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Irma Loredana Galgano

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Melancholica deliria multiformia: “L’anatomia della malinconia” di Robert Burton

25 lunedì Gen 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Bompiani, Giunti, Lanatomiadellamalinconia, recensione, RobertBurton, saggio

Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere malinconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Sono queste, o simili, le domande che deve essersi posto Robert Burton quattrocento anni or sono, allorquando iniziò la stesura del suo trattato sulla malinconia.

Burton iniziò la scrittura del testo nel 1620 e la portò avanti, praticamente, fino a che la sua vita non ebbe fine.

Come sottolinea Luca Manini, nella sua introduzione al libro, L’anatomia della malinconia doveva essere, nelle intenzioni dell’autore, una vera e propria cura, una sorta di trattato medico della guarigione.

Accostarsi al libro di Burton significa, per il lettore, avvicinarsi a un’opera che è anche un mondo, che racchiude in sé cielo terra e inferi. Lo trasporta dall’armonia delle sfere celesti sino agli abissi dell’inferno, facendogli osservare il caos che domina il mondo terreno. Ed è in questo caos che si insinua e s’impone, per Burton, la malinconia, questa afflizione dell’animo.

Robert Burton, con L’anatomia della malinconia, ha assunto il compito di studiare la malinconia allo scopo di indicare le possibili cure, e lo ha fatto seguendo uno schema preciso, che trova la sua origine nei principi medici enunciati nell’antichità da Ippocrate e da Galeno:

  1. Analisi sistematica delle cause e dei sintomi.
  2. Esposizione della diagnosi.
  3. Somministrazione della cura.

Il lettore però non deve aspettarsi, nel leggere l’opera di Burton, una trattazione che sia unica e uniforme, piuttosto egli troverà una scrittura ben rappresentativa della natura varia delle manifestazioni dello stato malinconico. Deve quindi il lettore, come scrive lo stesso autore nelle conclusioni dell’opera, attendersi di ridere e di piangere e deve essere, al contempo, sarcastico e comprensivo.

Robert Burton presenta se stesso come una persona malinconica e con questo attiva due distinti processi: da una parte, procede a una identificazione con il lettore malinconico e, dall’altra, assume la possibilità di parlare come auctoritas, ponendosi alla pari con le autorità passate e presenti con le quali puntella ogni pagina della sua opera.

Così come duplice è anche lo scopo ch’egli vuol raggiungere: curare gli altri e curare se stesso, usando la scrittura per sé a scopo terapeutico e destinando agli altri la lettura.

D’altronde duplice è, per Burton, anche la natura stessa della malinconia, poiché essa può essere un sentire di dolce struggimento, ma può anche essere il genio malvagio, che porta sofferenza e tormento spirituale.

La malinconia, che Burton assimila a una delle infinite forme della pazzia, è qualcosa di più di un semplice stato di alterazione mentale e/o fisica.

Secondo le teorie mediche dell’antichità, ancora seguite quando Burton scrisse L’anatomia della malinconia, la salute di corpo e mente era il risultato dell’equilibrio tra i quattro umori che costituiscono l’essere umano: sangue, flegma, bile gialla e bile nera.

Nel momento in cui questo precario equilibrio si spezza, ecco insorgere la malattia, la quale dunque può essere indicata come uno squilibrio tra gli umori, nel segno dell’eccesso o del difetto.

La salute poteva essere riacquistata solo ricomponendo questo equilibrio. Tuttavia Burton vede la malinconia talmente diffusa in tutti da farsi cifra del mondo, causa e motore primi dell’agire umano, degli umani comportamenti al punto che essi sono sorretti non dalla sapienza o dalla ragione bensì dall’irragionevolezza e dall’irrazionalità; dalla vanità che nega la visione di ciò che è vero e reale; dalla mancanza di una virtù che dia alle cose il loro giusto peso e valore; da uno squilibrio che è alterazione, cecità, deformazione, mutilazione.

Ed è proprio la consapevolezza di questo tormento universale che spinge Burton a scrivere L’anatomia della malinconia.

L’autore vuole condurre i suoi lettori nei gironi infernali della malinconia, per indicare loro una via d’uscita dal labirinto di male che la malinconia è, perché la malinconia assume mille forme diverse, tante quante sono le persone. E così li trascina, i lettori, in un flusso ininterrotto di parole citazioni immagini storie personaggi esempi… al punto che per Manini si potrebbe porre a epigrafe dell’opera una delle tante citazioni che lo stesso Burton riporta: melancholica deliria multiformia. Sono parole che hanno in sé il tema del libro, il disordine della mente che delira e la molteplicità.

Ciò che Burton mette in scena nella sua opera è l’uomo dinanzi al mistero delle cose; è l’anelito di conoscenza; l’ansia di investigare. E, nella commedia/tragedia che è la vita umana, egli raffigura, insieme, la possibilità di conoscere e l’impossibilità di farlo fino in fondo, la vastità e il limite, la chiarezza e l’opacità.

Nel momento in cui Burton avoca a sé una conoscenza precisa di ogni singolo aspetto del cosmo, si appella a una serie infinita di auctoritates le quali, a ben vedere, si contraddicono a vicenda. Così egli prima le mette in discussione, poi addirittura le nega.

Per Manini sembra quasi che Burton lanci delle vere e proprie sfide ai lettori, alla loro intelligenza, alla capacità di discernimento, spronandoli così al confronto, come lui stesso fa, e alla riflessione.

Il suo è il metodo di chi non smette mai di porsi domande, che lascia sempre degli spazi aperti alla ricerca nuova. Un invito forse che egli fa al lettore, a non lasciarsi mai pienamente soddisfare da una teoria o da un’altra, a essere sempre aperti a nuove interpretazioni, nuove proposte.

Ma come si riesce a tornare all’armonia? Come si vince lo stato universale della malinconia?

Due sono i rimedi principe che Burton suggerisce a conclusione della propria opera:

  1. Evitare l’ozio. Tenersi sempre fisicamente e mentalmente impegnati.
  2. Pregare.

Somma cura è, per la malinconia, raggiungere il summum bonum che, secondo Epicuro e Seneca, è la tranquillità della mente e dell’animo. Per sconfiggere questo male, o malessere che sia, la disperazione deve essere volta in speranza di rigenerazione.

In diversi punti del testo ma, in particolare nelle conclusioni, Robert Burton si rivolge direttamente al lettore, lo coinvolge in qualità di agente attivo della propria guarigione dalla malinconia, gli ricorda il legame indissolubile tra mente e corpo.

Ma ciò che colpisce delle parole dell’autore è l’umiltà che egli prova dinanzi al lettore, il timore e, al contempo, la consapevolezza di essersi messo allo scoperto scrivendo il libro e, di conseguenza, esposto alla critica. Teme che alcuni passaggi del testo possano essere poco apprezzati, perché troppo satirici e pieni di amarezza, oppure perché troppo comici o scritti con troppa leggerezza.

Si mostra consapevole di eventuali errori e sviste e non esita a imputarle alla mancanza di revisione. Avrebbe dovuto leggere, rileggere, correggere ed emendare ma non lo ha fatto: non ne ho avuto l’agio o il tempo, non avevo né amanuenses né assistenti.

L’anatomia della malinconia è un’opera monumentale, e non solo per la sua grandezza fisica – essendo composta infatti da oltre tremila pagine. È un viaggio nella cultura seicentesca. È un’opera che potrebbe continuare all’infinito, è un trattato medico ma anche un manuale di anatomia e fisiologia, un trattato filosofico ma anche una sorta di antologia della poesia europea, un atlante geografico e un testo di storia antica e moderna, un trattato di astrologia e astronomia ma anche un libello satirico.

