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Irma Loredana Galgano

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Possibilità e Necessità: “Il processo” di Franz Kafka

18 lunedì Set 2023

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FranzKafka, IlProcesso, IlSaggiatore, recensione, romanzo

Il 2024 sarà l’anno del centenario dalla morte di Franz Kafka, avvenuta a Kierling nel 1924. La sua nascita è avvenuta a Praga nel 1883. Ma è a un’altra città, ovvero Berlino, che è legata una vicenda la quale, plausibilmente, ha rappresentato la spinta propulsiva alla scrittura de Il processo. Un libro di cui egli sembrava essersi pentito e che non voleva pubblicare. Il romanzo infatti è stato pubblicato postumo. 

Nel luglio del 1914 Kafka si reca a Berlino per sciogliere il fidanzamento che lo lega a Felice Bauer. L’incontro avrà luogo in una camera d’albergo, alla presenza della sorella e di un’amica di lei. Nei suoi diari, l’autore lo paragona a un «tribunale». Poche settimane dopo, Kafka inizierà la scrittura del Der Proceß – Il Processo.

Una mattina Josef K. Viene dichiarato in arresto. Non ha fatto nulla, sa di non aver commesso alcun reato, eppure è proprio lui che cercano. Josef K. pensa subito a un malinteso, un disguido e così sceglierà di agire secondo ragione. Ma la ragione nei romanzi di Kafka serve a poco o nulla. La colpa di Josef K., qualunque essa sia, richiede un castigo, che si dispiega nella sua arbitrarietà non solo nella condanna finale, ma in tutto ciò che avviene in mezzo: deve lottare ogni giorno tra avvocati, interrogatori e udienze per raggiungere la libertà. 

E, paradossalmente, spesso sembra dover combattere anche contro se stesso, contro la sua mente, la sua stessa ragione su cui tanto ha fatto affidamento. 

Josef K. sembra non comprendere gli eventi ma, solamente, subirli. Con questo schema scelto da Kafka il lettore riesce a entrare nella storia come ne fosse parte attiva, o meglio “passiva”, proprio come il protagonista. E, insieme, sembrano scoprire cosa accade. Ma, ovviamente, non è così. Perché Josef K., inventato ad uopo da Kafka, di riflesso sa per certo cosa accade e cosa accadrà. Nel libro. Ma potrebbe Kafka essersi sentito nella stessa identica maniera del suo protagonista durante il suo di processo, quello svoltosi nel tribunale della camera di albergo. Tutto questo intricato intreccio non fa altro che catturare il lettore e stupirlo, meravigliarlo e lasciarlo gioire della grandezza artistica dell’autore. 

Come fosse tutta una percezione: il mondo in cui sta vivendo Josef K. è reale ma è anche una beffa. Un complicato intreccio di inganni ordito da menti superiori, nascoste, che controllano Josef K. e controllano il mondo che lui vorrebbe controllare con la ragione. 

Rileggendo oggi Il Processo il lettore nuovamente si stupisce di quanto Kafka sia riuscito a creare con le parole. Spesso la mente rimanda alle immagini di Matrix1, con le sue acrobazie fatte con la mente e al tentativo di dare una ragione a ciò che senso proprio non ne ha. 

L’angoscia di Josef K., pagina dopo pagina, assorbe anche il lettore il quale sembra venire risucchiato da questa surreale claustrofobia che sottende all’intera vicenda. E così pare anche a lui ormai impossibile una vita libera dalle circostanze esterne, dalle convenzioni sociali, dal potere dell’Altro su di noi. 

Una narrazione che riesce a far guardare al mondo con occhi diversi e, al contempo, “costringe” a indagare se stessi con la stessa crudele e dolorosa e necessaria precisione.

Kafka non è una lettura semplice. Non lo è per quasi nessuno dei suoi scritti. Eppure leggendolo ci si accorge ogni volta di quanto sia necessaria. Utile a comprendere il mondo, di allora come di oggi. Per comprendere anche se stessi. A tratti, leggere Kafka, potrà sembrare una lettura incomprensibile ma non è così. È il racconto della vita reale e complicata che porta la scrittura a essere o diventare complessa. Perché è proprio la vita, spesso, a essere incomprensibile, insopportabile, esattamente come le ingiustizie di cui Kafka racconta. Ingiustizie che neppure l’accettazione, voluta o subita, della Legge può giustificare. Per certo, nell’analisi di Kafka, non può giustificare l’esistenza del mito sacrificale, del tipo di quello cui è stato sottoposto Josef K.

Il nesso fondamentale che lega l’ingiustizia al diritto è quello della Necessità: la Necessità è il grande altare su cui viene sacrificato il Possibile, là viene spaccato il cuore del Possibile escluso nascondendo il sangue scorso nella spazzatura del pensiero. E, quando Josef K. rifiuta di lasciarsi sacrificare con la sponte sua, si rifiuta di dare ragione alla «necessità», accade qualcosa di inspiegabile: nel momento in cui Josef K. riconosce la possibilità che può spezzare la necessità, e la riconosce nel suo prossimo apparso fragile e indifeso nel gesto della muta offerta d’aiuto delle braccia levate, proprio in quel momento un guardiano gli affonda il coltello nel cuore e Il processo si chiude.2

È triste, certo. Ma non è pessimismo. Piuttosto una visione della vita e della realtà oltre le immagini simboliche e stereotipate. In poche parole: è Kafka. 


Il libro

Franz Kafka, Il processo, Il Saggiatore, Milano, 2023. Traduzione di Valentina Tortelli.


1Film di Fantascienza diretto da Lana e Lilly Wachowski, anno 1999.

2Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove, Giunti Editore, Firenze, 2016.



Articolo pubblicato su OublietteMagazine


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Delitto sull’isola di ghiaccio” di Eeva Louko

13 mercoledì Set 2023

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Delittosullisoladighiaccio, EevaLouko, NewtonCompton, recensione, romanzo

Cosa può mai accadere di brutto sull’isola della felicità? Perché è in questo modo che tutti conoscono la piccola isola di Lauttasaaari, a pochi chilometri dal centro di Helsinki. Un’isola, una città e una nazione – la Finlandia – pressoché perfette sotto molti aspetti. Eppure Eeva Louko immagina una storia nella quale i tormenti della giovane protagonista la spingono a fuggire da quei posti, lontano, per ricominciare una nuova vita. Vi farà ritorno, Ronja, perché l’isola della felicità le ha portato via il padre, uccidendolo. Beh non proprio l’isola ma quello che vi accade e rimane nascosto.

