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Irma Loredana Galgano

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Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

17 venerdì Nov 2017

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EliaMinari, Guardarelamafianegliocchi, mafia, recensione, Rizzoli, saggio

È ora di dire basta alla «antimafia della retorica e delle cerimonie». Non è sufficiente scandalizzarsi, indignarsi e commuoversi, «occorre muoversi». La mentalità mafiosa «conquista molte menti. Ma spesso non lo si confessa neppure a noi stessi». È presente in ognuno, ed è «quella parte della coscienza di ciascuno che è tentata di imboccare una scorciatoia, accettare una lusinga facile, un compromesso, una raccomandazione o un lavoro in nero». La forma mentis del “mi conviene” che ha consentito alle organizzazioni mafiose di estendersi oltre le loro zone di origine, fino a quelle località ritenute estranee a tutto ciò che invece è penetrato nel loro substrato modificando intere economie e società. Anche se in tanti ancora lo negano.

Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari, uscito in prima edizione a settembre 2017 con Rizzoli, è il libro che racconta «le inchieste di un ragazzo che svelano i segreti della ‘ndrangheta al Nord» e quelli dei «professionisti plurilaureati, poliziotti, medici, figure istituzionali, giornalisti, preti, impiegati, imprenditori, uomini d’affari, commercialisti, amministratori pubblici» che della criminalità organizzata si servono per soddisfare la loro bramosia di successo, potere e denaro. Perché, è inutile negarlo, «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Come sottolinea il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ha curato la prefazione al libro di Minari.

Per contrastare la criminalità organizzata, che sia Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta o altro ancora, è necessario «diminuire la domanda di mafia». Gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti, prostituzione, prodotti contraffatti o sottocosto, «sono tutti mercati in crescita che alimentano una mafia del capitale». Al pari dei «molti imprenditori del Nord» che ogni giorno richiedono «i servizi delle mafie»: smaltimento rifiuti, false fatturazioni, manodopera sottocosto, recupero crediti, «aggiudicazione degli appalti pubblici, soldi freschi per prestiti facilitati»… Per contrastare la criminalità organizzata bisogna innanzitutto scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da «ciascuno di noi, senza delegare gli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori». Perché di certo «non diventeremo onesti per decreto legge».

Il libro di Elia Minari, al pari delle inchieste da lui portate avanti con l’ausilio della “squadra” dell’associazione Cortocircuito da lui stesso fondata, è «una beffa per chi ritiene che ciò che può fare ogni singolo cittadino non conti nulla e per chi si adagia in una comoda rassegnazione», come evidenzia Marco Imperato, magistrato, curatore della postfazione a Guardare la mafia negli occhi. Parole forti, potenti e necessarie perché, per quanto sia lodevole, l’operato di Minari non deve essere descritto come “eroico”. Elia Minari non deve diventare un “eroe” non perché non lo meriti, semplicemente il suo esempio deve essere un monito per altre coscienze, un input per il cambiamento civico di ognuno, e non un mezzo per lavarsi la coscienza pensando che tanto ci sono altri designati a cambiare e migliorare la società.

Ciò naturalmente non significa che non debba essere riconosciuta la scelta coraggiosa di Elia Minari e dei suoi colleghi di Cortocircuito. Tutt’altro. Diviene sempre più necessario e importante fare fronte comune contro «le campagne mediatiche che assicurano visibilità ai mafiosi» e, al contempo, ostacolare «la macchina del fango che è pronta a colpire chi denuncia la criminalità organizzata del Nord-Italia» e non solo, purtroppo. Le persone, i cittadini preferiscono fingere di non vedere ciò che accade intorno a loro, anche perché «non sempre si tratta di comportamenti sanzionabili dal punto di vista penale. Per questo motivo sono atteggiamenti ancora più insidiosi», tuttavia non si può davvero credere che la mafia al Nord, come al Centro, non esiste solo perché non si incontrano per strada soggetti che imbracciano la lupara o indossano un gessato. Questo neanche al Sud lo vedi più ormai. Rimanere ancorati a vecchi stereotipi e luoghi comuni è semplicemente un modo per giustificare il diniego del radicamento, palese e conclamato, della criminalità organizzata in tutto il territorio nazionale e anche oltre.

 

Elia Minari negli anni ha accumulato conoscenza ed esperienza eppure il suo approccio al problema che cerca di analizzare e contrastare è rimasto genuino, semplice, come il modo stesso di raccontarlo. Una chiarezza e una semplicità che è propria di chi dice, unicamente, la verità. Se un “semplice” liceale spulciando su internet, in cerca di informazioni per scrivere il suo articolo per il giornalino della scuola, trova dati e nomi che legano imprenditori locali e malavita, da documenti pubblici accessibili online su siti di istituzioni e Prefettura, viene da chiedersi come mai a nessun “professionista” del settore, locale e non, sia mai venuto in mente di farlo. O peggio, se lo ha fatto perché poi quelle informazioni non sono state diffuse.

Notizie che andrebbero diffuse e che invece passano in sordina. «Quasi nessun telegiornale nazionale ne parla» del «maxi-processo» che si sta svolgendo dal 2016 «nell’aula bunker al centro della Pianura Padana», costruita apposta «nel vasto cortile del tribunale di Reggio Emilia».

Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, «non è più un’esclusiva di politici e vip: anche i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico». Chi sono i giornalisti che rispondono al loro appello? Perché lo fanno? Perché scelgono di riportare “fedelmente” la loro versione dei fatti? Diventiamo così «vittime inconsapevoli di un depistaggio culturale», frutto della “campagna mediatica” dei clan. Secondo i magistrati, in alcune aree del Nord Italia, c’è stato un «condizionamento dei cittadini e delle loro menti». Parole che pesano, «parole di piombo».

Se il sindaco di Brescello, il paesino noto per i film di Don Camillo e Peppone, afferma pubblicamente che «i cittadini devono avere la possibilità di leggere al bar la Gazzetta dello Sport senza essere disturbati da un giornalista che fa domande sulla mafie» è evidente che il condizionamento mediatico non avviene solo da parte dei mafiosi dichiarati e se i cittadini appoggiano le sue dichiarazioni diventa palese il grande problema civico e sociale cui non si può assolutamente assistere inermi. Tutto ciò è quantomeno sbalorditivo. Come se il vero diritto per i cittadini fosse leggere le notizie sportive e non vivere nella legalità.

Elia Minari in Guardare la mafia negli occhi riporta una interessante descrizione di fatti, dati e testimonianze della situazione reale di vaste aree indicate come lontane ed estranee alla realtà malavitosa del Sud Italia ma che poi tali non sono. Un resoconto altrettanto interessante delle scelte e dei progetti portati avanti da politici e amministratori locali diventati in seguito “nazionali”. Chiamati quindi a governare l’intero Paese dopo aver compiuto determinate scelte in ambito locale.

Quando preti, amministratori locali e cittadini lamentano il “calo d’immagine” del territorio e il “danno al turismo” come conseguenza delle inchieste, delle denunce e dei processi contro il malaffare comprovato allora davvero non si può negare la presenza mafiosa ma neanche l’esistenza di una propaganda mediatica e sociale che ha come «obiettivo principale screditare gli organi dello Stato», in secondo luogo «creare le condizioni per un atteggiamento più morbido nei confronti di questi “giovani imprenditori edili”» che amano definirsi «vittime delle leggi».

Invita il resoconto di Elia Minari alla riflessione sulla provincia italiana, quella distante dai grandi agglomerati urbani, dove non si trova nulla di ciò che c’è nelle grandi città compreso un presidio delle forze dell’ordine. Ed è proprio qui, nella “tranquilla” provincia che la mafia insinua il suo potere tentacolare presentandosi come “degno” sostituto di uno Stato quantomeno distante quando non proprio assente. Molto educativa anche la storia del nonno di Elia, Lino Minari. L’unica vera “favola” che meriterebbe di essere raccontata a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne… di qualunque età. Per contrastare la criminalità mafiosa «non è necessaria la scorta, è sufficiente essere cittadini» e maturare un grande senso civico e civile.

Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Rizzoli e l’Associazione Cortocircuito per l’interesse, il materiale e la disponibilità

Disclosure: Fonte tema libro, biografia autore, info sul testo www.rizzoli.eu

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04 lunedì Set 2017

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DaniloChirico, GiulioPerroneEditore, Italia, italiani, mafia, MarcoCarta, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, UNDER

Se lo Stato produce «leggi che fanno la guerra ai poveri (non alle ragioni della povertà) delle nostre città» diventa doveroso e necessario «un radicale cambio del punto di osservazione sulla società». Così i curatori del testo Under. Giovani mafie periferie, edito a maggio 2017 da Giulio Perrone Editore, Danilo Chirico e Marco Carta, hanno fatto una vera e propria «immersione nelle periferie e nella povertà», in quello che è a tutti gli effetti «il tema di questa Italia» ma di cui «nessuno sembra volersi occupare», o almeno di farlo in maniera seria e concreta. Hanno fatto «un tuffo nel passato» scoprendo che «le cronache di questi mesi (con i commenti, gli allarmi, le preoccupazioni, le polemiche) sono le stesse di dieci o venti anni fa», ovvero che «per dieci o venti anni nessuno ha mosso un dito».

Lo scopo dichiarato del libro è «promuovere una discussione pubblica il più possibile larga» per illuminare problematiche e criticità, formulare strade alternative da percorrere, irrompere nella politica affinché cambi «linguaggio, priorità e modalità» e metta fine alla «colpevolizzazione dei poveri e degli emarginati con la scusa del decoro».

UNDER si compone di vari contributi legati tra loro dalla ferma volontà di illuminare «il senso di abbandono di chi vive ai margini della città contemporanea», quartieri dormitorio privi di spazi aggregativi in cui «i centri commerciali, spiega il sociologo Massimo Ilardi, sono diventati le nuove piazze, supplendo ai vuoti spaventosi di intervento pubblico». Buchi di presenza e assistenza che hanno contribuito a trasformare velocemente le periferie in «ghetti in mano alla criminalità organizzata». È necessario «offrire alternative al welfare delle mafie» e questo non può più essere un dovere che lo Stato continua a scaricare su associazioni e singoli privati.

Stando ai dati diffusi dal rapporto Disordiniamo del Garante per l’Infanzia, «l’Italia spende per bambini e famiglie l’1,3% del Pil, rispetto all’11% della Germania, per fare un esempio comparativo e indicativo». Non si può certo affermare che si sta facendo il massimo. I margini di miglioramento sono notevoli considerando anche che attualmente «le risorse vengono impiegate soprattutto sotto forma di trasferimento di denaro». Programmi strutturali e strutturati, progetti e obiettivi ad ampio raggio e duraturi nel tempo potrebbero, magari, dare risultati migliori. A parole, tutti affermano di voler investire nella scuola e nella cultura. Anche la ministra Fedeli lo fa nell’intervista riportata nel testo, nella quale viene più volte menzionata Labuonascuola ma l’Italia, stando ai dati Eurostat, «è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’educazione e al penultimo posto per quella destinata alla cultura».

Così, anche se la stessa ministra mette le mani avanti quando afferma che «non sempre è possibile percepire subito i risultati delle azioni che vengono messe in campo. Soprattutto in ambito scolastico», non si può non chiedersi quanto siano invece necessari provvedimenti più incisivi che evitino alle nuove generazioni di restare costantemente indietro rispetto ai loro coetanei europei e mondiali. Intere generazioni sempre più affascinate dal mondo criminale nel quale non occorre studiare e lavorare, pagare tasse e contributi, dove a vincere è il più scaltro e basta “poco” per riempire il portafogli. Dove le «carriere crescono all’ombra di uno ‘stupore di maniera’ di fronte ai casi di cronaca più sensazionali», quelli su cui né la stampa né il pubblico può tacere fingendo di non sapere che «non si può costruire un paese civile se si rinuncia a una seria cultura antropologica della criminalità minorile».

Il sistema mafioso è una sanguisuga, se smetti di nutrirlo va altrove oppure si indebolisce. Se invece ci scendi a compromesso, se accetti la spartizione non solo contribuisci a rafforzarlo ma ne diventi a tutti gli effetti una pedina, una componente, anche se mafioso non ti ritieni e preferisci essere etichettato come onorevole, professionista, impiegato, politico, cittadino… Nonostante sia tutt’oggi molto diffusa e condivisa l’opinione dei «negazionisti delle mafie», i quali forse preferiscono pensare e lasciar credere che il fenomeno sia ancora legato e circoscritto a determinati territori e figuri che cinema e televisione hanno stereotipato alla stregua di ‘maschere’ senza tempo. La mafia si è evoluta e diffusa e quella visibile tra i giovani delle periferie non è che una soltanto delle sue evoluzioni.

Cesare Moreno della onlus Maestri di strada afferma di non avere paura della mafia, «perché mi confronto tutti i giorni con questo ambiente». A spaventarlo invece è «questa società che non crede in se stessa e non ha nulla da dire ai giovani». Uno Stato che, nonostante gli slogan e le belle parole, sembra aver abbondantemente gettato la spugna. Nella provincia di Reggio Calabria ben 81 comuni, su un totale di 83, «non hanno i servizi sociali». Così, in terra di ‘ndrangheta, «si è abbandonata completamente un’idea di sociale» e la lotta al crimine organizzato «è affidata soltanto a magistrati, poliziotti, esercito». Una «lotta a metà, quindi inefficace per definizione». Sempre attuali le parole di Platone che vedeva «la giustizia giusta esistere solo in un paese giusto».

Sottolinea Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, come «è del tutto evidente che parlare di sviluppo economico immaginando di applicare il solito paradigma del prima lo sviluppo e la crescita, poi il welfare è una pericolosa stupidaggine» non solo per le periferie geografiche ma anche per quelle sociali. Affinché ci sia «sviluppo ci deve essere essere coesione sociale», altrimenti è più facile ci siano solo squilibri e sfruttamento.

A Roma, a Ponte di Nona, con «il piano di riqualificazione realizzato nell’ambito del progetto Punti Verdi Qualità» i cittadini «si sono ritrovati una gigantesca sala slot inaugurata nel 2009 mentre l’asilo è rimasto chiuso». Una città, la capitale, dove «si contano oltre 50.000 slot machine» in uno stato, l’Italia, che vieta il gioco d’azzardo. Che afferma di vietarlo in base alla normativa vigente.

Le politiche di austerity hanno «indebolito la continuità degli interventi sociali», piegando anche «la necessità dei più deboli alla logica del massimo ribasso». Incisivo l’intervento di Marco Carta su una città schiacciata «sotto il mondo di mezzo» dove sembra si operano scelte e interventi «come se un bambino da recuperare fosse una buca da riempire».

Più volte, leggendo Under. Giovani mafie periferie, ci si chiede come si fa, in terra di mafia, a scegliere liberamente. La verità è che non si può dove manca uno Stato a fornire gli strumenti necessari per poterlo fare. Perché, è inutile negarlo, è proprio laddove lo Stato arretra sulle proprie responsabilità che le organizzazioni criminali riescono ad avanzare e a radicare il controllo del territorio, che per loro è fondamentale. Il sistema mafioso «ha tante porte che qualcuno avrebbe il dovere di chiudere». Le famiglie, certo. La scuola, anche. Ma è dallo Stato e da tutte le sue istituzioni che deve partire la spinta più potente. Che dovrebbe partire. Non serve additare il fenomeno come peculiare delle regioni del Sud. Non è bastato in passato per evitare che la mafia si espandesse anche oltre i confini di stato e non servirà neanche ora a salvare i giovani e le periferie, geografiche e sociali.

