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Irma Loredana Galgano

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In Terra Santa regnerà per sempre la guerra?

27 mercoledì Dic 2017

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Il giorno 6 dicembre 2017 tutti i media internazionali rilanciano la notizia bomba della decisione del presidente americano Donald Trump: l’ambasciata verrà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme perché, a suo dire, «non si può continuare con formule fallimentari. La scelta di oggi su Gerusalemme è necessaria per la pace».

Per la pace? Di chi?

Il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, ha definito il gesto «una provocazione ingiustificata», aggiungendo che «la posizione religiosa nel cuore di tutti gli arabi, musulmani e cristiani, rende assurda qualsiasi manipolazione del suo status».

Alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente Reuven Rivlin rispondono invocando «il cammino di pace». Per l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina invece agendo in questo modo il presidente americano «ha distrutto ogni speranza di soluzione di pace sulla base del principio dei due Stati». Il presidente palestinese Abu Mazen teme che il gesto «aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l’intera regione che attraversa momenti critici, e ci trascinerà dentro guerre senza fine».

Durante la 200esima sessione della Commissione esecutiva Unesco, tenutasi a Parigi il 13 ottobre 2016, fu approvata una risoluzione che in buona sostanza cercava di limitare gli interventi israeliani sulla spianata delle Moschee adducendo come motivazione il fatto che tale luogo riveste notevole importanza per le tre grandi religioni monoteiste, non solo per gli ebrei. Israele intanto aveva già inserito i due siti palestinesi (Al-Haram Al-Ibrāhīmī/Tomb of the Patriarchs a Al-Khalil/Hebron e il Bilāl ibn Rabāh Mosque/Rachel’s tomb a Betlemme) nell’elenco del proprio Patrimonio Nazionale e risposto alla richiesta di cancellarli invocando l’antisemitismo dilagante.

Nella risoluzione Unesco viene chiesto a Israele di:

  • Ripristinare lo status quo valso fino al settembre 2000, allorquando la gestione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif era di competenza della Fondazione religiosa Jordanian Awqaf Department. 

  • Fermare l’escalation di aggressioni e misure illegali poste in essere contro il personale della Jordanian Awqaf.

  • Fermare la continua occupazione del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif da parte degli estremisti di destra e delle forze militari.

  • Fermare le continue aggressioni ai danni di civili, comprese figure religiose musulmane e preti.

  • Porre fine alle violazioni e alle restrizioni all’accesso al sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif, evitando in questo modo le conseguenti violenze e quanto accaduto nel 2015.

  • Rispettare l’integrità, l’autenticità e l’aspetto culturale del sito di Al-Aqşa Mosque/Al-Haram Al-Sharif e si afferma di essere rammaricati per i danni causati dalla polizia israeliana alle porte e alle finestre della Moschea di al-Qibli essendo il luogo di culto musulmano parte integrante del sito Patrimonio dell’umanità.

  • Rinunciare a tutti i progetti di costruzione relativi all’area del sito Patrimonio dell’umanità.

Il 23 dicembre 2017 Israele annuncia di voler lasciare l’Unesco entro la fine del 2018 «per i sistematici attacchi da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite contro lo Stato ebraico». Il portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nashon, avrebbe precisato che la decisione «è stata presa per i tentativi dell’Unesco di disconnettere la storia ebraica dalla terra di Israele».

Il 12 ottobre 2017 anche gli Stati Uniti d’America avevano annunciato di voler lasciare la «agenzia delle Nazioni Unite dopo mesi di tensioni sul nodo del Medio Oriente». Un annuncio prontamente avvalorato dal premier Netanyhau: «La decisione di Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce». L’Unesco sarebbe così diventata «la sede di risoluzioni bizzarre, anti israeliane e in pratica antisemite».

Il Dipartimento di Stato Americano ha reso noto che, con la decisione di ritirarsi dall’Unesco, «gli Usa intendono diventare poi un osservatore permanente della missione per contribuire alle visioni, prospettive e competenze americane su alcune delle importanti questioni affrontate dall’organizzazione inclusa la tutela del patrimonio dell’umanità». Gli Stati Uniti intendono quindi diventare un ‘osservatore’ esterno rispetto all’organizzazione delle Nazioni Unite che conta quasi 200 stati membri ed è preposta a promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione.

Quando la Corte Penale Internazionale de L’Aia ha avviato un’indagine preliminare per verificare se in Palestina siano stati commessi dei crimini di guerra, il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha bollato la decisione come «scandalosa» in quanto avrebbe come unico scopo quello di «arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore». Già al momento dell’adesione al Trattato di Roma il Presidente palestinese Abu Mazen aveva fatto pervenire alla Corte un documento con il quale autorizzava l’apertura di procedimenti di inchiesta per presunti crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati a partire dal 13 giugno 2014.

Avigdor Lieberman ha definito ‘scandalosa’ la decisione della Corte Penale Internazionale de L’Aia di condurre un esame preliminare sull’operato bellico del suo Paese nei ‘territori occupati’:

 

«Decisione scandalosa il cui unico scopo è giudicare e arrecare danno al diritto di Israele di difendersi contro il terrore. […] La stessa Corte che non ha trovato motivo di intervenire in Siria dove ci sono stati più di 200 mila morti, o in Libia o in altri posti, trova appropriato ‘esaminare’ il più morale esercito del mondo in una decisione basata interamente su considerazioni anti israeliane. […] Israele agirà nella sfera internazionale per ottenere lo smantellamento della Corte Penale Internazionale, che rappresenta l’ipocrisia e mette le ali al terrore».

 

Per Lieberman la decisione presa da Abu Mazen «sancisce la fine degli accordi di Oslo», siglati tra Israele e Olp nel 1993, che posero le basi degli obiettivi a lunga scadenza da raggiungere, compreso il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’autogoverno in quei territori.

Viene naturale chiedersi se quello israeliano sia davvero “il più morale esercito del mondo” o no.

Usa, Israele e Sudan sono tra i paesi firmatari il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale dell’Aja (Cpi), lo Statuto di Roma, anche se poi hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificare.

Breaking the silence. Israeli soldiers talk about the occupied territories è un’associazione di ex militari israeliani di stanza a Hebron, fondata nel 2004 che raccoglie testimonianze di veterani e arruolati. Le documentazioni riportate sono molto cruente e spesso il sito, l’associazione e i suoi membri sono stati accusati di diserzione o spionaggio da parte del governo israeliano.

C’è una testimonianza video caricata da Breaking the silence sul canale Youtube nella quale un soldato, di cui è oscurato il volto, racconta dell’operazione Margine protettivo del 2014: «per l’esercito israeliano, se una persona si trova entro 200 metri da un carro armato, non è innocente. Non ha motivo di essere lì. Quindi anche se avessimo trovato una persona a due chilometri di distanza avremmo comunque aperto il fuoco, perché non era previsto ci fossero civili nella zona. Se avessimo trovato qualcuno, non sarebbe stato un civile. Per noi non esistevano civili. Se vedevamo qualcuno, gli sparavamo».

“Per noi non esistevano civili”.

145 testimonianze raccolte da Breaking the silence sono diventate La nostra cruda logica, pubblicato in Italia da Donzelli Editore con prefazione di Alessandro Portelli nel 2016. Si legge nella prefazione: «Nessuno di questi soldati ha neanche l’ombra di un’incertezza sul diritto di Israele a esistere, a difendersi, a vivere con sicurezza. Ma cominciano a domandarsi se questo sia il modo migliore, più morale e a lungo termine più realistico di perseguire questi fini, se questo corrisponda ai principi che hanno fondato il paese al quale appartengono e che amano e servono». I soldati «hanno paura, si sentono soli, sono confusi, non capiscono; sanno di essere circondati da ostilità; usano in senso anche molto estensivo il termine terrorista». Sembrano ritenere che «nei Territori, ogni palestinese è un potenziale terrorista».

«Ci sono un sacco di episodi. Le stronzate di ogni tipo che facevamo. Picchiavamo di continuo gli arabi, niente di speciale. Giusto per passare il tempo.»

«Avevi detto che pensavate di continuo a come surriscaldare l’atmosfera. Cosa significa? Beh, volevamo tenerci svegli, quindi cercavamo un modo per innervosire un po’ gli arabi, così gli sparavamo un sacco di pallottole di gomma, per tenerci impegnati, così il tempo a Hebron sarebbe passato un po’ più in fretta.»

«Uscivamo di pattuglia, ecco un esempio, qualche ragazzino magari ci guardava in questo modo, e non ci piaceva il suo sguardo – e allora veniva immediatamente colpito.»

Unità: Brigata Kfir; Località: Hebron; Anni: 2006-2007

I soldati affermano anche che episodi tipo quelli riportati nel libro o sul sito di Breaking the silence erano prassi, avvalorata e spesso concordata con gli stessi ufficiali al comando delle truppe. Mentono? Lo fanno anche i palestinesi che da anni denunciano questo genere di violenze?

Il 7 dicembre 2017 il leader di Hamas annuncia: «venerdì 8 dicembre sarà l’inizio di una nuova Intifada chiamata la liberazione di Gerusalemme». E già si registrano numerosi scontri e feriti a Gaza e Cisgiordania dove i palestinesi copiosi partecipano a manifestazioni di protesta contro la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e trasferirvi l’ambasciata americana.

I palestinesi rivendicano da tempo immemore ormai Gerusalemme Est come capitale di quel tanto atteso e sperato Stato palestinese il cui riconoscimento sarebbe pietra miliare nel processo di pace. Nelle dichiarazioni del presidente americano non ci sono riferimenti a quale parte della città o della sua totalità come capitale dello Stato di Israele ma in ogni caso parliamo di una decisione che avrà «ripercussioni pericolose sulla stabilità e sulla sicurezza del Medio Oriente», come ha sottolineato il re di Giordania Abdullah II commentando la decisione di Trump. Ancora più categorico il presidente turco Erdogan il quale considera l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele «una linea rossa per i musulmani».

Trump ha tenuto a sottolineare che l’annuncio risponde al «migliore interesse degli Stati Uniti, di Israele e dei palestinesi». E allora ci si chiede come una decisione unilaterale che fa nettamente pendere l’ago della bilancia verso una sola delle parti possa agevolare anche le altre.

Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che «sta al popolo palestinese guidare la terza Intifada contro questa decisione, e sta alla Resistenza, palestinese e libanese, assumersi le proprie responsabilità per favorire l’unione di tutte le fazioni e i partiti palestinesi e sostenere la causa di Gerusalemme contro il complotto americano». Sottolineando anch’egli che gli Usa ormai non potranno più porsi come mediatori tra palestinesi e israeliani.

Quello che è riuscito a ottenere finora il presidente Trump non sembra essere un avanzamento nel processo di pace a beneficio di tutte le parti quanto, piuttosto, un inasprimento del muro contro muro che da sempre caratterizza la strenua lotta tra i governi e relativi popoli.

Abdel Bari Atwan dalle colonne del quotidiano online Rai Al Youm ipotizza l’ennesimo errore di valutazione di americani, sauditi e israeliani, dopo quanto già accaduto in Siria: «Washington e Riyadh stimavano una reazione apatica della popolazione araba mentre, al contrario, i palestinesi oggi lottano insieme al rinnovato sostegno dei loro fratelli arabi e musulmani per ottenere la vittoria». Si tratta davvero dell’ennesimo errore di valutazione oppure Tel Aviv è pronta alla repressione contro le proteste palestinesi forte anche del rinvigorito appoggio americano?

Donald Trump e Benjamin Netanyahu si sono mostrati decisi e soddisfatti per il prossimo trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme che verrà a quel punto indicata come legittima capitale dello Stato ebraico affermando che questo sarà un passo avanti nel cammino di pace.

Giovedì 21 dicembre 2017 è stata votata in sessione straordinaria all’Assemblea generale dell’Onu la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana e riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele. 128 nazioni hanno votato a favore della condanna, 9 contrarie, 35 astenute e 21 assenti. I nove contrari, oltre Stati Uniti e Israele sono: Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, Isole Marshall. Il 24 dicembre 2017 gli Stati Uniti hanno iniziato a negoziare un taglio di 285 milioni di dollari di fondi destinati all’Onu per il 2018 motivando il gesto a causa della “inefficienza e le spese facili dell’Onu”.

