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Irma Loredana Galgano

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Recensione a “Il tesoriere” di Gianluca Calvosa (Mondadori, 2021)

28 martedì Set 2021

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GianlucaCalvosa, Iltesoriere, Mondadori, recensione, romanzo

Si sente spesso la frase “chi non c’era non potrà mai capire”. E, in affetti, spiegare a qualcuno un’intera epoca non è certamente cosa facile. Gli anni Settanta, figli diretti del ’68 e di quella rivoluzione civile che ha abbracciato, travolto e stravolto l’Italia e il mondo intero, almeno quello occidentale in maniera diretta e la resta parte in modo indiretto o consequenziale. Un periodo storico in cui innumerevoli sono stati i cambiamenti, le trasformazioni che hanno traghettatola società direttamente all’oggi. 

Ma gli anni Settanta non sono stati “solo questo”. Si è assistito a una mutazione che, se fosse riferita al campo della biologica, verrebbe indicata come genetica. Per due motivi: da un lato ha interessato il nucleo centrale e profondo della società, dall’altro ne ha modificato i codici di comportamento e azione.

Gianluca Calvosa, scrivendo Il tesoriere, sembra aver voluto in primis parlare di questo determinato periodo storico, dei suoi meccanismi, dei suoi misteri e, solo in seconda linea, raccontare la storia del suo romanzo. Una storia nella quale vivono e rivivono democristiani, comunisti, esponenti della Cia, del Kgb, dei servizi italiani, di quelli deviati, brigatisti e prelati del Vaticano. Una vicenda di spionaggio e intrighi internazionali che vede al suo centro, e fungere da baricentro, l’Italia, Roma. Una città che nasconde, dietro il volto spensierato della Dolce Vita, la sua vera natura. 

Il protagonista del romanzo di Calvosa si chiama Andrea Ferrante. Un funzionario politico impiegato in un anonimo ufficio milanese, dove ha svolto per quattordici anni un altrettanto ordinario ruolo professionale. Un uomo stanco e demotivato, convinto di aver fallito ormai nella ricerca e nel raggiungimento dei propri traguardi, delle proprie aspirazioni. Un personaggio che si sente vinto dalla vita che ormai sembra volerlo per forza condannare all’infelicità. Agenerare irrequietezza in Ferrante è l’ambizione cosicché, non appena gli si presenta uno spiraglio, si scaglia pronto ad afferrare la gloria luminosa del successo, ignaro del fatto che ciò che gli rimarrà sarà effimero proprio come il desiderio di voler catturare un fascio di luce, un bagliore che lo ha accecato e travolto, come ha fatto l’ambizione prima e faranno gli eventi poi.

Andrea Ferrante vive come la realizzazione di un sogno l’essere convocato a Roma per un incarico di tutto rispetto all’interno di quel partito in cui tanto ha voluto credere. La nomina a tesoriere lo lascia basito. Ma sarà la notizia della morte violenta del suo predecessore a sconvolgerlo ancor di più. Inizia così ben presto lo squilibrio emotivo e psichico del protagonista che genererà poi un vero e proprio tormento. 

L’indagine per arrestare il flusso di denaro proveniente da Mosca trascinerà Ferrante all’interno di un mondo dai più ignorato, spesso definito “parallelo” perché coesiste al fianco di quello a tutti noto ma di cui non si conoscono regole e protagonisti. Un mondo animato da spie, agenti dei servizi, personaggi loschi, oscuri e personalità borderline, che vivono la loro vita in entrambe le realtà. 

Non cede però l’autore al fascino di creare una spy story che richiama gli aspetti romanzati e scenografici cui spesso letteratura e cinema hanno abituato il pubblico. Un grande pregio di questo libro è racchiuso proprio nel fatto di non aver spettacolarizzato il mondo parallelo, ma di averlo “semplicemente” raccontato al lettore. 

La storia che vede coinvolti i personaggi del libro di Calvosa si snoda nei meandri di un mondo più che realistico, reale. 

È vero che Il tesoriere è un romanzo di fantasia, non lo si può certo ignorare questo, tuttavia anche la migliore letteratura del Novecento si compone di romanzi di fantasia i quali, però, raccontano l’Italia che era e le persone che la abitavano. 

Il tesoriere di Gianluca Calvosa è un gran bel romanzo novecentesco, scritto nel XXI secolo. 


Il libro

Gianluca Calvosa, Il tesoriere, Mondadori, Milano, 2021, pagg. 396, €19.00

L’autore

Gianluca Calvosa: dopo essersi laureato in ingegneria ha svolto una intensa attività manageriale. Ha fondato OpenEconomics e Standard Football. Già direttore de Il Riformista, New Politics e Quaderni Radicali, ha contribuito alla fondazione del magazine Formiche, di cui è tuttora presidente. 


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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“Il tempo tessuto di Dio” di Margherita Pascucci (Il Ramo e la Foglia Edizioni, 2021)

03 venerdì Set 2021

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IlRamoelaFogliaEdizioni, IltempotessutodiDio, MargheritaPascucci, recensione

Perché si scrive un libro? Qual è il fine ultimo della scrittura?

Interrogativi che ricorrono spesso e che, per certo, non hanno una risposta facile né univoca. Per Margherita Pascucci la scrittura diventa un’etica e apre spazi nuovi del pensare e del sentire. Un sentire rivolto al mondo esterno ma anche e soprattutto all’interiorità. Un sentire, nel caso dell’autrice, che nasce dalla lettura delle opere di Dacia Maraini, dalle riflessioni seguenti la lettura, dall’immaginazione che si intreccia con il suo filosofare sui principali temi trattati in dette opere.

Ne è nato un libro che va ben compreso per essere apprezzato. Un libro composto in gran parte da una sorta di dialogo mai realmente avvenuto. Tra l’autrice e Maraini, o meglio tra il pensiero dell’autrice e i temi trattati da Maraini nelle sue opere. Un dialogo che, alla fin fine, è un discorrere di Pascucci con se stessa, con la parte di sé che elabora i temi letti nei libri di Maraini. Un libro complesso, come solo un pensiero filosofico può esserlo, ma mai complicato. Caratterizzato da quella semplicità che solo il vero pensiero filosofico può dare. 

La presenza di Dacia Maraini in questo scritto è imponente, anche se mai ella è direttamente intervenuta in questo dialogo. Un dialogo mai interrotto di Pascucci con il suo inconscio e la sua immaginazione. 

È forse anche questo uno dei possibili scopi della scrittura: lasciare che i propri pensieri siano liberi di essere “catturati” dal lettore e che questi li trasformi in un dialogo immaginario con se stesso, un dialogo che porti, attraverso una profonda riflessione, all’analisi dei temi fondanti e alla ricerca sul senso degli stessi. 

Numerosi sono i temi trattati da Pascucci, i medesimi che lei stessa ha ritrovato come lettrice di Maraini: conoscenza, dolore, desiderio, rifiuto, ne sono alcuni. Temi pieni di significato e di simboli. Temi che avvicinano e accomunano filosofia e letteratura. Temi che anelano, al contempo, al reale e all’immaginario. Perché è proprio l’immaginazione il valore che deve essere “liberato” per fare in modo che il cammino della conoscenza continui e sia libero di farlo. 