Indagando a fondo su quanto accaduto, nel tentativo di far luce sugli eventi che hanno portato alla morte del padre, Ronja scopre un mondo sommerso, un uomo completamente diverso da quello che sapeva o immaginava essere suo padre, e tanti segreti e bugie in una piccola e isolata comunità. Ed è proprio su questo grande isolamento che il lettore viene invogliato, più volte, a riflettere. Sulla vita delle persone che vivono queste piccole realtà lontane dal resto del mondo, isolate per lunghi periodi, costrette, in un certo qual modo, a vivere insieme e condividere tutto. Anche i segreti. Che diventano di tutti per restare di nessuno. 

Si è trattato di vendetta, regolamento di conti o di un brutale omicidio a sangue freddo? Ronja indaga sempre con maggiore foga nella speranza che, svelando il mistero, scopra anche chi fosse stato in realtà suo padre. E, soprattutto, che legame o ruolo avesse avuto nella scomparsa di due bambini dalla spiaggia di Kasinonranta nel 1975. 

Perché la madre di quei bambini vuole far del male a lei? Che rapporti aveva con suo padre?

Domande che diventano veri e propri tormenti per la protagonista del libro costretta anche a fare i conti con un passato che credeva dimenticato, che pensava di aver superato con la sua nuova vita a Londra. 

Indagando sull’omicidio di suo padre, Ronja si ritrova più volte a indagare se stessa, realizzando di non essere mai stata la figlia perfetta che sempre aveva creduto essere e così, non senza tribolazioni, la ricerca della verità diventa anche una forma di redenzione personale. Di riscatto dai propri sensi di colpa. 

Delitto sull’isola di ghiaccio è il romanzo d’esordio di Eeva Louko ma, per certo, ella dimostra di conoscere a fondo il mondo della comunicazione e del “male”. La storia è costruita e narrata in ogni dettaglio con una capacità di scrittura che rendono notevole la lettura di questo libro. Una concatenazione di eventi nella quale ogni singolo momento trova la sua casella a formare il mosaico perfetto regalando al lettore suspence e intrattenimento. Un viaggio nella fantasia degli eventi ma sempre con i piedi ancorati al territorio di cui sembra quasi poter godere di odori e sapori. Svelando i misteri della storia che si è inventata l’autrice regala al lettore anche spaccati di vita reali dei luoghi narrati.


Il libro

Eeva Louko,  Delitto sull’isola di ghiaccio, Newton Compton Editori, Roma, 2023. Traduzione di Paola Brigaglia.

L’autrice

Eeva Louko: reporter esperta di comunicazione, specializzata nelle storie crime e horror.


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Monica Lanfranco, Mio figlio è femminista

25 venerdì Ago 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Miofiglioèfemminista, MonicaLanfranco, recensione, saggio, VandAEdizioni

Partendo dalla vita quotidiana, senza falsi pudori e con sguardo partecipante, il libro di Monica Lanfranco offre, come evidenzia Tiziana Valpiana nella prefazione, esempi di relazioni significative ed equilibrate, calde e coraggiose, non violente, non solo con i figli maschi generati ma con i tanti incontrati dall’autrice nel campo dell’educazione e della formazione.

Un percorso di consapevolezza che valorizza le differenze e le diversità, offre immagini inconsuete di uomini nello spazio della cura, affinché anche il bambino o il ragazzo si riappropri di desideri, sogni, paure e fragilità. Perché scopra che la differenza tra maschile e femminile è ricchezza, esplorazione, ampliamento, non subalternità dell’una e/o potere dell’altro.

Oggi tendiamo a dire alle nostre figlie che possono essere tutto ciò che vogliono: un’astronauta e una madre, un maschiaccio e una ragazza molto femminile. Ma non facciamo lo stesso con i figli maschi. Alleviamo le ragazze a combattere gli stereotipi e a perseguire i loro sogni, ma non facciamo lo stesso con i ragazzi.1 Perché? 

Una madre femminista, indica Lanfranco, offrendo al figlio maschio più ampie possibilità di scelta, dà origine a uomini disubbidienti alle logiche della maschilità, traditori degli stereotipi.

Il sentire condiviso è ancora massicciamente percorso da cultura e luoghi comuni che sono fortemente scoraggianti nei confronti dei ragazzi che manifestano interessi considerati femminili. 

Se l’obiettivo è contribuire a visioni della differenza sessuale più creative e solidali e creare una società equa, in cui sin dall’infanzia bambine e bambini possano costruire il loro futuro al di fuori degli schemi patriarcali, bisogna dare anche ai ragazzi più scelte. Questo perché, ribadisce più volte Lanfranco, i ruoli delle donne non possono espandersi se non lo fanno anche quelli degli uomini. 

Si chiede l’autrice cosa accadrebbe se i ragazzi fossero educati a percepire come perfettamente normale e naturale il fatto che ogni uomo debba, a tutti gli effetti, occuparsi delle faccende domestiche, visto che si tratta di prendersi cura dello spazio comune della famiglia?

Ben il 46.6 per cento delle donne giudica positivamente il modello tradizionale di famiglia in cui l’uomo lavora e la donna si occupa della casa.2

Per riuscire a trasmettere una cultura di condivisione tra i sessi della gestione domestica, è necessario quindi che le donne lavorino prima su sé stesse come donne e come madri. 

Il libro di Monica Lanfranco fa parte di un percorso che la stessa sta seguendo da anni, fatto di educazione, di formazione, di conoscenza e divulgazione sui temi della parità di genere, sulla violenza e sulla sessualità. L’autrice si dichiara femminista e non perde occasione per rimarcarlo. Sicuramente è nato tutto da lì ma il suo lavoro va anche oltre. Questo come gli altri suoi libri, sono un’apertura al dialogo, al confronto, alla condivisione e alla collaborazione. L’unico modo, tra l’altro, per sconfiggere luoghi comuni e stereotipi. 