A partire dalle ore immediatamente successive a queste dichiarazioni scontri e sommosse si sono verificati in Terra Santa e manifestazioni di protesta hanno avuto luogo in varie parti del pianeta. Sono state convocate diverse riunioni ufficiali in regime di urgenza per valutare la situazione e i risvolti. Sono stati sparati tre razzi da Gaza a cui Israele ha risposto sparando colpi di cannone e lanciando un’offensiva con raid aerei. Morti, feriti, violenza, attacchi e contro-attacchi, provocazioni e offensive… un cammino, o meglio un percorso che di pacifico non sembra avere proprio nulla, purtroppo.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La forza della necessità. Antologia del radicalismo inglese dei secoli XVIII e XIX” di Mauro Cotone (Rogas Edizioni, 2017)

31 martedì Ott 2017

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Laforzadellanecessita, MauroCotone, Occidente, recensione, RogasEdizioni, saggio

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forza della necessità

Pubblicato con Rogas Edizioni La forza della necessità di Mauro Cotone si presenta proprio come una classica antologia. Dopo la prefazione, curata Adolfo Noto, e una introduzione al periodo storico il testo è strutturato in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un singolo autore. L’idea è quella di ripercorrere, attraverso le singole elaborazioni, il pensiero e i movimenti che hanno portato, più o meno pacificamente, alla nascita del radicalismo sociale. Tesi e proposte che «esulino dall’ambito agrario» e che spazino «dalle esigenze del movimento femminile, fino alla condanna dello schiavismo, per arrivare persino alla semplificazione linguistica».

Leggendo il testo di Cotone si ripercorre mentalmente tutta la storia delle travagliate lotte, giurisdizionali e sociali, combattute dalle popolazioni per vedere riconosciuti i propri diritti. I medesimi che oggi, purtroppo, vengono dati per scontati, accantonati o non giustamente considerati.

La forza della necessità, pur trattando argomenti che facilmente possono risultare tediosi o ostici per il grande pubblico, risulta ben strutturato, chiaro e interessante. In diversi punti la narrazione si fa talmente sublime che il lettore quasi dimentica di stare leggendo. Gli sembra di trovarsi in un’aula accademica e di stare ascoltando una lezione o una conferenza sul tema dello «sviluppo di alcune linee di pensiero politico che cominceranno così a definirsi e a essere definite ‘democratiche’».

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“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

07 sabato Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ilcollassodellamodernizzazione, Mimesis, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, recensione, RobertKurz, saggio, SamueleCerea

Gli effetti collaterali involontari del moderno «sistema della merce», durante la sua «fase storica ascendente», hanno eclissato per molto tempo «la sua natura negativa». Si è preferito vederne solo gli aspetti positivi al punto che le crisi apparivano, o volevano essere interpretate, come mere «interruzioni nel suo processo di ascesa» e considerate sempre «superabili in linea di principio». A cosa ha condotto questo atteggiamento protratto e diffuso è sotto gli occhi di tutti.

Mimesis editore propone quest’anno, nella versione tradotta dal tedesco e curata da Samuele Cerea, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz. Libro uscito per Eichborn Verlag nel 1991 e, per certi versi, terribilmente profetico.

Scrive infatti l’autore, ventisei anni fa, che se pure la crisi del sistema della merce non dovesse superare i limiti che ha finora raggiunto, «il subsistema occidentale non potrebbe sopravvivere al collasso globale». In alcune regioni dell’Asia, in Arabia e nel Nordafrica la reislamizzazione si è trasformata «nel surrogato di un’ideologia militante, diretta contro l’Occidente», che così sta alimentando «un becchino di tipo nuovo, privo di obiettivi trascendenti ma pronto a tutto».

Un estremismo che diventa «brodo di coltura per iniziative violente e suicide» che potrebbero diventare, e in realtà lo sono poi diventate, «aggressioni militari disperate su grande scala contro i centri del mercato mondiale». Un fondamentalismo islamico accomunato solo dal nome all’antica cultura islamica premoderna che mostra e ha mostrato per certo tratti barbarici ma che «non sono certamente più barbarici delle pretese che i signori ‘civilizzati’ delle istituzioni finanziarie internazionali avanzano, senza battere ciglio, nei confronti di una parte sempre maggiore dell’umanità».

Un saggio, quello di Kurz, che fa rabbrividire il lettore e, al contempo, gli permette di comprendere i motivi reali per cui il filosofo tedesco, «assai poco incline ai compromessi» non poteva che «suscitare forti reazioni di amore e odio» nella comunità intellettuale internazionale, in quella economica e anche nel pubblico raramente incline ad accettare e metabolizzare il catastrofismo insito in alcuni ragionamenti, come quelli portati avanti da Kurz, anche e soprattutto quando corrispondono a realtà e verità.

Il collasso della modernizzazione è fuor di dubbio, come sottolinea Samuele Cerea nell’introduzione al libro, «un’analisi radicale e spietata della società capitalistica», ma lo è altrettanto del socialismo di Stato essendo «la differenza tra le forme dell’economia di mercato e quella dell’economia pianificata solo relativa». La loro base comune è il lavoro o, per meglio dire, «il lavoro astratto, cioè l’attività umana assoggettata all’automovimento del denaro».

Certamente è stato «un grossolano errore interpretare il tracollo storicamente asincrono dei paesi del socialismo di Stato e dei paesi del Terzo mondo come la prova di superiorità dell’Occidente, cioè dell’avanguardia storica del capitalismo globale, e del suo modello». Che poi è esattamente ciò che si voluto credere in tutti questi anni e allora non si può non chiedersi, insieme al curatore, fino a che punto «l’opinione pubblica, gli intellettuali, i media, ma soprattutto l’establishment politico ed economico» siano consapevoli «della catastrofe che incombe su di una società globale che sembra fare acqua da tutte le parti».

Per Kurz l’Occidente è stato un «bizzarro trionfatore» frastornato dalla «sua stessa superiorità e dalle conseguenze del proprio trionfo». Questa vanagloria la si può facilmente ritrovare nella mancata oculatezza nell’analisi delle conseguenze della «crisi particolare del sistema perdente» che poteva, e in effetti lo ha fatto, innestare una «crisi globale in grado di minacciare anche il presunto vincitore».

Molto interessante risulta per il lettore la descrizione fatta da Kurz del paradosso insito quanto ignorato delle moderne economie. La produzione non è finalizzata al consumo personale ma a un «mercato anonimo» e il senso del processo non è la soddisfazione delle necessità concrete ma «la metamorfosi del lavoro in denaro (salario o profitto)». E così accade che «l’astratto interesse monetario» spinge ogni produttore verso quei prodotti e quelle forme produttive che gli garantiscono il massimo guadagno, nel modo più rapido e diretto, «a dispetto dei contenuti e delle conseguenze, per quanto deprecabili». Senonché lo stesso produttore «nel suo alter ego di consumatore» manifesta l’interesse precisamente opposto. Insomma, peggio di un cane che morde la sua stessa coda perché la ragione di tutto ciò è solamente il denaro.

Produttori e consumatori «si sfidano l’un l’altro in un confronto perpetuo», con il risultato che «ciascun produttore tende a tutti gli altri delle trappole» in cui tutti e ciascuno «finiscono invariabilmente per cadere a causa dell’universalità del legame sociale».

L’Occidente – «che è ormai entrato nella sua fase di crisi» – e l’Est – «che si è convertito a discepolo della logica capitalistica della concorrenza dopo il suo tracollo» – alla fine «si ingannano vicendevolmente». L’Est guarda di continuo al «passato splendore» mentre l’Occidente attende il suo definitivo tracollo per poter fruire di «nuovi mercati che però esistono solo nella sua fantasia» e lo stesso accade per le «centinaia di milioni di individui in Africa». Ciò che tutti sembrano dimenticare e che Kurz invece sottolinea è che «necessità concrete e aspirazioni umane non possono generare nessun mercato», ossia alcun potere di acquisto produttivo. Quest’ultimo infatti nasce solo dallo «sfruttamento di forza-lavoro umana in forma aziendale» e per giunta a un livello «conforme allo standard mondiale di produttività».

Il Terzo mondo, che ha già quasi «ultimato la sua fase di collasso», rappresenta per Kurz «il modello autentico della ‘modernizzazione di recupero‘». Le strutture interne della modernizzazione del Terzo mondo e quelle dei paesi del socialismo reale «si dimostrano, a posteriori, sorprendentemente affini». Soprattutto se si fa «astrazione dai camuffamenti ideologici e politici». A posteriori sembrano essersene accorti anche «gli istituti di credito internazionali, allineati all’economia di mercato occidentale», come la Banca mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ovvero «i principali creditori delle economie del collasso». Tuttavia anche qui, come per le nuove riforme di mercato nei paesi dell’Est, «la causa viene scambiata con l’effetto».

Il FMI, la Banca mondiale e gli altri grandi creditori occidentali stanno «spingendo da tempo il Terzo mondo verso la destabilizzazione interna, sociale e politica». Cosicché «controreazioni violente, per quanto parossistiche e insensate, saranno inevitabili». La Storia recente e contemporanea ha dimostrato, purtroppo, la veridicità di queste affermazioni. Per la massa crescente degli «esclusi», la «barbarie ‘ufficiale’ del denaro» appare ancor «più soggettivamente terrificante dell’aperto dominio della mafia».

Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz, nella versione in italiano curata da Samuele Cerea è un saggio da leggere assolutamente.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte biografia autori e tema del saggio www.mimesisedizioni.it

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

21 martedì Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Darknet, FedericaFantozzi, Illogista, internet, intervista, Italia, Marsilio, Occidente, Oriente, paura, Rete, romanzo, terrore, Terrorismo

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

Da poco pubblicato da Marsilio, Il logista di Federica Fantozzi è un romanzo dal ritmo incalzante, dalla narrazione forte che alterna suspence e descrizione, azioni statiche e scene di immediato impatto emotivo e sensoriale… elementi tutti che concorrono a definire l’ottima struttura di un libro che può servire al lettore a dare grandi input di riflessione sulla società, sulla malvagità, sulla criminalità e il terrorismo, sulle relazioni con il mondo esterno e con se stessi.

Ne abbiamo parlato con l’autrice nell’intervista che gentilmente ci ha consesso.

Il logista sembra contrapporre due mondi, quello arabo e quello occidentale, e due realtà, quella del benessere e quella della disperazione. Perché ha deciso di scrivere questo libro?

In realtà la disperazione è ovunque, tra i ricchi come tra i poveri. Il benessere può mascherarla ma non eliminarla. A me non interessava contrapporre il mondo arabo a quello occidentale bensì indagare i motivi che attirano sempre più persone giovani nella rete del terrorismo. E non sono convinta che la ragione principale sia la povertà: è il vuoto dentro. La solitudine, l’assenza di prospettive, lo sfilacciarsi dei legami familiari e sociali. Un cocktail micidiale che rende la vita priva di significato e, dunque, inutile. Infatti il jihadismo, come il terrorismo degli anni ’70, comincia a fare presa anche sui ceti sociali più elevati.

Agli occhi degli Occidentali, dai tempi delle Crociate contro gli infedeli, il mondo arabo e l’Islam vengono caricati continuamente di simboli misteriosi e negativi. Nel testo lei riprende l’immagine dello scorpione e il lettore viaggia attraverso il tempo e i continenti dalla Gran Bretagna all’antico Egitto, passando per l’Italia e il Medio Oriente. Il suo scopo è rimarcare il filo conduttore che lega insieme popoli e culture oppure quello di delineare le peculiarità che hanno contraddistinto i vari popoli e che ancora lo fanno?

Lo spunto è stato quello a cui lei fa riferimento: l’Islam è stato associato allo scorpione, a sua volta simbolo del maligno e dell’oscurità, all’epoca delle Crociate. Quando i cristiani, immersi nella sfolgorante luce di Dio, combattevano gli infedeli musulmani. Come fa notare Adam a un certo punto del romanzo, nella storia le prospettive cambiano e adesso è la Jihad a dare la caccia a chi non conosce né pratica il Corano. Credo che ogni lettore debba trarre le proprie conclusioni, io ho solo voluto raccontare una storia. Ma certo, nel nome delle diverse religioni attraverso i secoli sono state perpetrate molte nefandezze.

LEGGI ANCHE – L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell’Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo

Ne Il logista lei racconta, attraverso gli occhi della protagonista, una Roma decadente. Quali ragioni l’hanno spinta a rappresentare in questo modo la Capitale d’Italia?

La cosa divertente è che non avevo intenzione di rappresentare Roma in quel modo: sporca, insicura, decadente. È semplicemente uscita così, pagina dopo pagina. Me l’ha fatto notare per prima una persona a cui avevo fatto leggere le bozze e ho deciso di renderlo un elemento forte della narrazione. Il punto è che, da romana, evidentemente percepisco così la mia città. È un dato apolitico, non attribuisco la colpa esclusivamente a questo sindaco piuttosto che al precedente, ma resta la spiacevole sensazione che tale degrado si trascinerà a lungo.

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

Il Male nascosto dietro lo scorpione è l’estremismo islamico di matrice jihadista. Ma l’Isis è il Male assoluto oppure viene considerato tale perché irrompe con la forza nel mondo occidentale?

È vero, e profondamente ingiusto, che noi tendiamo a considerare l’Isis come il Male assoluto solo quando tocca le nostre società. Mentre le stragi di donne e bambini in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka o Somalia passano spesso inosservate. È altrettanto vero che il dolore, le emozioni potenti, la solidarietà, difficilmente attraversano il video del piccolo schermo. Personalmente, ho deciso di scrivere il romanzo dopo essere stata inviata dal mio giornale, «l’Unità», a Parigi nei giorni successivi al massacro del Bataclan. Una settimana durissima e commovente. Senza quell’esperienza vissuta dal vivo forse non avrei avuto la spinta necessaria per raccontare Il logista.