Il libro

Margherita Pascucci, Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini in vari atti, Il Ramo e la Foglia Edizioni, Roma, 2021, p. 180, €15.00.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de Il Ramo e la Foglia Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Recensione a “Media digitali e Relazioni internazionali” (Guerini Scientifica, 2021)

29 domenica Ago 2021

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AlessandraMassa, geopolitica, GiuseppeAnzera, GuerinieAssociati, GueriniScientifica, MediadigitalieRelazioniinternazionali, recensione, saggio

La ricerca negli ultimi anni ha guardato a quanto accade quando i conflitti vanno online, ma non sempre si è stati accorti nel valutare le conseguenze della popolarizzazione dei temi e delle forme degli stessi.

Le piattaforme online sono solo un altro spazio da colonizzare nella lotta per la definizione degli immaginari bellici, o sono un nuovo spazio nel quale gli ecosistemi di mediazione influenzano i conflitti stessi?

È a partire da quesiti come questo che gli autori, Giuseppe Anzera e Alessandra Massa, hanno condotto la loro ricerca sui media digitali e il loro rapporto o ingerenza nelle relazioni internazionali. Il cambiamento in atto è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati, in breve tempo, sono passati dall’essere soggetti centrali e determinanti nelle questioni belliche e di politica internazionale a poli sparuti in un affollato sistema multicentrico, nel quale convivono e operano vari attori, liberi di operare rispetto alla sovranità nazionale (imprese multinazionali, minoranze etniche, partiti politici transnazionali, organizzazioni non governative internazionali, gruppi terroristici e via discorrendo). E anche laddove gli Stati cercano di intervenire direttamente e ufficialmente, con account e portali istituzionali, in realtà il loro ruolo è sempre mediato dalle regole predefinite e apparentemente universali dei grandi gestori le piattaforme online. 

Queste piattaforme, lontano dall’essere super partes, in realtà esportano modelli economici e politici. Esse non nascono nell’astratto regno di internet, ma risentono del complesso legame con il territorio in cui insistono, «dal quale mutuano non solo l’organizzazione economica, ma anche peculiari valori, come la libertà di espressione, la censura, il peso del potenziale di emancipazione e di autoespressione consentiti ai singoli utenti» (cit. dalla Introduzione al libro). 

Per citare solo uno dei numerosi e interessanti esempi del potere potenziale e reale delle piattaforme online, nel testo si analizza la rappresentazione cartografica del confine tra Russia e Crimea operata dai maggiori gestori di mappe, comeGoogle e Apple. «Questi grandi distributori di servizi online hanno accolto le richieste della Russia in merito all’attribuzione della penisola della Crimea. Così, mentre il mondo politico ancora discute sulla territorialità della Crimea, le piattaforme ragionano con la velocità degli affari, imponendo le loro soluzioni tecnologiche alle diatribe fisiche» (p. 74). Apple Maps mostra le località della Crimea come afferenti la Russia quando si consulta la mappa dal territorio russo mentre se si accede all’applicazione dagli Stati Uniti, gli stessi territori non sono attribuiti ad alcun paese. 

Un problema, quello dei limiti e dei reali confini geopolitici, avanzato e trattato anche da Alfonso Giordano, il quale ha sottolineato come Google alla fine da deciso di mostrare “semplicemente” a ogni Paese l’idea del mondo che esso vuole. Una carta geografica non è una raffigurazione imparziale e scientificamente attendibile di un territorio, piuttosto la rappresentazione di un punto di vista. Per la gran parte è sempre stato così. Oggi, però, con il livello tecnologico raggiunto ci si aspetta una rappresentazione del globo terrestre differente rispetto al passato, allorquando si doveva sottostare all’opinione del cartografo o del suo committente.1

Se la politica internazionale, oggi, si attua anche tramite le piattaforme online, allora queste assumono, in maniera intrinseca, un ruolo politico, poiché è compito loro veicolare e diffondere le informazioni, relative anche a politica internazionale e conflitti. Innegabile che il fine ultimo di queste piattaforme sia il profitto. Ragionevole quindi pensare che la loro gestione non possa corrispondere pedissequamente alla presentabilità pubblica. Ed è in quest’ottica che l’attività di moderazione, operata dalle piattaforme, le individua come strumenti, istituzioni e fenomeni culturali. Il cui potere di influenza si palesa ancor più in caso di malfunzionamento del sistema o diffusione di notizie false, ovvero fake news. 

Gli autori descrivono tutti i potenziali e reali problemi di questo sistema di diffusione delle informazioni, che in parte si affianca mentre in parte va a sostituire il tradizionale metodo di informazione broadcast, ovvero le trasmissioni unidirezionali, senza possibilità di interazione, e lo fanno in maniera molto strutturata, in modo da rimandare al lettore una visione ben ordinata dei vari strati di interesse e azione che vanno a comporre lo scenario entro cui si muove non solo la narrazione comune, ma anche quella politica, internazionale e militare. 

In particolare, la “militarizzazione” degli spazi digitali è per certo un’occasione attraverso la quale eserciti e forze militari possono divulgare le loro narrazioni, coinvolgendo l’opinione pubblica nei racconti sui confronti internazionali, ma gli autori avvertono della necessità di non sottovalutare il potenziale di popolarizzazione e di normalizzazione che potrebbe scaturire dallo stabilire una presenza in spazi di divulgazione e di disintermediazione. Inserire le routine comunicative delle forze armate in contesti diversi potrebbe, infatti, ibridare la loro presenza e sganciarla dagli esclusivi contesti bellici. Le conseguenze di ciò non si conoscono e andrebbero quantomeno monitorate. 

Ecco allora che si presenta uno degli aspetti più cocenti tra quelli trattati nel testo: la responsabilità. A chi spetta la responsabilità di quanto sta accadendo? Alle piattaforme? Agli Stati? Alle reti strutturate di cittadini? Nell’attuale panorama non è ancora ben chiaro anche se è evidente si tratta di una condizione non procrastinabile a lungo. 

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Il Testo

Giuseppe Anzera, Alessandra Massa, Media digitali e Relazioni internazionali. Tecnologie, potere e conflitti nell’era delle piattaforme online, Guerini Scientifica, Milano, 2021. In commercio dal 4 maggio 2021. Libro universitario. Brossura, 172 p., 18,00€.

Gli Autori

Giuseppe Anzera: professore associato di Sociologia dei Fenomeni Politici presso Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia delle Relazioni Internazionali.

Alessandra Massa: dottore di ricerca in Comunicazione, Ricerca, Innovazione presso Sapienza Università di Roma.

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1Alfonso Giordano, Limiti. Frontiere, confini e lotta per il territorio, Luiss University Press, Roma, 2018, 198 p. 

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Guerini Scientifica per la disponibilità e il materiale

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Recensione a “Il buio sotto la divisa” di Sara Lucaroni (Round Robin, 2021)

08 domenica Ago 2021

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Ilbuiosottoladivisa, recensione, RoundRobinEditrice, SaraLucaroni

Sara Lucaroni, dopo aver pubblicato un’inchiesta su suicidi e morti sospette all’interno degli apparati di difesa e militari dello Stato, riceve una lunga serie di contatti realizzando così di essere solo all’inizio della ricerca e analisi di un fenomeno di cui raramente si parla. 