 

E se è vero che «le mafie si combattono anche con la cultura e con la coscienza collettiva» lo è di sicuro che il popolo tutto deve ‘combattere’ la latitanza dello Stato nelle periferie come nei centri, per le strade come nei palazzi, nei discorsi come sulla carta… affinché nessun cittadino sia costretto a chiedersi «da che parte sta la legge». Mai.

Under. Giovani mafie periferie curato da Danilo Chirico e Marco Carta è una miscellanea di contributi di numerosi autori che risulta al lettore molto interessante spaziando dal racconto di testimonianze dirette a fatti, da resoconti di dati e statistiche a progetti attuati o da attuare. Un libro che si spinge oltre le intenzioni dei curatori, ovvero la spinta ad aprire “una discussione pubblica il più possibile larga”, perché lo ‘squarcio’ che apre in chi lo legge è più profondo e non riguarda solo l’esterno, il relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi.

Danilo Chirico: Nato a Reggio Calabria, vive e lavora a Roma. Giornalista, scrittore e autore televisivo. Ha scritto e curato diversi libri sulle mafie. È presidente dell’Associazione antimafie daSud.

Marco Carta: Giornalista romano impegnato a far conoscere e indagare ‘il lato oscuro’ della capitale.

In Under. Giovani mafie periferie sono presenti articoli e/o contributi di: Lorenzo Misuraca, Angela Iantosca, Andrea Meccia, Lara Facondi, Gianluca Palma, Carmen Vogani, Daniela Valdacca, Jessica Niglio, Amalia de Simone, Bruno Palermo, Dario Antonini, Zeno Gaiaschi, Sara Troglio.

Source: Si ringraziano Giulia Martiradonna e la Bookmedia Events per la disponibilità e il materiale.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

09 domenica Lug 2017

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AntonioNicaso, Lingannodellamafia, mafia, NicolaGratteri, RaiEri, recensione, romanzo, saggio

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Se lo chiedono gli stessi autori, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, de L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, edito da RaiEri, «che cosa deve succedere che non sia già successo per voltare pagina e combattere seriamente un’organizzazione criminale che condiziona la crescita e lo sviluppo del nostro Paese». Un’organizzazione criminale la cui storia, fondata su miti e personaggi leggendari, in realtà «è fatta di continue trattative con lo Stato». Quello Stato di cui siamo tutti parte che «quando poteva sferrare il colpo decisivo, si è sempre tirato indietro». Ed è da questo che bisogna partire per creare una coscienza e una cultura che sia veramente in grado di ostacolare e magari anche sconfiggere questa rete criminale fatta di mafiosi certo ma anche di politici corrotti e collusi, di amministratori accondiscendenti, di professionisti che prestano nome e quant’altro possa servire a riempire tasche e portafoglio perché, ed è inutile negarlo, «senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo».

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Perché è l’idea di un Paese e di un popolo veramente libero dalle catene di corruzione e concussione che non deve mai essere abbandonata, anche ora che più di ogni altro periodo si vuole continuare a far passare l’idea che la mafia sia una rete inestricabile, una piovra inestirpabile, che gli impavidi cavalieri solitari votati a combatterla sono destinati a soccombere… Visioni stereotipate e contraffatte la cui diffusione sui network e sui media nazionali crea più danni che benefici. Libri e produzioni televisive che finiscono col rappresentare i mafiosi come degli eroi, protagonisti di vicende nelle quali sono non solo i protagonisti ma i vincitori finendo col diventare gli idoli dei ragazzi delle periferie come dei figli della nuova borghesia. Insistono molto su questo aspetto, pericolosamente sottovalutato o volutamente diffuso, Gratteri e Nicaso, sottolineando l’importanza culturale delle famiglie, dello Stato e delle scuole per evitare che tanti giovani italiani diventino emuli di Genny Savastano (personaggio della serie televisiva Gomorra) o altri, incapaci fino in fondo di distinguere tra il bene e il male, tra realtà e finzione.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Uno dei videogiochi più diffusi si chiama Mafia III e vince chi riesce, con ogni mezzo e senza scrupoli, la scalata nella “famiglia” mafiosa. Libertà di stampa, libertà d’espressione, libertà di opinione… ci sta tutto ma non si riesce proprio a fare a meno di chiedersi perché sia stata autorizzata la vendita di questa tipologia di prodotto, destinata anche ai minori, in un Paese che in teoria ha, o dovrebbe avere, tra i primi punti in Agenda la lotta alle mafie. La lotta non la scalata.

«Solo la cultura, le competenze, oltre alla famiglia, possono dare ai giovani la possibilità di non cadere nelle “tentazioni” del malaffare», la capacità di comprendere che «le “scorciatoie”, siano esse economiche o professionali, hanno sempre “un padrone” che prima o poi chiede il conto». Far capire ai giovani, ma anche a tutti gli altri cittadini e cittadine, che «passerelle, eventi spot e manifestazioni ludiche servono solo a far perdere agli studenti un giorno di scuola». Che è doveroso ricordare le vittime ma con azioni diverse non con retorica e luoghi comuni, parole dette su un palco dell’ennesima cerimonia a cui sono invitati a partecipare tutti, anche coloro che si dovrebbero combattere.

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Stato, politici, amministratori, Scuola, dirigenti, docenti, famiglie… tutti sono tenuti a dare il buon esempio perché «i mafiosi hanno più paura dei maestri elementari che delle manette». Partendo dal sistema scolastico, gli autori suggeriscono misure concrete da porre in essere affinché vero cambiamento sia:

  •          Reale meritocrazia.
  •          Eliminazione dei baronati universitari.
  •          Reale sostegno alla ricerca.
  •          Bonifica dell’ambiente accademico e scolastico dalle clientele.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Perché «la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli», a decidere da che parte stare. E la gente consapevole «sa come esercitare il diritto-dovere del voto, sa distinguere chi progetta politiche di cambiamento e chi millanta promesse». Perché è necessario formare dei cittadini in grado di discernere informazione e disinformazione, con una cultura che dia loro la capacità di compiere scelte libere, indipendenti, coraggiose.

Alcuni sostengono che «l’arte e la fiction non debbano avere un ruolo pedagogico». E sia ma non si può certo ignorare il fatto che «la spettacolarizzazione del mondo criminale» in atto rischia di essere davvero molto pericolosa. Principalmente se si considera che le mafie «sono state protette e utilizzate dal potere politico ed economico» e maggiormente fino a quando la politica non deciderà di «affrontare la mafia. Soprattutto al suo interno».

Un libro interessante, L’inganno della mafia di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, ben strutturato e che senza tanti giri di parole mette nero su bianco tanti aspetti volutamente e indebitamente ignorati dalla politica e dai media. Un libro che è l’esempio tangibile dei suggerimenti dati. «Le mafie sono fenomeni complessi e per comprenderli non bisogna limitarsi a guardare qualche film. Nelle scuole bisognerebbe promuovere sistematicamente la lettura critica dei media e non solo in occasione di progetti estemporanei». Perché lo scopo della scuola oggi non può ridursi al mero indottrinamento, deve essere e diventare il luogo in cui si formano i nuovi cittadini, ai quali sono stati forniti tutti gli strumenti necessari allo sviluppo di un indispensabile spirito critico che consenta e garantisca loro la possibilità e la volontà di compiere scelte in piena autonomia, una vasta cultura tale da renderli in grado di comprendere, selezionare e valutare le informazioni e tutti gli input esterni ricevuti, la capacità di discernere le notizie vere dalle false, l’informazione corretta dalla disinformazione strumentale.