Lanfranco riporta innumerevoli esempi di vita vissuta, di quotidianità. Infatti è proprio da questo che nasce e cresce la sua esperienza ed è a questo che bisogna tornare. Perché, per sconfiggere gli stereotipi, è su ogni piccolo gesto o parola che bisogna lavorare. Non servono grandi teorie o teorizzazioni, slogan a effetto che poi sortiscono solo l’effetto di diventare battute sarcastiche o vengono trasformati in volgarità di un mondo che si ostina a non voler cambiare, a non farlo mai fino in fondo. 


Il libro

Monica Lanfranco, Mio figlio è femminista. Crescere uomini disertori del patriarcato, VandA. Edizioni, Milano, 2023

L’autrice

Monica Lanfranco: giornalista, scrittrice e formatrice, conduce corsi sulla comunicazione e il linguaggio non sessista, la risoluzione non violenta dei conflitti nel lavoro e nelle dinamiche collettive. Dal 1994 dirige il trimestrale femminista Marea e nel 2008 ha fondato Altradimora, luogo di seminari e incontri femministi.


1C.C. Miller, How to Raise a Feminist Son, New York Times, giugno 2017.

2Istat: Rapporto Annuale 2023. La situazione del Paese.



Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’autrice per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Sogni e solitudine: “Le notti bianche” di Dostoevskij

17 giovedì Ago 2023

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FedorMichajlocicDostoevskij, Garzanti, Lenottibianche, recensione, romanzo

Una grande città vuota. Così si presenta agli occhi del protagonista una Pietroburgo lasciata sola dalla gran parte dei suoi abitanti, andati via per le vacanze. E così un profondo senso di solitudine assale il protagonista che è anche la voce narrante di un racconto struggente, per l’intensità e il carico di emozioni, sentimenti e speranze. Vissuti o immaginati.

Pensieri cupi e tristi invadono la mente del protagonista, ormai buia come tutto intorno a lui. Eppure è sufficiente un inaspettato incontro con una giovane donna affinché il suo cuore rinvigorisca.

La solitudine è dolore, mancanza di stimoli, di gratificazione e di ricompensa. È una condizione emotiva che va a incidere anche sul corpo nonché, naturalmente, sulla socialità. Tuttavia la solitudine non è essere soli bensì sentirsi tale. 

Come si fa a sconfiggere la malinconia? Essere melanconici equivale a essere folli? Bisogna guarire il corpo o la mente? O entrambi?

Una via da seguire può essere quella di curare gli altri per curare se stessi.1

Dostoevskij sceglie di dare al protagonista de Le notti bianche l’illusione che la sua ancora di salvezza sia questa giovane donna, sofferente e misteriosa. Aiutando lei spera di salvare anche se stesso. E di trovare l’amore.

Il mondo raccontato dall’autore è diverso da quello odierno, la sua stessa vita lo è stata. Cresciuto in una famiglia numerosa con un padre rigido, in un ambiente difficile e in una realtà complessa, non poteva non volgere la sua attenzione alle complicanze dell’esistenza umana, alle turbolenze esistenziali. E la sua analisi raggiunge talmente le profondità dell’animo umano che nulla potrà mai toglierlo dall’Olimpo degli scrittori. 

Un grande sognatore, il protagonista del racconto, intento nelle sue interminabili passeggiate per le vie della città, privo di una vera vita sociale, realizza, dall’incontro con la ragazza, di aver così ottenuto un autentico momento di vita da ricordare. Ma anche di essere diventato, nel tempo, strano agli occhi degli altri, diverso, assente e di essersene reso conto solo dopo l’impatto con questa ragazza, ovvero lo scontro con la vita reale.

La narrazione è fatta di lunghe attese, momenti fugaci che restano impressi nella mente e che diventano ricordi indelebili a cui cuore e mente si aggrappano per sopravvivere a delusioni e dolori. Racconto di un mondo, in questo, completamente diverso da quello di oggi nel quale, invece, tutto ciò che sembra avere importanza è il qui e adesso. L’istante, la velocità e il cambiamento sembrano essere gli unici valori esistenziali rimasti.

Questo è stato definito «il secolo della solitudine» ma è un sentimento diverso rispetto al passato, abbraccia e viene abbracciata da altri e differenti aspetti della società che ha originato una sorta di economia della solitudine, nata per sostenere e sfruttare chi si sente solo. Un ulteriore tema collegato con il diffuso senso di solitudine attuale è il progressivo isolamento dal mondo reale per rifugiarsi nella realtà virtuale della Rete e dei social. Le vite condivise online sono un’accurata serie di momenti felici e ideali, feste e celebrazioni, spiagge di sabbia bianca e foto di piatti da acquolina in bocca. Il problema però è che queste versioni ritoccate e filtrate di noi stessi sono troppo spesso estremamente lontane dalla vita reale.2

Esattamente come accade al protagonista del racconto di Dostoevskij, il quale si rifugia in un mondo tutto suo, fatto di passeggiate e pensieri, di idee e sentimenti non reali, non condivisi non concludenti. 

A volte sembra quasi che la Rete e social siano diventati il luogo immaginario – virtuale – nel quale si riversano tutte quelle fantasie che prima, come ai tempi dell’autore, albergavano solo nella mente della persona che li generava. 

Il libro

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Le notti bianche, Garzanti, 2014.

Introduzione di Fausto Malcovati.

Traduzione di Luigi Vittorio Nadai.

Titolo originale dell’opera: ВЕЛЫЕ НОЧИ 


1R. Burton, Anatomia della malinconia, Giunti Editore S.p.A. / Bompiani, Firenze/Milano, 2020.

2N. Herts, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, Il Saggiatore, Milano, 2021.


Articolo pubblicato su OublietteMagazine


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Garzanti Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Trappola mentale” di Maria Teresa Casella

21 venerdì Lug 2023

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MariaTeresaCasella, recensione, romanzo, thriller, Trappolamentale

Se il dolore che una persona prova è già insopportabile, quale sarà allora il limite verso cui si spingerà per superarlo e dimenticarlo? La protagonista del romanzo di Maria Teresa Casella soffre di emicrania al punto da cercare emozioni sempre più violente che le facciano dimenticare il dolore. Una strada molto pericolosa che la porta a condurre una vita oltre ogni limite. Nel tentativo di liberarsi dalle trame di un dolore fortissimo finisce vittima di una rete di sofferenza ancora più forte. 