Nel linguaggio tecnico, si chiamano “eventi suicidiari”. Questi eventi tra i servitori dello Stato rientrano, come numero, nella media delle statistiche italiane. Sarà anche per questo motivo che, spesso, non destano particolare interesse. Ma Lucaroni ritiene utile indagare a fondo il fenomeno perché se è vero che il suicidio non è arginabile in quanto riferito a sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire, è vero anche che si può intervenire nella dimensione lavorativa attraverso una “prevenzione” su tre livelli:

  • Abbattimento del tabù del sostegno psicologico per trasformarlo da stigma a routine.
  • Potenziamento della formazione.
  • Eliminazione delle pericolose derive dovute alla gerarchizzazione.

Lucaroni ritiene notevole il peso ingenerato da bornout, stress, ambiente di lavoro ostile e inadeguato, scarsi stipendi, carenza di collaborazione tra colleghi, mobbing. Situazioni e sentimenti che, purtroppo, sono comuni a tante categorie professionali e lavorative e a tantissimi ambienti di lavoro.

Sono sei i capitoli che vanno a comporre la struttura portante del libro, cui vanno aggiunte l’introduzione e la conclusione, entrambe curate dalla stessa autrice. Sei capitoli che raccontano altrettante vicende umane. 

Sara Lucaroni lascia che siano i famigliari, gli affetti, gli amici a raccontare come erano gli agenti le cui storie, le cui vite poi lei riporta nel libro. È sicuramente un modo per dare più carattere alla narrazione, per fare in modo che ogni storia mantenga intatte le sue peculiarità, la sua unicità, come ogni vita umana lo è. Seppur riesca, in questo modo, a far emergere il legame profondo che unisce tutte le storie. Un filo in apparenza invisibile che rende comune ogni singola e unica vicenda. Ed è su ciò che Lucaroni cerca di indagare, chiede sia fatta luce. Perché ritiene sia questo il lavoro di indagine che possa aiutare davvero le persone contro il malessere profondo che le assale. 


Il libro

Sara Lucaroni, Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato, Round Robin Editrice, Roma, 2021, p. 120, €14.00

L’autrice

Sara Lucaroni: giornalista professionista. Autrice di numerosi reportage e inchieste. Scrive di Medio oriente, minoranze, diritti umani, legalità.


Articolo disponibile anche qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Round Robin Editrice per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per l’immagine, non per la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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“La congiura delle passioni” di Pietro De Sarlo (Altrimedia Edizioni, 2021)

26 lunedì Lug 2021

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Altrimedia, Lacongiuradellepassioni, PietrodeSarlo, recensione, romanzo, romanzostorico

«Capire la Storia e le regioni del Sud è indispensabile per la costruzione di uno Stato realmente Unitario con pieni diritti e dignità per tutti i territori e le persone che ci vivono e che ancora non c’è. Ed è importante soprattutto se una nuova costruzione, quella europea, procede ripetendo spesso, mutatis mutandis, gli stessi errori di quella dell’Italia unita»

È con queste esatte parole che Pietro De Sarlo spiega, nell’appendice del libro, ai suoi lettori il motivo per cui ha ritenuto doveroso e necessario scrivere La congiura delle passioni. Un romanzo nel quale realtà storica e immaginazione si intrecciano originando una fitta trama. La narrazione passa, ripetutamente, dal particolare al globale e viceversa. Le storie di ordinaria vita quotidiana dei protagonisti sono modellate dalle vicende che hanno fatto da preludio al Risorgimento italiano. Grandi accadimenti che hanno finito per condizionare, a volte indirettamente, anche l’esistenza di residenti piccoli e in apparenza ameni borghi incastonati lungo la dorsale appenninica.

Fin dalle prime pagine di questa nuova opera narrativa di De Sarlo, si denota una migliorata capacità descrittiva che rende subito comprensiva e accattivante la scena al lettore, il quale si sente come immerso e rapito nell’ambiente sapientemente descritto. I personaggi sono ben caratterizzati e rappresentano il perfetto trait d’union tra la loro personale storia e quell’Italia intera. 

Ritornano, anche in questo nuovo romanzo, i riferimenti alla magia e alla scaramanzia a cui Pietro De Sarlo aveva già abituato i suoi lettori. Non che al giorno d’oggi queste credenze siano scomparse o anomale, ma nel contesto storico e ambientale de La congiura delle passioni risultano più armonizzate nelle vicende narrate. 

«Non sono uno storico ma per scrivere questo libro mi sono avvalso del lavoro di storici e di documenti originali dell’epoca cercando di immaginare come fosse la vita delle famiglie, delle comunità e delle persone in uno dei borghi montani di Basilicata in quel periodo.»

Monte Saraceno è un toponimo di fantasia ma potrebbe benissimo essere uno qualsiasi dei tanti paesi dislocati sull’Appennino lucano. Le dettagliate descrizioni delle vie, dei palazzi, delle abitazioni, finanche dei panorami lasciano intendere che De Sarlo si sia ispirato a un luogo a lui particolarmente caro, o, quantomeno, abbia assemblato elementi di diverse località e li abbia fatti tutti confluire nel suo luogo ideale.

È vero quanto egli stesso scrive: De Sarlo non è uno storico di professione. Infatti il suo libro non è un saggio in senso stretto né un’opera accademica o scientifica. È un romanzo storico nel quale egli ha sintetizzato le sue conoscenze, quanto appreso dalle ricerche bibliografiche preliminari alla stesura del testo, le sue personali idee sull’Italia di allora e quella di oggi e ha fuso il tutto intrecciandolo con le vicende di fantasia vissute dai protagonisti del libro. Guardandola in quest’ottica, è un’operazione ben riuscita. La scrittura è scorrevole, la storia ben costruita, il finale interessante. Il libro, nel suo complesso, con le dovute differenze, risulta essere molto più vicino a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che a un saggio storico o d’inchiesta. 

Cambia, naturalmente, il punto di vista dell’autore, in quanto La congiura delle passioni è opera di un uomo del XXI secolo che guarda al passato, all’era risorgimentale, a quanto accaduto in quei territori che poi sono diventati l’Italia ma guarda anche all’Europa, politicamente intesa e confluita nell’Unione Europea. De Sarlo non si è limitato a scrivere ciò che già conosceva dei luoghi di Basilicata, oppure le mere suggestioni della sua fantasia, no egli ha svolto un preventivo lavoro di indagine documentale e bibliografica anche da testi molto validi, riportato per esteso alla fine del libro, e questo è per certo positivo. Naturalmente ha poi rielaborato molte delle informazioni apprese per meglio adattarle alla storia narrata, senza comunque mai stravolgerle del tutto. 

Il Risorgimento italiano è uno dei periodi storici più dibattuti, non certo privo di contraddizioni e opposizioni. Sicuramente una fase che merita approfondimenti e analisi, veritieri e imparziali. Gli strumenti per una corretta conoscenza oggi di certo non mancano eppure, spesso, sembra che, al pari di tanti altri argomenti e aspetti seri, si preferisca scadere in aride polemiche che non aiutano la ricerca della verità, piuttosto la ostacolano. 