Articolo originale qui

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Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016)

14 martedì Mar 2017

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Comunicazione, corruzione, GherardoColombo, giustizia, istruzione, Latuagiustizianonelamia, Longanesi, mafia, PiercamilloDavigo, politica, sistemagiudiziarioitaliano

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È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

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“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l’Italia (Rizzoli, 2016). Intervista a Daniele Autieri

11 lunedì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

È uscito a febbraio di quest’anno con Rizzoli I giorni della Cagna. La presa di Roma del giornalista investigativo Daniele Autieri.

Un romanzo che racconta del momento in cui piccole e grandi organizzazioni criminali hanno stretto un patto: unirsi e diventare «la Bestia più feroce che l’Italia abbia mai conosciuto». Nasce così la Cagna, «il patto segreto che in questi ultimi dieci anni mafia autoctona, mafia siciliana, camorra e ‘ndrangheta hanno siglato per prendersi Roma. E lo Stato».

Un libro intense, quello di Autieri, che trasforma la cronaca nera in fiction perché convinto sia l’unico modo per non perdere il contatto con la realtà, per mantenere viva la capacità della letteratura di esplorare l’animo umano. Un libro che spiega e aiuta a comprendere meglio i meccanismi che muovono la grande macchina del crimine attraverso le azioni quotidiane degli attori e delle comparse, dei burattini e dei burattinai e dello Stato, nella sua componente buona, che è costretto a diventare invisibile per combattere la malavita, perché i tentacoli neri di quest’ultima arrivano davvero dove sarebbe inimmaginabile anche solo pensarli.

Daniele Autieri è autore anche di Professione Lolita (Chiarelettere, 2015). Sua è l’inchiesta sullo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Attualmente si interessa degli sviluppi di Mafia Capitale.

Abbiamo parlato con Autieri de I giorni della Cagna, della criminalità organizzata che opera a Roma e anche degli effetti di Mafia Capitale nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Come in Professione Lolita anche ne I giorni della cagna lei trasforma tristi vicende di cronaca in storie romanzate. Quali sono i motivi della scelta di questo registro narrativo? Perché preferisce la fiction al reportage?

Rimanere aggrappati alla vita. Questo per me è il romanzo, la narrativa. La possibilità di raccontare la realtà in modo differente. Se perdiamo il contatto con la realtà, rendiamo orfana la letteratura della sua incredibile capacità di affondare nell’animo umano. La realtà ci aiuta a capire, la letteratura a sognare. Insieme ci permettono di vivere.

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La “Cagna” ha unito tutti i malavitosi nella brama di raggiungere il comune obiettivo: trasformare l’Italia in uno Stato criminale. La Storia della criminalità organizzata quanto è intrecciata a quella della capitale e dell’Italia intera?

La Roma di oggi è un esperimento criminale, il luogo dove camorra, ‘ndrangheta, mafia e mafie autoctone hanno stretto un patto di conquista. Per prendersi la città. E da lì prendersi lo Stato. Negli ultimi anni gli uomini delle mafie hanno messo le mani nelle aziende pubbliche, tantissime inchieste giudiziarie lo dimostrano. Ma soprattutto c’è un filo rosso che unisce alcuni degli scandali industriali degli ultimi anni, facendo pensare che dietro molti fatti accaduti ci sia un’unica organizzazione.

“La Cagna”, che si ispira alla Lupa di Dante, è il simbolo di tutto questo e nasce proprio dal patto siglato tra le organizzazioni criminali.

A Roma tutto è stato fatto in “silenzio”. Perché qui i criminali tendono a diventare invisibili più che altrove?

Perché si confondono con la gente per bene. È questo l’inganno eterno di questa città. Il ferro, il piombo entrano in gioco solo quando tutte le altre mediazioni falliscono. E così i criminali si vestono da persone comuni, si confondono, frequentano i migliori ristoranti e condividono amicizie influenti.

Gli ideali e le ideologie non sembrano sopravvivere a lungo, avidità di soldi e potere sì. I criminali si stanno trasformando in uomini di affari e viceversa?

Alle spalle di tutto c’è il denaro, l’avidità. Ed ecco che si ritorna a Dante. I criminali moderni, quelli più pericolosi, hanno capito che il denaro non si fa solo trafficando cocaina, ma anche controllando lo Stato, le sue aziende, i suoi appalti, le sue poltrone. Meglio quindi indossare un abito scuro, vestirsi da uomini d’affari e ottenere uno strapuntino dal quale è più facile mettere le mani sulla cassaforte.

Per sfamare la Cagna vengono preferite teste di legno, facili da comandare e indirizzare. Vale lo stesso per la politica?

Negli ultimi anni a Roma, ma in tutto il resto dell’Italia, sono state costituite migliaia di società di comodo necessarie solo per ottenere commesse dalle aziende pubbliche e per stornare una buona percentuale di tangenti a chi quelle commesse le aveva assegnate. La testa di legno classica si è evoluta e anche alcune istituzioni “malate” hanno cominciato a beneficiarne.

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l'Italia

A Roma non si spara perché ci sono i figli di tutti. In base a quali accordi riescono a convivere nello stesso territorio camorra, ’ndrangheta, mafia siciliana, criminalità albanese, rom, russa e delinquenti di varie nazionalità?

Gli accordi sono di due tipi. A livello più basso, quello legato al traffico di droga e all’usura, la divisione è territoriale. Gli albanesi controllano alcune zone di Ponte Milvio in accordo con gli uomini di Mafia Capitale; la camorra ha messo le mani su Tor Bella Monaca e altre periferie, e di tanto in tanto si serve di alcune famiglie rom per fare il lavoro sporco; la ‘ndrangheta si occupa prevalentemente del narcotraffico e gestisce i locali del centro.

A livello più alto, il patto viene siglato tra le famiglie mafiose più importanti, quelle che possono mettere sul tavolo i loro legami con politici e manager. Nulla di teorico, anzi. Di tanto in tanto questi uomini si incontrano in uno studio prestigioso di qualche noto avvocato o commercialista romano. Sono riunioni riservatissime e servono per stabilire la linea di comportamento per il futuro. E soprattutto per spartirsi gli affari che contano.

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Quanti “fighetti” come Max Sanna e Claudio Accardi, in bilico tra il bianco e il nero, ci sono in giro per Roma?

Il grigio è il colore dominante. Claudio Accardi, uno dei protagonisti del libro, lo indossa alla perfezione. È un uomo qualunque, che senza aver mai preso una pistola in mano è stato capace di entrare nelle confidenze dei principali boss della Capitale. Lo ha fatto perché aveva un talento: andare per mare e trasportare centinaia di chili di polvere bianca.

Come lui, in tanti camminano in bilico lungo questa zona grigia: notai, avvocati, commercialisti, prestati agli interessi e agli affari del crimine. Questi uomini oggi rappresentano l’anello tra il mondo criminale e le persone comuni.

Il personaggio di Vento invece, spietato, che fa combattimenti clandestini e anche il sicario per guadagnare denaro ma è al contempo un padre attento e premuroso, che sogna per la figlia una vita diversa, migliore della sua vuole indicare che la strada della delinquenza non è per tutti una scelta?

Vento è uno dei miei personaggi preferiti perché è in grado di ribaltare il paradigma, il luogo comune. Dov’è il bene e dov’è il male? A quale tipo di persone ci sentiamo più vicini e quali invece ci sembrano lontanissime dai nostri valori? Forse è la vita che ci rende uomini o belve. Vento è una di quelle persone che non si aspetta risposte e non si aspetta favori. Semplicemente vive. Solo per sé e per sua figlia. E questo lo rende diverso da tanti altri.

Quartieri a cui si accede da un’unica via. Vedette che controllano il traffico e batterie di criminali e spacciatori a spartirsi il territorio. La mente rimanda subito alla Napoli raccontata in Gomorra di Roberto Saviano o alla Sicilia di Sbirritudine di Giorgio Glaviano. Cosa accomuna e cosa divide Roma dalle altre “capitali” della malavita?