Un personaggio davvero potente quello creato da Casella in Trappola mentale che spinge molto anche sull’intera vicenda. Non è la prima volta che Casella studia dei personaggi indagando il loro lato mentale. Devianze, malattie, perversioni, emozioni, sensazioni… sono certamente aspetti dell’esistenza che l’autrice riesce a indagare e narrare egregiamente, riuscendo a inventare storie che colpiscono il lettore, attraendolo al punto da voler leggere il libro quasi d’un fiato. 

Trappola mentale è un thriller in cui l’aspetto psicologico, mentale è centrale. Coinvolgente al punto che il lettore di continuo cerca di interpretare il pensiero della protagonista per venire a capo della vicenda, anche laddove appare evidente si tratta di un labirinto talmente ben studiato che è praticamente impossibile. Riesce molto bene Casella a giocare tra reale e immaginario, sfruttando al massimo il potenziale offerto dalla trappola mentale della protagonista, di cui sembrano diventare tutti vittime, lettore compreso.

Trattandosi di un thriller la storia sembra ruotare intorno all’indagine per omicidio, che vede coinvolta anche la protagonista, eppure fin da subito si comprende come il tutto in realtà sia stato pensato per essere una vera e propria corsa contro il tempo.

Il tempo è uno dei più affascinanti e sfuggenti aspetti dell’esperienza umana, talmente ubiquitario e pervasivo da essere talvolta dato per scontato. In effetti, ogni atto è temporale nella misura in cui presuppone un cambiamento o un’aspettativa di cambiamento.1

È proprio la ricerca di un cambiamento a spingere Giorgia verso le violente emozioni le quali dovranno poi diventare la sua via di fuga dal dolore dell’emicrania. 

Il libro è ben strutturato, la trama ben congegnata e i personaggi ben caratterizzati. Tutto questo però non meraviglia il lettore che già conosce i libri di Maria Teresa Casella. La meraviglia arriva allorquando si entra in contatto con Giorgia, la protagonista. Quando Casella apre la sua mente al lettore. Quando si indaga nel profondo l’essere e il malessere di una persona malata, che soffre per una patologia mentale, invalidante al pari di qualsiasi altra patologia ma meno visibile e, forse anche per questo, meno comprensibile. Pulsioni e ossessioni sono già state oggetto di indagine da parte dell’autrice che, anche questa volta, di certo non delude il lettore. Perché per Giorgia la ricerca di emozioni forti diventa ben presto una vera e propria ossessione.

La lettura di Trappola mentale spinge il lettore anche verso approfondite riflessioni inerenti il mondo visto attraverso la griglia di una malattia, trama di una vera e propria trappola, iconograficamente rappresentabile come una fitta ragnatela, solo in apparenza innocua e fragile. 

Trappola mentale di Maria Teresa Casella è assolutamente una lettura consigliata.


1A. Nicolosi, Il tempo come esperienza simbolica di apertura, Quaderni di Cultura Junghiana, numero 2, 2021: https://quadernidiculturajunghiana.it/il-tempo-come-esperienza-simbolica-di-apertura/


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’attualità di “Bel-Ami”: l’ascensore sociale come scopo di vita per migliorare se stessi o per arricchirsi?

20 giovedì Lug 2023

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BelAmi, Garzanti, GuyDeMaupassant, recensione, romanzo

Nella Parigi della Belle Époque, Georges Duroy detto Bel-Ami sogna l’ascesa sociale. Disposto a tutto pur di abbandonare la sua mansarda affacciata sulla ferrovia ed entrare trionfalmente nei salotti della buona società, sfrutta senza ritegno il suo charme e moltiplica le proprie conquiste, facendo così carriera nel giornale in cui lavora e meritandosi la fama di colto viveur. Seduttore senza scrupoli, Georges sa anteporre a ogni valore la propria ambizione, sfrenata e insaziabile, e costruire su di essa una fortuna che sembra non conoscere ombre. 

Capolavoro assoluto di Maupassant, Bel-Ami – scritto nel 1885 – offre al lettore moderno un ritratto della società parigina del XIX secolo, in cui si mescolano giornalismo, politica e gli spiriti animali del nascente capitalismo.

Innumerevoli sono gli spunti di riflessione che il lettore può trarre dalla lettura del libro di Maupassant, sulla società parigina dell’epoca certo, ma anche su quella attuale, in cui tutti gli embrionali spiriti animali di allora non sembrano aver fatto altro che crescere in maniera esponenziale. 

Prima di approdare a Parigi, Bel-Ami aveva trascorso un periodo in Africa, come soldato nella campagna d’Algeria, mosso da non proprio nobili intenti, comportandosi più da predone che da gentiluomo. Filosofia di vita che addirittura inasprì una volta giunto in Francia. 

Lo stile narrativo, i personaggi come anche le ambientazioni sono pregne dell’aria dell’epoca. Nulla sembra aver fatto Maupassant per edulcorare l’amara realtà, anche laddove si lascia andare a una finzione ricercata. Lungo tutto il libro si percepisce una sorta di pessimismo, che rimanda a tratti all’esistenzialismo dei vinti di Giovanni Verga. 

Non c’è alcuna speranza nel mondo raccontato da Maupassant e neanche l’arte sembra riuscire a salvare questa umanità dalla barbarie sopraffina certo ma, al tempo stesso, brutale e insensata. 

Una solitudine diffusa sembra accompagnare gli uomini e l’umanità intera. Anche quando le persone si riuniscono e si uniscono. 