Frederick Douglass, tra i più noti attivisti dei movimenti per i diritti degli afroamericani del finire del XIX secolo, sosteneva che il suo ruolo fosse quello di raccontare la storia dello schiavo perché, per i vincitori, i narratori non erano mai mancati. E non sono mai mancati. Neanche per il Risorgimento italiano. Ben vengano quindi anche i narratori dei “non vincitori” italiani perché anche se la verità si trovasse non da una parte né dall’altra ma nel mezzo è sempre e comunque meglio conoscerla che ignorarla. 

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Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure” di Gaia van der Esch (ilSaggiatore, 2021)

22 giovedì Lug 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GaiavanderEsch, IlSaggiatore, recensione, saggio, VoltidItalia

Cosa è diventato il popolo italiano? Le donne italiane hanno aumentato il loro potere oppure no? L’Italia conserva ancora i tratti del Bel Paese e della Dolce vita oppure tutto è cambiato e oggi è un Paese nuovo, diverso?

L’Italia è un Paese che guarda con orgoglio al proprio passato oppure con speranza al futuro?

Queste sono alcune delle domande che sembra essersi posta l’autrice nel momento in cui ha intrapreso il suo viaggio, fisico e simbolico, attraverso tutto lo Stivale alla ricerca proprio di risposte. L’istantanea che emerge, come frutto del lavoro di indagine di Gaia van der Esch, in parte conferma le impressioni che si hanno circa la delusione e l’insofferenza degli italiani per il lungo periodo di crisi ed emergenza che il Paese sta attraversando, iniziato ben prima dell’esplosione della pandemia, ma riserva anche delle inaspettate sorprese. Meraviglie che stupiscono come solo l’Italia e gli italiani sembrano saper fare. 

La ricerca condotta da Gaia van der Esch non si è basata su un progetto strutturato, piuttosto sulle idee e sui desideri della stessa autrice la quale, motivata dalla voglia di conoscere più a fondo l’Italia e gli italiani, ha intrapreso il suo cammino che l’ha condotta lungo le innumerevoli strade che attraversano il Paese. Strade di asfalto, sterrato o sanpietrini, strade di vita vissuta dove i protagonisti sono diventati fin da subito gli abitanti del territorio, attori e agenti del vero vissuto locale. Ed è proprio grazie a loro, ai loro racconti, che l’autrice riesce a comporre e definire il quadro di cui sembrava aver bene in mente solo la cornice. 

Va da sé che la ricerca condotta da Gaia van der Esch non può oggettivamente acquisire valenza di uno studio, sia per la soggettività della stessa che per il numero limitato e la tipologia di persone che vi hanno preso parte. Una campionatura dettata in larga parte dal caso. Piuttosto la ricerca potrebbe essere vista come il resoconto scritto di ciò che gli occhi dell’autrice hanno visto e le orecchie ascoltato. Perché anche le parole degli intervistati, alla fin fine, hanno “subito” il filtro dell’autrice. Non che questo sia necessariamente un fattore negativo. Per questo tipo di scrittura ci può stare benissimo. 

Gli scenari che fanno da sfondo ai racconti cambiano, man mano che l’autrice si sposta attraverso il Paese, ma la narrazione non sembra variare poi tanto. Sia nell’affinità di temi e contenuti sia nello stile narrativo che van der Esch ha scelto di lasciare immutato. Una scrittura quasi colloquiale, quotidiana anche nelle parti più descrittive e riflessive. 

Uno sguardo particolare l’autrice sembra riservarlo all’universo femminile con cui è entrata in contatto. A meravigliarla è stata la reticenza, l’insicurezza, la riservatezza mostrate. Mentre gli uomini, per la maggiore, si mostravano spavaldi e sicuri, per così dire, nelle risposte, le donne esternavano spesso un’insicurezza e un’indecisione non necessariamente dovute a lacune o ignoranza. Come se avessero proprio difficoltà a esporre a voce alta il loro punto di vista. Ciò che sembra accomunarle è, inoltre, una scarsa fiducia in un cambiamento che sia davvero efficace, determinante. Una sorta di “resa collettiva” che le spinge a gettare la spugna del combattimento patriottico e diventare a tratti più egoiste, imbracciando le armi per una lotta in solitaria che le porti a raggiungere i propri obiettivi, personali e professionali, poco importa a questo punto che ciò accada in Italia o fuori da essa, all’estero. 

In generale comunque gli italiani che hanno interagito con Gaia van der Esch si sono mostrati orgogliosi del passato del paese, delle tradizioni storiche, culturali, paesaggistiche. Come anche delle glorie e dei fasti che narra la Storia. Per contro, invece, sembrano tutti molto meno fiduciosi nel presente e, soprattutto, nel futuro. L’attuale situazione di certo non aiuta ma bisogna comunque tenere presente che le interviste e il viaggio on the road lungo la Penisola l’autrice li ha compiuti prima dell’esplosione della pandemia da Sars-Covid 19. 

Ed è sempre con lo sguardo rivolto indietro che tutti gli italiano sembrano riuscire a trovare la forza per affrontare il presente e prepararsi al futuro. In particolare in quella che è diventata l’archetipo per eccellenza del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Che vuol anche significare, in tempi duri, aguzzare l’ingegno per fronteggiare le necessità.

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Bibliografia di riferimento

Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, ilSaggiatore, Milano, 2021

L’autrice

Gaia van der Esch: nata da genitori italo-olandesi, è cresciuta in Italia ma ha vissuto a lungo all’estero. Ha lavorato con diverse Ong e collabora con la presidenza italiana del G20. 

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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I fiumi sono i ponti tra i territori e le epoche

16 mercoledì Giu 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CarloGrande, CiviltaAppennino, DonatellaDiPietrantonio, Donzelli, GiuseppeLupo, GuidoConti, LauraBosio, LauraPariani, Leviedell'acqua, RaffaeleNigro

I fiumi sono in movimento continuo. Partono dalle montagne per raggiungere i posti più lontani della pianura. Gli autori ci ricordano che, man mano che viaggiano, i fiumi si caricano di storie, di vicende sempre diverse, si imbattono in presenze in grado di affidare all’acqua il riassunto della quotidianità e del passato, nonché le speranze del futuro. 

Il fiume diventa così una metafora della storia. E, partendo dai fiumi, anche la letteratura tende ad affidarsi alla storia, a raccogliere le vicende degli uomini, il loro cammino. 

Ed è proprio contro un’idea asfittica e minimalista di letteratura che gli autori propongono invece un ritorno al racconto epico, un’epica che ponga nuovamente il flusso narrativo tra le sponde di un fiume, con un inizio, un percorso e una fine. 

L’acqua è vita ma anche civiltà. Ovunque si è scoperto un rivolo naturale che sgorgasse da una sorgente, la vita sociale delle comunità si è sviluppata ed è progredita. Ecco allora che, nella presentazione di Piero e Gianni Lacorazza, si intravede il parallelismo tra il destino dei fiumi e quelli degli uomini. Anche la civiltà, come il fiume, nasce sulla montagna, dove nasce l’acqua, e si sviluppa accompagnata per le valli fino al mare. I fiumi non solo hanno i ponti, si legge ancora nella presentazione, ma sono essi stessi ponti. Ponti tra epoche e ponti tra territori. 