Un libro che si può leggere come un viaggio verso un rinnovato ordine, verso una luce nuova; come una lotta per riconquistare ciò che si è perduto, riformando e rifondando il mondo. E se diamo per certo l’assunto di Burton secondo cui il mondo intero è malinconico (se non addirittura pazzo), allora, sottolinea Manini, tutte le persone potranno trovare qualcosa che, ne L’anatomia della malinconia, possa parlare a loro, essere loro di aiuto e di conforto.

Burton stesso scrive che trova conforto nel pensare le critiche varie come i palati: tanti saranno quelli che lo criticheranno almeno quanti quelli che lo apprezzeranno. Nella sua opera sarà talmente vasta e varia la mole di informazioni che il lettore, anche contemporaneo, troverà che questo equilibrio sarà per certo mantenuto.


Bibliografia di riferimento

Robert Burton, L’anatonia della malinconia, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Firenze/Milano, prima edizione settembre 2020.

Titolo originale: The anatomy of melancholy – volumi I, II, III, originally published by Oxford University press, 1989, 1990, 1994.

Traduzione e note Luca Manini.

Introduzioni di Luca Manini, Amneris Roselli, Yves Hersant.

Traduzione delle citazioni latine e revisione generale di Amneris Roselli.

Testo in inglese a cura di Thomas C. Faulkner, Nicolas K. Kiessling, Rhonda L. Blair.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Teoria e pratica del lavoro sociale: “Intercultura e social work”

17 domenica Gen 2021

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CentroStudiErickson, ElenaCabiati, Interculturaesocialwork, recensione, saggio

Arthur Schopenhauer affermava che ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo, è ciò induce a considerare il proprio mondo e la propria cultura come gli unici possibili e plausibili. A pensare il proprio gruppo di appartenenza come il centro di ogni cosa. A valutare e classificare gli altri in rapporto a esso.

Atteggiamento che Claude Lévi-Strauss e Bronislaw Malinowski definirono, intorno alla metà del secolo scorso, etnocentrismo, ovvero porre la propria cultura al centro dell’universo. Un pensiero che Elena Cabiati ritiene essereimponente e che, nella sua apparente banalità e immediatezza, può pervadere anche le pratiche di social work diventando l’espressione invisibile e gentile, più tollerabile e meno feroce, del razzismo.

Cabiati sottolinea come sia fondamentale, per un assistente sociale o un educatore, accogliere l’idea che, nei colloqui, andranno a interagire non solo con l’uomo, la donna o la famiglia che avranno di fronte ma anche con i loro rispettivi mondi micro-culturali composti da più voci interiori. Per cui, diventa difficile, seppur non impossibile, pensare a un assistente sociale o a un educatore convinto della supremazia della propria cultura. Peggio ancora immaginarlo intento a persuadere una famiglia ad adottare abitudini, stili di vita, norme sociali o credenze proprie della cultura di maggioranza poiché apertamente convinto che sia la migliore.

L’immagine di un operatore sociale etnocentrico è quella di un professionista culturalmente monolitico, con entrambi i piedi saldamente piantati nei propri valori, con radici immobilizzate nelle proprie concezioni e nelle esperienze che compongono la sua cultura. Per l’autrice, le radici non sono negative in quanto tali, bisogna però riuscire a muoversi.Quella mobilità necessaria per incontrare, accogliere e comprendere la differenza, per potersi decentrare, secondo il metodo degli shock culturali di Cohen – Emerique. La mobilità dalla propria visione del mondo non è la rinuncia o l’abbandono di questa. Per un operatore sociale è importante essere mobile per poter guardare aldilà dei propri confini senza doverli perdere.

Il social work implica una relazione etica con l’Alterità e una capacità di riconoscere e rispettare le componenti di differenza, non necessariamente derivanti dall’incontro con persone immigrate provenienti da Paesi lontani. Si pensi all’incontro tra un assistente sociale e una persona senza fissa dimora, analfabeta, tossicodipendente, affetta da malattia cronica, disabile, in stato di detenzione… Gli operatori sociali possono percepirsi distanti, con uno stile di vita, una cultura e dei valori diversi anche verso coloro che hanno un buon livello socio-economico, una prestigiosa occupazione o un alto grado di istruzione, e che tuttavia, per qualche motivo, sono diventati loro utenti.

Ricorda Cabiati che il social work, sia nella declinazione professionale che in quella accademica, è sempre una disciplina di frontiera dinamicamente protesa verso altri mondi. Una relazione tra self and other che nel pensiero filosofico di Lévinas è sempre inevitabilmente distante per via del fatto che l’Altro è quello che io non sono.

Nell’incontro con persone afferenti a minoranze etniche vi possono essere complicazioni extra derivanti dal dover fare i conti con l’idea che forse non possiamo sopportare troppa diversità.

Diversi studiosi hanno affermato che le relazioni di aiuto con persone e famiglie di minoranza etnica possono divenire per i professionisti fonte di disagio, se non di veri e propri shock culturali o intercultural misunderstandings, ossia incomprensioni interculturali. Elena Cabiati afferma di essere concorde con Badwall nel pensare che, mentre li vivono, gli operatori sociali non riescono a essere empatici, centrati sull’utenza e riflessivi. Eppure è necessario pensare ai social work come professionisti, ma anche volontari, che non incontrano cittadini che hanno un’origine diversa di per sé, piuttosto persone, gruppi e comunità di minoranza etnica che vivono particolari stati di sofferenza e disagio.

Se social worker e utenti, imprigionati nei loro ruoli distinti, sostituiscono al riconoscimento una Mutual tollerance, ossia semplicemente si tollerano reciprocamente, può rivelarsi insufficiente per una relazione di comprensione e aiuto, pur essendo talvolta un primo importante passo. Mary Richmond sosteneva la necessità di portare nel cuore l’intima convinzione del valore infinito rappresentato dalla nostra caratteristica comune, quella di essere uomini.

L’idea che un operatore sociale ha del proprio interlocutore condiziona profondamente il modo in cui si relaziona a lui, sia per rispondere alla richiesta di aiuto, che per esprimere la propria capacità aiutante. Nessun assistente sociale riuscirà a essere di aiuto a una persona in difficoltà se i principi di rispetto, valore e dignità, enunciati a livello astratto, non trovano una congruente espressione nella pratica reale. Per Elena Cabiati non può esserci aiuto efficace finché non ci riconosce diversi ma di egual valore.

Ciò, naturalmente, vale anche al contrario. Non è solo colui che chiede aiuto ad aver bisogno di essere riconosciuto come persona nella sua differenza, unicità e valore. Anche un professionista o un volontario ha bisogno di riconoscimento per poter al meglio esprimere la propria attitudine all’aiuto. Uno dei due è coinvolto nella vita dell’altro per aiutarlo. Entrambi per aiutarsi reciprocamente, secondo il metodo Relazionale del lavoro sociale.

In ottica interculturale, lo stile relazionale non opprime il sentimento di sapere dei diretti interessati e non pone la competenza metodologica dei professionisti in balìa delle differenze interculturali. Esso si basa, come ricorda Elena Cabiati, sull’assunto che bisogna comprendere gli utenti di culture diverse prima che le diverse culture degli utenti. Distinzione sottile dal punto di vista linguistico ma sostanziale da quello metodologico.