Nei metodi di gestione dello spaccio e di controllo del territorio, ormai certe zone di Roma sono del tutto simili a quelle raccontate da Saviano. Di notte, le piazze di spaccio di Tor Bella Monaca o San Basilio non hanno nulla da invidiare al Parco Verde di Caivano. Roma in più ha la caratteristica di ospitare una “criminalità multietnica”, dove il camorrista convive con l’ex-Nar, con l’uomo delle cosche calabresi o con il killer della mafia albanese. Tutto si mischia e si confonde. E quando gli equilibri sballano, allora torna a parlare il piombo.

Cos’è cambiato a Roma dallo scandalo cui è seguita l’inchiesta denominata Mafia Capitale?

Molto in termini di consapevolezza, molto poco in termini di gerarchia criminale. Grazie a Mafia Capitale abbiamo tutti capito che esistono alcune organizzazioni in grado di controllare vaste zone della città e di arrivare con i loro tentacoli fino alla politica. Ma sono le stesse organizzazioni che non hanno mai smesso di fare affari e continuano a farli ancora adesso, durante il processo. Il crimine non si ferma con un’inchiesta. Si ferma con una battaglia culturale di consapevolezza e sensibilizzazione.

A questo servono i libri, capaci di tenere il lettore ancorato alla realtà. Per non dimenticare. E per evitare di rimanere inconsapevolmente schiavi.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-giorni-della-cagna-come-le-mafie-si-sono-prese-roma-e-l-italia

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’Italia infuocata dai rifuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016)

31 giovedì Mar 2016

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L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Nel libro di Gaetano Vassallo una mappa dei rifiuti che attraverso l’Italia intera giungono nella Terra dei Fuochi e non solo. Il racconto di una vicenda personale, l’ascesa criminale del quarto figlio di una famiglia povera della provincia di Napoli, ma anche la storia di un Paese nel quale tutti, o quasi, sono bravi a chiudere un occhio e pagare una mazzetta.

Così vi ho avvelenato (Sperling&Kupfer, 2016) si apre con l’introduzione di Daniela de Crescenzo, giornalista de «Il Mattino», la quale scrive nei ringraziamenti un intenso messaggio: «La mia riconoscenza più profonda va però a tutti quelli che, magari anche leggendo le mie pagine, decideranno di fare qualcosa per cambiare. Finalmente».

La via più facile, intrapresa dopo lo scandalo rifiuti nella Terra dei Fuochi, come ricorda anche lo stesso Vassallo nel testo, è stata quella di liquidare il tutto come un fatto legato alla camorra e alla Campania. Comprensibile. Non è facile ammettere che, potenzialmente, l’Italia è un’intera Terra dei Fuochi. Eppure il collaboratore di giustizia ha spiegato nei dettagli il meccanismo che consentiva a tutte le aziende, grandi e piccole, pubbliche e private, di mentire sullo smaltimento dei rifiuti, anche di quelli più tossici e pericolosi. «Ceneri, fanghi e amianto che continuate a cercare in Campania e che invece non hanno mai lasciato le regioni del Nord».

Bastava possedere il certificato di smaltimento, che Vassallo vendeva per 10 milioni di lire, e tutti gli obblighi di legge erano adempiuti. Anche se i rifiuti erano altrove, anche se i veleni finivano negli irrigatori o sparsi tra i campi coltivati. La scandalosa situazione della Terra dei Fuochi ha messo nell’ombra anche i disastri ambientali di Liguria e Toscana, per esempio. Senza pensare che è stato proprio per far fronte a queste emergenze che Vassallo e gli altri hanno cominciato a importare l’immondizia di tutti in Campania.

Ci vorranno anni per mappare i siti, ammesso che si riesca a farlo, e tanti ce ne vorranno anche per sapere se i terreni potranno rinascere, ma il motivo per cui tutto ciò è stato fatto è sempre stato chiaro. «Ingordigia di denaro». E aggiungerei, anche, per la sete di potere che vi è strettamente collegata. Vassallo, pur essendo indifendibile, su una cosa ha ragione: «Ho sbagliato, ma non da solo. La nostra terra l’abbiamo guastata in tanti: chi doveva controllare me e quelli come me è stato nostro complice».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

Gaetano Vassallo in Così vi ho avvelenato descrive nel dettaglio, con tanto di nomi, la fitta rete di legami, a tutti i livelli, che gli hanno consentito di diventare il “manager dell’immondizia” avvelenando il territorio e chi lo abita e accontentando chi ci ha guadagnato come lui ma forse non pagherà mai per ciò che ha fatto. «Non è un caso se io sono finito in galera e lui in Parlamento», dice Vassallo parlando di uno dei tanti “onorevoli” a cui ha stretto la mano o per il quale ha svolto campagna elettorale. Lui, che prima di passare a Forza Italia è stato tesserato del PSI e ha frequentato la sezione centrale a Roma, in via del Corso, dove ha incontrato «molti esponenti di punta dei socialisti».

«La politica per me è sempre stata questo: una serie di comitati d’affari da finanziare. Allo stesso modo la pensavano tutti i casalesi, che hanno saputo utilizzare la politica, le sue vanità e il suo bisogno di denaro». Vassallo afferma che la camorra crea il politico e poi lo utilizza. Questi forse pensa di poter fare lo stesso, quando in campagna elettorale accetta l’appoggio e il pacchetto di voti gentilmente offerto durante le cene e gli incontri. Ma poi scopre qual è la posizione da seguire e la volontà da assecondare, pena la vita, e si “accontenta” del denaro.

Negli anni in cui Vassallo ha costruito la sua fortuna lavorare con i rifiuti era più conveniente, dal punto di vista legale, che trattare droga o armi. Non erano previste pene se non irrisorie e molti reati non erano proprio contemplati dal codice e anche quando il governo ha provato a fare la voce grossa, sequestrando e commissariando, per il “manager dell’immondizia” e per i suoi soci la pacchia è continuata. Provvedimenti che facevano acqua da tutte le parti, leggi aggirabili con facilità e agevolazioni di cui hanno potuto usufruire gli stessi per cui la macchina del commissariamento si era mossa. «I nostri affari continuavano a lievitare, eppure lo Stato ci aveva dichiarato ufficialmente guerra».

Lo Stato, quello stesso che a ogni occasione elargisce fiumi di fondi pubblici che seguono sempre la stessa direzione e finiscono sempre nelle stesse tasche. Mafiosi, criminali, onorevoli, tecnici e imprenditori pronti a ricevere e amministrare soldi e potere a qualunque costo. «Oggi, quando leggete che un imprenditore ride di una disgrazia, inorridite: pensate che sia un mostro, un’eccezione. Non è così: i guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“I guai degli altri hanno sempre portato denaro a chi ne sa approfittare” e il 23 novembre del 1980 la terra tremò, in Irpinia, con migliaia di vittime e di sepolti vivi che per ore, per giorni addirittura, sprigionavano flebili lamenti nella speranza che la terra che li aveva inghiottiti sibilasse la loro voce e indicasse ai soccorritori la via per liberarli. Solo che ad ascoltarli non c’erano i soccorritori ma solo i loro parenti, stremati dalla paura e dal dolore, che hanno scavato a mani nude, spesso invano. E mentre ciò accadeva in Irpinia, da Roma giungevano le scuse per non aver capito la gravità dell’accaduto. «Dalle nostre parti non ci furono vittime: i nostri morti vennero dopo, quando si trattò di dividere quella magnifica torta chiamata “ricostruzione”. 60 miliardi (di lire, ndr) da dividere tra costruttori, politici e clan».