C’è stato un tempo e neanche troppo lontano in cui gli jihadisti erano considerati, da americani e occidentali, “i nostri eroi” perché combattevano per sconfiggere “l’Impero del Male” rappresentato dai sovietici che avevano invaso l’Afghanistan. Poi sono diventati i “barbari” che hanno portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente. Quanta responsabilità occidentale c’è, secondo lei, nell’esplosione dello “scorpione jihadista”?

L’Occidente ha responsabilità fortissime, basti pensare anche a Bin Laden e Saddam Hussein. Non c’è dubbio che l’espansionismo politico, lo sfruttamento da parte di pochi delle risorse globali, le crescenti diseguaglianze che la Rete rende immediatamente percepibili siano alla base di moltissimi conflitti del nostro tempo. Si tratta però di temi che servirebbe un’enciclopedia e non un romanzo per sviscerare. E io, invece, ho voluto creare alcuni personaggi lasciando al lettore il compito – e, spero, il piacere – di indagare se hanno o meno un cuore di tenebra.

Muoversi tra gli specchi per indagare il mondo e se stessi. “Il logista” di Federica Fantozzi

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Ne Il logista la protagonista Amalia Pinter da cacciatrice si scopre preda in un vorticoso andirivieni di azioni e suspense che caratterizzano e definiscono il ritmo incalzante del libro. La sua idea sembra essere stata quella di creare un gioco degli specchi. Si può ipotizzare una situazione simile anche per l’attuale scenario geopolitico euro-occidentale e medio-orientale?

Ma certo. Siamo tutti cacciatori e prede allo stesso tempo. Ci illudiamo di controllare il gioco, ma il rischio di venire usati, incastrati o manipolati è dietro l’angolo. Questo vale in ambito geopolitico (pensiamo ai sospetti che la Russia abbia condizionato le elezioni americane o al potere dell’Fbi rispetto alla Casa bianca), economico (lo scandalo Dieselgate o i Panama Papers) e personale. Quest’ultimo è l’aspetto che mi fa più paura: i falsi profili che creano identità parallele, le foto rubate e divulgate in oscuri gruppi Facebook, l’esistenza stessa di Darknet.


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Qual è la strada per sconfiggere il terrorismo? Intervista a Benedetta Berti

10 venerdì Feb 2017

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Qual è la strada per sconfiggere il terrorismo? Intervista a Benedetta Berti

Il 31 gennaio 2017 esce con Mondadori La fine del terrorismo di Benedetta Berti, nella versione tradotta da Teresa Albanese. TED Senior Fellow e ricercatrice al Foreign Policy Research Institute e al Modern War Institute a West Point, Benedetta Berti ha trascorso gli ultimi dieci anni “sul campo”, in luoghi impervi e pericolosi a studiare la nascita e l’evoluzione dei gruppi armati ribelli, politici e/o terroristici allo scopo di capirne l’essenza. Questa la via da lei stessa indicata nel libro per riuscire a “superarli”. Una sconfitta che passa attraverso la conoscenza e l’analisi di fatti e dati, non mediante il caos ingenerato dalla paura.

Nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione infinite sono le “informazioni” che circolano su terrorismo e anti-terrorismo, notizie spesso falsate faziose o imprecise. Per questo e anche per altre motivazioni la Berti sostiene che sia necessario riportare tutto alla linearità di una conoscenza basata su dati certi, informazioni sicure e analisi che siano fedeli alla realtà dei fatti. Solo in questo modo si riuscirà a comprendere il fenomeno terroristico e forse anche a superarlo.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

L’introduzione a La fine del terrorismo si apre al lettore con una citazione di Diego Gambetta. Parole forti, immagini tanto chiare quanto cruenti di ciò che mafia e Isis rappresentano o intendono rappresentare.  A cosa “servono” o “possono servire” mafia e Isis per l’Italia e l’Occidente?

Più che a “servire” all’Italia o all’Occidente, credo che il punto fondamentale sia che, oggi come in passato, gruppi armati violenti di matrice religiosa, politica o criminale sfruttano e traggono vantaggio dalla loro reputazione violenta. Più questi gruppi vengono analizzati e descritti come brutali, irrazionali e misteriosi, più ci sembrano minacciosi. Quello che non possiamo capire o spiegare ci fa inevitabilmente paura, questo però è un circolo vizioso: la paura non ci aiuta a capire, né tantomeno a fare le scelte più giuste ed efficaci per la nostra società e sicurezza. Allora, credo che sia importante andare oltre. Oggi come ieri, per capire ISIS così come le organizzazioni criminali nostrane, dobbiamo andare oltre la reputazione e il velo di mistero e analizzare le logiche interne, organizzative, politiche ed economiche di questi gruppi.

Qual è la strada per sconfiggere il terrorismo? Intervista a Benedetta Berti

La chiave di lettura da lei indicata per una maggiore comprensione delle «attuali tendenze nella violenza politica e nel terrorismo internazionale» è la comprensione in «termini semplici e razionali». Perché ritiene necessario seguire questa strada?

Perché, oggi più che mai, ci troviamo di fronte a un mondo caotico dove, tra sensazionalismo, informazioni disorientanti e decine di versioni contrastanti, diventa quasi impossibile capire che cosa stia davvero succedendo quando si parla di terrorismo e violenza politica. In questo contesto, credo sia importante cercare di spiegare le dinamiche globali legate alla violenza politica: dall’ascesa al declino dell’ISIS, alle nuove forme di terrorismo “autoctono” partendo da dati solidi e da un’accurata analisi del contesto storico, politico e geo-politico. Nel libro cerco di descrivere le complesse ragioni che hanno portato a una crescita del terrorismo a livello mondiale e anche di capire come i gruppi armati – come ISIS ma non solo – sono in grado di sfidare stati con maggiori risorse finanziarie e militari. Nel fare questo, mi propongo di spiegare la logica militare, politica ed economica di questi gruppi. Non per volerne giustificare le azioni, ma semplicemente perché capire la logica e la strategia della violenza politica odierna in modo semplice e razionale ci aiuta ad avere un dibattito pubblico basato sui fatti e non sulla paura; ci aiuta a trovare politiche più efficaci e a non essere manipolati.

Quali sono le immagini stereotipate relative ai gruppi armati che maggiormente influenzano l’opinione pubblica e l’operato dei governi?

Ce ne sono molte; e avendo passato gli ultimi dieci anni “sul campo” studiando i gruppi armati (in Medio Oriente, America Centrale, Latina, Africa orientale e altrove) credo che uno dei problemi principali sia la tendenza a sottovalutare l’evoluzione dei gruppi armati moderni, oltre alla facilità con la quale si fa di tutta l’erba un fascio, senza soffermarsi su come diversi contesti producano distinte dinamiche di violenza politica. In particolare, sottovalutare questi gruppi non aiuta a capirli meglio, né tantomeno a contrastarli. Per esempio, tendiamo a non prestare sufficiente attenzione alle motivazioni economiche e ai modelli finanziari usati dai gruppi armati; questo però ci porta a trascurare una delle componenti fondamentali della loro strategia e, spesso, del loro successo. Nel libro, anche attraverso esempi e storie ottenute in anni di ricerca, racconto di come molte organizzazioni terroristiche abbiano sviluppato complessi modelli di business, impegnandosi in attività economiche lecite e illecite, sfruttando la globalizzazione per aumentare la loro ricchezza. Ancora più interessanti sono le dinamiche di “governance” e le “politiche sociali” di questi attori violenti; per non parlare poi delle attività di marketing e comunicazione.

Qual è la strada per sconfiggere il terrorismo? Intervista a Benedetta Berti

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Quali sono i punti in comune e quali invece le divergenze tra la violenza politica di oggi e quella del passato?

Il libro parte dal semplice ma importante fatto che l’uso delle armi, della violenza e del terrorismo non sono tattiche nuove. Ci sono però numerose differenze tra gruppi terroristici “tradizionali” – come ad esempio le Brigate Rosse – e le principali organizzazioni violente attive negli ultimi due, tre decenni. Un punto fondamentale è che il contesto è cambiato: i gruppi armati non-statali, da organizzazioni terroristiche a milizie, sono sempre più spesso i protagonisti dei conflitti armati, che oggi avvengono prevalentemente a livello di guerre civili, interne e/o irregolari. Inoltre, nel libro guardo attentamente anche a come i processi di globalizzazione e di crisi degli stati abbiano offerto l’opportunità a molti gruppi armati di aumentare il loro potere, il loro status e le loro capacità di esercitare controllo sulla popolazione civile. Si può anche aggiungere che i gruppi armati moderni – sia di stampo politico che criminale – tendano ad essere più globali, più orientati ad agire attraverso complesse reti di alleati e partner, anche grazie all’accesso alle nuove tecnologie militari e di comunicazione. Negli anni dopo l’11 settembre, anche le dinamiche e le tattiche del terrorismo globale sono cambiate, e nel libro cerco di analizzare il come e il perché questo sia avvenuto.

È vero che un’organizzazione come l’Isis è riuscita ad affermarsi e a crescere sempre più perché si è sostituita e ha in parte sopperito alle carenze di governi corrotti e inefficienti?

Sicuramente sì.  Quando guardiamo alla mappa della violenza politica a livello mondiale, troviamo senza dubbio un nesso tra stati deboli inefficienti e caratterizzati da violenza interna e l’ascesa di gruppi armati che si propongono come un’alternativa allo stato e al sistema politico. Dall’ISIS ai Talebani, un contesto di guerra insicurezza repressione corruzione ha creato terreno fertile per questi attori violenti. Inoltre, non c’è dubbio che, almeno nelle prime fasi della sua espansione, anche un gruppo repressivo e violento come ISIS ha dedicato energie nel cercare di guadagnarsi una parvenza di legittimità, utilizzando per esempio l’inefficacia dello stato e cercando di sopperire a queste carenze come ad esempio la manutenzione stradale, la distribuzione del pane, per citarne solo alcune, rafforzando così la pretesa di essere uno “stato” di nome e di fatto.

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Quale sarà il futuro della violenza politica e quale quello di chi cerca di combatterla?

Anche se è impossibile sapere che cosa ci aspetterà nel futuro, credo che un’analisi attenta della realtà ci possa aiutare a capire alcune delle sfide in materia di violenza politica in generale e terrorismo in particolare. Per esempio, tutto indica che il ginepraio che caratterizza la situazione mondiale: insicurezza, inefficienza dello Stato, corruzione e repressione continuerà ad aiutare gruppi insurrezionali a emergere, e che la diffusione di nuove tecnologie militari e di comunicazione contribuirà alla maggiore pericolosità di molti di questi gruppi. Questa analisi sembra suggerire anche che contrastare il terrorismo dovrà essere sempre di più un’attività complessa e integrativa, a livello militare e di forza pubblica, ma anche sociale politico economico e culturale.

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La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

22 giovedì Dic 2016

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LatrappolaDaesh, monocolooccidentale, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, PierreJeanLuizard, recensione, RosenbergSellier, saggio, terrore, Terrorismo

Le piège Daech. L’État islamique ou le retour de l’histoire di Pierre-Jean Luizard è pubblicato in Italia da Rosenberg&Sellier a novembre 2016 nella versione tradotta da Lorenzo Avellino con prefazione di Alberto Negri e introduzione di Franco Cardini.

Pierre-Jean Luizard afferma che «lo Stato islamico prospera là dove gli stati hanno fallito», ma per capire i meccanismi che hanno portato al fallimento di questi stati e alla conseguente nascita di movimenti ribelli bisogna analizzare la Storia almeno degli ultimi cento anni. Ed è esattamente ciò che l’autore fa nel testo.

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna si rivela, fin dalle prime pagine, una lettura impegnativa che l’autore della introduzione alla versione italiana, Franco Cardini, sostiene non possa essere compresa fino in fondo se non la si fa precedere dallo studio di una serie di titoli che si premura di elencare.

In realtà, anche se a un lettore non esperto della materia può sfuggire qualche passaggio, il messaggio che Luizard vuole diffondere arriva forte e chiaro.

Le vecchie potenze mandatarie hanno difficoltà ad accollarsi il proprio passato coloniale. Non è facile ammettere che la “missione colonizzatrice” dell’Europa è servita «da copertura ad appetiti coloniali senza limiti». Non volendo riconoscere «il passato e soprattutto gli errori e le responsabilità» si ha molta difficoltà a vedere «un futuro “diverso” per il Medio Oriente». Non riuscire a vedere un “futuro diverso” per il Medio Oriente significa che difficilmente si troverà uno soluzione efficace al “problema terrorismo”.

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Quella offerta da Luizard non è una visione catastrofica o complottistica della realtà. Semplicemente l’autore analizza i fatti storici succedutisi a partire dal primo conflitto mondiale, ponendo in risalto quelli più o meno consciamente tralasciati o ignorati da parte di storici e giornalisti, per regalare al lettore una panoramica abbastanza ampia delle crisi:

  • Israelo-palestinese.

