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Irma Loredana Galgano

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Victoria Law, “Le prigioni rendono la società più sicura”

26 giovedì Ott 2023

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Leprigionirendonolasocietàpiùsicura, Mimesis, recensione, saggio, VictoriaLaw

Quando è iniziato il fenomeno dell’incarcerazione di massa e perché? Ha risolto o migliorato in qualche modo i problemi legati a violenza e criminalità?

L’incarcerazione porta alla penitenza e alla redenzione? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?

Questi sono gli interrogativi principali a cui Victoria Law cerca di dare una risposta indagando a fondo su quelli che sembrano ormai solo dei vecchi miti da sfatare legati all’utilità dell’incarcerazione e dell’isolamento laddove a questi non seguono o concorrono ulteriori e approfonditi percorsi di reintegro sociale e comunitario, di studio e formazione, di riabilitazione e, soprattutto, di aiuto alle vittime e alla comunità che hanno subito i danni di azioni violente e/o criminali.

Sebbene gli Stati Uniti rappresentano solo il 5 per cento della popolazione mondiale, detengono quasi il 25 per cento dei prigionieri del mondo, con circa 2.3 milioni di persone detenute dietro le sbarre. 

Al 31 gennaio 2022, erano 981.575 i detenuti negli Stati membri del Consiglio d’Europa, dato equivalente a un tasso medio di popolazione carceraria pari a 104 detenuti ogni 100mila abitanti. In generale, i paesi dell’Europa orientale e della regione del Caucaso, mostrano tassi di popolazione carceraria notevolmente elevati rispetto alle loro controparti dell’Europa occidentale e settentrionale.1

Sin dagli anni ’80, i paesi scandinavi sono spesso citati come esempi di politiche carcerarie efficaci, in particolare la Finlandia viene indicata come un modello per ridurre la popolazione carceraria.2

Victoria Law sottolinea, invece, che si può facilmente constatare, osservando la storia delle carceri negli Stati Uniti, quanto il sistema di incarcerazione di massa non abbia dei problemi o sia corrotto, piuttosto che funzioni esattamente per come è stato progettato: spazzare via i problemi della società e tutti coloro che sono giudicati problematici, nasconderli dietro a cancelli e mura dove saranno visibili a pochi. 

La reclusione come punizione è iniziata con l’apertura della prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773. Nel 1790 la prigione aggiunse un nuovo blocco di celle, la Penitentiary House. Ecco allora, sottolinea Law, l’inizio di un nuovo modello: l’incarcerazione come penitenza. 

Il penitenziario fu progettato per ispirare o costringere la penitenza in coloro che avevano infranto la legge, prevalentemente mediante l’isolamento completo. Ancora oggi, le prigioni e le carceri negli Stati Uniti, e non solo, ricorrono regolarmente alla pratica dell’isolamento prolungato per punire più severamente le persone detenute.

Già nel 2011 un Rapporto del CPT del Consiglio d’Europa sottolineava quanto l’isolamento potesse avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale delle persone sottopostevisi. L’indicatore più significativo è il tasso notevolmente più elevato di suicidi tra i detenuti sottoposti a tale regime rispetto a quello riscontrato nella popolazione carceraria generale. Tale misura deve o dovrebbe essere sempre giustificabile, proporzionata, legittima, necessaria, non discriminatoria.3

Del resto, questa lenta e quotidiana manomissione dei misteri del cervello è infinitamente peggiore di qualsiasi altro supplizio corporale.4

Sebbene l’opinione pubblica e alcune politiche siano un po’ cambiate, l’incarcerazione di massa rimane tuttora un metodo di controllo sociale su base razziale, che, nell’analisi di Law, trascina nel vortice coloro che sono già stati emarginati a causa di disuguaglianze sociale, chiudendoli dietro sbarre e mura. Un modo per nascondere i problemi piuttosto che affrontarli.

Al punto che le prigioni sembrano essere diventate dei buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.5

Il che, ovviamente, non vuol dire che non bisogna intervenire quando la violenza avviene, ma che le prigioni hanno ripetutamente dimostrato di essere un metodo inefficace. 

Victoria Law ipotizza l’utilizzo più intensivo della giustizia riparativa. Un processo che coinvolge non solo la persona che ha subito un danno e la persona che lo ha commesso, ma anche tutti coloro che sono stati coinvolti indirettamente, come famigliari, vicini e membri della comunità. 

Bisognerebbe infatti chiedersi, per l’autrice, se l’incarcerazione tenga davvero al sicuro da danni e violenze o se, invece, questo non sia solo un mito che distoglie l’attenzione e la politica dalle risorse che realmente mantengono la società al sicuro: alloggio, istruzione, lavoro ben retribuito e appagante, assistenza medica e psichiatrica, prevenzione della violenza, coesione della comunità e meno criminalizzazione.

Nel 2018 a New York la polizia ha effettuato 808 arresti per stupro e oltre 5000 arresti che aver viaggiato senza biglietto. In che modo questo contribuisce alla sicurezza pubblica?

Oltre la metà dei crimini violenti negli Stati Uniti non viene denunciata. Di questi, meno della metà si traduce in un arresto e meno della metà di questi arresti si conclude con una condanna. 

In che modo questo rende giustizia alle vittime?

Nell’ambiente tradizionale dell’aula di tribunale una persona può parlare delle circostanze che hanno condizionato la propria vita come sostegno alla difesa o può richiedere una sentenza meno punitiva. In ogni caso, però, le circostanze sottostanti che hanno portato a commettere un reato non cambiano. 

La seconda strada percorribile per Law è la giustizia trasformativa, laddove questa tenta di integrare sia la responsabilità personale sia i cambiamenti sociali. 

Differisce dalla giustizia riparativa in quanto l’obiettivo non è solo quello di affrontare i bisogni e gli obblighi richiesti per iniziare il processo di guarigione, ma anche di trasformare le condizioni che hanno generato o permesso il danno. 

La dipendenza di lunga durata dalla polizia e dalle carceri avrebbe offuscato la capacità e la volontà di intervenire in caso di violenza. La dipendenza dall’incarcerazione distoglierebbe quindi l’attenzione dalle condizioni politiche, economiche e culturali che generano la violenza, ingannando le persone, facendo loro credere che qualsiasi tentativo di prevenzione o di cambiamento delle cause che stanno alla radice sia inutile. La giustizia trasformativa non è certo un sostituto della reclusione. È un modo per affrontare il danno e le condizioni che favoriscono e continuano a consentire la violenza. 

Il numero considerevole di persone incarcerate per reati legati al terrorismo e/o considerate radicalizzate o a rischio di radicalizzazione, le quali mediamente non trascorrono molto tempo in carcere, ha spinto vari governi dell’Unione Europea a concentrarsi sull’esigenza di un lavoro correlato sulla risocializzazione.Restare in contatto con i famigliari, evitare la doppia stigmatizzazione, offrire buone contro-narrative o comunque narrative alternative, ottenere maggiore sostegno e partecipazione dalla società sono i principi base ispiratori dei Veo (programmi di riabilitazione per autori di reati estremisti violenti) fuori dal carcere6 i quali rimandano molto alle forme alternative di giustizia auspicate da Victoria Law. 