Una solitudine che ci conduce proprio al giorno d’oggi perché di certo non è un sentimento che nasce in questo secolo ma è in questo periodo storico che abbraccia e viene abbracciata da altri e differenti aspetti della società, originando una vera e propria “economia della solitudine”. Un male sottile che si è insinuato dentro di noi e ha permeato ogni aspetto della nostra società. É la solitudine strutturale del sistema capitalistico, che ci spinge a pensare solo a noi stessi e a vedere gli altri come concorrenti o nemici.1

Bel-Ami non è soltanto una tranche de vie sull’ambiente del giornalismo parigino, nella tradizione balzachiana e zoliana, è soprattutto una storia di spietato disincanto sulla chiusura di ogni speranza umana nella Francia degli affari, dei banchieri e degli speculatori. Il rapido successo del romanzo è la conferma di un sistema corrotto che consente tutto agli avventurieri spregiudicati, calpestando sentimenti e nobili aspirazioni, inclinazioni all’eroismo romantico. 

E anche in questo, purtroppo, il tempo non ha fatto altro che dare modo al genere umano di aggravare le sue posizioni.

Le banche, soprattutto quelle grandi, investono molto tempo nel tentativo di apparire quanto più sicure e organizzate possibile ma in realtà molti bancari non hanno competenze richieste in altri settori economici. Grandi o piccole che siano, in genere sono organizzate in compartimenti stagni e sono fortemente scoraggiati i confronti tra vari settori che non siano quelli verticali e istituzionali. Tutti parlano di un sistema basato sulla meritocrazia, ma in realtà intendono la capacità di far fare soldi e di farli a loro volta.2

La parola d’ordine sembra essere, oggi come ieri, arricchitevi!

Nel libro di Maupassant puntuali sono i riferimenti ai traffici coloniali e alla situazione politica francese, all’affarismo dei politici, al giornalismo asservito agli interessi finanziari. Argomenti tutti che spingono il lettore a una corposa serie di riflessioni sulla contemporaneità degli scritti dell’autore, sui nodi e sui problemi ancora irrisolti, in alcuni casi peggiorati in altri, per fortuna, migliorati. Sulla società francese dell’epoca e su quella attuale. E la possibilità concreta di estendere tali riflessioni alla società italiana.

 

Il libro

Guy De Maupassant, Bel-Ami, Garzanti – Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, Milano, 2017. Traduzione dal francese di Lanfranco Binni.


1Noreena Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, Il Saggiatore, Milano, 2021.

2Joris Luyendijk, Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri, Einaudi, Torino, 2016.


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2023, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Liao Yiwu, Wuhan. Il romanzo documentario

18 martedì Lug 2023

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GuerinieAssociati, LiaoYiwu, recensione, saggio, Wuhan

Il vero virus è il Covid-19 o la dittatura cinese? È questa la domanda principale che Liao Yiwu pone al lettore. 

Se il regime non avesse zittito il medico ( Li Wenliang) che scoprì il coronavirus e cercò di raccontare al mondo la verità e i giornalisti (Zhang Zhan, Chen Quishi, Li Zehva) che provarono a denunciare che cosa stava accadendo a Wuhan, forse il mondo non avrebbe mai avuto a che fare con il Covid-19. Questa, invece, rappresenta la tesi che Liao Yiwu vuole dimostrare nel suo libro.

Liao Yiwu è considerato un «nemico del popolo» in Cina, colpevole di aver scritto un poema, e di averlo recitato in pubblico, per commemorare le vittime del massacro del 4 giugno 1989, allorquando il governo represse nel sangue le proteste di piazza Tian’ammen1. È stato arrestato, incarcerato per quattro anni e sottoposto a tortura perché, davanti ai giovani stritolati sotto i cingoli dei carri armati, al silenzio ha preferito la narrazione.

Proprio come allora, anche oggi Liao Yiwu ha scelto di non voltarsi dall’altra parte di fronte all’origine e alle conseguenze della pandemia di Covid-19, per la quale tutto il mondo ha sofferto, ma che in Cina è stata sfruttata dal regime per imporre la più importante, imponente, omnipervasiva e tecnologicamente avanzata forma di controllo su ogni aspetto della vita della popolazione. 

L’autore, attraverso la voce del protagonista, descrive la violenza con cui il governo cinese ha imposto il lockdown, trasformando tutto il paese «in una enorme prigione». Riunisce tutte le impensabili vicende di dolore, sofferenza e soprusi avvenute in Cina, che in qualche modo hanno superato la grande censura. Indaga l’origine del virus di Wuhan, sottolineando tutti gli elementi ambigui che riguardano il laboratorio P4 (laboratorio di microbiologia con un altissimo livello di sicurezza), elencando le diverse teorie scientifiche sul virus e raccontando della feroce repressione posta in essere dal governo ai danni delle poche voci libere che hanno cercato di informare il Paese.

Le misure di confinamento poste in essere in Italia e in Europa non hanno nulla a che vedere con il «modello cinese» applicato a Wuhan o Shanghai: 

  • Divieto assoluto di uscire di casa, per qualsiasi ragione.
  • Tamponi obbligatori ogni due o tre giorni.
  • Quarantene infinite.
  • Abitazioni sigillate e inchiodate dall’esterno.
  • Quartieri chiusi da recinzioni di ferro alte tre metri.
  • Trasferimento coatto dei positivi in strutture governative per settimane.
  • Droni dotati di altoparlante che si aggiravano tra i condominii per ammonire la popolazione.

E ancora: arresti, pestaggi e vessazioni per chi ha protestato tramite internet, per chi ha denunciato sui social la sorte di chi è morto di fame o per la mancanza di medicine, per i tanti suicidi motivati dalla disperazione.

Liao Yiwu sottolinea come in Cina qualsiasi voce dissidente o anche solo vagamente critica veniva immediatamente messa a tacere. Il coro della narrazione doveva assolutamente risuonare come un’unica voce.

Racconta anche di scene raccapriccianti, di morti, di malati che non hanno ricevuto le cure perché gli ospedali erano in sofferenza, sovraffollati e impossibilitati ad accogliere tutti i malati. Di persone decedute perché giunte o accompagnate in ospedale quando era ormai troppo tardi.

In Italia, contrariamente alla Cina, il coro di opinioni, pareri e consigli non è mai stato unanime. Piuttosto mutevole e, a volte, persino contraddittorio.

Ciò che invece ci avvicina al paese asiatico sono i tanti morti, le file lunghissime fuori dai pronto soccorso, le persone giunte in ospedale tardivamente. 