  • Israelo-siriana.

  • Sirio-libanese.

Della guerra irano-irachena, di quella “malintesa” combattuta in Afghanistan, dei conflitti confessionali, della genesi del terrorismo di matrice islamica, del ruolo delle diplomazie occidentali… Un modo efficace per cercare di far capire a noi occidentali “il resto del mondo”.

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La sconfitta militare del Califfato, molto reclamizzata dai media e dai politici occidentali, viene volutamente indicata come l’unica strada percorribile per annientare in maniera definitiva il terrorismo estremista di matrice islamica. Luizard sostiene che «anche se il califfato perderà tutta la sua base territoriale, si diffonderà come tante metastasi in zone escluse dall’attuale territorializzazione». È una storia già nota, quella che ci raccontano media e politici, che prospetta una soluzione già fallita. Basta ricordare quanto accaduto all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Dopo l’uccisione di Osama bin Laden Al-Qã’ida «si è ricostituita in Yemen, ha continuato a operare in Iraq, nel Maghreb e nella fascia subsaheliana e in Siria» dove ha dato vita al «fronte Jabhat al-Nuşra, serbatoio di combattenti per lo stesso califfato».

Alberto Negri, nella prefazione al libro, sottolinea come il Califfato gli sia apparso in questi anni «una sorta di mostro provvidenziale per cambiare le frontiere del Medio Oriente» e aggiunge che è un po’ «come lo fu Al-Qã’ida dopo l’11 settembre per intervenire prima in Afghanistan e poi in Iraq». Bisognerebbe interrogarsi su come nascono questi “mostri” del terrorismo internazionale e su quali siano in realtà i legami con le diplomazie occidentali.

Una storia che per Negri ha inizio con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, allorquando americani e sauditi avevano creato a Peshàwar «il più grande centro jihãdista del mondo», con il sostegno del Pakistan e dei pashtun della zona tribale. Allora gli jihãdisti erano considerati «i nostri eroi», erano quelli che combattevano contro «l’Impero del Male». Solo in seguito sono diventati i «barbari» che hanno portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente.

Due anni prima della rivolta del 2011 Nibras Kazimi, un ricercatore arabo, affermava che la Siria era «il terreno ideale per una guerra santa». Era il nemico perfetto, come sottolinea lo stesso titolo del saggio – Syria through jihadist eyes: a perfect enemy – pubblicato negli Stati Uniti. Un Paese pieno di «difetti agli occhi degli occidentali»:

  • Non intendeva fare la pace con Israele se non con un patto che prevedesse la restituzione del Golan (al-Jawlãn) occupato dall’esercito ebraico nel 1967.

  • Continuava ad avere rapporti con Mosca.

  • Era alleato da decenni con la repubblica islamica sciita dell’Iran e sosteneva gli Hezbollah, «l’unica formazione araba che abbia fermato Israele nella guerra del 2006».

  • Appartiene a quell’ «asse della resistenza» che intende mantenere un’indipendenza dal sistema occidentale alleato con le potenze sunnite del Golfo.

La Siria confina con «paesi ribollenti» – Turchia, Libano, Iraq, Israele, Giordania -, ha una popolazione a maggioranza sunnita ma comandata da una minoranza, gli alauiti, ritenuta eretica.

Quando Al-Asad ha rifiutato l’offerta degli Emirati Arabi, che offrivano «il triplo del bilancio statale (circa 150 miliardi di dollari) per rompere l’alleanza con l’Iran», nelle cancellerie occidentali si diffuse «la convinzione che il regime avrebbe avuto vita breve», come Ben’ Alĩ in Tunisia, Mubãrak in Egitto e Al-Qadhdhãfĩ in Libia. L’ambasciatore statunitense in Siria e quello francese «andarono in visita a Hamã dai ribelli», presumendo che Al-Asad barcollasse e fosse opportuno «guadagnare credito con l’opposizione islamista». Per Negri ciò ha rappresentato un esplicito via libera per far affluire in Siria migliaia di «combattenti islamici» provenienti da ogni parte del Medio Oriente e del Nord-Africa.

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Ibrãhĩm ‘Awed Ibrãhĩm ‘Alí al-Badrĭ, il vero nome di Al-Baghdãdĩ nato a Sãmarrã nel 1971, «si è vantato di essere un imam con dotti studi sufi e un’origine che affonda nella tribù di Maometto», ma nel suo «oscuro percorso» di davvero notevole c’è che gli americani lo arrestarono nel 2004 per rilasciarlo nel 2009 «in maniera inspiegabile»: l’anno dopo era il capo di Al-Qã’ida. «Questi sono i fatti che ognuno può interpretare come preferisce» ma Negri avanza il sospetto che questa guerra allo Stato islamico sia soltanto il primo tempo della vicenda: «nel secondo si deciderà chi dovrà governare la nuova entità. E allora si comincerà a combattere la vera guerra».

I media, le cancellerie occidentali e di conseguenza anche l’opinione pubblica diffusa preferiscono, in genere, far partire il racconto dei fatti relativi al terrorismo estremista di matrice islamica dall’attacco alle Twin Towers e Washington dell’11 settembre 2001, ma per comprendere una «storia da conoscere» è certamente utile «un breve sguardo al passato».

Al-Qã’ida in Iraq «ha scavato nel desiderio di rivincita dei sunniti», una minoranza che prima deteneva tutto il potere ma che con «l’occupazione americana» è diventata un gruppo di reietti trattati come paria. L’Isis ha saputo «sfruttare il profondo malcontento sunnita». Con la fusione tra sunniti di «due nazioni frantumate» si colmava il divario demografico in Iraq e «si costruiva il califfato».

La Storia di Iraq e Siria «appartiene a un intreccio complesso tra strategie coloniali britanniche e francesi, contesti geopolitici legati al petrolio e ai movimenti nazionalistici» che hanno contribuito a disegnare la mappa del Medio Oriente «conosciuto fino a oggi».

Leggerlo o affermarlo oggi può risultare molto strano o addirittura provocatorio ma c’è stato un tempo in cui «l’idea del califfato diventò una soluzione politica anche per l’Occidente». Con «l’espediente politico dei califfati e degli sceicchi», il ministro delle Colonie Winston Churchill mise a capo degli stati sotto mandato britannico «i monarchi arabi del clan hashemita degli Husayn», sovrani della Mecca. «Fu così che nacquero l’Iraq, la Siria e la Giordania». Emiri e sceicchi allora erano «al servizio del piano coloniale» per far nascere nuovi stati che adesso si stanno sgretolando. «La guerriglia e il terrorismo praticato dallo Stato islamico» di Abũ Bakr al-Baghdãdĩ sono adesso «funzionali a un progetto completamente diverso»: abbattere le frontiere tracciate un secolo fa e riunire i sunniti sotto «la bandiera nera di un nuovo califfato».

Sia la Siria che l’Iraq oggi sono «degli ex-stati, presenti in maniera virtuale sulla mappa geografia» e nessuno, né in Occidente né in Medio Oriente, ha un piano politico alternativo «al mantra dell’unità nazionale ripetuto in maniera stucchevole dalla diplomazia internazionale». Per l’autore siamo quindi a un bivio: o si ricostituisce questa unità nazionale, «evocata a ogni pleonastica conferenza mediorientale», oppure si deve affrontare la «balcanizzazione del Medio Oriente». Gli europei, che hanno assistito «senza fare nulla di positivo» alla disintegrazione della Jugoslavia e ora «appaiono impotenti» di fronte all’Ucraina, «sono in materia degli esperti».

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L’ascesa del califfato tra Iraq e Siria «non è stata esattamente una buona notizia» per le monarchie assolute del Golfo «sostanzialmente antidemocratiche», che l’Occidente si ostina ad appoggiare «rifornendole di armi in cambio di petrolio, commesse e investimenti». Il presidente americano Barack Obama in otto anni di presidenza «ha venduto a Riad, impegnata nella guerra in Yemen, circa 100 miliardi di dollari di armamenti e firmato un contratto per 38 miliardi con Israele».

La Siria è stata per decenni una sorta di «kombinat militare-mercantile sostenuto dall’Unione Sovietica» che ha consolidato una «classe di privilegiati favorendo i cristiani e le dinastie sunnite». Prima dell’ascesa del partito Ba’th, gli alauiti erano fermi al gradino sociale più basso, erano fellah, contadini, uomini di fatica. «Il colpo di stato di al-Asad li portò nelle accademie militari, negli apparati pubblici, in mezzo alla borghesia urbana» e così si sono presi «la rivincita su secoli di emarginazione».

Al-Baghdãdĩ ha sfruttato il caos saldando guerra siriana e irachena, ma le vere e profonde cause della rivolta sono state «la corruzione e le politiche discriminatorie di Bagdad», rivelatesi una «formidabile propaganda per l’Isis». Non a caso infatti i periodi di maggiore intolleranza dell’islam sono coincisi con quelli di povertà e arretratezza, inoltre una delle prime misure degli jihadisti è stata «la promozione di azioni emblematiche contro la corruzione».

Più che una versione «pura» dell’Islam «gli jihadisti forniscono un franchising», che in Europa dà «un’etichetta al malessere individuale e di gruppo» e «riempie il vuoto lasciato dalle ideologie del Novecento». La strategia dello Stato islamico consisterebbe per l’autore nel passare rapidamente da una logica di “etichettamento” di circostanza a quella di un’adesione reale a uno “Stato di diritto islamico”, «certo estraneo alle pratiche occidentali e al diritto internazionale, ma che si vuole comunque uno stato di diritto». Il solo bottino di guerra di Mosul, «stimato in 313 milioni di euro», conferisce allo Stato islamico una potenza finanziaria senza precedenti, eppure i paesi occidentali e gli stati arabi «continuano a considerarlo al pari di una semplice organizzazione terrorista».

Interpretazioni inspiegabili, al pari della reazione dei media occidentali dal 2014 in poi che hanno trattato lo Stato islamico come una sorta di «Ufo politico, un esercito di jihadisti spuntati non si sa dove che nessuno sembrava poter fermare».

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Lo scopo del libro, dichiarato nell’introduzione dallo stesso Luizard, è quello di spiegare il rapido successo dello Stato islamico e di capire come e perché le potenze occidentali sono cadute «nella trappola che è stata tesa loro coinvolgendole nella sua guerra».

Come è possibile che una coalizione talmente ampia da abbracciare «tutta la società civile del mondo intero» spiegata contro quello che viene indicato il “Pericolo Pubblico Numero Uno” non riesca ad avere la meglio su una realtà politico-militare che in fondo si è dimostrata abbastanza labile? Davvero bisogna credere che manchi o non si riesca a trovare un valido e comune disegno politico oppure «l’Isis è servita e continua a servire a qualcuno o a qualcosa?»

Gli arabi, o comunque i musulmani sunniti, sono i soli che dinanzi all’opinione pubblica islamica di tutto il mondo «hanno il diritto di schiacciare la mostruosità ideologica travestita da estremismo religioso». Non potrebbero mai farlo «né i crociati occidentali né gli eretici sciiti iraniani» senza trasformare, agli occhi «del proletariato e del sottoproletariato musulmano del mondo», gli adepti del califfo in altrettanti martiri della fede perché, come affermava Tertulliano, «il sangue dei martiri è seme di nuovi fedeli».

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna di Pierre-Jean Luizard è come una sorgente in piena per un disperso nel deserto, un libro necessario per sedare la “sete” di conoscenza su una delle vicende storiche e geopolitiche solo in apparenza tra le più discusse: la nascita del terrorismo estremista di matrice islamica e il ruolo giocato dall’Occidente.

Pierre-Jean Luizard: Storico e direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs). Ha vissuto per lunghi periodi in diversi paesi del Medio Oriente ed è membro del Gruppo di sociologia delle regioni e della laicità (Gsrl) a Parigi.

Source: Si ringrazia il contatto dell’Ufficio Stampa della Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale

 

 

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© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il mondo parallelo delle guerre segrete in “Prigionieri dell’Islam” di Lilli Gruber

11 mercoledì Mag 2016

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Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

Prigionieri dell’Islam (Rizzoli, 2016) della giornalista Lilli Gruber è un libro ambizioso, che si propone di creare un po’ di ordine nel caos delle informazioni, che circolano in un Occidente in piena crisi, riguardo quanto sta accadendo nel mondo arabo «in pieno naufragio».

Un libro che accoglie in sé: la cronistoria degli attacchi terroristici all’Occidente, a partire dall’11 settembre 2001; un’analisi geopolitica della situazione occidentale, mediorientale, delle primavere arabe, dell’Iran, della Turchia, della Siria… il resoconto dettagliato delle esperienze dirette dell’autrice come inviata; la trascrizione delle interviste fatte come giornalista; riferimenti diretti alla trasmissione televisiva che conduce; episodi e riflessioni legati alla propria vita privata e sentimentale.

Un intreccio di informazioni e stili che a volte funziona altre meno. La struttura del testo è circolare, l’autrice ritorna spesso sullo stesso punto o argomento, arricchendo di volta in volta quanto detto di nuovi particolari oppure analizzando il tutto da un’angolazione diversa.