Per l’autrice infatti, man mano che l’incarcerazione di massa è andata crescendo anche il mito della reclusione come metodo che costringe le persone ad assumersi la propria responsabilità ha continuato a vivere nell’immaginario collettivo. L’idea di responsabilità individuale ha radici profonde nella cultura americana, ma si potrebbe anche dire della cultura occidentale in generale. È una forma di moralismo che distoglie l’attenzione dalle ingiustizie del sistema – come il razzismo, le disuguaglianze economiche, la misoginia e la discriminazione dilagante – e che ci fa concentrare sulle mancanze del singolo individuo, anziché contestare e sradicare forze sistemiche più grandi. 

In che modo infatti, si chiede l’autrice, mettere qualcuno in carcere per anni, se non per decenni, lo spinge ad assumersi le proprie responsabilità?

La società è convinta che la gente che entra in carcere ne esca migliore. Spesso però è l’esatto opposto. 

Cosa significa riabilitare una persona facendola tornare quella di prima, se essere quella persona vuol dire vivere in uno stato di povertà (educativa oltre che economica), razzismo, disoccupazione, precarietà di alloggio e/o violenza? Può davvero una persona essere riabilitata se non è mai stata “abilitata” o resa adatta o in grado di vivere in società?

Numerosi studi hanno dimostrato che la migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione.

Ma quali potenzialità sono racchiuse in un’istruzione penitenziaria e quanto questa si riferisce a modelli educativi capaci di problematizzare il presente e ampliare gli scenari futuri di ogni detenuto? Attraverso l’accesso al diritto allo studio, la persona privata della libertà – al pari di chiunque altro – ha la possibilità di colmare le proprie lacune conoscitive, ma l’istruzione incide anche sullo sviluppo della personalità umana e, in tal senso, deve essere indirizzata al suo pieno sviluppo, anche per il rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come ricorda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.7


Il libro

Victoria Law, Le prigioni rendono la società più sicura. E altri venti miti da sfatare sull’incarcerazione di massa, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2023.

Traduzione di Arabella Soroldoni.

Titolo originale: Prisons make us safer and 20 other myths about mass incarceration.

L’autrice

Victoria Law: giornalista freelance e autrice di vari libri. Attivista anarchica di origini cinesi, nata e cresciuta nel Queens.


1Aebi, M.F. Cocco, E. & Molnar, L. (2023). Prisons and Prisoners in Europe 2022: Key Findings of the SPACE / report. Serie UNILCRIM 2023/2. Council of Europe and University of Lausanne.

2J. Pratt, Scandinavian exceptionalism in an era of penal excess. Part I: The nature and roots of Scandinavian exceptionalism, The British journal of criminolofy, 48 (2), 2008.

3Consiglio d’Europa – Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), Detenuti posti in isolamento, Estratto dal 21° Rapporto Generale del CPT, pubblicato nel 2011: https://rm.coe.int/16806cccbd

4Charles Dickens, America; tr. it. Di M. Buitoni, G. Corsini, G. Miniati, Feltrinelli, Milano, 2008.

5Angela Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale; tr. it. Di G. Lupi, Edizioni Minimum fax, Roma, 2009.

6Commissione Europea, Lavoro di riabilitazione con autori di reati condannati fuori dal carcere, Luisa Ravagnani, membro del pool di esperti RAN – Radicalisation Awareness Network, 2021: https://home-affairs.ec.europa.eu/system/files/2022-07/ran_ad-hoc_rehab_outside_of_prison_20201120_it.pdf

7Luca Decembrotto, Lo sviluppo di paradigmi trasformativi nell’incontro tra le università e le persone private della libertà, Formazione&Insegnamento XVIII – 1- 2020, Università di Bologna, Bologna: https://cris.unibo.it/retrieve/handle/11585/763696/648831/487-496%20-%2041%20Decembrotto.pdf


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesi Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Resti tra noi. Etnografia di un manicomio criminale” di Luigigiovanni Quarta (Meltemi, 2019)


© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Mosaico Iran: non è questione di velo o di genere ma di libertà

06 domenica Nov 2022

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FarianSabahi, Jouvence, MIM, MimEdizioni, Mimesis, NoidonnediTeheran, recensione, saggio

Il 13 settembre 2022, Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla polizia morale iraniana. Testimoni oculari hanno riferito di violenti percosse subite dalla donna durante il trasferimento nel centro di detenzione. Da dove, poi, sarebbe stata trasportata in ospedale già in stato di coma.

Le autorità hanno sempre negato qualsiasi illecito. Per la morte di Mahsa Amini e dei tanti altri giovani che hanno perso la vita durante o in concomitanza delle manifestazioni di protesta che da quel momento imperversano in Iran.

Si tratta delle manifestazioni più importanti dall’istituzione della Repubblica islamica all’indomani della rivoluzione del 1979, diverse da quelle degli scorsi anni per portata, significato e istanze.

Il severo codice di abbigliamento della Repubblica islamica è stato reso ancora più rigido, rispetto al passato, dal presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi. Un codice di abbigliamento anche per i ragazzi, che possono essere fermati se i capelli sono troppo lunghi e le magliette troppo attillate o con maniche troppo corte. 

Ma Farian Sabahi precisa fin da subito che la causa del risentimento di tanti iraniani verso la Repubblica islamica non è l’obbligo del velo di per sé, ma l’approccio violento delle autorità – nelle loro diverse declinazioni – nei confronti dei cittadini che vorrebbero poter scegliere liberamente.

Per l’autrice, la violenza sistematica delle forze dell’ordine è la prova della perdita di legittimità di un sistema politico corrotto, che non ha altra scelta se non la repressione che finisce per allontanare sempre di più i giovani e il popolo in generale. 

Le iraniane e gli iraniani scendono in strada, nonostante i rischi, e non solo affinché il velo sia una libera scelta. Contestano la mala gestione della cosa pubblica ed esprimono preoccupazione per la disoccupazione e l’inflazione galoppante. 

Nel settembre 2022 le proteste non hanno un leader e sono prive di coordinamento. E queste, per Sabahi, non sono debolezze ma punti di forza in quanto non essendoci una leadership non la si può decapitare per scoraggiare o sedare le rivolte. 

Fin dall’inizio delle proteste, le autorità iraniane accusano l’Occidente di istigare il dissenso. Il presidente Ebrahim Raisi continua a biasimare «i nemici dell’Iran, colpevoli di fomentare le proteste per fermare il progresso del Paese». 

Sulla lista nera degli ayatollah e dei pasdaram ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele: Paesi che hanno tutto l’interesse a un cambio di regime. 

Ma, secondo l’acuta analisi di Sabahi, le proteste non andrebbero mai avanti da settimane se non fosse per una profonda insoddisfazione degli iraniani.