Il testo Le vie dell’acqua si sviluppa seguendo il diverso ritmo narrativo dei sette contributi a firma di altrettanti scrittori, i quali raccontano sette fiumi che in comune hanno l’acqua, storie da raccontare e l’Appennino, la lunga dorsale che si snoda anch’essa come un fiume lungo tutta l’Italia, dalle alte montagne fino al profondo mare. 

Ognuno degli autori racconta della propria terra, della parte di Appennino che lo ha visto bambino oppure adulto. Raccontano i luoghi, le tradizioni, gli odori, i sapori, i suoni… ma descrivono, commentano e interpretano anche il modo in cui altri lo hanno fatto, nel bene e nel male. 

Leggendo i contributi che vanno a comporre il testo, il lettore percepisce la vastità del mondo che ruota e ha ruotato intorno ai fiumi, ai ruscelli, ai rivoli sorgivi intorno ai quali ogni comunità, grande o piccola che sia, si è riunita. 

Si passa dai gesti semplici e anche umili del fare il bucato o lavare il bestiame alla ricerca della propria identità, individuale e di gruppo, fino alla rievocazione storica e letteraria. In tutti i casi, comunque, emerge la ricchezza culturale, oltre che ambientale, dell’acqua di un fiume con tutto il suo carico, a volte ingombrante, di sapere e tradizione.

L’acqua è anche movimento. Un movimento che non conosce i confini geografici e politici, che valica anche quelli naturali. Un movimento che ricorda quello degli uomini, da sempre in cammino verso nuove mete, nuovi orizzonti, anch’essi portandosi dietro un carico di storia, di conoscenza, di cultura, di speranza. Forme di vita e di natura in continuo cambiamento, evoluzione. 

Bibliografia di riferimento

Laura Bosio, Guido Conti, Donatella di Pietrantonio, Carlo Grande, Giuseppe Lupo, Raffaele Nigro, Laura Pariani, Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi, Donzelli Editore, Roma, 2020

Volume della Serie Civiltà Appennino a cura della Fondazione Appennino. 

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Donzelli Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo (Donzelli, 2020)

“Oro Nero o Oro Blu?”

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Bad Girls”: Da Vittime a Carnefici

15 martedì Giu 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AntonellaBolelliFerrera, BadGirls, LaLepreEdizioni, recensione

Cosa accade nella mente di una vittima per trasformarla in carnefice? Può una vittima diventare carnefice? Se manca la giustizia è giusto ci sia la vendetta? Cosa avvicina violenza e vendetta? 

Sono questi alcuni degli interrogativi che potrebbero trovare risposta nel libro di Antonella Bolelli Ferrera Bad Girls. Un testo che racconta tante storie segnate, interrotte dalla violenza, dal dolore, dai soprusi. Storie di donne la cui esistenza è stata inesorabilmente mutata prima dalla violenza subita e poi da quella inferta. 

Racconta Bolelli Ferrara di donne sottomesse che si sono ribellate, sono diventate esse stesse dei criminali. Donne vittime del racket della prostituzione trasformatesi in maitresse d’alto bordo. 

Stanche di subire, di essere sfruttate, hanno scelto di essere essere e diventare sfruttatrici. Da oppresse a oppressori. 

E poi ci sono le violenze indicibili, quelle inferte da parenti, familiari, amici, genitori… consumatesi all’interno di quella che dovrebbe essere, per ogni essere umano, la confort zone per eccellenza. Quella “corazza” affettiva che se viene a mancare oppure non è mai stata presente non può che dare vita a persone incapaci di gestire correttamente i propri e gli altrui affetti, sentimenti, emozioni, desideri, passioni, pulsioni. 

I meccanismi della mente umana sono ai più imperscrutabili, a volte esistono dei legami tra i comportamenti di oggi e gli accadimenti di un passato mai dimenticato che appaiono incredibili. Azioni che sono in realtà delle reazioni, scattate come una molla rimasta in trazione per un tempo parso infinito. E così una vittima può diventare giustiziera, stalker, assassina di un’altra persona, anche a lei cara. E può diventarlo anche di se stessa. 

Ed è successo tante volte. Le storie raccontate da Antonella Bolelli Ferrera ne sono esempio. 

Le donne raccontate da Bolelli Ferrera sono tutte bad girls, macchiatesi di crimini anche efferati che le hanno condotte in carcere e da lì raccontano le loro storie, i crimini commessi. Nella quasi totalità dei casi però si tratti di vendetta. Di azioni criminali direttamente o indirettamente imputabili alla violenza subita. Pregressa. Non è certo una giustificazione bensì un dato di fatto. Perché la rabbia che scaturisce da una violenza subita non dipende solo da quel brutale gesto. Dipende anche dal fatto che, spesso, la famiglia, la società, i media… ci mettono il carico da novanta. Trasformando la vittima in una specie di complice volontario che se l’è andata a cercare. E ciò accade soprattutto quando si parla di violenza sessuale, individuale o di gruppo. È cronaca. È sotto gli occhi di tutti. Eppure ogni volta sembra di essere tornati indietro di cento anni e oltre. 

Con una delibera del 27 maggio 2021 la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha condannato l’Italia perché stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata, in netta violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo che tutela appunto la vita privata e l’integrità personale. La delibera fa riferimento a un caso in particolare portato in ricorso alla Corte Europea dai legali dell’Associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che ha anche pubblicato per esteso il testo della sentenza, ma può, purtroppo, essere generalizzato perché quanto accaduto nel caso specifico è all’ordine del giorno. Purtroppo. 

La prefazione al libro è curata dalla stessa autrice, mentre l’introduzione è di Dacia Maraini la quale sottolinea come, per assurdo, per molte delle protagoniste del libro, in carcere sia iniziata una vita migliore. Non buona ma sicuramente migliore di quella che hanno vissuto prima. Si sofferma inoltre Maraini su quello che condivido essere uno dei pregi della scrittura di Bolelli: l’aver dato voce a queste carcerate e alle loro storie lasciando così emergere tutto il mondo di sofferenza, di dolore, di violenza che c’è dietro e dentro le vite di queste persone di cui nessuno sembra davvero accorgersi e a cui nessuno sembra davvero voler prestare attenzione. 

Perché i carcerati e le carcerate non sono un gruppo unico e inscindibile. La popolazione carceraria si compone di singole persone, ognuna delle quali ha una sua storia. Si compone di carnefici e di vittime. E di vittime che sono diventate a loro volta carnefici. E di tanti, davvero tanti stranieri, immigrati, poveri, irregolari. Anch’essi vittime e carnefici. 

Con molte di queste detenute l’autrice ha intrapreso un percorso che, attraverso la parola scritta, contribuisca a liberarle dalla paura, dal disagio, dal dolore, dal rimorso, dallo smarrimento. La pandemia ha rappresentato un ostacolo, ha rallentato un cammino che Bolelli Ferrera è ben intenzionata a portare avanti. 

Dal 2010 è direttore artistico del Premio letterario Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”, di cui è anche ideatrice, e curatrice di molte iniziative volte a favorire la cultura della legalità. 