In appendice al testo viene riportata anche la consulenza tecnica del geologo Giovanni Balestri, datata Firenze, 1° giugno 2010, che riporta la classificazione e la datazione degli sversamenti di rifiuti effettuati nelle località Masseria del Pozzo, Schiavi, San Giuseppiello (Giugliano); nei terreni siti lungo la SP Trentola-Ischitella (Trentola) e a Torre di Pacifico (Lusciano); nei siti posti sotto sequestro a Castel Volturno e nei precedenti sequestri effettuati in località Scafarea (Giugliano). Il geologo Balestri ha calcolato che, se non si provvede per tempo a sminare il territorio dai veleni sepolti, entro il 2064 saranno compromesse anche le falde acquifere. «E allora non ci sarà più niente da fare».

L'Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo

“E allora non ci sarà più niente da fare”. Una ragione in più per fare tutto il possibile affinché le falde acquifere vengano preservate dalla contaminazione. Questo potrebbe essere il cambiamento di cui parla la De Crescenzo, potrebbe essere il segnale, reale e tangibile, di uno Stato che ha deciso di cambiare, di abbattere l’impunità e la corruzione. Di salvare la nazione partendo dal territorio. Di aiutare la popolazione donandole il giusto ambiente in cui vivere. Utilizzare denaro e potere per qualcosa che sia di pubblica utilità. Perché se i veleni sparsi nei terreni “infuocati” dell’Italia intera bruciano le falde acquifere neanche il potere e il denaro potranno servire e il nostro sarà un Paese vinto dall’immondizia.

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«Dai rifiuti veniva un miliardo (di lire, ndr) al mese e nessuno voleva rinunciare alle azioni della “Monnezza SpA”». Se non fosse stato costretto, forse neanche Gaetano Vassallo lo avrebbe fatto eppure, da un giorno all’altro, la sua vita è cambiata e da “manager dell’immondizia” si è ritrovato collaboratore di giustizia prima e carcerato poi, messo alle strette dalle accuse che si era fatto da solo. Neanche lui forse aveva mai immaginato di diventare autore di un libro dove racconta tutto ciò che aveva fatto per lasciarsi la povertà alle spalle. Così vi ho avvelenato di Gaetano Vassallo, con Daniela de Crescenzo, è un libro urticante ma è necessario leggerlo. Conoscere per capire. Forse questo è l’unico modo per non sbagliare, ancora.

http://www.sulromanzo.it/blog/l-italia-infuocata-dai-rifiuti-nel-libro-confessione-di-gaetano-vassallo

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“Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015)

25 venerdì Set 2015

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Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

“Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi.»

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

“Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/09/25/mio-padre-in-una-scatola-da-scarpe-giulio-cavalli-rizzoli-2015-a-cura-di-irma-loredana-galgano/

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

© 2015 – 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Professione Lolita” di Daniele Autieri (Chiarelettere, 2015)

05 martedì Mag 2015

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Daniele Autieri, Professione Lolita

Lo scorso gennaio è uscito per Chiarelettere Professione Lolita, del giornalista di «Repubblica» Daniele Autieri, le cui inchieste hanno condotto all’arresto di Furio Fusco, il cosiddetto “fotografo delle minorenni”, e permesso ai carabinieri di sventare un giro internazionale di produzione di materiale pedopornografico.

Professione Lolita non è il “racconto giornalistico” dello scandalo delle baby squillo dei Parioli che ha interessato la capitale e sconvolto la nazione, bensì un romanzo di fantasia nel quale i riferimenti a luoghi e persone sono casuali e complementari alla narrazione. Quello che sembra un desiderio di occultarsi del giornalista, a favore dell’autore, si rivela un espediente vincente perché riesce a penetrare nel lettore con maggiore irruenza che non la semplice lettura di un reportage giornalistico. Perché Lalla, Jenny, Chicca, Fairy, Trilly, Malphas e Je Na potrebbero essere chiunque. I figli di qualcun altro ma anche i nostri figli.

«Perché un sito di professioniste dovrebbe scegliere proprio noi?!»

«Perché siamo carne fresca»

In questo modo si chiude il proscenio curato dal vignettista Vincenzo Bizzarri e si apre il libro di Autieri. Carne fresca, adolescenti che pensano di aver capito come funziona il mondo ma soprattutto che vogliono conquistarlo questo mondo fatto di successo, di potere e di denaro che li circonda e li schiaccia da quando erano in fasce. Un universo nel quale sono cresciuti o dentro il quale vogliono entrare a ogni costo. Vengono da famiglie disagiate, hanno genitori separati, problemi di inserimento, oppure sono viziati fino all’inverosimile e comunque insoddisfatti e alla continua ricerca di uno sballo che faccia dimenticare le paure, le incertezze, le delusioni che vengono annegate in modo sistematico nell’alcol, fumo, droghe di vario genere e piccoli approcci alla delinquenza di strada.

Quando non è una questione di soldi ma di rivalsa, il solo scopo è quello di ferire i propri genitori assenti, silenziosi, distratti, per attirare la loro attenzione. Quando invece alla base di tutto c’è il denaro, quello che non si ha e che si vorrebbe possedere, allora si ricorre ai metodi più antichi ma anche più brutali: delinquenza e prostituzione. Ragazzini che si ritrovano al baretto o all’incrocio, in piccoli o grandi gruppi, sotto gli occhi di tutti, passanti e turisti, adulti e anziani che vedono solo la loro adolescenza, non i loro demoni, ben nascosti dietro la pelle liscia, i capelli lunghi, la visiera di un casco o le lenti scure di un occhiale alla moda. Eppure scalpitano, questi demoni, insistenti più che mai, rendendo i ragazzi e le ragazze sempre più vulnerabili, disponibili a farsi sopraffare o a infliggere violenza e auto-infliggersela, a diventare, alla fin fine, i peggiori nemici di se stessi.

Foto di Gustavo Gomes

Fairy ha trascorso gran parte degli ultimi mesi in bagno a vomitare anche l’anima, fino a quando non si è sentita finalmente pronta a guardare e apprezzare la sua immagine riflessa in quello specchio che comunque non riesce a frenare l’inquietudine dei suoi pensieri, il vortice dei suoi tormenti e finisce nelle mani di un fotografo di mezza età che, promettendo successo, regala vergogna.Jenny e Lalla vogliono a tutti i costi riuscire a comprarsi le borse migliori, le scarpe più belle, la bamba più forte, l’accesso ai locali più in. Un posto d’onore in quel mondo dorato di chi ce l’ha fatta ed è “arrivato”. Per farlo pensano di sfruttare il proprio giovane e bel corpo e solo quando è ormai troppo tardi realizzano di essere solamente state fottute.

«E se bastasse urlare? Se la sua gola fosse in grado di emettere un solo grido capace di risvegliare tutte le coscienze addormentate, forse non servirebbe altro. Neanche vendere se stessa».

Foto di Gustavo Gomes

Dietro ogni ragazzo o ragazza inquieta c’è una famiglia problematica o assente che con le urla o i silenzi spinge a imboccare un tunnel buio ma pieno di abbagli, dove pronti ad accoglierli ci sono altri adulti, urlanti o silenti ma molto più pericolosi. E allora ci si domanda: “In quale futuro possono mai credere questi ragazzi che hanno imparato a proprie spese che dei grandi non ci si deve fidare?”

Daniele Autieri

Ragazzi e adulti della capitale che, con in tasca qualche piotta o in banca molto di più, si sentono pronti ad affrontare e vincere contro il mondo intero. Politici, giudici, professionisti, borghesi che pensano di essere imbattibili e furbi. Tutti crollano miseramente di fronte alla paura, quella vera, che viene dal sentirsi una pistola alla tempia o la vita che sfugge. Il terrore generato da chi non si lascia impressionare dai vestiti di sartoria, dalle scarpe lucenti o promesse da marinaio. Davanti ai criminali seri crollano tutti, grandi e piccini, e lo fanno perché si rendono conto che il tempo degli inganni è finito, che non possono cavarsela con scuse a buon mercato come quelle accampate, per esempio, dai politici in campagna elettorale per giustificare il non fatto o il malfatto. Quando ti trovi dinanzi a un boss o un affiliato capisci che il “codice d’onore” vale più di ogni altra cosa e che la parola data, se non mantenuta, non fornisce vie d’uscita.