L’obiettivo di Raisi sembra essere quello di portare avanti l’adesione dell’Iran alla SCO (Shangai Cooperation Organization), di cui fanno parte Russia, India, Cina e i Paesi dell’Asia Centrale, per rompere l’isolamento dell’Iran dovuto alle sanzioni statunitensi. Un isolamento che ha generato, nel tempo, molta instabilità sociale e politica.

Il 15 novembre 2019, il governo di Hassan Rohani tagliò i sussidi al carburante. Questa decisione era motivata dal fatto che, a causa delle sanzioni internazionali e dell’embargo sul petrolio iraniano, tra il gennaio e l’agosto 2019 le esportazioni in Europa erano crollate del 94% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In oltre cento città e cittadine iraniane scoppiarono le proteste. Dapprima per motivi economici poi, sottolinea Sabahi, sfociate in ribellione politica contro la leadership religiosa. 

Un altro elemento rilevante sullo scenario internazionale, degno di nota per l’autrice, è «il sostegno dei vertici di Teheran alla Russia di Putin in occasione dell’aggressione all’Ucraina». 

In più punti del libro, Farian Sabahi tiene a precisare o meglio a smentire quelli che sono i più diffusi luoghi comuni occidentali su Iran e iraniani. Per esempio, il continuare a considerarli arabi quando in realtà sono un popolo indoeuropeo. Oppure ancora nel voler vedere l’Iran come un paese chiuso, isolato e radicale. L’Iran è invece un paese multietnico, multiculturale e multireligioso. Da sempre al centro di tante vie carovaniere: la via della seta, la via delle spezie, la via delle pietre preziose. 

Quello che oggi viene definito «mondo iranico» è uno spazio culturale, che va dall’est dell’Iraq all’India del nord, passando per l’Asia centrale. Un mondo difficile da cogliere e per certi versi paradossale.

Sabahi paragona l’Iran a un mosaico: di genti, etnie, lingue e religioni. 

Teheran non è né Oriente né Occidente. È il punto d’incontro di civiltà contigue e indipendenti, ma è diversa. Per l’autrice ciò rappresenta l’emblema della schizofrenia culturale degli iraniani. Sospesi, tra Oriente e Occidente. 

Teheran è una città con due anime. Una città in cui si vive sospesi. Tra modernità e tradizione. Cittadini di una Repubblica… islamica, di quella che dovrebbe essere una democrazia… religiosa, ma in realtà si tratta di un’oligarchia di ayatollah e pasdaram. 

Il non riuscire a inquadrare perfettamente l’Iran a gli iraniani in Occidente dà, per certo, facile adito al proliferare di luoghi comuni e pregiudizi. Etichette facili e spesso errate utili a illudersi di comprendere ciò che in realtà non si capisce.

Situazione simile a quella descritta da Giulietto Chiesa con riguardo alla visione occidentale della Russia e dei russi e alla fobia che ne deriva.1

Farian Sabahi sottolinea il fatto che i quotidiani occidentali parlano spesso delle donne iraniane ma non sempre scrivono, per esempio, che a Teheran il livello di istruzione è tra i più alti dell’Asia. La scuola è gratuita e obbligatoria fino a quattordici anni. I bambini e le bambine vanno a scuola. Il lavoro minorile è vietato. All’università, due matricole su tre sono donne. 

Nel 2006 il governo ha imposto le quote azzurre, per dare uguali opportunità ai ragazzi, nelle facoltà di Medicina, Odontoiatria e Farmacia. 

Le autorità stanno cercando di imporre la segregazione dei sessi nelle università. Una sgradita novità perché, fin da quando è stata inaugurata l’università di Teheran nel 1937, potevano iscriversi tutti, uomini e donne, e sedersi vicini. 

Da ottobre 2012 alle donne è vietato frequentare Ingegneria mineraria all’Università di Teheran. Scienze politiche ed Economia aziendale a Isfahan sono riservate ai maschi. Maschi che, però, a Isfahan, non possono più iscriversi a Storia, Linguistica, Letteratura, Sociologia e Filosofia. 

I diritti delle donne sono una battaglia continua, ricorda Sabahi. Le donne iraniane hanno il diritto di voto dal 1963. Ma il diritto di voto non basta a fare una democrazia.

Barometro della democrazia sono, per l’autrice, i diritti delle donne, di coloro che hanno un diverso orientamento sessuale, delle minoranze religiose ed etniche. Una lotta continua. 

Parole verissime, quelle di Farian Sabahi. A tutte le latitudini. Valide per tutti i Paesi. Anche per le democrazie occidentali. Perché anche in esse i diritti sono stati conquistati dopo anni di lotte e dure battaglie. A colpi di manifestazioni e proteste. Esattamente come accade in Iran. Come accaduto nei Paesi protagonisti delle recenti Primavere arabe. 

I giovani, maschi o femmine che siano, manifestano, protestano, chiedono a gran voce i diritti che sono loro negati o ignorati. E ovunque hanno il diritto e il dovere di farlo. Come le minoranze. Come coloro che hanno un diverso orientamento sessuale. Perché i diritti sono realmente riconosciuti quando vi è la piena libertà di essere se stessi. Di seguire la propria indole e le proprie passioni. Di condurre un’esistenza dignitosa e soddisfacente. 

Noi donne di Teheran di Farian Sabahi è una lettura molto interessante, sia nella parte iniziale, laddove l’autrice fa una ricostruzione storica del suo Paese, raccontando la vita reale delle donne e degli uomini di Teheran. Sia nella seconda parte del libro, dove vengono riportate le diverse interviste effettuate da Sabahi a Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, che della difesa dei diritti umani ha fatto la sua ragione di essere. 

Un libro che svolge una funzione culturale fondamentale: smontare luoghi comuni e pregiudizi. Un lavoro egregio e sempre necessario. 


Il libro

Farian Sabahi, Noi donne di Teheran, Jouvence, Mim Edizioni, 2022.

L’autrice

Farian Sabahi: insegna Middle East: History, Religion and Politics alla Bocconi di Milano. Editorialista per il Corriere della Sera, scrive di questioni islamiche per le pagine culturali del Sole24Ore. Autrice di diversi volumi sull’Iran e sullo Yemen.

1Giulietto Chiesa, Putinofobia, Piemme, Milano, 2016. Intervista all’autore: https://irmaloredanagalgano.it/2016/04/27/1030/



Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Jouvence, Mim Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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La solitudine dell’esistente: il tempo di ritrovare se stessi

30 venerdì Set 2022

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EmmanuelLevinas, IltempoelAltro, Mimesis, recensione, saggio

La solitudine è un’assenza di tempo. È questo il concetto alla base delle conferenze tenute tra il 1946 e il 1947 da Emmanuel Levinas, raccolte e ripubblicate lo scorso anno dalla casa editrice Mimesis. Conferenze che avevano lo scopo di mostrare che il tempo non fa parte del modo di essere di un soggetto isolato e solo, ma è la relazione stessa del soggetto con altri. Un invito a superare la definizione della solitudine per mezzo della socialità e la definizione della socialità per mezzo della solitudine.