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Bibliografia di riferimento

Antonella Bolelli Ferrera, Bad Girls. Da vittime a carnefici, La Lepre Edizioni, Roma, 2021

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Articolo disponibile anche qui

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Disclosure: Per le immagini, tranne l’immagine della copertina, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

“Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste” di Liliana Madeo (Miraggi, 2020)

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© 2021, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Dalla lotta degli operai a quella della classe media occidentale

08 martedì Giu 2021

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capitalismo, Imperialismo, LouisAlthusser, Mimesis, recensione, saggio

Francesco Marchesi ha curato l’edizione italiana di Imperialismo e altri scritti sulla storia, una raccolta di testi che Louis Althusser non ha mai dato alle stampe. Scritti che affrontano svariati temi, che vanno dalla storia della critica letteraria all’analisi dell’imperialismo – definito da Lenin come l’ultimo stadio del capitalismo. E sono proprio le considerazioni relative alla struttura e alla storia del capitalismo che maggiormente attraggono l’attenzione del lettore, per la loro estrema quanto straordinaria attualità. 

Per Althusser, il periodo in cui ha vissuto era l’imperialismo, ovvero lo «stadio culminante» del capitalismo, secondo l’analisi di Lenin. Il suo ultimo stadio, ovvero il suo punto culminante. Dunque, se l’imperialismo fosse perdurato, non poteva che esserci decadenza. Degenerazione. Barbarie. Tranne se si fosse passati al socialismo. 

Caratteristica peculiare del periodo analizzato da Althusser, ovvero gli inizi della seconda metà del Novecento, sono le lotte della classe operaia. Lotte per la rivendicazione dei propri diritti, costantemente calpestati in nome del profitto e dell’accumulo di capitale. Lotte contro lo sfruttamento. Lotte inutili per Althusser in quanto è sua ferma convinzione che la classe capitalistica non mollerà mai la sua preda. Non smetterà mai di sfruttarla, di opprimerla, di intimidirla anche con il ricatto ideologico. 

Le lotte della classe operaia raccontate da Louis Althusser ricordano, nei contenuti, quelle più di recente iniziate e portate avanti dalla classe media in tanti paesi occidentali, ovvero in tutte o quasi le potenze del vecchio e del nuovo mondo.

Per Elizabeth Warren, già docente di diritto commerciale ad Harvard poi senatrice del Massachusetts, l’America ha costruito il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto e lo hanno fatto gli stessi americani, con il duro lavoro e il supporto di politiche governative volte a creare maggiori opportunità per milioni di persone. Utilizzando tutti i mezzi possibili: politiche fiscali, investimenti nell’istruzione pubblica, nuove infrastrutture, sostegno alla ricerca, regole di protezione per i consumatori e gli investitori, leggi antitrust. Ma ora tutta le gente è, giustamente, preoccupata. Preoccupata e arrabbiata. 

Lo è perché, nonostante «si ammazzi di lavoro», non vede praticamente crescere il suo reddito. Le spese per la casa e l’assistenza sanitaria erodono quasi completamente il suo bilancio. Pagare l’asilo o l’università dei figli è diventato impossibile. Gli accordi commerciali sembrano creare posti di lavoro e opportunità per la manodopera in altre parti mondo, lasciando le fabbriche in territorio americano abbandonate. I giovani sono strozzati dai prestiti studenteschi, la forza lavoro è fortemente indebitata e per gli anziani la sicurezza sociale non riesce a coprire le spese della vita di tutti i giorni1.

Incertezza economica, alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, scarse politiche di welfare e istruzione… sono tutti problemi presenti e visibili anche in Italia. Michel Martone, ordinario di diritto del lavoro e relazioni industriali alla Sapienza, si chiede come sia possibile che, nell’Italia del terzo millennio:

  • Un giovane studente per mantenersi all’Università recapiti pizze a domicilio, magari in bicicletta e sotto la pioggia, per un compenso che a malapena sfiora i 3.5euro a consegna.
  • Un operaio pur lavorando a tempo pieno non riesca più, nell’arco di una vita, a mettere da parte quanto necessario ad acquistare una casa.
  • I pubblici dipendenti abbiano dovuto subire un blocco della contrattazione collettiva, e quindi degli stipendi, durato oltre sette anni. 
  • Un immigrato che raccoglie pomodori guadagni poco più di 2euro l’ora. 
  • Una coppia di trentenni non possa permettersi, sommando gli stipendi, di mantenere più di un figlio.
  • Negli ultimi 10 anni oltre 244mila giovani, di cui il 64per cento con titolo di studio medio-alto, abbiano abbandonato il Paese e a questo fenomeno migratorio non venga dato il giusto risalto. 

Questa resiliente crisi economica rischia di inghiottire per intero tutto il ceto medio, in particolare quelle professionalità mediane svolte in larga misura da trentenni le cui retribuzioni hanno risentito più di tutte gli effetti della crisi. Basti ricordare il numero sempre crescente dei cosiddetti working poor, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Martone afferma di essere consapevole si tratti di una verità scomoda e difficile da affrontare, che richiede impegno e soluzioni complesse, ma che non per questo debba continuare a essere rimandata, ignorata, sminuita. Gran parte dei partiti politici semplicemente hanno cercato di rimuoverla, scaricando sugli immigrati, i mercati finanziari o l’Europa le colpe della crescente incertezza che ormai si diffonde tra i lavoratori italiani. Anche peggiori, forse, Martone ritiene gli interventi posti in essere con l’intento dichiarato di migliorare la situazione ma che sottrarranno ulteriori risorse economiche all’emergenza retributiva. In particolare egli fa riferimento a quota100 e reddito di cittadinanza.

Suggerisce poi egli stesso delle idee che potrebbero essere poste alla base di una possibile riforma del sistema retributivo che:

  • Assuma il trattamento economico minimo previsto dal contratto collettivo più rappresentativo a parametro della giusta retribuzione per tutto il settore, secondo il modello già considerato costituzionalmente legittimo per quello delle cooperative.
  • Recepisca per via legislativa il sistema delineato nel Testo unico sulla rappresentanza del 2014, per misurare all’interno dei perimetri di efficacia della contrattazione collettiva la capacità rappresentativa delle diverse organizzazioni sindacali, delle imprese come dei lavoratori, secondo lo schema di recente proposto dal d.d.l. 788/2018.
  • Perimetri i settori di efficacia della contrattazione collettiva nazionale, quanto meno in materia salariale.
  • Recuperi, pur con tutti i necessari adattamenti, il modello disciplinato dall’art. 2070 c.c., al fine di consentire alla giurisprudenza di presidiare quei perimetri scongiurando la concorrenza tra imprese sul costo del lavoro.
  • Strutturi la contrattazione collettiva, potenziando, sulla scorta del modello del decentramento organizzato, quella di secondo livello, anche in deroga alla legge, al fine di evitare che le tensioni al ribasso sul costo del lavoro, ad esempio determinate dall’esplosione delle crisi aziendali, rifluiscano su quella nazionale.
  • Introduca un salario minimo orario, attorno ai nove euro, che funzioni sia da pavimento per la contrattazione collettiva che da parametro applicabile nei settori in cui quest’ultima non dispiega i propri effetti.
  • Preveda che tale soglia minima sia derogabile (opting out) in determinati settori economici.
  • Riduca il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni al fine di dare sollievo a quella classe media che, con il proprio lavoro, ha dovuto sopportare il peso di una crisi economica che ha reso insostenibile il terzo debito pubblico del mondo. 2

Il capitalismo che, secondo Marx, come un vampiro si è cibato del lavoro degli operai è poi passato a cibarsi anche dei redditi, dei comportamenti e dei diritti della classe media perché, secondo Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School, esso si evolve in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati.3

Le degenerazioni di cui parlava Althusser sono diventati quindi, nell’analisi di Zuboff, degli adattamenti che consentono al capitalismo di mutare forma e plasmarsi in base ai tempi senza mai perdere di vista il suo obiettivo ultimo: l’accumulo di capitale. E i capitalisti di oggi sono andati anche oltre ogni immaginazione. Perché il loro cibo non è più solo il lavoro ma ogni aspetto della vita umana. E questo è ciò che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza. In esso, i mezzi di produzione sono al servizio dei mezzi di modifica del comportamento. Il vero potere infatti risiede nella capacità di modificare le azioni in tempo reale nel mondo reale. 