Il 22 febbraio 2021 la prima pagina del New York Times è ricoperta di puntini neri, cinquecentomila. Ogni puntino rappresenta un americano ucciso dal «virus di Wuhan».

Indipendentemente dal fatto che il virus sia uscito o meno dal laboratorio P4, i risultati sono stati in linea con le caratteristiche di una «guerra senza limiti». 

La definizione «virus di Wuhan», che l’autore ritiene essere la più corretta, non è un’accezione politica, piuttosto un’espressione che rispecchia la realtà fattuale: Wuhan è il luogo d’origine del potente virus che ha scatenato la pandemia da Covid-19. Analogamente a espressioni quali:

  • Incidente nucleare di Černobyl.
  • Disastro nucleare di Fukushima.
  • Virus Ebola (dal nome del fiume Ebola in Africa occidentale).

In un primo momento, le autorità locali hanno usato il termine «polmonite di Wuhan», in seguito severamente vietato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Il nome «Coronavirus Disease 2019», abbreviato in «Covid-19», adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è, per Liao Yiwu, frutto di un compromesso. Evita deliberatamente di fare menzione dell’origine del virus, proprio come accadde per l’epidemia di Sars in Cina del 2003. Conseguenza diretta è stato che la maggior parte dei cinesi ha dimenticato o sempre ignorato che il primo caso di Sars era stato scoperto a Foshan, nella provincia di Guanddong.

La Sars del 2003 è stata la prima epidemia, in questo secolo, ad avere un impatto reale sulla salute pubblica della Cina. Oltre 10.000 infezioni in patria e all’estero e 1459 morti.

A partire dal 2004, Shi Zhengli e il suo team hanno lavorato assiduamente per rintracciare la fonte del coronavirus Sars con il pieno supporto dell’Istituto di Virologia dell’Accademia Cinese delle Scienze scoprendo, tra l’altro, che un cluster di coronavirus del tipo Sars che circola nei pipistrelli mostrava il potenziale per un contagio nella specie umana.2

Anche i gatti hanno un virus Hiv, comunemente noto come Fiv, ma pur vivendo a stretto contatto con le persone, il Fiv non contagia le persone perché non ha il codice per farlo. 

Ecco allora il quesito fondamentale che si pone l’autore: quali sono le condizioni necessarie per mutare il coronavirus trasportato da un pipistrello nel Covid-19?

Due sono le possibilità:

  • Mutazione naturale.
  • Mutazione in laboratorio.

La prima non può riguardare il Covid-19 perché manca l’ospite intermedio che avrebbe consentito al virus di trovare gradualmente il codice genetico della mutazione umana. 

Per quanto riguarda la seconda ipotesi, Liao Yiwu ricorda che nel database di Shi Zhengli sono conservati almeno cinquanta tipi di coronavirus ma nessun database di coronavirus da pipistrello. 

Un virus con proteina S (spike) modificata si diffonde tra gli ospiti, e questi diventano animali Spf (liberi da agenti patogeni) selezionabili: topi, ratti e scimmie. 

Le comuni modalità di trasmissione del virus sono:

  • Trasmissione di droplet, come accade per esempio per il virus dell’influenza.
  • Trasmissione ematica, come l’Hiv.
  • Trasmissione da madre a figlio, come nel caso dell’epatite B.

Con i ricettori ACE2 nella proteina S del pipistrello modificati, il virus può essere trasmesso immediatamente all’uomo.3

Il laboratorio diretto da Shi Zhengli possiede i campioni di virus originale ospitato dai pipistrelli e un intero database di coronavirus e per certo, sottolinea Liao Yiwu, ha studiato il modo di trasformarlo nel Covid-19. Tuttavia, nonostante la sua straordinaria audacia, l’autore è convinto che mai Zhengli avrebbe lasciato che il virus si diffondesse nella società. Nessun operatore scientifico lo farebbe perché contrario ai principi su cui tutti hanno giurato. 

È convinto inoltre che la pandemia non sia frutto di una cospirazione cinese. Il progetto portato poi avanti solo da Shi Zhengli e dal suo team è stato inizialmente finanziato dagli Stati Uniti e un gruppo medico della Carolina del Nord ha collaborato con i virologi cinesi fino al 2014. 

Al 10 marzo 2023 i decessi totali per Covid-19 sono 6.881.955, dei quali oltre i milione solo negli Stati Uniti. In Italia sono 188.322 mentre in Cina 101.056.4

Il libro

Liao Yiwu, Wuhan. Il romanzo documentario, Leone Grotti (a cura di), Guerini e Associati, Milano, 2022.

Traduzione di Camilla Balsamo.

Titolo originale: When the Wuhan virus came.

L’autore

Liao Yiwu: scrittore, musicista e poeta. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e il suo è stato uno dei nomi emersi per la candidatura al Premio Nobel per la Letteratura 2021. È fuggito dalla Cina nel luglio 2011 e oggi vive a Berlino. 


1https://www.britannica.com/event/Tiananmen-Square-incident

2Nature Medicine, 9 novembre 2015 (corretto il 6 aprile 2016): https://www.nature.com/articles/nm.3985

3Nature Medicine: articolo citato.

4John Hopkins University & Medicine, Coronavirus Resource Center: https://coronavirus.jhu.edu/map.html


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Cultura occidentale vs cultura indigena: siamo tutti animali o tutti umani?

10 lunedì Lug 2023

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EduardoViveirosDeCastro, Losguardodelgiaguaro, Meltemi, recensione, saggio

“Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio” di Eduardo Viveiros De Castro

Se ogni cosa, nello stesso momento, può essere e non essere una persona, come poter stabilire i confini dell’antropologia?

Ecco l’importante quesito antropologico che accompagna le pagine del libro di Eduardo Viveiros De Castro, un libro nel quale egli affronta i nodi principali del proprio pensiero e che aiuta il lettore, anche laddove fosse a digiuno di nozioni e conoscenze antropologiche ed etnografiche, a “entrare” nel mondo da sempre etichettato indistintamente come indigeno.

Un universo che, invece, ha al suo interno una infinità di popoli, etnie, culture differenti e uniche. 