Gli esseri possono scambiarsi tutto reciprocamente, fuorché l’esistere. In questo senso, essere significa isolarsi per il fatto di esistere. 

L’esistere allora rifiuta ogni sorta di rapporto, ogni sorta di molteplicità. Non riguarda nessun altro all’infuori dell’esistente. 

La solitudine non appare dunque, nell’analisi di Levinas, come l’isolamento di fatto, né come l’incomunicabilità di un contenuto di coscienza, ma come l’unità indissolubile fra l’esistente e l’atto del suo esistere. 

La solitudine sta proprio nel fatto che ci sono esistenti.

Lo studio condotto da Levinas, ormai oltre settant’anni fa, sul tempo e l’Altro per ritrovare se stessi, esistenti fuori dal tempo, è sorprendentemente e straordinariamente attuale e utile.

Concepire una situazione in cui la solitudine è superata significa sondare il principio del legame che unisce l’esistente al suo esistere. Il soggetto è solo perché è uno. È necessario che ci sia una solitudine perché si dia la libertà del cambiamento, il dominio dell’esistente sull’esistere, cioè, in definitiva, perché ci sia l’esistente.

La solitudine non è dunque soltanto disperazione e abbandono, ma anche virilità e fierezza e sovranità. Caratteri questi che l’analisi esistenzialistica della solitudine, condotta esclusivamente in termini di disperazione, è riuscita a cancellare, facendo cadere nella dimenticanza tutti i motivi della letteratura e della psicologia romantica e byroniana che esaltano la solitudine fiera, aristocratica, geniale. 

Ma l’identità non è soltanto l’atto di partire da sé, essa è anche un tornare a sé. L’esistente si occupa di sé. L’identità non è una relazione inoffensiva con sé, ma un asservimento a sé; è la necessità di occuparsi di sé. 

La sua libertà è immediatamente limitata dalla responsabilità. È questo il grande paradosso: un essere libero è già non più libero perché è responsabile di se stesso. Una responsabilità enorme, che può anche diventare un peso schiacciante. E allora ci si chiede se “fuggire” alla solitudine, intesa come la cura del sé, non rappresenti anche un alleggerimento da questa responsabilità.

Un relazionarsi continuamente con il tempo, con l’Altro, per non prendersi cura di se stessi. Consciamente o inconsciamente. Un discorso che può anche essere ampliato all’intera società degli individui.

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non solo non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa, ma continua ad avere una visione distorta del mondo. 

L’Ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbath degli ebrei sono dei “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Ciò che manca alla nostra società occidentale è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita il male dell’Infinito, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno vedere loro la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura.1

Nell’analisi della megacultura occidentale si nota il suo distaccamento dalla natura e la paura del suo arresto. Le chiusure o sospensioni ad essa ascrivibili sono periodi di riposo, ferie, vacanze, svago, divertimento… legate comunque all’aspetto economico della cultura occidentale. Invece ciò che viene auspicato è la ricerca di sospensioni o auto-sospensioni che non siano mere pause dalla routine, piuttosto ricerca e cura di se stessi e della natura.

Nella cultura dei nativi americani tutto è sacro, dal ramo dell’albero al sasso, all’acqua, alla Terra e ciò che in essa vive, ovvero tutto. Il rispetto verso se stessi, verso gli antenati, verso la vita passa inesorabilmente attraverso il rispetto per la Terra, per la Grande Madre, la Natura.

Lo scopo della meditazione zen è molto introspettivo: conoscersi di nuovo, riscoprire se stessi al netto degli schemi e delle convenzioni sociali.

L’azione della pratica della meditazione è riscontrabile su più piani:

  • Fisico
  • Emozionale
  • Psicologico

Studi e ricerche scientifiche hanno evidenziato effetti benefici oggettivi quali la diminuzione della frequenza del respiro e della pressione sanguigna, un aumento della funzionalità e flessibilità cognitiva, della stabilità emotiva, e un diffuso senso di benessere.2

Una ricerca introspettiva di se stessi, un voler cercare e trovare il proprio io, in una solitudine che esula dai rimandi negativi e riconduce direttamente all’analisi compiuta da Levinas.

Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere malinconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Sono queste, o similari, le domande che deve essersi posto Robert Burton quattrocento anni or sono, allorquando iniziò la stesura del suo trattato sulla malinconia. Un’opera che è anche un mondo, che racchiude in sé cielo terra e inferi: dall’armonia delle sfere celesti sino agli abissi dell’inferno, il lettore viene indotto a osservare il caos che domina il mondo terreno. Ed è in questo caos che si insinua e s’impone la malinconia. La malinconia assume mille forme diverse, tante quante sono le persone. 

La cura per la malinconia è raggiungere il summum bonum che, secondo Epicuro e Seneca, è la tranquillità della mente e dell’animo. Per sconfiggere questo male, o malessere che sia, la disperazione deve essere volta in speranza di rigenerazione.3

Levinas indicava con il termine ipostasi l’evento mediante il quale l’esistente acquisisce il suo esistere. 

La solitudine non è un’inquietudine superiore che si manifesta a un essere quando tutti i suoi bisogni sono soddisfatti, ma la “compagna” della sua esistenza quotidiana, assillata dalla materia. E, nella misura in cui le cure materiali scaturiscono dalla stessa ipostasi ed esprimono proprio l’evento della nostra libertà di esistenti, la vita quotidiana, lungi dall’apparire come un tradimento nei confronti del nostro destino metafisico, nasce dalla nostra solitudine, costituisce il compimento stesso della solitudine e il tentativo infinitamente grave di sopperire alla sua miseria profonda. 

In sintesi, la vita quotidiana è una mera preoccupazione della salvezza.

Esistere nel mondo significa agire, ma agire in modo tale che in fin dei conti l’azione ha per oggetto la nostra stessa esistenza. Mentre nell’identità pura e semplice dell’ipostasi il soggetto s’invischia in se stesso, nel mondo, invece del ritorno a sé, c’è il rapporto con tutto ciò che è necessario per essere.

Nel relazionarsi con il mondo e con gli altri poi l’autore ha indicato una situazione particolare, a sé stante: la paternità. Una relazione con un estraneo che, pur essendo altri, è me, ovvero la relazione dell’io con un me stesso, che è tuttavia estraneo a me in quanto io non ho mio figlio, io sono in qualche modo mio figlio. 

Nella postfazione al libro, Francesca Nodari indica le quattro conferenze di Levinas come una sorta di provocazione e insieme di eventuale risposta alle istanze del presente. 

Un presente disorientato, liquido, dominato dal potere tecnico-scientifico, abitato da un crescente logorio del simbolico che rischia di mettere in scacco la possibilità stessa di condividere la condizione umana, teso tra rapporti di superficie e relazioni pure, dominato da un senso diffuso di incertezza e di paura, dal pericoloso virus dell’«adiaforizzazione»4 e insieme attraversato da una vera e propria crisi dell’umanità stessa dell’uomo, che ha trovato il suo acme nell’irruzione di una pandemia planetaria. 