Sottolinea Althusser nei suoi scritti che, contrariamente a quanto affermavano Hegel, Engels e Stalin, ma conformemente a quanto pensava Marx, non ci sono leggi della storia. Ma il fatto che non ci siano leggi non significa che non possano esserci delle lezioni della storia. Lezioni che sono però aleatorie, in quanto la stessa situazione, la stessa congiuntura e lo stesso “caso” mai si ripresenteranno perfettamente uguali. Molto simili però sì. Studiare la storia, apprendere e ricordare le sue lezioni può quindi tornare molto utile allorquando si cerca, si può e si deve modellare il presente per costruire il futuro. 

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Bibliografia di riferimento

Louis Althusser, L’imperialismo e altri scritti sulla storia, Francesco Marchesi (a cura di), Mimesis, Sesto San Giovanni – Milano, 2020.

Titolo originale: Écrits sur l’histoire. Traduzione di Francesco Marchesi e Maria Turchetto. 

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1Elizabeth Warren, Questa lotta è la nostra lotta, Garzanti, Milano, 2020.

2Michel Martone, A che prezzo. L’emergenza retributiva tra riforma della contrattazione collettiva e salario minimo legale, Luiss University Press, Roma, 2019.

3Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019

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Articolo disponibile anche qui

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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LEGGI ANCHE

La lotta per salvare la classe media è la nostra lotta? “Questa lotta è la nostra lotta” di Elizabeth Warren (Garzanti, 2020)

“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019)

“A quale prezzo” di Michel Martone (Luiss University Press, 2019)

“Lezioni per il futuro” di Ivan Krastev (Mondadori, 2020)

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© 2021 – 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Virus Antropocene e Reincantamento del Mondo

30 domenica Mag 2021

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AdrianoFavole, FrancescoRemotti, Ilmondocheavrete, MarcoAime, recensione, saggio, Utet

Partendo dalle misure straordinarie poste in essere dal governo italiano, come dai governanti di innumerevoli altri stati ormai, primo fra tutte il lockdown del 9 marzo 2020, gli autori conducono una dettagliata analisi dello stato attuale della società italiana. Un confronto con quei sistemi da sempre etichettati, troppo frettolosamente, primitivi. E uno sguardo al futuro che deve passare, senza nostalgia, da un passato più o meno recente ma sempre importante. Riflessioni che vogliono anche essere un monito per i giovani, gli unici sui quali si potrà veramente contare, nella speranza che trovino quanto prima la coesione e la consapevolezza necessarie. 

Diverse culture predispongono “vie di fuga” come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. La megacultura occidentale, identificabile come dell’Antropocene, non solo non ha previsto vie di fuga o alternative a se stessa ma continua ad avere una visione distorta del mondo. 

Sottolineano gli autori come una convivenza utile tra gli esseri umani sia in realtà possibile solo a patto di realizzare anche e in primo luogo una convivenza utile con la natura. Aspetto questo da sempre trascurato dall’Antropocentrismo imperante nella società dei civilizzati.

A parte il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, la società italiana non aveva mai avuto esperienza diretta di provvedimenti così drastici e restrittivi come una chiusura totale. Per noi le chiusure o sospensioni sono abitualmente ascrivibili a periodi di riposo, ferie, vacanze, svago, divertimento… in sintesi sono una pausa, uno stand by dalla routine. In genere atteso, gradito e piacevole.

L’Ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo Shabbath degli Ebrei sono “traumi” che una cultura impone a se stessa, auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà (la terra, la foresta, …) da cui gli esseri umani ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza il lavoro degli uomini. 

Il lockdown, questa sospensione tanto inattesa quanto destabilizzante, ha paurosamente arrestato gli ingranaggi di una poderosa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e di intoccabile. 

Ciò che manca alla nostra civiltà, ci ricordano gli autori, è esattamente l’idea del limite, del proprio limite. La nostra cultura, così piena di lumi forniti dalla scienza, è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica dell’auto-sospensione, dalla pratica del suo arresto. Questa brama, anche definita “il male dell’infinito”, è la fonte dei problemi che affliggono la società moderna: sregolata, anomica, patogena. 

Le auto-sospensioni traumatiche introducono, nelle culture che le praticano, un forte senso del limite. Le obbligano a ritornare alla natura, fanno loro vedere la fine, fanno accettare l’arresto, fanno incorporare la morte. Ma non è una morte di desolazione, una desertificazione: la morte delle imprese culturali coincide con il riconoscimento dei diritti della natura. 

Siamo talmente intrappolati nelle maglie fitte di questa ipercultura e, come afferma Fred Vargas, non facciamo altro che avanzare alla cieca, inconsapevoli e sprovveduti.

Remotti non esclude la possibilità di acquisire una visione critica e lungimirante, ma in mancanza di un’autentica sospensione culturale non è detto che alla visione critica faccia seguito una corrispondente azione modificante. Il lockdown è un arresto non voluto, non programmato. Un arresto dal quale si ha solo fretta di uscire per ritornare quanto prima alla normalità. 

Virus e confinamenti hanno una lunga storia nell’umanità, anche recente. Basti pensare all’Aids, all’ebola o all’epidemia di morbillo del 2019. Favole sottolinea le particolarità di Sars-Cov-2, le quali sono di essersi diffuso globalmente con una velocità straordinaria ma, soprattutto, di aver sovvertito un diffuso immaginario che lega epidemie a povertà. 

Il coronavirus ha fatto irruzione in un mondo che si riteneva immune da questo tipo di attacchi. Il mondo occidentale, convinto di appartenere a una modernità potente ed efficace contro le malattie epidemiche, è stato costretto a una rapida contrazione degli spazi. 

Quanto però, si chiede l’autore, la sospensione da coronavirus ci ha fatto riflettere davvero su come eravamo e su come vorremmo essere in futuro.

Proprio questo virus, che dovrebbe farci sentire anche biologicamente appartenenti a una comune umanità, ha invece ravvivato il focolaio delle politiche nazionaliste e sovraniste. 

Il senso di impotenza che tutti abbiamo provato dopo le prime chiusure è, nella dettagliata ricostruzione fatta da Favole, lo stesso che tanti esseri umani provavano ben prima dell’arrivo del coronavirus, davanti ai mille confini reali e simbolici che li separavano dalle mete desiderate. Perché la verità è che mentre noi occidentali, per decenni, abbiamo teorizzato le meraviglie e l’incanto di un mondo aperto e globalizzato, altre umanità sono vissute in un perpetuo confinamento. 