Per salvare la vita al figlio, il padre di Malphas è costretto a scavare nel suo passato da militante di estrema destra, per ritrovare compagni di fila che possano aiutarlo nell’intento. All’incontro porta anche il ragazzo, il quale ha smesso ormai gli abiti da “duro” per assumere un atteggiamento più remissivo. Entrambi, padre e figlio, si ritrovano a sedere, da principianti, a un tavolo da poker per professionisti, con il terrore di non uscirne vivi, col ricordo ancora caldo di Je Na steso sull’asfalto, con un proiettile nel petto. Così Malphas vende il segreto di Jenny e Lalla al Camaleonte, che gradisce molto l’informazione perché siamo nella Capitale e se un mafioso scopre un giro di prostituzione minorile, in uno dei quartieri più esclusivi di Roma, non pensa a ricavarci denaro bensì grossi favori, la possibilità di tenere in pugno, ricattandola, la gente che conta. Politici, giudici e professionisti diventano suoi burattini all’interno delle Istituzioni. «La conosci la teoria del mondo di mezzo, compa’? Ci stanno, come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. […] E allora vuol dire che ci sta un mondo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano. Tu mi dici cazzo come è possibile che quello… com’è possibile, che ne so, che un domani io posso stare a cena con Berlusconi? […] È impossibile tu mi dici… capito? E invece no, perché secondo la teoria del mondo di mezzo c’è un mondo invece dove tutto si incontra».

In Professione Lolita di Daniele Autieri tutto si consuma tra le vie e i palazzi di una «città che si concede a tutti, ma non ama davvero nessuno», una capitale dove convive di tutto: spettacolo, potere, politica, affare e malaffare. Ogni categoria, ogni persona, anche i ragazzini e le ragazzine sono convinti di poter fregare gli altri e conquistarsi il tanto agognato posto nel “mondo che conta”, sono tutti illusi di aver le giuste carte in mano che gli consentiranno di chiudere la partita, e tutti sono destinati a schiantarsi o contro il muro della paura o contro quello della giustizia. Sia nel primo che nel secondo caso capiranno che hanno nuotato in un mare dove a vincere è la regola che il pesce più grande mangia quello più piccolo. Stop. La giustizia segue regole diverse, il denaro e il potere ritornano a contare di nuovo. Jenny e Lalla finiscono con gli assistenti sociali, il fotografo in prigione, insieme con i mafiosi, mentre i giudici, i politici, i professionisti immischiati a vario titolo nella vicenda si ritrovano liberi di vivere le proprie vite, illudendosi di poter ripulire la propria anima comprando, per esempio, vestiti e auto nuove.

Foto di Gustavo Gomes

«Abbiamo venduto l’anima al diavolo e quello non ce la restituirà».

Per tutte le trecento pagine, per ogni singola pagina, il testo porta il lettore a conoscere un mondo ai più sconosciuto, oppure ignorato, e lo fa con un linguaggio colloquiale, ricco di citazioni dialettali che comunque non disturbano la lettura essendo termini di un romanesco noto praticamente a tutti. Un libro che lascia un grande amaro in bocca ma che aiuta a guardare il mondo con occhi nuovi, sicuramente diversi, Professione Lolita di Daniele Autieri.

http://www.sulromanzo.it/blog/professione-lolita-di-daniele-autieri-cosa-accade-ai-nostri-adolescenti

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Intervista a Pino Tripodi per “La zecca e la malacarne” (Milieu, 2014)

17 martedì Giu 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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intervista, Lazeccaelamalacarne, mafia, Milieu, PinoTripodi, romanzo

Pino Tripodi, La zecca e la malacarne

La zecca e la malacarne di Pino Tripodi, edito da Milieu con prefazione di Alessandro dal Lago, è un libro che non pretende di insegnare o spiegare qualcosa ma si limita a mostrare, senza veli, ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Leggendolo si può assaporare il piacere che solo i grandi classici della letteratura possono dare. La mente rimanda alle storie del verismo italiano narrate da Verga, Pirandello, Sciascia… anche i luoghi, simbolicamente, sono quelli. Il Sud, questo Sud che nel testo di Tripodi subisce una volontaria delocalizzazione territoriale per poterlo portare ovunque. Dal Lago ci ricorda che «si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini greci, costretti dall’Europa (burocratica, legalitaria, spietata con i deboli) a pagare debiti che non hanno contratto e a essere governati dai politici che li hanno trascinati nel baratro per interesse e stupidità».

«Ma noi in Italia, si sa, abbiamo il nostro Sud, che non assomiglia a nessun altro, in Europa. […] Il crimine organizzato è un alibi che giustifica e assolve tutte le malattie degenerative degli uomini e della società del Sud». Il nocciolo del problema, che viene sviscerato nel testo di Tripodi fino all’ansa più remota, non è solo la criminalità organizzata, la zecca, ma «le società zeccadipendenti» le quali «degenerano trasformandosi in malacarne».

La zecca e la malacarne è la storia di un sogno che alcuni definirebbero volentieri un’utopia, maturato tra i banchi di scuola da parte di un gruppo di giovani che non vogliono soccombere alla società che è vittima e complice della malavita, che la rappresenta e incarna nel momento stesso in cui smette di combatterla, di arginarla, di ostacolarla… di tentare almeno di farlo. Il loro sogno Ciccio, Nenè, Maria, Lucia… lo chiamano il nuovo sbarco perché vogliono diventare i nuovi Mille e la loro impresa vuole sancire la rinascita del loro Sud.

«Dobbiamo prendere la farina che abbiamo utilizzato per impastare il resto del mondo e portarla al Sud, e là fare il pane che sappiamo fare con tutti quelli che là vorranno impastare con noi. […] Tornare può intendersi riprendere casa a Napoli, Lecce, Reggio Calabria o Agrigento. Ma tornare significa anzitutto ricongiungersi con la Terra, prendere l’ombelico che è stato sbranato dalla Storia e riattaccarlo con cura; così, anche vivendo altrove, ciascuno potrà sentirsi di nuovo figlio, madre, fratello, amica del Sud. Torniamo perché non ce ne siamo mai veramente andati».

Una guerra, quella che vogliono combattere i nuovi Mille, dove saranno banditi fucili e pistole, carri armati e bombe a mano, dove l’unica arma che si potrà utilizzare sarà la penna.

«Se vogliamo cambiare qualcosa del mondo dobbiamo trovare le parole adatte».

E le parole più idonee a comprendere La zecca e la malacarne sono quelle dell’autore trascritte in questa intervista.

«Mentre per gli animali è abbastanza semplice guarire dalle malattie provocate dalla zecca, per le società e gli umani è impossibile». Le ferite restano così come le cicatrici, ma La zecca e la malacarne ci insegna che un cambiamento radicale ed efficace è pur sempre possibile. Se guarire dalle ferite della zecca è impossibile, sanarsi e risollevarsi da quelle della malacarne è veramente utopistico anche solo pensarlo allora?

La malacarne alligna in ogni società ed è presente, compressa o dispiegata, in ogni individuo della specie. Estinguerla è impossibile com’è impossibile cancellare il male. Ciò che si può, ciò che si deve fare, è limitarla, ridurne gli effetti, evitare che rimanga il carattere specifico, distintivo e trionfante delle società della contemporaneità. La corruzione, la furbizia, la stupidaggine – come la zecca – anziché  convivere, come normalmente accade, con l’intelligenza la stanno soppiantando perché le forme d’intelligenza che la storia finora s’è data – la politica, l’impresa, la cultura – non fungono più da vaccino, ma sono divenute le forme d’espressione più diretta della malacarne.