Ed è possibile individuare proprio in questo isolamento esperito a livello mondiale il punto di partenza per mostrare l’attualità stringente delle riflessioni levinasiane.

Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile. 

Virus e confinamenti hanno una lunga storia nell’umanità, anche recente. Ma il coronavirus ha fatto irruzione in un mondo che si riteneva immune da questo tipo di attacchi. Una cultura che ha sempre decantato le infinite meraviglie di un mondo aperto e globalizzato.

Il lockdown ci ha fatto riflettere sul fatto che una società immaginata come un insieme di individui isolati, ciascuno dei quali alla ricerca spasmodica del proprio interesse personale, è un’aberrazione e non un ideale a cui tendere.5

Seguendo le riflessioni di Emmanuel Levinas però si è indotti anche a domandarsi quale mondo possano mai originare degli individui incapaci di prendersi cura di se stessi. In fondo stare bene con se stessi dovrebbe essere il punto di partenza per costruire relazioni con l’Altro e con l’Alterità.

Il tempo e l’Altro di Emmanuel Levinas è un piccolo libro che racchiude in sé un grande sapere. 


Il libro

Emmanuel Levinas, Il tempo e l’Altro, Mimesis Edizioni (Milano-Udine), 2021.

Titolo originale: Le temps et l’Autre.

Traduzione e Note di Francesco Paolo Ciglia.

Nuova edizione critica di Francesca Nodari.

L’autore

Emmanuel Levinas: (Kansas, 1906 – Parigi, 1995) è tra i più influenti pensatori del Novecento. Docente alla Scuola Normale Israelita Orientale di Parigi e alle Università di Poitiers, di Paris-Nanterre e alla Sorbona, in cui resta come professore emerito fino al 1979.


1M. Aime, A. Favole, F. Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020.

2A. Sardi, Cervello e Meditazione. Gli Effetti Psicofisici delle Tecniche di Meditazione, Neuroscienze, 27 agosto 2020, https://www.neuroscienze.net/cervello-e-meditazione/

3R. Burton, L’anatomia della malinconia, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, Firenze/Milano, prima edizione settembre 2020.

4Nell’accezione che vi ha dato Zygmunt Bauman ne La società dell’incertezza, ovvero la tendenza a dispensare una buona parte di azioni umane dal giudizio morale e a volte, addirittura, dal significato morale.

5M. Aime, A. Favole, F. Remotti, op. cit.



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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Dalla lotta degli operai a quella della classe media occidentale

08 martedì Giu 2021

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capitalismo, Imperialismo, LouisAlthusser, Mimesis, recensione, saggio

Francesco Marchesi ha curato l’edizione italiana di Imperialismo e altri scritti sulla storia, una raccolta di testi che Louis Althusser non ha mai dato alle stampe. Scritti che affrontano svariati temi, che vanno dalla storia della critica letteraria all’analisi dell’imperialismo – definito da Lenin come l’ultimo stadio del capitalismo. E sono proprio le considerazioni relative alla struttura e alla storia del capitalismo che maggiormente attraggono l’attenzione del lettore, per la loro estrema quanto straordinaria attualità. 

Per Althusser, il periodo in cui ha vissuto era l’imperialismo, ovvero lo «stadio culminante» del capitalismo, secondo l’analisi di Lenin. Il suo ultimo stadio, ovvero il suo punto culminante. Dunque, se l’imperialismo fosse perdurato, non poteva che esserci decadenza. Degenerazione. Barbarie. Tranne se si fosse passati al socialismo. 

Caratteristica peculiare del periodo analizzato da Althusser, ovvero gli inizi della seconda metà del Novecento, sono le lotte della classe operaia. Lotte per la rivendicazione dei propri diritti, costantemente calpestati in nome del profitto e dell’accumulo di capitale. Lotte contro lo sfruttamento. Lotte inutili per Althusser in quanto è sua ferma convinzione che la classe capitalistica non mollerà mai la sua preda. Non smetterà mai di sfruttarla, di opprimerla, di intimidirla anche con il ricatto ideologico. 

Le lotte della classe operaia raccontate da Louis Althusser ricordano, nei contenuti, quelle più di recente iniziate e portate avanti dalla classe media in tanti paesi occidentali, ovvero in tutte o quasi le potenze del vecchio e del nuovo mondo.

Per Elizabeth Warren, già docente di diritto commerciale ad Harvard poi senatrice del Massachusetts, l’America ha costruito il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto e lo hanno fatto gli stessi americani, con il duro lavoro e il supporto di politiche governative volte a creare maggiori opportunità per milioni di persone. Utilizzando tutti i mezzi possibili: politiche fiscali, investimenti nell’istruzione pubblica, nuove infrastrutture, sostegno alla ricerca, regole di protezione per i consumatori e gli investitori, leggi antitrust. Ma ora tutta le gente è, giustamente, preoccupata. Preoccupata e arrabbiata. 

Lo è perché, nonostante «si ammazzi di lavoro», non vede praticamente crescere il suo reddito. Le spese per la casa e l’assistenza sanitaria erodono quasi completamente il suo bilancio. Pagare l’asilo o l’università dei figli è diventato impossibile. Gli accordi commerciali sembrano creare posti di lavoro e opportunità per la manodopera in altre parti mondo, lasciando le fabbriche in territorio americano abbandonate. I giovani sono strozzati dai prestiti studenteschi, la forza lavoro è fortemente indebitata e per gli anziani la sicurezza sociale non riesce a coprire le spese della vita di tutti i giorni1.

Incertezza economica, alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, scarse politiche di welfare e istruzione… sono tutti problemi presenti e visibili anche in Italia. Michel Martone, ordinario di diritto del lavoro e relazioni industriali alla Sapienza, si chiede come sia possibile che, nell’Italia del terzo millennio:

  • Un giovane studente per mantenersi all’Università recapiti pizze a domicilio, magari in bicicletta e sotto la pioggia, per un compenso che a malapena sfiora i 3.5euro a consegna.
  • Un operaio pur lavorando a tempo pieno non riesca più, nell’arco di una vita, a mettere da parte quanto necessario ad acquistare una casa.
  • I pubblici dipendenti abbiano dovuto subire un blocco della contrattazione collettiva, e quindi degli stipendi, durato oltre sette anni. 
  • Un immigrato che raccoglie pomodori guadagni poco più di 2euro l’ora. 
  • Una coppia di trentenni non possa permettersi, sommando gli stipendi, di mantenere più di un figlio.
  • Negli ultimi 10 anni oltre 244mila giovani, di cui il 64per cento con titolo di studio medio-alto, abbiano abbandonato il Paese e a questo fenomeno migratorio non venga dato il giusto risalto. 