Piuttosto che concentrarsi sulla conoscenza delle differenze astratte e provare a raggiungere l’elusivo, come teorizzato da Saunders, gli assistenti sociali devono concentrarsi sull’ascolto critico attivo e attentivo delle persone per farsi aiutare da quest’ultime nel comprendere quali aspetti delle loro vite sociali e culturali sono importanti per loro, come hanno evidenziato anche gli studi di Hollinsworth.

I social worker non devono guardare al mappamondo e pensare alle attribuzioni schematiche compatibili con la categoria di riferimento per individuare i tratti culturali delle persone. Devono invece fare affidamento sulla possibilità di chiedere aiuto al proprio assistito, mettendo in pratica il concetto di reciprocità nel lavoro sociale, come individuato da Folgheraiter.

Ritiene egli che nessun antropologo può essere così avvantaggiato nel conoscere un’altra cultura quanto un operatore sociale o terapeuta che accosti una vita sradicata e scossa. La stessa Cabiati riprende le teorizzazioni di Benhabib per delineare una efficace linea di azione. Per comprendere qual è la cultura della persona che deve aiutare, un operatore sociale deve iniziare dal presente. È importante riservare un alto grado di attenzione a ciò che le persone direttamente esprimono, nell’idea che è possibile venire a conoscenza dell’identità culturale altrui attraverso le narrazioni con cui questi identifica se stesso.

Non si tratta di ignorare la provenienza e la storia pregresse delle persone, mette in guardia l’autrice, bensì di non ancorarle staticamente a esse.

Senza dubbio la dimensione culturale può influenzare le scelte delle persone che incontra, talvolta anche inconsapevolmente, ma non è possibile pensare di immobilizzare la loro capacità d’azione entro uno scenario prospettico che è predeterminato nell’appartenenza a un’area geografica del mondo.

Sul concetto di cultura Elena Cabiati sottolinea l’importanza di cinque idee base che aiutano nella comprensione:

  • La geografia non determina la cultura.
  • La costituzione biologica non forma la cultura.
  • Ogni cultura è multiculturale.
  • Le culture si evolvono.
  • Tutti gli esseri umani sono inclini a difendere la propria cultura.

La cultura presenta infatti una dimensione intersoggettiva, ossia riguarda più soggetti e le relazioni tra essi. Per ciascuna delle parti, la cultura espressa è frutto delle esperienze e delle relazioni con i rispettivi altri significativi; persone che, a vario titolo, hanno contribuito e contribuiscono alla definizione delle scelte e alla costruzione delle attribuzioni di significato. L’autrice evidenzia in diversi punti del testo la necessità, in relazione alle finalità di aiuto degli interventi di un operatore sociale, di considerare la cultura nella sua componente intersoggettiva.

Come sottolinea Fabio Folgheraiter nella prefazione al testo, il lavoro sociale possiede in essenza una profonda matrice interculturale. Non si potrebbe immaginare tale pratica professionale al di fuori di una logica interculturale. Dover costruire ponti di umanità (connessioni emozionali forti) a fronte di estraneazioni psichiche di tali dimensioni, richiede agli operatori sociali non solo il loro tradizionale inossidabile spirito di abnegazione, ma anche un bagaglio davvero profondo di conoscenza scientifica.

E l’opera di Elena Cabiati risponde proprio a questa esigenza in area italiana, essendo il primo manuale sistematico che indaga il complesso rapporto tra antropologia delle culture umane e pratiche del social work. Nonostante il ragionamento e la letteratura sul lavoro sociale siano tutt’ora scarni, sia dal punto di vista della ricerca, sia per ciò che concerne la pratica operativa e la formazione degli operatori sociali, le organizzazioni di welfare devono rispondere ai rapidi cambiamenti demografici della popolazione che accede ai Servizi, e devono farlo, spesso, senza una preparazione adeguata né particolari aiuti strutturali.

Bibliografia di riferimento

Elena Cabiati, Intercultura e social work. Teoria e metodo per le relazioni di aiuto, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2020.

Prefazione di Fabio Folgheraiter.

L’autrice

Elena Cabiati è assistente sociale, ricercatrice del centro di ricerca Relational Social Work, docente di social work interculturale e di metodologia del servizio civile presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Tattilismo e lo splendore geometrico e meccanico” di Filippo Tommaso Marinetti (FVE, 2020)

14 giovedì Gen 2021

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FilippoTommasoMarinetti, FVE, recensione, Tattilismo

Quando Filippo Tommaso Marinetti presenta ufficialmente al pubblico del Théâtre de l’Oeuvre di Parigi il manifesto del Tattilismo è il 14 gennaio del 1921. Esattamente cento anni fa. In un’Italia che potrebbe apparire molto diversa da quella attuale quando in realtà non lo è poi così fino in fondo.

Allora come oggi la gente è spaventata, disorientata.

La Grande Guerra ha causato innumerevoli vittime, stremato i sopravvissuti, generato incertezze e dubbi eppure Marinetti invita il suo pubblico a non soccombere, ma lentamente riprendere a sentire e a rieducare il corpo all’esperienza della novità. Ricorda ai suoi auditori la necessità che ha portato al dover indossare delle maschere, a nascondersi, a proteggersi, a imparare ad evitare il nemico.

Per Marinetti è giunto il momento di rinnovare anche il Futurismo, che vuole allontanare dalle sue parole in libertà, dai versi scoppiettanti, dalle onomatopee… e avvicinarlo invece al senso-significato che risiede tutto nel toccare, ora, nel percepire attraverso la pelle che è stata offesa, negata, nascosta. Ecco allora che mostra la sua novità futurista: le tavole tattili, ovvero il Tattilismo, o Arte del Tatto. Perché, afferma Marinetti, la pelle è conduttrice di pensiero.

Sarà solo indossando più a lungo possibile dei guanti che si riuscirà a stimolare e ridestare il naturale desiderio di percepire attraverso i polpastrelli delle dita. Fare esperienza nel buio della propria stanza, allenandosi a distinguere gli oggetti, la loro forma e consistenza come egli stesso imparò nel sotterraneo buio di una trincea di Gorizia nel 1917.

Le tavole tattili di Marinetti insegnano a conoscere il mondo attraverso la pelle, e a familiarizzare con noi stessi e le nostre reazioni. Non sono un’opera d’arte né una sua scoperta innovativa, come ammette egli stesso, il quale afferma di essersi ispirato alle forme geniali della Jongleuse e degli Hors-Nature di Rachilde.

L‘originalità dell’artista si manifesta con maggiore forza nei viaggi di mani: tavole astratte o suggestive, ideali per chi non può viaggiare, che rendono possibile vagare invece con le mani lungo percorsi e tracce differenti.

La casa editrice FVE di Milano propone, a un secolo esatto dalla nascita del Tattilismo, un libro che ne racchiude il contenuto e il senso profondo e lo propone al pubblico in un periodo in cui davvero può essere di aiuto per permettere le comunicazioni spirituali fra gli esseri umani attraverso l’epidermide.

Bibliografia di riferimento

Filippo Tommaso Marinetti, Tattilismo e lo splendore geometrico e meccanico, FVE, Milano, 2020.

Testo della conferenza al Théâtre de l’Oeuvre di Parigi del 14 gennaio 1921.

Prefazione di Valentina Ferri.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Agenzia di Stampa AMR per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


 

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“Daphne Caruana Galizia. Un omicidio di stato”

05 martedì Gen 2021

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CarloBonini, DaphneCaruanaGalizia, JohnSweeney, ManuelDelia, Mondadori

«Quando le persone vi rimproverano o vi criticano accusandovi di essere “negativi”, di non seguire la corrente o di non adottare un atteggiamento di benevola tolleranza verso i loro eccessi, ricordatevi sempre che sono loro, e non voi, a essere nel torto.»