Aiuta a conoscere le loro usanze ma, soprattutto la loro spiritualità e, cosa ancor più importante, racconta nel dettaglio le evoluzioni compiute dagli studiosi i quali, partiti carichi di nozioni e aspettative ben precise, hanno poi dovuto fare i conti con la realtà dei vari luoghi e dei differenti popoli incontrati.

Al lettore sembra quasi che essi siano partiti con un film in bianco e nero proiettato dinanzi agli occhi e abbiano poi ben presto realizzato di trovarsi dinanzi a una tale varietà di colori da poterne restare quasi abbagliati. 

Gli europei, soprattutto all’inizio delle loro esplorazioni, si sono “scontrati” con situazioni, eventi, tradizioni, usanze, religioni apparse loro malvagie, incomprensibili, selvagge. 

Ciò che per una cultura è incomprensibile, per un’altra può rappresentare un pilastro fondamentale. Comprendere e rispettare la diversità è l’unica strada percorribile e lo si può fare solo con la conoscenza. 

Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista.

Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Invece della teoria evolutiva (lato sensu), la quale afferma che gli esseri umani sono degli umani che hanno guadagnato qualcosa, per gli amerindi, ad esempio, gli animali sono esseri umani che hanno perso qualcosa. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro copro, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima).

Noi occidentali invece pensiamo di indossare vestiti che nascondano una forma essenzialmente animale. Sappiamo che, quando siamo nudi, siamo tutti animali. Gli istinti, dietro gli strati di questa vernice che chiamiamo cultura, costituiscono il nostro sfondo animale, primate, mammifero.

Nascondere il proprio istinto animale e modificare la diversità. Questi sembrano essere stati obiettivi largamente condivisi da europei e occidentali in generale. Secondo una filosofia, largamente condivisa anche dalla legislazione brasiliana, in base alla quale tutti gli indigeni presenti erano “ancora” tali, nel senso che un giorno avrebbero smesso di esserlo, perché necessario. E bisogna ammettere, purtroppo, che tale modo di vedere è stato e in parte lo è ancora, ampiamente condiviso nelle varie parti del mondo riguardo le tante civiltà precolombiane. 

Attraverso una serie di dialoghi e interviste – che poi sono essenzialmente articoli accademici in un formato dialogico e in un linguaggio leggermente meno formale -, Lo sguardo del giaguaro mostra al lettore come, sostanzialmente, l’antropologia non ha tanto un oggetto di studio quanto un metodo, cioè soggettivare: più si è in grado di attribuire intenzionalità a un oggetto, più lo si conosce. 

Leggendo il libro di Eduardo Viveiros De Castro si è fortemente incoraggiati dalla visione che ne emerge riguardo l’antropologia e il diritto internazionale che possono rappresentare utili strumenti in favore dei popoli indigeni, non solo contro di essi. 

In Brasile, ad esempio, si è passati dalla figura individuale dell’indigeno alla figura collettiva della comunità indigena come soggetto di diritto. Con un peso quindi esponenzialmente accresciuto.

Il percorso certo è ancora lungo prima che si possa parlare se non proprio di parità almeno di equità. E il prospettivismo è anche un dispositivo che permette di mettere etnograficamente in discussione l’opinione comune secondo cui tutti i popoli credono di essere il centro del mondo. 

La nostra cultura pone l’Io come anteriore all’Altro e l’Altro come posizione derivata. Nel mondo indigeno accade molto spesso il contrario. 

Là dove noi vediamo l’umano come una cosa speciale, una sostanza che interviene nell’ordine della creazione, con una posizione privilegiata all’interno dell’universo, gli indigeni vedono l’umano come il punto di partenza. 

Invece del nostro pensiero che pensa quello indigeno si inizia a intravedere il pensiero indigeno che pensa il nostro, in una sorta di antropologia all’incontrario. Roy Wagner è stato il primo a pensarlo e il prospettivismo è un concreto modo per farlo.

Quasi superfluo sembra dire quanto importante sia il lavoro di Viveiros De Castro e dei tanti studiosi contributor diretti e indiretti del libro. Quanto grande sia la “prospettiva” che si apre al lettore grazie alle loro ricerche e riflessioni. Ed ecco che anche al lettore, al pari dei primi studiosi partiti avendo dinanzi agli occhi solo il bianco e il nero, si apre un universo di colori prima inimmaginabile oppure solo sperato. 

Il libro

Eduardo Viveiros De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi Editore, Milano, 2023.

Traduzione di Cecilia Tamplenizza.

Titolo originale: La mirada del jaguar. Introducción al perspectivismo amerindio.

L’autore

Eduardo Viveiros De Castro: antropologo brasiliano e etnologo americanista. Professore al Museu Nacional (l’Università Federale di Rio de Janeiro). È stato direttore di ricerca presso il CNRS in Francia e Simón Bolivar Professor of Latin American Studies presso l’Università di Cambridge. 


Articolo pubblicato su Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Miti e leggende dell’antica Grecia” di Rosa Agizza

06 giovedì Lug 2023

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MitieleggendedellanticaGrecia, NewtonCompton, recensione, RosaAgizza, saggio

I miti in generale ma quelli dell’antica Grecia in particolare rappresentano un mare vastissimo di trame, frutto di stratificazioni e aggiustamenti avvenuti nel corso dei secoli. Le vicende di eroi, maghe, mostri leggendari e dèi capricciosi sono archetipi che risuonano nel nostro immaginario anche quando non ce ne rendiamo conto. Perché, ricorda Agizza, i motivi che ricorrono nel mito ritornano nel nostro quotidiano ben più di quello che potremmo pensare. 

Nei millenni è avvenuto che un universo mitologico ascrivibile a un orizzonte culturale che andava dall’India all’Iran, al mondo medioasiatico, al mondo germanico e celtico antico, fino ai limiti dell’antica Grecia, dell’Italia e dell’Africa settentrionale, resta attuale e riconoscibile soltanto per i segnali mitologici greci e, evidentemente, per quelli latini e romani. 