Questa resiliente crisi economica rischia di inghiottire per intero tutto il ceto medio, in particolare quelle professionalità mediane svolte in larga misura da trentenni le cui retribuzioni hanno risentito più di tutte gli effetti della crisi. Basti ricordare il numero sempre crescente dei cosiddetti working poor, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Martone afferma di essere consapevole si tratti di una verità scomoda e difficile da affrontare, che richiede impegno e soluzioni complesse, ma che non per questo debba continuare a essere rimandata, ignorata, sminuita. Gran parte dei partiti politici semplicemente hanno cercato di rimuoverla, scaricando sugli immigrati, i mercati finanziari o l’Europa le colpe della crescente incertezza che ormai si diffonde tra i lavoratori italiani. Anche peggiori, forse, Martone ritiene gli interventi posti in essere con l’intento dichiarato di migliorare la situazione ma che sottrarranno ulteriori risorse economiche all’emergenza retributiva. In particolare egli fa riferimento a quota100 e reddito di cittadinanza.

Suggerisce poi egli stesso delle idee che potrebbero essere poste alla base di una possibile riforma del sistema retributivo che:

  • Assuma il trattamento economico minimo previsto dal contratto collettivo più rappresentativo a parametro della giusta retribuzione per tutto il settore, secondo il modello già considerato costituzionalmente legittimo per quello delle cooperative.
  • Recepisca per via legislativa il sistema delineato nel Testo unico sulla rappresentanza del 2014, per misurare all’interno dei perimetri di efficacia della contrattazione collettiva la capacità rappresentativa delle diverse organizzazioni sindacali, delle imprese come dei lavoratori, secondo lo schema di recente proposto dal d.d.l. 788/2018.
  • Perimetri i settori di efficacia della contrattazione collettiva nazionale, quanto meno in materia salariale.
  • Recuperi, pur con tutti i necessari adattamenti, il modello disciplinato dall’art. 2070 c.c., al fine di consentire alla giurisprudenza di presidiare quei perimetri scongiurando la concorrenza tra imprese sul costo del lavoro.
  • Strutturi la contrattazione collettiva, potenziando, sulla scorta del modello del decentramento organizzato, quella di secondo livello, anche in deroga alla legge, al fine di evitare che le tensioni al ribasso sul costo del lavoro, ad esempio determinate dall’esplosione delle crisi aziendali, rifluiscano su quella nazionale.
  • Introduca un salario minimo orario, attorno ai nove euro, che funzioni sia da pavimento per la contrattazione collettiva che da parametro applicabile nei settori in cui quest’ultima non dispiega i propri effetti.
  • Preveda che tale soglia minima sia derogabile (opting out) in determinati settori economici.
  • Riduca il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni al fine di dare sollievo a quella classe media che, con il proprio lavoro, ha dovuto sopportare il peso di una crisi economica che ha reso insostenibile il terzo debito pubblico del mondo. 2

Il capitalismo che, secondo Marx, come un vampiro si è cibato del lavoro degli operai è poi passato a cibarsi anche dei redditi, dei comportamenti e dei diritti della classe media perché, secondo Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School, esso si evolve in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati.3

Le degenerazioni di cui parlava Althusser sono diventati quindi, nell’analisi di Zuboff, degli adattamenti che consentono al capitalismo di mutare forma e plasmarsi in base ai tempi senza mai perdere di vista il suo obiettivo ultimo: l’accumulo di capitale. E i capitalisti di oggi sono andati anche oltre ogni immaginazione. Perché il loro cibo non è più solo il lavoro ma ogni aspetto della vita umana. E questo è ciò che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza. In esso, i mezzi di produzione sono al servizio dei mezzi di modifica del comportamento. Il vero potere infatti risiede nella capacità di modificare le azioni in tempo reale nel mondo reale. 

Sottolinea Althusser nei suoi scritti che, contrariamente a quanto affermavano Hegel, Engels e Stalin, ma conformemente a quanto pensava Marx, non ci sono leggi della storia. Ma il fatto che non ci siano leggi non significa che non possano esserci delle lezioni della storia. Lezioni che sono però aleatorie, in quanto la stessa situazione, la stessa congiuntura e lo stesso “caso” mai si ripresenteranno perfettamente uguali. Molto simili però sì. Studiare la storia, apprendere e ricordare le sue lezioni può quindi tornare molto utile allorquando si cerca, si può e si deve modellare il presente per costruire il futuro. 

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Bibliografia di riferimento

Louis Althusser, L’imperialismo e altri scritti sulla storia, Francesco Marchesi (a cura di), Mimesis, Sesto San Giovanni – Milano, 2020.

Titolo originale: Écrits sur l’histoire. Traduzione di Francesco Marchesi e Maria Turchetto. 

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1Elizabeth Warren, Questa lotta è la nostra lotta, Garzanti, Milano, 2020.

2Michel Martone, A che prezzo. L’emergenza retributiva tra riforma della contrattazione collettiva e salario minimo legale, Luiss University Press, Roma, 2019.

3Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020)

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“A quale prezzo” di Michel Martone (Luiss University Press, 2019)

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

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© 2021 – 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

17 lunedì Feb 2020

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CristinaTonelli, Doppiapena, Mimesis, NicolettaGandus, recensione, saggio

Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi.
Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”.
Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della “cattiva madre”.

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell’orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell’accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Roncoroni, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società.
Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell’ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l’ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l’accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all’intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l’operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.
I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l’applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l’istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.
Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.
L’incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali.
Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l’affettività e l’esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l’autunno 2018 e l’estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?



Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis per la disponibilità e il materiale


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© 2020, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

07 sabato Ott 2017

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Ilcollassodellamodernizzazione, Mimesis, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, recensione, RobertKurz, saggio, SamueleCerea

Gli effetti collaterali involontari del moderno «sistema della merce», durante la sua «fase storica ascendente», hanno eclissato per molto tempo «la sua natura negativa». Si è preferito vederne solo gli aspetti positivi al punto che le crisi apparivano, o volevano essere interpretate, come mere «interruzioni nel suo processo di ascesa» e considerate sempre «superabili in linea di principio». A cosa ha condotto questo atteggiamento protratto e diffuso è sotto gli occhi di tutti.

Mimesis editore propone quest’anno, nella versione tradotta dal tedesco e curata da Samuele Cerea, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz. Libro uscito per Eichborn Verlag nel 1991 e, per certi versi, terribilmente profetico.

Scrive infatti l’autore, ventisei anni fa, che se pure la crisi del sistema della merce non dovesse superare i limiti che ha finora raggiunto, «il subsistema occidentale non potrebbe sopravvivere al collasso globale». In alcune regioni dell’Asia, in Arabia e nel Nordafrica la reislamizzazione si è trasformata «nel surrogato di un’ideologia militante, diretta contro l’Occidente», che così sta alimentando «un becchino di tipo nuovo, privo di obiettivi trascendenti ma pronto a tutto».