Il discorso che la Gruber vuole portare avanti in Prigionieri dell’Islam sembra chiaro fin dal principio: non si possono incolpare tutti i musulmani per quanto sta accadendo nel mondo arabo e in Occidente, dobbiamo riconoscere le responsabilità dello stesso Occidente. La situazione in oggetto è molto complessa, colpe ed errori vanno imputati a entrambe le parti in causa (Occidente e anti-Occidente) e naturalmente l’autrice non ha una soluzione ai problemi in corso né per quelli prospettati dal prosieguo o dalla degenerazione delle attuali circostanze.

Ma il vero limite di un libro come questo è l’ostinazione al voler definire una situazione globale analizzandola dal solo punto di vista occidentale. Ammettere in qualche modo le responsabilità delle grandi potenze ma fermarsi nell’esatto momento in cui ci si rende conto che un mondo diverso equivale anche a un Occidente diverso, alla rinuncia dei tanti, troppi, privilegi accaparratisi da chi il mondo lo ha sempre conquistato non solo abitato.

Nel Prologo di Prigionieri dell’Islam la Gruber racconta di aver assistito alla conversione di una giovane ragazza napoletana presso la comunità islamica di viale Jenner a Milano. «Non passa giorno senza che bussi alla porta un nuovo aspirante musulmano», le dicono.

Perché l’Islam attrae sempre più nuovi proseliti? Questo quanto si connette alla diffusione del terrorismo islamico?

Per l’autrice «nel caos di un mondo arabo in pieno naufragio e nelle incertezze di un Occidente in crisi, l’Isis rappresenta un’alternativa concreta».

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Nell’Introduzione al libro l’autrice si sofferma sul resoconto dettagliato di come gli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 siano entrati con irruenza nel suo privato lasciando esterrefatti lei e il compagno, il quale proprio mentre gli attacchi avevano luogo era su un volo diretto a Roma e partito da Parigi.

Racconta di come tutto ciò l’abbia riportata indietro nel tempo, all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 e a due giorni dopo l’accaduto, quando l’allora presidente degli Stati Uniti d’AmericaGeorge W. Bush «accende la fiaccola che darà fuoco al mondo: quella della “guerra al terrore”».

Viene da chiedersi se quindici anni di “guerra al terrore” non abbiano portato solo altra guerra e terrore.

La Gruber ipotizza, timidamente, che faccia tutto parte di una sorta di piano, organizzato e giostrato per il potere e il denaro. «Nulla è impossibile nel mondo parallelo delle guerre segrete» “combattute” tra governi e servizi di spionaggio, fatte di embarghi, destabilizzazioni, minacce dirette o indirette, palesi o latenti, infiltrazioni e corruzioni varie… In punta di piedi allude a come il potere decisionale, in fin dei conti, sia sempre e solo nelle mani delle grandi potenze e che a muovere i loro gesti non sia sempre il mero desiderio di proteggere i popoli.

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I limiti di queste “guerre segrete” si sono visti già nel marzo 2011, quando «le capitali occidentali sperano che Assad alzi bandiera bianca», come Ben Ali e Mubarak, ma «gli occidentali sono molto meno influenti in Siria che in Tunisia o in Egitto. L’esercito è corrotto, ovvio, ma l’infiltrazione da parte di potenze straniere è meno capillare che in altri Paesi arabi».

Le operazioni di ingerenza occidentale nel mondo arabo sembrano essersi rivelate dei fallimenti sia dove l’estirpazione del regime è riuscita, come in Tunisia ed Egitto, sia dove non è andata a buon fine, come in Siria. Allora il lettore si chiede il motivo per cui si portano avanti azioni e politiche già rivelatesi fallimentari oppure se nel “mondo parallelo” si sono registrate delle vittorie che non è dato a tutti conoscere.

Il mondo parallelo delle guerre segrete in "Prigionieri dell'Islam" di Lilli Gruber

In Prigionieri dell’Islam si legge che, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno intrapreso la guerra contro il terrorismo per annientare al-Qaeda ma anche «per trasformare il mondo musulmano al grido di “esportare la democrazia”».

Con quali risultati? A costo di sacrificare cosa?

In seguito all’uccisione di Osama Bin-Laden e allo smantellamento di gran parte delle cellule che componevano l’organizzazione tutto l’Occidente ha creduto, su input di capi di stato, di governo e organi di stampa, che il terrorismo di matrice islamica fosse stato sconfitto. L’Isis e non solo hanno dimostrato al mondo intero che non è così.

Per la Gruber dall’inizio di aprile 2016 i miliziani dell’Isis sono in difficoltà, le operazioni speciali americane stanno eliminando uno dopo l’altro tutti i capi e ciò lo si può interpretare come l’inizio della fine di questo “mostro” che ha preso il posto di al-Qaeda come nemico numero uno degli Occidentali. Ma c’è poco da esultare perché ci si deve aspettare che, da un momento all’altro, possa «resuscitare altrove e tornare a seminare paura.»

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La Gruber conclude il suo Prigionieri dell’Islam con l’esortazione alla disobbedienza, ma non quella di Gandhi bensì quella di Obama.

«Le dimostrazioni più evidenti della sua disobbedienza sono il riavvicinamento con l’Iran e il rifiuto di muovere guerra alla Siria».

Parla anche dell’umiltà di papa Francesco, dell’ultimo sermone del profeta Maometto nel quale invitava i suoi fedeli a trasmettere il proprio messaggio, di Gesù Cristo e del fatto che cacciasse i mercanti dal tempio, dell’ingresso di nuovi attori (Cina e Russia) pronti a dire la loro sugli squilibri del pianeta, ma soprattutto tiene a sottolineare che «il Medioriente, il Golfo e i loro tormenti non devono minacciare le relazioni tra i colossi del mondo globalizzato».

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Con le sue 352 pagine il libro di Lilli Gruber si presenta al lettore carico di informazioni, di nozioni, di citazioni… ma la situazione analizzata è talmente complessa che tanti sono i dubbi e gli interrogativi che restano.

Ci si chiede chi siano i veri prigionieri dell’Islam: gli arabi o gli occidentali? È l’Islam l’unico vero carceriere di cui aver paura? Che relazione c’è tra il terrorismo di matrice islamica e le “guerre segrete” combattute nel “mondo parallelo” di governi e servizi di spionaggio?

Per la Gruber terrorismo, Islam e immigrazioni «congiungendosi in un triangolo, formano una trappola mortale» che «cambia la nostra vita». Ma chi ha fatto scattare questa trappola? Se i tre vertici del triangolo sono una conseguenza dell’ingerenza occidentale nel mondo arabo non dovrebbe essere l’Occidente il primo a invertire la rotta?

La verità è che l’Occidente è “prigioniero” anche di sé stesso, come ricorda pure l’autrice parlando della disobbedienza del presidente degli Stati Uniti d’America: «Mi colpisce il fatto che l’uomo più potente del mondo abbia il coraggio di riconoscere che è lui stesso prigioniero delle convenzioni, dei preconcetti, dei diktat dell’ideologia».

La morsa che stringe l’Occidente e il mondo intero sembra essere alimentata quindi da molto altro oltre il terrorismo, le migrazioni e l’integrazione, ovvero i vertici del triangolo che per la Gruber ci rendono tutti “prigionieri dell’Islam”.

http://www.sulromanzo.it/blog/il-mondo-parallelo-delle-guerre-segrete-in-prigionieri-dell-islam-di-lilli-gruber

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

27 mercoledì Apr 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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GiuliettoChiesa, intervista, monocolooccidentale, NicolaiLilin, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, Piemme, Putinofobia, saggio

 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Putinofobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l’Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l’Unione Sovietica, ora diventata Russia.

Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.

Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte… come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.

Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell’Occidente con l’Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.

Nicolai Lilin, che ha curato la prefazione a Putinofobia, scrive che: «la politica dell’Occidente, che con tutte le forze cercava di frantumare il multiculturalismo ereditato dal regime sovietico per poter manovrare meglio le piccole regioni staccate dal grande polo legato al Cremlino, da subito ha sfruttato la propaganda russofoba come l’elemento principale su cui poter costruire i nazionalismi locali».

Perché lo ha fatto? Quali sono i motivi alla base della russofobia 2.0? Ne abbiamo parlato con Giulietto Chiesa nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

La russofobia occidentale non è un fenomeno nuovo. Quali sono le peculiarità della “russofobia 2.0 o Putinofobia”?

La russofobia risale ad almeno tre secoli fa, da quando esiste la Russia come grande Paese e questo dice già molte cose. La Russia viene vista come un avversario. La russofobia 2.0 è qualcosa di nuovo nel senso che è anche una forma di astio dei gruppi dirigenti europei e occidentali in genere nei confronti di una Russia che si credeva fosse ormai stata conquistata definitivamente e invece si rivela altra cosa da quelle che erano le nostre illusioni o speranze. C’è una sorta di rivincita dell’Occidente contro questa Russia incomprensibile.

Più che essere un ragionamento è una malattia. Una sorta di violenta ripulsa di ciò che è diverso da noi tanto più violenta quanto più i russi, a prima vista, sembrano uguali a noi. Sono uguali a noi. In questo sta il paradosso. E scopriamo spesso, in ritardo, con nostro disdoro e fastidio, che in realtà, sebbene siano così uguali a noi, sono anche molto diversi. Il tutto confluisce in questa specie di ripulsa che riguarda però solo i gruppi dirigenti o da quella parte costituita dagli opinion maker, cioè dai mass media. Non credo che questo sentimento sia molto diffuso, in Occidente, tra la gente comune, normale, piuttosto che sia un’operazione politica guidata dai gruppi dirigenti occidentali che vogliono tenere la Russia diciamo in disparte e usano tutti i mezzi a disposizione per farlo.

Quali sono i reali motivi alla base della character assassination alla quale la stampa occidentale ormai da anni sottopone Vladimir Putin?

Si usa il 2.0 in quanto qui c’è una differenza rispetto alle altre forme di russofobia della Storia. Adesso c’è un grande personaggio, di valore mondiale che può facilmente essere preso a bersaglio nel fuoco dei riflettori e accusato di tutte le nefandezze che servono per esemplificare il rifiuto dell’Occidente nei confronti della Russia. È accaduto altre volte, nel corso della storia, che la Russia schierasse personalità di grande calibro, ma Putin è questo 2.0, è il ventunesimo secolo che dimostra, indirettamente e involontariamente, che l’Occidente non è capace di accettare la Russia quale essa è.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Nell’introduzione a Putinofobia Roberto Quaglia afferma che di solito i russofobi non sono consapevoli di essere tali. Da dove deriva questa fobia inconsapevole per la Russia?

In parte deriva dal fatto che l’Occidente non riesce a capire dove sta il problema, nel senso che guarda i russi e li vede uguali a sé stesso. Qui sta parte della verità. La loro cultura, come anche la letteratura, ha impregnato la nostra. Basti pensare a Tolstoj, a Dostoevskij…

Quando si va poi al contatto diretto di questo Paese, nella vita quotidiana, nel modo di pensare, di sentire il tempo e lo spazio, le dimensioni del pianeta… lo spirito dei russi è diverso da quello occidentale. E qui si arriva alla contraddizione. L’Occidente non capisce dove sta la differenza, che invece è molto semplice: la Russia non è solo Europa.

La Russia non è né prevalentemente europea né prevalentemente asiatica. Nel corso della storia è stata a volte più europea altre più asiatica. Ogni volta che diventa più asiatica l’Occidente inizia a perdere il controllo dei nervi.

Se la russofobia attuale è «una lente di ingrandimento» sulla nostra civiltà, lei che ci ha guardato profondamente attraverso cosa ha visto?

Ho visto che la Russia, se noi fossimo in grado di capirla, sarebbe uno straordinario ponte di comunicazione proprio per questa sua duplice essenza, europea e asiatica. È l’unico strumento che abbiamo noi europei per capire un po’ meglio l’Asia e il resto del mondo, che abbiamo colonizzato, ma ciò non vuol dire che lo abbiamo capito. Vuol dire solo che lo abbiamo vinto, conquistato, soggiogato.

La Russia può essere il tramite attraverso il quale l’Occidente può capire il resto il mondo. Ma l’Occidente questo non lo vuole, lo ha scartato da principio.

E io qui ho ampiamente attinto alla riflessione che faceva Arnold Toynbee nel suo purtroppo non molto famoso libro intitolato Il mondo e l’Occidente (Sellerio, 1992). Già il titolo è pieno di significati.

L’Occidente si è contrapposto a tutto il resto il mondo da quando è diventato “occidente”. Questo è il problema: l’Occidente sta aggredendo il resto del mondo. Non è capace di fare altro che aggredire anche la Russia. Per tre secoli, come dice Toynbee, l’Occidente ha potuto giovare di questa sua caratteristica, ma oggi, nel ventunesimo secolo, la tattica aggressiva non funziona più.