È possibile individuare, allo stato attuale, livelli di rilettura diversa del medesimo strato mitologico originario: ellenistico, medievale, arabo, moderno e contemporaneo. In Miti e leggende dell’antica Grecia, Rosa Agizza ha tentato di ricostruire, con uno sforzo davvero notevole di aderenza ai testi originari, un mondo di autenticità mitologica che, nelle ipotesi avanzate, continua ad appartenere all’immaginario, anche linguistico, della nostra attuale cultura. 

Fin dalle prime pagine, anzi addirittura le prime righe, il lettore viene letteralmente catapultato in un mondo davvero mitologico. Riesce l’autrice a rappresentare temi con una struttura così notoriamente complessa, in modo non semplice ma interessante, avvincente e coinvolgente. Così in chi legge si sviluppa quella necessaria curiosità che lo spinge ad andare avanti nella lettura anche quando si imbatte, inevitabilmente per la tipologia di libro, in ostacoli rappresentati da tecnicismi o apparenti ripetizioni, che sarebbe meglio chiamare precisazioni, necessarie proprio perché funzionali allo scopo del testo. 

Ciò che senz’altro traspare fin dalla stessa introduzione è la grande passione dell’autrice la quale, unita alla notevole conoscenza della materia, rendono la lettura un’esperienza davvero interessante. Moltissime sono le informazioni che catturano l’attenzione del lettore, perché sembrano uno stravolgimento del sapere comune ma, ben presto, si realizza che sono le dovute precisazioni a un sapere mal interpretato o pluri-interpretato, adattato e modificato in base a pregiudizi o fraintendimenti. 

Paradossalmente si può anche scegliere di restare fedeli alla proprie conoscenze e di considerarle le corrette interpretazioni e trasmissioni della mitologia ma ciò egualmente non toglierebbe meriti al libro di Rosa Agizzi e alle sue ricerche, perché condotte con metodo e con correttezza professionale.

Il libro

Rosa Agizza, Miti e leggende dell’antica Grecia. La storia mitologica della cultura greca dagli dei dell’Olimpo agli eroi e ai mostri dei poemi omerici, Newton Compton Editori, Roma, 2023.

L’autrice

Rosa Agizza: laureata in lingue presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha condotto lavori sul campo in materia storico-tradizionale e collabora con riviste specializzate. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Newton Compton Editori per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Trasformare un ambiente magico in opera d’arte. “Napoli velata e sconosciuta” di Maurizio Ponticello (Newton Compton Editori, 2018)

Un viaggio nella Letteratura tra miti e leggende in “Morfisa o l’acqua che dorme” di Antonella Cilento (Mondadori, 2018)


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L’avvento dell’Umanesimo liberomuratorio: Storia della massoneria in Italia. Luci e ombre

29 giovedì Giu 2023

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AldoAMola, Bompiani, recensione, saggio, StoriadellamassoneriainItalia

La massoneria, specie in Italia, sovente viene dipinta come il Male assoluto e scriverne senza pregiudizio comporta di essere considerati complici o addirittura al soldo delle Tenebre.

È questa l’idea alla base delle considerazioni dell’autore riguardo il modo in cui viene considerata la massoneria in Italia e coloro che non la osteggiano. Così, nel tentativo di sfatare miti e pregiudizi, Aldo A. Mola scrive un corposo libro per raccontare la storia di questa istituzione che ha al suo attivo ormai tre secoli di attività. 

Il libro si rivela fin da subito molto interessante, utile per meglio comprendere la nascita, la diffusione e le varie ramificazioni della massoneria in generale e di quella in Italia in particolare. Tuttavia, se lo scopo dell’autore era «avvicinare» il lettore a detta istituzione si teme che un “semplice” libro non possa bastare. È vero che non è compito della storiografia entrare nel merito degli accadimenti, ma lo è anche il fatto che la differenza di trattamento ricevuta da questa istituzione nei vari paesi non può essere di per sé valido motivo per darle automaticamente lustro e valore. 

Ricorda più volte Mola come, fin dalla sua costituzione, la massoneria non abbia mai avuto problemi, per esempio, in Inghilterra. In Italia invece a cadenza quasi regolare si legge di sequestri di liste di nomi di adepti e di scandali vari legati a massoni o presunti tali. 

Si chiede l’autore quale possa essere il motivo per cui nelle Americhe, dal Canada all’Argentina, o in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia e via discorrendo, la massoneria non costituisce “problema”, mentre lo è in Italia, benché gli iniziati siano meno dello 0.5 per mille degli abitanti. 

Il libro è una grande e articolata ricostruzione storica che sembra volere scalfire il pregiudizio generale nei confronti della massoneria. È anche un resoconto dettagliato della storia della massoneria e dell’antimassoneria, ma senza descrivere le azioni e le iniziative, concentrandosi in prevalenza sugli atti costitutivi, le adesioni, la diffusione e la limitazione come conseguenze dirette della tolleranza o meno dei vari governi e stati. Con un’attenzione maggiore rivolta agli intenti degli ordini massonici, così come si trovano descritti negli atti costitutivi o nei resoconti dei congressi della stessa istituzione. 

L’immagine certamente evocativa di tutti questi iniziati che si riuniscono per parlare del bene del mondo è certamente suggestiva, ma non al punto da fugare i dubbi su quale siano in realtà gli scopi di queste associazioni. Di sicuro è bello e rassicurante pensarle come i bucolici del Parnaso ma verosimilmente poco credibile. Opinione non necessariamente viziata dal pregiudizio, mossa piuttosto dalla curiosità. 

Qual è lo scopo ultimo della massoneria? È questo, forse, l’interrogativo che in tanti si pongono. Il libro di Mola non risponde a questa domanda. Lo scopo del libro non è quello. L’autore vuole solo raccontare tutta la storia della massoneria in Italia, un’istituzione che non essendo illegale egli ritiene possa legittimamente esercitare la sua attività. E lo fa, ovviamente, molto bene. 

Il libro

Aldo A. Mola, Storia della massoneria in Italia. Dal 1717 al 2018. Tre secoli di un ordine iniziatico, Bompiani – Giunti Editore, Firenze – Milano, 2018.

L’autore

Aldo A. Mola: storico e saggista. Contitolare della cattedra Théodore Verhaegen dell’Università Libera di Bruxelles, nel 1980 è stato insignito della Medaglia d’oro di benemerito della cultura. 

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