Un estremismo che diventa «brodo di coltura per iniziative violente e suicide» che potrebbero diventare, e in realtà lo sono poi diventate, «aggressioni militari disperate su grande scala contro i centri del mercato mondiale». Un fondamentalismo islamico accomunato solo dal nome all’antica cultura islamica premoderna che mostra e ha mostrato per certo tratti barbarici ma che «non sono certamente più barbarici delle pretese che i signori ‘civilizzati’ delle istituzioni finanziarie internazionali avanzano, senza battere ciglio, nei confronti di una parte sempre maggiore dell’umanità».

Un saggio, quello di Kurz, che fa rabbrividire il lettore e, al contempo, gli permette di comprendere i motivi reali per cui il filosofo tedesco, «assai poco incline ai compromessi» non poteva che «suscitare forti reazioni di amore e odio» nella comunità intellettuale internazionale, in quella economica e anche nel pubblico raramente incline ad accettare e metabolizzare il catastrofismo insito in alcuni ragionamenti, come quelli portati avanti da Kurz, anche e soprattutto quando corrispondono a realtà e verità.

Il collasso della modernizzazione è fuor di dubbio, come sottolinea Samuele Cerea nell’introduzione al libro, «un’analisi radicale e spietata della società capitalistica», ma lo è altrettanto del socialismo di Stato essendo «la differenza tra le forme dell’economia di mercato e quella dell’economia pianificata solo relativa». La loro base comune è il lavoro o, per meglio dire, «il lavoro astratto, cioè l’attività umana assoggettata all’automovimento del denaro».

Certamente è stato «un grossolano errore interpretare il tracollo storicamente asincrono dei paesi del socialismo di Stato e dei paesi del Terzo mondo come la prova di superiorità dell’Occidente, cioè dell’avanguardia storica del capitalismo globale, e del suo modello». Che poi è esattamente ciò che si voluto credere in tutti questi anni e allora non si può non chiedersi, insieme al curatore, fino a che punto «l’opinione pubblica, gli intellettuali, i media, ma soprattutto l’establishment politico ed economico» siano consapevoli «della catastrofe che incombe su di una società globale che sembra fare acqua da tutte le parti».

Per Kurz l’Occidente è stato un «bizzarro trionfatore» frastornato dalla «sua stessa superiorità e dalle conseguenze del proprio trionfo». Questa vanagloria la si può facilmente ritrovare nella mancata oculatezza nell’analisi delle conseguenze della «crisi particolare del sistema perdente» che poteva, e in effetti lo ha fatto, innestare una «crisi globale in grado di minacciare anche il presunto vincitore».

Molto interessante risulta per il lettore la descrizione fatta da Kurz del paradosso insito quanto ignorato delle moderne economie. La produzione non è finalizzata al consumo personale ma a un «mercato anonimo» e il senso del processo non è la soddisfazione delle necessità concrete ma «la metamorfosi del lavoro in denaro (salario o profitto)». E così accade che «l’astratto interesse monetario» spinge ogni produttore verso quei prodotti e quelle forme produttive che gli garantiscono il massimo guadagno, nel modo più rapido e diretto, «a dispetto dei contenuti e delle conseguenze, per quanto deprecabili». Senonché lo stesso produttore «nel suo alter ego di consumatore» manifesta l’interesse precisamente opposto. Insomma, peggio di un cane che morde la sua stessa coda perché la ragione di tutto ciò è solamente il denaro.

Produttori e consumatori «si sfidano l’un l’altro in un confronto perpetuo», con il risultato che «ciascun produttore tende a tutti gli altri delle trappole» in cui tutti e ciascuno «finiscono invariabilmente per cadere a causa dell’universalità del legame sociale».

L’Occidente – «che è ormai entrato nella sua fase di crisi» – e l’Est – «che si è convertito a discepolo della logica capitalistica della concorrenza dopo il suo tracollo» – alla fine «si ingannano vicendevolmente». L’Est guarda di continuo al «passato splendore» mentre l’Occidente attende il suo definitivo tracollo per poter fruire di «nuovi mercati che però esistono solo nella sua fantasia» e lo stesso accade per le «centinaia di milioni di individui in Africa». Ciò che tutti sembrano dimenticare e che Kurz invece sottolinea è che «necessità concrete e aspirazioni umane non possono generare nessun mercato», ossia alcun potere di acquisto produttivo. Quest’ultimo infatti nasce solo dallo «sfruttamento di forza-lavoro umana in forma aziendale» e per giunta a un livello «conforme allo standard mondiale di produttività».

Il Terzo mondo, che ha già quasi «ultimato la sua fase di collasso», rappresenta per Kurz «il modello autentico della ‘modernizzazione di recupero‘». Le strutture interne della modernizzazione del Terzo mondo e quelle dei paesi del socialismo reale «si dimostrano, a posteriori, sorprendentemente affini». Soprattutto se si fa «astrazione dai camuffamenti ideologici e politici». A posteriori sembrano essersene accorti anche «gli istituti di credito internazionali, allineati all’economia di mercato occidentale», come la Banca mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ovvero «i principali creditori delle economie del collasso». Tuttavia anche qui, come per le nuove riforme di mercato nei paesi dell’Est, «la causa viene scambiata con l’effetto».

Il FMI, la Banca mondiale e gli altri grandi creditori occidentali stanno «spingendo da tempo il Terzo mondo verso la destabilizzazione interna, sociale e politica». Cosicché «controreazioni violente, per quanto parossistiche e insensate, saranno inevitabili». La Storia recente e contemporanea ha dimostrato, purtroppo, la veridicità di queste affermazioni. Per la massa crescente degli «esclusi», la «barbarie ‘ufficiale’ del denaro» appare ancor «più soggettivamente terrificante dell’aperto dominio della mafia».

Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz, nella versione in italiano curata da Samuele Cerea è un saggio da leggere assolutamente.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte biografia autori e tema del saggio www.mimesisedizioni.it

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Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La Globalizzazione come produttore di periferie. “IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale” di Annamaria Rufino (Mimesis, 2017)

12 sabato Ago 2017

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AnnamariaRufino, Comunicazione, Globalizzazione, INSECURITY, insicurezza, MichelMaffesoli, MIM, Mimesis, paura, recensione, violenza, webmondo

Esce con Mimesis, del marchio editoriale MIM, nella collana Eterotopie, il saggio sulla comunicazione nel tempo della globalizzazione IN-SECURITY di Annamaria Rufino, con la prefazione a firma del professore emerito della Sorbona Michel Maffesoli, tradotta dal francese da Ciro Pizzo.

Un testo breve e conciso ma, al contempo, interessante, chiaro e con un gran bello scopo: precisare alcuni aspetti essenziali della globalizzazione, che è un «produttore di periferie» per effetto della «crisi del sistema relazionale e della fine della dimensione spazio-tempo» e, soprattutto, della comunicazione al tempo della medio-globalità.