Stiamo assistendo all’inizio della fine di questi dominatori occidentali. Il che è molto grave, perché l’Occidente è anche il più armato. La tentazione di utilizzare la propria forza per continuare la dominazione diventerà sempre più concreta finché non vi sarà una riflessione di grande respiro culturale. Riflessione che, in verità, non vedo all’orizzonte.

Con il Madison Valleywood Project il governo americano vuole unire le forze di Hollywood e Silicon Valley per attuare una strategia contro l’Isis o per portare avanti la propaganda contro il nemico designato, in maniera analoga alle numerose azioni di cui si parla nel libro e messe in campo contro i russi?

Sarò più brutale. L’Occidente che si propone di fare ciò che dice lei è un sogno. Ignora il fatto l’Isis e il terrorismo islamico sono il prodotto dello stesso Occidente. Quindi tutte le strategie che vengono elencate per spiegare come questo è contro il terrorismo islamico sono in realtà delle fantasie che servono a manipolare l’opinione pubblica.

Il terrorismo islamico è un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando.

È un sistema largamente sperimentato nella storia di questo ultimo secolo e che ha sempre funzionato. Si usano, di volta in volta, dei capri espiatori che credono di lavorare per i propri interessi ma in realtà lavorano per “il re di Prussia”.

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L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetto in questo senso. Era il Comunismo sovietico il nemico mortale da combattere. Una volta abbattuto o suicidatosi, a seconda delle interpretazioni, l’Occidente è rimasto senza nemico. Ha proceduto per circa un decennio non solo senza nemici ma con un nuovo gigantesco alleato e vassallo e in pratica non è riuscito a spiegare, al resto del mondo, come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli.

Ha mostrato che il problema non è esterno all’Occidente, è interno, nel modello di sviluppo. Così nell’anno 2001 i dominatori dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, hanno prodotto il mutamento di rotta della storia politica del mondo.

Hanno creato l’11 settembre del 2001 per mettere dinanzi agli occhi di tre miliardi di persone il nuovo nemico, cioè l’estremismo islamico.

Così è iniziata la guerra contro il terrorismo islamico che dura ormai da quindici anni. Sia il Presidente di allora, George Bush jr, sia il suo Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, affermarono: «comincia una guerra che durerà 50 anni» e l’altro «durerà un’intera generazione». Questo era il piano: sostituire il terrore rosso con il terrore verde.

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Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Papa Francesco, e con lui tanti analisti, hanno parlato di una terza guerra mondiale combattuta in tutto il mondo senza un focolaio preciso. Siamo anche in una nuova versione della Guerra Fredda?

Io non parlo per conto terzi. Parlo per me stesso. Sono stato uno dei primi analisti al mondo a dire apertamente che stiamo entrando nella terza guerra mondiale. Quando si parla di questo non si può che riferirsi a una guerra atomica. Una guerra mondiale fatta a pezzettini non ha alcun senso, c’è sempre stata.

Durante la Guerra Fredda si sono combattute, per conto terzi, decine e decine di guerre locali che servivano per mantenere l’equilibrio tra le due potenze. Nel momento in cui è finito il bipolarismo ed è finita la Guerra Fredda, queste sono continuate ma non sono conflitti mondiali.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Una guerra mondiale è lo scontro tra l’Occidente (Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e pochi altri) e l’Asia. In questo senso l’Asia è tutto il resto il mondo. Solo che tutto il resto del mondo è impreparato a questo conflitto, lo sono solo gli Stati Uniti d’America e la Russia che dispongono del potenziale nucleare necessario.

Quando si scontreranno questi due Stati sarà lo scoppio della terza guerra mondiale. Ritengo sarà anche la fine dell’attuale civiltà umana. Ma molti non lo vedono perché non capiscono o non sanno qual è il carattere della guerra moderna, se lo sapessero non direbbero le sciocchezze prive di fondamento che dicono quando si parla di guerra diffusa e via discorrendo.

Il primo segnale di non-democrazia è il tentativo di ostacolare le opinioni divergenti. Possibile che gran parte della “massa democratica occidentale” non riesca a cogliere questo segnale nell’informazione dominante?

Purtroppo è possibile e reale. Nel libro precedente a questo, intitolato È arrivata la bufera (Piemme, 2015), spiego nel capitolo dedicato a Matrix cosa è già accaduto da quaranta-cinquanta anni a questa parte.

L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo.

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Ritengo realistico affermare che gran parte della popolazione vive dentro Matrix, dentro una prigione virtuale nella quale crede di essere libera, come accade appunto nel film, ma che è un universo irreale. Il mondo reale è altrove, fatto in un altro modo, è furibondo, feroce, senza tregua.

L’importante è non far capire alla gente in che situazione vive, lo capirà soltanto quando sarà il momento di finire tutti abbrustoliti. A quel punto molti se ne renderanno conto ma sarà un po’ tardi.

La grande massa della gente non sa nulla di ciò che la circonda. È stata bombardata da una miriade di proiettili che attraversano ogni secondo, ogni attimo della nostra vita e sono spesso non solo non percepiti e indolori ma addirittura piacevoli. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

La più grande arma costruita dall’Occidente per annichilire il senso comune, il buon senso, la razionalità, la solidarietà, la cooperazione, la consapevolezza della limitatezza delle risorse… tutto questo è stato cancellato dalla visione di miliardi di persone.

Parliamo di un’arma che spegne l’intelligenza e quindi, alla lunga, non potrà che produrre mostri. Come ci indica l’acquaforte di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». L’Occidente è stato trasformato in un gigantesco formicaio di persone la cui ragione è stata addormentata.

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

Lei paragona le inquietanti sensazioni che proviamo noi oggi, che viviamo un’epoca di grande cambiamento, a quanto devono aver provato i dinosauri. Siamo destinati all’estinzione?

Destinati no. Non credo in un qualche destino preordinato, è un qualcosa che forgiamo noi sempre, in un modo o nell’altro. Devo questa mia convinzione guarda caso alla lettura di uno straordinario romanzo russo, Guerra e Pace di Tolstoj, citato più volte in Putinofobia.

Noi popolo siamo protagonisti e, quando siamo in tanti, produciamo un movimento, un muoversi delle idee, delle correnti profonde della storia. Non esistiamo inutilmente. Esistiamo con la nostra forza fisica, con la presenza fisica e intellettuale.

Non credo ai complotti. La trasformazione in automi sta avvenendo ma non è il risultato di un complotto bensì della commistione tra l’informazione manipolata e il potere. E avviene in modo quasi automatico ormai. Il coordinamento dei nostri movimenti dall’esterno è avvenuto su un sesto della popolazione, che è l’Occidente. Il resto del mondo, secondo me, non è stato neanche minimamente scalfito da questo meccanismo.

Non credo che l’Occidente arriverà a dominare il mondo al punto che non ci possa più essere speranza. C’è ancora un grande movimento nel mondo. Non esiste un Nuovo Ordine Mondiale, non è mai esistito, esiste invece un “piccolo disordine occidentale”.

Riusciranno i popoli a organizzarsi e fermare la follia omicida e suicida dell’Occidente? Beh, la questione è aperta.

L’Occidente pensa di essere invincibile e questo è il suo tallone d’Achille. Se tale consapevolezza si farà strada in importanti settori intellettuali e dirigenti, sulla spinta di altri popoli non occidentali, noi potremo salvarci.

Noi europei non troveremo la soluzione del problema. Noi abbiamo creato il problema. Noi siamo il problema. Non credo potremo comprendere quanto sto dicendo in termini tali da modificare il corso delle cose che precipita verso lo scontro e cioè verso la terza guerra mondiale. Lo potremo fare solamente insieme agli altri popoli, alle altre culture, alle altre civiltà, alle altre religioni, alle altre tradizioni…

La soluzione la possiamo trovare solo tutti insieme. Chiunque progetti l’uscita da questa crisi, che è mondiale ed epocale, da solo, qui in Europa… beh si fa una grande illusione.

Se dovessi riassumere in poche parole, che restassero impresse nel lettore che legge Putinofobia, il senso di questo libro, direi: smettiamola di ritenere l’Occidente il centro del mondo. Non lo è più. Non perché sia buono o cattivo. Semplicemente non lo è più. Quanto più riusciranno a liberarci da questa idea tanto più potremo salvarci e preservare la nostra civiltà.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-putin-ci-fa-paura-intervista-a-giulietto-chiesa

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Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

17 domenica Gen 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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BUR, CarloPanella, IllibronerodelCaliffato, intervista, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, paura, saggio, terrore, Terrorismo

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

La Storia, si sa, è fatta di cicli che si ripetono; Giambattista Vico li chiamava ricorsi. Ma quando sono gli errori a essere commessi ripetutamente cosa viene da pensare? Albert Einstein aveva etichettato come follia la propensione dell’uomo a fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso.

Carlo Panella ne Il libro nero del Califfato, edito da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) ad aprile 2015, pone l’accento sugli errori commessi dall’Europa nel 1939 allorquando non capì la gravità del disegno progettato da Hitler e quelli, identici, commessi oggi nell’interpretazione del fenomenojihadista.

«Non rendersi conto che qualcuno ti fa la guerra per imporre la sua “cultura” è un errore. Errore ancora più grande è non capire perché ti vuole annientare».

Perché Hitler ci ha fatto guerra? Perché voleva annientare il popolo ebreo? Perché il Califfo ci fa guerra? Perché vuole annientarci? «Un abisso separa la nostra totale dimenticanza, la stupita ironia, il nostro scherno nei confronti dell’Apocalisse, dalla loro certezza che è immanente e imminente. Schiaccio il detonatore, mi uccido e uccido gli infedeli perché domani, tutti insieme, siamo chiamati al Giudizio Universale».

Il libro nero del Califfato è un testo che vuole focalizzare sulla centralità dello scisma islamico in atto nelle tragiche vicende che hanno visto coinvolto anche il territorio occidentale nei recenti attacchi di Parigi. Ne abbiamo parlato in un’intervista con l’autore Carlo Panella.

«L’Europa ha commesso gli stessi errori nel 1939 e ora li ripete»: il non capire che qualcuno ci combatte per affermare il predominio della propria civiltà e il non cogliere le ragioni per le quali qualcuno vuole annientarci. Cosa spinge il Califfo verso la volontà di annientare l’Occidente? E quali sono i termini di questa guerra di civiltà?

La ragione fondamentale alla base delle azioni del Califfato, come di tutti i movimenti jihadisti, è quella di conquistare potere politico ovunque, in particolare nelle zone che furono sottoposte al dominio islamico in passato, per imporre la legge divina, la sharia. È quello che sta facendo non soltanto in Mesopotamia e in Libia ma anche attraverso atti che noi, erroneamente, definiamo di terrorismo, come gli attentati di Parigi, e che invece sono solamente delle punizioni shariatiche per delle trasgressioni alla legge di Dio.

«Charlie Hebdo» per blasfemia, il Bataclan perché la musica, qualsiasi non solo quella occidentale, è proibita, colpiti bar e ristoranti per punire la promiscuità tra uomini e donne. Tutti segnali molto chiari che l’Occidente non interpreta anche perché abbiamo una visione “egoistica” del mondo. Pensiamo che loro ci vogliano fare paura o che siano dei terroristi. È scontato dire che vogliono farci paura, in realtà tutte le loro azioni mirano a far applicare la sharia.

Non rendersene conto vuol dire ignorare lo scisma religioso interno al mondo islamico. Non è tutto l’Islam ma un Islam scismatico quello che ci attacca. Che ci fa la guerra e quindi noi dobbiamo farla a lui. Farla sul serio però, non quello che l’Occidente sta facendo ora, ovvero bombardando in Siria e Iraq, ma andando a combattere sul terreno o comunque appoggiando chi sta combattendo. Non lo facciamo per varie ragioni ma principalmente perché l’Occidente non ha ideali, quindi non ha coscienza di sé stesso.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel testo sottolinea gli errori del direttore della Cia, di Cameron, di Hollande e della Mogherini i quali affermano che il terrorismo non è Islam. «È Islam, invece: è uno scisma musulmano». Ci spiega i caratteri di questo scisma?

Brennan, Mogherini, Obama… pensano si tratti di una banda di criminali e la trattano come tale, una sorta di bounty killer, quando invece è uno scisma dei Saud e Muhammad al-Wahhab, un teologo islamico. Fece un’azione militare all’inizio dell’Ottocento andando a occupare La Mecca e Medina, si alleò con le tribù dell’Anbar, in pratica le stesse di oggi. È stato l’asse portante della rivolta indiana del 1857 e di quella sudanese del 1880 pur restando nell’ombra e riemergendo con forza durante la rivoluzione khomeinista. Perché l’elemento fondamentale di questo scisma è la pratica liquidatoria di tutte le dottrine idolatriche.

Loro ritengono che i cristiani e gli sciiti siano idolatri perché mentre loro hanno un solo Dio, questi adorano anche i santi o gli imam. Hanno questo atteggiamento persecutorio nei confronti degli idolatri, che verifichiamo anche in questi giorni in Iraq, mosso dalla volontà di venerazione di un unico Dio.