(Daphne Caruana Galizia)

L’assassinio di Daphne Caruana Galizia non dovrebbe interessare e preoccupare solo i cittadini maltesi, bensì quelli di ogni stato democratico che si ritenga o ambisca a essere considerato tale. Perché testimonia un grande problema: l’erosione della democrazia e dello stato di diritto provocata dal denaro sporco.

Leggendo il libro scritto da Bonini, Delia e Sweeney, capitolo dopo capitolo, il lettore realizza che le denunce e le inchieste portate avanti dalla blogger maltese non riguardavano solo l’isola dove abitava e i suoi abitanti. Malta non è che un piccolo puntino rosso disegnato su una rete molto più ampia e capillare, dove i punti di snodo sono numerosi e anche parecchio più grandi.

Forse, è anche per questo che Daphne Caruana Galizia è stata uccisa. Perché, scavando quella punta di marcio che aveva scoperto, è finita in qualcosa di davvero troppo grande.

Un sistema di corruzione ad alti, altissimi livelli, che tira in ballo democrazie e dittature sparse in ogni parte del globo e di cui, è evidente, nessuno deve parlare.

Raccontando le inchieste di Caruana Galizia, gli autori nel libro hanno scritto di criminalità organizzata italiana, stato russo, oligarchi azeri, elusori di sanzioni iraniani, contrabbandieri di petrolio, gestori di casinò, politici corrotti, poliziotti marci e giudici abietti. Hanno raccontato di politici astuti e PR untuosi, avvocati deboli e poliziotti corrotti, banchieri equivoci e scaltri agenti immobiliari che in tutta Europa e nel mondo occidentale fanno finta di non vedere quando il denaro sporco gli passa sotto il naso. Per gli autori anche gli stessi cittadini maltesi hanno una parte di responsabilità per l’assassinio di Daphne. Troppo a lungo hanno distolto lo sguardo di fronte alla corruzione.

È questa una responsabilità ampiamente diffusa e riguarda tutti i cittadini, qualunque sia il loro stato di appartenenza, che fingono di non sapere, di non vedere e di non capire.

Quando la legge e il male sono una cosa sola, la ricerca della verità è un valzer lento con la follia, ha scritto Philip Kerr a margine del romanzo La notte di Praga (Piemme, 2013). Daphne Caruana Galizia non è impazzita però, nonostante tutto. È stata assassinata. Da criminali. Certo. Con ogni probabilità chi ha digitato l’sms che ha innescato la bomba sotto il sedile della sua auto è un criminale di strada qualunque. Ma la decisione di compiere quel gesto non è certo sua. I criminali quando scelgono questa vita in un certo qual modo le inchieste giornalistiche e giudiziarie le mettono in conto, anche la prigione può non essere una grande sorpresa per loro. Mentre le persone sui cui loschi affari indagano giornalisti come Caruana Galizia, forze dell’ordine e magistratura, sono convinti di restare impuniti per sempre. E, affinché ciò avvenga, sono disposti a tutto. Ma proprio a tutto.

Sono delle menti raffinatissime, come amaramente le definiva il giudice Giovanni Falcone. Anche lui assassinato. Anche lui da una bomba.

Affrontano gli autori anche un altro problema, quello della disinformazione, o meglio della distorsione dell’informazione a fini politici e propagandistici. Tanti maltesi criticavano Daphne Caruana Galizia nella sua persona e nel suo lavoro. Ognuno naturalmente è libero di avere e sviluppare idee proprie ci mancherebbe, purché lo faccia con cognizione di causa. Nel testo si sottolinea come in realtà migliaia di sostenitori del Partito laburista maltese, dei cui vertici in più occasioni si era occupata la blogger, non sapevano l’inglese e conoscevano Caruana Galizia attraverso la traduzione e la mediazione operate dal partito. Non leggevano quindi i suoi scritti ma la versione, magari riscritta e opportunamente riveduta, proposta loro.

Il motivo per cui Carlo Bonini, Manuel Delia e John Sweeney hanno deciso di scrivere Daphne Caruana galizia. Un omicidio di stato è perché ritengono lo stato maltese molto restio a sollevare i sassi per paura di ciò che potrebbe trovare sotto.

Gli autori si sono dichiarati sbigottiti di fronte alla profondità della corruzione che Daphne Caruana Galizia è riuscita a far emergere. È lo stesso stupore che prova il lettore leggendo le pagine del libro. Appare quasi impensabile l’alto livello di corruzione nascosto dietro un apparente innocuo gesto, viaggio, comportamento, lavoro e su cui invece il fiuto della blogger non sbagliava.

«Due terzi dei giornalisti assassinati dal 1992 a oggi si occupava di politica e corruzione. L’omicidio dei giornalisti è una spia del fallimento delle istituzioni e di altissimi livelli di corruzione.»

Hanno scritto i figli di Caruana Galizia nel rapporto annuale del Gruppo di stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa.

Abbiamo rigirato qualche sasso e visto creature dimenarsi per sfuggire alla luce, ma abbiamo scelto di non dire tutto ciò che sappiamo per ragioni che, per il momento, non possiamo spiegare, hanno scritto gli autori a margine del testo.

Già, adesso non è il momento di spiegare, ora è tempo per giornalisti e investigatori di andare avanti con il loro lavoro e per i cittadini, non solo maltesi, di riflettere. Di pensare.

Bibliografia di riferimento

Carlo Bonini, Manuel Delia, John Sweeney, Daphne Caruana Galizia. Un omicidio di stato, Mondadori, Milano, 2020.

Traduzione di Paola Marangon.


Articolo disponibile anche qui


Disclosure: Per la seconda immagine, non per la copertina, credits www.pixabay.com


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“La notte di Praga” di Philip Kerr (Piemme, 2013) 


 

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“La terra del sogno” di Mariana Campoamor (Mondadori, 2020)

09 mercoledì Dic 2020

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Laterradelsogno, MarianaCampoamor, Mondadori, recensione, romanzo

«Ai viaggiatori di ogni tempo e luogo, e alle terre in cui sperano di seminare un sogno»

La dedica iniziale del libro di Mariana Campoamor racchiude in poche parole un significante straordinario.

La terra del sogno è un romanzo d’esordio, una sintesi tra racconti di vita vissuta e immaginazione. Un romanzo che racconta una storia con un fitto intreccio ma basato, soprattutto, sui sentimenti di chi parte inseguendo un sogno, lavora per realizzare un progetto, vive per dare un senso ai propri pensieri.

Nel 1886 Aldo Masi lascia Milano e l’Italia e, a bordo di un piroscafo, raggiunge le Americhe. Uomo ambizioso, riesce a realizzarsi grazie alla piantagione di indigofera nella terra arsa dal sole del Michoacán eppure continua a coltivare un grande sogno, un desiderio ereditato dal padre, un’idea talmente folle da diventare possibile: coltivare riso in Messico.

Il Messico è la terra che ha accolto Aldo Masi e la sua famiglia, che ha visto nascere e crescere i suoi figli e i suoi desideri. L’Italia è la terra che gli ha dato i natali, è il luogo cui si sente più legato e verso cui ritorna ogni suo pensiero.

Nella storia raccontata da Mariana Campoamor si ritrovano il passato e il presente di quest’uomo, le tradizioni dell’uno e dell’altro paese, e il tutto sembra fondersi al punto da non riuscire quasi a definire le differenze. Come se l’unione delle due culture ne abbia generato una terza, ibrida, che serba e racconta parti di entrambe.