Ma una linea di fuga c’è, sempre, anche nelle più terribili condizioni. Spero che nel libro ciò sia evidente. Per combattere la malacarne si inizia con tre rimedi: cambiare le parole del mondo, mettere la politica a maggese e, nella fase finale, trattare le società delicatamente per almeno dieci anni con aria pura e acqua pulita.

Il Sud raccontato in La zecca e la malacarne è uno qualsiasi che può trovarsi ovunque. Dal Lago esordisce nella prefazione dicendo che «Si può sempre diventare un Sud». Bukowski però diceva «A Sud di nessun Nord». Se è vero che la zecca è «a tutti utile perché tutti i colpevoli e gli ignavi possono nascondere ogni loro ignavia e colpa urlando “è colpa della zecca”» può esserlo che il Sud, ogni Sud, serve al Nord, qualunque Nord, perché così tutti possono urlare “è colpa del Sud”?

Il Sud e il Nord, al di là del loro importantissimo aspetto geografico, sono divenuti delle retoriche buone per qualsiasi incantatore di scimmie presente nel discorso mediatico e nell’agone politico. L’eterna, trita questione meridionale funziona come ogni stigma iniettato nel sangue. Visto da chi si pensa Sud, c’è sempre una colpa del Nord. Viceversa, chi si pensa Nord, si abitua a vedere il Sud come maleficio maledetto. Ma lo stigma, nella realtà retorica è in grado di produrre i suoi effetti solo se i suoi caratteri di inferiorizzazione vengono accolti e controvertiti in aspetti suprematici. Individuare le colpe è cosa facile, utilissima a consolare ritti e derelitti e a nettare le coscienze anche più luride, funzionale alla moltiplicazione d’altre colpe, importantissima per continuare a non capire. Senza assegnare colpe a destra e a manca, gran parte degli individui dell’umana specie perderebbe la bussola che l’orienta istante dopo istante nelle cose del mondo. Senza assegnare colpe, ciascuno, guardandosi allo specchio, osserverebbe qualcuno terribilmente più vicino contro cui scagliare l’indice. Finché tutti urlano è colpa di qualcuno, i colpevoli si grattano la pancia e le colpe generano a grappoli altre colpe peggiori.

Pino Tripodi

La zecca, nelle vesti di Ciccio Esposto, costretta ad agire per liberare il Sud dai “mali” della malacarne. Il quadro che emerge dal racconto del libro è in realtà molto più realistico di quanto non sembri leggendolo. Lo scopo del testo è più educativo o esortativo?

Nel libro ogni personaggio si è dato un carattere assoluto. Appare come il portato preciso, quasi macchinico, di una storia e di una cultura, una vacca chiusa in un recinto, un cane trainato dal carro, eppure parola via parola, quasi impercettibilmente, sempre totalmente immerso nell’oceano del destino, si gioca l’esistenza pur di scappare, pur di approdare a vite più degne di essere vissute. Ciccio Esposto – figlio di capo, capo dei capi, buio che proietta la luce, immagine della parola prima di diventare menzogna – ha reso più evidente questa assolutezza. Non saprei indicare lo scopo del testo, ma la sua domanda me ne fa venire in mente uno. Trovare i Ciccio Esposto, i Nené, le Marie, le Lucie che ci sono nel Sud. Così, il libro troverebbe il carattere realistico dei sui principali personaggi. Non il realismo che descrive la storia così come è o come è stata. (Nessuno ha vissuto davvero la storia raccontata nel libro. Non sono stati utilizzati documenti d’archivio, veline, biografie. Tutto è inventato.) Ma quel realismo che la realtà la può fondare cercando i personaggi per la storia a venire. Se il libro saprà fare questo, avrà trovato il suo scopo, altrimenti rimarrà inutile, teleologicamente vuoto.

C’è un passaggio molto triste nel libro. Perché? Lei sente di non aver fatto abbastanza per il suo Sud o simbolicamente ha voluto immedesimarsi nei suoi conterranei pigri, apatici, sonnecchianti, accomodanti e accondiscendenti?

Immagino si riferisca al momento in cui Nenè Palermo annuncia a Ciccio Esposto che Pino Tripodi è morto e alla domanda Come? risponde Indegnamente, come ha vissuto. In quelle parole Nenè concentra, mi pare, tante cose. Intanto che l’autore è morto: nel libro non c’è un autore onnisciente o onnipresente. Ne La zecca e la malacarne ci sono tanti soggetti narranti: ognuno prende la parola quando ne trova l’urgenza, senza chiedere il permesso a nessuno, senza attendere che siano innalzate barricate di virgolette e caporali. L’autore è uno dei tanti soggetti narranti, uno dei personaggi della narrazione, il più insignificante, che si ritira silente e discreto appena un personaggio più importante entra in scena. Per prendere vita, gli altri personaggi hanno bisogno che l’autore muoia. Pino Tripodi, l’autore, è morto annuncia che la vera scrittura inizia quando sfugge alle verità dello scrittore. Vi è poi la morte biografica di Pino Tripodi che non è un dato triste, ma, se si esclude il dato biologico, una constatazione. Nené si riferisce a Pino Tripodi come prototipo di quella generazione che ha immaginato se stessa come pura macchina di trasformazione della società. Per quanto abbia fatto, per quanto abbia pensato e lottato, il risultato è stato molto al di sotto delle proprie attese. Si muore indegnamente perché non si è mai capaci di superare lo scarto tra l’io sé e l’io mondo. La scrittura è l’estremo tentativo di dare, da morto, la parola a ciò che potrebbe vivere. Al di sotto di questo compito siamo solo capaci di sopravvivere come fanno pigri, apatici, accomodanti, accondiscendenti. E scrittori.

Secondo lei sarà mai possibile realizzare in Italia un progetto simile a quello realizzato dai ragazzi della diaspora?

La zecca e la malacarne è il primo atto della diaspora di ritorno. Altri ne seguiranno. Rimanere una noce in un sacco è possibile, ma non augurabile. Né alla noce e nemmeno al sacco.

Il suo stile narrativo ricorda molto i maestri del verismo italiano. Un racconto semplice, eppure immensamente profondo proprio perché vero o verosimile. È una scelta motivata, l’aver preferito questo tipo di registro comunicativo?

Contento davvero che risulti semplice. Generalmente, la scrittura che sorge dal mio stile appare ostica, difficile, non indulgente verso il lettore. Per uno scrittore, la narrazione è come il mangime per un allevatore di maiali. Lo si dà  per portarseli dietro con il proposito di ucciderli. Si uccidono con il racconto, ma si possono salvare con gli infiniti frammenti che possono vivere autonomamente dal racconto. Ogni singolo pensiero, magari invisibile a prima lettura, rimane incastonato nel racconto e lo prescinde. La scelta del registro narrativo deriva dall’esigenza di montare racconto e pensieri in una forma che  si potrebbe definire del presente prossimo. Non esiste nella grammatica della lingua un tempo così chiamato, ma nella letteratura il presente prossimo ha la funzione di evitare le trappole della consolazione, del romanzo storico e della descrizione del tempo – passato e presente – come momento già speso nel rotocalco della cronaca e della memoria. Il presente prossimo non reinventa mitologicamente un passato né cristallizza un presente. Scruta il presente che arriva, gli fornisce una possibilità. Il libro inizia con la fine, il presente, si catapulta nel passato del secondo Novecento, e termina di nuovo in un presente che non è mai la realtà che appare, ma quella realtà che i personaggi sono in procinto di creare.

http://www.sulromanzo.it/blog/intervista-a-pino-tripodi-su-la-zecca-e-la-malacarne

 

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