Non conoscere questi elementi, fare dei comodi appelli al bene contro il male o frasi del tipo non si uccide in nome di Dio è una difesa culturalmente miserrima che, ahimè, coinvolge anche il Papato che, peraltro, difronte alla persecuzione dei cristiani in atto da parte di questo movimento islamico, fa ben poco, nonostante le migliaia di martiri cristiani che questi scismatici uccidono ogni anno in tutto il mondo.

Come si colloca in questo scisma l’irrisolto conflitto israeliano-palestinese?

Una delle tante verità che ha spiegato questa vicenda è il fatto che la centralità del conflitto israelo-palestinese per sistemare il Medio Oriente era una bufala. Anzi spiega il contrario. Quanto sta avvenendo in Mesopotamia, in Yemen… in posti in cui mai c’è stato l’intervento occidentale, dimostra che la ragione per cui questo conflitto non si risolve non è in una dimensione di terra contro pace,come si è detto per decenni, ma in un non possumus di tipo islamico dentro, peraltro, questo scisma, per cui i palestinesi musulmani non sono disposti ad accettare l’esistenza dello Stato di Israele. Il tutto concretizzato dalla gestione fatta da Hamas.

Hamas e parte dello scisma non discutono minimamente della questione territoriale. Hanno avuto Gaza gratuitamente nel 2006 da Sharon, ma non fanno la pace con gli ebrei perché devono imporre la sharia su tutto Israele.

Il conflitto israelo-palestinese andrebbe risolto ma ciò non può avvenire perché nel mondo musulmano esiste da sempre il rifiuto della coesistenza tra uno Stato ebraico, uno Stato arabo e uno radicale e non a caso questo rifiuto inizia con una leadership religiosa, Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

L’altro grande nodo delle aspirazioni universalistiche dell’Islam è rappresentato dall’Iran. Ora che le sanzioni sono state revocate lei affermerebbe che la «deterrenza atomica per esportare la rivoluzione» ha funzionato?

Direi di sì. Sono riusciti a convincere le classi dirigenti occidentali della loro volontà di non destabilizzare il Medio Oriente nel momento stesso in cui con strumenti tradizionali lo facevano in maniera parossistica. In Iraq, in Siria appoggiando Assad, in Yemen, a Gaza, in Libano…

Gli iraniani non sono arabi, hanno delle èlite dirigenti estremamente raffinate, pongono all’Occidente il problema di una rivoluzione popolare vincente, hanno un’ideologia di morte basata sul martirio, di nuovo di tipo nazista, gestiscono il Paese in maniera autoritaria però l’incapacità di affrontare la situazione iraniana fa sì che l’Occidente chiami Rouhani affidabile riformista nonostante lo stesso premio Nobel Ebadi continui a dire che da quando c’è lui le condanne a morte in Iran sono duplicate. Assisitiamo al paradosso del riformista che duplica le condanne a morte formalmente per reati comuni, ma per la gran parte sappiamo tutti essere dovute a reati politici o di semplice dissidenza ideologica o verbale.

Contrapposto a quello wahabita c’è questo scisma khomeinista basato sulla ideologia del martirio e obbligo del musulmano di uccidersi per uccidere gli infedeli e, esattamente come per il fenomeno wahabita, non vogliamo prendere atto della radicalità culturale di questa ideologia autoritaria.

Lei ritiene che l’Occidente si rifiuti di comprendere «che queste migliaia di “John” sono uomini di fede» in quanto prenderne coscienza comporterebbe implicazioni terribili. Quali sono queste “implicazioni terribili”?

Affrontare il problema del consenso di massa che tutti gli inviati dicono… leggete cosa scrive Cremonesi sul «Corriere della Sera» intorno a Mosul. Ripete più volte: «La popolazione sunnita appoggia in maniera convinta gli uomini dell’Isis».

Dovrebbe bastare per rendersi conto che c’è un’adesione di massa a un’ideologia di morte, autoritaria e violenta, e ciò costringe a prendere atto che dentro l’Islam c’è uno scisma operante. E che questa parte scismatica, che uccide in nome di Dio, non viene contrastata a sufficienza se non con poche dichiarazioni verbali, proprio perché molti dei valori che i jihadisti difendono sono simili se non proprio uguali a quelli di gran parte del mondo islamico.

Elemento questo che non viene preso debitamente in considerazione, sfugge, si mistifica la realtà e si risponde in maniera meccanica con dei bombardamenti che, peraltro, non fanno che aumentare il consenso delle popolazioni civili colpite verso questa nuova forma di autoritarismo, non maggioritario ma di massa.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

In un altro passaggio del libro, definisce i terroristi islamici «simbolo di un male dell’anima che penetra in profondità persino nelle nostre metropoli». In cosa consiste questo male?

Noi non siamo figli di Set ma di Caino. C’è questo rifiuto dei contemporanei di affrontare di petto quello che è l’insegnamento non soltanto della Bibbia ma anche della mitologia greca: la propensione dell’uomo al male, all’assassinio, addirittura al fratricidio.

Ormai l’ideologia che gira, anche ad alti livelli della nostra cultura, è molto simile a quella delle Miss. «Vogliamo la pace nel mondo» è il corale desiderio espresso. Invece questa capacità di attrazione che ha una nuova ideologia di morte dentro un corpo religioso millenario pone dei problemi enormi per quanto riguarda la comprensione dell’uomo e della sua dimensione.

Problemi questi che sono contrapposti al politically correct, al mainstream buonista che pervade tutti gli ambienti della nostra cultura. Siamo difronte a una manifestazione del male dell’animo umano sviluppatasi ora in ambito musulmano, nel Novecento esplose in ambito europeo, che è inquietante e pone problemi drammatici.

Voi amate la vita, noi la morte è il messaggio che lanciano i jihadisti e questo alla nostra cultura, oltre che alla nostra sicurezza, pone dei problemi che si preferisce evitare.

Si sofferma a lungo nel libro sulle differenze tra Al-Qaeda, Isil e Califfato eppure tutte attirano «migliaia di giovani come falene». Perché? E perché l’Occidente stenta a capirne le motivazioni?

Al-Qaeda differisce dal Califfato per una ragione molto semplice: è essenzialmente una struttura organizzativa di tipo classico, non ha avuto la capacità di fare il salto di qualità che il Califfato ha fatto proclamandosi Stato e gestendo un territorio.

Attirano tanti giovani foreign fighter. Una grande capacità di attrazione di questa ideologia di morte che è dentro il corpus dottrinario dell’Islam. Il loro primo teologo di riferimento, Ibn Taymiyya, vissuto alla fine del 1200, sosteneva che il jihad è il sesto principio dell’Islam, più importante del Ramadan e della preghiera stessa. La loro sharia è identica a quella applicata in Arabia Saudita. I loro presidenti storici risalgono al 1800.

Da noi tutto questo viene frainteso, si fa finta che sia colpa nostra. Non c’entra niente l’Occidente. Questo non è un fenomeno di reazione a vere o presunte colpe dell’Occidente. È un fenomeno che nacque, all’interno del mondo musulmano, nel 1740 con lo scismawahabita, è diventato carsico per quasi un secolo e ora è riemerso con una capacità di attrazione di consenso che ebbe non soltanto il nazismo ma anche l’applicazione e la gestione della shoah. L’uccisione, lo sterminio di sei milioni di ebrei fu possibile perché c’era consenso in larga parte del popolo tedesco. Lo stesso fenomeno lo rileviamo oggi.

Quali sono stati i veri errori commessi da Bush e Blair nel 2003? E quanto si è rivelato efficace in realtà il cambio di strategia voluto da Obama?

L’errore fondamentale gravissimo compiuto da Bush e Blair nel 2003 è stato quello di sottovalutare la radicalità del conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq e in Mesopotamia, il non aver compreso che questo elemento religioso era ed è centrale.

In Iraq è stato messo alla guida un personale tecnico-amministrativo che non aveva la minima idea di dove si trovasse e questo ha avuto conseguenze disastrose perché ha radicato, nella componente sunnita, un rifiuto totale dell’amministrazione americana e ha favorito l’impianto dei jihadisti. Ciò è stato in parte risolto dal cambio di strategia imposto dal generale Petraeus ma non ci sono stati comunque grandi risultati, a causa della disastrosa dottrina Obama. Il totale abbandono dell’area ha consentito la persecuzione dei sunniti da parte degli sciiti. Parossistica conseguenza di ciò è la caduta dei sunniti nelle braccia del Califfato.

Pur con gli errori detti, la politica di Bush ci ha lasciato in eredità l’unico alleato affidabile, il Kurdistan iracheno, mini-Stato democratico di fatto nascente e crescente, affidabile sia dal punto di vista politico che militare. Non a caso alleato dell’Italia che, giustamente, lo aiuta.

Il non-interventismo di Obama ci ha lasciato senza alleati, senza interlocutori e con un numero di morti civili che raggiunge la cifra di 300-400mila unità, tra Iraq, Siria e Yemen.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Il 2011 è stato un anno di grande fermento nel mondo arabo, con le rivolte in Tunisia, Siria, Egitto. Quali sono stati i reali motivi, secondo lei? E in seguito cosa è successo durante i mesi di governo della Fratellanza Musulmana?

I motivi erano gli stessi della Rivoluzione iraniana del 1979. Dopo la decolonizzazione, i “cattivi imperialisti” hanno cercato di instaurare in tutto il Medio Oriente delle democrazie, subito destabilizzate da gruppi militari di provenienza filo-nazista, che si sono poi alleati con l’Unione Sovietica, che hanno instaurato dei regimi all’insegna della corruzione e dell’autoritarismo. Incapaci di fare fronte alle richieste di partecipazione e alle tensioni sociali che venivano soprattutto dai giovani.

Le Primavere arabe hanno avuto la capacità di abbattere dei regimi ma, quando si è trattato di gestire direttamente, hanno dimostrato che nel mondo arabo-musulmano non c’è una élite in grado di amministrare lo Stato e così sono andati al potere uomini dei vecchi regimi che hanno saputo riciclarsi.

Lei sostiene ne Il libro nero del Califfato che il vuoto di potere che è derivato dall’eliminazione del regime di Gheddafi in Libia ha contribuito alla «germinazione di terrorismo e jihadismo». Perché?

Non si è minimamente pensato, né nel momento in cui è stato fatto l’intervento né negli anni successivi, a quale potesse essere la gestione della Libia una volta battuto Gheddafi.

Si è fatto finta che sia stato ucciso da una rivolta popolare, il che non è vero in quanto Gheddafi è stato ucciso da forze militari della Nato, e si è lasciato il Paese nel caos con un livello di incompetenza e di non comprensione del territorio spaventosi, soprattutto a fronte dell’arretratezza delle classi dirigenti libiche.

Ora si è cercato di rettificare questo abbandono ma l’idiozia euro-americana nell’abbattere il regime di Gheddafi senza poi minimamente gestire le fasi successive credo andrà studiata nei secoli come manuale di quello che non va fatto in generale nel mondo.

Una lunga e saggia esperienza americana di Nation building nei Paesi in cui sono intervenuti sta ormai scemando verso un dilettantismo drammatico e tutto ciò crea terreno di coltura per la nascita e il radicamento dell’Isis e dei jihadisti.

Combattere l'Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella

Nel 2006 fu lanciato l’anatema contro la rivista satirica «Charlie Hebdo» e nel gennaio del 2015 c’è stato l’attentato. Pochi giorni dopo, il 14 febbraio 2015, il Califfato minaccia l’Italia: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma… in Libia». Cosa dobbiamo aspettarci?

Dobbiamo aspettarci degli attentati. Tanto più perché facciamo guerra all’Isis. Fortunatamente finora la fase è stata quella di attentati fatti da volontari, islamici di seconda generazione che sono andati a cercare il jihad in Afghanistan, in Yemen o in Mesopotamia e poi sono tornati. Non abbiamo avuto alcun attentato per mano di una centrale operativa specifica creata ad hoc dall’Isis, ma questo passaggio verrà a maturazione a breve.

Non possiamo prevedere dove, se in Italia o in Inghilterra o altrove, ma di sicuro ci saranno attentati, anche perché, a differenza di Al-Qaeda, l’Isis ha una valenza anti-cristiana molto marcata.

Come si combatte il terrorismo?

Creando una rete di alleati nel campo avverso. La follia della gestione obamiana della crisi è tale per cui noi non abbiamo alleati.

Siamo alleati con gli uni e con gli altri, vogliamo fare la pace, far fare la pace a sciiti e sunniti, tra i khomeinisti e gli anti-khomeinisti. In Yemen Obama bombarda gli sciiti con i sauditi e in Iraq e Mesopotamia invece a essere bombardati sono gli alleati dei sauditi e ciò va a favore degli sciiti.