La terra del sogno è un romanzo la cui storia presenta diversi “lati oscuri”, segreti e misteri che rendono a tratti la narrazione vicina a quella di un libro giallo o noir senza mai diventarlo davvero. Rimane, il testo di Campoamor, all’interno dei parametri utili a definirlo “romanzo”, un romanzo moderno che racconta la saga di una famiglia di immigrati italiani in Messico e lo fa con uno stile narrativo vicino a tanta letteratura, soprattutto americana, che ha narrato la vita, la cultura all’interno di queste immense piantagioni, sterminati campi di piante, alberi, vita e vite… in un intreccio di esistenze ed esperienze che sembrano appartenere a una società che non esiste più ormai e che, invece, ha solo trovato differenti protagonisti e luoghi, o terre su cui mettere radici.

Alcune parti del libro sono richiami palesi ai racconti che l’autrice ha ascoltato da sua nonna. Racconti dei suoi antenati al tempo in cui lavoravano nelle piantagioni di proprietà di immigrati italiani. Storie di padroni/proprietari/immigrati e di braccianti/lavoratori/autoctoni. Storie su cui l’autrice ha intessuto la sua, di narrazione, modellata anche dalla volontà di raccontare il riscatto, etnico e di genere.

Un romanzo, La terra del sogno, che lancia innumerevoli spunti di riflessione per il lettore a partire da una storia ben strutturata e ben scritta nella quale l’autrice ha saputo fondere alla perfezione emozione e razionalità.

Bibliografia di riferimento

Mariana Campoamor, La terra del sogno, Mondadori, Milano, 2020. Traduzione di Fiammetta Biancatelli


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Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per l’immagine del lago Zirahuen a Michoacán credits www.pixabay.com


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

28 sabato Nov 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IvanKrastev, Lezioniperilfuturo, Mondadori, recensione, saggio

Una pandemia a livello globale non può non lasciare segni indelebili, non può non costringere governi e cittadini a ripensare alcuni comportamenti. L’emergenza sanitaria in atto sarà fonte, per Ivan Krastev, di almeno sette grandi lezioni per il futuro.

Se da un lato, la prima lezione sarà una rinnovata fiducia nei governi, cui si chiederà sempre maggiore aiuto e sostegno, dall’altro, ovvero la seconda lezione, sarà un ritorno di interesse verso i confini, più marcati e bene definiti, tra i vari Stati con l’intento di tenere fuori e lontano da essi tutto quello che è indesiderato, i virus per primi. Ciò è emerso fin da subito, allorquando si è iniziato a chiudere prima i confini tra gli Stati, poi le regioni all’interno di ogni nazione con lo scopo precipuo di suddividere i territori in compartimenti a tenuta stagna che limitassero circolazione e diffusione del virus.Questo rafforzerà di sicuro il nazionalismo di ognuno ma, si interroga Krastev, cosa accadrà a livello etnico e sociale? Non basterà di certo erigere muri tra stati perché il pericolo viene dalle persone, e non da persone estranee, straniere. No, il “pericolo” è ovunque. Si dovranno erigere muri anche tra le persone? E quali saranno le conseguenze di queste scelte?

Il tema sociale verrà ripreso da Krastev anche nella sesta lezione, centrata sul conflitto generazionale scaturito dalla Covid-19. Contrariamente ad altre problematiche quali clima, lavoro e futuro, questa volta sono gli anziani i più a rischio, vulnerabili e sensibili. Come sta reagendo la società giovane a questa loro difficoltà? L’essere tutti vulnerabili, anche se in maniera differente, contribuirà a ristabilire una sorta di equilibrio esistenziale e sociale?

La terza lezione descritta da Krastev sembra in realtà più una speranza. Ritiene infatti l’autore che la pandemia riuscirà a far ritrovare una più che rinnovata fiducia negli esperti, duramente scalfita negli ultimi tempi a causa della crisi finanziaria prima e di quella umanitaria dopo e su cui i politici populisti hanno calcato molto la mano allo scopo di rinsaldare il malcontento e la sfiducia verso gli esperti e la comunità scientifica in generale per vedere invece rafforzata la fiducia verso se stessi.

In Stati dove si vedrà rinnovato l’interesse per i confini e dove ci si guarderà l’un l’altro con sospetto essendo tutti dei potenziali untori, Krastev teme possa germogliare la passione verso forme di governo autoritarie, capaci di mettere in atto misure più restrittive ma, proprio per questo, più efficaci per contrastare l’epidemia. Ed ecco allora che la quarta lezione invita il lettore a pensare al giorno successivo la crisi, allorquando con ogni probabilità la Cina apparirà come un vincitore e gli stati del blocco occidentale dei perdenti. Perché più impreparati ma anche perché i loro governi hanno dimostrato di avere molto meno polso. Il fascino dell’autoritarismo è un rischio concreto che di certo non va sottovalutato. L’autore infatti invita a una accurata riflessione in merito.

La quinta lezione è strettamente interconnessa alla quarta, solo che osserva il fenomeno con gli occhi di chi in questi lunghi mesi le decisioni le ha prese e non subite.

Nei periodi in cui gli attacchi terroristici sono stati più pressanti per l’occidente, i governi hanno tentato in ogni modo di trasmettere un messaggio che infondesse nei cittadini tranquillità, per evitare panico, caos e, soprattutto, che a causa della paura cambiassero le proprie abitudini magari rinchiudendosi in casa, emarginandosi ed auto-isolandosi. A causa della pandemia i governi hanno dovuto fare l’esatto contrario, ovvero infondere timore per scoraggiare i cittadini a uscire di casa, invogliandoli al contrario a rimanere dentro il più possibile. Il successo dei governi in questo caso, per Krastev, dipende molto dalla loro capacità di “spaventare” la gente e convincerla a rimanere a casa. Tanto più riusciranno a far entrare nel panico la gente tanto prima riusciranno a contenere la pandemia. Il tutto affiancato da cambiamenti radicali nel proprio modo di vivere che, presumibilmente, dovranno protrarsi anche dopo l’emergenza sanitaria.

L’ultima lezione è una finestra sul futuro appena socchiusa, dalla quale l’autore tenta di mostrare al lettore un qualcosa che però ancora non può essere in alcun modo identificabile. Quali saranno le ripercussioni concrete su politica, società ed economia infatti è davvero troppo presto per raccontarlo o scriverlo in un libro.

A conclusione del testo, Krastev rimanda alle parole di José Saramago nel romanzo Cecità: secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

La “perdita della vista” è una costante in ogni epidemia, ci sentiamo ciechi perché non l’avevamo vista arrivare e non abbiamo capito quanto stava accadendo intorno a noi. Per assurdo, anche la seconda ondata sembra aver colto tutti di sorpresa.

Per Saramago, le epidemie non trasformano la società, al contrario ci aiutano a vederle per quello che sono veramente. Èquindi doveroso e necessario riflettere accuratamente su ciò che abbiamo visto in tutti questi mesi.

Le lezioni di Ivan Krastev sembrano non voler presuntuosamente insegnare nulla ad alcuno, piuttosto invogliare a una riflessione generalizzata e collettiva su società, governi ed economie, sul presente e, sopratutto, sul futuro. E farlo in maniera ponderata. E seria.

L’autore non punta il dito e non cerca facili bersagli da incolpare, sembra solo intenzionato a capire. A meglio comprendere e, ove possibile, migliorare.

