parte di ciò che possiamo essere è essere violenti verso l’altro.
Ci sono molti percorsi che portano alla violenza, con una complessità sociale che è fondamentale capire per Deisseroth. Allorquando la violenza è inflitta su esseri umani da esseri umani senza una ragione evidente, apparentemente come un atto fine a se stesso, non si può non porsi una domanda: siamo per natura buoni di cuore o peccatori originali?
In entrambi i casi l’autore ritiene necessario strutturare le società umane in modo che a nessun individuo venga mai data la totale fiducia né il pieno potere di agire, con controlli a tutti i livelli: personale, istituzionale e governativo.
Alla sociopatia, o all’aggressività, sono stati collegati dei geni specifici, tra cui quelli che codificano per le proteine che elaborano neurotrasmettitori come la serotonina nella sinapsi.
Le moderne neuroscienze hanno iniziato a individuare i circuiti neurali che sottostanno alla violenza diretta verso un altro membro della stessa specie. Il fatto quindi che gli individui possano essere istintivamente e potentemente alterati nella loro espressione della violenza solleva profonde questioni di filosofia morale.
I ricercatori hanno fatto ricorso alla precisione dell’optogenica per bersagliare soltanto le cellule della VMHVL. La stimolazione di queste cellule con la luce ha suscitato una serie frenetica di atti di aggressione violenta.
Ma, precisa Deisseroth, con un impulso elettrico la violenza non può solo essere generata ma anche soppressa.
E sono questi i punti da cui bisogna partire per indagare a fondo il fenomeno certo ma anche e soprattutto per sperare di creare una nuova società, con una cultura della nonviolenza.
Proiezioni è il primo libro di Karl Deisseroth per il grande pubblico. In diversi passaggi infatti può anche sembrare troppo “tecnico” per un lettore generalista ma è grande l’abilità dell’autore di rendere poi complessivamente il libro fruibile, comprensibile e molto interessante per il lettore. Nonché di notevole importanza, per la tematica trattata, di grande impatto e valenza.
Il libro
Karl Deisseroth, Proiezioni. Una storia delle emozioni umane, Bollati Boringhieri, Torino, 2022.
Traduzione di Giuliana Olivero dal titolo originale Projections. A Story of Human Emotions.
L’autore
Karl Deisseroth: professore di Bioingegneria e Psichiatria alla Stanford University, dove insegna e dirige il corso di laurea in Bioingegneria, e cura pazienti con disturbi dell’umore e autismo.
Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.