È un quadro parossistico, vergognoso che farà sì che questa crisi complessiva continuerà a svilupparsi fino a quando, finalmente, un nuovo o una nuova presidente non prenderà incarico nel gennaio 2017. Abbiamo davanti oltre un anno di tempo durante il quale questa crisi diventerà sempre più ampia.

http://www.sulromanzo.it/blog/combattere-l-isis-sul-campo-le-ragioni-intervista-a-carlo-panella

 

© 2016 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein

29 martedì Dic 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

A ottobre è uscito per Mondadori Il Califfo e l’Ayatollah di Fiamma Nirenstein, un libro che osserva «quello che abbiamo di fronte con gli occhiali dell’analisi e non con quelli dell’illusione» per cercare di capire cosa in realtà sia il terrorismo internazionale.

Il terrorismo si presenta agli occhi degli occidentali come un enigma, una sfinge, al punto che siamo stati persino «incapaci di darne una definizione sancita dall’Onu tanto alligna in noi l’incertezza sia sulla sua ragionevolezza sia su come combatterlo». Una situazione, quella medio-orientale, complessa e di difficile interpretazione per cui facilmente si cade nell’inganno del fraintendimento, come nel caso delle rivolte della Primavera araba, le quali mostrarono molti segnali della loro vera natura «che noi abbiamo ignorato del tutto nel nostro infinito egocentrismo».

Eppure sarà proprio da uno scenario tanto tragico quanto lo scontro fra sunniti e sciiti «che può nascere la speranza di una nuova stabilità». È questo il messaggio che vuol lanciare Fiamma Nirenstein con il suo libro, scritto per dimostrare che gli errori occidentali (sfruttamento, opportunismo legato al mercato petrolifero, colonialismo) comunque non legittimano il terrorismo né tantomeno ne sono la causa. Ne abbiamo parlato nell’intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

L’immagine che più colpisce all’interno del suo libro è quella dell’Occidente accerchiato da una tenaglia a due ganasce: l’ISIS sunnita e la Repubblica Islamica Iraniana di stampo sciita, entrambe accomunate però da un’aspirazione universalistica in nome dell’Islam. Al di là delle divergenze teologiche, cosa li accomuna?

Li accomuna il progetto di conquista del mondo intero e la volontà di convertirlo alla loro dottrina, l’Islam, anche se uno è sunnita e l’altro sciita.

Li accomuna poi la maniera con cui cercano di portare a compimento il progetto. L’assoluta mancanza di rispetto per i diritti umani che, come descrivo nel libro, si riscontra nelle azioni dell’Isis ma anche nella Repubblica Islamica Iraniana dove vige la shari’a.

Le azioni dell’Isis sono più visibili e più terrificanti ai nostri occhi ma la situazione è da film dell’orrore anche in tutto il mondo iraniano.

Entrambi inoltre hanno ambizioni imperialistiche. L’Iran ormai controlla il Libano, parte della Siria tramite l’assistenza ad al-Assad con l’aiuto degli Hezbollah, lo Yemen, l’Iraq… la sua aspirazione possiamo convenire che sia diventata, almeno in parte, una realtà. Mentre l’Isis ha fondato lo Stato Islamico che comprende una parte della Siria e una dell’Iraq, che tende a espandersi.

L’Isis lo fa in maniera più evidente, dichiarando di voler combattere contro l’Occidente e sottometterlo ai capi e all’ideologia islamista.

È lecito pensare a una futura alleanza tra Isis e Iran o almeno a un accordo, oppure prevarranno la controversia religiosa e l’impossibilità della convivenza tra due universalismi islamici che hanno la loro base in Medio Oriente?

Il terrorismo ha consentito già molte alleanze ai danni dell’Occidente. Basti pensare che si dice che Osama Bin-Laden, sunnita e fondatore di Al-Qaeda, si è nascosto a Teheran per un periodo. Hamas, sunnita, si è appoggiata per molto tempo all’Iran e parte dei suoi capi vivevano a Damasco.

Gli esempi da poter fare sono molti… Ora l’elemento guerra è più forte tra sunniti e sciiti perché c’è il campo di battaglia siriano che spinge in questa direzione. Ma sì, è relativamente realistico pensare a possibili alleanze.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Restiamo un attimo in Medio Oriente. Nell’epigrafe del libro, ringraziando Bernard Lewis, lei afferma che occorrono coraggio e sapienza per comprenderlo. Perché?

È evidente nell’odio irragionevole che caratterizza una parte dell’opinione pubblica, anche occidentale, nei confronti di Israele. Molto spesso si cercano delle scappatoie, la mente rifugge dal vedere le cose come stanno veramente. Inoltre ci vuole molto anticonformismo e tanto buonsenso, come quello che ci ha insegnato il professor Lewis, per non indulgere in fantasie che vedono l’Occidente colpevole e responsabile di chissà cosa nei confronti del Medio Oriente. Ciò non fa che allontanarci dalla comprensione della realtà, la quale è comunque molto complessa e di ardua interpretazione.

Troppe ancora sono le immagini stereotipate. Pensiamo alla figura di Yasser Arafat, da molti visto come un eroe che si è battuto per la libertà del popolo palestinese quando in realtà non è che l’inventore del terrorismo internazionale.

Troppe le cose che in fondo si finge di non capire, come il fraintendimento della Rivoluzione Islamica Iraniana considerata una rivoluzione sociale dovuta alle terribili condizioni in cui era stato ridotto l’Iran. Nessuno era in grado di leggere i testi di Khomeini, in cui si spiegava chiaramente quale era il disegno perseguito, ovvero la creazione di uno Stato Islamico Integralista. Soltanto Bernard Lewis, che conosceva il persiano e che aveva letto quei testi, sapeva con precisione cosa stava accadendo.

Occorrono conoscenza, pazienza, capacità di discernimento, intento e buona volontà per sbrogliare la Storia dai nostri pregiudizi.

«Il Medio Oriente e l’Africa si prendono la loro vendetta per essere stati tanto incompresi». Si tratta solo d’incomprensione o è anche il frutto di politiche occidentali non proprio attente alle conseguenze?

Certamente ci sono state delle politiche occidentali di sfruttamento, di opportunismo legato al mercato petrolifero, di colonialismo… guai a dimenticarsene. Ma ciò di certo non legittima il terrorismo.

L’intento del mio libro è proprio dimostrare questo, cercare di spiegare i motivi di quanto accaduto a Parigi, attentati non legati al fatto che l’Occidente è o è stato colonialista, bensì motivati dall’intento imperialista che il terrorismo nutre a sua volta. E non sono animati né da ragioni sociali né da ragioni storiche, solo da una spinta ideologica. I terroristi sono mossi da una volontà religiosa di dominio.

In Israele accade la stessa cosa. Il terrorismo che c’è nello Stato non ha nulla a che vedere con lo scontro territoriale, altrimenti si sarebbe già giunti a un accordo. Una proposta che prevede due Stati per due popoli fatta decine di volte, a cui io personalmente sono favorevole. Ma gli estremisti hanno un’altra idea, ovvero che Israele deve appartenere solo alla umma musulmana e che gli ebrei se ne devono andare.

Cosa significa oggi per il Medio Oriente trovarsi in balia dell’Isis e della minaccia atomica dell’Iran? Si tratta davvero di un conflitto interno al mondo mediorientale, come ritengono alcuni, oppure l’intervento dell’Occidente è ineludibile e necessario?

L’Occidente non deve combattere solo per intervenire nello scontro tra sunniti e sciiti, ora più evidente che mai, ma deve farlo soprattutto per difendersi.

Siccome il disegno di entrambe le fazioni è imperialista e il mezzo che hanno deciso di impiegare è il terrorismo, è chiaro che noi o restiamo vittime del terrorismo oppure dobbiamo difenderci. Se ciò si tradurrà poi nello andare boots on the ground, come si dice “con gli stivali sul terreno”,o meno è solo una questione tattica non strategica. Una cosa è certa: c’è da combattere e da difendersi.

Si tratta di fare una guerra difensiva, di necessità, senza alcun carattere imperialista. Noi occidentali, siccome abbiamo avuto le terribili esperienze delle guerre mondiali, siamo molto restii a questo, giustamente. Rimane sempre un dubbio, un sospetto sulle intenzioni… la paura del riaffacciarsi delle guerre di conquista. Ma ora non si tratta di questo.

Il mondo è punteggiato, in maniera sempre più virulenta, da attentati terroristici che ormai coprono tutta la carta geografica e l’intenzione viene dichiarata continuamente dall’Isis. Da parte dell’Iran è meno esplicita ma tutti gli studi e tutta l’esperienza confermano la minaccia.

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Banche, pozzi petroliferi, finanziatori stranieri, acquisto di armi dall’Occidente, una casa di produzione (Al-Itisaam establishment for the Media Production), una casa cinematografica (Al-Hayat Media Center) e una società di comunicazione (Al-Furqan): più che un gruppo terroristico, l’Isis sembra una holding della guerra santa. Le sembra esagerata una tale lettura?

No, lei dice benissimo. Le cifre di cui l’Isis gode, per finanziare il proprio progetto, sono enormi. Centinaia di migliaia di dollari di budget. Questa è infatti una grande differenza rispetto ad altre organizzazioni, quali Hamas. L’Isis non dipende da donazioni, ha dato vita a un sistema di guadagno che va dalle rapine alle richieste di riscatto, al commercio di opere d’arte, occupa territori dove ci sono pozzi petroliferi importanti e vende petrolio.

In Iran, d’altra parte, proprio mentre noi parliamo cadono le sanzioni, daranno al Paese centinaia di migliaia di dollari e non abbiamo alcuna garanzia che tutto questo denaro non venga poi impiegato per progetti antagonisti innanzitutto a Stati Uniti e Israele, indicati come il grande e il piccolo Satana. Definizione mai smentita, anzi più volte ribadita da Khamenei sia durante che al termine dellaTrattativa 5+1.

Inoltre una Commissione apposita istituita dagli americani, di cui sono stati pubblicati i risultati pochi giorni fa, ci dimostra che tutte le condizioni dell’Accordo ancora non sono state poste in essere. L’Iran doveva mantenere solo 3000 centrifughe di vecchia costruzione e invece ha ancora centrali di ultima generazione che in breve possono produrre uranio arricchito necessario per una bomba, non ha ancora liquidato le sue riverse di uranio, non ha distrutto le fabbriche di plutonio arricchito… e l’elenco è ancora lungo, lo si trova facilmente anche nel mio libro.

Lei sostiene che dobbiamo guardare all’Isis «come all’affacciarsi su di noi di un’apocalisse in senso tecnico», con gli attentati che rispondono a una strategia ben precisa che lega insieme terrorismo e propaganda. Insomma, una guerra vera e propria?

Sì, la si può considerare una guerra non convenzionale vera e propria. C’è un uso spietato dei civili, l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa contemporanei, come i social network, sia per diffondere informazioni che per trovare adesioni.

Purtroppo funziona. Basti guardare ai giovani foreign fighter che scelgono di arruolarsi tra le loro fila, non per motivi sociali, molti di loro hanno studiato, hanno famiglie che li amano, hanno un lavoro… sono mobilitati, vittime di malattie ideologiche esattamente come noi occidentali lo siamo stati nel secolo scorso, pensiamo al Nazismo, al Comunismo…

Dobbiamo ammettere di trovarci di fronte a una malattia ideologica e affrontarla come tale, oltre che con le armi, altrimenti non riusciremo a vincere.

Un esempio molto importante è quello palestinese. Si parla sempre della loro volontà di creare un proprio Stato, se ciò fosse vero l’avrebbero fatto da tempo. Tante volte gli è stata offerta questa possibilità. Ciò che li spinge, come si vede anche durante l’ultimaIntifada definita dei coltelli, è un’incredibile macchina della propaganda. Consiglio di visionare il materiale che si trova sul sito Palestinian Media Watch per vedere tutto quello che viene trasmesso dai media palestinesi, altrimenti non si comprende questa macchina dell’odio che spinge tanti giovani ad accoltellare, a investire con le automobili…

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirenstein

Nel suo libro, c’è un’altra immagine che colpisce molto, quando paragona la paura del Vecchio Continente a quella «avvertita quando l’immortale Impero romano ha cominciato a sgretolarsi». Fino a che punto possiamo parlare di sgretolamento del Vecchio Continente?

Possiamo far cominciare lo sgretolamento del Vecchio Continente, ma in realtà di tutto l’Occidente, da quando l’Onu ha cambiato completamente la sua natura.

All’interno delle Organizzazioni Unite si sono formate delle maggioranze legate prima all’Unione Sovietica, quella dei Paesi denominati “non allineati” e dei Paesi arabi e musulmani in generale, che hanno completamente rovesciato l’idea originaria dell’Onu. Nata in seguito agli orrori della seconda guerra mondiale avrebbe dovuto combattere per la difesa della libertà, per la promozione dei deboli e delle donne, per l’uguaglianza dei cittadini e per la diffusione di tutte le idee, indipendentemente da chi appartenessero. È accaduto l’esatto contrario. Tutti i nostri valori sono stati minati da un’organizzazione internazionale che ha cominciato palesemente a combatterli.

Da presenza compatta e morale in difesa della libertà e della democrazia siamo diventati una comunità incerta e impaurita, con un fortissimo senso di colpa legato al continuo fraintendimento e stravolgimento delle proprie idee da parte avversa.

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