Il «totalitarismo dolce delle democrazie occidentali» si contrappone al «totalitarismo duro», come quello «del nazismo e dello stalinismo», ma è comunque necessario, doveroso discorrere dei buchi neri creati da questa “dolcezza”, degli errori e delle assenze di iniziative… in una parola, come sottolinea l’autrice nel testo, dei «vuoti» nel sistema che generano «insicurezza, paura, violenza». Vuoti, mancanze che non riguardano solo i cittadini, le persone, bensì le Istituzioni la cui responsabilità maggiore sembra risiedere nell’incapacità di fare in modo che «la conoscenza, il sapere sappiano adattarsi alla “complessità” attuale». Il “webmondo” prevede «nessuna partecipazione dell’utente» e può, a tutti gli effetti, essere considerato una «ideologia totale» che ha «destrutturato la capacità interpretativa del mondo, trasformando la società globale in una super-massa».

Per Maffesoli, l’intuizione fondamentale del libro della Rufino sta nel tentativo dell’autrice di cercare il modo per «integrare nella maniera più a buon mercato l’insicurezza, come canalizzare libido ed energia, personali e collettive». Un po’ svolgendo la funzione sociale che da sempre hanno avuto le «Feste dei folli, le inversioni sociali, i carnevali», ovvero quella di «ritualizzare l’insicurezza» mediante queste «configurazioni antropologiche che hanno saputo far metabolizzare l’istinto aggressivo, che è proprio dell’animo umano». Inutile negarlo o regalarlo ai margini, alle “periferie”. Etichettarlo come afferente a gruppi etnici e sociali specifici. Il risultato è questo “vuoto” conseguenza diretta di «quest’energia fondamentale “slancio vitale (Bergson) o anche “libido” (Jung)» che, non potendo essere repressa, viene manifestata sotto forma di in-sicurezza, paura, smarrimento, violenza fisica e verbale che ha trovato terreno fertile anche nella Rete e nei social network e che ha origine da seri «problemi di coesione sociale, ordine, sicurezza, identità».

Come un’illusione ottica, «la globalizzazione e, direi, la comunicazione globale» non produce “conoscenza” o sapere ma “narrazioni”, «labili narrazioni come quelle giornalistiche, di ogni fonte, che dominano i fatti e sono fagocitanti rispetto a tutte le conoscenze e a tutti i saperi». Una vera e propria «ideologia destrutturante» in quanto la narrazione giornalistica è, in buona sostanza, un «produttore di fatti di cui non è possibile o è quantomeno difficile verificare la fondatezza, della notizia e della sua interpretazione». Ragion per cui «la percezione del dato sfuma in immagini e parole cui si fatica a dare un volto e un senso» e la comunicazione allora «rimane mera informazione». A lungo andare le narrazioni giornalistiche creano «un vuoto interpretativo e cognitivo». Inoltre questo tipo di comunicazione acquisisce sempre maggiore spazio. Quello «lasciato vuoto dalle istituzioni».

Annamaria Rufino più volte ripete ne IN-SECURITY la necessità di «un’azione coordinata e consapevole» da parte delle istituzioni in maniera tale da «correggere un sistema arido di comunicazione e di interpretazione», oltre che di «consapevolezza dei sistemi sicuritari», in quanto l’insicurezza percepita in modo diffuso e incontrollabile «si è trasformata paradossalmente nell’indicatore principale utilizzato per misurare i difetti d’ingranaggio tra sistema istituzionale e sociale» di un modello, quello occidentale, che «si è dissolto proprio nel momento in cui ha raggiunto la sua massima estensione».

Uno strumento valido di aiuto potrebbe essere, secondo la Rufino, «riabilitare alla sicurezza attraverso una comunicazione responsabile», individuando i «punti cruciali del complesso meccanismo dell’insicurezza» così da disattivare «il diffuso atteggiamento difensivo che si trasforma in violenza e aggressione, attive e passive, verbali e fisiche». La sfida a questo punto, che l’autrice pone ai suoi lettori in forma di domanda, è la concreta possibilità di una comunicazione sostenibile che contrasti le derive totalizzanti del non-luogo medio-globale.

Un libro interessante IN-SECURITY. La comunicazione della paura nell’età medio-globale di Annamaria Rufino, in grado di stimolare il lettore verso un dibattito solo in apparenza aperto e diffuso. Una riflessione valida e concreta sul problema della in-sicurezza e della paura, della comunicazione e dell’informazione nell’era dichiarata della loro massima diffusione.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autrice www.mimesisedizioni.it

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Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico

27 venerdì Nov 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FrancescoSpagna, Linfinitoantropologico, Mimesis, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Mimesis editore ha pubblicato i risultati del lavoro di ricerca condotto da Francesco Spagna, che insegna Antropologia Culturale all’Università di Padova, sull’infinito antropologico. Nella prefazione, curata da Giangiorgio Pasqualotto, già si evincono le teorizzazioni dell’autore contenute nel testo. Andare oltre l’antropologico e gli ‘oggetti’ delle sue indagini. Includere come oggetto di osservazione anche il soggetto che osserva, col rischio è vero di una deriva soggettivistica ma necessario per aprire nuovi orizzonti e nuove avventure.

Abbandonare la neutralità senza lasciarsi troppo tentare dall’autobiografia ma volgendo lo sguardo e l’interesse all’interpretazione, ecco la strada indicata da Spagna per la definizione di un concetto di infinito antropologico, che può legittimarsi solo coniugandosi a quello di intercultura, non di multicultura.
Spagna non si ferma in discussioni di carattere metodologico interne alla disciplina ma ricerca e interagisce con la Filosofia, Bruno e Fichte in particolare, e il risultato è meno sconcertante di quanto possa apparire a prima vista. Risulterà essere proprio il concetto spinoziano di ‘infinito’ come ‘innumerabile’ il sostegno principale alle teorizzazioni dell’autore.

I numerosi tentativi di classificazione sistematica dei dati etnografici non hanno prodotto altro che il rischio di tradurre l’immagine del mosaico in quella del labirinto. Spagna sottolinea chenon è questo l’infinito antropologico a cui vogliamo arrivare.

Interessanti anche le considerazioni di Alexian Santino Spinelli riportate nella postfazione.

La popolazione romanì, costituita da cinque grandi gruppi principali (rom, sinti, Kale, manouches e romanichals) e da una moltitudine di sottogruppi e comunità diversissime fra loro, rappresenta un esempio di ‘infinito antropologico’.
Una popolazione, quella romanì, alle prese con un costante processo di mutazione e negazione col mondo esterno per evitare l’annientamento e per ‘resistere’ attraverso un’intensa attività interculturale assorbendo elementi vitali dal mondo circostante per rivitalizzarsi e per attualizzarsi.
Spinelli sottolinea gli errori interpretativi del passato e in parte anche contemporanei che hanno voluto vedere nella mobilità coatta delle comunità romanès una sorta di nomadismo, motivo spesso alla base dei conflitti generatisi con le società sedentarie ospitanti.

Questa dinamicità, unita all’interscambialità e alla flessibilità dei modelli di vita è il segreto della lunga esistenza nel tempo e nello spazio di comunità semplici e prive di difese e di coperture politiche, senza eserciti e senza terrorismi.

Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico di Francesco Spagna

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