In un vortice mediatico dove tutti sembrano avere, a parole, la soluzione per qualsiasi problema, il libro di Krastev si distingue proprio per l’umiltà narrativa dell’autore e la sua capacità di mantenere lucidità ed equilibrio nonostante discorra di argomenti che interessano tutti, compreso se stesso.


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Recensione a “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy (Luiss University Press, 2019) 

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Chi perde e chi vince nella nuova epoca storica? “Occidente e Oriente” di Kishore Mahbubani (Bocconi Editore, 2019)  


 

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“L’impero irresistibile”: gli Usa di Trump e la fine del dominio americano

22 domenica Nov 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Einaudi, Limperoirresistibile, recensione, saggio, VictoriaDeGrazia

Almeno per la Cina, il presidente Donald Trump è un regalo che non smette di dare soddisfazioni. Sono queste le parole usate da Minxin Pei per introdurre la sua analisi sui rapporti Cina-Usa e sulle ripercussioni di scelte e azioni dei rispettivi governanti, riportata da Internazionale. Tutto il caos ingenerato dalle parole del presidente Trump e dagli scontri sull’esito delle elezioni sono infatti una vera e propria manna per la propaganda cinese.

Ciò, unitamente alle politiche ostili portate avanti in questi anni dal governo americano, non faranno altro che aumentare consenso e popolarità di quello cinese, servendo inoltre a smussare toni e azioni di tradizionali alleati i quali, al grido “prima gli Stati Uniti”, hanno trovato davvero difficile perseverare nella costruzione di un’ampia coalizione che potesse, in qualche modo, contrastare la Cina.

E così, ancora una volta, potrebbero essere stati gli stessi americani, questa volta per tramite del loro presidente, la causa dell’insorgere di incomprensioni, risentimenti e atteggiamenti ostili a livello internazionale. Sono in tanti a guardare e sperare che l’elezione del democratico Biden possa servire anche a scongiurare e mitigare accadimenti di questo tipo.

Sulla scia degli attacchi che Al Qaeda sferrò agli Stati Uniti l’11 settembre 2001, gli esperti di marketing promisero di rivedere la cattiva immagine dell’Impero del Mercato. Gli strateghi della comunicazione si misero al lavoro: il terrorismo islamico era forse la conseguenza di qualche incomprensione di base degli argomenti americani? Forse la “macchina del marketing globale” che aveva pubblicizzato le abitudini e i prodotti tipici dello stile di vita americano aveva in qualche modo alimentato un profondo fraintendimento dei valori positivi inerenti alla cultura materiale occidentale?

Una politica all’insegna del “Prima l’America” in effetti era dagli anni di inizio Millennio che non si sentiva, allorquando la Guerra Globale al Terrore scatenata dagli americani si sarebbe trasformata in una di quelle guerre infinite che hanno luogo nel momento in cui i grandi imperi combattono contro il proprio declino, provocando il caos.

E questo, nell’analisi di Victoria De Grazia, è segno inequivocabile della caduta del “grande impero del mercato”, ovvero dell’America che, con la sua democrazia degli affari, ha assunto per decenni la guida della lotta per la conquista del mondo con mezzi pacifici. 

«Fate in modo che le vostre idee e la vostra fantasia si diffondano per il mondo intero e, forti della convinzione che gli Americani siano chiamati a portare libertà, giustizia e umanità ovunque vadano, andate all’estero a vendere beni che giovino alla comodità e alla felicità degli altri popoli, convertendoli ai principi sui quali si fonda l’America»

(presidente Thomas Woodrow Wilson, Detroit 10 luglio 1916)

Come sottolinea più volte nel testo De Grazia, nel suo discorso pubblico, il presidente Wilson pose l’accento su quegli scaltri accorgimenti, su quella comunicazione seduttiva, su quella empatia calcolata che solitamente si identificano con la società dei consumi. Facendo in questo modo propria una nozione squisitamente statunitense della democrazia, quella che si potrebbe definire “democrazia del riconoscimento”, bassata su un minimo di elementi comuni, come indossare la stessa maglietta o le stesse scarpe da ginnastica, oppure ancora le stesse marche.

Un’immagine da esportare calcolata fin nei minimi dettagli. E, quando questa immagine vacilla o risulta essere distorta rispetto alle intenzioni, prontamente si cerca di correre ai ripari.

Il 2 ottobre del 2001, l’amministrazione Bush assegnò a Charlotte Beers, celebrata nel mondo delle relazioni pubbliche come la regina del branding, una nuova carica all’interno del dipartimento di Stato, nominandola sottosegretario per la Diplomazia pubblica e le Relazioni pubbliche. Nel marzo 2003, quando l’amministrazione Bush mosse guerra all’Iraq, Beers rassegnò le dimissioni per motivi di salute. Testimoniando davanti alla Commissione relazioni estere del Senato una settimana prima di dimettersi, concluse: Il divario tra ciò che siamo, ciò che vorremmo apparire e ciò che gli altri vedono in noi è spaventosamente grande.

Fino agli anni Novanta, il progresso della cultura americana del consumo, nel bene e nel male, è sembrato davvero il filo conduttore del progresso globale. Era una forza rivoluzionaria, dotata di invenzioni sociali e di un messaggio sul diritto al benessere efficaci quanto una rivoluzione politica nello scegliere i vecchi legami. Tuttavia, una rivoluzione non è permanente per natura, cambia rotta, si esaurisce. Oppure i principi e le istituzioni che difende si diffondono tanto da non essere più identificati con i promotori originali. Entrano in gioco nuove forze. Accade che le soluzioni del passato si trasformano in problemi del presente.

Anche se forse gli Stati Uniti sono ancora la forza più dinamica che sospinge l’attuale cultura del consumo globale, per certo non esercitano più un’influenza tecnologica tale da monopolizzare le innovazioni né nella produzione né nel consumo. E questo giustifica molte delle preoccupazioni commerciali del presidente Trump. E urlare il primato americano a gran voce non poteva di certo bastare a celare il bluff, esattamente come, agli inizi del nuovo millennio, le iniziative intraprese dal governo per assumere la gestione delle vendite avevano finito per rivelare che l’arte di vendere era diventata non uno strumento dell’arte di governare, bensì un suo surrogato e l’inquietante vetrina dove era esposta la politica dell’Impero, con la sua bellicosità globale.

Allora, tra le incertezze dell’opinione pubblica globale, le aziende statunitensi non sapevano più se fosse proficuo o meno associare la vendita dei propri prodotti alla vendita dell’immagine della nazione americana. E, ora che le multinazionali si sono globalizzate, nulla impedisce ai pionieri del multinazionalismo di cadere vittime dei predatori globali.

Potrà Biden rappresentare una efficace rete di sicurezza per l’immagine, prima ancora dell’operatività, del vecchio irresistibile Impero americano del Mercato?

Bibliografia di riferimento

Victoria De Grazia, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2006 e 2020.

Titolo originale: Irresistible empire. America’s advance through twentieth-century europe.

Edizione italiana tradotta da Andrea Mazza e Luca Lamberti.

Victoria De Grazia insegna Storia europea alla Columbia University di New York. Sull’Italia del Novecento ha pubblicato Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista (1981) e Le donne nel regime fascista (1993). Con Sergio Luzzato ha curato il Dizionario del fascismo (2002).