E, senza dover guardare neanche troppo lontano, nei giorni più bui, mentre i reparti di rianimazione si saturavano tutti ci siamo chiesti chi avrebbe avuto, prima di altri, il diritto a salvarsi. 

Questo perché la condivisione, la solidarietà, il legame sociale non sono mai definitivamente garantiti nelle faccende umane. 

Il lockdown ci ha fatto riflettere sul fatto che una società immaginata come un insieme di individui isolati, ciascuno dei quali alla ricerca spasmodica del proprio interesse personale, è un’aberrazione e non un ideale a cui tendere. 

I lunghi mesi di lockdown hanno confermato appieno quello che gli studiosi di antropologia definiscono reincantamento del mondo, un ritorno alla religiosità anche nelle sue forme integraliste e intolleranti, un diniego del mito della società secolarizzata che ha pervaso le generazioni degli anni Sessanta e Settanta. 

Credenze, riti, utopie, religioni, leader carismatici, leggende metropolitane… affollano una modernità che non si rappresenta più come “secolarizzata”. In questo quadro Favole colloca anche la rivalutazione dei riti collettivi. 

Il coronavirus, nei momenti di massima aggressività, impedisce anche la celebrazione dei riti funebri. 

Chi avrebbe mai pensato che in Italia – e in molte altre parti del mondo globalizzato – potesse accadere una cosa del genere nel XXI secolo?

Eppure per l’autore non si tratta di un qualcosa di davvero così imprevisto e imprevedibile. I riti impossibili e i corpi scomparsi dell’11 settembre, così come i morti senza volto del Mediterraneo, avrebbero dovuto dare una prima scossa, un avvertimento potente a una contemporaneità accecata e avviluppata nella sua bolla di benessere, circondata da povertà e disperazione crescenti. 

Ed ecco che Favole di nuovo si chiede se i riti di emergenza della Covid-19 lasceranno tracce nell’umanità del futuro.

L’impressione però è che, ancora una volta, la modernità consista nella fretta di archiviare e rimuovere la memoria traumatica, tornando alle spiagge e ai centri commerciali.

Forse, come evidenziano gli studi di Giovanni Gugg, siamo incapaci di “tornare al futuro”, cioè incapaci di immaginarci diversi, costruendo creativamente un futuro a partire da una memoria “buona” – e non identitaria – del passato.

E forse questa fretta di ritornare alla normalità è motivata anche da un altro tipo di paura, magari inconscia. Il confinamento è una pianta robusta dalle radici profonde che, spesso, è stata nutrita, più che da timori e paure di virus, da operazioni di natura politica. Senza neanche girarci troppo intorno, sono stati diversi gli intellettuali che in questi mesi ci hanno messo in guardia contro il pericolo che il virus diventasse un pretesto per una riduzione delle libertà ben oltre la pandemia. Per ragioni politiche, l’emergenza rischia spesso di divenire quotidianità. Per contro, la “liberazione” dai confinamenti non può e non deve essere motivata da mere ragioni economiche, a scapito della salute dei cittadini. 

Letto nei termini della crescita economica, lo sviluppo non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Il problema, nell’analisi di Marco Aime, non sta solo nella semplice adozione indiscriminata di tale modello, ma nel pensarlo come naturale, ineluttabile, quasi un destino cui è impossibile sfuggire. 

Un esempio di come l’idea di sviluppo si avvicini più a una fede che all’espressione di una presunta razionalità è dato dal fatto che, nonostante i ripetuti fallimenti, la crescita delle diseguaglianze e la sempre più evidente crisi ambientale, si continua imperterriti nella stessa direzione. 

L’obiettivo di elevare tutti gli esseri umani al tenore di vita degli occidentali è, conclude Aime, materialmente irrealizzabile. Eppure, per sostenere la fede nell’inevitabilità del progresso, inteso come aumento di produzione e accumulo di beni, occorre fare “come se” tutto ciò fosse possibile.

Lo stesso Gandhi sembrava essere giunto a conclusioni simili allorquando affermava che il mondo non può sopportare che l’India diventi come l’Inghilterra. 

Aime invita a osservare con sguardo critico le più importanti rivoluzioni dell’epoca moderna. Si noterà allora che, nella maggior parte dei casi, lo sforzo più incidente è stato nel distruggere l’esistente più che nel progettare un futuro vero e proprio. Si impone dunque una nuova prospettiva che, per essere realizzata, necessita di due elementi: il primo è una nuova visione del futuro, un progetto che guardi avanti e non solo all’orizzonte ristretto del domani; il secondo è una presa di coscienza collettiva di fare parte di una specie in pericolo. 

La pandemia ha nesso a nudo l’estrema fragilità del nostro sistema: pochi mesi di chiusura e di rallentamento lo hanno messo in ginocchio. E questo, per Aime, è segno evidente del fatto che non siamo stati capaci di prevedere un domani incerto, che non abbiamo scorte di alcun tipo, nessun ammortizzatore. Abbiamo costruito un sistema fondato sull’oggi. E allora bisogna chiedersi quale domani potrà mai esserci per una società che non pensa al futuro.

La politica con tutti i suoi partiti viene direttamente chiamata in causa per la sua pressoché totale mancanza di prospettive e di progetti di ampio respiro.

Senza un progetto futuro e neppure una chiara conoscenza del passato, ci si affida a qualcosa di atavico, che si perde nella nebbia dei tempi, una sorta di mito fondante: l’identità, corroborata dalla confortante metafora delle radici e del primato autoctono. 

Resi ciechi dal cono d’ombra creato da questa corsa inarrestabile, abbiamo smesso di pensare a quale sia il traguardo e quale il senso della nostra corsa. Ecco perché gli autori ritengono necessario sviluppare una cultura nuova sull‘Antropocene e a farlo dovranno essere i giovani, spetta loro infatti l’arduo compito di cambiare la rotta. 

Luciano Gallino ha messo in luce come, nella nostra epoca, sembrino scomparse le classi sociali che avevano caratterizzato la politica e la società del Novecento, ma in realtà a venire meno è stata soprattutto la coscienza di classe, la percezione di appartenere a una comunità di intenti, fondata su una base comune. 

I giovani che si sono mobilitati seguendo Greta Thunberg, oppure il movimento delle Sardine sono esempi, seppur circoscritti, di mobilitazioni che hanno auspicato e messo in atto azioni di mobilitazione e protesta “dal basso” ed entro una classe prevalentemente giovanile, contro il dilagare del linguaggio d’odio. Ed è da essi che, per Aime, bisogna partire o ripartire. Perché in una crisi di pensiero, come quella che attraversa il presente, l’unica soluzione è ricominciare a pensare al futuro, che sia però un domani comune. 

Bibliografia di riferimento

Marco Aime, Adriano Favole, Francesco Remotti, Il mondo che avrete. Virus, antropocene, rivoluzione, Utet, Milano, 2020

Gli autori

Marco Aime: professore di Antropologia culturale all’Università di Genova.

Adriano Favole: insegna Cultura e potere e Antropologia culturale presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino.

Francesco Remotti: professore emerito all’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. 

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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Utet per la disponibilità e il materiale

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Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com

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