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La vera storia di Martia Basile” di Maurizio Ponticello (Mondadori, 2020)

16 lunedì Nov 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LaverastoriadiMartiaBasile, MaurizioPonticello, Mondadori, recensione, romanzo, romanzostorico

Durante il lockdown, un lasso temporale relativamente breve compreso tra i mesi di marzo e aprile 2020, solo in Italia sono state 5.031 le telefonate valide al numero di emergenza per vittime di violenza di genere, il 1522. L’Istat ha calcolato che si tratta del 73 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le campagne di sensibilizzazione si moltiplicano a vista d’occhio e, parzialmente, si registrano sviluppi positivi, soprattutto nell’aumento del numero di denunce.

A guardali in assoluto questi dati lasciano molto perplessi. Ma lo stupore maggiore si prova nel momento in cui li si confronta con il passato, allorquando bisogna affermare che, tutto sommato, la condizione femminile nella società ha fatto passi da gigante. Anche se ovviamente tanto ancora c’è da fare.

Il punto però è che quello che a noi sembra assurdo in realtà è già un miglioramento. E questo è davvero difficile da concepire.

Non sono lontani i giorni in cui in Italia era legale il delitto d’onore, in cui il figlio maschio era l’unico e solo erede, in cui l’istruzione femminile era pressoché assente, in cui esisteva una netta distinzione tra i doveri femminili e quelli maschili… Purtroppo non è raro dover ascoltare ancor oggi visioni ancorate a detti pregiudizi ma il punto è un altro. È necessario e doveroso cambiare il paradigma culturale che fa della differenza di genere una questione di potere, di prestigio, di potenza, supponenza, supremazia e forza fisica e per fare ciò bisogna anche imparare dagli errori del passato.

«All’immenso coraggio delle donne»

È con queste parole che si apre al lettore il libro di Maurizio Ponticello che narra La vera storia di Martia Basile, una donna, poco più di una bambina in realtà, la cui vita è segnata da decisioni prese da un padre e un marito che neanche per un solo istante l’hanno considerata come persona. È una storia tragica e crudele quella di Martia Basile e, purtroppo, non è così rara come si vorrebbe credere, neanche al giorno d’oggi.

La vicenda di Martia Basile si presta particolarmente al racconto narrativo ma non è certo solo per questo che il romanzo di Maurizio Ponticello colpisce il lettore. È il taglio che l’autore ha scelto di dare all’intera vicenda, è il registro narrativo da lui accuratamente scelto che rendono il libro un ottimo romanzo moderno.

Nel racconto di Ponticello si fondono la Napoli e l’Italia intera di oggi con quella del passato, quel mai abbastanza lontano Seicento durante il quale bastava un nonnulla per bandire una donna e tacciarla come strega, per incolpare qualcuno di eresia, per ripudiare una donna che non aveva partorito figli maschi e giustiziarla pubblicamente allorquando tentasse di rifarsi una vita.

A lungo si è discusso sulla reale esistenza o meno di Martia Basile. L’autore dissipa ogni dubbio e, con la sua consueta precisione, racconta vicende di una Napoli antica i cui odori ancora si percepiscono tra gli stretti vicoli che rigano il centro storico e lo definiscono, pezzo dopo pezzo, come il reticolo di una carta geografica. Si scoprono curiosando tra i polverosi scaffali di archivi e biblioteche di cui Ponticello si dimostra sempre avido conoscitore e intenditore. Si animano in quei personaggi senza tempo, proprio come la città che ha dato loro i natali.

In più occasioni Maurizio Ponticello ha dato prova della sua capacità di ricerca e documentazione, della sua abilità nel cimentarsi in minuziose e dettagliate ricerche sul campo e da fonti documentali, elaborando poi il suo resoconto in libri la cui lettura risultasse sempre scorrevole e leggera per il lettore, ma questa volta sembra davvero che sia riuscito a superare se stesso nel modo in cui ha saputo raccontare una storia così potente e complessa e farlo in una maniera davvero eccezionale.


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Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Mondadori Editore e l’autore per la disponibilità e il materiale


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Rolandina, la transgender condannata al rogo. Intervista a Marco Salvador 

Trasformare un ambiente magico in opera d’arte. “Napoli velata e sconosciuta” di Maurizio Ponticello (Newton Compton Editori, 2018) 


© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

08 domenica Nov 2020

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Ilcapitalismodellasorveglianza, LuissUniversityPress, recensione, saggio, ShoshanaZuboff

«Il capitalismo si evolve in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati»

È questo uno dei concetti base da cui Shoshana Zuboff fa partire la sua analisi a tutto tondo dell’attuale evoluzione del capitalismo, una forma di mercato inimmaginabile fuori dal contesto digitale ma che non coincide con esso. Il capitalismo della sorveglianza infatti non è una tecnologia, è una logica che permea la tecnologia e la trasforma in azione.

Il messaggio delle aziende del capitalismo della sorveglianza non è molto dissimile da quello che veniva celebrato nel motto, ricordato dall’autrice, della Esposizione universale di Chicago del 1933: La scienza trova, l’industria applica, l’uomo si adatta.

Il capitalismo della sorveglianza si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. I capitalisti della sorveglianza hanno scoperto e sfruttato che i dati predittivi si ottengono intervenendo attivamente sui comportamenti delle persone, consigliandole o persuadendole ad assumere quelli che generano maggiore profitto.

Il capitalismo industriale era spinto dalla continua crescita dei mezzi di produzione, gli operatori di quello della sorveglianza sono costretti ad accrescere continuamente i mezzi per la modifica dei comportamenti e il loro potere strumentalizzante.

Per Shoshana Zuboff, il capitalismo della sorveglianza rimanda alla vecchia immagine di Karl Marx del capitalismo come un vampiro che si ciba di lavoro. Solo che non è più il lavoro il cibo dei capitalisti, lo è ogni aspetto della vita umana.

I prodotti e i servizi del capitalismo della sorveglianza non sono oggetto di uno scambio di beni. Non pongono un rapporto di reciprocità costruttivo tra produttore e consumatore. Sono, al contrario, esche che attirano gli utenti in operazioni nelle quali le loro esperienze personali vengono estratte e impacchettate per gli scopi di altre persone.

Come le civiltà industriali hanno potuto prosperare a discapito della natura e ora minacciano di distruggere la Terra, così una civiltà dell’informazione segnata dal capitalismo della sorveglianza e dal nuovo potere strumentalizzante prospererà a discapito della natura umana e minaccerà di distruggerla.

Nel capitalismo della sorveglianza, i mezzi di produzione sono al servizio dei mezzi di modifica del comportamento. Il vero potere infatti risiede nella capacità di modificare le azioni in tempo reale nel mondo reale.

Come tutti i capitalisti, anche quelli della sorveglianza vogliono una libertà senza limiti. La concorrenza tra capitalisti della sorveglianza li spinge alla ricerca della totalità. La totalità dell’informazione si avvicina alla certezza, e pertanto a esiti sicuri. Il capitalismo della sorveglianza, pertanto, mette la certezza al posto del mistero, e la renderizzazione in primo piano, al pari della modifica del comportamento e della previsione al posto del vecchio schema insondabile. Si tratta di un’inversione fondamentale dell’ideale classico secondo cui il mercato era intrinsecamente inconoscibile.

Il capitalismo della sorveglianza spinge le persone verso una forma nuova di collettivismo, nel quale è il mercato e non lo Stato a detenere conoscenza e libertà.

Come i manager del primo Ventesimo secolo appresero che per gestire i sistemi gerarchici delle grandi aziende dovevano assumere un “punto di vista amministrativo”, così i sommi sacerdoti applicano l’arte dell’indifferenza radicale, un modello di conoscenza profondamente asociale. Grazie all’indifferenza radicale, essi giudicano i contenuti in base a volume, varietà e profondità del surplus, con criteri anonimi quali clic, like e durate, senza curarsi del fatto evidente che ogni situazione ha un significato diverso.

Sottolinea quindi Shoshana Zuboff come il capitalismo della sorveglianza, appropriandosi di libertà e conoscenza, distaccandosi dalle persone, con le sue ambizioni collettiviste e la sua indifferenza radicale, spinge in realtà verso una società nella quale il capitalismo non è sottoposto a istituzioni politiche o economiche inclusive.

L’autrice elenca il parere di numerosi studiosi i quali parlano di recessione democratica e disgregazione delle democrazie occidentali, un tempo ritenute al sicuro da minacce. La portata e la natura di tali minacce non è ben definita, ma è evidente la saudade causata dai rapidi cambiamenti sociali e la sensazione che le nuove generazioni si troveranno a dover affrontare sempre maggiori difficoltà. Come preoccupante è l’indebolimento dell’amore per la democrazia negli Stati Uniti e in molti Paesi europei.

Il capitalismo della sorveglianza è entrato in scena quando la democrazia era già in difficoltà, ed è cresciuto grazie alle cure del neoliberismo, che chiedendo sempre maggiore libertà lo allontanava dalle vite delle persone. I capitalisti della sorveglianza hanno capito ben presto come approfittare della situazione, e hanno svuotato di forza e significato la democrazia. Malgrado le sue promesse democratiche, ha dato vita a un’Età dell’oro segnata da grandi diseguaglianze economiche e a nuove forme di esclusione imprevedibili, separando chi regola gli altri e chi viene regolato.

Shoshana Zuboff auspica che in ogni società democratica il dibattito e il contesto garantito dalle istituzioni ancora solide possa orientare l’opinione pubblica contro forme inattese di oppressione e ingiustizia, per mostrare la strada a leggi e giurisprudenza. È proprio in questa società dell’informazione che le notizie devono essere o diventare una risorsa non per capitalisti e capitalismo della sorveglianza, bensì per gli stessi cittadini e costituire la nuova potente “arma” in difesa didiritti, libertà e conoscenza nonché della democrazia.

È un libro impegnativo, Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, che “costringe” il lettore a pensare e ripensare forme e atteggiamenti oramai considerati fin troppo naturali per poterli analizzare sotto la giusta prospettiva. Eppure necessario per non smarrire quell’imprescindibile desiderio di conoscenza e libertà che deve caratterizzare ogni cittadino e cittadina, non solo del mondo democratico occidentale.

Bibliografia di riferimento

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Traduzione di Paolo Bassotti. Titolo originale: The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, Stati Uniti d’America, 2019


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale


Disclosure: Per le immagini tranne la copertina libro credits www.pixabay.com


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“Il capitalismo oggi e la sua incidenza su popoli ed economie” 

“Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (ilMulino, 2020) 

L’Italia e “L’illusione del cambiamento” nella metamorfosi della Tecnica. Recensione al testo di Alessandro Aleotti (Bocconi Editore, 2019) 

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018) 


 

© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“L’ora buca” di Valerio Varesi (Frassinelli, 2020)

28 mercoledì Ott 2020

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Frassinelli, Lorabuca, recensione, romanzo, ValerioVaresi

A volte è proprio nell’ordinario di una normale e in apparenza banale vita quotidiana che si scatena il caos più totale. A generarlo è un recondito senso di frustrazione che ingenera una ribellione motivata dalla volontà di trasformare il vuoto in pieno. Il protagonista del libro di Valerio Varesi tenta di sopperire alla propria insoddisfazione cercando la notorietà, però per farlo accetta pericolosi compromessi che lo portano dapprima a rovinare esistenze altrui poi la propria.

Il Professore è un insegnante, è un pensatore ed è molto insoddisfatto della vita, della professione che svolge, è deluso per l’incapacità di portare avanti e concludere un progetto concreto e complesso, è demotivato a causa delle insolubili verità esistenziali cui non trova risposte, per sé ma soprattutto per i suoi alunni per cui si sente già destinato alla menzogna.

Una delusione, quella del professore del libro di Varesi, che accende un faro su una condizione più generale, riscontrabile nell’attuale società italiana, nella quale quotidianamente si assiste e ci si scontra con l’assenza di un necessario quanto inesistente progetto sociale e culturale. Sembra quasi sia diventato tutto una finzione, un inganno, una menzogna appunto.

Sarà proprio questa, la menzogna, a dare la svolta tanto attesa alla vita del protagonista de L’ora buca. Nel campo dell’informazione si suole chiamarle fake news ma sempre bugie restano. Ed è su queste e con queste che il Professore costruirà la sua nuova vita, inventata distruggendone un’altra. Nel suo caso la legge del contrappasso sarà molto dura. Alla fine, il Professore non otterrà quello che sperava. O forse no. Otterrà proprio ciò che in cuor suo desiderava.

Il libro di Valerio Varesi è come una stanza degli specchi nella quale, proprio quando pensi di aver trovato l’uscita, sei costretto a ricominciare daccapo. Un vorticoso gioco di rimandi che sembra ruotare intorno a un non senso pericoloso, basato sul nulla, sul vuoto. Un vuoto esistenziale, un vuoto culturale, un vuoto sociale… una rappresentazione senza mezze misure della crisi culturale che sta investendo e travolgendo la società italiana, quella occidentale, globale addirittura. Una “cultura” che fonda le sue radici su talk show, reality, micro video, post e tweet. Un mondo nel quale la conoscenza sembra rimandare ancora troppo al concetto di “chi ti manda” e le competenze sono uno slogan ormai solo pubblicitario e propagandistico.

Anche il titolo del libro, L’ora buca, è emblematico di questo “gioco” basato sul nulla, sul vuoto. Il titolo richiama all’ora che intercorre tra una lezione e l’altra, quella di attesa, di vuoto appunto, nella quale, nel testo, inizia a crearsi la rete della storia e nascono i prodromi di quel risentimento/frustrazione che porteranno o costringeranno il protagonista alla svolta, al cambiamento che altro non sarà che un lento e inesorabile peggioramento, una distruzione e un’autodistruzione. Il lettore non può non chiedersi se sarà così il destino cui va incontro l’attuale società se non sceglierà, per tempo, di invertire la marcia o approntare una poderosa sterzata per cambiare direzione e farlo sul serio, dal verso giusto.

Un’articolazione del pensiero che passa dal locale al globale in maniera eguale e parallela a quanto accade nel testo, ai pensieri e alle considerazioni dello stesso protagonista il quale, narrando di programmi scolastici, capitoli e argomenti, giunge a riflessioni su enormi problemi esistenziali. Un andirivieni che è di per sé simbolico di quanto anche solo un singolo atteggiamento, comportamento, pensiero possa, alla fin fine, andare a incidere sui massimi sistemi, soprattutto se vanno a sommarsi tanti piccoli pezzi che, uniti tra di loro, ne formano uno grande, immenso, globale.

Sembra quasi che Varesi voglia suggerire al lettore che se è il “mondo” a dover essere cambiato ciò deve avvenire per mano dei suoi abitanti, non è certo il pianeta in sé che potrà subire dei cambiamenti, delle modifiche o delle alterazioni. Sono le persone che lo governano a dover fare la differenza. E ciò vale naturalmente per ogni “mondo”. Anche la società è a suo mondo un mondo, oppure un universo. E anch’essa potrà davvero cambiare solo se lo faranno i suoi abitanti.


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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016) 

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